VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 13

 

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I GIORNI – parte 13

Per raggiungere il nuovo albergo sbagliammo strada e percorremmo una strada sotto una loggia coperta alla base di un dirupo. Un signore ci indicò, accompagnandoci poi, la buona strada. Era nuovissimo, l’albergo, o forse riadattato. Una signorina bruna, dagli occhi neri, ci accolse sorridente ed espansiva. A suo fratello, in tutta evidenza il direttore dell’albergo, consegnammo le nostre tessere. La stanza n. 1 era bella, accogliente e luminosa. In silenzio: “Anche la signorina”. Sorrisi tra me e me. Non ricordo bene cosa mi venne alla memoria in quel momento, ma sorrisi. La finestra della stanza dava proprio su di una strada secondaria interna. Ogni tanto sentivamo una voce, un rumore di passi ritmati con gli zoccoli marinari. Dialetti di paesi, diversissimi tra lor. Lingue straniere talvolta nettamente incomprensibili. Quindici minuti di riposo soltanto dopo aver di nuovo sbagagliato. Lasciammo la chiave sul banco, salutando. La signorina era sparita. Alla ricerca di un ristorante anche se era abbastanza tardi per il pranzo. La passeggiata di Ponza e i suoi localini, semichiusi nel caldo della controra. Ristoranti zeppi, senza un solo posto libero. Ora del pomeriggio imprecisata. In un angolo della strada principale alcuni tavoli liberi di una dozzinale trattoria. L’appetito doveva essere molto, se la scostumatezza e la gaglioffaggine del trattore non ci indusse a scegliere un nuovo ristorante. Avremmo però dovuto aspettare che si liberasse qualche posto. Certo, era proprio screanzato. I suoi modi non prevedevano nemmeno lontanamente la consueta ipocrita leziosità dei ristoratori. Ricordo di averne conosciuto anche altri così. In un’altra isola a me più familiare. Persone così dovrebbero avere una lezione di normale cortesie e bisognerebbe revocar loro la licenza. Dimostrava di non aver letto o nemmeno orecchiato alcun trattato di belle maniere, né di aver studiato per diventar quel che era. Egli aveva a sua volta però impartito lezioni di vita al suo garzone, che era altrettanto ruvido e rozzo; il giovanotto aveva in tutta evidenza tratto buon profitto. Sia nel parlare che nell’agire non faceva che imitare il suo padrone, a volte superandolo. Chi non doveva proprio stargli dietro, essere una discola ed un’ingrata era una donna di mezza età, forse la moglie, forse una sorella, che aveva solo un aspetto un po’ cattivo, burbero ma utilizzava buone e gentili maniere. Mostrava talvolta di volersi adeguare forse per reazione ma in fondo restava quella che era. Trovammo un tavolo libero, all’ombra. Qualche attimo dopo si aggregarono altri avventori, si sedettero ad un tavolo accanto al nostro, all’ombra anch’esso. Lui, un signore sulla quarantina, dalla corporatura grossa, forse con una gran voglia di restare scapolo o forse con moglie e figli abbandonati su qualche spiaggia lontana; dall’occhio, che non spiega niente, di chi ha sonno e vuol rimanere sveglio, con una stanchezza nelle ossa da troppe faticose veglie. La sua voce calda e melliflua cercava di convincere. Le sue labbra, per tutto il tempo che lo guardai, non si atteggiarono mai a sorriso. Lo immaginai al posto di lavoro, quel porco. Non sembrava vivere altro che per il piacere. Lei, donna biondastra più che castana, dalle carni grasse più che robuste, labbra sensuali, gote leggermente arrossate, occhi chiaramente insignificanti, naso grosso e fronte spaziosa, frignava capricciosa per chissà cosa. Neanche un sorriso. Lacrime trattenute a forza. Parlava nervosa, balbettante e semi-singhiozzante. Parole calde, untuose, quelle di lui. Incomprensibili, di lei. Intervalli silenziosi di tregua. Poi davanti ad un piatto di spaghetti alla marinara sembrò acquietarsi, la bambina. Con il suo giocattolo ormai rotto. Io non ho voglia di un amore così. Preferisco essere solo, ho meno paura della solitudine.

 

I GIORNI . fine parte 13 …. continua….

 

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