XI. UN MIO AMPIO INTERVENTO (vedi 27 luglio)

XI. UN MIO AMPIO INTERVENTO (vedi 27 luglio)
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

…fine parte 11….

UN PROGETTO PER IL CINEMA parte 5 (per la parte 4 vedi 24 luglio)

UN PROGETTO PER IL CINEMA parte 5 (per la parte 4 vedi 24 luglio)

Se si pensa che fra qualche anno Prato diverrà provincia ed oggi (ndt. Siamo nei primi giorni del 1984) si discute ancora (ma lo si fa davvero?!?) se aderre o meno ad una “proposta” di rivista culturale, l’argomento viene “snobbato”, se ne sminuisce la portata, non se ne vuole tener conto, si lascia che cada nel dimenticatoio o al massimo con argomentazioni scarsamente convincenti ed altrettanti colpevoli silenzi. E’ solo un aspetto di questo “scanario” che trovo di fronte, tremendamente “provinciale”. Se si pensa all’esistenza di un’ARCI in positiva crescita, finanziariamente florida ed in grado di autogestirsi, che però non riesce ad occupare “realmente” quel ruolo politico di protagonista nella trasformazione e nel rinnovamento della società, con il rischio, grave sotto l’aspetto politico, di essere protagonista nella conservazione, si ha anche la risposta ad alcuni dei quesiti drammatici ed allarmanti posti da qualche compagno nel corso di quei dibattiti pre congressuali di fronte ad un documento – quello dei “Temi” – che non offre, con la volontà dichiarata di costituire una “traccia che dovrà arricchirsi”, con la promessa di voler garantire a tutti coloro che interverranno nel corso del dibattito una positiva maggiore libertà, progetti, orientamenti, obiettivi concreti, mentre sarebbe importante per un gruppo dirigente che si rispetti il prospettare in maniera molto più ampia e precisa come la pensi e quali risposte dare alla crisi complessiva della nostra società, quale ruolo assumere per controbattere più efficacemente possibile l’inaridirsi dei rapporti sociali, senza abbandonarsi alla mera spesso arida gestione dell’esistente. Non può bastare la sintesi degli interventi, spesso molto pochi e poco articolati, per compilare poi un eventuale documento programmatico conclusivo del Congresso; ma occorre essere effettivi “dirigenti”, non solo accettando le critiche, e valutandole, soppesandole, valorizzandole, ma offrendo già in partenza un’analisi meno indulgente verso lo stato attuale delle cose, impietosa verso la nostra realtà, anche quando questa ci ha coinvolto e ci coinvolge direttamente. Occorre prospettare anche un miglioramento della gestione politica, la quale non può essere limitata ad interventi disorganici – anche se corretti formalmente – sulla pace, sui problemi sociali, sulla cultura, sull’economia solo per mantenere una semplice dignità di facciata: occorre agire invece nel profondo di questa società e , per far questo, è necessario molto spesso guardare al di là della pura e semplice produttività finanziaria, che finisce quasi sempre per “mettere il cappello” su tutto ed in questo modo diventare prevalente. Di questa esigenza io trovo coscienza nelle parole di alcuni dirigenti, ma non ho ancora la certezza che a quelle corrispondano dei fatti veri, non “chiacchiere” giusto per coprirsi, e corrispondano delle convinzioni acquisite, non fosse altro che sul piano teorico.
Chiudo questa parte “de doléance”, riflettendo su come questa ARCI di Prato mi appaia come quelle famiglie “borghesi” arricchitesi recentemente ( non è forse uno degli aspetti delle realtà del modello di società che noi osteggiamo? ) che, inserite nell’ingranaggio del benessere acquisito “tout de bout”, non sanno nè possono tanto meno tornare indietro senza rinunciare a quei benefici onestamente e con fatica e sacrificio acquisiti; e, nel frattempo, hanno perso i contatti con i vecchi buoni amici – quelli che non sono riusciti a salire nel gradino dei ceti sociali – e non riescono ad amministrare i loro affetti ed i loro stessi sentimenti, smarriscono il senso della misura, non curano il rapporto con i figliuoli, cui non rimane che seguire, oltre alle orme dei padri si intende – ma in maniera spesso più spocchiosa, intrigante e provocatoria a causa della base di partenza più favorevole – la strada dell’abulia e della negazione dell’essere, quella della “nausea” e della rinuncia. Forse siamo ancora in tempo per cambiare (o perlomeno per tentare di capire!).

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PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte quarta (per parte 3 vedi 18 luglio)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte quarta (per parte 3 vedi 18 luglio)

Alla mail di Alberto Rocca risposi immediatamente.
“Carissimo Alberto, ti sarai reso conto che nel corso dell’ultimo anno l’attività del Comitato è dipeso essenzialmente dall’attivismo “volontario e libero” di alcuni (pochissimi) di noi. Non solo il numero dei cosidetti volenterosi è diminuito ma anche i partecipanti sono sempre stati gli stessi, più o meno, ad esaurimento progressivo. Allo stesso tempo donne e giovani non si sono avvicinati al nostro Comitato; innanzitutto, credo, perchè non esiste un modo per farlo se non quello della chiamata diretta di qualche giovane che conosciamo, te, io e qualcun altro tra noi; e poi perchè non abbiamo una nostra specifica identità se non quella che ciascuno di noi ha preteso in modo poco più che autoreferente di darsi. A mio parer, poi, un Comitato come il nostro è una vera e propria benedizione per le attuali forze politiche, riottose a rimettere in gioco ed in discussione i loro “valori” (ma forse sarebbe meglio essere meno ipocriti e parlare di “rendite di posizione”): a Prato ma anche a Firenze i DS stanno addirittura affrontando piani di acquisto di “vecchie” (a Prato in via Frascati, dove potrebbero ancora sentirsi i “fumi” del vecchio Partito Comunista) e nuove sedi, senza porsi neanche un momento il problema della Casa Comune di un futuro, i più informati sostengono giustamente come “prossimo”, Partito Democratico. La mia iniziativa dopo qualche mese di insofferenza va nella direzione di un chiarimento nostro ma anche di una scelta strategica che preveda la costituzione di un (utilizzo anche io il grassetto) organismo agile aperto, essenziale, a termine, con l’obiettivo di agire sul nostro territorio come stimolo per le forze politiche, come catalizzatore delle “buone e positive azioni democratiche” affinché il nuovo soggetto che nasce non mantenga dentro di sè tutti gli aspetti negativi che sono evidenziati nei Partiti che ne dovranno far parte.
La mia iniziativa è collegata anche alla ricerca di un senso, che in questo periodo ho smarrito, del mio impegno all’interno del Comitato che, confermo, avverto come profondamente svuotato, se vuoi – come tu mi scrivi – “fluido” come quei torrenti (la figura la ricavo per l’appunto dalla tua mail) che a volte “si svuotano” e si perdono nei meandri del nulla. Quel che provo io non è solo elemento personale ma anche sensazione diffusa in quanti incontro di tanto in tanto ed esprimono il loro pensiero, le loro preoccupazioni. Ecco, dunque: se la direzione che verrà presa sarà quella di continuare ad essere aerei o fluidi non ci sto; aderirò personalmente a qualche organismo che si batte per gli stessi obiettivi per cui ho lavorato finora: non importa come esso si chiami. Ti faccio presente che l’adesione ad un Partito non si fa certo per fede ma per la profonda convinzione che quel Partito operi per realizzare gli obiettivi ideali cui ciascuno di noi è legato e crede.
Sono tuttavia ancora convinto che questa necessità di mettere in piedi un processo che chiaramente renda maggiormente ed ampiamente visibile il nostro impegno sia elemento che accomuna la maggior parte di noi; qualsiasi passo in avanti, come la costruzione di un sito, sarebbe inutile se non ci fosse un gruppo, riconoscibile, aperto e disponibile ai contributi di altri, meglio se tanti, che ci lavora, che organizza, che si raccorda con realtà esterne e cittadine, che si colloca come chiaro punto di riferimento “collettivo” per la costruzione di un Partito Democratico, che manifesti inequivocabili segni di discontinuità rispetto al quadro attuale.

…..continua mia mail di risposta ad Alberto nel blocco 5……

UCCA 1985 parte 7 (per la parte 6 vedi 22 luglio)

UCCA 1985 parte 7 (per la parte 6 vedi 22 luglio)

Per contatti già presi all’interno della mia attività pratese ritengo di poter proporre queste Rassegne: a) Cinema d’animazione italiano, a partire da Bruno Bozzetto: incontri con le scuole italiane di cinema d’animazione e con gli autori, più la personale dell’opera omnia di Bruno Bozzetto; b) Cinema ungherese – Huszarik, Body e altri: le avanguardie figurative attraverso le opere dei maggiori artisti del cinema ungherese fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. La raccolta di materiali fotografici, bozzetti, disegni ed acquerelli di Zoltan Huszarik che è stata già avviata in Ungheria tramite la seconda moglie del regista potrebbe essere utilizzata in una mostra, inoltre potrebbero essere presentati tutti i film realizzati da Huszarik e dal suo fotografo prediletto, Janis Toth e quelli di Gabor Body, famoso regista d’avanguardia, il tutto come pretesto per fare un discorso complessivo sull’arte visiva e figurativa d’avanguardia nell’Ungheria dei nostri anni; c) si sta concretizzando la prima fase – quella dell’ideazione di un discorso critico sul cinema italiano dal secondo dopoguerra ad oggi e che riguarda in particolare una ricerca sul linguaggio cinematografico e sulla sua evoluzione socio etno antropologica, una specie di “Storia di un italiano” e, visto che il titolo richiama quello di un contenitore televisivo a lui dedicato, senza escludere Alberto Sordi. Sempre nell’ambito delle Rassegne, ce n’è una già pronta sul tema “Cinema e Teatro”, curata da Maurizio Grande e che riguarda in particolare un’analisi dei rapporti tra il teatro ed il cinema nelle varie fasi che hanno caratterizzato il “fare teatro” e “fare cinema” nel corso del XX secolo. Come si è detto dianzi, nulla esclude che rassegne diverse da queste qui esposte possano avere l’adesione dell’UCCA ed essere pubblicizzate e decentrate con la nostra collaborazione, così come siamo a disposizione di chi volesse consultarci per la ideazione e realizzazione di corsi e rassegne di tipo cinematografico.
c) Passando ai problemi legati prioritariamente ai rapporti fra cinema e video, oltre a far esplicito riferimento al documento che la seconda Commissione ha elaborato a conclusione dei lavori del VI Congresso Nazionale dell’UCCA (7-8-9 dicembre 1984 – San Miniato di Pisa), è stato previsto di dedicarvi un pomeriggio di riflessioni, martedì 7 maggio, in quanto c’è la necessità di prendere delle decisioni in merito a recenti affermazioni svolte in sede di relazione da Walter Ferrara nella Conferenza di Programmazione del 23 – 23 marzo ultimo scorso e riprese da esponenti di primo piano della Mediateca Regionale. In questo settore la nostra organizzazione è molto indietro ed anche quelle strutture che avevano iniziato ad occuparsene, hanno faticosamente tirato avanti pe run po’, dopo di che hanno dovuto rinunciare , soprattutto per l’assenza di un orientamento sia politico che culturale che intervenisse con maggiore chiarezza su questo comparto.

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Parte 8 LA SCUOLA AL TEMPO DI BERLUSCONI per la parte 7 vedi 19 luglio

Parte 8 LA SCUOLA AL TEMPO DI BERLUSCONI per la parte 7 vedi 19 luglio

Quale responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS (Partito Democratico della Sinistra) Federazione di Prato scrissi al compagno Vincenzo Magni che nella Direzione Nazionale si occupava dei temi scolastici. La lettera è del 1 febbraio 1993 protocollata 29/3
“Caro Vincenzo, ti spedisco alcuni dati sulla dispersione scolastica nelle scuole medie superiori della città di Prato. Sono riferiti ad un quinquennio (1987/88 – 1991/1992) e ad un anno (1991/92) per quel che riguarda la prima classe (numero iscritti – numero promossi alle due sessioni). A prima vista, siamo molto al di sopra delle percentuali nazionali. Nei prossimi giorni ci incontreremo per una riflessione più appropriata. Ti terremo al corrente. Ciao. Giuseppe Maddaluno
Il tabulato che avevamo approntato cui si fa riferimento fu pubblicato da “Il Tirreno” Cronaca di Prato da Fabio Barni in data 29 gennaio 1993 e qui sotto ne riporto il riquadro generale dell’articolo e quello particolare con alcune correzioni (mie) a mano perchè evidentemente non erano pervenute alla redazione.
Manca nella foto dei tabulati riportata dall’articolo il raffronto tra la media nazionale della dispersione (38,75) e quella pratese (51,75) relativamente al quinquennio.
I dati più preoccupanti erano riferiti agli Istituti tecnici professionali come l’IPSIA “Marconi” (52,69%), e l’ITG “Gramsci” (42,2%); al terzo posto della non lusinghiera classifica c’era l’ITIS “Buzzi” (38,59%). Ad ogni modo i dati li potete leggere in modo diretto.
Tuttavia riporto il testo dell’articolo menzionato a firma di Fabio Barni:
“Il PDS fa scattare l’allarme. I dati sulla dispersione scolastica a Prato, superano di gran lunga la media nazionale. Oltre la metà degli studenti degli istituti medi superiori pratesi non conclude il ciclo di studi in cinque anni, mentre nel resto d’Italia, considerate le aree geografiche in cui il fenomeno è allarmante, la media è del 38 per cento. In città, insomma, c’è il tredici per cento di possibilità in più che altrove di vedersi respinti o di abbandonare la scuola. Un dato davvero preoccupante, che spinge il partito della Quercia ad aprire una discussione tesa ad approfondire aspetti e motivi del fenomeno. Le cifre, fornite dall’Assessorato alla pubblica istruzione, appaiono ancora più gravi in relazione agli istituti tecnici o professionali. Basti pensare che al “Marconi” soltanto un allievo su cinque porta a compimento il proprio ciclo di studi entro il quinquennio. Pur considerando chi opta per oncludere nel triennio, il dato è davvero allarmante. E non va meglio presso gli istituti tecnici commerciali o la scuola per geometri. Al “Dagomari” chi giunge senza problemi al quinto anno, fa parte di un ristretto 34 per cento, mentre al “Gramsci” la cifra si aggira sul 43% e al Buzzi si attesta intorno al 50%.. Non disponibili i dati relativi al “Keynes”* e al Liceo Classico “Cicognini**, la situazione appare migliore nelle due scuole superiori ad indirizzo scientifico…..
*Nota del redattore 2020: alcuni dati sono presenti redatti a mano per la parte di dispersione relativamente al pimo anno 1991/92 con un 23% significativo ricavato dagli iscritti nelle classi prime raffrontati ai promossi alle seconde
**come sopra: gli alunni iscritti alle prime classi 1987/88 erano 112 – gli alunni maturati nel 1991/92 erano 77 ed il tasso di dispersione è del 31,25
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PACE E DIRITTI UMANI parte XIX 19 (per la parte 18 vedi 16 luglio)

PACE E DIRITTI UMANI parte XIX 19 (per la parte 18 vedi 16 luglio)

…Prosegue l’intervento della Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International (voglio qui ricordare che la relazione è stata tenuta il 30 novembre del 2000; in questi venti anni alcune cose sono cambiate, in meglio ed in peggio: vi fornisco un link da cui partire per capire lo “stato delle cose” nel 2020)
Nel 427 avanti Cristo l’assemblea degli Ateniesi si interrogava sulla deterrenza della pena di morte.
Nel 1764 Cesare Beccaria scriveva sulle assurdità di punire il diritto privato con un delitto pubblico.
Nel 1786 nel Granducato di Toscana veniva abolita la pena di morte e la tortura.
Nel 1979 Amnesty International inizia la campagna permanente per l’abolizione della pena di morte: 40 paesi abolizionisti, 122 i paesi mantenitori, seconda dati aggiornati al 31 agosto 2000; 109 paesi non applicano più la pena di morte, 75 l’hanno eliminata completamente, 13 l’hanno abolita per i reati ordinari e 21 risultano abolizionisti di fatto, essendosi impegnati formalmente a cancellare la pena di morte dai propri ordinamenti, o non eseguendo condanne a morte da almeno 10 anni.
Gli stati che mantengono la pena di morte sono 87.
Negli ultimi anni il processo abolizionista ha acquistato una velocità sempre maggiore: dal 1994 al 1999 gli Stati che hanno abolito la pena di morte sono 21.
Il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione che riafferma la sua forte opposizione all’uso della pena di morte ovunque nel mondo e sollecita tutti i paesi ad adottare una moratoria sulle esecuzioni ed abolire la pena di morte. Una convinzione errata molto diffusa è che sia un deterrente per il crimine, come è già stato detto; per esempio, l’Arabia Saudita sostiene che l’esecuzione ferma il crimine: ma allora, perché le esecuzioni in questo paese sono in aumento? Nel 1996, 69 esecuzioni; nel 1997, 107. In Louisiana dal 1975 al 1991 la popolazione carceraria è aumentata del 250%, del resto questo si inquadra in una crescita nazionale: negli Stati Uniti la popolazione carceraria era nel 1980 di 500.000, nel 1990, 1.000.000, nel 1997, 1.600.000. anche in un recente studio delle Nazioni Unite si è affermato che è improbabile una prova della funzione di deterrenza di questa pena.
Un’altra convinzione molto diffusa è che la pena di morte abbia l’appoggio della gente ordinaria e che sia l’opinione pubblica a richiederla. Effettivamente tutte le volte che c’è un sondaggio è impressionante il risultato che ne scaturisce. Negli USA è da oltre 10 anni che il 75% vuole la pena di morte, una maggioranza schiacciante, ma se si chiede se si è disposti a commutare la pena capitale con l’ergastolo, ecco che la percentuale di favorevoli alla pena di morte in assoluto scende al 41% mentre il 44% sceglie l’ergastolo. Se poi viene chiesto “quanto” siete favorevoli, vediamo che solo il 43% si è dichiarato “molto favorevole”. La pena di morte è una soluzione facile e di rapido effetto, una posizione dura contro il crimine. Ma mostriamo alla gente comune, in un quadro più completo, la crudeltà della pena: i lunghi anni ed i lunghi giorni, che sembrano anni, trascorsi nel braccio della morte, in cui ogni giorno potrebbe essere l’ultimo; il terrore quando ti giunge all’orecchio che un compagno di pena viene giustiziato; l’orrore di essere seppellito fino alla cintola nel terreno per poi essere lapidato a morte; l’indescrivibile sensazione di quando il cappio viene messo attorno alla tua testa e capisci che è venuto il tuo ultimo momento.

…XIX…

3. CINEMA – storia minima fine anni Venti seconda parte (per la prima vedi 17 luglio)

3.

CINEMA – storia minima fine anni Venti seconda parte (per la prima vedi 17 luglio)

Sempre in quel 1927 René Clair, dopo una serie di film a metà tra la sperimentazione e la “commedia”, con “Paris qui dort” (1925), sceglie il secondo genere con un divertente “vaudeville”, nel quale non manca di sottolineare il confromismo e l’ipocrisia tipica della borghesia, “Un cappello di paglia di Firenze”.

Nel 1928 lo stesso Clair continuerà su quella linea con “I due timidi”, gustosissimo vaudeville dal ritmo frenetico naturalmente musicale, mentre Jean Renoir proseguirà il suo fertile sodalizio con Catherine Hessling ne “La piccola fiammiferaia” da Hans Christian Andersen, nella quale la compagna di Renoir contribuirà a rendere poetica l’atmosfera suscitata dalla sensibilità artistica del regista, impegnato in un soggetto che non sembra potergli appartenere.

Il 1928 è anche l’anno dell’esordio cinematografico di uno dei più grandi autori documentaristi (abbiamo già accennato ad altri, come Flaherty, Ruttmann, Vertov): si tratta di Joris Ivens che con pochi tratti registra i movimenti di un ponte sul Maas a Rotterdam. Il film è “De Brug”. In realtà Ivens aveva cominciato sin da ragazzo ed a soli 13 anni nel 1911 aveva girato un corto che ha del miracoloso per l’uso della tecnica. Questo filmato, “De Wigwam” – considerato perduto fino a poco tempo fa – è stato recuperato e riesce a mostrarci la famiglia di Ivens e lui stesso con un giochino di aggiunte e sottrazioni davvero pregevole.

Negli Stati Uniti King Vidor, già affermato, gira sia “La folla” che “Show people” mettendo a nudo, in modo anticonformista, alcuni aspetti della società americana, come lo stesso show business cui è inevitabilmente collegato. In quello stesso anno, Chaplin realizza l’epopea de “Il Circo”, Buster Keaton gira uno dei suoi film più divertenti, “IO e il ciclone” mentre Eric von Stroheim presenta “Sinfonia nuziale”, un film che risulta riferibile alla decadenza della sua Vienna e dell’intero Impero asburgico.

In Germania, dopo il grande sforzo non accompagnato tuttavia dal successo che aveva meritato con “Metropolis”, Fritz Lang gira “L’inafferrabile” ritornando sui temi più tipicamente espressionisti, collegati alla descrizione di personaggi malefici, veri e propri geni del male, come “Mabuse”.
Ormai siamo alla fine degli anni Venti ed in Italia non ci saranno grandi film cui riferirsi se non l’opera di esordio di Alessandro Blasetti, “Sole”, che affronta in modo indiretto il tema della bonifica delle paludi pontine. C’è un’aria di stanchezza ed una chiara carenza di ispirazione. Non così accadrà per la Germania che, con Georg W. Pabst, vedrà nascere anche il mito divistico di Louise Brooks, attrice statunitense che aveva deciso di lasciare il suo paese, dove i film si avviavano verso il “sonoro”. Il film in oggetto era “Il vaso di Pandora” o “Lulù” dal nome del personaggio principale della storia narrata. Nello stesso anno, il 1929, sempre Pabst e sempre Luoise Brooks daranno vita ad un nuovo film, altrettanto scabroso anche nello stesso titolo, “Diario di una donna perduta”.

In Unione Sovietica sempre nel 1929 esce “L’uomo con la macchina da presa” , fondamentale pietra miliare della cinematografia d’avanguardia. Un film che solo apparentemente è un documentario, mentre svolge e mette in pratica anni ed anni di teorie in modo straordinariamente spettacolare.

UN MIO AMPIO INTERVENTO parte 10 (per la 9 vedi 15 luglio)

FOTO SEGNALETICA 6

…X…. UN MIO AMPIO INTERVENTO

Tutti voi sapete poi quel che è accaduto in questi ultimi mesi. C’è stata una particolare attenzione sul Met con un fuoco concentrico al quale ho partecipato anche io perché ho avvertito questo attuale Consiglio di Amministrazione troppo lontano dal territorio e troppo chiuso in se stesso.
La mia opinione critica si è fermata a queste considerazioni, perchè comunque ritengo che questo CdA abbia ancor oggi le carte in regola per operare e che non abbia bisogno di essere posto sotto tutela. Le dimissioni di Veronesi da Presidente hanno solo minimamente modificato questo mio modo di vedere, perché credo che il CdA possa ancora sopperire da solo alle necessità in questa fase così delicata. Stiamo attenti a non inserire senza le opportune riflessioni in un meccanismo reso già debole dalla situazione pregressa elementi che possano portare ad una conflagrazione, che non mi auguro, ma che è ritenuta molto prevedibile e, ritengo a giusta causa, anche da qualcuno, ricercata. Sinceramente è questo che mi preoccupa di più in tutta questa faccenda. Mentre avverto negli interventi di qualcuno vecchi rancori, ansia di rivincita e quanto altro, io vi assicuro che tendo esclusivamente a salvare la situazione, senza sentirmi il “padrino” di chicchessia.
Va dato atto a questo CdA di essersi incamminato sulla strada giusta, allestendo un programma di notevole spessore culturale e molto stimolante; ed all’Assessore alla Cultura di aver offerto una certa disponibilità ad un lavoro comune che, più che sui programmi, si appunti sugli indirizzi e gli obiettivi, a partire dalla produzione. Ma, secondo me, ben altro è il ruolo di Assessore da quello di Presidente del Met. Sono due figure, soprattutto poi in questo passaggio, non intercambiabili, in quanto lo stesso Assessore non ha mai nascosto in particolare nella fase delicata della sua genesi di aver molto poco gradito la Fondazione e la scelta della produzione; inoltre ritengo che con difficoltà la sua presenza si combinerebbe efficacemente con quella di Massimo Castri. Devo aggiungere che non trovo convincenti neanche le motivazioni che l’Assessore adduce di tanto in tanto per porre in discussione la produzione (“l’Assessore Regionale non si è impegnato….non è poi così certo che Prato possa mantenere la produzione….”), che non è per me un “tabù” come conquista assoluta ma che difenderò strenuamente fin quando proseguirò a considerarla come scelta “vincente”.
Nello stesso documento presentato in Consiglio comunale sulla produzione l’atteggiamento dell’Assessore è tiepidamente difensiva, mentre ( se la convinzione fosse reale) occorrerebbe dire che il progetto produttivo non si tocca, se non che per migliorarlo e collegarlo maggiormente alla nostra realtà territoriale locale e regionale e non si aspetterebbero, praticamente da fermi, le scelte della Regione. L’Assessore Regionale può anche aver cominciato a cambiare idea sotto la pressione di altre realtà territoriali; di certo la cambierà definitivamente se non si interviene in modo convincente per difendere questa nostra scelta.
E se non vi dispiace, vi invito a considerare questa evenienza come una perdita secca di immagine oltre che di mezzo miliardo l’anno più un altro mezzo miliardo se ci venisse riconosciuto, come sembra sia, il “progetto speciale”.

…X…

I CONTI NON TORNANO 12. (per l’11 vedi 14 luglio)

I CONTI NON TORNANO

12.
In questa nuova tabella risultava una decrescita negli anni successivi 1999-2003 per il Gramsci da 446 a 373 (così sarebbero stati bene negli spazi del secondo blocco di via Reggiana) per il Classico Cicognini , per il Copernico (che invece continuò a crescere impunemente, senza rispettare per molti anni i limiti imposti, o almeno ritenuti come tali), per il “Dagomari” giusto per far ingoiare la pillola velenosa; mentre sarebbero cresciuti il Datini, il Buzzi, lievemente il Keynes. Su come fossero gli spazi assegnati al Dagomari (l’ex “Gramsci”) una Commissione di tecnici volenterosi, anche perché di parte (genitori, ex studenti, tra geometri ed avvocati) preparò un dossier. Sarà il prossimo argomento.
Fu preparata una Relazione tecnica dal titolo: Accertamento tecnico sulla possibilità di trasferimento dell’ITC Dagomari nell’attuale sede ITG Gramsci.
Il tecnico, incaricato da una rappresentante dei genitori a ciò delegata dall’intera comunità del Dagomari, descrive lo stato dei luoghi. Egli dice “…si nota che la superficie attuale del Dagomari risulta notevolmente superiore a quella dell ITG Gramsci, sia dal punto di vista dell’estensione, sia dal punto di vista del diverso utilizzo dei locali. Lo scopo del presente accertamento è quello di stabilire se le attuali esigenze delle attività didattiche, collettive e complementari del Dagomari possono essere supportate dal corpo di fabbrica del Gramsci, così come composto e senza mutamenti nella distribuzione interna dei locali. Detta operazione…risulta alquanto ardua sia per le carenti dimensioni del Gramsci, ma soprattutto per il diverso utilizzo dei locali fra un isttituo e l’altro….sulla scorta dei dati forniti da alcuni rappresentanti delle diverse componenti del Dagomari relativamente alle esigenze si è proceduto ad inserire e comparare i dati con le attuali dislocazioni dei vari locali del Gramsci”.
Non intendendo riportare l’intero corpo della Relazione, ne sintetizzo le conclusioni, aggiungendo che i documenti sono integralmente in mio possesso e possono essere verificati. La Relazione tecnica è accompagnata da una attenta comparazione, dalla quale emerge in modo netto come gli spazi del Gramsci fossero angusti ed inappropriati per le esigenze primarie del Dagomari. Ad esempio vi sono degli spazi vitali come ad esempio l’Aula insegnanti: nel raffronto tra quella del Dagomari e quella del Gramsci si rileva un rapporto da 63 a 33 metri quadrati: è pur vero che i 63 metri quadrati del Dagomari erano suddivisi in due aule, ma questo significava che nella “nuova” sede sarebbe stato necessario avere un altro spazio per i Docenti. Altro luogo di rappresentanza ma ugualmente necessario era la Presidenza (al Dagomari erano 71 i metri quadrati mentre la sede “nuova” ne forniva solo 38); ridotto da 27 a 17 metri quadrati erano i locali della Vicepresidenza. La Segreteria avrebbe dovuto essere ridimensionata, passando da 143 a 54 metri quadrati e così l’Aula Magna, che andava da 350 a 211 metri quadrati; e la Biblioteca, vanto storico della città, non avrebbe trovata alcuna collocazione. La stessa Mensa avrebbe avuto uno spazio del 50% e le Aule che in viale Borgovalsugana erano 45 per uno spazio complessivo di 2045 metri quadrati non avrebbero trovato tutte spazio nel Gramsci in via di Reggiana, dove ne erano disponibili solo 36 per 1743 metri quadrati. A conti fatti mancavano 1190 metri quadrati per consentire la normale attività dell’Istituto Dagomari, spostato dalla zona Est a quella Sud-Est (anche se il complesso di via Reggiana appartiene alla Circoscrizione Centro).

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25 luglio ancora sulle politiche scolastiche abborracciate

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25 luglio
ancora sulle politiche scolastiche abborracciate

Avevo percepito tra alcuni docenti il gradimento nei confronti del Ministro della Pubblica Istruzione del Governo Giallo-Rosso, Azzolina. Mi sorprendeva questo endorsement soprattutto da parte di docenti notoriamente iper democratici, per capirci bene “assolutamente e risolutamente di Sinistra”. Lo trovavo strano anche perché quasi sempre la contrapposizione da parte di questi colleghi era apparsa tale a prescindere dalla collocazione partitica dei Ministri in carica. Indubbiamente mi sono sentito spesso in linea con alcune critiche verso Ministri come la Gelmini o la Moratti rappresentanti della Destra ma non mi erano affatto piaciute nè la Carrozza nè la Giannini rappresentanti del Centrosinistra. Non credo che sia stata l’appartenenza nè alla parte politica nè tantomeno al “genere” che mi hanno fatto apprezzare Ministri come Berlinguer, come De Mauro e, negli ultimi tempi, lo stesso Fioramonti.
Eccolo, il Fioramonti. Sarebbe utile che la signora Ministra Azzolina, verso cui la critica da me rivolta ha degli elementi ben fondati (esposti in un post molto recente) legati alla incapacità di sviluppare una “memoria storica” adeguata alla necessità di attribuire le giuste responsabilità del disastro epocale cui stanno spingendo il nostro mondo della scuola, spieghi a se stessa ed a tutti noi le ragioni dell’astio, del fastidio profondo che esprime ogni qualvolta sente il nome del suo predecessore, proprio quel Fioramonti verso il quale mi sono sopra espresso positivamente. Non lo capisco, anche perchè il Fioramonti aveva denunciato il degrado del settore, una situazione molto complessa che aveva bisogno di interventi massicci, speciali, ben prima dell’arrivo del Covid19 e dei problemi che con esso si sono acuiti ulteriormente.
La Azzolina sta dimostrando di essere molto più vicina a rappresentare quelle forme di autocelebrazione, a partire dalle pretese competenze, peraltro (non scherziamoci su troppo!) di una “dilettante alle prime armi”, di esperienza ben difficile da essere credibile, molto più assimilabile a quelle di Ministre come la Moratti o la Gelmini, assai lontane da quelle di Ministri come Berlinguer o Di Mauro. Insomma, dimostri l’umiltà “vera” reale, di essere in grado di affrontare le emergenze, riconoscendo i suoi limiti culturali, storici. Basterebbe intanto far riferimento alla forza politica cui appartiene, quel Movimento 5 Stelle che ha fondato la sua forza sulla critica non sempre puntuale ma in ogni caso in grado di coinvolgere le masse e che è cresciuta essenzialmente sulla critica all’establishment consolidato. Uno dei motivi principali della disaffezione progressiva dell’elettorato verso quel Movimento, evidenziata dai frequenti sondaggi, è proprio l’abbandono – altrettanto progressivo – della opposizione alla politica di mestiere che i suoi Ministri stanno praticando. In realtà, l’Azzolina sta ogni giorno di più mettendo in mostra una modalità molto vecchia – non di certo alternativa – di far Politica. Questa omologazione sta producendo disastri, facendo crescere il consenso a favore delle Destre, che in realtà senza troppa fatica acquistano forza, nel mentre si riducono proprio quelli del Movimento 5 Stelle.
Questa mia attenzione verso il Ministero della Pubblica Istruzione è legata essenzialmente al ruolo che assegno a quel dicastero, che si occupa di costruire il futuro, il nostro e soprattutto quello dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ne parleremo? Sì, certo, ne riparleremo.