VIAGGIATORI – una serie di racconti – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – parte 5

santantonio

Nei campi c’era tanta erba e la sera, un’ora prima del tramonto, si andava a raccoglierla. Bisognava però sapere quale sì e quale no. “No, chesta n’’e bbona” diceva la zia Linda, esperta (perché quello era davvero uno dei suoi “mestieri”) del lavoro agreste e tanto spesso la vedevo zappare le zolle, salire gli “scalieddi”, raccogliere “dd’ove” alle galline spesso togliedogliele da sotto le chiappe ed allora – avolte – mi veniva di imitarla e rischiavo di cascare giù dall’alto di una scala a pili, di tranciarmi le dita del piede con la zappa o di farmi beccare un occhio dal geloso gallo per il fastidio che procuravo alle sue pennute signore schiamazzanti nel recinto del pollaio. Con lei la zia Linda, donna molto dolce ed affettuosa con noi suoi nipoti, mi portava, ed erano impegni seri i suoi, tremendamente seri e, non si sarebbe mai detto oggi, mi piacevano particolarmente, ne ero affascinato; mi piacevano, in quel tempo! La Chiesa di S.Antonio Abate, detta popolarmente “Sant’Antuono” per distinguerla dall’altra dedicata a S.Antonio da Padova, era la sua seconda casa e le sere le trascorreva, come oggi potrebbero fare le dame in un salotto borghese attorno ad un tavolo da bridge o da burraco, accanto alla mensa del Signore. Procida è un’isola molto religiosa, tradizionalmente molto religiosa, ed io non nascondo a me stesso che mi attirava, mi interessava tanto quella vita, quell’ambiente con quei profumi intensi di incenso, tanto da farmi spesso pensare, e le zie qualche volta mi avevano anche incoraggiato, che in quel tempo desiderassi essere se non proprio prete, perlomeno un chierichetto. Procida era un’isola molto religiosa. Ora lo è di certo ancora ma forse per quei bambini che vivono innocenti nelle loro piccole case di campagna con una famigliola che li educa, integra moralmente perché vuole fare di loro dei buoni figli e li mantiene lontano da tutto quello che nel mondo simboleggia la corruzione, la civltà del perbenismo e dei consumi esasperati. Amorosamente cresciuti crederanno fin quando sarà loro possibile, come per quel bambino che ero io, alle storie del Cristo di cui vedono dappertutto gli esempi, senza però accedere a quei disvalori propagati dalle notizie diffuse dalla stampa, dalla televisione, dalla vita quotidiana di una qualunque piccola, media o grande città. Avranno la convinzione di essere anche loro una parte dell’eterno mondo ed invece dovranno forse un giorno abiurare amaramente a questo loro alto convincimento ideale. Cristo! Come avrei potuto esserlo, come avrei potuto diventarlo, come avrei potuto rimanere come ero quando ero bambino. Ma fui tentato dalla nostra Chiesa, quella che aveva abbandonato la primitiva semplicità, e fra Procida e la terra su cui vivo non c’è una distanza incolmabile, non aveva adottato solo la tecnica della presunzione di credersi migliori, aveva peccato non solo di orgoglio, ma di ogni sorta di peccato, aveva forse creduto di essere veramente inattaccabile ed era poi caduta miseramente nel fango qui dentro il mio cuore. La mia debolezza mi aveva sconfitto di dentro ed avevo deciso risolutamente di rifiutare al Signore il mio impegno. Ma, in quegli anni di infanzia con le zie, gli odori inebrianti di incenso, i colori ed i fregi delle chiese, delle immagini affrescate o dipinte dei santi, degli angeli e dei diversi protagonisti della storia religiosa (Cristo, la Madonna, lo Spirito Santo, il Padreterno), l’odore del legno dei banchi passati a lucido anche se molte volte corrosi dai tarli ed il canto corale delle donne, nelle diverse funzioni religiose cui partecipavo, che a tratti era accentuato quasi a volersi far ascoltare dal Signore lassù oltre le nuvolette, mi affascinavano non poco.

pollaio

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