UN DOCUMENTO per la storia del Partito Democratico a Prato – 1

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UN DOCUMENTO per la storia del Partito Democratico a Prato – 1

Tredici anni fa, alla fine del 2006, alcuni attivisti provenienti soprattutto dai “Democratici di Sinistra” (D.S.), si impegnarono intorno alla costruzione di quel nuovo soggetto che venne chiamato “Partito Democratico” (P.D.). Si verificò una vivace e fertile discussione, coordinata prima dall’avvocato Alberto Rocca e poi, data l’indisponibilità di quest’ultimo a proseguire in modo meno accademico il progetto, da Tina Santini ed il sottoscritto, che costituirono concretamente, insieme a tante altre compagne ed altri compagni, il COMITATO DI PRATO PER IL PARTITO DEMOCRATICO. Il riferimento all’Ulivo, quell’ alleanza elettorale del centro-sinistra italiano che aveva costituito dal 1995 al 2005 lo schieramento dei diversi partiti politici nel centro-sinistra.

QUESTO DOCUMENTO DIVISO IN 6 BLOCCHI SI RIFERISCE AD UN INCONTRO, ORGANIZZATO PRESSO IL DOPOLAVORO FERROVIARIO, NEL QUALE SI APRI’ IL CONFRONTO CON LE FORZE POLITICHE DI CENTROSINISTRA

DALLA LETTURA DI QUESTO (e di altri) DOCUMENTO EMERGONO, OGGI, CON ESTREMA CHIAREZZA LA DIFFICOLTA’ A COSTRUIRE UN NUOVO SOGGETTO POLITICO CHE SUPERASSE LE CRITICITA’, METTESSE IN CAMPO UN VERO RINNOVAMENTO NEI METODI E NEI SISTEMI DI RECLUTAMENTO DEL PERSONALE DIRIGENTE E POLITICO – DA QUESTI DOCUMENTI SI EVINCE CHE TUTTO QUEL CHE E’ AVVENUTO NEI TREDICI ANNI FINO AD OGGI CHE HA CONDOTTO IL PARTITO VERSO UN DECLINO PERNICIOSO PER LE SORTI DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA E’ STATO ORIGINATO DALLA VELLEITA’ DI ALCUNE/I DIRIGENTI DI DS E MARGHERITA, ALCUNE/I DELLE/I QUALI ANCORA OGGI IN PRIMA FILA ED IN ATTESA DI AVERE RUOLI SEMPRE PIU’ IMPORTANTI

COMITATO DI PRATO PER IL PARTITO DEMOCRATICO DELL’ULIVO

Prato 12 dicembre 2006 – Dopolavoro Ferroviario
Incontro con i Partiti

Negli ultimi mesi si discute sempre più intensamente di questo nuovo soggetto politico che si chiama Partito Democratico.

Bisogna dire che non è sempre stato così, che vi sono stati periodi alterni durante i quali questo percorso veniva dato per interrotto più o meno in modo irrevocabile, si avanzavano dubbi irrisolvibili, si fermava il cammino, poi si riprendeva, poi ci si fermava nuovamente.

Tutto questo “balletto” di posizioni è stato interpretato dagli italiani come un rifiuto di gran parte degli uomini politici verso la formazione di un Partito che, prevedendo una destrutturazione, se pur accortamente e prudentemente guidata, degli organismi dirigenti delle attuali forze politiche, dovrà essere costruito su forme nuove, su regole nuove e puntare soprattutto su risorse umane in parte fresche raccolte fra quelle donne e quegli uomini che finora non hanno voluto o saputo appassionarsi alla Politica. Questo è accaduto anche a Prato ma poi ci ritorneremo su.

Il Partito Democratico di cui parliamo ha per ora un suo leader, e questo è chiaramente Romano Prodi. E nella nostra città l’attuale Presidente del Consiglio ha avuto estimatori già da prima che egli decidesse di impegnarsi in politica. E qui, a Prato, come in tante altre città, sono sorti i Comitati per Prodi, e successivamente un altro passaggio successivo con i Democratici per Prodi rispondendo ancora una volta a quella idealità profonda che ancora oggi ci ispira, dal momento che anche in questo nuovo progetto nel quale ci siamo lanciati vorremmo sottolineare la forte idealità ed un sano pragmatismo.

Nell’ultimo anno i passi incerti verso il futuro Partito Democratico hanno quasi vanificato quella forza prorompente espressa il 16 ottobre 2005 con le Primarie; al resto ha provveduto in modo negativo una legge elettorale oggettivamente pessima ed un avvio di legislatura caratterizzato da un assalto al potere fra poltrone di prima fila e comodi strapuntini di lusso. A tutto questo si aggiunga la difficoltosa capacità di comunicare gli intendimenti reali sottesi in una Finanziaria in perenne trasformazione che ha creato una grande confusione ed una perdita reale di credibilità fra gli elettori del Centrosinistra.

In questo ultimo periodo, proprio quando le difficoltà del Governo emergevano, è apparsa ancora più importante e non più rinviabile la costruzione del nuovo Partito Democratico: è necessario avviarsi verso una semplificazione del quadro politico, con aggregazioni su contenuti e idealità condivise anche se provenienti da radici culturali diverse; è ancora più necessario rinnovare la nostra democrazia con una iniezione di democraticità e trasparenza anche all’interno dei partiti per recuperare alla fiducia nell’azione politica il mondo giovanile che protesta sull’onda dell’antipolitica, del qualunquismo della non partecipazione (sono tutti uguali). Abbiamo oggi, di fronte, un grandissimo pericolo segnalato da Amato, quello di scivolare lentamente nel populismo, nello sfruttamento cinico di ogni protesta egoista e spesso non consapevole, non riflettuta, preda di aspettative che sembrano immediatamente non rispettate, il salario non è raddoppiato, i fondi per la scuola non sono quadruplicati, la precarietà sul lavoro non è stata annullata, non c’è ancora il matrimonio per i gay, si vuol distruggere la famiglia …. E così via in un crescendo di proteste su tutto e il contrario di tutto.

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Joshua Madalon

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RI-PARTIRE (appunti per una ri-partenza) parte 2 e finale

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RI-PARTIRE (appunti per una ri-partenza) parte 2 e finale

“Un blog non può neanche lontanamente risolvere i problemi ma può denunciarli annunciarli ed avviare una ricognizione, suscitando attenzione e dibattito”

Ognuno ha pensato a rincorrere i propri vantaggi, le proprie rendite di posizione: politici, imprenditori, intellettuali, quelli che avrebbero potuto e non hanno agito, tanti di quelli che oggi ancora sopravvivono a se stessi, complice il vento di rinnovamento ipocrita che sta investendo la nostra società. Non sarà facile modificare quello che oggi vediamo, per cui ne traggono vantaggio “politico” – in netta e chiara malafede – coloro che spingono a scelte estreme come i blitz hollywoodiani con grande utilizzo di mezzi e di uomini, coloro che urlano in modo insensato che “devono andare tutti via” o che “ci hanno portato e ci portano via il lavoro”, coloro che parlano più alla pancia che alle menti. Ed allora mi vengono in mente due film particolarmente significativi anche se non si tratta di “capolavori”; il primo è già chiaro dal titolo: “Un giorno senza messicani”. Eh già, meno male che si tratta di un solo “giorno”, anche perché i poveri americani non ne saprebbero fare a meno, visto che i messicani svolgono in quella città al confine fra gli States ed il Messico lavori molto umili ma altrettanto utili; eppure di questi messicani si dicono le cose peggiori fin quando non ci si rende conto della loro “utilità” fino ad allora mai riconosciuta. L’altro film è “La macchina ammazzacattivi” (1959) di Roberto Rossellini, una sorta di “favola dark nostrana” e lo utilizzo semplicemente per suggerire un sistema risolutivo per eliminare tutti quelli che non ci piacciono, quelli che anche temporaneamente ci disturbano, che sono colpevoli di qualcosa che non riusciamo nemmeno a spiegarci: lo hanno fatto anche in passato, ad esempio, con gli Ebrei, con i disabili, con i rom, con gli omosessuali, con gli oppositori. Che dite? Ci si vuole provare ancora una volta? Forse una sparizione “temporanea” – ma non di un solo giorno – potrebbe servire a togliere il velo che copre il preesistente “degrado” di cui non si vuole essere consapevoli per non assumersene in quota parte le profonde e fondamentali responsabilità.
Noi non pensiamo tuttavia di poter proporre soluzioni ma non vogliamo rinunciare a leggere, studiare, approfondire la realtà che ci circonda sapendo anche che lo facciamo in modo parziale e gravato da forme di ideologismi che si sono andati accumulando nel tempo e che difficilmente potremmo superare senza un “reset” impossibile per ora nel cervello umano. Ad ogni modo è del tutto evidente che il nostro Paese, e con esso la città di cui abbiamo parlato, evidenzia un’arretratezza “culturale” che la sua Storia non merita, anche se tale “gap” è inscritto nella sua Storia. Ne sono prove certe le difficoltà del settore dell’istruzione che ormai non forma più adeguati “quadri” dirigenti e professionisti: i migliori studenti, al termine del loro percorso formativo, frustrati da una costante sottovalutazione del “merito” e da una sopravvalutazione di ben altre doti non sempre significative dal punto di vista delle relative competenze, trovano il loro spazio vitale in altri Paesi, dai quali difficilmente tornano: è questo da anni il vero drammatico “spread” che inficia l’ingente impiego di risorse a fondo perduto. I dati sono di un’evidenza assoluta anche per il settore del Turismo nel quale il nostro Paese potrebbe eccellere, “dovrebbe” eccellere. Ne parleremo ancora in uno dei prossimi interventi.

Giuseppe Maddaluno

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POPULISMI ALTERNATIVI ovvero SOVRANISMI VELLEITARI DI SINISTRA ovvero ancora LA DEMAGOGIA DELLE MASSE

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POPULISMI ALTERNATIVI ovvero SOVRANISMI VELLEITARI DI SINISTRA ovvero ancora LA DEMAGOGIA DELLE MASSE

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Mi dispiace di non riuscire a far emergere la vacuità del progetto (forse “progetto” è fin troppo una parolona) delle “sardine”, ma non mi stanco di segnalare le innumerevoli ambiguità che progressivamente emergono (e mi meraviglia che ciò non trovi riscontri diffusi) dal procedere delle operatività pratiche di questo “movimento” con tutti gli annessi e connessi.
Non nego che si debbano incoraggiare le “masse” a prendere consapevolezza dei rischi che va correndo la nostra Democrazia da qualche anno in qua (non è di certo Salvini il primo a tentare di scardinare l’ordine democratico, altri poco prima di lui ci hanno provato e non desistono) ma da qui ad idolatrare l’aspetto partecipativo “pubblico” si rischia di prendere un colossale abbaglio. Ben altri sono i problemi e ben complessi e vale poco il proporre dalla Destra sovranista e populista la semplificazione di essi come soluzione; così come vale poco ed è molto pericoloso il ritenere che strillando slogan anche simpatici da parte di un neo resuscitato popolo delle Sinistre, non dico si risolvano i reali problemi ma neanche si avvii un procedimento minimo per risolverli.
Detto questo trovo molto strano e pernicioso l’atteggiamento di una parte degli intellettuali antifascisti, che si sperticano in endorsement disinteressati a favore delle “sardine” e non alzano la voce verso coloro che, arrogandosi come interpreti prioritari del verbo della Sinistra (anche se sommessamente si dicono di “Centro”Sinistra), agiscono all’interno di apparati a difesa della loro specifica “esistenza” scegliendo candidati e linee ad uso poco più che personale, agitando poi lo spauracchio della Destra montante nei sondaggi per chiedere un voto a prescindere dal valore intrinseco dei loro precipui “progetti”.
Non mi sottraggo alle critiche e svolgo il mio ruolo di cittadinanza attiva alla pari di chi sceglie di andare in piazza a cantare “Bella ciao” o “Imagine”. Quel che scrivo è quel che penso e non faccio ciò per monetizzare un mio tornaconto. Anzi! Pur tuttavia il ruolo degli intellettuali è “anche” questo: alzare il dito indicatore di quel che altri non vedono del tutto o non vedono per niente, anche se assegno loro (non tutti ma tanti) la buona fede.

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RI-PARTIRE (appunti per una ri-partenza) parte 1

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“Un blog non può neanche lontanamente risolvere i problemi ma può denunciarli annunciarli ed avviare una ricognizione, suscitando attenzione e dibattito”

RI-PARTIRE (appunti per una ri-partenza) parte 1

Fra le conseguenze negative della globalizzazione dei “mercati” e delle persone vi è stato di certo in contemporanea un degrado del livello di alfabetizzazione e di preparazione professionale, di acculturamento parallelo rispetto alle trasformazioni economiche e sociali che il mondo, soprattutto quello finanziario globale, stava subendo. A Prato l’imprenditoria piccola e media (ma in qualche caso anche quella medio-grande) non era stata costruita su una solida preparazione culturale ma piuttosto su una “praticità” istintiva che pure aveva prodotto eccellenze, destinate tuttavia a non reggere il passo sia per il susseguirsi di generazioni non sempre ben disposte ad una vita fatta soprattutto di sacrifici sia per il sopraggiungere di tecnologie innovative e mutamenti epocali nelle abitudini e nei consumi. Di fronte al tempo che scorre il mondo cambia e noi non sempre ce ne rendiamo conto.
La crisi del “tessile” a Prato è stata più volte annunciata ma poi in più occasioni con formule provvisorie è stata considerata come superata; ma non si è voluto riconoscere che il problema più importante era di tipo “culturale”, intendendo con questo termine la capacità complessiva di conoscere le trasformazioni ampie in atto. Ed è anche per questo che non si è percepita, forse non si è voluto, forse non si è riusciti a, percepire la cosiddetta “invasione” cinese nei suoi connotati “positivi”. Questa sottovalutazione dal punto di vista “politico” è stata “generale”, con qualche limitata eccezione, generando sia una forma di accoglienza umanitaria di tipo “cristiano” sia – dall’altra parte – un rifiuto categorico di stampo razzistico con in mezzo un atteggiamento ambiguo del tipo “non sono razzista, ma….” che si collocava in ogni caso in un’area culturalmente e socialmente assai modesta.
Se non si comprende questo punto di partenza non si è in grado di fornire alcuna soluzione al fenomeno che da un paio di decenni sta travagliando la società pratese e mettendo in crisi profonda la parte imprenditoriale “tessile”, non di certo quella immobiliarista, né quella commerciale che, grazie alla comunità cinese, ha visto, se non elevare, reggere i propri guadagni: se il mercato immobiliare è crollato meno che altrove lo si deve alla presenza straniera; se alcuni supermercati (vedi la PAM di via Pistoiese) reggono è per lo stesso motivo; se alcune concessionarie non hanno chiuso i battenti è perché hanno i migliori clienti fra la comunità cinese. Ad ogni modo il ”degrado” del territorio è direttamente collegato al degrado che la società “pratese” (quella fatta da “pratesi” doc o non doc poco importa) ha evidenziato negli ultimi venti\trenta anni e di ciò è indubbiamente colpevole la classe politica così come quella imprenditoriale e così anche l’intellighentia che non ha saputo interpretare i mutamenti e, laddove li ha riscontrati, poco ha fatto per divulgarli e chiedere alle diverse istituzioni azioni precise e decise per affrontarne le conseguenze.

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 4

SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 4

Nei primi giorni del 2008 festeggiando i sessanta anni della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre del 1947 fui invitato da un caro amico di Campi Bisenzio a tenere un intervento pubblico sulla nostra Carta. Quel che segue è il testo di quel mio contributo.

4.

Ed è lo stesso Scoppola che si chiede in relazione al fatto che negli ultimi anni sempre più spesso si è ventilata l’ipotesi di mettere mano alla Costituzione per modificarla.

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PIETRO SCOPPOLA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pagg. 137\138

“Ma è stata efficace quella sintesi culturale? Che traccia ha lasciato nella storia successiva del Paese?….il principio di solidarietà si è tradotto in larga misura nella prassi di un assistenzialismo statalistico, strumentale nel consenso elettorale, divenuto fonte di corruzione nella vita pubblica.”

Per aggiustare queste pecche qualcuno ha pensato di intervenire sul “tutto”

“…ma dobbiamo saper distinguere la cattiva applicazione o più spesso la non applicazione dei valori della Costituzione dalla sua ispirazione fondamentale; dobbiamo far bene attenzione a non gettare via, come si dice, con l’acqua sporca anche il bambino.”

Allo stesso modo in un testo uscito proprio in questi ultimi mesi un altro illustre esponente “costituzionalista” Valerio Onida

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VALERIO ONIDA in La Costituzione pagg. 33\34

“Si è accusata la Costituzione di essere frutto di un compromesso. Ma storicamente tutte le Costituzioni, quanto meno quelle che durano nel tempo, lo sono, in quanto riflettono un punto di equilibrio fra esigenze e forze diverse, e spesso, se non lo sono all’inizio, lo diventano col tempo, integrando nell’esperienza costituzionale esigenze e forze diverse, anche contrapposte….Il pòunto è la qualità del “compromesso”, è vedere su quali principi si fonda, e se è saldo e durevole.
La Costituzione italiana non nasce da una trattativa fra gruppi ristretti di potere, nasce sulla spinta di partiti di massa dotati di effettiva rappresentatività, in un contesto storico di crisi e di profondo rinnovamento…..”

Oggi noi, ed immagino (lo spero) molti altri ancora siamo ad interrograci sul tema “La Costituzione oggi”.
Con un compito importante, farla conoscere, farne apprezzare le caratteristiche che la rendono un atto fondamentale della nostra Storia, della nostra vita civile.

Vorrei, infine, che non fosse del tutto scontato che nei prossimi mesi, nei prossimi anni non vi sia qualcuno – senza alcuna distinzione di parte (centro destra o sinistra) – che consideri “vecchia e superata” la nostra Carta costituzionale.
Sarebbe un grave errore, ed è bene che sulla Costituzione si mantenga da parte del mondo “democratico” un’attenzione vigile, in primo luogo perché essa venga applicata (il capitolo delle non o delle tardive applicazioni è molto lungo e non ne avremmo il tempo qui ora) e venga difesa da attacchi camuffati da “nuovismo”, soprattutto nella prima parte di essa.

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Lo studioso Claudio Pavone in “Cinquant’anni di Repubblica italiana” nel suo contributo “Rileggere oggi la Costituzione” pag.33 scrive

“Potrebbe accadere addirittura…che la ripresa d’interesse…sfiorisca prima che a quel desiderio sia stata fornita adeguata risposta. Il rischio sta nel fatto che tutto il lavoro di ricerca, di confronto e di dibattito….venga come scavalcato da un apparente rinnovamento degli studi…Alcuni segnali dell’incombere di questo pericolo sono già evidenti….”

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. “What Salvini is saying now is that there are simple answers to complex problems.”

“What Salvini is saying now is that there are simple answers to complex problems.”

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Lo scorso 5 dicembre il New York Times ha pubblicato un lungo reportage su Prato e sulle ragioni per le quali la Lega va acquisendo, pur immeritatamente, larghi consensi.
Per farvene un’idea – forse diversa dalla mia, leggetelo https://www.nytimes.com/2019/12/05/business/italy-china-far-right.html

Il titolo è The Chinese Roots of Italy’s Far-Right Rage

Il sommario è The country’s new politics are often attributed to anger over migrants. But the story begins decades ago, when China first targeted small textile towns.

Una delle frasi, quella di Riccardo Cammelli è

“What Salvini is saying now is that there are simple answers to complex problems.”

E’ la sintesi di quel che accade, che comprende ogni aspetto, ivi compreso il nuovo epifenomeno delle “sardine”: la semplificazione dei temi complessi. Basta urlare “in modo più composto e civile” alcune tematiche per ravvivare le passioni ed avviare forme virtuose? Ne dubito da tempo.

Il quadro che emerge dall’articolo del New York Times è desolante ed indubbiamente spinge chi, come il Sindaco di Prato, è chiamato a rappresentare la città in primissima fila, ad indignarsi nel considerare superficiale e desueta l’analisi. Pur tuttavia non si può non sottolineare che, al di là di ogni fallace percezione, la realtà che quotidianamente noi tocchiamo con mano è deprimente e molto più vicina a quella descritta da Peter S. Goodman ed Emma Bubola. Lo sciovinismo autocelebrativo può essere anche giustificabile ma poi occorre agire di conseguenza ed in questa città nella quale vivo consapevolmente la seconda legislatura di Matteo Biffoni non sembra destinata alla gloria. L’amministrazione è ingessata in un processo di autoreferenzialità insopportabile e larga parte della città non ha avuto rappresentatività ed ascolto. E continua a non averla.
Molto diversamente da quanto scrive il Sindaco su “La Nazione” di oggi 8 dicembre, Prato ha smarrito proprio quella “capacità di essere comunità, di costruire il proprio futuro” e non sembra più “una città forte e coesa”, e forse non lo è da un po’ di tempo in qua, malgrado non siano mancati gli allarmi che parti della Sinistra hanno più volte lanciato in questa direzione.

Joshua Madalon

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – TERZA ed ultima PARTE

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – TERZA ed ultima PARTE

Questo che segue è un mio intervento su temi che hanno conosciuto una stagione d’oro nella nostra città e che negli ultimi decenni sono stati trascurati. Il disastro che potrebbe derivare da questa negligenza potrebbe essere letale anche per la nostra Democrazia. (J.M.)

Come potete comprendere, vado recuperando la mia memoria con la speranza che non tutto ciò che è stato fatto sia stato inutile.

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Il decentramento delle attività formative sul territorio

3.
Non sembri, quest’ultima, una critica gratuita: è principalmente rivolta a quella straordinaria contraddizione che sono i “Circoli di Studio”, fiore all’occhiello della progettualità europea; come si fa a contemperare la libertà massima istituzionalizzata del concetto stesso di “Circoli di Studio” con la costrittività mortificante della burocrazia degli apparati di controllo amministrativo, che pure sono necessari? E’ una domanda semplice e difficile che purtroppo non attende risposte immediate.
Gli incontri preparatori che si sono svolti principalmente in Biblioteca, ma abbiamo anche utilizzato momenti privati per confrontarci fra un biscottino ed un caffè, sono stati, come sempre accade in queste occasioni, momenti di emissione e di immissione di diverse competenze: se eravamo già ricchi ne siamo emersi più ricchi; perché è in simili occasioni che si percepisce la vera qualità della vita, ed io non posso non ricordare un altro personaggio che ci ha lasciato nel bel mezzo di questa impresa, Eliana Monarca, alla quale tutti noi davvero dobbiamo molto e mi avrebbe fatto molto piacere continuare a lavorare con lei.
Credo che, nel concludere, proprio per significare anche la nostra precisa volontà, debba anche precisare che l’opportunità offertaci da questo Progetto possa servirci da insegnamento, sia considerando i lati positivi sia quelli negativi. Negli ultimi anni, infatti, sono partiti nella città di Prato, per volontà delle Circoscrizioni, alcuni progetti EDA estremamente interessanti; anche laddove non è stato possibile, per varie ragioni, coordinarsi, quei progetti, per la loro validità e per i risultati che hanno dato, sono tappe fondamentali del percorso EDA di tutta la città. Infatti il Coordinamento, così come io lo interpreto deve essere anche luogo, perché non accademico e teorico?, di confronto di esperienze diverse, che possono essere utili per tutti; ed è poi da quel luogo che possono emergere progetti comuni che coinvolgano non necessariamente tutte le Circoscrizioni.
Le Circoscrizioni, in ogni caso, devono essere viste come luoghi centrali essenziali per far emergere la domanda e devono essere, nel settore dell’EDA, dotate di una loro specifica autonomia da esplicare attraverso il Coordinamento. Una precisazione tuttavia va fatta: vedo il Coordinamento non come una struttura a se stante, ma come un luogo nel quale essenziale deve essere il ruolo dell’Assessorato. La richiesta più volte espressa dalle Circoscrizioni di ricevere la delega per questo settore ha valore più di un riconoscimento per il lavoro svolto che di un vero e proprio passaggio di competenze; sarebbe infatti per tutti noi più utile che da parte del Comune cui noi ci riferiamo venisse un impegno a lavorare tutti insieme per costruire progetti comuni come quello per il quale oggi siamo qui, piuttosto che un’elaborazione teorica alla quale poi non segue una vera e propria forte affermazione politica. Se invece ci fossero passate le competenze più come una rinuncia ad occuparsene che una convinta operazione di decentramento, questo creerebbe solo un grave danno al settore dell’Educazione degli Adulti, e nessuno di noi potrebbe volerlo. Piuttosto, non sarebbe un grave delitto se, nel riconoscere praticamente la funzione delle Circoscrizioni, esse fossero rappresentate in modo più diretto all’interno del Comitato locale.
Questo Progetto “Gestire il cambiamento” deve dunque servirci ad andare avanti; l’esperienza dei Circoli di Studio (così come la consimile e pionieristica esperienza della Circoscrizione Sud) è forse l’elemento sul quale continuare a lavorare per il futuro. Per diversi motivi: 1) per il coinvolgimento diretto dei cittadini; 2) per la rivitalizzazione (o il non depauperamento) di alcuni luoghi di incontro e di aggregazione; 3) per la libertà di espressione che emanano; 4) per il forte entusiasmo che questo tipo di situazione crea; 5) per i risultati per struttura specifica sempre inattesi che essi riescono a produrre; 6) per i costi abbastanza esigui che comporta la loro organizzazione e la loro realizzazione. Quest’ultimo aspetto, per chi soprattutto nelle Circoscrizioni opera, è purtroppo centrale: le risorse sono esigue e le necessità aumentano.
Per finire, vorrei auspicare che nei prossimi programmi elettorali di coalizione sia comunali che circoscrizionali (ormai, tanto, come ho detto prima, ci siamo vicini) fosse possibile inserire una parte consistente di vera progettualità dedicata all’EDA; che si avviassero anche accordi e si stilassero convenzioni con le diverse agenzie formative presenti sul territorio per costruire interventi specifici nell’area non formale; che, nei fatti, si riconoscesse alle Circoscrizioni il ruolo specifico che hanno in questo settore.

Prato li 19 giugno 2003
prof. G. Maddaluno
Coord.to Comm.ni Cultura Circoscrizioni

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – SECONDA PARTE

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – SECONDA PARTE

Questo che segue è un mio intervento su temi che hanno conosciuto una stagione d’oro nella nostra città e che negli ultimi decenni sono stati trascurati. Il disastro che potrebbe derivare da questa negligenza potrebbe essere letale anche per la nostra Democrazia. (J.M.)

Come potete comprendere, vado recuperando la mia memoria con la speranza che non tutto ciò che è stato fatto sia stato inutile.

Il decentramento delle attività formative sul territorio

2.
In quest’ultima legislatura, anche per la volontà espressa in modo esplicito dai Presidenti delle Commissioni Cultura della precedente legislatura, si è creata una forma di Coordinamento che ha potuto, fra l’altro, realizzare percorsi comuni in più circoscrizioni: come coordinatore non sono affatto soddisfatto; in una scala da 1 a 100 non siamo riusciti a superare 50 e questo se da una parte assume una nota di rammarico ci spinge davvero ad essere per il futuro maggiormente propositivi.
Non faccio la storia degli insuccessi, ma li assumo come esempio di quello che non deve essere fatto e spingo tutti in avanti. Anche perché quando i progetti, anche se vedono solo una o alcune Circoscrizioni in cooperazione, poi funzionano servono a tutti e bisogna essere contenti. Così, non è che il Coordinamento debba mortificare l’autonomia dei singoli; deve saperla esaltare e saper cogliere gli elementi positivi che emergono dal lavoro dei diversi operatori, dal contributo dei fruitori. Non deve mai essere un problema il “copiare”, basta farlo con personalità, basta saper inserire le proprie sensibilità, le proprie competenze specifiche al servizio degli unici nostri veri giudici (ovviamente si fa per dire, ma le elezioni incalzano) che sono i nostri cittadini.
Il ruolo delle Circoscrizioni è stato fondamentale in un momento durante il quale solo le Circoscrizioni, come dicevo prima, rappresentavano il Comune di Prato nell’ambito dell’EDA; con il Progetto del quale oggi verifichiamo il primo dei due anni previsti, le circoscrizioni erano pronte a fare quel salto di qualità necessario per accreditarsi quali agenti formativi, pur se all’interno della rete civica, ma fondamentalmente prioritari e privilegiati. Ed è stato infatti il Coordinamento delle Comm.ni Cultura delle Circoscrizioni ad attivarsi su un’idea che tendesse a rivitalizzare l’attenzione di gruppi di cittadini sulle piccole e grandi trasformazioni che il territorio aveva subito negli ultimi venti.dieci anni attraverso diversi linguaggi, attraverso diverse modalità, dal corso abbastanza tradizionale ai Circoli di Studio, coinvolgendo molti soggetti, i più importanti Enti Culturali e l’Università della Terza Età, mettendo in moto poi anche le competenze diverse di tanti soggetti, da Dryphoto alla scuola d’arte “Leonardo”, da Alta Via Trekking all’Itc Dagomari, dalla Scuola comunale G Verdi ai Circoli della Circoscrizione Est (La Querce, La Macine, La Pietà e Mezzana).
Un ruolo sostanziale lo ha avuto la Biblioteca Comunale di Prato, il suo Direttore Franco Neri e la signora Maria Battaglia: il loro lavoro è stato, ed è, inestimabile, così come l’impegno ed il lavoro dei diversi dirigenti ed Istruttori amministrativi delle Circoscrizioni. Per consolarli parzialmente potrei dire che il Comune aveva bisogno di uno staff che seguisse questo settore e questo Progetto potrebbe averne se non altro gettato le basi, mettendo insieme tutto il meglio delle competenze presenti sul nostro territorio. A tale proposito cosa si aspetta a dotare nuovamente il Comune e le Circoscrizioni di figure specifiche che seguano questo settore così chiaramente strategico della società dei nostri giorni e del nostro immediato futuro? Ad essere sinceri, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, questo era uno dei nostri obiettivi più importanti; poi si è, per motivi seri e contingenti, un po’ persa la bussola: oggi siamo qui a sperare ancora sia possibile riavere a Prato uno staff tecnico e amministrativo capace di tener dietro alla barocca burocrazia della legislazione europea.

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – PRIMA PARTE

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – PRIMA PARTE

Questo che segue è un mio intervento su temi che hanno conosciuto una stagione d’oro nella nostra città e che negli ultimi decenni sono stati trascurati. Il disastro che potrebbe derivare da questa negligenza potrebbe essere letale anche per la nostra Democrazia. (J.M.)

Come potete comprendere, vado recuperando la mia memoria con la speranza che non tutto ciò che è stato fatto sia stato inutile.

Il decentramento delle attività formative sul territorio

Fu negli anni Ottanta che a Prato, dietro la spinta di alcune personalità di rilievo, la nostra città si distinse nel panorama regionale e nazionale per una attenzione particolare verso il settore dell’educazione degli adulti: è vero, c’era stata anche la stagione delle 150 ore, ma il lavoro egregio che fu realizzato da personaggi come Massimo Bellandi (a proposito, avevo bisogno di un’occasione come questa, per dire che senza Massimo io non avrei potuto fare tutto quello, e per me è davvero tanto, che ho fatto a Prato), quel lavoro prezioso che vide la collaborazione di uomini eccellenti e particolarmente sensibili e preparati come il professor Filippo Maria De Santis ed il giovane prof. Paolo Federighi fu assolutamente impagabile, perché costituì il banco di prova della politica formativa riguardante gli adulti, sia dell’educazione formale che vide fino all’inizio degli anni Novanta il Comune impegnato in maniera diretta nella struttura del corso biennale in preparazione di quello triennale che poi si svolgeva prevalentemente al “Dagomari”, dove ancora oggi è in piedi un intero Corso “Sirio” tutto serale, sia dell’educazione non formale con alcuni corsi tendenti non soltanto ad un bisogno di cultura quanto ad una richiesta non sempre esplicita di socializzazione.
Non so se sarà possibile vederli, ma ho portato con me quattro spot che pubblicizzavano proprio alcuni progetti di educazione degli Adulti realizzati dal Comune di Prato negli anni 1992\93.
Poi per motivi diversi, sia di stanchezza, sia perché molti dei protagonisti di quegli anni si erano dedicati ad altro, sia perché chi se ne doveva occupare a livello amministrativo non ci credeva troppo e privilegiava altri percorsi, sia perché di fronte alle difficoltà ed alle novità che emergevano dal mondo del lavoro bisognava attrezzarsi diversamente, puntando con più forza sulla qualificazione e riqualificazione in itinere, suscitando e raccogliendo nuove domande preparando nel contempo le giuste idonee risposte in grado anche di precorrere le nuove moderne esigenze del mondo del lavoro; soprattutto per tutte queste ragioni i progetti EDA furono abbandonati dal Comune di Prato, ed anche le riflessioni, gli approfondimenti, le elaborazioni furono abbandonate e da esso saltuariamente riprese in poche occasioni, sospinto da pressanti richieste, particolarmente sentite proprio dalle Circoscrizioni.
Molti di noi, specialmente nelle Circoscrizioni infatti, nel corso di questi anni hanno mantenuto inalterata l’attenzione nei confronti dell’importanza strategica dell’educazione degli adulti, sia quella di tipo formale che quella di tipo informale. Nessuno di noi vive fuori da questa realtà; siamo per lo più amministratori, fra quelli che in più di un’occasione hanno anche partecipato da protagonisti alla stesura di un programma di governo, sia quello di tipo elettorale sia quello annuale legato al PEG. Dico questo perché nelle Circoscrizioni, in particolare in alcune come ad esempio la Circoscrizione Centro, l’impegno verso l’area non formale dell’EDA è stato molto incisivo e continuativo, e le circoscrizioni, ancora di più nella nuova forma, hanno creduto fortemente a questa cosa.

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA p.1,2,3

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nei primi giorni del 2008 festeggiando i sessanta anni della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre del 1947 fui invitato da un caro amico di Campi Bisenzio a tenere un intervento pubblico sulla nostra Carta. Quel che segue è il testo di quel mio contributo.

Come sempre mi accade in occasioni come queste, nel preparare – anche se breve – un intervento su un argomento così importante come quello di stasera sulla nostra Carta Costituzionale, ho messo insieme le poche conoscenze accumulate nei miei 61 anni con la rilettura di qualche pagina di “testimonianze eccellenti di prima mano” e cioè dei “costituenti” stessi e la lettura di qualche testo “giovane” uscito perlopiù nella stessa circostanza che ci spinge a discutere stasera, e cioè il 60° della Costituzione italiana.

La nostra Costituzione, dobbiamo dire, ha sessanta anni ma – come vorrei fosse per me – davvero non li dimostra. In questi anni spesso abbiamo sentito alzarsi voci che la ritenevano “vecchia” e superata dai tempi; ma a coloro che la considerano tale vorrei solo ricordare che una delle più belle e grandi Costituzioni, quella degli Stati Uniti d’America, ha già duecento e più anni, essendo stata promulgata nel settembre 1788, e dunque quasi 22° anni fa.

Quando gli amici mi hanno interpellato ho fatto presente che non sono un “costituzionalista” e che, oltre che essere un modesto docente di italiano e storia con la passione smodata per il Cinema, ritenevo e ritengo di poter essere ascritto più chiaramente alla categoria di “cittadino impegnato all’interno delle Istituzioni”, essendo infatti in questo periodo Presidente della Commissione Cultura e Formazione della Circoscrizione Est del Comune di Prato.
Voglio anche poter credere di essere stato invitato come tale, dunque; e come umile espressione di quella parte dei cittadini che hanno rappresentato in questo nostro Paese la “sinistra democratica e riformista” che sta contribuendo negli ultimi anni a cambiare decisamente e profondamente le regole, pur avendo il massimo rispetto verso quella prima parte della nostra Costituzione che sono i primi 54 articoli ( i primi 12 dei Principi fondamentali più tutti quelli sui Diritti e Doveri ).

Mi è parso di capire che mi si chieda di rappresentare in un “giuoco delle parti” le posizioni della Sinistra in quegli anni.

Gli eventi storici che sono stati rappresentati sono di certo alla base dei comportamenti diversi tenuti dalle diverse “parti in giuoco” ma la comune tragica esperienza dei Fascismi europei e di riflesso della Seconda Guerra Mondiale li aveva stemperati negli animi di chi, studioso di Storia, di Economia e di Politica, aveva potuto cogliere la genesi della tragedia nazionalistica e populistica nelle profonde divisioni proprio in quella parte più liberista e democratica che avrebbe dovuto raccogliere “insieme” i consensi:

Questa atmosfera è ben presente nel discorso pronunciato da Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, l’ 8 febbraio 1947 dopo le dimissioni di Giuseppe Saragat.
Egli auspica che “dopo dibattiti lunghi ed anche appassionati, la Costituzione abbia il suggello – se non dell’unanimità dell’Assemblea – per lo meno di un tale numero di voti da dare garanzia anche ai più sospettosi e malvolenti che la nostra legge fondamentale, somma di libertà già raggiunte ed avviamento ad altre, maggiori, di sociale contenuto che essa appena delinea, non sarà frutto d’una vittoria di parte”.

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E’ evidente che tale assunto di partenza, che allora i nostri Padri costituenti avvertivano, pur condizionato da una “tragedia” da cui si usciva, deve servire da monito costante nei confronti delle nostre classi dirigenti e deve essere sempre più patrimonio diffuso nelle giovani generazioni cui dovremo inevitabilmente affidare le sorti del nostro Paese.

Occorrerà evitare che una soluzione positiva debba essere necessariamente il frutto di eventi drammatici. Occorrerà forse impegnarsi a scrivere “oggi” nuove regole al di là della Costituzione, senza toccare la Costituzione e cioè non “contro” di essa, regole che si impongano di “normalizzare” questo nostro Paese. Per fare questo, lo ripeto, non è affatto necessario modificare la Costituzione nel suo impianto “fondamentale” ma sarà invece necessario che il “comune sentire” diffuso di un recupero del “senso etico” dell’impegno politico conduca ad un accordo che porti a “regole” che impongano eticamente un’irreprensibilità di comportamento da parte dei rappresentanti pubblici ad ogni livello in ogni settore della nostra vita pubblica, così come andrebbero drasticamente limitate e sottolineo LIMITATE tutte le forme di “privilegio” perché anacronistiche in quanto relative ad un periodo in cui la nostra società doveva garantire davvero a tutti nella estrema diffusa indigenza l’accesso alle cariche elettive.

E’ quest’ultima parte una deviazione dal contesto vero e proprio per il quale noi siamo qui, e me ne scuso.

Ritorniamo al tema.

Porre in evidenza le “differenze” potrebbe essere abbastanza semplice e forse, in modo autosevero, addirittura semplicistico sarebbe anche andare a connotarsi in sede ideologica, richiamandosi alle differenti radici, alle differenti culture, ai tre sostanziali fondamentali filoni culturali presenti nell’Assemblea Costituente: quello liberaldemocratico, quello cattolico e quello marxista.

Bisogna invece ribadire che proprio in quella particolare temperie quelle differenze servirono davvero ad arricchire di contenuti il dettato costituzionale, piuttosto che a delinearne i contrasti, i quali invece connotarono molti degli eventi che precedettero, che accompagnarono e seguirono negli anni a venire la costruzione, la scrittura e la lenta attuazione della nostra Costituzione.
Furono quelli gli anni che divisero il mondo all’interno della Guerra Fredda.

Nel tempo in cui i nostri Padri costituenti si applicarono alla stesura della Costituzione non mancarono di certo i contrasti ma anche in essi si avvertiva fra i diversi avversari la consapevolezza della dialettica necessaria, per cui era sempre massima l’attenzione per tutti gli interventi per tutte le proposte per tutte le idee che venivano espresse.

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VITTORIO FOA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag. 45

“Ho molti ricordi. Il capo della Democrazia Cristiana era Alcide De Gasperi, quello del Partito Comunista era Palmiro Togliatti, il leader socialista era Pietro Nenni; poi c’erano un piccolo Partito d’Azione e un Partito Liberale, con tanti grossi nomi di un passato senza ritorno. Indubbiamente vi erano profondi contrasti, ma quando prendeva la parola De Gasperi, Togliatti lo ascoltava con attenzione e rispetto, e quando parlavano Togliatti oppure Nenni, la destra e il centro facevano silenzio.
Ricordo la drammatica seduta finale dell’Assemblea quando il giovane deputato La Pira chiese di scrivere nella Costituzione un richiamo a Dio, e il tono affettuoso e paterno con il quale Togliatti gli spiegò che la cosa era impossibile.”

Ovviamente non mancarono le differenziazioni. Dell’ Assemblea Costituente facevano parte, nel complesso dei 556 deputati, 207 afferenti alla DC, 115 al PS, 104 al PCI, 41 all’Unione Democratica Nazionale (liberali), 30 al Movimento dell’Uomo Qualunque, 23 al PRI, 16 al Blocco Nazionale della libertà, 7 al Partito d’Azione.
Sembrava, dunque, quasi logico che vi fossero delle differenziazioni, delle contrapposizioni. Ma sono sempre più convinto che in definitiva non si possa, non si debba parlare di “compromesso costituzionale”.

Vorrei a tale proposito utilizzare le parole di una persona a me molto cara, riportate da un suo intervento nello stesso libro di cui ho parlato prima.
Parlo del prof. Pietro Scoppola che ci ha lasciato pochi mesi orsono.

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PIETRO SCOPPOLA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag.136

Riferendosi in particolare all’art.3 Pietro Scoppola dice

“Se teniamo presenti le posizioni da cui partivano le diverse forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente, ci rendiamo conto che l’opera compiuta dai costituenti ha avuto un grande rilievo culturale e politico; ci rendiamo conto che il cosiddetto “compromesso costituzionale” ha avuto un grande spessore.

Poi quasi con una sorta di correzione aggiunge

“Occorre liberarsi dalla versione riduttiva e negativa oggi ricorrente del “compromesso costituzionale” . Prima di ogni compromesso fra i partiti vi fu la coscienza ben viva nei costituenti – che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi – di una grande responsabilità storica: quella di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra. Occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale in cui l’Italia era stata coinvolta. Il fondamento vero della Costituzione, prima che nel compromesso fra i Partiti, è in questo suo stretto legame con la Storia.”

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