DELINQUEN-BULLI E DOCENTI: entrambi “vittime” in pasto all’opinione pubblica

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DELINQUEN-BULLI E DOCENTI: entrambi “vittime” in pasto all’opinione pubblica

Negli ultimi giorni, come spesso capita per le notizie per le prime pagine, quelle che devono “apparire” (oltre modo) eclatanti allo scopo di attirare una maggiore “particolare” attenzione da parte dei lettori, c’è stato il boom delle vicende scolastiche di cui sono protagonisti “attivi” dei piccoli delinquen-bulli e passivi dei miseri docenti incapaci di gestire quella parte della classe restia a convivere civilmente con la Conoscenza e la Cultura.
Non so quale sia la preparazione culturale di quei docenti; non metto in dubbio che abbiano potuto superare degli “step” poderosi. Nutro invece dubbi sulle modalità concorsuali con cui si accede al lavoro della docenza. Per insegnare non occorre, come invece continua a proporre la Politica del nostro Paese, conoscere a menadito percorsi e personaggi della “Divina Commedia” né i passi fondamentali di grandi romanzi e non basta sapere perfettamente risolvere, semmai con l’utilizzo di lingue straniere, complesse operazioni matematiche o addentrarsi nelle discussioni dogmatiche filosofiche. E potrei andare avanti nozione per nozione ed abilità per abilità toccando perfino tematiche burocratiche inutili. E non proseguirei di un millimetro a risolvere il “problema” di fondo, che è sostanzialmente la capacità di creazione di un rapporto empatico basato soprattutto, questo sì, sulla modalità di trasmissione “divertente” e colta dei propri saperi, che anche per il docente finiscono per crescere, ai propri temporanei allievi.
Ci troviamo quindi di fronte a due tipi di “vittime”: le prime, gli studenti in oggetto (per fortuna pochi) che non possedendo valori etici positivi, spesso a causa di un background ambientale e familiare che li sostiene in tal senso, comunicano il loro disprezzo per la Conoscenza e per il Sapere in quel modo orribile; le seconde, i docenti, impreparati a fronteggiare le conseguenze di quel degrado morale civile e culturale, le subiscono in modo diretto.
Ed entrambe le vittime subiranno conseguenze in definitiva ingiuste, proprio in quanto dovrebbe essere lo Stato a far sì che questo progressivo abbassamento del livello etico si fermi: non uno Stato “polizia” come successivamente agli “eventi” finisce per essere (con il comminare sospensioni ed allontanamenti, bocciature e censure reprimende) ma uno Stato “paterno” severo non accondiscendente ma educante, che sappia guidare, consigliare, prevedere. Questo ruolo non lo può avere la Scuola, non ne è in grado e non lo dovrà essere: non si può supplire (come troppe volte si pretenderebbe) al ruolo dei genitori né a quello dell’assistenza sociale (laddove i genitori concretamente non possono esserne capaci). La Scuola ha fini di carattere formativo sulle competenze; a partire da queste “si può” incidere sul carattere, aiutandolo. Ma è un compito molto delimitato.
Lo Stato fin qui ha mostrato la sua incapacità a gestire i cambiamenti antropologici connessi alle nuove tecnologie e soprattutto non ha retto al diffondersi di nuove e più dure “povertà”. Una società abbrutita dall’apparire e dal successo apparentemente facile ha ridotto al lumicino il fascino dell’insegnamento, costringendo alla burocratizzazione di quel lavoro, inaridendone ed avvelenandone le “fonti”.
Tendenzialmente sarei pessimista sulle soluzioni, ma “bisogna” essere ottimisti per fare forza alla “volontà” come diceva, ispirandosi a Romain Rolland, il nostro Antonio Gramsci.

Joshua Madalon

Altro tema è quel che accade con il personale della scuola violento sui minori! anche se è uguale segno del degrado morale civile e culturale del nostro Paese.

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“QUERIMONIAE” FLEGREE

QUERIMONIAE FLEGREE

Non vorrei apparire ipercritico ed ingrato né tantomeno sciovinista. Decanto la “bellezza” dei luoghi ma ne rilevo anche le notevoli ed imperdonabili mancanze, che non posso che addebitare alla Politica locale, all’Amministrazione comunale ed a quella Regionale.
Non è ammissibile che un turista (uno solo perché anche da solo ha diritto ad essere rispettato) o più turisti, come sta accadendo sempre più spesso (nel periodo 21 aprile-1° maggio si sposteranno intorno ai 15 milioni per recarsi in località come quelle dei Campi Flegrei), arrivino in questa terra e trovino l’Ufficio Turistico sbarrato perché, a quanto mi si dice, non ci sono più “fondi”. La foto che qui riproduco è stata scattata stamattina 21 aprile intorno alle 11.00.

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Di fronte a questo “sconforto” decido di passare in Biblioteca comunale, dove – a mia memoria – dovrebbe esserci un desk curato da giovani per dispensare indicazioni e suggerimenti di tipo storico e turistico ai turisti. Mi ci reco con fiducia. Purtroppo non c’è più il desk e neanche l’ombra di un ragazzo che stia lì per aiutare i turisti di transito. Qualcuno potrà dire che ormai c’è Internet che supplisce a questo ruolo; ma non è così. Questa estate un giovanotto di grandi speranze, di origini casertane, ma ormai globetrotter della Cultura (ora è ad Harvard, prima era in Germania a Berlino e prima ancora a Cambridge), giovane alfiere dell’ANPI (l’Associazione dei Partigiani per capirci), consultando Internet è venuto a Pozzuoli per visitare l’Anfiteatro che però era drammaticamente “chiuso”: Internet riportava l’orario di apertura per quella giornata.
Vorrei stare sempre – come ho fatto ieri su questo Blog – a decantare la “bellezza”. Ma la realtà non me lo consente.
Non vorrei accordare credito a quel “burlone” che alla insegna della stazione di Quarto (a pochi chilometri da Pozzuoli, ricordate? È quel Comune amministrato dal M5S dalla Sindaca Rosa Capuozzo e poi sciolto per decreto prefettizio) aveva scritto dopo il nome del Comune che delinea l’aggettivazione numerale ordinale il sostantivo mondo, cioè QUARTO MONDO.
Vorrei invece parlare ancora, e lo farò nei prossimi giorni, di tutto ciò che di bello ogni volta che vengo giù riesco a cogliere.

A volte le sorprese sono semplicemente legate ad un “colpo d’occhio”. La foto che è qui sotto è essenzialmente legata all’abbandono e mi ricorda la ricchezza (e la inusitata “bellezza” della vigna disordinata di Renzo nei “Promessi Sposi”) della Natura che supera la stessa Arte che non può andare “oltre” le Nature morte.

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Ed in quest’altra foto c’è o meno la mano dell’uomo? Sono propenso a dire di no. E lo spero! Se così fosse, riponiamo fiducia nella “natura”.

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E lo facciamo riprendendo l’immagine in evidenza che è invece il segno dell’abbandono umano senza speranze.

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 2

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – sesta parte – 2

Gabbiani o viandanti medievali pellegrini alla ricerca del loro destino, avrei voluto essere! I secondi alla fin fine mi assomigliavano di più perché non potevo volare se non che con la fantasia ed in anticipo sui tempi mi inventai il “drone”.

D’altronde non possiamo sceglierci il luogo né la famiglia; ma l’uno e l’altra sono due delle mie grandi fortune. Solo la fine della nostra esistenza ci renderà piatti ed un luogo varrà l’altro così come una famiglia.
Nascere e “vivere” nei Campi Flegrei è stato ed è straordinario. Non esiste un luogo nel quale la leggenda, il Mito e la Storia si sono intrecciate in modo così continuativo ed intenso. Le abbiamo respirate tutte quelle vicende e le portiamo dentro di noi. Non c’è altro luogo che possa contenere tutta la “bellezza” che qui trasuda dalle zolle sulfuree e dalle onde che emanano profumo di salsedine ineguagliabile nella sua composizione vulcanica. Viviamo tra e dentro i vulcani e la nostra terra ribolle come il nostro sangue sempre caldo.

Joshua Madalon

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – sesta parte – 1

Alla fine degli anni Sessanta la mia formazione culturale era stata legata ad una profonda libertà; mi scrollavo di dosso ciò che mi veniva imposto dagli altri e cominciavo a rendermi conto di quale sarebbe stato il mio “tempo”. Amavo il mio territorio senza retoriche scioviniste. Lo scrutavo, analizzando i comportamenti umani che lo deturpavano, incoraggiati da un Potere corrotto come da eterno copione.
Nei post precedenti ho ripercorso alcuni aspetti della mia formazione, solo pochi e solo epidermicamente. Ho cercato di utilizzare l’ironia, quando mi sembrava utile, ma non sempre riuscendoci a pieno. Nella vita capita a ciascuno di noi di avere occasioni varie che ci sospingono. A volte è necessario il coraggio, altre volte invece è una vera e propria Fortuna che ti accoglie tra le braccia. Mi è stato consentito di nascere e di vivere in un posto ed in un tempo nel quale la Storia ci consentiva di ricordare un Anniversario straordinario tondo tondo: 2500 anni, un doppio millennio e mezzo; questo è quel che avveniva nel 1972 a Pozzuoli, l’antica Dicearchia greca, poi Puteoli al tempo dei Romani. E sono stato davvero fortunato perché quella città dal 1953 fu scelta da Adriano Olivetti per insediarvici una delle sue fabbriche (per capirci quella di “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, romanzo del 1959). Il luogo dove essa fu costruita è una delle straordinarie terrazze panoramiche sul golfo di Pozzuoli. La fabbrica costituiva per l’organizzazione una grande scommessa per il mondo del lavoro del nostro Paese: purtroppo diventerà un caso da manuale e poco più.
Grazie alle mie “amicizie” di cui ho accennato in altri post “da giovane” fui inserito in un contesto celebrativo dei 2500 anni di Dicearchia. Il Comune ed altri enti di cui oggi poco ricordo sponsorizzati da Olivetti avviarono sin dall’autunno del 1970 la progettazione e mi chiesero di produrre un libretto da diffondere nelle scuole, quelle medie inferiori e le ultime due della primaria. Partecipai ad una serie di incontri del Comitato organizzatore come giovane studente che aveva mostrato attenzione verso i problemi ecologici, che dalle nostre parti erano già acuti, abbinati ad una conoscenza dei territori storici e geologici. Nei prossimi post mi dedicherò alla riproposizione di quei temi così come riportati nel testo del libretto.

….fine parte sesta – 1……

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Quando si arriva a Napoli

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Quando si arriva a Napoli….

Quando si arriva a Napoli uscendo dall’Autostrada del Sole per andare verso l’area flegrea occorre entrare sulla Tangenziale. Se siete credenti fatevi la croce – se non lo siete provate a fare la stessa cosa: nessuno penserà a rimproverarvi di blasfemia. L’arteria che si chiama Tangenziale è proprio come una delle parti di un corpo umano: ricorda quella scena di un cartone animato didattico, “Siamo fatti così” con migliaia di globuli bianchi e rossi che sgomitano. Se capitate la prima volta in quella sarabanda di vetture potreste rimetterci qualche specchietto o qualche parafango e qualcuno si blocca del tutto. Ma dopo qualche esperienza non ci farete più tanto caso e vi adeguerete. Basta essere svegli! Non vi conviene arrivarci troppo stanchi. Pensate all’autoscontro dei vostri anni verdi; è più o meno così. Fino a qualche anno fa era peggio, anche se qualcuno li rimpiange. Non c’erano molti controlli e spesso si finiva all’ospedale, perché oltre al gran traffico ed al gran disordine vi era la grande velocità con cui ci si muoveva da destra a sinistra, saltando per il centro e viceversa da una parte all’altra: il tutto correndo all’impazzata. Poi le autorità esasperate hanno deciso di mettere un freno a quel tipo di follia con gli autovelox e fioccavano multe salatissime, alcune delle quali però inesigibili per l’astuzia tipica dei partenopei. Negli ultimi tempi però si va più piano ma le infrazioni continuano in modo diversificato ad essere compiute. Chi vive in questo territorio non se ne rende nemmeno conto: è il suo ambiente “naturale”! Ad ogni buon conto, se vi trovate da quelle parti procedete con prudenza e non agitatevi troppo se all’improvviso dietro di voi spunti qualcuno che vi supera e vi si piazza davanti senza neanche segnalare la sua decisione: è del tutto normale in quella città. Anzi, nel caso in cui vi capitasse di trovare qualcuno che invece segnala “prima” di procedere nella scelta, non abbiate alcun dubbio: non si tratta di un autoctono. Detto questo, però, bisogna sapere che questo modo di essere fa parte del bagaglio antropologico tipico di questo popolo ed ha aspetti di positività, collegati all’inveterato ottimismo. Avrete potuto ben notare, dopo un attento esame della realtà, che il parco auto generale è davvero malandato a dispetto della stessa età di quei veicoli: è che ai partenopei non interessa apparire, preferiscono essere. E dite poco? In un mondo che viaggia al contrario, Napoli è una straordinaria eccezione culturale e quegli oggetti altrove così tanto venerati, coccolati, vezzeggiati hanno una loro esclusiva funzione: far muovere le persone in modo autonomo da una parte all’altra del territorio. Punto e basta.

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LETTERA APERTA ad un compagno

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LETTERA APERTA ad un compagno

Caro Daniele P. la stima che ho per te mi consente di riconoscere la profonda buona fede nelle tue affermazioni sintetiche espresse con i post di Facebook.
Ciononostante mi sento di doverti ricordare che l’attuale quadro politico, benché scalcagnato in direzione della formazione di un Governo comunque sia (in fondo è il minimo sindacale delle tue richieste), è il frutto non certamente di un destino misterioso ma di una lunga serie di errori profondi e di scelte molto lontane dai cuori della Sinistra portate avanti nel corso degli ultimi anni già ben prima dell’avvento di Renzi, il quale a tutta evidenza sta completando la liquidazione della Sinistra (quella residuale compresa nel PD).
Molti di noi avevamo riconosciuto i limiti di una Sinistra che man mano diventava sempre più “borghese” acquisendo posizioni di privilegio non sempre meritate – in quanto quasi mai conquistate in un agone legale – e di quell’altra Sinistra che a sua volta si ergeva a testimone ideologico rinchiudendosi in angusti ed esclusivi recinti. La prima, collegandosi prioritariamente ai salotti “buoni” del Potere economico, cresceva carpendo consensi mediatici organizzati da esperti “guru” della comunicazione (non sto parlando dei 5S ma del Partito Democratico, i cui consensi negli ultimi test elettorali provengono “in maggioranza” dai quartieri “medio-alti” delle città); la seconda Sinistra continuava a vivere la sua residualità marginale orgogliosamente.
Tutti abbiamo la responsabilità di quel che sta avvenendo e serve a ben poco dire oggi che lo avevamo denunciato più volte, anche all’interno del PD, ed ancor prima.
Non siamo stati capaci di incidere ed abbiamo contratto con ciò un debito immenso verso tutti coloro che di volta in volta hanno avuto fiducia in noi (parlo dei cittadini che con la nostra passione abbiamo illuso).
Non siamo stati in grado di declinare dal nostro punto di vista alcune delle “fortunate” affermazioni sintetiche dei nostri avversari. Eppure avevamo segnalato l’esigenza di applicare metodi democratici prima di andare alle scelte: diversamente prima sono state fatte le scelte e poi, in modo sporadico, sono state consultate le persone. Avevamo rimarcato la necessità di ridurre al massimo il tempo che ciascuno di noi nella vita avrebbe dovuto dedicare alla Politica amministrativa diretta, pur con deroghe intelligenti. Non basta, oggi, sentire che anche il M5S “forse” rinuncerà a quella clausola dei due mandati! Se lo facesse basterebbe che le deroghe fossero motivate per smontare qualsiasi polemica. Avevamo pensato ad un Partito-palestra (ricordi Fabrizio Barca? Io ricordo anche il tuo intervento in quell’incontro che noi a San Paolo in mezzo a tantissime difficoltà organizzammo), un Partito aperto, coinvolgente, che fa crescere la partecipazione non la mortifica!
Oggi non bastano più le sedute penitenziali terapeutiche senza che vi sia un profondo cambiamento: troppe concrezioni calcificate non consentono che le acque limpide scorrano. Non è fuori luogo l’ipotesi di una ri-fondazione con la “r” minuscola non solo per distinguersi dall’altra già esistente (benchè con l’accezione di “comunista” che ancora fa rabbrividire qualcuno) ma soprattutto per riprendere un cammino alla ricerca della Sinistra con “umiltà”. Non mi aspetto che tali scelte abbiano un folto consenso e l’importante che non vi siano i soliti opportunisti, ma vi aderiscano persone che abbiano “davvero” a cuore la realizzazione dei valori della Sinistra. E penso che “tu”, Daniele P., potresti essere della partita.

Joshua Madalon

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da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

Bergamo

da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

Ben prima che si concludesse la mia esperienza militare involontaria (lo chiamavano “obbligo”), in attesa che si svolgesse il concorso per gli aspiranti docenti, avevo già inoltrato una serie di domande per supplenza in varie scuole del Paese. il desiderio di mettermi alla prova era tanto ed anche la volontà di affrancarmi dalla famiglia, che non mi aveva mai fatto mancare il sostegno ma non possedevo altra autonomia che la mia naturale esistenziale e generazionale “rabbia”, che mi spingeva alla fuga. Avevo scelto scuole in realtà lontane dai miei luoghi: Lombardia, Veneto; oppure province periferiche come Rieti. Utilizzai il tam-tam degli amici più anziani, che erano già partiti e dispensavano saggi consigli a coloro che desideravano avviare la loro storia lavorativa prima possibile. Erano ancora tempi pre-elettronici e le convocazioni pervenivano attraverso telegrammi. Il primo che arrivò a casa fu quello di un Istituto Tecnico Industriale di Bergamo: una supplenza di dieci giorni per sostituire un docente che doveva sottoporsi ad un intervento chirurgico. Era il 1975. Fine ottobre. A Bergamo avevo dei punti di riferimento: un mio carissimo amico di naia, attivissimo nel sociale e nella politica praticata extra parlamentare di Lotta Continua ed un ferroviere che negli anni precedenti avevo avuto modo di valutare sui campi di calcio e sul selciato dei nostri spazi ludici. Li contattai prima di partire giusto per orientarmi. In partenza non sapevo di dover avviare la mia storia di docente confrontandomi con la realtà del mondo del lavoro; sostituivo il “collega” in due classi di serale e cominciai immediatamente anche se il tempo sarebbe stato breve a conoscere meglio il variegato cosmo delle attività lavorative. Più che trattare della guerra dei Trent’anni, che in ogni caso affrontai, ascoltammo la voce del mondo operaio ed impiegatizio. Avevo mattine e pomeriggi liberi, anche se in quel breve spazio di tempo, e frequentavo insieme a Fausto e Peppino (i due amici di cui accennavo) gli ambienti politici e sindacali.
Erano anni di grande fermento e di grandi paure. Il 1975 aveva visto l’affermazione del PCI nelle elezioni amministrative del 15 giugno ma nell’anno precedente c’erano stati picchi sanguinosi della strategia della tensione proprio allo scopo di impedire l’avanzata del movimento operaio: il 28 maggio in Piazza della Loggia, a Brescia a pochi passi da dove mi trovavo ed il 4 agosto sulla linea ferroviaria Bologna – Firenze con il treno Italicus due gravissimi attentati terroristici di matrice fascista insanguinarono il Paese.

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Ebbi modo di conoscere altri giovani docenti e, dopo il proseguimento della mia iniziale supplenza, ebbi altre occasioni di lavoro, intervallate da pochi giorni impegnati essenzialmente alla loro ricerca. Funzionava così: non so se fosse del tutto regolare ma era difficile per tantissimi “aspiranti” accettare pochi giorni di supplenza ed allo stesso tempo era difficile per i Dirigenti di allora coprire quelle “assenze” di cinque-sette giorni. Conclusa l’esperienza del “serale” non tralasciai di seguire le vicende politiche e sindacali sia quelle nazionali che quelle locali: uno degli ambienti più fervidi sotto questi aspetti era la mensa del Dopolavoro ferroviario, dove consumavo i miei pranzi, che a quel tempo era aperto anche ai non ferrovieri, che – come me – lo utilizzavano per la convenienza soprattutto ma non solo di tipo economico.
E l’altro luogo che frequentavo di pomeriggio era una Sala cinematografica d’essai intitolata a papa Giovanni XXIII.

Joshua Madalon

…fine parte sesta….

da giovane: “Come lei ben sa, Padre!” quinta parte

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da giovane: “Come lei ben sa, Padre!” quinta parte

Ogni attività “nuova” nel corso della mia vita è stata sempre caratterizzata da una “finzione”. Chiarisco meglio per evitare che vi siano dei fraintendimenti: e lo faccio con un esempio. Era – ma forse è ancora oggi – tradizione (pessima, a dire il vero) che i neofiti dei corsi universitari (le cosiddette “matricole”) fossero (siano) oggetto di “bullismo” da parte dei più anziani. Non mi faceva piacere certamente essere vittima di intimidazioni che più o meno miravano ad ottenere il pagamento di una colazione moltiplicata però per ciascuno dei pretendenti.
Ed infatti, consapevole che le “matricole” non portano sulla loro fronte o sulle terga un distintivo ma vengono riconosciute allo stesso modo con il quale si identificano quelli un po’ smarriti, un tantino persi, intimiditi dal luogo e spesso traditi dalla semplice richiesta di “informazioni logistiche”, andavo evitando queste occasioni e mi muovevo spedito come se fossi già nella piena padronanza dei luoghi.

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Con la stessa modalità cercai in mezzo a diverse difficoltà di non apparire incerto davanti ai “nonni” nella vita militare; l’esperienza culturale sociale mi venne in soccorso e creai un ottimo rapporto con un gruppo di “anziani” laureati come me che non condividevano il “nonnismo” e si contrapponevano ad un gruppo di rozzi ed incolti esseri umani che non intendevano rinunciare alle loro prerogative. A coloro che “sgarravano” (non c’era bisogno di fare grandi gesti per incappare in tale trappola) era riservata la punizione notturna che consisteva in un “gavettone” sulla branda. Una sera il gruppo di amici “anziani” mi avvertì: sarebbero arrivati di notte con una sacca colma d’acqua. Le stanze della camerata erano larghe e contigue suddivise in due corridoi comunicanti. Insieme ad altre matricole, che tuttavia avevano già subito angherie non simili a questa per me annunciata, preparai la branda sagomando una figura umana con delle coperte e varie lenzuola e mi disposi nella camerata opposta alla mia sedendo sul letto di un commilitone in permesso, trascorrendo il tempo a leggere e prendere appunti. Avevo preparato come arma accanto al letto, che era leggermente nascosto alla vista dell’ingresso da cui sarebbero entrati i “nonni”, una grande scopa. Gli altri erano stati avvertiti; mi ero anticipatamente scusato per il trambusto che si sarebbe in ogni caso verificato. Arrivarono poco dopo la mezzanotte, quatti quatti, e si avvicinarono alla branda. Li avevo visti ma loro non si erano accorti della mia presenza: ero molto più magro e leggero di quanto sia ora dopo cinquanta anni. Presi la scopa, la brandii come una racchetta da tennis ed urlando sferrai alcuni colpi alla cieca. I malnati abbandonarono la sacca a terra e scapparono con grande rapidità, sorpresi dalla mia reazione e consapevoli di essere stati traditi e di poter incorrere se avessi denunciato l’accaduto in qualche grave punizione.

Ma ritorniamo alla mia “pseudovocazione” di cui parlavo nelle due parti precedenti. Il primo incarico importante a tempo indeterminato lo ebbi a Feltre. E nella primavera del 1976 con una delle mie classi organizzai una visita d’istruzione a Firenze, dove mi raggiunse mia moglie. Mentre visitavamo la Basilica di Santa Croce accompagnati da una guida, entrati nella Sacrestia dove erano esposti molti paramenti sacri, nel descriverli il nostro anfitrione si rivolse a me: “Come ben sa lei, Padre!” suscitando sorrisini diffusi tra i miei studenti, tra i colleghi e mia moglie, che non ha mai smesso di scherzarci su negli anni a venire.

Intanto la mia vera vocazione aveva preso forma e contenuti ben più precisi. Il Teatro e il Cinema rimanevano la mia base culturale, ma la passione Politica, non quella imposta da altri, avanzava.

Joshua Madalon

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La società degli uomini senza capo nel XXI secolo

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La società degli uomini senza capo nel XXI secolo

A loop ripetono quello che suggerisce il loro capo “senza capo” e tutti si ostinano a ripetersi ed assomigliare al loro capo “senza capo” e così alla fine tutti sono “senza capo”. E continuano così imperterriti a diffondere idiozie, imitando il loro capo “senza capo”, quella sorta di infante imbronciato “c’’o pizzo a chiagnere” e a dirci che “è tutta colpa di quel 60% che ha rifiutato di approvare quella schifezza di “riforma costituzionale” che concentrava in modo irrevocabile i poteri del Premier, riducendo a zero la possibilità di scelta dei rappresentanti parlamentari da parte degli elettori.

Certo, il giocattolo è stato rotto ed il bimbo piange.

Sarebbe del tutto naturale se si trattasse di bambini.

Ma qui stiamo a parlare di un Premier! e di tante altre persone che dovrebbero essere mature e che invece continuano a sostenere inverosimilmente che quella del 4 dicembre è stata una scelta sciagurata che ha condizionato tutta la legislatura residua. I sostenitori di questa “idiozia” aggiungono anche che il “Rosatellum”, origine del disordine attuale post 4 marzo, non poteva essere diverso – per colpa del bicameralismo – e fanno finta di dimenticare che lo hanno strutturato in quel modo squallido e sgangherato, presupponendo di 1) dover mettere in difficoltà il M5S che viveva la sua ascesa irresistibile nei sondaggi che gli assegnavano in modo progressivo sicura vittoria nel ballottaggio; 2) poter costruire una “grande coalizione” tra PD e FI.

E, invece, è accaduto che, proprio la prosopopea del PD e del suo “capo senza capo” con i suoi “senza capo” ha fatto calare in modo sostanzioso i suffragi a quel Partito, riducendo nel contempo le aspettative di FI, mentre gli elettori premiavano con un “assegno – per ora e a scadenza – in bianco” il M5S che è stato l’unico negli ultimi anni a prospettare un cambiamento. Sarà difficile attuarlo, l’ho già scritto in più occasioni, e problematico affrontare tutti gli impedimenti al cambiamento. Sarà durissima e disperata la lotta; ma se non ci si riuscisse con questi esseri presumibilmente anch’essi “senza capo” questa società sarebbe destinata ad un più duro e rapido declino morale, inarrestabile. E’ una bella sfida per la quale per ora non si intravede la possibilità di riuscire.

Malgrado tutto questo drammatico quadro non si perde occasione di aggiungere sciocchezze a sciocchezze come quella della Ministra Fedeli che, pur dichiarando di condividere la protesta di alcune parlamentari “dem” non elette a causa di una dissennata composizione delle liste elettorali, obietta loro di non avere protestato “prima”.
Bene! Oltre che ipocrita, la Fedeli è anche incoerente con se stessa: se condivide il merito della protesta perché mai, anch’ella, non ha protestato “prima”? La verità è che quelle liste sono state approntate “in zona Cesarini” proprio perché le “proteste” eventuali fossero vane.

Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimosettimo (?) Pardòn, ed io non sono Manzoni, nel ventunesimo (!).

Joshua Madalon

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da giovane: “No! grazie. Ho altri progetti!” quarta parte

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da giovane: “No! grazie. Ho altri progetti!” quarta parte

Don Salvatore aveva un modo di comunicare che era “doloroso”! ogni volta che ci si accostava il suo approccio era con dei pizzicotti che trasmettevano una sorta di compartecipazione non del tutto decifrabile ma non ho mai dubitato che quella modalità fosse affettuosa e connessa alle sue origini contadine irpine, ma facevano male! Era anche la prima volta che io conoscevo il classico “prete operaio” sempre indaffarato ad aggiustare la Parrocchia impegnato nelle più varie attività sporco di lavoro ed anche per questa sua dedizione al bene comune spesso lo aiutavo, intravedendo in lui qualcosa che lo avvicinava alla figura di mio padre che, pur avendo avuto incarichi di direzione dei lavori edili nei cantieri, non tralasciava mai di cooperare, “sporcandosi le mani” in modo concreto insieme ai suoi operai. Fu forse questa mia “partecipazione” a far emergere l’equivoco che io potessi essere stato colpito da una vocazione al sacerdozio. Don Salvatore me ne parlò ma feci comprendere con la dovuta gentilezza e gratitudine che non avevo affatto questa intenzione; avevo altri progetti. Ma era del tutto evidente che i miei comportamenti impostati ad una correttezza formale di un “bravo ragazzo” conducevano alcuni miei interlouctori all’errore: non ne ero però contrariato. Tutto sommato, non mi scambiavano per un “delinquente”!
Continuavo ad impegnarmi nell’attività teatrale a Procida e memorabile fu la costituzione di una compagnia provvisoria che mise in scena “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta nel Teatro del Penitenziario di Procida che in quel periodo era ancora funzionante anche se non come “ergastolo”.

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A Pozzuoli dopo la fase happening dell’oratorio formammo una Compagnia diretta da Nunzio Matarazzo che mise in scena lavori di Peppino De Filippo (“Cupido scherza…e spazza”) e di Oscar Wilde (“L’importanza di chiamarsi Ernesto”), di Eduardo Scarpetta (‘O miedico d’’e pazze”) e di Guglielmo Giannini, nostro concittadino commediografo ma soprattutto noto per aver fondato nel secondo dopoguerra il Movimento de Il “Fronte dell’Uomo Qualunque” (“Eva in vetrina”). Ci fu poi una proposta da parte di un noto musicologo puteolano, appassionato di teatro, il M° Enzo Saturnino, di mettere in scena uno dei testi più stimolanti e ricchi di connessioni antropologiche partenopee scritto da Raffaele Viviani (“‘O vico”) dove c’erano anche numerose parti musicali e cantate: e fu un grande successo, con numerose repliche. A quel lavoro collaborava anche Giuseppe (Peppe) La Mura, giovane artista che si occupò delle scenografie. E con quest’ultimo grande amico ispirati da Viviani e stimolati dalla vivacità e dalla particolarità linguistica del popolo puteolano intraprendemmo un lavoro di ricerca etnico-linguistico andando a registrare voci e suoni della vita e ad intervistare alcune figure (il pescivendolo, il pescatore, la “nevaiola”). Tutto questo lavorio era progettato per la realizzazione di un lavoro teatrale originale ma ispirato alla famosa “Cantata dei pastori” di Andrea Perrucci, un testo classico popolare scritto nel 1698. L’originalità della versione sarebbe stata quella di trasposizione linguistica nel dialetto puteolano.
Ad interrompere questa attività fu però l’obbligo militare ed il primo incarico del lavoro che ormai stavo intraprendendo. Nel frattempo avevo conosciuto la ragazza che sarebbe diventata mia moglie e proprio in una delle nostre prime uscite insieme a Firenze accadde che……

Joshua Madalon

…fine quarta parte….

Totore 'o guappo 'nnammurato 001