IL CAMBIAMENTO in peggio o in meglio? CHISSA’!

CAMBIO VERSO? sì ma quello delle poesie

Perché mai – mi vado chiedendo negli ultimi tempi – ho impegnato tanti dei miei anni nella Politica? E’ un mondo in genere di un’aridità e di una volgarità incommensurabile; non dico che non vi siano tante persone colte, raffinate, belle davvero “dentro”: dico che vi prevalgono essenzialmente le mezze cartucce che non si chiedono a chi serve il loro impegno ma a chi possa interessare il loro voto ed il loro appoggio e come trarne benefici personali o, al massimo, quelli del loro più stretto entourage. In questo non vi è alcuna differenza fra Destra, Centro o Sinistra e non salvo nessuna di queste categorie, considerandole di pari livello: infimo ovviamente. Certamente, e qui per correttezza mi ripeto, vi sono tantissime persone in buona fede che hanno portato, e continuano a portare, acqua ai mulini delle loro forze politiche; persone che non solo ci credono ma che sono pronte a giurare sulla onestà dei loro riferimenti nei diversi gradi di carriera. Per le loro capacità di sopportazione o di dabbenaggine li invidio ma non sono più disponibile a confondermi con loro. Quello che è accaduto nelle recenti elezioni amministrative regionali è il frutto di uno smantellamento evidentemente voluto – forse anche accelerato dagli scandalosi e criminosi comportamenti diffusi su tutto il territorio ed in tutti i Partiti – da una occulta regia di tutto l’ordinamento del nostro Stato. Ogni anello si tiene all’interno di una logica incontrovertibile e la Storia non va mai dimenticata; gli italiani ogni tanto se lo sentono ripetere ma non sono più in grado neanche di “ricordare” perché quasi sempre la dimenticanza fa rima con ignoranza. E non è quindi immotivato il mio allontanamento volontario dalla Politica all’interno di un Partito; mi dedicherò alla lettura ed alla scrittura. In modo esclusivo, continuando però a denunciare la deriva drammatica del nostro Paese, della nostra Democrazia e degli ideali che l’avevano creata all’indomani delle Seconda Guerra Mondiale.

Giuseppe Maddaluno

VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 18

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I GIORNI – 18

A casa mia. Telefonate anonime. Sapevo chi era. Pazienza. La voce vigliacca. Un solo interesse, purtroppo comune. Sempre, o quasi, alla stessa ora. Ogni giorno, più volte. Un amico, minacce ed offese. Un amico. Era. Non un nemico. La nemica tramava. Un’ipocrita spandeva sorrisi. Povero, colui che li raccoglieva. Povero e cieco, non ha più niente da perdere. Ormai.
Il tempo. Passerà. Tutto via come se fosse il vento. Non guardare dietro. Alzati, e cammina. Rasenta i muri. Presto verrà la luce ad illuminarti.
Il temporale avanzava. Fulmini e tuoni. Tanti. La pioggia. Tutto bagnato. Sentir di essere vivo. Incamminarsi di nuovo. E gridare “Ti amo” in faccia al mondo per quanto di esso è ancora naturale. Sperando che la gente ti creda pazzo. Gridarlo forte. Forte. Forte. Più forte. Nell’attesa del niente.
Quella sera, l’eclisse. Tutti i giornali ne parlavano. Totale, dicevano. Uno spettacolo, commento. Né io né l’altro si aveva voglia. Fingemmo di dimenticare.
Sul muretto. Il via vai. I negozi. Un’edicola. Vi entrammo. Ne uscimmo: un rotocalco e l’enigmistica. Questa, per me. uno sguardo comune alle barzellette. Risate, domande, risposte. Indovinelli strani. Incroci di parole risolte alla luce dei negozi, sul muretto. Lo sguardo diviso tra lo scritto e i passanti. Primo e secondo faro intermittente.
Inverno inoltrato. Strade piene di foglie, di sabbia. Il vento le porta con sé, le sparge dappertutto. Le case sulla sabbia. Dolore di un esilio. Arrivare di notte in una casa che non è tua. Consumare una cena, affrettata, al lume di una candela. Il vento, il suo sibilo ululato e dormire, lontano dal tuo paese. Conoscere e vivere l’”otium” latino con i tuoi volumi preferiti e pensieri che si concretizzano su fogli di fortuna. Tra il vento e la pioggia, passeggiare in un lungo viale alberato. I rami e le foglie squassati e scomposte deliziose assordanti.
Sulla spiaggia, seduto su un masso, ascoltare ed intuire le voci del mare, nell’umano silenzio, per ore. E ti sembra di vedere ogni cosa impossibile a vedersi. Fantasmi di un mondo perduto. Si alzano dal mare, dalle sterpaglie mediterranee, per giocare a rimpiattino con te.
Il vento si ferma per un attimo. Il silenzio. Qualche passo, lo senti. Ti accorgi, però, di essere solo. Come te, altra gente. Dopo il primo, tanti altri. Come te. In esilio. Riconosci un amico. Abbracci e baci. Ricordi comuni, problemi e dolori, abbracci e baci. Tristi rievocazioni. Abbracci e baci. L’animo e la voce, muti. Un nuovo mondo da scoprire, una nuova vita. lavati da ogni esperienza. Senza pregiudizi, senza pudore. Esaltazione dell’animo. Nel dolore ritrovi, come spesso accade, l’amico che avevi perduto e ti abbandona l’amico cui avevi creduto. Nuove amicizie, senza pregiudizi, senza pudore. Nuove esperienze. Serate trascorse in modo diverso. Il ritrovarsi come nell’Inferno di Dante.

I GIORNI – fine parte 18 – continua….

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EPIFANIE – CAPRICCI DI BAMBINI – parte 2

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EPIFANIE – CAPRICCI DI BAMBINI – parte 2

Eugenio

Eugenio ha poco meno di un anno e da circa tre settimane riesce a bere da solo il latte dal bicchiere. Per cautela il suo bicchiere è di plastica con dei disegnini colorati di rosso e di blu raffiguranti dei cavalli in libertà, “Spirit cavallo selvaggio”; non parla ancora anche se da qualche tempo si sforza di esprimere fonemi che abbiano vaga corrispondenza con vere e proprie parole.
In sintesi, è un inventore!
E come tutti i bambini spesso mostra il broncio o sorride compiaciuto dinanzi al comportamento imitativo e così idiota degli adulti. E quando sorride è gioco facile per i parenti interpretare tale riflesso; non lo è per niente quando si imbroncia ed urla e piange, congestionando tutto il suo bel faccino. Le ipotesi più disparate uniscono e dividono la famiglia; ma non sempre: a volte si riesce ad azzeccare il motivo di quello che agli sprovveduti e superficiali appare tout court come un “capriccio”.
Il padre di Eugenio, Filippo, si ricordò ad un certo punto, prima di issare bandiera bianca, di uno strano vezzo della madre, di cui raccontavano tempo addietro le zie. Quando quella era bambina, la più piccola e viziata della famiglia, era solita piantar grane davanti alla sua tazza di latte, chiedendo con insistenza fino alle lacrime: “’A voglio chiena chiena”. E allora Filippo provò a riempire fino all’orlo la tazza, ottenendo il totale rasserenamento del pupo e degli animi agitati della famiglia.

G.M.

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NON SOLO VINCERE

NON SOLO VINCERE
Questa notte. Come spesso capita a noi mortali, questa notte ho sognato. In mattinata, credo. Proponevo ad un amico un dibattito sull’Etica in Politica. Questo sogno mi conferma l’idea che ho e che è suffragata da tanti altri sogni rispetto al fatto che è di notte che le idee mi si presentano: volevo dire “le migliori” (l’ho detto) ma avvertivo il rischio di apparire un po’ presuntuoso (che dire? Forse lo sono). Non menziono l’amico ma per lanciare qualche indizio lo identifico in un famoso antropologo. Ed un motivo sottile sottile c’è: da giorni lo cerco per proporgli altre mie idee e forse stanotte me ne è venuta un’altra.
Ne parlerò con lui o forse con qualcun altro che vorrà ascoltarmi. Ma l’analisi non può non partire da quello che negli ultimi mesi è riuscito ad avallare un rampantismo assolutamente anomalo nelle file della Sinistra, del Centro(sinistra) a dire il vero, concretizzato con l’affermazione diffusa “finalmente possiamo vincere”.
E’ sconfortante ed umiliante per tutti quelli come me che ritengono che le vittorie vanno ottenute dietro i vessilli dei fondamentali valori della Sinistra e di un riequilibrio sociale già in bilico dopo il nefasto ventennio berlusconiano ed oggi assolutamente negato a favore di una rivincita dei ceti sociali più ricchi, fra i quali indubbiamente si annidano evasori, disonesti e reazionari che invece la Sinistra dovrebbe impegnarsi a combattere. L’assioma tout court fra ricchi, delinquenti, disonesti evasori e reazionari non ha alcuna possibile conferma ma è di certo un elemento su cui riflettere visti gli entusiasmi con i quali l’avvento del nuovo leader è stato “accompagnato” e “seguito” finora.
Chiedersi allora se a decretare la bassa affluenza sia o meno uno solo degli interventi del Governo come il Jobs Act è fuorviante e fa il gioco del “Renzi” furbo. Sono perfettamente d’accordo con lui: non è il Jobs Act ad allontanare gli elettori. E’ tutto l’impianto della “presa del Potere”, mio caro. E’ la tua presunzione e quella di tanti tuoi sostenitori; quella prosopopea che, come ebbi modo di dire, sarà fra i “ricordi” di questa fase storica dei nostri tempi quando presto o tardi, speriamo molto ma molto presto, decadrà. Se si costruisce un impianto che necessariamente faccia a meno dei fumosi e faticosi “dibattiti” nelle SezioniCircoli è del tutto evidente che moltissime delle cittadine ed altrettanto dei cittadini che hanno dato la vita per la loro organizzazione avvertano un sentimento di frustrazione ed umiliazione e si affranchino essendo del resto affrancati da tali impegni. Aggiungici che i sostenitori che hanno decretato il “cambiamento” (e che cambiamento!) men che mai ritengano di doversi sobbarcare quegli oneri organizzativi e ti spieghi le ragioni del riflusso.
Ritornando all’Etica in Politica mi viene da ricordare che una parte del “rinnovamento” amministrativo ha identificato il proprio impegno con un possibile “guadagno” in termini non di prestigio ma di risorse personali. Rimango dell’idea che occorra impegnarsi per il bene della collettività e non per il proprio o per quello dei propri adepti o congiunti. E’ la mentalità che deve cambiare; lo dico insieme a tanti (ma anche se fossero “pochi” dovrebbe valere) da molto tempo: non culi ma cervelli occorrerebbe coltivare. Ed invece a cambiare sono soltanto i loro didietro che si siedono su comode ed ampie poltrone mentre i cervelli non cambiano; e quelli migliori li esportiamo!
Non basta solo “vincere”. E non diffondiamo “eresie” politiche: il Partito Democratico aveva la nobile intenzione di avvicinare i “moderati” dietro le bandiere della dignità umana e del lavoro, garantendo la massima giustizia sociale. Avvicinare i “moderati” non significa mescolarsi immediatamente e rapidamente con loro; tuttavia l’ascesa rapida al Potere ha creato i presupposti per una commistione pericolosissima per l’identità del PD di cui oggi avvertiamo gli esiti.

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VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA (una bozza di sceneggiatura) parte 8

La donna del tenente

VIAGGIATORI – GIUSEPPE E MARIA
(una bozza di sceneggiatura) parte 8

Piano intero con i tre (Giuseppe, e la Suora) nella grande sala del Convento. Le due donne si allontanano. Giuseppe rimane seduto in poltrona. PP di Giuseppe tranquillo osserva i particolari arredi della sala. Dissolvenza con musica in sottofondo da scegliere. Dissolvenza in apertura. Il portone si apre. Giuseppe e Maria escono. Si incamminano verso Piazza San Domenico. PP di Giuseppe: “S’è fatto tardi. Ho bisogno di riposare, anche solo un po’. Ma che voleva…” Maria lo interrompe: “…Hai ragione. Torniamo in albergo…mi faccio una doccia…poi decidiamo…” PP di Giuseppe: “Io riposerei un’oretta. Ha fatto caldo oggi…e sono stanchino. Stasera dobbiamo anche cercare un posto per mangiare qualcosa. Ho visto un ristorantino proprio sotto l’albergo, che ne dici? Allora, a settembre pensi di sistemarti dalla suora?” PP di Maria: “Non mi pare ci sia una soluzione migliore, per ora. Verrò da sola e non voglio farmi coinvolgere dal parentado.” PP di Giuseppe che annuisce ma poi curioso: “E allora che t’ha chiesto la suora?” PPP di Maria che non risponde ma che ascolta in sottofondo la voce della suora. Se ne colgono alcuni elementi: “Lei e Giuseppe per ora, da quel che mi ha detto, non avete avuto figlioli. Sento che a Prato tutto cambierà…”. E poi rivolta a Giuseppe: “Nulla, nulla di importante!”.
Ellissi. Musica con immagini della città di Prato dal tramonto alla sera. Anche la presenza umana si attenua con il passare del tempo. Poi Campo Intero su Castello dell’Imperatore. All’improvviso appare la gente. Gente che sale lungo le scale che portano all’ingresso del maniero. PP del manifesto cinematografico con “La donna del tenente francese” di Karel Reisz. PA del botteghino – c’è la fila, arrivano anche Giuseppe e Maria. Voci di ambiente a soggetto. Giuseppe e Maria entrano. Interno del castello. Breve ellissi. Nel buio della sala un brano a scelta del film. P.A. spettatori. Qualche goccio di pioggia. Giuseppe è visibilmente infastidito. Campo lungo. Spettatori si alzano e si riparano lungo le mura del Castello, continuando a visionare il film. Altra parte del film con la pioggia che aumenta il suo vigore. Una serie di lampi sul castello seguiti da fragorosi tuoni. Va via la corrente. La gente esce. Buio. Una voce: “Ci dispiace, ma abbiamo dovuto interrompere la proiezione; chi lo vorrà potrà vedere il film domani sera al nostro Cinema, al chiuso; qui c’è prevista un’altra pellicola. Basterà presentarsi con il biglietto SIAE di questa sera.”
Giuseppe e Maria coprendosi la testa procedono verso Piazzetta Buonamici. Non c’è più nessuno per strada. Poi Campo Intero su Piazza Duomo. Si sentono dei passi fuori campo. Di corsa Giuseppe e Maria arrivano sotto le tettoie esterne per ripararsi. Si abbracciano. E guardano in alto in soggettiva la pioggia che continua a venir giù in controluce dei lampioni. I due si baciano. Campo lungo dei due che si baciano. Rumore di altri passi fuori campo. C’è un’altra figura che avanza. E’ Federico. PP di Giuseppe lo riconosce come colui che ha intravisto più volte in quella giornata: “Ciao, ti ho visto questa mattina. Come vanno le riprese?” PP di Federico per niente sorpreso: “Ah sì, abbastanza bene, le ho terminate. Ci stiamo lavorando dall’inizio dell’anno. Le riprese le ho concentrate tutte in questi giorni. Adesso mi toccherà montarle e tutto il resto e non ho più quattrini: aspetterò”.

GIUSEPPE E MARIA – parte 8 continua…

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VIAGGIATORI – I GIORNI 1972 – parte 17

I GIORNI 17
“Oggi, 4 settembre dell’anno…è partita. Va a Nord. Forse non tornerà più. Certamente. Ci siamo visti, ma non abbiamo detto che poche cose. Va al Nord. So dove, ma non lo scrivo, perché voglio dimenticarlo”.
Allora “Dimenticami”.
Ora perché fai di tutto per non farmi dimenticare?
Guardo la fotografia. La mia faccia bambina. Come allora, oggi. Strappo. Non mi piace ricordare. Strappo. Non mi piace ricordare. Strappo. Non mi piace ricordare. Strappo. Non mi piace ricordare. Occhi che mi osservano. Sempre presenti. Un fiammifero. Una fiammata. Ho vinto. Solo nella stanza. A caccia di ombre. “Pam… Pam…” L’ho colpita. Un’ombra. Si rialza all’infinito. Se fossi pazzo, sparerei all’infinito.
Lungo la via principale, sul porto, una fila lunghissima di negozi illuminati. Tanta gente. Uscire ed entrare. Padroni e commessi, presenza adescante sulla soglia. Gente allegra, ben vestita, bambine amanti di signori cinquantenni, sorrisi innaturali, abbracci emozionati, nessuna carezza. Stavamo sul muretto. Più in là gente seduta al bar, luogo di appuntamenti. A piedi scalzi. Donne, bambine dalle lunghe vestaglie. Signore non più obese, gonne di giovanette. Dal mare, le ultime barche al rientro. Talora, qualcuno pensieroso, triste, ammusonito. Qualche altro nervoso, fumare svelto le sue ultime sigarette. Nessun saluto. Primo faro intermittente. Secondo faro intermittente. Altre barche. Ninnoli sui banchi dei negozi, camici ambigui ed istoriati, berretti strani, di ogni foggia e colore, porcellane, madreperle. Primo faro intermittente, secondo faro intermittente. Ai tavoli, clienti nell’attesa giocherellare col bicchiere. Una coppia pizzicottarsi a vicenda. Bisbigli all’orecchio, pretesto per un bacio. Primo faro intermittente, secondo faro intermittente. Madri e figlie. Corteggiatori di uguale età, allontanarsi in compagnia, allegre e spudorate. C’è chi posa la mano leggera ed eccitante in un tremito forse falso. Una ragazza parla con gli occhi negli occhi. Risposta. La mano sicura ne stringe ora un’altra. Vanno via. Primo faro intermittente. Secondo faro intermittente. Stavamo sul muretto.
Primavera. La riconosci nell’aria. Un mattino. Non avevo voglia. Andare a scuola sarebbe stato un suicidio. Anche tu non avevi voglia. Seppi. Le rive del lago, in primavera, splendide. Al mattino, silenziose. Pensavo chissà cosa. Il tuo sobbalzo. Assorta nei pensieri, prendesti un po’ di paura. Seduta sul muricciolo ad ascoltare le rane e vederle balzare. I libri, pochi come per chi già prevede di filare. Come me…. una paura! Primo incontro. Poi, tanti. Poi, più nulla.
“Sai, è meglio non vederci più. Non sento più niente per te”:
correre via, piangendo per la bugia. Ed io, mezzo stordito, ancora alla ricerca di una frase inutile. Poi, più nulla.
Le rive del lago in primavera. Sempre splendide. Sempre silenziose al mattino. Ho paura di fare brutti incontri, ora.
Nei sogni. Le mie amanti. Ora io piccolo, loro grandi. Ora loro piccole, io grande. Volare rasentando scalini. Librarsi alto. Donne sempre senza volto. Volti senza corpo di donne. Un mondo. Strano. Il suo volto che ritorna. Non il suo corpo. Un immenso piacere attenuato. Il risveglio.

I GIORNI 1972 – fine parte 17 continua…

Lago d'Averno Campania

reloaded “AL MIO PAESE – SETTE VIZI UNA SOLA ITALIA” di Melania Petriello

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Al mio Paese - copertina

“Al mio Paese – sette vizi. Una sola Italia” di Melania Petriello 2012 Edimedia collectanea pensierolento si presenta come un’operazione molto intelligente con una struttura unitaria e compatta ma nell’insieme collettiva ed artisticamente varia e composita. Partendo dall’idea di utilizzare come “metafora” universale quella dei sette vizi capitali (ma con l’aggiunta di un Ottavo di cui la Petriello scrive ne “Dal Vizio perduto al Vizio ritrovato”) che sono la Superbia, l’Avarizia , la Lussuria, l’ Invidia, La Gola, L’ Ira, L’ Accidia tutti analizzati in interventi scritti dall’autrice-coordinatrice de “Al mio Paese”. In effetti, un Ottavo vizio era fino al VI secolo d.C. la Tristezza, ma fu “archiviata per volontà di Gregorio Magno. Nel proseguire questo intervento sull’Ottavo, la Petriello lo evidenzia come l’Impunità e, di certo, si riferisce alla realtà politica del nostro Paese. Dicevamo prima che si tratta di un’operazione collettiva ed artisticamente varia e composita. Perché? L’autrice non è sola; si è avvalsa di un gruppo forte di giornalisti ed artisti di vario genere. Intanto vi è un’introduzione che presenta l’idea, il progetto ed i diversi protagonisti che lo incarneranno, scritta con piglio deciso e battagliero facendo forza sul ruolo e la funzione della Cultura. Subito dopo viene data la parola ad uno dei giornalisti più impegnati degli ultimi decenni, Franco Di Mare che nel Prologo prova a scardinare, utilizzando i più validi esempi, la demonizzazione “tout court” dei vizi a scapito delle “virtù”.
L’Ira viene presa in carico da Vanni Truppi in “Mezzo/giorno” che ci racconta di un incontro con un anziano signore che poi si scoprirà essere uno dei maggiori meridionalisti – Nicola Zitara – durante un viaggio allucinante sui treni che dal Sud portano al Nord; e da Gianmaria Roberti in “In/Capaci” dove si analizza il “pozzo nero” colpevolmente inesplorato delle stragi mafiose (ad iniziare da quella di Capaci).
L’Invidia è affidata a Carlo Tarallo con “Monnalisa, Monnamia”; l’Avarizia verrà trattata da Luca Maurelli in “Capo di Gabinetto”; la Superbia da Giuseppe Crimaldi in “Alfa et Omega” che si lancia in un Giudizio Universale contrappuntato dal “Dies Irae”; il tema dell’Accidia è in “La camicia ripiegata” di Fausta Speranza che tratta dei ritardi della Chiesa su temi come quelli della “pedofilia”. La Gola è descritto da Tiziana Di Simone in “Consiglio Europeo, 15 dicembre” dove tratta con ironia amara il ruolo del Menu negli incontri “europei”. La Lussuria è materia analizzata da Luciano Ghelfi in “A letto con l’Italia” che sceglie di impersonare un personaggio molto importante per la Storia italiana, la contessa di Castiglione. Anche Carlo Puca tratta con modalità originalissime il vizio della Lussuria in “Re/pubbliche”.
La Petriello intervalla con suoi interventi quelli degli amici e colleghi che hanno accettato di partecipare a questa impresa. Perché mai manca l’Avarizia? E come mai non si è voluto aggiungere uno dei peggiori difetti che hanno condizionato la vita e l’esistenza dell’umanità ma, per senso di colpa (forse), non si vuole ammettere nel novero dei vizi capitali? Dove è l’IPOCRISIA?
Dicevamo composita questa operazione ed è infatti corredata da un malinconico ma vibrante epilogo scritto da Fabrizio Dal Passo a difesa della nostra Italia, di cui si sente, come tutti noi, figlio, fino a commuoversi. Ma non finisce qui. C’è anche una rielaborazione drammaturgica realizzata dalla Sezione Scuola del Teatro Eliseo ed uno short film – “Al mio Paese” scritto e diretto da Valerio Veloso che vi propongo in apertura.

Cosa dirvi di più. Leggetelo!

VIAGGIATORI – PROCIDA L’ETERNO RITORNO – Ultima parte

2 Pescatori ai Remi

Si conclude il racconto PROCIDA L’ETERNO RITORNO. Esso è formato di una parte manoscritta negli anni Settanta (da 1 a 6) ed una parte scritta in questi giorni (da 7 a quest’ultima – la 13a). I riferimenti genericamente ed in gran parte sono inventati.

PROCIDA L’ETERNO RITORNO – Ultima parte

Lello rimase a Civitavecchia fino al 18 aprile del 1943; di Mimì non sapeva nulla. Per tutto quel tempo Lello e Tina si erano scritti ma non avevano mai accennato ad altro se non ai loro sentimenti; Lello aveva anche nella prima lettera chiesto ma non ottenendo alcuna risposta aveva glissato in seguito; era sempre più in pensiero per i suoi, perché a Pozzuoli come in tanti altri paesi gli ultimi mesi erano stati durissimi: mancava tutto, in particolare il cibo. Era stato ferito non gravemente alla gamba destra ed usufruì di un breve periodo di convalescenza. Poi la Storia nuovamente bussò alla sua porta ed a quella di tante altre persone e lo aiutò a non tornare più in guerra nel totale sbandamento del dopo 8 settembre. Andava più spesso a Procida anche utilizzando mezzi di fortuna e con il buio per rifornirsi di cibo per la sua famiglia evitando i costi della piaga del “mercato nero”.
Mimì era riuscito ad evitare la chiamata alle armi e si era prudentemente tenuto nascosto, continuando comunque a pescare. La guerra dall’isola la si vide da lontano solo negli ultimi mesi.
Nei fine settimana Lello ritornava a Procida ed ora usciva sempre più spesso solo con Tina. Aveva abbandonato da tempo la sua timidezza e qualche sera insieme si ritrovavano con gli altri giovani a suonare e ballare davanti al fuoco.
A Tina piaceva girare vorticosamente fino a perdere l’equilibrio e ritrovarsi esausta fra le braccia di Lello. E girava, girava e la gonna si apriva e si gonfiava…si gonfiava.
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In questo posto non tanti anni fa, in questo posto qualche anno fa, in questo posto un anno, un mese, un giorno fa…
E’ accaduto sempre e ad ogni ritorno.
In quei posti non così tanti anni fa, in quei posti solo qualche anno fa, in quei luoghi della memoria un anno, un mese, un giorno…. e la mente riaccende le sinapsi del ricordo…e mi prende per mano….
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…E di sicuro non si può tornare indietro come un nastro magnetico che si riavvolge; e la memoria vaga in un tempo indistinto e ritorna a quella notte di ubriacatura vera o finta che fosse intorno al fuoco, a “quella fanciulla che davanti al fuoco quasi spento continuava a danzare ritmi tzigani; e che non mi riconobbe.”
…e come avrebbe potuto?….

PROCIDA L’ETERNO RITORNO
FINE

Donna che danza