NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE – p. 4

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE – p. 4

“Ricordo che nella nostra classe c’erano 15 ragazze e quattro maschietti, buffissimi, imbranati da non credere, che di tanto in tanto si davano delle arie da grandi viveurs ma non accocchiavano mai nulla. Noi eravamo attratte da quelli dell’ultimo anno, che ci facevano la corte, anche se avevamo qualche remora, quando si avvicinava il “dunque?”. Già l’anno precedente, lo ricordo bene, fu un disastro: non si fecero le gite, almeno noi non riuscimmo ad organizzarne, ma ci fu il MakP 100 e noi che eravamo in prima ci andammo per curiosare. E anche allora i nostri genitori avevano accolto il nostro desiderio con qualche perplessità e alcuni di loro si erano coalizzati per controllare senza apparire che lo andassero facendo. C’era anche il sospetto che la curiosità fosse da collegare ad aspetti morbosi. Ma questo in verità lo abbiamo pensato quando eravamo ormai cresciute, almeno io”.

“Quella mattina, proseguiva Rosaria, mi ero addormentata tardi, perché non stavo in me per l’attesa ed avevo faticato di notte, riservando alle ultime ore prima della luce una parte della mia stanchezza. Ma mi svegliai con il canto del gallo, che poi era quello della mia sveglia che mi avevano regalato i nonni materni da bambina, e fui in piedi come un grillo per prepararmi. Mia madre era già sveglia e mi aveva preparato dei panini con la frittata, che erano una delle delizie che mi attraevano di più sin da quando avevo scoperto che erano il pasto preferito da mio nonno, quando da giovane lavorava ai cantieri navali. L’aria quella mattina era limpida; era l’alba. Mio padre mi accompagnò; per strada ci fermammo ad Arco Felice per prendere Elisa, più o meno come faceva gli altri giorni per portarci a scuola.
Ma era molto più presto, stavolta e la giornata era tutta per noi.

Saremmo tornate di sera: la nave, quando arrivammo al porto di Pozzuoli era già pronta, ma non ci permettevano di salire. Bisognava fare prima l’appello; e così ci sistemammo in un angolo dove avevamo visto due dei nostri professori e salutammo mio padre, che si era raccomandato al prof di latino di darci un’occhiata, di non perderci di vista, rassicurandosi sull’orario di ritorno, più o meno verso le 20, poco più o poco meno, aveva detto il prof. La banchina era un caos di ragazze e ragazzi vocianti e solo dopo che i nostri professori avevano completato l’appello, verificando che tutti ci fossero, ci chiesero di stare in blocco e andarono verso la nave, insieme agli altri loro colleghi, che avevano completato l’appello; e poi ognuno di loro chiamava la sua classe ed in fila ci contavano come le pecore facendoci passare per uno stretto varco. Avevamo notato che c’erano altri gruppi classe che si attardavano, e non salirono a bordo se non quando uno dei marinai non disse loro qualcosa che poi capimmo essere una sollecitazione perché il posto dove era la nostra nave doveva essere occupato da un altro dei vaporetti di linea del golfo di Napoli….

….fine parte 4…. continua….

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MAURO FONDI a “IL DOMINO LETTERARIO” – SPAZIO AUT – via Filippino 24 – Prato – MERCOLEDI’ 24 MAGGIO 2017 ORE 21.00

MAURO FONDI a “IL DOMINO LETTERARIO” – SPAZIO AUT – via Filippino 24 – Prato – MERCOLEDI’ 24 MAGGIO 2017 ORE 21.00

FONDI a Domino AUT 001

AngiolinoUn libro si legge se vi è la curiosità di approfondire il tema che viene annunciato dal titolo e dalla copertina; un libro si legge perché l’autore te ne fa omaggio e ti sei impegnato a presentarlo in una delle prossime occasioni; un libro si legge perchè l’amico che lo ha letto te ne parla così bene da spingerti a farlo; un libro si legge perché dopo le primissime pagine ti prende la voglia di continuare e continuare e continuare…a leggerlo fino alla fine. Diciamo così: il libro che Mauro mi ha portato durante uno degli incontri politici delle ultime settimane, quegli incontri ai quali si partecipa per poter capire quali speranze ha il nostro Paese, quegli incontri nei quali si entra con ottimismo ed entusiasmo e se ne esce (questo accade a me, ovviamente) con delusioni e pessimismo, è appunto “ANGIOLINO si doveva chiamare Benedetti” che mercoledì sera Chiara Gori sotto l’occhio e l’orecchio vigile del sottoscritto presenterà allo Spazio AUT di via Filippino 24 a Prato. Mauro ha presentato questo libro già in altre realtà cittadine e credo non solo cittadine ma io non ho avuto occasione di assistervi. Peraltro nell’ultima presentazione a “L’Hospice” in Piazza del Collegio sono arrivato ma ho preferito eclissarmi per evitare di dover ripetere qualcosa che avrei potuto sentire (sono fatto così, voglio rischiare di dire le stesse cose ma non voglio che mi si dica che ho copiato). Mauro poi si è lamentato perché nessuno gli pone critiche negative e rilievi ed allora in coda all’incontro di presentazione del libro di Giardi e Mannori alla Libreria Mondadori gliene ho proposta una: la suddivisione in quadri separati della vicenda non mi convince del tutto. Ma, per davvero, questa critica è poca cosa rispetto all’intero impianto narrativo del suo romanzo. Piuttosto avrei bloccato il titolo con ANGIOLINO e non avrei aggiunto altro.

Questo lavoro di Mauro Fondi è un tipico esempio di romanzo di “auto-Formazione” strutturato per quadri ognuno dei quali ha un titolo. Esso è il risultato di una ricerca delle proprie radici e rappresenta un utile esempio per quanti altri (e davvero ce ne sono tanti e sono ancora pochi) vogliano accingersi con modalità simili o diverse a ricostruire la propria storia, vangando e rivangando i territori del passato, quello degli antenati vicini così simili ai nostri. La storia di Angiolo ed Annunziata dalla quale prendono il via le epiche e drammatiche vicende narrate e quella dei loro figli rappresenta anche il movimento della gente comune, quella di tutti i tempi, quasi sempre – ma non solo – la più povera.

Scritto con un linguaggio piano, semplice, mai complesso o involuto, ci mostra a pieno i connotati principali di un popolo operoso nel bene o nel male (lo sfruttamento minorile o il contrabbando) come quello toscano, ricco di quella particolare cultura contadina che mette in evidenza la pratica del fare.

Tutti i protagonisti dai più ai meno importanti fanno emergere l’orgoglio del loro lavoro o del loro impegno sin dall’avvio del romanzo nel prologo, e via via lungo l’intero percorso della vicenda che prende inizio da una provvidenziale agnizione nel senso più classico del genere mitologico e favolistico. Mauro Fondi assume i panni ed i connotati del vecchio Ettore, un vagabondo prima per necessità e poi per scelta che assomiglia molto ai vecchi saggi narratori cha hanno fatto la storia delle contrade toscane fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Mauro come Ettore conduce per mano il lettore alla ricerca del passato per riportarlo poi al presente.

Non vi dico null’altro perché la storia è molto ricca ed articolata e va gustata in modo diretto.

FONDI a Domino AUT 001

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE p.3

eremo

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE p.3

Poco prima, infatti, erano arrivate anche delle telefonate da parte di amici che si scusavano ma non se la sentivano di uscire; in verità tutti dicevano che la visibilità era ridotta a zero, che non avevano mai visto una cosa così. A Gipo, appassionato di cinema, ricordava il film di Carpenter “Fog” e i suoi trascorsi tra la valle Padana e le valli tra Feltre e Belluno. Ma a Prato nessuno ricordava una nebbia così. Gipo poi ne aveva in mente un’altra di nebbia, ma era molto più lontana….agli inizi degli anni settanta del secolo prima. Anche in quel caso il luogo dove la nebbia calò in modo pesante, senza vento, era del tutto anomalo per fenomeni di quel genere.

Gipo aveva fatto preparare una torta a Mina, la ragazza del Circolo, esperta in produzioni sia dolci che salate: straordinariamente apprezzate erano le sue “pizze” ma anche la “Sacher” che avrebbe fatto gola allo stesso Nanni Moretti. Ed in onore proprio del Cinema si optò per quest’ultima. Intanto, mentre la si affettava e si stappava una buona bottiglia di Cartizze, eredità del passato ai margini delle colline di Valdobbiadene, e proprio per onorare l’arte cinematografica, Gipo fece partire un mediometraggio al quale teneva moltissimo. Studiando una composizione di immagini tratte da film o da pubblicità, Gipo aveva incrociato la produzione di una marca di pasta, la Garofalo di Gragnano, che per promuovere il suo marchio aveva realizzato interamente alcuni film brevi ma di alto valore sia per i protagonisti che per i direttori, gli autori, i registi.
Tra questi quello che più lo aveva colpito era stato “The (W)Hol(l)y Family”, scritto proprio così, allo scopo di accostare la “Sacra Famiglia” ad una “Interamente famiglia” o “Una famiglia che si ricompone”. L’autore di quel film era uno dei fondatori dei mitici “Monthy Python”, Terry Gilliam e la storia narrata era ambientata tra Napoli e Bacoli, proprio i luoghi di origine di Rosaria e Gipo.

……………………………………

“Ho un ricordo anche io di una nebbia pesante e densissima. Avevo 15 anni e la mia scuola aveva organizzato una gita un po’ diversa dalle solite anche se in linea con la realtà dove vivevamo” disse Rosaria. “Andammo all’isola di Ponza. Noleggiammo una nave dalla compagnia di navigazione del Golfo di Napoli. Era subito dopo il primo Maggio, non ricordo di preciso. Era una splendida giornata sin dall’alba. Cielo sgombro di nubi; un bel caldo più che primaverile…”.

…fine parte 3….continua

DISGUSTO – RIPUGNANZA – NAUSEA sono i sinonimi di “schifo” ed è quel che provo…..

DISGUSTO – RIPUGNANZA – NAUSEA sono i sinonimi di “schifo” ed è quel che provo…..

PERCHE’?

A chi chiede il perché alcuni di noi che hanno fondato il PD ritengono che quello di ora è il risultato di una trasformazione maligna di tipo antropologico culturale non si fa fatica a rispondere con un’altra domanda, altrettanto retorica: “Mentre più di centomila cittadine e cittadini erano a Milano alla Marcia antirazzista dove si trovava il Segretario riconfermato del PD, Matteo Renzi, il quale ha declinato l’invito a partecipare dicendo che era impegnato “altrove”?”.

Il luogo dove si trovava era a Milano in Viale Pasubio a 7 minuti da Porta Venezia, da dove la Marcia è partita (due chilometri e mezzo di distanza).
Ma ciò che è maggiormente significativo è che si trovava a parlare in quella che “inopinatamente” è stata dedicata a Pier Paolo Pasolini come Scuola del Partito Democratico.
Proprio Pier Paolo Pasolini che ai temi della multiculturalità, della accoglienza, della condivisione, dell’apertura delle frontiere aveva dedicato pagine e pagine, a partire da quella bellissima lirica “Alì dagli occhi azzurri”.

…………………………

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici,e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
” Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.

……………………..
Essi sempre umili
essi sempre deboli
essi sempre timidi
essi sempre infimi
essi sempre colpevoli
essi sempre sudditi
essi sempre piccoli,
essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,
essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi
in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,
essi che si costruirono
leggi fuori dalla legge,
essi che si adattarono
a un mondo sotto il mondo
essi che credettero
in un Dio servo di Dio,
essi che cantavano
ai massacri dei re,
essi che ballavano
alle guerre borghesi,
essi che pregavano
alle lotte operaie…

Non c’è bisogno di dire altro se non che da una parte Pasolini è stato “infangato”, “ucciso” ancora una volta da questi arroganti venditori di illusioni, al cui capo si è posto Matteo Renzi; dall’altra con molta franchezza provo un senso di ripulsa sempre più forte verso coloro che guardano con speranza (!!!) al futuro del nostro Paese, aderendo o sostenendo da fuori il Partito Democratico.

GIUSEPPE MADDALUNO

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE p. 2

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE p. 2

(la prima parte è stata pubblicata il 17 maggio u.s.)

E Gipo non ci pensò su due volte. “Erika, ti presento Rosaria. Potrebbe essere la persona giusta!” La prescelta si schermì sorridendo, ma Erika non le diede scampo. “Allora, scambiamoci il numero di cellulare. Stasera ti chiamo e fissiamo”. Era una ragazza pimpante e decisa, non era facile dirle di no. Ovviamente, se Rosaria avesse accettato poteva farlo anche con Gipo, che aveva in animo di costruire un gruppo per una modalità di teatro fatto di letture su temi sempre diversi o per supportare presentazioni di libri. E così accadde che di lì a poco il telefono di Rosaria ricevette, dopo quella di Erika, la proposta di Gipo.

“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo.

Erano già le 21.15 e mancavano all’appello Rosaria e Flo: Manlio, il quarto della compagnia, era già arrivato poco prima e si andava preparando in un angolino della sala, ripetendo gesti ed intonazioni in forma silente, bisbigliando come le “beghine” tra i banchi delle chiesette. Arrivando aveva annunciato che c’erano state delle difficoltà nel pur breve viaggio (abitava a un paio di chilometri dall’altra parte della città) a causa di una nebbia che stava calando, a causa della quale c’era stato anche qualche piccolo incidente. Prato non ha quasi mai conosciuto la nebbia, essendo collocata allo sbocco di una vallata appenninica dalla quale spira sempre un gran vento; e nessuno ci è abituato. In effetti sembrava anche strano che di pubblico a quell’ora non ce ne fosse: l’argomento non era di certo ostico, nè filosofico nè politico nè tantomeno scientifico a livello di grande ricerca; e poi il gruppo era anche conosciuto ed era seguito, in altre sedi aveva ben funzionato. Erano le 21.30 e solo a quell’ora arrivarono Rosaria e Flo accompagnate da Satore, il marito di Rosaria, che ci salutò: “C’è una gran nebbia; non si vede quasi più nulla. Abbiamo dovuto procedere a passo d’uomo o forse molto meno”. Il pubblico a quell’ora era composto dalla compagnia “allargata”, dal Presidente del Circolo e da due componenti del Consiglio, che normalmente operavano lì.
Che fare? Gipo si sedette chiedendo agli altri di fare lo stesso e poi, con il telecomando, avviò la proiezione di alcuni spot pubblicitari intorno al tema del Cibo, abbassando però al massimo il sonoro e senza spegnere le luci. Lo fece così tanto per aspettare nella speranza che a quell’ora, ormai erano le 21.45, qualcun altro arrivasse. Chiese poi a Rosaria e Manlio di leggere nel frattempo qualcosa, a mo’ di prova aperta, senza necessariamente mantenere l’ordine della scaletta sulla quale si erano preparati. Alle 22.00 poi ci si guardò negli occhi e concordemente si decise che si poteva annullare il tutto, chiedendo però al Presidente se ci poteva portare qualcosa da mangiare e da bere: lo avevamo concordato in cambio del nostro impegno, ma Gipo aggiunse: “Ovviamente, ciascuno di noi contribuirà alle spese”.

…fine parte 2…. continua

Nebbia_in_città

ORGANIZZARE LA PARTECIPAZIONE DAL BASSO

ORGANIZZARE LA PARTECIPAZIONE DAL BASSO

Conosco perfettamente i limiti giuridici assegnati agli Enti locali per la istituzione di Circoscrizioni sul loro territorio. Prato ha poco meno di 200.000 (192.492 al 31.03.2017) abitanti e dunque non rientrerebbe tra quei Comuni per i quali “istituzionalmente” è prevista la presenza di Circoscrizioni.

Pur tuttavia, ripercorrendo la storia dei passati decenni, troveremmo che il Decentramento amministrativo in questa città ha funzionato egregiamente fin quando le forze politiche di maggioranza e di governo le hanno tollerate. La pratica della Democrazia partecipata è stata una delle palestre attraverso le quali si è formata una parte preponderante della classe dirigente locale. Ovviamente – e tutti lo sappiamo – la Democrazia è impegno costante: la fatica con la quale le Amministrazioni hanno dovuto far passare le loro scelte, a volte non pienamente condivisibili dai territori coinvolti, hanno indotto a marginalizzare ed a neutralizzare progressivamente il ruolo del Decentramento.

Rispondo a chi ha rilevato che la “partecipazione” è organizzata da Partiti e Sindacati: forse non conosce lo stato di crisi di queste due Istituzioni; forse è convinto che esse siano ancora baluardo di Democrazia. Io vorrei che così fosse ma poiché non sempre lo è mi attivo a rilevarne le contraddizioni. La mia preoccupazione fra l’altro sono “i piatti di lenticchie spesso avariate” che vengono offerte dal Potere (che “può”) a coloro che ne sono affamati (che “non possono”). E’ la battaglia eterna tra chi gestisce il Potere e gli “incapienti ideologizzati”.

L’alternativa (!) alle Circoscrizioni proposta dall’attuale Amministrazione è un meccanismo solo apparentemente democratico che non può essere accolto come prospettiva: propongo di studiare “alternative” democratiche della pratica partecipativa per la prossima legislatura, che vadano a sanare il vulnus che si è voluto creare per umiliare, mortificare la volontà dei territori. Ovviamente, per poter realizzare tali progetti bisognerà attivarsi alla ricerca di risorse “umane” su tutti i territori: a mio parere occorrerà andare al di là – oltre – della strutturazione in 5 aree (macro, come quella che Prato aveva fino al 2014 e che fu fatta “consumare” lentamente) nè tantomeno di quella in 11 quartieri (la stessa San Paolo di cui sono più esperto ed a mo’ di esempio potrebbe essere suddivisa in tre: Borgonuovo, San Paolo e via Filzi-via Pistoiese). Ogni frazione o sotto-frazione dovrebbe avere una “struttura” a base volontaria, ma parliamone meglio. E soprattutto fuori il coraggio e senza paura! La Democrazia non ci può far paura.

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PROVE DI DIALOGO sulla Sinistra (dal 2014 a oggi)

PROVE DI DIALOGO sulla Sinistra (dal 2014 a oggi)

Il mio blog è un luogo nel quale esercito la mia cittadinanza attiva e le mie passioni culturali. Negli ultimi tempi, deluso profondamente dalla deriva personalistica del Partito che ho consapevolmente contribuito a fondare (la consapevolezza, se si vanno a leggere le fasi che hanno contraddistinto la nascita del PD e le mie posizioni, è stata sempre caratterizzata dalla mia presenza critica: il PD nasceva per superare le criticità delle forze politiche, con il desiderio di ampliare il confronto democratico a Sinistra, e le mie battaglie sin dal 2007 si sono indirizzate verso quell’obiettivo, avendo rilevato già in anticipo molte tra le tantissime contraddizioni presenti, che avrebbero finito per mortificare l’impegno onesto di tantissimi militanti a vantaggio di poteri locali resistenti e reazionari), mi sono impegnato insieme ad altri vecchi amici e compagni a lavorare per la costruzione di una possibile Alternativa di Sinistra a partire dai nostri territori.
Trovo utile, però, ricostruire alcune fasi, senza partire da tanto lontano. Cercherò di avere il tempo per parlare delle mie esperienze nella fase di avvio del PD in altra occasione.
Nel 2014, allorquando già il mio rapporto con il PD era logorato, nell’approssimarsi della campagna elettorale per le Amministrative (il Comune di Prato era governato da una Giunta di Centrodestra) alcuni di noi – io e miei amici-compagni – ci avvicinammo (invitati peraltro a farlo, avendo acclarato il nostro malessere) alla “galassia” della Sinistra che si riuniva in preparazione dell’appuntamento elettorale. Eravamo considerati, a conti fatti, portatori (non del tutto) sani di un virus particolare contratto evidentemente nell’atto fondativo del PD, per la qual cosa non ci sentivamo del tutto a nostro agio, anche se cercammo, stimolati a partecipare in modo concreto, di proporre una modalità di confronto che avevamo praticato con successo sui nostri territori, e che fu immediatamente bloccata senza tante spiegazioni, forse perchè “infetta”.
Quello che accadde dopo, e forse spiega il rifiuto di un nostro specifico contributo troppo chiaramente “alternativo”, è scritto sul web ( http://www.po-net.prato.it/elezioni/2014/ ).
Consultatelo per andare avanti, in tutti i sensi.

Di certo ricordo bene gli inviti di Diego Blasi a noi reprobi piddini per riportarci all’impegno. Ma dove? All’interno di un percorso apparentemente alternativo ma parallelo e subalterno al Partito Democratico. Infatti la Sinistra (Sinistra, Ecologia e Libertà – SEL e Federazione della Sinistra) non si pose in alternativa al PD ma ne sostenne il candidato Sindaco Biffoni.
Andate a scorrere i risultati delle due liste e troverete le risposte alla necessità di un soggetto alternativo al PD, ancor più oggi dopo le ”prove” pessime di un’Amministrazione che non ha mai nascosto il suo sguardo più attento al consenso delle Destre piuttosto che a quella parte che doveva essere naturale punto di riferimento di una forza che nasceva per rafforzare la partecipazione democratica alla ricerca di una maggiore equità sociale: la Sinistra democratica e progressista.

La recente discussione sul nome potrebbe però essere a questo punto e nuovamente (nessuno di noi auspica la ripetizione del percorso del 2014) una delle cartine di tornasole sulle paure e le contraddizioni dell’attuale Sinistra con la quale abbiamo accettato di confrontarci e nella costruzione della quale vogliamo essere partecipi e protagonisti. Segnare il territorio ideologico (troviamo che sia una vera e propria “baggianata” ad uso dei creduloni, e purtroppo ce ne sono tanti in buona fede, questa idea che le ideologie siano tramontate) è fortemente necessario per la creazione di un’identità che serve più all’esterno che all’interno. Probabilmente è molto più importante, per chi propone tale soluzione, il non inserimento del termine “Sinistra” piuttosto che per coloro che vi si oppongono ribadendo la necessità di contraddistinguersi: non si sa mai che qualche epigono-peduncolo del PD in sede di competizione elettorale non tiri fuori nella sua denominazione occasionale una pseudo appartenenza alla Sinistra!
In verità ciò che sarebbe più urgente è un progetto che, partendo dalle infinite criticità dell’azione amministrativa e dalle mancanze democratiche sui nostri territori, segni irrevocabilmente la differenza tra PD e SINISTRA.

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NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo ARCI dove Gipo e Rosaria quella sera avrebbero presentato un collage di immagini e letture sul tema del “Cibo” con assaggi gastronomici.
Erano le 20.40; Gipo, che era di casa e si era presentato sul posto in anticipo, aveva sistemato i materiali tecnici per la performance ed apparecchiato i tavoli dai quali i suoi collaboratori avrebbero poi letto e recitato alcune poesie sull’argomento.
Gipo era a Prato da più di trenta anni e proveniva dalla zona flegrea; si era sempre occupato di Cultura, sia nella sua professione di docente sia nella sua attività politica sia ancora in quella di tipo amatoriale ora che era in pensione.
Rosaria era molto più giovane di Gipo e quasi certamente l’incontro tra i due era stato aiutato dalla loro provenienza dai luoghi del mito classico, da cui è nata la principale tradizione storica del nostro Paese.
Lei era di Bacoli, lui di Pozzuoli.
Era stato un puro caso a farli incontrare: quella sera di settembre inoltrato sui gradoni del Serraglio, dove si svolgeva un happening di letture, Gipo aveva in un primo tempo scelto un brano da “Le ceneri Gramsci” di Pasolini ma si era trovato in un programma dove di norma tutti sceglievano liberamente ed in tanti altri avevano proprio privilegiato il poeta friulano; Gipo aveva però previsto – lo faceva sempre con la consapevolezza dell’imprevisto – di leggere qualcosa d’altro ed aveva con sè una gustosissima poesia di Raffaele Viviani, autore al quale aveva dedicato molto nella sua giovinezza partenopea. E la lesse, intonandola in modo tale che potesse essere, con l’aiuto della mimica facciale, più comprensibile possibile a tutto l’uditorio in gran parte toscano.
Al termine della serata, Rosaria si fece avanti, complimentandosi con l’anziano Gipo ed utilizzando quella inflessione molto particolare dei “bacolesi” non facilmente ripetibile nelle trascrizioni: “Sei stato molto bravo, anche la mia amica che è di qui, ha capito la descrizione del vicolo napoletano”. Altri si complimentarono chiedendo che vi fossero occasioni ulteriori per risentire quelle gustosissine descrizioni popolari degli ambienti napoletani.

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Erika quella mattina di ottobre prendeva il treno dei pendolari: era una giovanissima ragazza dai lunghi capelli biondi ed un sorriso smagliante. Gipo non ricordava quando l’aveva conosciuta; probabilmente durante gli happening poetici da lui proposti per anni e anni, ma non ne era sicuro. Tuttavia Erika aveva una passione fortissima verso il teatro e si era già cimentata egregiamente in un “musical”. Gipo accompagnava a quell’ora la figliola alla stazione ed il binario era stracolmo di gente varia, tante sconosciute e qualche faccia nota, qualcuna da salutare, qualche altra da schivare. E quel giorno c’era anche Rosaria, alla quale, dopo averla salutata amichevolmente, Gipo presentò la figliola. Erika non si era accorto di Gipo ma, non appena lo vide, gli si avvicinò. “Che piacere! Sei anche tu qui a quest’ora. Cosa stai combinando con il teatro?”. Erika sorrise e spiegò a Gipo che aveva avviato un progetto con una residenza per anziani autosufficienti e che aveva scritto un suo testo e lo stava preparando con gli ospiti di quel luogo per le feste di Natale. Fece anche il nome di altri suoi collaboratori che Gipo ben conosceva e poi: “Avrei bisogno di una figura femminile matura. Ne hai – gli chiese, consapevole dell’esperienza del suo interlocutore – qualcuna da suggerirmi?”

….nebbia che scende nebbia che sale…. fine parte 1…….continua

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RIFLESSIONI sulla Sinistra

RIFLESSIONI sulla Sinistra

Stiamo lavorando per costruire una nuova formazione più che civica nell’ambito della Sinistra, una Sinistra nuova che guarda anche a quella società “di Sinistra” che non riconosce più la sua appartenenza a quella che fu nella seconda parte del primo decennio del nuovo secolo la costruzione del Partito Democratico; una Sinistra che impari dagli errori suoi e da quelli delle altre forze che declinano il proprio operato mantenendo alla base di esso i valori fondamentali della giustizia sociale, della libertà, della laicità, della Democrazia.
Abdicare a riconoscersi apertamente nella Sinistra anche soltanto nella denominazione andando alla ricerca di un termine che sia un amo da lanciare ed un surrogato da propinare è un atto fondamentalmente “ipocrita”, costruito soltanto per limitare, senza approfondirne le ragioni, il pregiudizio spesso fondato verso una forma di elaborazione politica che non va molto al di là della “professione di fede”, e ne evidenzia denunciandolo spesso in modo schizofrenico l’aspetto utopistico ed autoreferenziale.

Per valutare il valore dell’attuale Sinistra pratese e per operare un raffronto scientificamente corretto occorre riferirsi agli ultimi risultati delle Amministrative del 2014.
Andateli a guardare e capirete intanto quanto valga una forza politica che si appiattisca su un carrozzone guidato dal Partito Democratico; allo stesso tempo andate a guardarne i programmi: nulla di nuovo e diverso rispetto a proclami generici che utilizzano parole che hanno una forza meramente ideologica e per niente innovativa: non si dialoga ma ci si parla addosso.
Sono convinto che da questo punto di vista occorrerà partire dalla gente; va benissimo la fase di costruzione della nuova formazione all’interno di gruppi ristretti, ma non possiamo continuare a parlare tra di noi rimanendo fermi nei nostri centri “di gravità permanente”, lo so, nè più nè meno così come per ora vado facendo io.

Di certo occorrerà attenuare i personalismi: ce ne sono fin troppi. Porto un esempio concreto.

Seguo le chat con grande difficoltà, ma partono treni a tutte le ore, inseguendo semplicemente le urgenze. E non c’è un senso comune che le coordini, le diriga, ne riesca a sanzionare gli eccessi, a indirizzarne le risorse e valorizzarne i meriti.
In verità, se c’è un’egemonia è quella della “confusione” che non può essere tollerata: la “Democrazia” non è “Anarchia”, anche quando si aggiunga loro la caratterizzazione ideologica “di Sinistra”.
E’ di certo il limite delle tecnologie contemporanee.

Infine, chiudo (il post deve avere una sua brevità) chiedendo a coloro che hanno considerato “tranchant” il mio giudizio sull’attuale Sinistra di Prato (ma non è diversa la realtà altrove) o che non si sono detti d’accordo con me di spiegare meglio il loro pensiero, sostanziandolo di pragmatismo. Le mie critiche non sono originate dalla volontà di sostituire chicchessia: piuttosto – lo dico con chiarezza – la mia preoccupazione è che si valga ancora una volta come il “due di picche” e che non si riesca a contare in questa città, in questo Paese se non come appendice inutile di altre forze politiche. La mia preoccupazione è che si vada a sterilizzare una parte di elettorato “fastidioso” e che poi siano sempre i soliti ad occuparsi della “cosa pubblica”.

My name is Joshua

LA SINISTRA deve essere in grado di…..

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l’immagine in evidenza rappresenta l’allontanamento di quelle classi sociali dalla Sinistra! Diamo loro ascolto e voce!

LA SINISTRA deve essere in grado di…..

LA SINISTRA deve essere in grado di rinnegare molte delle pratiche che ha prodotto, che si sono sempre più contraddistinte in forme ideologiche radicali che non riescono a dialogare con la maggioranza della gente, soprattutto quella parte che non esiterebbe a collocarsi in una posizione democratica e progressista.

Continuo a difendere l’identità della SINISTRA, basata sui suoi principi e valori, ma vedo la profonda necessità di attivare una fase critica che sappia analizzare gli errori strategici, che i suoi sacerdoti spesso commettono, vantandosene.

La capacità di inclusione politica deve essere ampia, altrimenti la SINISTRA continuerebbe ad essere operazione ideologica accademica marginale.

Il Partito Democratico non è in grado di produrre un vero rinnovamento, impastoiato come è all’interno di meccanismi di tipo economico-finanziario che limitano l’azione di coloro che non accettano la mutazione genetica renziana.

E’ per questo che occorre saper ascoltare il mondo che ci circonda ed essere capaci di parlare a quelle compagne e compagni, a tutte quelle persone che ancora si ostinano a mantenere un rapporto interno o esterno con quella leadership.

Per poterlo fare, bisogna cambiare strategia, mantenendo ben dritta la barra dei principi e dei valori fondamentali, a partire da quelli scritti con il sangue dei partigiani nella Carta costituzionale e puntando verso obiettivi che realizzino l’equità sociale, la valorizzazione dei meriti, il giusto riconoscimento delle competenze, un livello di “Democrazia partecipata” che non sia soltanto di facciata.

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