“in (nessuna) Patagonia” di Mariano Baino – edizioni ad est dell’equatore

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Ho appena finito di leggere “in (nessuna) Patagonia” di Mariano Baino e nelle prossime ore ne scriverò un commento. Posso soltanto anticipare che si tratta di un libro (un diario – un romanzo – un saggio) denso di contenuti che mi ha personalmente coinvolto sin dalle primissime pagine. Ne ho letto pubblicamente una, commentandola come se mi appartenesse, all’incontro dello scorso 27 dicembre alla Casina vanvitelliana sul lago Fusaro nei Campi Flegrei. Qui sotto ve ne ripropongo un assaggio.

L’esule volontario, anche quando in esilio virtuale (momentaneamente virtuale), ha pur sempre la patria nel cuore. Pur sempre fitti i popoli in cui è dentro, pur sempre assidue le nebbie quando c’è nebbia. Solo che neanche puoi tenertelo ad onore un simile esilio. L’unico esilio che posso concedermi, benché capiti nell’epoca di una virtualità omnibus, non è onorevole. Non che non mi senta a tutti gli effetti legno senza vela e senza governo (soprattutto senza governo), portato a diversi porti e foci e lidi da un vento secco che vapora, da una squallidissima e truce situazione politica, che direi, come altri hanno detto, di dittatura mediatica, o di postdemocrazia o fate voi, con annessa catastrofe etica, estetica, economica e tutto quanto. Duro lasciare la patria, certo. Durissimo rendersi conto che l’abito verde bosco del ribelle asserragliato nella fortezza dell’anima, il Robin Hood interiore, è raggiunto dagli schizzi di maionese irrancidita provenienti da quel lercio contesto di vita che è l’italia. Ormai l’arte, l’amicizia, l’eros, anche a volerla mettere così, aristocraticamente, mi capite?, non sono più luoghi intangibili, non garantiscono all’irriducibile ribelle ulteriore irriducibilità. La fuga, la fuga! Via dall’unico paese che ha tre destre: liberale; clericofascista e populista; di sinistra. Duro, certo, lasciare la patria e le urne bianche dei padri, quando va piegandosi l’arco della vita. Ma l’importante è scoccare come una freccia. Schizzare via. Per ora, estraneo in patria. Estraneità idiopatica. Del resto, è l’epoca stessa che è come orfana e esiliata. Oltre che ridicola, certo.

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