SENZA SINISTRA NON ESISTE IL PD: ed è la verità

SINISTRA

SENZA SINISTRA NON ESISTE IL PD: ed è la verità

La frattura è inevitabile: prima o poi; e, allora, meglio “prima” che “poi”. A me sembra davvero troppo tardi.
Il livore e la protervia sono rappresentati, insieme all’arroganza e la sfrontatezza in Renzi, incapace di capire che occorrerebbe non un solo suo passo indietro, ma più passi indietro. Ma non può farlo, sia per il carattere che ha sia per il percorso che ha voluto intraprendere sin dai suoi esordi, al di fuori dei canoni e dei sentieri della Sinistra.
“Senza Sinistra non esiste il PD” ha detto la Finocchiaro, evidenziando con chiarezza cristallina come ad uscire dal PD sarebbe proprio la rappresentanza residuale minoritaria in quella forza (la gran parte è già uscita) e dunque involontariamente riconoscendo alla maggioranza una collocazione centrista spostata addirittura più in là, frutto di promesse e – forse – accordi con la realtà padronale più retriva reazionaria e conservatrice, che ha voluto e indirizzato le “riforme” che il governo Renzi ha inteso rappresentare come innovative e rivoluzionarie, ma che hanno invece prodotto un profondo arretramento della giustizia sociale.
Forse è il momento di fare chiarezza: per avere credibilità la SINISTRA deve fare la SINISTRA, abbandonando decisamente qualsiasi ipotesi di accordo con chi non la rappresenta, anche perché qualsiasi blandizie sarebbe soltanto frutto di calcoli personali o motivati da esigenze strumentali.
Quanti calci sui denti, quanti “stai sereno”, quanti aculei velenosi dobbiamo ancora sopportare prima di poter comprendere il carattere infido dell’universo renziano?
“Fortuna adiuvat audaces” e la Sinistra dovrebbe dotarsi di coraggio e segnalare al popolo che sui suoi fondamentali non scenderà mai a patti e che riprende il cammino.
Il coraggio della chiarezza servirà anche a diradare le nebbie dalle ambiguità e dalle diverse personalistiche valutazioni.
Devo ripeterlo? Un elettore, di fronte alla scelta se votare il PD o una forza di Sinistra che si presenta con obiettivi di possibili alleanze future con il PD, decide o di votare il PD o di astenersi oppure si disperde tra raggruppamenti ambigui, demagogici e populisti che mirano a distruggere il tessuto democratico residuale. Ancor peggio, perché lesivo della dignità umana, sarebbe a quel punto votare ancora una volta “turandosi il naso e sbarrando gli occhi”.

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CASE – parte 8

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CASE – parte 8

Nella “cantina” vi era anche un piccolo vano con una finestrella, aperta la quale si trovava un verricello dal quale far calare il secchio per raccogliere l’acqua piovana. Nei periodi di prolungata siccità si ricorreva a piccole (a Procida le strette stradine non permettono a veicoli grandi di poter circolare) cisterne che provenivano dalla terraferma e garantivano la possibilità di approvvigionamento. Dal pianterreno attraverso una scalinata esterna in muratura si accedeva al primo piano molto luminoso con finestroni che affacciavano direttamente sull’orto; aveva tuttavia solo una funzione accessoria riservata ai “visitatori” o i “forestieri” che fossero di là transitati sia in modo provvisorio che stanziale (soprattutto d’estate Procida è meta ambita per i villeggianti). In alternativa comunque veniva utilizzata da noi nipoti per ospitarvi amici ed amiche quando siamo diventati più adulti ed esigenti. Dal primo piano si transitava per una scala sempre in muratura ma interna al piano alto – un secondo piano altrettanto luminoso e più ampio che consisteva in una sala da pranzo grandissima scarsamente utilizzata dalla quale si accedeva su un ampio terrazzo, un “vefio” in muratura che affacciava sulla corte ed era dotato di una splendida vista sull’Isola d’Ischia. Uscendo dalla sala da pranzo sulla destra si trovava, fin quando poi mio padre non ne costruì uno “interno” con tutti i comfort (ma si dovette attendere l’arrivo dell’acqua corrente) il vecchio “bagno” che consisteva essenzailmente in una struttura rurale piuttosto primitiva che dava in un “pozzo nero”. A metà terrazzo che misurava quanto tutto il piano si trovava un’apertura protetta da una finestrella che dava accesso al pozzo di acqua piovana con un ulteriore verricello; in fondo si trovava la porta che accedeva alla grande camera da letto e subito dopo in fondo la porta che da accesso alle scale che portavano fuori proprio su Via Flavio Gioia. Una porta di legno, con chiavi abbastanza grossone, che a mia memoria non veniva mai chiusa. Dalla sala da pranzo si procedeva in una piccola sala intermedia con delle credenze, un tavolo ed un lettino, utilizzato dalla più giovane delle zie nubili. Altra porta e si entrava nella grande camera da letto con cassapanche, armadi, comò, letto matrimoniale e lettino per gli ospiti di famiglia. Sul comò un bellissimo orologio a pendolo (arruoggia) dono della zia d’America. Ritornando poi nella stanza intermedia vi era visibile una massiccia solida scala di legno che portava, attraverso un’apertura sul soffitto, in quella stanza più basso che altrove, ad una stanzetta con due lettini posti in posizione disgiunta (orizzontale-verticale a ridosso delle pareti) che era il “covo” di noi nipoti, il luogo magico delle controre ed il ritiro dalle notti folli dell’adolescenza e della giovinezza. Tutto era micro e ci sentivamo a nostro completo agio sia quando eravamo in compagnia sia quando eravamo da soli; da una porticina si accedeva sui tetti, tutti a cupola, che venivano utilizzati per rassodare e rinsecchire i pomodori ed i fichi per preparare le conserve e la frutta secca. Prima di stendere queste bontà naturali si provvedeva a ripulire con cura l’impiantito e poi vi si stendeva un panno di lino bianco come la neve su cui si appoggiavano i prodotti. Anche allorquando si prevedeva che piovesse, le zie si recavano sui tetti ed eliminavano tutte le impurità per consentire all’acqua piovana, che sarebbe stata poi utilizzata, di avere meno elementi dannosi per il consumo umano. Dai tetti si aveva uno sguardo a 360° sul Golfo di Pozzuoli e di Napoli, su Ischia e su Capri. E poi vi erano un paio di “dependances”: lo dico con ironia perché si trattava di due distinte “stalle” abbastanza distanti dall’abitazione. La prima era a circa ottanta metri ed era riservata alle capre ed alle galline che non trovavano posto nel pollaio di fronte casa. L’altra ben più distante, circa trecento metri, ospitava i maiali. Galline, capre, conigli e maiali li abbiamo nutriti e ci hanno nutrito: le uova fresche le andavamo a cercare nella paglia ancora calde ed avevamo imparato a berle direttamente; il latte della capra la mattina ci veniva fornito dalle zie che solerti ne avevano munto le sode mammelle; conigli e maiali ci fornivano carne di ottima qualità. Noi piccoli però ci divertivamo a nutrire tutta questa numerosa “famiglia” animale soprattutto con erba fresca scelta con cura e preparati a base di mangimi e di pastoni.

fine parte 8 – continua….
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CASE – parte 7

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CASE – parte 7

Da quando ero piccolissimo mia madre di tanto in tanto si recava dai suoi, nell’isola di Procida.
Quando lasciava la casa di via Campana era ossessionata dalla paura che i ladri vi entrassero; in verità anche quando si era in casa lei chiudeva tutto con modalità schizofreniche di certo psicotiche. Poi ho capito le origini di questa mania: a Procida, non so ora, ma ancora quando le ultime volte ci sono stato negli anni Ottanta le porte delle abitazioni non avevano chiusure significative ed a volte rimanevano aperte anche di notte. La casa di Procida era quella dei nonni materni: mio nonno Vincenzo è morto quando avevo poco più di un anno ed il suo ricordo è quello di un gentile signore non molto alto con dei baffoni a spioventi che mi impegnavo a manipolare e tirare quando mi prendeva in braccio. Mia nonna era molto riservata ed è venuta meno quando avevo poco più di dieci anni e di lei ho più ricordi collegati alla incapacità oggettiva di comprendere le nuove tecnologie che allora cominciavano a diffondersi e poi la sua progressiva perdita di memoria.

La casa era una vecchia colonica dalle mura spesse e naturalmente coibentate a calce. Mancavano servizi che già allora sulla terraferma erano essenziali come la luce elettrica e l’acqua corrente e questo mi ha formato ed abituato a non considerare drammatica la loro – anche se provvisoria – mancanza. Era una “bellezza” però altamente suggestiva sapere che il pozzo veniva alimentato dall’acqua piovana, che scendeva dai tetti a cupola tipici del paesaggio “mediterraneo” con la caratteristica scanalatura per recuperare l’acqua ed incanalarla verso il pozzo contenitore, dentro il quale era di norma insediata una biscia allo scopo di mantenere l’acqua pulita dai microorganismi batterici che naturalmente vanno in essa, stagnante, formandosi.

E la bellezza della vita pretecnologica ci permetteva anche di vivere parte della giornata alla luce delle lampade a petrolio: di inverno si cenava presto e poi ci si intratteneva intorno ad un braciere e coperti da caldi plaid a recitare preghiere (le zie erano molto religiose ed il Rosario era una tradizione immancabile) o a raccontare favole a noi più piccoli. La nonna, come dicevo, ma questo accadeva allorquando l’elettricità riuscì ad arrivare fino a via Flavio Gioia, non riusciva a comprendere, e l’età non la aiutava più di tanto, come da un oggetto provenissero una o più voci e si affannava ad osservare chi si nascondesse dietro di questo. Noi nipoti irriverenti la prendevamo in giro.

La casa di via Flavio Gioia aveva una parte che dava su una corte ampia utilizzata sia per stendere i panni che per i nostri giochi di bambini; alla corte si accedeva attraverso un vecchio portone di legno di fronte al quale, prima dei terreni coltivati ai lati dei quali vi erano sentieri a misura di carriola, vi era un’ampia gabbia per polli e galline, e dietro questa vi erano gabbie in legno per i conigli.
L’abitazione, partendo dal suo ingresso principale, consisteva in una piccola ma comoda cucina al cui esterno vi era un forno; a destra dopo essere entrati si accedeva alla sala da pranzo che prendeva luce da un finestrone; dalla sala si poteva uscire sulla corte per un portoncino e dall’interno di essa si accedeva passando sotto una piccola porta direttamente nella cantina, piena di botti ed utensili per la vendemmia.

CASE – parte 7 – continua

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LA SINISTRA – oltre il PD

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LA SINISTRA – oltre il PD

Non è certo una “fissazione”, anche se più di qualcuno lo pensa (e forse anche per questo intendo sottolinearlo), il ritenere concluso il percorso della Sinistra dal PCI al PD. Non possiamo certo dire che in quel vecchio Partito dal quale molte/i di noi, vecchi arnesi, provengono non vi fossero elementi discutibili. Non è un mistero che lo stesso Berlinguer avesse fatto aprire la “stagione” della questione morale e non è un mistero che quel che disse Craxi in aula avesse un riferimento con la realtà delle cose. La corruzione era già presente, il familismo (il nepotismo allargato) era pratica diffusa nella Politica e le ingiustizie sociali già producevano danni nel tessuto democratico. Nel corso di questi anni dal 91 con il PDS al 98 con i DS fino al 2007 con il PD gli innesti che si sono innervati stabilmente nel cuore di quella forza ne hanno profondamente modificato l’essenza, allontanando progressivamente la sua anima di Sinistra, con una mutazione antropologica che appare ormai irreversibile, con la costituzione di un blocco di maggioranza che nulla ha più a che spartire con la Storia del principale Partito della Sinistra.
A quella parte minoritaria che si considera ancora depositaria di quel retaggio occorre aprirsi, purché comprendano quanto sia impossibile per loro agire all’interno di quel Partito, difendendo la propria anima di Sinistra. Se saranno capaci di distinguersi, affrontando l’onere doloroso della scissione, che è tuttavia espressione di coerenza con quanto da tempo esprimono, senza andare verso la giusta scelta, metteranno in evidenza nettissima la collocazione “centrista” del PD, aiutando la società italiana a fare scelte chiare e rispondenti ai bisogni sociali di sempre più larga parte del popolo italiano.
Ovviamente chi si va adoperando per costituire un raggruppamento di Sinistra valuti queste scelte, approfondendo le vicende politiche degli ultimi tre anni, che non lasciano margine di dubbi sul percorso da intraprendere. Chi ancora parla di possibili accordi con il PD, ma rileva queste “nuove” problematiche (“nuove” perché hanno reso ancor più distante la forbice tra le classi sociali) denunciandole nei loro interventi pubblici, si trincera dietro la “realpolitik”, il “pragmatismo” degli accordi semmai per la “governabilità” considerandoli “nobili gesti”. E’ pura ipocrisia, della quale la Sinistra deve saper fare a meno. Una connotazione chiara di Sinistra (mi chiedo perchè mai c’è chi si ostina a ripetere che questa parola , “Sinistra”, non sia necessariamente da menzionare nei nostri documenti! Me lo chiedo e non so spiegarmelo, mi si creda) sarebbe un toccasana, una ventata di purezza nel panorama demagogico cupo del nostro Belpaese. Diamoci da fare, dunque! Con le armi della Pace, della Democrazia, del Progresso e della Libertà.

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ANNIVERSARI 2017 – a venti anni dalla morte di Danilo Dolci – parlando di Pietro Pinna ed altri pacifisti

ANNIVERSARI 2017 – a venti anni dalla morte di Danilo Dolci
parlando di Pietro Pinna ed altri pacifisti

Abbiamo dedicato un post a Pietro Pinna annunciando nel titolo un collegamento con un altro importante uomo del nostro Novecento, Danilo Dolci.

La biografia di Danilo Dolci è reperibile sul web (https://it.wikipedia.org/wiki/Danilo_Dolci).

Si tratta di uno dei più straordinari protagonisti della vita italiana: egli è stato un sociologo, un poeta, un educatore ed un attivista della nonviolenza italiano, meritandosi il titolo di Gandhi italiano. Don Lorenzo Milani e Danilo Dolci più o meno agiscono nello stesso periodo in luoghi diversi ma con tecniche assolutamente tra di loro omogeneamente comparabili (Dolci nella Sicilia occidentale fra Trappeto e Partinico dove darà vita ad espressioni di non-violenza con l’uso della protesta con il digiuno e con gli scioperi alla rovescia; don Milani nella periferia toscana di Calenzano con le sue “Esperienze pastorali” e Barbiana con la sua “scuola”).
Danilo Dolci attuerà lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti ed il lavoro: siffatto impegno sociale gli varrà il soprannome – rivolto in quegli anni anche ad Aldo Capitini – di “Gandhi italiano”.
Estremamente interessante ed importante sarà il lavoro che Danilo Dolci dedicherà all’educazione della popolazione di quella parte della Sicilia. Come don Milani nelle sue esperienze richiamate egli è convinto che non bisogna dispensare verità confezionate scegliendo il coinvolgimento diretto dei contadini di Partinico ed i marinai pescatori di Trappeto; e per far questo utilizzerà la maieutica socratica, rendendo veri protagonisti del loro presente e del loro futuro la gente generalmente esclusa dal potere e dalle decisioni. All’interno di questi percorsi vengono anche assunte decisioni importanti come l’idea di costruire la diga sul fiume Jato, che una volta realizzata costituirà un elemento propulsivo dell’economia locale, togliendo spazio alle cosche mafiose che, controllando l’erogazione delle acque, dominavano in quelle realtà, dove lo Stato mostrava il suo fallimento.
A queste riunioni svolte con frequenza e documentate in vari libri, come “Conversazioni contadine” del 1966 o “Chissà se i pesci piangono” del 1973 partecipano anche dei “testimoni” esterni come Pietro Pinna, l’inglese Harold Bing, il norvegese Johan Galtung: tutti notissimi pacifisti internazionali che, come Pietro Pinna avevano pagato il loro impegno con il carcere.

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Harold Bing

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Johan Galtung

Bellissimi sono questi dialoghi così intensi e veri intorno a temi, come la vita, la morte, i diritti civili, la guerra, i piani di sviluppo etc etc.
Gustosissime per la loro verità espressa sono poi le storie raccontate in “Racconti siciliani” e “Banditi a Partinico”, ma la bibliografia relativa è immensa.

Quest’anno ricorderemo dunque anche la storia di Danilo Dolci, a 20 anni dalla morte (30 dicembre 1997).

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Pietro Pinna ed Aldo Capitini

PIETRO PINNA – Un filo rosso corre tra don Milani e Danilo Dolci

PIETRO PINNA – Un filo rosso corre tra don Milani e Danilo Dolci

Riporto da Wikipedia

Nato a Finale Ligure, di origine sarda, Pinna, alla fine del 1948, fu chiamato alle armi. Diventato fortemente antimilitarista dopo aver vissuto gli orrori della Seconda guerra mondiale, e influenzato dal pensiero di Aldo Capitini, decise di rifiutare di prestare il servizio di leva, passando alla storia come il primo obiettore di coscienza d’Italia per motivi politici.

Processato per disobbedienza, fu condannato al carcere una prima volta per dieci mesi, e successivamente per altri otto. Al processo venne difeso dall’avvocato Bruno Segre, che diventerà uno dei più famosi difensori italiani nel campo dell’obiezione di coscienza. Venne infine riformato per “nevrosi cardiaca”.

Pinna in seguito divenne uno dei più stretti collaboratori di Capitini, con cui organizzò la prima Marcia per la Pace Perugia-Assisi nel 1961, e le tre successive; continuò ad operare nel Movimento Nonviolento per tutta la vita, diventandone segretario nazionale dal 1968 al 1976. Fu direttore responsabile della rivista Azione nonviolenta fino alla morte, sopraggiunta il 13 aprile 2016.

Numerose le circostanze che lo portarono a pagare in prima persona con il carcere le sue scelte nonviolente. Il 17 gennaio 1973, già segretario del Movimento nonviolento, in seguito ad una affissione contro la celebrazione delle Forze armate il 4 novembre (“Non festa ma lutto”), fu arrestato a Perugia e condannato per direttissima per vilipendio alle Forze armate. In seguito alle manifestazioni avvenute in suo sostegno in diverse città, venne liberato quattro settimane dopo su istanza di grazia dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nell’aprile del ’79 fu condannato dalla Corte d’Appello di Trieste ad una pena di 8 mesi di reclusione per blocco stradale, pena che successivamente gli fu condonata.

Fu tra gli organizzatori della Marcia Catania-Comiso (24 dicembre 1982 – 3 gennaio 1983) per protestare contro l’installazione della base missilistica statunitense, prima azione concreta di lotta nonviolenta contro le installazioni militari in Italia.

Nel 2008 fu insignito del Premio Nazionale Nonviolenza.

Nel 2012 la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pisa gli conferì la laurea honoris causa in Scienze per la Pace.

Pietro Pinna morì il 13 aprile 2016 a Firenze.

da Wikipedia

Di Pietro Pinna sentiremo parlare anche per le vicende che interesseranno la scuola di don Lorenzo Milani e l’impegno che il priore di Barbiana profuse nell’analizzare le tematiche della non violenza e della disobbedienza. Pietro Pinna fu invitato a Barbiana e fu “interrogato” sull’obiezione di coscienza dai ragazzi che frequentavano la Scuola. Si parla in vari testi di un battibecco tra don Lorenzo e Pinna nel corso della seconda volta che quest’ultimo salì a Barbiana (si era alla vigilia del processo che don Milani e Luca Pavolini di “Rinascita” che aveva pubblicato la famosa “Lettera ai cappellani militari” dovettero subire).

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Mario Lancisi nel suo recente “Processo all’obbedienza” a pag. 4 e 5 riporta i termini di questo “scontro”: Pinna chiese a don Milani “….quale solidarietà avrebbe potuto dargli in occasione del processo: Don Milani rispose che, se avesse deciso di andare a Roma, al dibattimento avrebbe voluto al più un pullman di operai. Poi aggiunse: “Altri sostegni non mi interessano. Tantomeno da parte di quei pacifisti che solo adesso mi stanno a fianco, facendosi belli della mia bandiera”.
Pinna ci rimase male. “Guarda, don Lorenzo, che stai parlando con il rappresentante di quei pacifisti che non hanno avuto bisogno della tua bandiera per mettersi in mostra. Ben prima di te hanno alzato la loro bandiera pacifista da obiettori e non da parolai al prezzo di anni di carcere e per taluni al prezzo della vita”….”

Pietro Pinna sarà anche tra i più attivi collaboratori di Danilo Dolci. Ne parleremo in un prossimo post.

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100 anni fa – una data importante – GRAMSCI scrive “Odio gli indifferenti”

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100 anni fa – una data importante – GRAMSCI scrive “Odio gli indifferenti”

100 anni fa – 11 febbraio

Riporto dal saggio “1917 L’Anno della Rivoluzione” di Angelo d’Orsi – Editore Laterza

Pag.26
“Non è un leader Antonio Gramsci, giunto al socialismo soltanto qualche anno prima, il quale si dedica, mentre è ancora studente nell’Università di Torino, alla militanza giornalistica. L’ 11 febbraio fa uscire un foglietto a stampa, intitolato “La città futura”: viene presentato come “Numero unico a cura della Federazione giovanile socialista”. Lo ha compilato tutto da solo, inserendo testi di pensatori contemporanei, Croce in testa, e riempendo il resto con testi propri. L’editoriale si intitola Indifferenti, e comincia con un vero e proprio annuncio di guerra: “Odio gli indifferenti”, incipit di un articolo divenuto, negli ultimi anni, il più celebre tra le molte centinaia di quelli scritti, e quasi mai firmati, dal giovane sardo che aveva scelto Torino.

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

11 febbraio 1917

Riprendo il testo di Angelo d’Orsi

Nello stesso giorno sia sul quotidiano socialista “Avanti!” sia sul settimanale piemontese del partito “Il Grido del Popolo”, esce un annuncio (sempre opera di Gramsci) in cui si legge……..”

Un numero unico dei giovani

Con questo titolo uscirà fra qualche giorno un numero unico, pubblicato a cura della Federazione giovanile piemontese dedicato appunto ai giovani.
Vorrebbe essere un invito e un incitamento.

L’avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani.
Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell’ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione.
La guerra ha falciato i giovani, ha specialmente tolto alle loro fatiche, alle loro battaglie, ai loro sogni splendidi di utopia, che non era poi tale perché diventata stimolo di azione e di realizzazione, i giovani. Ma l’organizzazione giovanile socialista non ne ha in verità troppo sofferto in sé e per sé. Le migliaia di giovani strappati alle sue lotte, sono stati sostituiti subito.
Il fatto della guerra ha scosso come una ventata gli indifferenti, i giovani che fino a ieri si infischiavano di tutto ciò che era solidarietà e disciplina politica. Ma non basta, non basterà mai. Occorre ingrossare sempre più le file e serrarle.
L’organizzazione ha specialmente fine educativo e formativo. E’ la preparazione alla vita più intensa e piena di responsabilità del partito. Ma ne è anche l’avanguardia, l’audacia piena di ardore. I giovani sono come i veliti leggeri e animosi dell’armata proletaria che muove all’assalto della vecchia città infracidita e traballante per far sorgere dalle sue rovine la propria città.

Incontreremo il prof. D’Orsi sabato 18 alle ore 19 al CPA in via Villamagna 27/A a Firenze

Dopo San Paolo: la SINISTRA che parte

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Dopo San Paolo: la SINISTRA che parte

Costruire “oggi” un raggruppamento di Sinistra per sostenere “domani” un Partito come il PD, all’interno del quale “strumentalmente” si affannano “anime in pena” con l’obiettivo di “riportarlo sulla retta via”, non è nè corretto (soprattutto nei confronti di quanti anelano da tempo ed ancor più “oggi” nel progettare una vera Sinistra) nè utile per la riconquista dei diritti perduti e nella conquista di nuovi orizzonti.

Non trovo condivisibile quanto espresso da alcuni presenti alla riunione di San Paolo di giovedì scorso circa la “non” necessità di indicare con chiarezza l’appartenenza alla SINISTRA di un raggruppamento di persone che ai suoi valori si ispirano.
La interpreto benevolmente come una sorta di timidezza indotta forse da una diffusa sensazione dell’ambiguità espressa dalla Sinistra nel nostro Paese. Difendere i diritti non può essere scevro dall’applicazione ancor più rigorosa dei doveri e delle regole civili e democratiche. Lo sottolineo proprio in quanto, volendo vantarmi di ispirare la mia vita ai valori della Sinistra non ho mai condiviso alcune derive, alcune aberrazioni, irregolarità ad uso personale o poco più che tale (parenti ed amici stretti) anche da parte di alcuni esponenti della Sinistra, politica e sindacale.

Quando dico – e penso prima di dire – che la Sinistra nel nostro Paese ha immense praterie su cui cavalcare mi riferisco proprio a quelle illegalità, che una Sinistra deve prima combattere in casa propria e poi (ma ciò può avvenire contestualmente) pretendere che le “regole” siano rispettate da tutti. Solo per fare un esempio: non è possibile parlare di sfruttamento dei lavoratori (sia per il “nero” che per la “sottopaga”) e poi non rispettare tali parametri minimi nei propri ambienti. Allo stesso tempo non è possibile tollerare che si protesti con l’uso di violenza sia verso le persone che verso le cose, dimostrando di non essere capaci di “ragionare” dialetticamente con il resto del mondo (per inciso, se “il resto del mondo” non ti ascolta, occorre riflettere: può anche darsi che non si sappia più comunicare, può darsi anche che manchino gli interlocutori giusti ed – allora – è forse bene che la Sinistra senta su di sè la responsabilità di aver mal educato intere generazioni, abituandole al silenzio ed alla disperazione.
Su quella disperazione si sono inseriti movimenti demagogici e populisti come la Lega ed il M5S raccogliendo quei consensi che non erano ancora confluiti nel “non voto” su cui ha per breve tempo imperato Renzi ed il “suo” PD. Peraltro anche quest’ultimo Partito ha imboccato saltuariamente la strada della demagogia, ma con scarsi successi (vedasi il risultato referendario del 4 dicembre).
Il popolo italiano ha bisogno urgente di un Partito che sia esclusivamente di SINISTRA, che contemperi diritti e doveri nel rispetto della Costituzione, chiedendo che quest’ultima venga applicata alla lettera.

La SINISTRA non abbia timore di partire da risultati modesti.

Mantenga la sua autonomia senza mescolarsi con quella parte che, venendo dalla storia del movimento operaio e democratico, ne ha tradito i “fondamentali”, rimanendo preda di una religione del mercato e di una mutazione antropologica che oggi l’ha resa irriconoscibile. Immaginatevi un “fantasy” con il ritorno di un operaio degli anni Sessanta nella società di oggi: sarebbe un nuovo “Ritorno al futuro horror”!

I risultati modesti di un Partito della SINISTRA che mantenga dritta la barra della sua navicella sarebbero ben meno modesti di quelli che invece, rinunciando “praticamente” ad esistere, otterrebbe: un elettore di SINISTRA che potrebbe votare il PARTITO DI SINISTRA, se quest’ultimo si alleasse con altra forza, avrebbero tre strade, la prima sarebbe quella di votarlo per fede; la seconda, di non votare per niente; la terza, la più logica, sarebbe quella di votare l’altra forza.

Con l’autonomia ferrea ma motivata da programmi credibili anche il risultato modesto ma reale e concreto può essere una base per crescere. Tutti siamo nati piccoli e poi siamo cresciuti!

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ANNIVERSARI – 2017 perche?

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ANNIVERSARI – 2017 perche?

Perchè andiamo proponendo questo contenitore chiamato ANNIVERSARI ?

La scelta fa seguito ad un impegno che già alcuni di noi hanno svolto nel corso degli anni passati. C’è un “filo rosso”, un legame, un collegamento molto forte tra Pier Paolo Pasolini, al quale abbiamo voluto dedicare (nel 40ennale dalla morte) insieme ad Altroteatro un lavoro di recupero originale su tutto il territorio italiano con alcune incursioni estere, e Gramsci.

Pasolini scrive una raccolta di poesie (poemetti) dedicate proprio alla figura dell’autore delle “Lettere dal carcere” considerando lontano e tragicamente superato il “maggio italiano” nel quale il giovane Gramsci delineava “l’ideale che illumina”. E Pasolini e Gramsci hanno entrambi forti collegamenti con don Lorenzo Milani.

Il primo si occuperà costantemente delle azioni ed opere del priore di Barbiana, soprattutto la sua scuola rurale sì ma soprattutto innovativa ed antesignana nell’uso della parola e delle tecnologie audiovisuali e multidisciplinari; e Gramsci con il suo “magistero” civile fu molto affine a don Milani e quest’ultimo identificò l’uomo politico come “santo laico” utilizzandone l’opera civile. Ad entrambi toccò una diversa sorte nel comune esilio: Gramsci nel carcere “fascista”, don Milani nell’eremo di Barbiana costretto dalla gerarchia religiosa del suo tempo. Straordinario è inoltre il collegamento tra don Milani e Danilo Dolci per il loro impegno sociale a difesa degli “ultimi”: il primo tra gli operai-contadini di Calenzano e tra i contadini-montanari di Vicchio, il secondo tra i braccianti del Belice, abituati ad arare le loro terre con le unghie. E tutti, da Pasolini a Gramsci, da don Milani a Danilo Dolci, si impegnarono nella difesa dei diritti e nell’applicazione rigorosa della Costituzione italiana (mi riferisco in modo particolare a don Milani e Danilo Dolci) soprattutto gli articoli che regolano i Principi fondamentali: sia don Milani che Danilo Dolci professarono la non violenza e si ersero a difesa degli obiettori di coscienza (art.11); sia don Milani che Danilo Dolci si impegnarono a che fossero superati gli “ostacoli di ordine economico e sociale che limitavano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini” (art.3).

Ed è così che unendo le storie, le azioni e le opere di questi grandi uomini, ci occuperemo anche della grande Rivoluzione d’Ottobre e della nascita della nostra Repubblica, rafforzata dalla sua legge fondamentale, la nostra Costituzione.

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SINISTRA

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A San Paolo ci sono degli spiriti liberi incondizionati ed incondizionabili da canalizzare, depotenziare, neutralizzare perlopiù normalizzare. Ci hanno provato anche nella scorsa campagna elettorale e, forse, vogliono riprovarci. Gli spiriti sanpaolini sono liberi e non hanno alcun desiderio di farsi strumentalizzare; tuttavia non mancano di contribuire al dibattito, non vogliono sottrarsene apportando la loro “critica” alla ragion d’essere di un raggruppamento che vuole interpretare il necessario bisogno di Sinistra vera nel nostro Paese e nelle nostre periferie.

La Sinistra deve imparare a costruire progettualità utilizzando le idee della Sinistra, pluraliste, progressiste, democratiche e, per tutto questo, in un mondo dove invece prevale un forte soggiacimento al “mercato”, “rivoluzionarie”.
La Sinistra deve essere Sinistra senza avere il timore di essere temporaneamente “minoranza” nel Paese. La crisi che sta sconvolgendo il Pianeta, ed in modo particolare la nostra vecchia Europa, è dovuta principalmente alla incapacità – o alla non volontà soggiacente ed alle convenienze strumentali – delle classi dirigenti di Sinistra di ribellarsi a quello “stato delle cose” considerato ineluttabile. Si parte costituendo piattaforme di Sinistra e, poi, si barattano quelle idee per posizioni di comodo riservate vieppiù a pochi “eletti”.
La Sinistra ha forti responsabilità sulla deriva populistica e demagogica di alcune formazioni storiche e di altre formazioni più recenti, pericolose per la nostra Democrazia.

Occorre riprendere la rotta, assumendo il comando della navicella, indicando gli obiettivi con la massima chiarezza, senza lasciarsi condizionare dalle “sirene”.

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