13 maggio – LE PAROLE CHIAVE (repetita iuvant?) – parte 3 (per la 2 vedi 8 maggio)

LE PAROLE CHIAVE (repetita iuvant?) – parte 3
un raffronto tra il testo “costituente” e l’attuale “Vademecum” di Letta

Dicevo nel precedente post Riporto quel che nel 2007 si scriveva nel “Manifesto per il Partito Democratico”

3.

“Noi vogliamo un’Italia più unita, più omogenea sul piano economico e sociale. Per questo mettiamo al centro della nostra azione il Mezzogiorno. Dobbiamo assolutamente cogliere, come nazione, l’opportunità di farne il principale raccordo che, attraverso il Mediterraneo, unisca l’Europa e l’Asia. In questo quadro, la predisposizione di adeguate piattaforme logistiche, infrastrutture di comunicazione e reti telematiche, è fondamentale per attrarre stabilmente capitali e iniziative imprenditoriali. A questo fine vogliamo chiamare a raccolta tutte le migliori energie della nazione, per un progetto che richiede ingenti risorse economiche, ma soprattutto un impegno straordinario per riformare profondamente il settore pubblico, per combattere inefficienze, favoritismi, corruzione e mettere in moto le grandi riserve di ingegno di cui il Mezzogiorno è ricco. ” AA.VV. “PARTITO DEMOCRATICO – Le parole chiave – a cura di Marco Meacci – prefazione di Pietro Scoppola pagg.181-182

Ritornando ai nostri tempi Si parla di Lavoro, ma non si è mai stati in grado di produrre una legislazione che accanto agli incentivi per chi imprende preveda la certezza della dignità dei prestatori d’opera. Ovviamente sono decenni che si avverte l’esigenza di semplificare i meccanismi burocratici, ma non lo si riesce a fare. Ma l’intralcio è anche collegato ad un timore oggettivo che nella semplificazione si vada a nascondere uno squilibrio a favore dei più forti. Si parla di Merito, e allo stesso tempo si continua a pensare che questo risieda nelle persone più affidabili per “eseguire” non necessariamente idonee a progettare in modo libero ed autonomo da condizionamenti e pressioni di ogni tipo. A tale proposito mi viene in mente che si parla di Donne e si chiede la parità di genere, senza rendersi conto che le Donne diversamente dagli uomini sono molto più libere e dunque risultano meno condizionabili a dei compromessi e molto spesso proprio per questo motivo si ritraggono dalla partecipazione diretta all’azione politica: quelle che riescono sono in gran parte preparate, volitive e combattive, anche se, così come i maschietti, quasi sempre si adeguano e finiscono per imparare la prudenza ed il silenzio, quando ciò è necessario per mantenersi in piedi, finendo così per non distinguersi in modo chiaro dal genere con cui intendono concorrere. Viene il dubbio che “parità” significhi “adeguamento al ribasso, non competizione verso l’alto”. Ma è una mia malignità?

Osservando dall’esterno l’agone politico e “lo stato delle cose” così come continuano a porsi, non mi sembra fuori luogo continuare a proporre una profonda revisione del progetto. Non si può continuare a mentire, ipocritamente, ai cittadini, quelli che osservano con accorata apprensione i passi indietro complessivi della società, promettendo soluzioni irrealizzabili perché non veramente sentite. In primo luogo, accanto a quelle soluzioni “avveniristiche” ricche di fascinazione esposte anche dal Premier Mario Draghi, sarebbe utile meditare su quelle dicotomie (onestà, intelligenza, gusto del futuro versus corruzione, stupidità e interessi costituiti) di cui egli tratta in una tranche del suo discorso del 26 aprile alla Camera dei Deputati.

“Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità e gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo ma fiducia negli italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà e alla responsabilità….”

12 maggio – CINEMA – storia minima 1939-1940 parte 18 (per la 17 vedi 13 aprile)

CINEMA – storia minima 1939-1940 parte 18

Rimanendo dalle nostre parti ma con uno sguardo meno “provincial-nazional” non è fuori luogo menzionare il film di esordio di Mario Soldati, “Dora Nelson”. Il giovane intellettuale piemontese, artista poliedrico ed estremamente curioso di nuove e diverse esperienze aveva mosso già alcuni passi nel mondo cinematografico, seguendo soprattutto la sua particolare attenzione  verso la Cultura Artistica. Si era distinto particolarmente per la cura delle sceneggiature e per un paio di regie in italiano. Per tutti questi motivi Soldati entra in anticipo a far parte di quella tendenza che venne conosciuta come “calligrafismo”.                                                                                                                    In quel film si utilizza lo schema di una sostituzione di tipo teatrale plautina della protagonista che attraverso un inganno viene allontanata da un set sul quale sta recitando; è una tipica commedia che richiama lo stile di Lubitsch che tanto successo in quel periodo sta riscuotendo nel mondo e sul quale ci affacceremo in una delle prossime tranche. “Dora Nelson” aveva già avuto una sua edizione francese cui Mario Soldati si ispirerà.

Con lo stesso escamotage scenico del “sosia” ci inoltriamo nel cinema di Carlo Ludovico Bragaglia, ed in questo caso con la nuova stella del Cinema comico, Totò, alla sua seconda prova assoluta, “Animali pazzi” che, come il primo, non fu un grande successo di pubblico, tanto che finì per essere dimenticato e per lungo tempo dichiaro “perduto”, in quanto non se ne trovava traccia alcuna. In questo film, come accennato il grande attore comico napoletano impersona due personaggi come era stato nel caso della interprete del film “Dora Nelson”, la grandissima Assia Noris.

Saltando nel 1940 non si può non trattare di un’opera profetica distopica ed antidistopica (ma non utopica) allo stesso tempo ed in qualche modo – anche con distanza supersiderale – assimilabile a questi due primi film del 1939 trattati in questa tranche. Si tratta de “Il grande dittatore” nel quale Charlie Chaplin, nel pieno della sua ascesa artistica, interpreta il ruolo di un umile barbiere che per una serie di (s)fortunati equivoci si ritrova ad assumere un ruolo guida di un Paese inventato ma molto vicino alla Germania hitleriana. Ovviamente, la vera Storia è in sottofondo ed ogni tanto fa capolino, ponendo in evidenza i valori positivi della pace della fratellanza della solidarietà che appaiono in modo intenso nel Discorso al Mondo che chiude il film e che ne rappresenta una eccezionale forma epigrafica di grande impatto emotivo.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi. Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue.

Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

L’aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l’uomo a torturare e imprigionare gente innocente. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana: l’amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l’amore per l’umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l’amore per gli altri che lo fanno.

Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini. Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati uniamoci in nome della democrazia.

11 maggio – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 5 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) -per la parte 4 vedi 4 aprile 2021

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 5 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Stupende e ricche di ritmo erano state le immagini di una Nizza scrutata nei vari momenti della giornata, nei vari quartieri, quelli ricchi (la Promenade), quelli miseri (la città bassa), nei preparativi del Carnevale e nella sua frenetica attuazione, l’onda che ritmicamente viene e va, e sui carri allegorici le ballerine che dondolano le loro gambe e poi le industrie e lo smog.

Eccezionali le riprese sottomarine (o, per meglio dire, “sottovasca”) di un Jean Taris campione di nuoto, che si esibisce in capriole come una foca giocherellona e felice e che nello stesso tempo pretende di insegnare al pubblico in meno di dieci minuti come si fa a nuotare!

La copia è piuttosto “malmessa” ma perlomeno rende l’idea!

Ma, quando dal primo periodo più nettamente legato all’Avanguardia, si passa ad un ambito realistico (Vigo però non dimenticherà mai le tecniche che aveva imparato in quell’epoca di apprendistato – vedi la scena iniziale di “Zéro de conduite” e quella famosissima tutta al “ralenti” come una danza, una processione “anarchica” nella parte finale dello stesso film , nell’ “Atalante” le riprese subacquee che rimandano direttamente a quelle già menzionate di “Taris”), ci troviamo di fronte ad un “poeta” ancor giovane ma già maturo, come se il destino malvagio avesse deciso per lui che era arrivato a compimento il suo ciclo di vita e di impegno culturale, come se Vigo avesse esaurito, completandolo, tutto il suo bagaglio di conoscenze.

Scegliere a questo punto gli altri autori da trattare era abbastanza semplice, meno lo era semmai la scelta dei film. Un po’ limitati, ma non troppo, dal mercato e dalla temporanea indisponibilità, ad Empoli è stato presentato quasi il meglio della produzione di René Clair (“Le Million” e “A nous la libertè”) di Jean Renoir (“Toni”, “Le crime de Monsieur Lange”, “La bete humaine” e “Une partie de campagne”) e Marcel Carnè (“Jenny”, “Drôle de drame ou L’étrange aventure du Docteur Molyneux”, “Hotel du Nord”).

Un serio problema veniva ad evidenziarsi nel corso delle varie proiezioni, corredate sempre tutte da introduzioni colte ed esaurienti, ma prive di traduzione simultanea, soprattutto laddove essa era resa necessaria dalle versioni originali dei film in programmazione. Anche quando si è tentato di sopperire a questo problema, lo si è dovuto fare con mezzi inadeguati ed a volte ci si è dovuti confrontare con un pubblico per niente propenso. Le maggiori difficoltà si sono avute in particolare per “La bete humaine” e per “Jenny”, mentre la versione originale de “Le Million” è stata accolta senza difficoltà, non solo perché riservata ad un gruppo scolastico che lo aveva richiesto e che era stato adeguatamente preparato dai docenti, ma anche perché quel film è naturalmente costruito per essere compreso anche senza il sonoro. Bisogna sempre tener conto che l’avvento del “sonoro” era molto recente e “Le Million” del 1931 era il suo secondo film “sonoro”.

10 maggio – CANI GATTI E FIGLI – parte 5 (per la 4 vedi 12 aprile)

CANI GATTI E FIGLI – parte 5

Quanto ai ritmi di vita nostra ovviamente vennero sconvolti dalla presenza nuova del micetto. Era il nostro pensiero costante; ed essendo ancora da svezzare come un vero e proprio umano neonato ci alternavamo il più possibile a rimanere in casa, anche per evitare qualche “naturale” danno al parquet con il quale tutto l’appartamento era pavimentato.

Per fortuna essendo un gatto e non un cane aveva istinti molto più adatti ad un ambiente casalingo. Un cane – lo si sa – avrebbe avuto bisogno di uscire ed io me ne ricordavo; sarebbe stato un impegno molto diverso. Il collie di Saverio era stato sempre molto buono e paziente, non aveva mai disturbato ma quasi sempre non è così: negli appartamenti i cani tendono, soprattutto quando sono soli e pur temporaneamente abbandonati, ad abbaiare e fanno nascere molti contenziosi “condominiali”.

In realtà il “bello” di un cane è che ha una sua vita in gran parte dipendente dai loro umani di riferimento ma sanno stare in disparte tranquilli quando sanno di essere in compagnia. Un gatto invece sa ricavarsi spazi di autonomia quando gli “umani” sono assenti, mentre sentono il bisogno di rapportarsi non appena la presenza umana si concretizza. Quando si partiva per andare a scuola, la mattina, ci rincorreva fino alla porta ma, ce lo diceva la signora Cason, non lo aveva mai sentito miagolare in nostra assenza. A dire il vero, avendo condiviso questa adozione con lei, le avevamo anche dato l’autorizzazione ad entrare in casa in nostra assenza laddove Pussypussy avesse disturbato la quiete degli altri condòmini.

Quando si ritornava da scuola, era una festa “muta” fatta di rincorse, morsettini alle caviglie e arrampicamenti lungo i pantaloni. Erano un segno di affetto in attesa di avere il latte tiepido nel biberon. Ormai me ne occupavo io e sempre più ero il surrogato inconsapevole di “mamma gatta”. La sera, avendo intenzione di difendere la “nostra” intimità, chiudevamo la porta della camera da letto ma… dopo un po’ sentivamo grattare le unghie del micetto che mugolava con discrezione, piatendo di essere accolto tra noi. Cercavamo di fare i duri ma quasi sempre gliela davamo vinta: l’accoglievamo tra noi e si allungava in mezzo a noi, godendo del calduccio naturale.

Lo svezzamento avvenne poi, quando nella nostra piccola accogliente cucina stavo mangiando un panino con il prosciutto e il gattino si è arrampicato lungo le mie ginocchia, si è accomodato sul mio grembo ed ha allungato la zampina sul panino, staccandone un pezzo e portandoselo alla bocca. Da lì in poi lentamente ma progressivamente lo svezzammo, abituandolo a mangiare molti dei nostri cibi, seguendo i nostri ritmi alimentari.

Avremmo di sicuro visto crescere la nostra cucciola, diventare adulta, ma quello fu, in parte volontariamente in parte no, l’ultimo anno in cui vivemmo a Feltre. Per la prima volta avevamo la possibilità di chiedere il trasferimento per ridurre la distanza con la sede dei nostri genitori.

…5…

9 maggio – ESTATE 2020 – Castagneto e ritorno a Prato -parte 13 ed erroneamente credevo ultima ma non lo era (per la 12 vedi 3 maggio)

ESTATE 2020 – Castagneto e ritorno a Prato – parte 13 ed erroneamente credevo ultima ma non lo era

Ritorniamo davanti alla sede del Comune, dove c’è anche il busto del grande poeta vate, Giosuè Carducci, cui è dedicata la località. C’è ancora un po’ di tempo per scattare qualche foto prima che arrivi a bordo di una classica Vespa 50 della Piaggio la signora con la quale abbiamo interloquito, responsabile dell’Agenzia immobiliare. Con piglio sicuro ci saluta ci dice che non aveva le chiavi in Agenzia ma che sa dove trovarle e subito dopo parte verso la meta (sembra avere molta più fretta di noi, che intanto ci siamo accorti che si va facendo tardi). Ci precede e prima di entrare in un negozio di orologiaio ci fa segno di attendere. Riemerge da questo immantinente con un mazzo di chiavi e si reca altrettanto rapida verso il portoncino adiacente. Dopo aver con sicurezza scelto tra le tante la giusta chiave lo apre. Siamo immediatamente colpiti da un tanfo di umidità. L’ambiente è trascurato, buio. Ma si tratta solo dell’ingresso. E’ a tutta evidenza disabitato da tempo, forse – ma non ne siamo certi – dall’estate scorsa (con il lockdown di sicuro non è stato possibile per tutti noi muoversi). L’appartamento che la signora ci vuole mostrare è al primo piano. Si sale su scale strette e buie. Quel che vediamo è un grande immobile con numerose stanze, che affacciano sia sul Corso principale sia dall’altro lato verso la vallata. La veduta è davvero incantevole, ma l’ambiente è polveroso, scostante per il disordine, la trascuratezza, poco incoraggiante anche per gli scarsi arredi. Più che un appartamento per vacanze, appare essere un immobile da ristrutturare e, soprattutto, rimettere. E’ financo troppo grande per le nostre pretese e sottolineiamo questo aspetto per non apparire ingiustamente scortesi verso la signora, che peraltro ci aveva anche preavvertito di non avere soluzioni adatte. Era l’unica rimasta a sua disposizione; a suo dire la domanda era stata molto superiore all’offerta: c’era un bisogno di evasione dalle angustie pandemiche ed una ricerca di ambienti più ampi e più sani, dato che il contagio in quelle zone non si era diffuso come era accaduto invece nei grandi centri della Toscana a Nord e ad Est.

Prima di salutarci ci fornisce però una ulteriore indicazione di un privato che “forse”, a suo parere, potrebbe avere una disponibilità.

Mentre ritorniamo all’auto che avevamo parcheggiato con difficoltà proviamo a chiamare, ultima chance, quel numero. Non risponde nessuno. Solo dopo qualche minuto, mentre siamo già in auto lungo una strada secondaria imboccata per errore che scende verso l’Aurelia, la persona ci richiama. Ci presentiamo, chiarendo di avere avuto il suo recapito dall’agente immobiliare e spieghiamo il motivo del nostro disturbo. Non ha più alcuna disponibilità; ci conferma anche lui che le richieste quest’anno sono state ben superiori a quelle dei precedenti. Salutiamo scusandoci per l’intromissione e ripartiamo. C’è davanti a noi uno splendido tramonto. Riprendiamo la nuova Aurelia per tornare a casa. Nelle prossime ore decideremo; quasi certamente sceglieremo una delle due proposte di Venturina. Campiglia, anche se non abbiamo potuto vedere l’appartamento che Patrizia ci voleva mostrare, è un po’ fuori mano. A Castagneto non c’era più nulla. Nelle altre località, Baratti e Populonia, non abbiamo nemmeno cercato. La giornata però è stata piena di sorprese e siamo certi che altre ci attenderanno a luglio.

8 maggio – LE PAROLE CHIAVE (repetita iuvant?) – 2 (per la 1 vedi 28 aprile)

LE PAROLE CHIAVE (repetita iuvant?) – parte 2
un raffronto tra il testo “costituente” e l’attuale “Vademecum” di Letta

2.

Un limite oggettivo, quello per il quale la mia “partecipazione” a quel dibattito con i toni critici (o“polemici”, se qualcuno liberamente vuole definirli tali) che mi contraddistinguono non può effettuarsi se non “a distanza”, semmai attraverso l’ausilio proprio delle tecnologie (Zoom o Meet, oppure Facebook): non faccio parte di quel Partito, anche se, e qui mi ripeto, “In qualità di “fondatore” mi interessa discutere su questi temi”. E mi interessa (“I care” a dirla con Don Lorenzo Milani) sotto l’aspetto civile e, professionalmente, linguistico. Perché in Politica, quella soprattutto praticata dai “politicanti”, non esiste alcun discorso che abbia un solo senso e, quindi, quando si parla di “Giovani” non si pensa davvero al loro futuro (troppo lontano per stuzzicare gli interessi contingenti) ma ad agganciare le loro sensibilità, che per lo più in quella fase della vita sono “ideali”.

Ho riferito nel sottotitolo e poi nel primo blocco il mio intendimento a porre in evidenza la “ripetizione” di alcuni temi. In verità sono perplesso anche verso questa “strutturazione” dell’analisi politica per titoli; credo che sia arrivato un momento, che potrebbe rivelarsi anche “rivoluzionario”, nel quale bisognerà procedere ad una vera e propria Riforma della pratica politica. Purtroppo rilevo che nel dibattito intorno ai “temi” presentati nel Vademecum lettiano quel tema, che insisto nel considerare “fondamentale”, sia stato relegato in coda con un triste 6,2%. E’, anche questo, il segno che vadano per la maggiore altri temi, per affrontare in modo adeguato i quali, a mio parere, sarebbe opportuno invece procedere verso un percorso ri-costituente. Un paio di anni fa, ormai “fuori” dalla appartenenza al PD avevo “osato” proporre un profondo “restyling” non solo formale, Venni attaccato da cani rabbiosi. Eppure la terminologia utilizzata nel Vademecum è molto chiara: “Riforme della democrazia malata”. La diagnosi è precisa: “malata”. E’ una sorta di autoassoluzione? o ci si vuole impegnare per sanarla, questa Democrazia?

Procedendo in un’analisi superficiale dei temi ne tratto uno che è un “topos” ricorrente. Quando si parla di “Sud”, se consultiamo le nostre più fornite Emeroteche e Biblioteche scopriamo fior fiore di articoli, saggi e trattati, riferiti alle tantissime iniziative che a mia memoria (dal secondo dopoguerra ad oggi, essendo nato io nel 1947) si sono svolte ed alle ricerche di tantissimi studiosi italiani e stranieri. Ma ovviamente parlare di Sud è un obbligo e non c’è, anche in questo caso, una vera attenzione verso la soluzione dei problemi, che sono diventati con il tempo irrisolvibili in quanto si è voluto mantenere da più diverse parti (politiche, sociali, culturali, industriali) per ragioni identitarie una diversità antropologica che ne ha differenziato le popolazioni. Ma lo stesso se ne parla, si inseriscono proposte per la creazione di infrastrutture che non si realizzeranno (se non altro nei tempi annunciati, da moltiplicare per dieci), si punta poi sul turismo e se ne privilegiano gli aspetti esclusivi non quelli di massa, quasi fosse una sorta di contrappeso per la scarsa considerazione che il Nord ha verso il Sud.

Riporterò nel prossimo post quel che nel 2007 si scriveva nel “Manifesto per il Partito Democratico”.

…2…

7 maggio – LE STORIE 2008/2009 e 2013/2014 – UNA INTRODUZIONE

LE STORIE – UNA INTRODUZIONE

Ogni giorno cerco di pubblicare qualcosa. Scrivo di me con un continuo riferimento a quel che sono stato e ciò che sono.  Indubbiamente c’è il sospetto che sia interessato a me, in modo esclusivo, maniacale. Può darsi; come potrei non istillare il dubbio! Ma in questa fase più che oggettivamente calante della “mia” esistenza ed in questa contingente separazione da tanta parte del mondo “civile” non posso escludermi del tutto dal contesto ed utilizzo questo “canale” di comunicazione.

Da tempo riflettevo su alcuni periodi della mia “storia”, quel tempo che mi è stato dato per vivere, che non avevo ancora avviato a sviscerare, anche perché mi mancavano i “testi” riprodotti su carta, molti dei quali ho già pubblicato e per alcuni altri vado a terminare la loro pubblicazione. Ho da pochi giorni iniziato a scavare tra le numerose mail (posta inviata e posta ricevuta) degli anni 2008/2009 e 2013/2014. E’ un lavoro improbo che tuttavia rimette in evidenza quel che accadde a Prato nella parte finale della legislatura comunale 2004/2009, quella in cui fu Sindaco Marco Romagnoli una sorta di Mario Draghi in  miniatura. A conclusione del secondo mandato di Fabrizio Mattei 1999/2004 ci fu un duello che rischiava di essere mortale per la nuova coalizione Uniti per l’Ulivo; per smorzare gli ardori contrapposti tra DS (Del Vecchio) e Margherita (Giacomelli) l’ex Sindaco e Presidente della Regione Toscana Claudio Martini tirò fuori dal cilindro un eccellente funzionario regionale (dirigente del settore industria prima e poi dei Programmi comunitari nel dipartimento delle attività produttive), Marco Romagnoli. Lo impose di imperio e quasi certamente fece capire che il suo incarico avrebbe avuto carattere di provvisorietà, invitando le due forze principali della coalizione ad avere pazienza.  Conosco Marco e non credo che lui non avesse ben presente quale sarebbe stato il tempo “provvisorio” del suo “servizio”. Ci scherzava con l’ironia tipicamente toscana poco prima delle elezioni che lo videro vincente, quando nella festa dell’Ascensione del 2004, pochissimi giorni prima dell’appuntamento elettorale, dall’alto della Calvana osservava con orgoglio e superbia tutto il territorio che sarebbe stato di sua pertinenza. Quel suo periodo di servizio come primo cittadino pratese fu svolto con insolita modestia (insolita rispetto allo standard della Politica, si intende) ma forse anche per questo egli fu estremamente rispettoso dei diversi ruoli presenti nella struttura amministrativa, i cui meccanismi egli ben conosceva, facendo parte – seppur solo come “tecnico” – di una delle Istituzioni superiori. La sua figura rischiava di porre in secondo piano tutto il fermento progettuale della Politica locale o perlomeno quella era la percezione del mondo politico, che è “strutturalmente” infido. Infatti, pur avendo avuto rassicurazioni in merito alla transitorietà di quell’incarico, molti – uomini e donne – politici, abituati all’ipocrisia, temevano che ciò fosse solo un atteggiamento di facciata e che Marco avrebbe insistito a conclusione della prima legislatura, nel rispetto di una prassi consolidata, per una sua ricandidatura.

Quel che accadde confermò la meschinità della Politica praticata ed allo stesso tempo il degrado da cui non riuscivano ad emergere le forze politiche che avevano contribuito a far nascere da pochi mesi  (ottobre 2007) il Partito Democratico. Di questo tratterò poco alla volta nelle prossime  settimane.

…fine intro…

6 maggio – LE “STORIE” DEL NOSTRO TEMPO intero (vedi 2,3,4,6 e 7 marzo)

LE “STORIE” DEL NOSTRO TEMPO  2,3,4,6 e 7 marzo

Le “storie” vanno sempre raccontate esaminando ogni punto di vista ed in modo particolare vanno presi in considerazione gli sviluppi nel percorso, quello prossimo quello a medio e quello a lungo termine. Inevitabilmente noi assistiamo agli eventi in modo progressivo inserendo nel giudizio che ne facciamo molti elementi sentimentali, passionali ideologici, spesso connotati da una certa partigianeria.

In breve analizziamo alcuni episodi recenti: 1) le dimissioni del Governo “Conte”; 2) la formazione del nuovo Governo “Draghi”; 3) la crisi del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico 4) la partecipazione di Matteo Renzi al Future Investment Initiative; 5) la sostituzione di Domenico Arcuri commissario straordinario emergenza antiCovid.

I primi due episodi sono stati già trattati in altri miei post. Ma è opportuna una rivisitazione con la quale si possa meglio comprendere alla luce degli sviluppi “attuali” lo stato delle cose. Sulle “crisi” tratterò in modo contestuale ai primi due aspetti elencati. Sul quarto episodio di questa “telenovela” sono qui a notare la “pittoresca” boutade dell’autointervista dell’ameno leader di “Italia Viva”. Sul quinto, essendo la notizia “fresca” di stampa (scrivo alle ore 16 del 1 marzo 2021), adotterò una prima possibile valutazione previsionale.

Le “luci” e le “ombre” del Ministero Conte 2 le abbiamo già trattate “in itinere” in questo ultimo anno e mezzo. Non mi ripeterò. Addolorato per la rinuncia indotta “voi tutti sapete come” ho cominciato nell’immediatezza dell’alternanza a valutare la nuova formazione onnicomprensiva, annotando giorno dopo giorno l’assenza di una nuova era, così come annunciata. E’ ancora presto, di certo, ma le prospettive non appaiono affatto positive. Anzi, verrebbe da supporre che la attuale recrudescenza dei contagi sia essenzialmente dovuta proprio al rilassamento generale derivato dalla “speranza” di un ruolo miracolistico del nuovo Ministero, pressoché immediato.

A più di qualcuno, indotto da una “propaganda” irresponsabile, sembrava ormai giunto il momento di recuperare la “libertà perduta”. 

Verrebbe da dire, riflettendo, che la “nuova” era laddove iniziata sia poco diversa se non peggiore della precedente.

  L’ex Primo Ministro, il professor Giuseppe Conte, facendo esclusivamente ritorno al proprio ruolo di docente di Diritto privato, si eliminava dal contesto “politico” e lentamente spariva dai sondaggi, che lo avevano più volte visto in vetta alle preferenze dei cittadini italiani. Mentre accadevano questi eventi, il M5S, principale forza politica di riferimento di Conte, si spaccava in mille rivoli, arrivando addirittura a perdere il ruolo di primo Partito rappresentato in Parlamento, così come uscito dalle urne nelle elezioni di tre anni fa, quelle del 4 marzo 2018. Le varie operazioni volute da Beppe Grillo, vera anima del Movimento, forse ancora uno che fa lavorare il cervello, pur non dandolo a vedere, hanno negli ultimi mesi lasciato il segno. Anche quello che è accaduto ieri è opera sua. Da quel che sappiamo, ha riunito un gruppo di lavoro a Roma quasi certamente per sviare i giornalisti che si attendevano un incontro nella sua villa al mare di Bibbona, con lo scopo di coinvolgere più rapidamente possibile Giuseppe Conte in un progetto di rilancio del Movimento. L’obiettivo è perlomeno duplice: da una parte fare in modo che Conte non venga “bollito” in una lunga inazione; dall’altra rivitalizzare le forze che afferiscono al Movimento 5 Stelle spossate dai tanti sconvolgenti mutamenti, cui naturalmente non sono abituati.

Ed è infatti stata già ventilata l’ipotesi che, acquisendo un ruolo primario nel nuovo Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte dovrebbe adoperarsi per ricucire i rapporti con la maggior parte di coloro che si sono allontanati, in particolar modo coloro che lo hanno deciso come non adesione al nuovo Governo. Personalmente lo avevo auspicato prima che in qualche modo fossero confermati i “rumors” in tale direzione. A tarda sera del 1 marzo, nei consueti sondaggi del lunedì che La 7 propone, l’idea di un impegno in prima persona dell’ex Primo Ministro sembra essere piaciuta al corpo elettorale, anche se è presto per comprendere se ciò avrà una sua stabilità o è il semplice entusiasmo iniziatico: come ho scritto sopra “la Storia va analizzata nei suoi sviluppi”.           

Anche per questo motivo non si può assegnare ad alcuno la palma del vincitore (peraltro in questa occasione come in tante altre i “concorrenti” sono più di uno) e non è mica detto che l’essere stati costretti a rinunciare a quell’alto incarico debba avere conseguenze negative. Così di riflesso non è mica scritto già con inchiostro indelebile che al nuovo Primo Ministro il Paese riconosca grandi meriti, così come annunciato in grande pompa. Se qualcuno ha dei dubbi si vada a rivedere l’arrivo di un altro gran Salvatore della Patria, che si chiamava (l’imperfetto è utilizzato solo per collocarne la figura in un tempo distante – anche se non molto: il personaggio è ancora in vita e gli auguro di campare ancora molto a lungo, affinché sia di buon esempio) Mario Monti. Accolto da grandi aspettative, ritengo non abbia lasciato un buon ricordo del suo Ministero. In realtà, l’altro Mario, quello più vicino a noi, ha un drammatico vantaggio a suo favore, “grazie” alla pandemìa non ancora debellata. Avendo più o meno molto identiche le “compagnie” finanziarie, i due potrebbero assomigliarsi negli esiti, in modo particolare nel settore economico finanziario; potrebbero (qualche timido annuncio, forse qualche “timore”, è stato già avanzato) farne le spese i ceti medi, ancora una volta, costretti a cedere potere economico ai grandi “squali” che continuerebbero la loro ascesa,  e rischierebbero seriamente di dover rivedere al ribasso il loro tenore di vita, finendo per essere trascinati nel fondo, dove potrebbero confrontarsi con una massa immane di nuovi poveri, come una neo Corte dei Miracoli di hughiana memoria. Ovviamente vorrei sperare di essere considerato “distopico” anche se giorno dopo giorno sono sempre più estremamente convinto che quanto “temo” possa avverarsi.  A meno che non ci si risvegli da questo grande letargo della “Ragione” e non si avvii una profonda revisione intorno a ciò che non si è fatto colpevolmente per evitare questo grande disastro umano cui sciattamente ed accidiosamente stiamo assistendo.

“Chi?” dovrebbe recuperare questo ruolo di difesa delle classi emarginate, cresciute a dismisura negli ultimi anni ed ancor più in questo ultimo anno?

A questa domanda cercherò di avanzare un timido consiglio nel prossimo post. Anche se ho sempre meno speranze.

Utilizzando la parte più ottimistica della mia visione politica, valuto questo periodo come una interlocuzione provocatoria che solleciti ad un risveglio delle coscienze di tutte quelle persone che sono state sospinte a mantenersi in zona neutra, costrette a sostenere progetti politici non convincenti e non condivisi o scegliere l’astensione. Di questi tempi un elettore, la cui Storia e  le cui passioni civili progressiste ed egualitarie si sono radicate nella Sinistra, non ha un punto di riferimento al quale ancorarsi. Nel corso degli anni si è confusa, annebbiata, liquefatta l’idea della Sinistra; è avvenuta una suddivisione parcellizzata progressiva in varie forme, tutte sedicenti depositarie dei valori fondamentali della Sinistra, ma “tutte” in fin dei conti traditrici di essi. A partire da quei gruppi che vivono esclusivamente nell’ortodossia delle regole, spesso condizionate da interpretazioni parziali e personali, che si autoescludono dal resto del mondo reale in una classica “turris eburnea”; per andare a quei “rassemblement” di tipo riformistico, molto aperti ai condizionamenti di un mercato essenzialmente avido e arido, solo a tratti ed in apparenza ipocritamente interessato ad occuparsi dei problemi universali. In mezzo a queste due “sponde” non vi è un terreno di confronto: non c’è mai stato. E in ogni caso, nelle condizioni in cui abbiamo vissuto, non avrebbe potuto avere alcun riconoscimento, visto il permanere surrettizio di una sorta di autosufficienza da parte di chi avrebbe dovuto disporsi a rivedere alcune forme paraideologiche paralizzanti, onde consentire una ripartenza nuova.

Ovviamente, parlo della Sinistra che non c’è ma che vorrei ci fosse. Una Sinistra concreta, non dottrinale, da mettere in moto sulle principali questioni civili, sulle ingiustizie sociali, sui temi che ci consentano di vivere dignitosamente in una realtà molto diversa da quella che, è bene dircelo con chiarezza, è responsabile dei disastri attuali. La mia risposta alla domanda finale della seconda parte di questo post è dunque: una SINISTRA nuova capace di collegare le diverse anime in una unica coalizione o federazione, pur che sia SINISTRA.

Ritornando agli “episodi” recenti su cui ragionavamo e facendo in qualche modo seguito al “discorso” di sopra sono qui a sperare che il travaglio che sta attraversando il Partito Democratico lo possa spingere  a far emergere un nuovo progetto che consenta di fare dei passi in avanti e non indietro. Certamente non si può non prendere in considerazione le “storie” pregresse; sono utili “zibaldoni” che dovrebbero permettere di non commettere gli stessi errori che lo hanno portato ai più bassi livelli della sua Storia. Allo stesso tempo ritengo sia corretto da parte mia esplicitare il mio giudizio negativo sulla posizione che ha espresso Sinistra Italiana, cui peraltro guardo con molta attenzione da qualche anno in qua, sulla formazione del nuovo Governo. Essersi autoesclusa in un momento così drammatico per me vuol dire non volersi  assumere delle responsabilità. Governare insieme a tutti quelli che sono stati “avversari” implica per tutti il dover fare un passo indietro in vista dei principali risultati su temi estremamente trasversali come la Salute pubblica e la Ripresa economica. Starsene “fuori” non produrrà un gran guadagno in termini di consensi.

Esercitando la “memoria” mi vien da ricordare che, a inizio “pandemìa”, in uno dei Paesi europei l’opposizione tese la mano a coloro che governavano. Si tratta del Portogallo; in Italia sarebbe stato impossibile, visto il clima acido, livido, rancoroso che si è instaurato da qualche tempo in qua. Sempre rincorrendo la memoria, grazie anche al “gesto” inusuale per drammaticità di Zingaretti, mi viene da ricordare come fosse accolta da molti “difensori ad oltranza” dell’integrità del corpus PD, già canceroso, la mia proposta di “scioglimento e rifondazione” di quel Partito. Temo che costoro non siano in grado di ricordarselo, ricorrendo semmai alla “rimozione convenzionale”. Il tema è riferibile al punto 3 dove si accomuna la crisi del M5S a quella del PD. Il segretario di quest’ultimo ha profferito parole di fuoco, inaudite, che potrebbero aprire spazi di rinnovamento. “Potrebbero” ma ho molti dubbi in merito alla capacità del quadro dirigente, in modo particolare quelli locali, che hanno purtroppo consolidato i loro blocchi di potere, tradendo con la complicità di molte persone per bene  (tante delle quali ancora si dispongono supinamente a turarsi il naso ed inforcare occhiali scuri), i valori fondamentali di una forza politica nata con una spinta poderosa di “popolo”, ormai però espressi su carte  quasi del tutto illeggibili.   Anche in questo caso, la Storia dovrà essere scritta per bene solo dopo aver preso in considerazione tanti di quegli aspetti che sfuggono “oggi” ai più: si dovrebbero prendere in considerazione anche tutti i “travagli” propedeutici a questa “altisonante” denuncia del Segretario Zingaretti. Il Partito Democratico ha mostrato sin dai suoi primi passi la sua profonda ambiguità: è accaduto più o meno quello che capita agli umani, quando si accoppiano e serbano ricordi segreti di amori irrisolti o di vizi particolari difficili da rivelare, pena lo scioglimento precoce, anche se poi….. Sono rimasti in piedi solo i meri interessi dei gruppi dirigenti, delle caste, delle lobby di riferimento diretto ed indiretto che hanno fatto “cartello”. Su questo corpo debilitato si è insediato il virus renziano, che ha introdotto altre forme malefiche del tutto estranee alla Sinistra, con un progetto di smantellamento progressivo e spostamento dell’asse verso un Centro con inclinazioni conservatoristiche, che hanno svilito, mortificato, marginalizzato la partecipazione democratica espressa nei lavoro periferico dei Circoli. Con queste ultime “turbolenze” (oltre agli eventi “sanitari”) sarà difficile continuare a trattare di quell’incontro tra il senatore italiano in carica con il principe saudita; ma a  noi quell’ “amarcord” è utile per segnalare ancora una volta il carattere del nostro personaggio, che presume di essere alla pari di altre figure come Barack Obama, Bill Clinton, Michail Gorbaciov e via dicendo, dimenticando la differenza tra lui e loro, che solo dopo aver concluso in modo definitivo e con successo la loro esperienza (direi anche ”dopo essere entrati a pieno titolo nei libri di Storia”) girano il mondo a svolgere la loro funzione catalizzatrice di valori che giustamente possono rappresentare. Matteo Renzi ha certamente molta responsabilità in merito a quanto sta accadendo: a lui, e forse a qualche altro, potrà apparire “positiva” la deriva degli eventi. Ma – qui mi ripeto per necessità – vedremo fra molto tempo (forse, direi meglio, altri “vedranno”) quel che davvero emergerà da questa bolla magmatica con cui ci troviamo in questi giorni a fare i conti. Apparentemente rimane, per ora, di scrivere intorno al punto 5, e cioè la “sostituzione” di Domenico Arcuri al ruolo di “Commissario straordinario emergenza Covid”. In realtà, questa operazione era nell’aria da qualche settimana. Con l’avvio del nuovo Governo, Arcuri era rimasto silente ed aveva lasciato spazio ad altre figure. Pesavano su di lui molte critiche, ed in modo particolare il cumulo di responsabilità che gli erano state assegnate: indubbiamente uno degli aspetti per conto mio meno comprensibili del Governo precedente. Nondimeno la scelta dell’attuale Presidente del Consiglio, Mario Draghi, contiene degli aspetti che dovrebbero preoccupare al di là delle ideali divisioni tra bellicisti e pacifisti: affidare l’incarico ad un esponente di primo livello del mondo militare come il Generale Figliuolo mette in evidenza il livello di degrado degli apparati civili, considerati inadeguati a seguire efficacemente il decorso della pandemia.E’ una vera e propria resa incondizionata, una dichiarazione di impotenza da parte dello Stato anche se in un “tempo” di alta ed urgente drammatica emergenza. La gestione Arcuri forse ha peccato di superbia ma la responsabilità più alta risiede nell’assenza di un controllo adeguato da parte del Governo. Il generale Figliuolo si presenta ad ogni buon conto con un ottimo curriculum, soprattutto quello più recente, che fa riferimento alla gestione logistica dell’emergenza Covid nella prima fase pandemica (era sotto la sua guida la gestione di quelle lunghe meste file di camion militari che un anno fa aiutavano a smaltire le salme a Bergamo). Pur tuttavia a me ha fatto impressione vederlo nel suo esordio seduto al tavolo del Coordinamento con la sua divisa militare con nastrini e distintivi vari. L’ho considerata una forma di scarso rispetto per il ruolo “nuovo” che sta svolgendo, di tipo esclusivamente “civile”: basta una giacca ed una cravatta; non occorre altro. Difficile concludere, mentre il quadro si evolve aggiungendo temi su temi. Ritorno per quest’ultimo motivo alla questione PD e alla sua crisi, di fronte alle dimissioni di Nicola Zingaretti, irrevocabili.

Ne ho parlato con alcuni miei interlocutori. Considero la scelta del Segretario PD come una vera propria provocazione: per me l’appello sottinteso è ai “suoi” non a coloro che sono di fatto i suoi “interni” avversari. Zingaretti chiede – è un mantra molto diffuso in Politica in questo periodo – “un cambio di passo” e probabilmente anche una “nuova” iniziativa politica. Semmai anche una iniziativa altrettanto provocatoria, come la occupazione degli spazi associativi. In ciò sono stato preceduto dalle “Sardine”, anche se mi sono subito chiesto “a che titolo lo avrebbero fatto”. Su di loro ho sospetti che non sono mai stati fugati: cosa fanno nella vita? Chi li “sostenta”? come mai spuntano così all’improvviso senza essersi mai fatti sentire in questo tempo nel quale avremmo avuto bisogno “anche” del loro contributo?

Un’iniziativa forse sarebbe molto utile per la “Democrazia”. Avviare con procedura d’urgenza la revisione dello Statuto del PD nella parte che non ha consentito la ricomposizione degli organismi territoriali nel rispetto delle nuove maggioranze all’indomani della tornata di Primarie dello scorso 3 marzo 2019, allorquando Zingaretti ottenne il 66% dei consensi. Da allora, mentre l’Assemblea Nazionale è composta in modo da rispettare tali risultati, nelle Assemblee ed organismi territoriali tutto è rimasto come prima: a decidere e scegliere vi sono maggioranze irrispettose del voto “democratico” di tanti iscritti e simpatizzanti di quel Partito. Quello Statuto così come è è “antidemocratico” ed “anticostituzionale”!

La retorica delle buone intenzioni non serve a modificare la realtà

Non è il “destino” nè ancor più una volontà suprema a segnare le nostre vite. Queste sono essenzialmente nella disponibilità di noi tutti, soprattutto quando non dipendono da uno stato di salute reso precario dalla salute o da condizioni di vita. Un operaio che precipita da una impalcatura insicura non è certo stato sospinto da una mano misteriosa. Allo stesso tempo una giovane operaia come Luana non ha perso la vita per ragioni che dipendano da forze occulte.

Ieri mattina, scorrendo le pagine dei social con tutte le dichiarazioni individuali e collettive, quelle private e quelle pubbliche, mi ha profondamente scosso la retorica che ciascuno di noi utilizziamo di fronte a simili tragedie. Ho provato un forte senso di sbandamento, disagio, financo disgusto, pur riconoscendomi partecipe di quel consesso (forse proprio per il fatto che riconosco sempre di più la lontananza da quel modo di esprimere la mia presenza, anche se ne ho fatto parte); non c’è “parola” che possa essere utile a riportare indietro le lancette della “vita” e dunque è perfettamente inutile ogni commento. Anche per questo motivo trovo davvero fuori luogo ogni manifestazione che serva a garantire l’esistenza di sovrastrutture incapaci di agire realmente sulla vita delle donne e degli uomini, per impedire che simili tragedie si verifichino. Tra le sovrastrutture attualmente in gioco ci sono le forze sindacali, i Partiti, le Istituzioni pubbliche tutte realmente responsabili del controllo sulla legalità. Alzare “oggi” la voce in modo solo eclatante (nelle piazze, quelle reali e quelle virtuali) per chiedere maggiore sicurezza (“maggiore” rispetto a cosa?) serve esclusivamente a mantenere questo “stato delle cose” e non produce “di per sè” alcun cambiamento. Finita la “passione” si stempera anche la volontà di operare perchè quel che è accaduto non riaccada ad altre come Luana.

Le uniche parole sensate in queste ore le ha espresse Michele Del Campo (ne riporto solo una parte in due tranche ma le sottoscrivo per intero)

“ Luana è stata lasciata sola da tutti noi perché ognuno era intento a soddisfare le proprie passioni in un’assenza di condivisione di orientamenti, di orizzonti.”

Non è l’amicizia che me le fa condividere; non mi sento affatto “non amico” di tutti gli altri che si sono assiepati intorfno alla “tragedia” per un loro commento solidale e propositivo. Troppo tardi. Purtroppo, non si è evitata quest’altra tragedia. E non saranno altre “parole” ad evitarne ancora. Il vero problema è descritto per l’appunto da Michele.

“Adesso andremo tutti alla ricerca dei colpevoli, assolvendoci tutti dalle nostre responsabilità e trovando un capro espiatorio, ma se non vivremo questa morte, come “catastrofe vitale” non ci sarà rigenerazione; non ci sarà spirito vitale se non ci metteremo insieme a risolvere il problema e tutto tornerà come prima.

Penso che in questo periodo di vita pandemica e fra poco, si spera, di post pandemia, dobbiamo ripensare il lavoro in modo vitale per evitare morti inutili.”

4 maggio – 75 Pulcinella parte 2 (per la 1 vedi 22 aprile)

75 Pulcinella parte 2 (per la 1 vedi 22 aprile)

Nulla lasciava presagire che saremmo andati incontro ad un periodo così lungo di reciproca lontananza. Ed infatti avviammo una discussione intorno a quelli che sarebbero stati i progetti per l’anno che era appena iniziato, il 2020. Le solite iniziative che prendevano corpo e diventavano molto “particolari” ed originali attraverso il coinvolgimento delle classi che vi avrebbero preso parte. Quasi sempre si trattava di attività che si riferivano alle caratteristiche peculiari del territorio flegreo e partenopeo, sviluppavano sensibilità artistiche con l’ausilio di veri protagonisti dell’Arte e della Cultura nel senso più ampio del termine. Con Claudio non mancavano mai di condividere aspre critiche verso gli amministratori locali, non sempre disponibili, se non a chiacchiere e promesse, a sostenere gli sforzi di coloro che “producono” Cultura. Ed anche in quella occasione ciò accadde.

Con lui c’erano nuovi giovani (c’è un turn over di stagisti); negli anni precedenti, quelli in cui avevo presentato alcune delle mie iniziative, avevo fatto amicizia con alcuni di loro e con molti di questi ho continuato a seguirli, mantenendo un rapporto sui social. I “nuovi” mi apparvero più riservati, timidi; ma probabilmente questa impressione era dovuta più che altro ad una mia indisponibilità.

Prima di salutarci, Claudio mi porse in modo del tutto inaspettato il classico panariello per la tombola, quell’oggetto a forma di nuraghe o forse di piramide o di vulcano (visto che nella parte alta c’è una piccola apertura rotonda quanto basta a far uscire un solo pezzo tra i novanta blocchi tondeggianti contenuti nell’involucro), e mi chiese di agitarla e poi estrarne uno. Ero perplesso, ma con Claudio ero abituato alle sorprese e quindi annuii ed eseguii il comando.

Estrassi il 75. Mentre procedevo Claudio era andato in una stanza attigua e ne ritornò con una macchina fotografica elettronica. Mi chiese di porre quel numeretto tra le mie labbra e mettermi in posa. Detto fatto, mi fotografò due tre volte fin quando non fu soddisfatto del risultato. Avevo peraltro notato che nel cestello mancavano molti numeri, e Claudio anticipò la mia curiosità spiegandomi che ogni qualvolta un suo amico in questi primi giorni del 2020 era transitato da quelle parti nell’Associazione, prima di congedarlo, gli aveva chiesto di fare la stessa cosa. Quando sarebbero finiti i numeri, l’ultimo sarebbe toccato a lui, avrebbe raccolto tutte le foto in ordine numerico progressivo da 1 a 90 ed avrebbe realizzato una pubblicazione. Mi chiese di portarlo con me ed io, ancora oggi, lo conservo gelosamente. Trovai geniale l’idea, soprattutto se, abbinando i numeri alle persone e coordinandone significato e storia, si sarebbe potuto produrre un testo originale. A dire il vero, però, andai via, salutando con l’idea di poterci rivedere abbastanza presto ed anche per questo senza dare tanto rilievo al significato del numero che avevo estratto.

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