Osservare il dito che indica la luna

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– l’immagine in evidenza riporta la copertina dell’ultimo numero di “Internazionale” che contiene un ampio reportage del giornalista britannico Daniel Trilling dal titolo “Cinque miti da sfatare sull’immigrazione” –

Osservare il dito che indica la luna

La mia ostinazione rischia di diventare ossessione. Utilizzo semplificazioni ma non credo affatto di essere semplicistico. Sarò presuntuoso, ma non tanto quanto lo sono coloro che alle mie semplificazioni fanno corrispondere in modo esclusivo le loro.

Cerchiamo di avviare una ricerca del bandolo della matassa intricata da troppe omissioni istituzionali irrispettose dei valori e dei dettami costituzionali, tollerate per una mera difesa di interessi spesso molto particolari,  ipocritamente mai esposti con la dovuta necessaria chiarezza.

Il nostro Paese si è da sempre caratterizzato per una profonda incapacità di rispettare e far rispettare le regole che pure i diversi Governi attraverso i loro referenti parlamentari hanno prodotto nei decenni. Regole su regole, contraddittorie e confuse, hanno creato un profondo discredito nell’opinione pubblica internazionale e nazionale, che pure ne ha approfittato per produrre vantaggi esclusivi. In questo caos prolifera una casta che tuttavia non riesce a produrre benefici per una gran parte di se stessa: quella degli avvocati,  “alcuni”  dei quali possono a buon diritto essere paragonati a novelli Azzeccagarbugli (ovviamente il riferimento ha degli ottimi motivi per sussistere).

Ciascuno di noi può, avendone pieni diritti, contestare le scelte governative; nondimeno però occorre farlo nel merito e nella sostanza, avanzando proposte credibili non utopistiche e ideologiche.

Non si può continuare a dire solo “NO”, ma occorre argomentare e proporre alternative, che siano tuttavia complessive, progettuali, programmatiche con una visione prospettica lunga. E’ l’unico modo possibile per acquisire credibilità.

Il dibattito degli ultimi giorni sulle vicende dell’immigrazione, sovraccaricate dalla furia leghista, fa emergere un Paese spaccato in due ma con una maggioranza che alla fin fine, pur connotandosi di un’apparente patina di solidarietà verso i migranti e condivisione delle loro sofferenze, sostiene il pugno duro mostrato da Salvini, fresco di incarico come ministro degli Interni.

Nel frattempo  la parte che si contrappone a questa forma selvaggia di affrontare i temi dell’Immigrazione innalza la bandiera della solidarietà e dell’accoglienza, senza fornire indicazioni che avviino perlomeno a delle soluzioni i problemi che l’afflusso ormai incontrollabile di migranti comporta soprattutto al nostro Paese.

Si obietterà che non tocca all’opposizione avanzare proposte: ma chi “oggi” vi è relegato è stato fino a pochissimi giorni fa al Governo del Paese e non è stato in grado di affrontare e risolvere le questioni di cui si discute.

Il Mondo occidentale, che per noi è innanzitutto l’Europa, non ha fornito finora aiuti concreti, se non concessioni sporadiche e meramente economiche, mostrando così la propria incapacità a fronteggiare sul serio le continue emergenze.

Il nostro Paese ha “democraticamente” risposto il 4 marzo scorso ed, a conti fatti, era davvero inevitabile che il risultato di quelle elezioni potesse essere diverso.

Il quadro “politico” presentava un Centrosinistra che non era riuscito a trovare soluzioni ai problemi interni ed una Sinistra ancora troppo ideologica, piegata sulla scelta di confermare le proprie idee ma senza sbocchi credibili, ancora ancorata ai fondamentali ideologici.        Soprattutto questi ultimi dovevano (e dovranno) necessariamente trovare delle declinazioni oggettive razionali per superare la contraddizione tra quel che si dice, quel che si scrive e l’applicazione pratica di tutto questo.

Occorre saper superare anche le affermazioni dogmatiche di tipo religioso che puntano spesso sulla straordinaria buona volontà, disponibilità ad accogliere,  della gente.      Bisogna riconoscere che troppo spesso questi comportamenti hanno creato una deregulation formale della quale tutti finiremo per pagare le conseguenze.

Ne riparleremo.

Joshua Madalon

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PICCOLE (ma signifIcative) INEFFICIENZE parte 2

 

Attese

 

– la prima parte è stata pubblicata lo scorso 8 giugno –

 

PICCOLE (ma signifIcative) INEFFICIENZE

2.

“Santa pazienza!” penso ma so di averne anche se non sempre riconosciuta. “Le scrivo anche il numero di telefono…non so se a quest’ora ci sono; in ogni caso sono nei piani alti dove c’è la Direzione!” aggiunge, nel mentre che si infila in una delle porte.

Anche la signora ascolta ma quando le faccio cenno del mio disappunto, mi rivela che lei non è interessata ai buoni per i celiachi; deve fare uno striscio! “Mondo confuso!”  ripenso ma ancor non mi esprimo. Passano alcuni minuti e la signora dal càmice bianco non riappare e temo che sia stata ingoiata da altre incombenze. Decido di affacciarmi, chiedendo innanzitutto il permesso rassicuratore ai numerosi astanti in trepida attesa, non so di che cosa perché a questo punto non capisco cosa sia questo ufficio.

Non vedendo la mia ipotetica e potenziale benefattrice pongo il quesito ad un’altra signora “in borghese”; mentre anche lei mi ripete che “Non è qui!” riappare la prima che un po’ stizzita mi consegna un foglio con una scritta per ipovedenti con un numero di telefono, ripetendo che “Le ho già detto che è dall’altra parte, dove c’è la Direzione. Telefoni perché non vi è accesso ai privati!”. “Strano! Sarà quel che dicono loro i Dirigenti!” pensai “ma io, da privato, in quegli spazi ci sono stato già in un’altra occasione. C’è anche il “Centro per i Diritti del Malato”. Potrei ritornarci, proponendo che tra i Diritti sia prevista anche quello di poter essere informati in modo preciso. Molto spesso, come sta accadendo a me, essendo in forma, pur settantenne e blablabla…, non è per niente piacevole per una persona, semmai anziana ed in difficoltà economiche e fisiche,  dover essere sballottato da una serie di “Non è qui!”.

Mentre penso, trotto di ritorno verso la sede principale dell’Ospedale. Ho ben capito dove andare e mi ci dirigo senza perdere tempo, anche perché sono già le 11.30 e vuoi vedere che tra una corsa e l’altra arrivo fuori tempo massimo?

Per non sbagliare prendo l’ascensore. La Direzione è per l’appunto al terzo piano in uno splendido e dorato isolamento. Il “memory” del marchingegno mi ferma al primo piano dove una coppia di mezza età mi fa presente che, anche se lo hanno chiamato per scendere, mi concedono di farsi scarrozzare al terzo, forse perché notano il mio volto concitato dal caldo estivo. “Grazie!” dico loro e abbozzo un sorriso. Al terzo piano ci sono dei reparti per degenti sulla destra, ma io devo andare di fronte sul lato sinistro. La porta è chiusa, me lo ricordo, anche perché le altre due volte che ci sono stato lo avevo sperimentato. In effetti, è vero che non vi è “accesso” e la porta a vetri non è dotata di maniglie, ma decido di agire: c’è una signora, sola nel lungo corridoio, busso sul vetro e mi faccio notare, ci provo, le chiedo di aprire il varco.

Sono fortunato, stavolta. Mi apre e le chiedo subito se sa dove distribuiscono i buoni per la celiachia.

…fine parte 2…. (purtroppo) continua…..

 

Joshua Madalon

 

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NAPOLI E’…..

 

35051421_10213486552610647_3364953700702355456_nNAPOLI E’…..

La città di Napoli è “naturalmente” vulcanica. E lo sono in modo diretto i suoi abitanti. Geniali, estroversi, fantasiosi. C’è davvero un mondo intero da scoprire. A fronte dei discrediti cialtroneschi che ci tocca sopportare accolgo con grande sottile piacere i complimenti di amici antichi ed occasionali che venendo a Napoli riescono meglio di tanti altri a cogliere lo spirito partenopeo. Ovviamente ogni gesto può essere una “provocazione”. Ma questo è! D’altronde Pino Daniele ha delineato con pennellate ricche di sana ironia il carattere profondo della napoletanità ed  il grande John Turturro ha creato uno dei suoi capolavori sull’anima napoletana ricorrendo proprio alla canzone tradizionale.

Osservate, ad esempio quel che accade in Piazza San Domenico Maggiore a due passi dalle sedi universitarie della “Federico II” di via Mezzocannone.  Qui c’è una “classica” Università di strada tipicamente napoletana. C’è un Rettore e ci sono due posti per i laureandi.

Non inserisco le foto dei volti del Rettore Magnifico e dei due giovani laureandi per motivi di privacy.

 

J.M.

…e questo è altro!

 

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…e con il contributo del Comune….

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 3

 

PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 3

 

Riprendemmo la strada del ritorno ripercorrendo quella dell’andata, mentre la giornata si faceva più calda ed afosa. Avevamo previsto di fermarci ad un supermarket adiacente al Cimitero ma riflettemmo sul fatto che una volta fatto acquisti  deperibili avremmo dovuto necessariamente far ritorno a casa, anche perché, appesantiti dalle borse colme di derrate non potevamo pensare di proseguire nel nostro primo pedonale vagabondaggio flegreo.

Arrivati alla piazza Francesco Capomazza, quella subito dopo la Chiesa della santissima Annunziata, la attraversammo per utilizzare la via Pergolesi, intitolata al grande musicista che poco più avanti concluse la sua vita terrena, a soli 26 anni, il 16 marzo del 1736.

 

 

 

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Sulla destra, mentre si intravedeva il panorama del Golfo di Pozzuoli con un ampio sguardo sulle bellezze dei Campi Flegrei, un altro grande vallone abbandonato ma ricchissimo di vegetazione ci  rendeva  esplicito il lavorio intenso della natura con la sua grande bellezza. A sinistra una lunga fila di persone di età diversa si accalcava all’ingresso del carcere per fare visita ai propri congiunti, vivi.

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Mentre dirigevo la telecamera sulla destra, evitavo con accortezza il lato sinistro; ma subito dopo lanciando lo sguardo verso l’alto non era possibile distoglierlo dalla lunga ed “appesa” scalinata che portava alla Chiesa di Sant’Antonio da Padova.  Eretta nel 1472 e dedicata congiuntamente a San Francesco d’Assisi andò distrutta per il cataclisma naturale del 1538, che aveva sconvolto tutta l’area. In quel luogo c’era  stato dunque anche  il Convento dei Cappuccini dove morì Giovan Battista Draghi detto Pergolesi, a causa della tubercolosi. Il giovane ormai affermato violinista sperava di poter guarire utilizzando l’aria salubre dei luoghi flegrei, ricchi di vapori e fanghi benefici; ma la sua salute era già stata compromessa da una serie di fattori genetici che avevano visto perire prematuramente gran parte della sua famiglia.

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Proprio poco più giù scendendo c’era stato negli anni passati uno stabilimento termale, che nel tempo era stato abbandonato per incuria gestionale. Quando ero ragazzo frequentavo con assiduità  il Cinema che aveva occupato parte delle Terme, che dal suo antico proprietario aveva preso il nome, “Lopez”.

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Da qualche anno sapevamo che, dopo la chiusura definitiva delle Terme e quella del Cinema, alcune anime imprenditoriali si erano attivate per recuperare  quella attività. Nel frattempo si erano progressivamente concluse le vicende di altri stabilimenti come quello detto de “La Salute” e poi le “Terme Puteolane”, entrambe sulla strada che porta a Bagnoli. Eravamo già passati di là alcuni mesi addietro, avendo intravisto un accenno di recupero del complesso,  incoraggiati anche da cartelli che pubblicizzavano attività turistiche. Eravamo entrati ed eravamo stati informati di una prossima ma non precisata riapertura.

Non speravamo, quindi, di avere risposte diverse e nuove, ma decidemmo di entrare nuovamente in quegli ambienti per sincerarcene. Con nostra sorpresa, dopo un breve percorso dall’ingresso si intravedeva  un salottino al piano inferiore molto lindo e curato. Non c’era nessuno a ricevere eventuali visitatori o curiosi importuni e scocciatori come potevamo essere noi; ma mentre scattavo qualche foto si era palesata una signora in palese tenuta da cameriera che, al nostro cenno di indicazioni, ci aveva invitati a procedere senza indugi o timidezze. Più avanti si sentivano delle voci dall’ inconfondibile slang locale e si procedette in quella direzione.

….fine parte 3….

 

Joshua Madalon

PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 2

 

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 2

Passando davanti alla Chiesa buttai lo sguardo all’ingresso come d’abitudine si fa con un luogo amico. Compresi che tanto tempo era trascorso da quando frequentavo quegli ambienti. Ma a quell’ora non si intravedeva alcun movimento, non sarebbe stato possibile.  Ci inoltrammo su via Luciano, la strada degli addii perché porta al Cimitero. Sulla sinistra cespugli incolti dietro un alto cancello nascondevano il vialetto di ingresso ad una Villa signorile, che apparteneva ad una famiglia che ebbi modo di conoscere da bambino, avendo ricevuto in quel luogo  lezioni private per la “primina” alla quale mi inviarono i miei genitori. Più in là da adolescente ho frequentato quei luoghi perché amico di Ludovico un mio coetaneo del quale ho perso le tracce da un mezzo secolo circa. La villa era interamente abbandonata, circondata da alberi alti e rovi pungenti, allo stesso modo con cui lo erano altre vestigia imperiali all’esterno di quella.

 

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Camminammo lungo la strada tra abitazioni popolari fatiscenti e sorrette da travature di acciaio per difendere i passanti da un possibile crollo e manufatti ristrutturati, tra i quali quelli del complesso che appartiene alla Curia vescovile e che, prima del picco del bradisismo agli inizi degli anni ’80, ospitavano giovani orfani e bisognosi di sostegno economico per gli studi. Dagli anni Ottanta, poi, il “Villaggio del Fanciullo” aveva accolto tutto l’Archivio e la Biblioteca Diocesana. I suoi spazi moderni ed accoglienti vengono utilizzati per Convegni e Seminari non solo afferenti alla cultura cattolica. Poco prima del “Villaggio” c’era uno spazio semi verde che forniva l’idea dell’incuria e dell’abbandono: si trattava di un vallone incolto adibito ad attività artigianali.

Poco oltre sulla sinistra grazie ad un muro meno alto degli altri si apriva a noi uno splendido panorama sul Golfo di Pozzuoli.  Sollevando il nostro sguardo al di sopra del muretto  scorgemmo altri ruderi più corposi ed apparentemente meno trascurati. Si trattava dello Stadio Antonino Pio, una vera e propria rarità, il cui trattamento ci spingeva a maggiori preoccupazioni per il futuro rispetto delle “storie”: l’incuria verso il passato è segno di una inciviltà barbarica.

Era abbastanza presto; di prima estate in prossimità del solstizio i frequentatori del cimitero si riducono, soprattutto nei giorni infrasettimanali lavorativi. Avanzammo lentamente per rendere il nostro saluto ai parenti più stretti. C’era un grande ordine nei viali. Sostituimmo i fiori fradici rinsecchiti e scoloriti con nuovi e sgargianti oggetti floreali in plastica, non essendo consentito con la stagione calda il deposito di fiori freschi. Tra le tombe notammo che in qualche vasetto di nostra pertinenza  avevano sottratto – o erano magicamente spariti – ogni traccia di fiori. Pensammo anche ai colombi che imperversavano nelle aree protette da loggiati, accomodandosi sugli steli fogliosi a costruire una sorta di loro esclusivo nido. Non che quelle bestiole li avessero portati nel becco da una tomba all’altra, ma che li avessero fatti cascare e…raccogliere da qualche umano passante.

Muovendoci da una parte all’altra del luogo gettavo lo sguardo ad osservare cognomi e nomi e date, anche alla ricerca di visi da me conosciuti; per anni ero stato via e di alcuni avevo perso le tracce e non sempre i pochi amici rimasti mi informavano delle “storie” concluse.

….fine parte 2…..

 

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PASSEGGIATE FLEGREE – giugno 2018

 

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PASSEGGIATE FLEGREE – giugno 2018

 

“Fru fru!  Frufruuuu!” la donnina attempata ma dalla figura eretta vagava sulla strada assolata del primo pomeriggio caldo di giugno. Il selciato era sconnesso e la via,  ingombra di auto parcheggiate, polverosa anche per i lavori di rifacimento di alcune facciate rovinate dal tempo e dal vento ricco di salsedine.

Stavamo facendo ritorno da una lunghissima “passeggiata”. Contando sulle nostre forze espresse nei percorsi pedonali   sulle ciclabili lungo il fiume Bisenzio non avevamo temuto di intraprendere il nostro viaggio urbano sulle pendici che dalla Solfatara portano verso il mare. Spesso ci dicevamo che camminavamo poco e che, alla nostra età, avevamo bisogno di farlo quotidianamente: d’inverno era  più difficile uscire a passeggiare mentre tirava vento, con il  freddo e la  pioggia; in primavera ed in estate dovevamo recuperare.

Avevamo preso la strada più diritta che dal Parco Bognar  portava verso le ex Palazzine, attraversando il tunnel della Ferrovia; era ancora fresca la mattina e spirava un leggero venticello, anche se il cielo era sgombro di nubi. La piazza che fino a pochi anni prima era sede di un mercato rionale allora era ingombra di auto. Avevamo deciso di andare al Cimitero per un saluto ai nostri cari. Davanti all’Ufficio Postale non c’era ancora la fila consueta, in fondo erano appena le otto e mezza del mattino. Rasentammo utilizzando il marciapiede sulla Domiziana il muro delle case Olivetti, costruite negli anni Sessanta per i dipendenti di quella grande fabbrica.                                                                                                                                                      Mura fatte di mattoni di tufo corrosi dal tempo. Erano là sin dall’inizio di quell’avventura: chissà da dove provenivano, non molto lontano da quel luogo certamente! Ma da quale cava tra quelle che, girando un’occhiata rapida  in giro per i Campi Flegrei riuscivate a scorgere, abbandonate, dopo l’intenso sfruttamento umano che per secoli hanno subìto, quelle pietre provenivano? Di fronte alle case Olivetti, là dove c’era la Scuola elementare che io avevo frequentato dopo la “primina” e che era stata una delle sedi dove Marietta aveva insegnato quando iniziavo a conoscerla, c’erano soltanto i maestosi ruderi di un complesso termale romano: tutta l’area trasudava  storia antica mal sopportata dai contemporanei che nel corso degli ultimi secoli ne hanno fatto strame. Era un miracolo puro che fosse rimasto intatto l’Anfiteatro Flavio, a pochi passi indietro da dove stavamo, mentre non aveva avuto altrettanta fortuna l’altro, il secondo, Anfiteatro, che segnalava – se ce ne fosse pur stato bisogno – l’importanza della Puteoli romana, porto imperiale precedente a quello di Ostia.  Di fronte alle case Olivetti accanto ai ruderi antichi ed ai ricordi nostalgici della mia infanzia e della nostra giovinezza notammo il perimetro difeso da filo spinato della Casa Circondariale Femminile, con il piccolo ingresso privato riservato alle suore, che avevano  il compito di portare sollievo “spirituale” alle povere donne carcerate, povere in genere anche se, per motivi molto diversi e lontani dalla “povertà” aveva avuto l’onore di frequentare quella realtà anche una delle più illustri figure artistiche internazionali di origine puteolana.

Arrivati alla Piazza dell’Annunziata, Piazza Francesco Capomazza, uno sguardo appena sollevato sulla nostra destra ci fece  scorgere il massiccio bastione del Palazzo Cosenza, che dominava tutta la scena. Là dietro c’era in disordine sparso una delle più grandi Necropoli romane visibili ma non visitabili, anche se per fortuna non del tutto distrutte dalla violenta inciviltà degli uomini. Noi proseguimmo.

…fine parte 1….

 

Joshua Madalon

 

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LA TERRAZZA – luogo esclusivo dell’esclusione

 

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LA TERRAZZA – luogo esclusivo dell’esclusione

Concludevo il post di ieri 11 giugno, quello dal titolo “UN VORTICE PERICOLOSO”  con quell’invito ad “essere in un mercato, in un ufficio pubblico, in treno o in una piazza” per poter  ascoltare la gente e rendersi  conto di quel che è accaduto nella nostra società in questi ultimi anni. In quel modo da me suggerito si sarebbe altresì creato un rapporto diretto, non mediatico e basta, con la gente. Anche se sarebbe bastato tastare il polso attraverso i social, comodamente seduti nelle nostre case. Ma l’ideologia, la presunzione, l’arroganza, la cocciutaggine e, spero, non gli interessi personali,  hanno fatto sì che non solo non si ascoltassero  le voci della gente che soffre ma molto spesso la si sbeffegiasse ed umiliasse nella considerazione commiserevole del loro grado di istruzione o dell’appartenenza a classi sociali considerate “infime”.

Badate bene che sto parlando del Partito Democratico che avrebbe dovuto e potuto avere un rapporto privilegiato proprio con quella parte della società meno tutelata ed invece negli ultimi tempi ha scelto, con il sostegno di una leadership forte ma sciagurata, la strada dello snobismo, smantellando gli avamposti popolari (i Circoli, le Feste) su tutti i territori, abbandonando al loro destino migliaia di persone spaventate dalla crisi oltre che impoverite a dismisura anche nel livello culturale, che hanno trovato un sostegno psicologico nelle parole d’ordine della Lega e delle Destre: solo una parvenza di futuro migliore ha spazzato via decenni di lavoro democratico sui territori periferici.

E ad errori si risponde nella foga con altri errori ancora più gravi perché non si avverte un benché minimo segno di resipiscenza. Non chiedo di tornare indietro dal punto di vista dei valori riconoscendo agli avversari  – le Destre – di avere ragione, ma insisto nel chiedere che si valuti con onestà quale sia stata l’opera educativa di una forza politica che vanta di provenire dalla tradizione socialista, comunista, cristiana, nel diffondere nel cuore della società il germe della solidarietà, della generosità, dell’apertura ai bisogni del mondo degli ultimi che interpellano le nostre coscienze. Noi siamo nati e viviamo qui in una realtà libera e democratica, in grandissima parte prospera; milioni di esseri umani vivono in luoghi dove non c’è libertà e democrazia, ci sono violenze e guerre, non c’è il minimo per poter sopravvivere. E questo avviene anche e soprattutto per l’egoismo delle classi egemoni occidentali, di cui “noi” involontariamente ma concretamente” facciamo parte.  Sono i nipoti e pronipoti, forse anche i bisbisnipoti, di coloro che sono stati oppressi e defraudati dai nostri predecessori (le Destre che inneggiano al passato non dimentichino le colpe dei loro rappresentanti così esaltati).

Leggo – e ascolto – sospiri di sollievo da parte del PD per i risultati delle elezioni comunali del 10 giugno e credo che davvero non c’è alcun limite alla dabbenaggine. Non c’è stato alcun passo in avanti; solo un rafforzamento della Destra salviniana (Lega più estrema Destra), un arretramento del M5S che perde qualche pezzo di Destra a favore della Lega, la sconfitta sicura in alcune realtà ed altrettante annunciate per il prossimo 24 giugno.

Ed in mezzo a questi disastri cosa fa il PD ancora tributario dell’incoscienza renziana? Lancia il progetto della “terrazza”! Un progetto “Verità”, a mio parere! In quella idea di utilizzare per comunicare con il “mondo”  la “terrazza” della sede romana di via Santi Apostoli c’è il nucleo della sconfitta così come la descrivevo sopra: c’è qualcosa di “esclusivo”, trasmette la volontà di non mescolarsi, di essere al di sopra di tutti, i migliori! Una sorta di “caminetto” da cui far partire delle “omelie”!

 

Joshua Madalon

 

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UN VORTICE PERICOLOSO

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UN VORTICE PERICOLOSO

Anche se è vero che la Storia può insegnare a produrre comportamenti virtuosi, attraverso la sua conoscenza approfondita, è altrettanto certo che, proprio attraverso gli studi scientifici e seri è del tutto improbabile che le vicende si ripetano in modo pedissequo. Dunque, accanto alla Cultura, nel senso più ampio del termine, bisogna agire,  nei diversi contesti all’interno dei quali ciascuno di noi opera,  con la consapevolezza degli effetti che le nostre azioni, o inazioni, comportano.

Molto raramente troviamo qualcuno dei protagonisti piccoli medi o grandi della Società e della Politica del nostro Paese che esprima una qualsiasi forma di autocritica, che riconosca di avere agito prefiggendosi obiettivi personali di ambizioni, suoi specifici interessi, ammantandoli con falsi ideali riconducibili alle forze politiche e sociali di appartenenza. E’ soprattutto la ricerca dell’ottenimento di fette di Potere nella società il cancro mortale che sta rovinando le nostre vite. In questa direzione non c’è più molta possibilità di riprendere una strada che possa dare risposte concrete alle innumerevoli e diversificate richieste di attenzione che provengono da parti spesso contrapposte, alcune delle quali non sono più in grado di apparire credibili. Nessuno è – sempre più – immune dall’accusa di non essere “onesto” (utilizzo il termine di riferimento urlato dal Movimento 5 Stelle che lo ha utilizzato nelle piazze), ed  è molto difficile riconoscerlo, anche perché ciascuno porterebbe a suo discarico il diverso livello di “onestà”.

Questi percorsi diversificati e trasversali di trasgressività  giustificata finiscono per condizionare qualsiasi intervento legislativo. E’ d’altronde molto evidente che ad ogni azione regolativa che lo Stato nelle sue diverse forme di rappresentanza ha inteso proporre non è stato  mai corrisposto un rispetto  sia da parte di chi avrebbe dovuto applicare quelle “regole” sia da parte di chi le avrebbe dovute  rispettare.  A volte accade anche che dal punto di vista educativo gli adulti non siano il buon esempio per i più giovani; negli ultimi tempi troppe volte abbiamo assistito ad una forma di aggressività nei confronti di pubblici funzionari (insegnanti, impiegati, operatori), rei di appartenere a categorie che mediaticamente sono apparse sempre più indebolite da casi di comportamenti singoli sanzionati penalmente.                                                                             Si è creato un clima di tensione palpabile che potrebbe condurre ad una fase difficile di “non ritorno”!

Nell’ultimo anno in particolare questo si è espresso a ridosso delle contese politiche, nel corso delle quali alcuni partiti e movimenti, nell’intendimento “democratico” di ottenere consensi, hanno tuttavia cavalcato forme demagogiche e populistiche come il “sovranismo” (riferito al “popolo sovrano”, espresso in quel “Prima gli italiani” della Lega), agitando le piazze contro i Partiti di Governo degli ultimi anni, colpevoli a loro dire della situazione precaria attuale della nostra società.  La vittoria di queste forze nella contesa del 4 marzo ha  creato un vortice pericoloso di tensione  da governare, perché ora la gente, sia quelli che hanno mostrato favore per quelle forze politiche sia in gran parte coloro che hanno votato “altro” o si sono astenuti, attende risposte alle promesse.  Basta essere in un mercato, in un ufficio pubblico, in treno o in una piazza ed ascoltare per rendersene conto.

Certamente lo avrebbero potuto fare prima anche quelle forze che il 4 marzo sono uscite sconfitte; dire che alcune/i di noi lo avevano detto serve a poco, oggi. Ed indubbiamente siamo tutti responsabili di quanto accade ed anche di quello che potrebbe accadere. Lo si sappia.

Ne riparleremo, se ce ne sarà il tempo.

 

Joshua Madalon

 

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 9

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 9

 

Di fronte la collina di Capodimonte sotto la quale si sviluppa il vallone della Sanità lasciava intravedere il verde della campagna e la struttura tufacea, un panorama collinare con alberi da frutta rari ma ricchi e abbondanti. Case povere, piccoli orti,  strade ridotte a poco più di una mulattiera che si inerpicavano. In noi ricordavano i luoghi delle “pagliarelle” caserecce dove bere un buon bicchiere di vino fresco ed intrecciare storie d’amore godendosi il panorama classico partenopeo.

 

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Eravamo ormai davanti alla Chiesa Maria Santissima del Carmine, costruita tra il 1878 ed il 1884 proprio come luogo di culto attiguo al Cimitero delle Fontanelle. Non contiene opere importanti ma è stata abbellita nel 2016 quando all’esterno sulla facciata della canonica e del campanile è stato realizzato un variopinto e suggestivo murale ad opera degli artisti Mono Gonzalez, Tono Cruz e Sebastian Gonzalez.

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Due passi e sulla sinistra si aprì davanti a noi un ampio varco in fondo al quale si vedeva un immenso spazio alto, buio  e profondo e masse di gente che uscivano e che, come noi, entravano. Entrando ci si rendeva conto di essere in un’enorme cava di tufo utilizzata fino a metà del 1600, quando, a causa di una pestilenza cominciarono ad esservi depositati i corpi dei defunti. Con l’andare del tempo, poi, oltre a vittime di altre epidemie, trovarono ricovero le ossa dei morti degli ipogei bonificati dopo l’arrivo dei napoleonici. Era impressionante  la sistemazione precisa delle diverse parti dello scheletro, qui i crani, qui le tibie, qui altre ossa ben ordinate. Nel corso dei secoli c’è stato un culto molto intenso verso questi resti da parte di alcune donne cui veniva riconosciuto una funzione importante da essere considerate “maste” cioè “capo”. Sono state loro a mettere quell’ordine e quella cura per quelle povere anime chiamate amorevolmente “pezzentelle”, poverine per l’appunto.

 

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A me vennero in mente le celebri inquadrature del film di Rosselini, “Viaggio in Italia” del 1954 con Ingrid Bergman che dopo aver visitato altri luoghi a me molto cari, come l’antro della Sibilla a Cuma e il vulcano Solfatara, entrando proprio dal’ingresso della Chiesa Naria Santissima del Carmine, si trova all’interno del Cimitero delle Fontanelle.

La guida ci descrisse ogni spazio con grande precisione, aggiungendo ad ognuno di essi degli aneddoti, delle curiosità.

Prima di lasciarci volle però farci un dono recitando con grande maestria la famosa poesia di Totò, “’A livella”. Applausi finali e saluti.

Ciascuno ritornò per proprio conto lentamente godendosi la tranquillità della strada. Approfittai anche a ritorno dei bagni del “Munacone” e poi utilizzammo l’ascensore per risalire su via Santa Teresa degli Scalzi. Avevamo un appuntamentoin una pizzeria senza glutine in via Bellini, a due passi dall’Accademia di Belle Arti, dalla Galleria Principe Umberto, da Piazza Dante.

Se avrete modo di essere a Napoli non mancate di farvi accompagnare in questi luoghi. Ce ne sono molti, ma il grande ipogeo delle Fontanelle è ben superiore a qualsiasi altro. E tutto il resto che vi ho descritto sommariamente e che noi stessi ci ripromettiamo di approfondire in una delle nostre prossime puntate in quella città che, non lo dimenticate, è la mia città natale.

L’Associazione culturale cui ci eravamo rivolti è Insolitaguida e la trovate su Internet. Ci sono anche altri itinerari curiosi ed interessanti dal punto di vista culturale, sociale, storico ed antropologico che potrebbero essere di vostro gradimento.

Il culto dei morti è ovviamente un aspetto archetipico che coinvolge tutte le civiltà; a Napoli come per tante altre caratteristiche c’è uno sviluppo abnorme paradossale di queste attività volontaristiche. Ne sono prova anche alcuni riferimenti culturali artistici poetici e teatrali di cui tratterò in un prossimo post.

 

Joshua Madalon

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 8

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 8

 

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Dall’interno attiguo alla sagrestia c’è la possibilità di visitare le Catacombe di San Gaudioso ma il tempo che era stato previsto per noi non ci consentiva di fermarci. Ad ogni modo ci ripromettemmo di farlo quanto prima.

Pur tuttavia una breve sosta nello spazio ellittico del chiostro la facemmo anche per ascoltare la nostra guida, che accennò ad alcune iniziative culturali di arte contemporanea  che si erano svolte in quegli spazi. Mi lesse nel pensiero e nel bisogno quando consigliò a tutti noi di approfittare della disponibilità di bagni comodi prima di proseguire il nostro cammino.

Avevamo intravisto un viavai di giovani, stranieri. Uscendo poi di nuovo sulla Piazza da un portone secondario del complesso ci accorgemmo che si trattava di un “Bed and breakfast” intestato al “patròn”, il cosidetto “Munacone”, san Vincenzo Ferrer, la cui statua è considerata miracolosa da quando nel 1836 nel primo martedì del mese di luglio, il 5 per l’esattezza, l’epidemia di colera che aveva colpito la città di Napoli fu fermata grazie all’intercessione del Santo portato in processione.

Per proseguire verso il Cimitero delle Fontanelle, luogo finale previsto nel programma, si passa sotto il cavalcavia di Santa Teresa degli Scalzi, strada che sale verso Capodimonte e scende verso il Museo, come genericamente si suole chiamare il Museo Archeologico. Per chi voglia proseguire più rapidamente verso quei due luoghi c’è un comodissimo e gratuito ascensore.

Andando avanti la strada saliva lievemente, impercettibilmente e si passò accanto alle mura della struttura che ospita il Centro d’accoglienza “La Tenda”, un luogo che dal 2005 si è aperto ai bisogni degli “ultimi”, di quelli senza fissa dimora e per fornire servizi educativi e sociali alle famiglie ed attivare percorsi di aggregazione riservati ai minorenni. Il Quartiere ha una sua connotazione “negativa” mediatica che è mitigata dalla presenza di questi “angeli”. In verità, di tanto in tanto, girando lo sguardo noti la presenza inquietante di pattuglie militari in assetto antisommossa e ti chiedi a cosa possano servire. C’è qualche tabernacolo dedicato a “caduti” in una guerra insensata per l’occupazione degli spazi ed il conseguimento di un potere “effimero” e malato. Più avanti poi vedi ragazzine ultra-minorenni che, senza casco, ma dotate di cuffia bluetooth, sfrecciano su motori che senza dubbio consideri potenti tra la folla e con grande sicurezza procedono zigzagando tra i passanti.

Il paesaggio man mano divenne più antropologicamente popolare. Le abitazioni vetuste lasciavano intravedere l’impianto tufaceo corroso ma ancora decisamente possente. Qua e là, potevi notare dagli ingressi spalancati di alcune officine e rimesse la profondità verso cui i vani si estendevano, rendendo evidente che si trattava di luoghi ri(s)cavati dal lavoro degli uomini che ne avevano progressivamente estratto veri e propri manufatti per la costruzione di abitazioni solide e naturalmente ben coinbentate. Sulla destra muovendosi verso le Fontanelle un ingresso indicava la presenza di corsi d’acqua sotterranei.

Eravamo ormai convinti di essere fuori dalla città; l’aria che si respirava era davvero salubre. Eppure il caos del traffico non era molto lontano. Al di sopra delle case sulla nostra sinistra proseguiva il suo percorso lineare via Santa Teresa degli Scalzi ed il rione di Materdei.

….fine parte 8…..

 

Joshua Madalon

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