IN PASTO AL CAPITALE – POZZUOLI giovedì 23 aprile ore 17.00 Bar Il Gozzetto Largo San Paolo (di fronte Capitaneria del Porto) – insieme all’autore Angela Schiavone e Giuseppe Maddaluno

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IN PASTO AL CAPITALE – giovedì 23 aprile ore 17.00 Bar Il Gozzetto Largo San Paolo (di fronte Capitaneria del Porto) – insieme all’autore Angela Schiavone e Giuseppe Maddaluno

“In pasto al capitale – Le mani della finanza sul cibo” di Luigi Russi è una traduzione dall’inglese di Ilaria Mardocco. Il testo originale è “Hungry Capital: “The Financialization of Food” apparso nel 2013 per i tipi di ZerO Books in Inghilterra e di ThreeRiver Publishing in India. Nella “Premessa e ringraziamenti” che segue la Prefazione di Andrea Baranes e precede la vera e propria Introduzione Luigi Russi coglie l’occasione per analizzare la genesi di questa ricerca riandando alla Fondazione “Nuto Revelli” ed al “Festival del ritorno ai luoghi abbandonati” alla quale, dice Luigi Russi, “devo la nascita del mio interesse per l’economia contadina”. E’ infatti da quella che prende le mosse l’analisi del saggio; si parte dal “capitalismo” come “sistema”, da un’analisi dello stesso termine “capitale” come “sineddoche, figura retorica per cui una parte viene utilizzata per indicare il tutto.” Luigi Russi si addentra nei meandri del capitalismo e della finanza ed in particolare analizza “il filo del rapporto tra capitale e cibo” fino al processo di finanziarizzazione che consiste nell’intervento da parte doi interessi economico-finanziari multinazionali su quel tessuto diversificato di forme di relazionalità dal basso allo scopo di assoggettarlo, dirigerlo, governarlo, prtarlo a reddito a vantaggio di poche difficilmente identificabili realtà. L’autore accosta il sistema finanziario al Leviatano di Hobbes, simbolo dello stato accentratore unidirezionale ed irreversibile. La figura del Leviatano è l’unica immagine che accompagna lo scritto ed il riferimento ad essa è frequente. Andando avanti Russi tratta dei “regimi alimentari”: il primo di essi va dalla fine del XIX secolo alla Grande Guerra e contiene “una tendenza a ristrutturare la co-produzione contadina” con “l’introduzione di tecniche industriali contribuisce a riorganizzare l’agricoltura….al fine di produrre i generi alimentari di base per i lavoratori…”; il secondo, che scollina la seconda guerra mondiale, porterà ad “un’industrializzazione onnicomprensiva dell’agricoltura, allo scopo di massimizzare la produzione di cibo”, utilizzando “un misto di input industriali, varietà ibride di semi, monocolture e irrigazione”. Il terzo regime arriva fino a noi e si caratterizza per “il peso crescente del capitale finanziario”; “lo sviluppo delle multinazionali”; quello “delle biotecnologie” e la “crescente diversificazione nella scelta del consumatore, ottenuta dalla grande distribuzione….”.
Mentre leggevo le pagine di Russi, mi fermavo e riflettevo, ricordando anche la mia infanzia nell’isola di Procida e la vita contadina degli anni Cinquanta con quei rapporti sereni, forse un po’ idealizzati dalla lontananza e dalla freschezza degli anni. Nel libro quell’epoca è lontana, ormai apparentemente irraggiungibile: è un tempo nel quale l’economia contadina era quella di base…ed allora mi sono ritornate in mente le parole di un grande, forse il più grande dei “poeti” del Novecento: Pier Paolo Pasolini.

Pasolini

“Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi.
La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati); i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così piena di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c’era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo. È vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste. Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po’ rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna? La loro attesa era lunga quanto l’adolescenza — malgrado qualche eccezione ch’era una meravigliosa colpa — ma essi sapevano aspettare con virile pazienza: e quando il loro momento veniva, essi erano maturi, e divenivano giovani amanti o sposi con tutta la luminosa forza di una lunga castità, riempita dalle fedeli amicizie coi loro compagni.
Per quelle città dalla forma intatta e dai confini precisi con la campagna, vagavano in gruppi, a piedi, oppure in tram: non li aspettava niente, ed essi erano disponibili, e resi da questo puri. La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza.
Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari. Erano come presi da una loro ispirazione a violare le leggi, e accettavano il loro destino di banditi, sapendo, con leggerezza o con antico sentimento di colpa, di essere in torto contro una società di cui essi conoscevano direttamente solo il bene, l’onestà dei padri e delle madri: il potere, col suo male, che li avrebbe giustificati, era così codificato e remoto che non aveva reale peso nella loro vita.
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa — e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione — è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l’Italia fascista o distrutta dalla guerra. I delinquenti al potere — sia a Roma che nei municipi della grande provincia campestre — non facevano parte della vita: il passato che determinava la vita (e che non era certo il loro idiota passato archeologico) in essi non determinava che la loro fatale figura di criminali destinati a detenere il potere nei paesi antichi e poveri.”

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