“PICCOLO E’ BRUTTO!”

“PICCOLO E’ BRUTTO!”

Ci sono giorni in cui poco o nulla sembra accadere e giorni pieni, allorquando non sai davvero più in che mondo vivi. Facciamo solo un piccolo esempio: l’abbinamento tra tessera PD e biglietti Expo. Lo trovo umiliante, mortificante, perfettamente in linea con la deriva populistica demagogica e di cattivo gusto che viene rappresentata da Renzi. Non mi sorprende nemmeno il commento (“L’abbiamo trovata una scelta carina”) di qualche dirigente nazionale: anche questo è perfettamente in linea. Chi si sorprende è persona dabbene, che non ha ascoltato finora le critiche degli oppositori, soprattutto di coloro che non hanno mai avuto interessi personali (costoro non hanno diritto di appartenere ad un gruppo dirigente, sono senza ambizioni) ma hanno sempre lavorato per il bene comune. Ecco, se devo pensare a me ed a chi come me ha immediatamente criticato i metodi decisionisti, eccessivamente decisionisti, dell’apparato filorenziano, non posso che riconoscermi fra coloro che hanno creduto e credono ancora, nello svolgimento della propria azione culturale sul territorio, nel perseguimento del bene comune. Questa scelta di abbinare tessera PD all’Expo si profila ulteriormente come reato, soprattutto laddove si afferma che il Partito Democratico “è l’unico ad essere rivenditore ufficiale”. A quale “gara” ha partecipato? E perchè gli altri Partiti non lo sono?
Nelle prossime ore tratterò di altre “piccolezze”, ponendomi in contrasto con chi abbina il piccolo con il bello. Quelle di cui parlerò sono vere e proprie “bruttezze” di cui non abbiamo affatto bisogno.

La Repubblica Milano 8 aprile 2015
“Il Pd -spiega il segretario milanese Bussolati- è l’unico partito a Milano ad essere rivenditore ufficiale dei biglietti per Expo 2015, questo perché crediamo fortemente nel successo della manifestazione e vogliamo, come è nel nostro dna, metterci a disposizione della città anche in questa importante occasione”. “Vogliamo che tanti milanesi visitino Expo. Per questo -si legge ancora- abbiamo deciso di acquistare e rivendere i tagliandi ai nostri iscritti con una promozione dedicata. E per i giovani under 30, che si iscriveranno al Partito Democratico di Milano, un’opportunità in più: con 25 euro riceveranno tessera 2015 e un biglietto per visitare Expo”.

TRA I PANNI DI ROSSO TINTI – Riccardo Cammelli al Circolo ARCI di via Cilea a Prato – venerdì 10 aprile ore 21.00 – UN’INIZIATIVA DI ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – Il Domino Letterario secondo incontro

tra-i-panni-di-rosso-tinti-469x480

TRA I PANNI DI ROSSO TINTI – Riccardo Cammelli al Circolo ARCI di via Cilea a Prato – venerdì 10 aprile ore 21.00 – UN’INIZIATIVA DI ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – Il Domino Letterario secondo incontro

Nel secondo capitolo del libro di Riccardo Cammelli “Tra i panni di rosso tinti – Appunti di storia pratese 1970-1992” Attucci Editrice dal titolo “Un vestito per la città” l’autore tratta le problematiche legate alle complesse e difficili questioni urbanistiche, da sempre terreno di compromessi e di scontri feroci fra diverse sensibilità ed interessi.
Si parte dal Piano Marconi, che nel gennaio 1968 venne bollato in modo negativo dall’allora Sindaco Giorgio Vestri. Era, in effetti, un Piano che si basava su calcoli di crescita demografica “infinita” e completamente fuori dalla realtà. Il Piano Marconi quindi viene bloccato e si passa alla fase del Piano Sozzi-Somigli, sul quale forte ed intenso fu il dibattito politico in una città che aveva bisogno di trovare il giusto equilibrio fra esigenze abitative e sviluppo industriale, in un tempo (fine anni Settanta-anni Ottanta) nel quale emergevano, accanto alle giuste esigenze ambientali, i primi segni di crisi.
Ed infatti molto spazio e tempi lunghi vennero impiegati per discutere sui Macrolotti da utilizzare per il trasferimento delle attività industriali dai centri abitati alla perfieria Sud, e sugli interventi “ambientali” (inceneritore – sistema integrato di raccolta differenziata – depuratore). Ovviamente viene trattato il tema dell’espansione edilizia “improvvisa ed improvvisata” assumendo a simbolo due luoghi: il Cantiere ed il Guado. Molto interessante è il pragrafo dedicato alle “Grandi manovre alle porte di Prato” che interroga anche il nostro presente: si parla della partita Fiat-Fondiaria, con i primi accenni alla questione sviluppo aereoporto di Peretola e ad una grande colata di cemento che avrebbe invaso l’area di Novoli-Castello. Il Piano Sozzi-Somigli (pensato nel 1977 e varato nel 1985) come quello precedente del Marconi ma per motivi ben diversi ebbe vita breve e si passava al nuovo PRG, quello a firma Bernardo Secchi.
Venerdì 10 parleremo di questi temi con Riccardo Cammelli, approfondendoli e corredandoli della memoria di Manuele Marigolli; l’appuntamento è alle ore 21.00 presso il Circolo ARCI San Paolo di via Cilea a Prato.

Cammelli

MELANIA PETRIELLO a Prato – Circolo “Matteotti” – venerdì 17 aprile ore 18.00 – MANIPOLATI storie violente di Melania Petriello

feat_02

foto

Venerdì 17 alle ore 18.00 parleremo anche di questo Progetto al quale sta lavorando Melania Petriello

MANIPOLATI
storie violente

di Melania Petriello

Reading a più voci
con l’accompagnamento di Luca Aquino alla tromba
3 novembre 2014 – Teatro Eliseo di Roma
Una produzione Alt Academy

Manipolazioni della coscienza e del consenso, violenze urbane palpabili e sanguinamenti familiari, solitudini grevi nella centrifuga dal tempo, sogni e segni corrosi, il peso dell’incuria sulla prepotenza dell’oblio.
I fatti raccontano di un paese ferito e stanco, nelle cui pieghe si dipana il colore delle resistenze.
Dietro le storie, ci sono le donne e gli uomini che ne muovono l’epilogo. Vite abortite o consegnate, rinascimenti privati e silenzi affollati, memorie rapite dalla chiamata al racconto. Identità che appartengono alla storia comune, nelle quale ci sono colpevoli e vinti, carnefici mascherati e morti senza giustizia. Ci sono le città che viviamo e la città che siamo. C’è, anche, il non essere mai del tutto.
Con una sola, forte responsabilità che chiede riscatto: allargare la parentesi del bene.
Certe parole hanno ragione, e quando ci chiediamo che fine fanno le abbiamo già condannate.
Salvarle è provare a salvarsi.

prologo

Ci sono donne e uomini che fanno un mestiere complicato: costruiscono parole.
Assistono ogni giorno al miracolo del foglio bianco che prende a macchiarsi, si contamina, scalpita, grida, dissente, riempie di senso.
Le parole non sono segni ma percorsi: indicano, chiara, la direzione. E detengono il potere assoluto: avere torto o essere nella ragione. Ma è come nella commedia dell’arte: i figuranti prendono a moltiplicarsi, il gioco si fa duro, ha diritto la finzione, perdura il mascheramento, fluttua l’inganno.
Chi dice la verità? Sono i fatti a costruire il torto e la ragione, o le parole a dare ai fatti il beneficio del vero e il fardello della bugia? In un Paese preso, o perso, a rammendare brandelli di necessità sono utili entrambi.
Il dubbio fortifica, la giustizia cementa.
Sono tanti i punti interrogativi che la storia affigge. Come cemento cadono gli interrogativi, ma non restano i punti.
Chi ha ucciso Pasolini il primo novembre del ’75, cosa di fatto si è dissolto a Capaci, quante parole buone c’erano nell’agenda rossa di Borsellino e su quale comodino questa si trovi dal ’92, a chi ha fatto comodo la stagione delle stragi, quale meccanismo si sia innescato nella palestra Diaz di Genova, cosa abbiano ordito le sacche estremiste lente a svuotarsi, chi ha segnato gli 81 morti di Ustica e perché era troppo facile uccidere Mino Pecorelli o Giancarlo Siani, se la massoneria è morta o ha solo completato il disegno, in quanti stiano guadagnando dal crac del 2009.
L’Italia è quel paese nel quel si moltiplicano le commissioni d’inchiesta senza la conseguente moltiplicazione di riposte.
I costruttori di parole hanno la grande responsabilità di scegliere se mettersi a spolverare le storie sospese o ritenere la sospensione una imperdonabile, ma imprescindibile, matrice delle cose.
Non siamo noi ad interrogare il passato, è lui in carne e ossa che, quando ancora insoluto, ritorna su nuove gambe e con occhi nuovi.
Cambia nome e si mimetizza nella modernità.
Più stiamo zitti, più aumenta la sua capacità polmonare.
La radiografia di quello che siamo porta in sé i segni della lotta alla quale siamo sopravvissuti.
Le mafie, come le dittature, hanno più paura delle parole che della bomba atomica o del 41 bis. Perché le parole liberano dalla manipolazioni o stringono al collo come la corda del suicida.
Sono maldestri e a volte ingannano, ingenui o impazienti, ma i costruttori di parole ci servono più del pane. Perché le persone, anche a pancia vuota, possono scegliere da che parte stare.

…continua…

reloaded “I giardini di via dell’Alberaccio”

10152612_10202305613734163_1713463216_n

reloaded “I giardini di via dell’Alberaccio”

“Sì, in quella foto che ti ho mostrato ieri ero proprio in questo giardino! Ma, e tu lo hai visto, non c’era ancora. C’era un cantiere e, senza il nostro impegno, in questo posto ci sarebbe stato un altro palazzo….Erano altri tempi, ero giovane, lo hai visto no? Avevo ancora tanti capelli! Incazzato sì! Forse più di ora, anche se oggi non ho più la “speranza”.”

Chissà perché ma pochi giorni prima mi ero arrampicato sull’alto della libreria “Antica Venezia” con una scala, uno “scaleo” di legno, molto incerta e traballante e ne avevo estratto una vecchia cartella arabescata ricolma di vecchie fotografie. Qualche giorno prima avevo partecipato ad un work shop con Enrico Bianda e ne avevo tratto lo stimolo per fotografare il territorio ma anche per recuperare quel che avevo nei cassetti o nelle parti alte dei mobili antichi. Chissà perché i nostri ricordi li collochiamo così fuori dalla nostra portata; non ho soffitte in casa: da quaranta anni vivo in un condominio di sei piani ma abitiamo solo al quinto. Forse sarà una forma di difesa o la volontà di allontanare da noi il passare del tempo, la volontà di contrastare in modo infantile i segni che il tempo ci infligge.
Ho provato poi a metterle in ordine… le avevo lasciate lì da un po’ di anni in maniera confusa… ma sentivo da tempo una formidabile esigenza di riordinarle ed il lavoro comune al Circolo l’aveva moltiplicata… foto senza date, di difficile collocazione all’interno di un diagramma cronologico… E così, mentre ero sul tavolone nella stanza luminosa della mia casa abbastanza alta sui tetti di San Paolo con centinaia di fotografie buttate a casaccio in ogni suo angolo è venuta a trovarmi come fa ogni fine settimana mia figlia Arianna con il mio nipotino Andrea che ha cinque anni ma è un ragazzino in gamba che dimostra di essere ben più maturo di quelli della sua età, un ometto, un uomo in miniatura con un’esuberante curiosità. Ed è così che tutta quella roba, forse anche lo stesso disordine lo ha attratto immediatamente.
Avevo poco più della sua età quando sono arrivato in questa periferia di Prato; con la mia famiglia abitavamo nelle “baiadere” in una zona di confine oltre la quale ampi erano gli spazi verdi quasi tutti coltivati. Venivamo da un’altra periferia, quella non troppo lontana di Firenze e trovai qualche difficoltà ad inserirmi fra i miei coetanei a scuola perché, a volte può apparire ben strano, non parlavamo proprio la stessa lingua.
Tardai anche per questo ad inserirmi in uno dei gruppi di ragazzi che in San Paolo erano nati, tranne che con Ginotto, la cui famiglia era venuta già da qualche anno prima della mia giù dal Mugello: il padre lavorava come stalliere in una importante Fattoria ai piedi del Monteferrato e la madre andava a servizio in una casa signorile appena fuori delle Mura di Prato.
Di quegli anni e di quelle avventure non ho foto; non le facevamo mai e quelle che ho conservato riguardano solo la mia famiglia. Non so cosa sia stato di Ginotto… e non ho nemmeno una sua foto.

“Vedi, Andrea, il più della volte i territori sono il risultato della volontà delle comunità che le abitano. E questo accade anche quando la volontà è debole e vi prevalgono interessi di pochi. Questo giardino non ci sarebbe stato senza l’impegno di alcuni di noi”.

…Il quartiere fra gli anni Sessanta e i Settanta si era affollato a dismisura; vi erano arrivati nuovi immigrati – molti dal Sud altri dal Centro e dal Nord, i primi soprattutto i primi qui li chiamavamo “marocchini”. L’affluenza era stata così massiccia in un periodo di tempo molto limitato al punto che il Comune non ebbe modo, in effetti non volle, di verificare e seguire progettazioni e realizzazioni urbanistiche e i “palazzoni” sorsero come funghi, senza criteri prestabiliti e senza alcun controllo. Era tutto necessario ma ovviamente qualcuno ne approfittò.
A quel tempo ero ormai adulto; avevo altri amici con i quali ero cresciuto, Giuseppe, Vincenzo, Elda, Sirianna, Michelangelo e con loro si andava a ballare nei Circoli e nelle Case del Popolo; ce n’era uno al Centro ben frequentato, il Circolo “Rossi”, a due passi dal Castello dell’Imperatore e proprio sotto la sede del Partito Comunista. Con loro ero anche iscritto al Partito, tutti lo eravamo ed io insieme a Giuseppe ero nel Direttivo locale; e c’era anche una struttura di Quartiere con un Presidente ed un Comitato tutto di non eletti. in tutta quella confusione innescata da quegli arrivi “di massa”, nessuno – nemmeno noi che eravamo nel Quartiere e lavoravamo nelle Sezioni – sapeva quel che stava per accadere. In verità nessuno aveva mai saputo molte delle non-scelte urbanistiche che l’Amministrazione aveva attuato nel corso degli ultimi anni.
E così una mattina… ero appena rientrato dal turno di notte della tessitura che fu proprio Michelangelo a scampanellare dal portone. Mi affacciai per vedere chi fosse il disturbatore mattutino: “Oh vieni giù! ci sono già le ruspe…” Non capii bene cosa volesse dirmi ma mi riaggiustai i pantaloni alla meglio ed ancora in pantofole e con la tazzina di caffè tra le mani scesi per le scale e rapidamente, senza nemmeno badare alle ultime gocce la lasciai sul bordo del primo finestrone, fui giù. “Che succede, Michelangelo?” In effetti non ci avevo capito granché anche se mi ero reso conto della gravità della situazione. “Là in quello spiazzo dove noi abbiamo sempre pensato di farci un giardino ci sono le ruspe e gli operai lo stanno transennando…Saranno arrivati con il buio!” Rientrai in casa con la stessa velocità con cui ero sceso, misi le scarpe senza nemmeno allacciarle e volai giù. “E allora, andiamo!”
“Il sonno, Andrea, mi era passato ma allora non ci pensavo nemmeno. Lungo il percorso ci si fermò a chiamare altri compagni, altri amici cui spiegavamo il motivo della nostra concitazione: ed in men che non si dica anche questi ne chiamarono altri. Le donne accorsero con i bambini che avrebbero dovuto accompagnare a scuola, gli anziani sollecitati dalle donne informate da un tam tam mediterraneo erano confluiti tutti davanti a questo spiazzo, proprio qua dove ora ci troviamo, caro Andrea. E proprio io, insieme a Michelangelo ed Elda che ci aveva raggiunti, con questa folla alle spalle – più di centocinquanta forse duecento persone – andai a parlare con il capomastro, chiedendogli di sospendere i lavori. Era a tutta evidenza che volevano tirar su un altro “palazzone”! Lui però ci disse che non ci poteva fare nulla.
La gente diventò irrequieta e ci toccò calmarla facendo ragionare quelli che sembravano più agguerriti ma anche capaci di comprendere. Poi io e Elda andammo a casa del Presidente del Quartiere che dopo una nostra breve illustrazione ci accompagnò al Palazzo Comunale dove, grazie soprattutto a lui, al suo credito, fummo subito ricevuti dal Sindaco che, informato delle intenzioni “ragionevoli” della gente, telefonò ai vigili chiedendo che facessero sospendere, perlomeno in quella giornata, i lavori. Noi, però, chiedemmo al Sindaco di venire ad ascoltarci; mentre con la 500 del Presidente andavamo verso il Centro avevamo concordato con lui di convocare un’Assemblea urgente; ed era giusto che vi fosse invitato il Sindaco…. E tu lo vedi, come è andata a finire. I lavori non ripresero, anche se per più di un mese le ruspe ed altri attrezzi per gli scavi delle fondamenta e materiali vari rimasero minacciosi sul posto difesi da un doppio recinto di metallo e di legno.
A quel tempo Ginotto era andato già via, credo in Belgio ma non ne ho più avuto notizie ed alcuni dei miei amici sono partiti per sempre. Tu, Andrea, ricorda che gli interessi dei poveri come noi che pure stiamo ancora bene non sono quasi mai gli stessi dei ricchi, soprattutto quelli che hanno il brutto difetto di volere sempre di più, perché hanno una gran paura di diventare come noi o peggio di noi. E per noi un giardino conquistato ci fa stare bene, ci fa vivere meglio. Loro non ne sentono il bisogno o, forse, e questo è triste, non sanno nemmeno più di cosa hanno bisogno”.

FINE

CommonLand_lg

cOMMON LAND

PICT0702

PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO – 2a parte

gufi

Helsinki 1975

PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO – 2a parte

Astratti furori erano in me in quel periodo; non avevo ancora prospettive chiare sul mio futuro. A pensarci ora mi vien da sorridere: avevo venticinque anni, ero laureato ed avevo appena finito di svolgere il mio noioso “dovere” militare…. Di questo poi scriverò se ne avrò voglia e tempo. La combriccola di amici l’ avevo un po’ lasciata da parte ma già allora la mia “testa” non dormiva nemmeno di notte, allorquando mi svegliavo e mettevo ordine alle mie giornate future. Uno strano “ordine” possiamo chiamarlo senza alcun dubbio un disordine, un caos, dal quale riuscivo però a cavare linee più o meno rette. Mi era sempre piaciuta la musica, anche se non ci capivo granchè, ma mi era balzato in mente di poter organizzare qualcosa che avesse a che fare con la musica. Come potevo? Da solo al massimo potevo mettermi a cantare nel chiuso delle mie stanze anticipando quella modalità “karaoke” che non avevano ancora inventato oppure fare come quel mezzo matto che a Pozzuoli chiamavano “Celentano” sia perché gli somigliava, e lui faceva di tutto per imitarne le smorfie, sia perché tentava pure di cantare come lui. Cioè avrei dovuto per strada cantare imitando qualche altro astro nascente della canzone italiana. Ma a me piacevano “I Gufi” (sarà stato anche questo un “segno” del destino?) e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, della quale avevo seguito sin dagli inizi il percorso ed avevo organizzato un loro Concerto alla Cittadella Apostolica di Pozzuoli; e non era facile mettermi a cantare da solo per la strada canti come quelli. E proprio a quel concerto della NCCP avevo incrociato altri ragazzi come me entusiasti di quel particolare genere musicale. Li avevo incrociati appena, mentre ero preso dagli impegni organizzativi ma mi ero ripromesso di ricontattarli. E fu così che quando mi capitò di vedere Salvatore gli chiesi se era interessato ad occuparsi della costituzione di un Gruppo che facesse “musica popolare”; fu entusiasta dell’idea e mi propose di contattare Enzo. Con lui non parlammo molto, l’idea era chiara a tutti e ci piaceva: decidemmo così di rivederci per concretizzare il progetto: avremmo cantato tutti e tre, ma a suonare bastavano loro, anche se ci mancava un vero e proprio percussionista. “Joshua Madalon Group” era nato. Non sarebbe durato molto ma intanto il nome era stato inventato; riconoscevano in me l’ideatore.
In un prossimo post, andando indietro nel tempo, vi chiarirò il motivo per cui pur chiamandomi Giuseppe all’anagrafe, la maggior parte dei miei amici di adolescenza (quelli d’infanzia mi chiamano “Peppì”) mi chiama ancora adesso “Giosuè”. Anche mia moglie e i miei figli mi conoscono per Giosuè. A presto, amiche ed amici!

10149868_681937981852957_884895837_n

PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO – 2a parte

gufi

Helsinki 1975

PERCHE’ “JOSHUA MADALON” E NON GIUSEPPE MADDALUNO – 2a parte

Astratti furori erano in me in quel periodo; non avevo ancora prospettive chiare sul mio futuro. A pensarci ora mi vien da sorridere: avevo venticinque anni, ero laureato ed avevo appena finito di svolgere il mio noioso “dovere” militare…. Di questo poi scriverò se ne avrò voglia e tempo. La combriccola di amici l’ avevo un po’ lasciata da parte ma già allora la mia “testa” non dormiva nemmeno di notte, allorquando mi svegliavo e mettevo ordine alle mie giornate future. Uno strano “ordine” possiamo chiamarlo senza alcun dubbio un disordine, un caos, dal quale riuscivo però a cavare linee più o meno rette. Mi era sempre piaciuta la musica, anche se non ci capivo granchè, ma mi era balzato in mente di poter organizzare qualcosa che avesse a che fare con la musica. Come potevo? Da solo al massimo potevo mettermi a cantare nel chiuso delle mie stanze anticipando quella modalità “karaoke” che non avevano ancora inventato oppure fare come quel mezzo matto che a Pozzuoli chiamavano “Celentano” sia perché gli somigliava, e lui faceva di tutto per imitarne le smorfie, sia perché tentava pure di cantare come lui. Cioè avrei dovuto per strada cantare imitando qualche altro astro nascente della canzone italiana. Ma a me piacevano “I Gufi” (sarà stato anche questo un “segno” del destino?) e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, della quale avevo seguito sin dagli inizi il percorso ed avevo organizzato un loro Concerto alla Cittadella Apostolica di Pozzuoli; e non era facile mettermi a cantare da solo per la strada canti come quelli. E proprio a quel concerto della NCCP avevo incrociato altri ragazzi come me entusiasti di quel particolare genere musicale. Li avevo incrociati appena, mentre ero preso dagli impegni organizzativi ma mi ero ripromesso di ricontattarli. E fu così che quando mi capitò di vedere Salvatore gli chiesi se era interessato ad occuparsi della costituzione di un Gruppo che facesse “musica popolare”; fu entusiasta dell’idea e mi propose di contattare Enzo. Con lui non parlammo molto, l’idea era chiara a tutti e ci piaceva: decidemmo così di rivederci per concretizzare il progetto: avremmo cantato tutti e tre, ma a suonare bastavano loro, anche se ci mancava un vero e proprio percussionista. “Joshua Madalon Group” era nato. Non sarebbe durato molto ma intanto il nome era stato inventato; riconoscevano in me l’ideatore.
In un prossimo post, andando indietro nel tempo, vi chiarirò il motivo per cui pur chiamandomi Giuseppe all’anagrafe, la maggior parte dei miei amici di adolescenza (quelli d’infanzia mi chiamano “Peppì”) mi chiama ancora adesso “Giosuè”. Anche mia moglie e i miei figli mi conoscono per Giosuè. A presto, amiche ed amici!

10149868_681937981852957_884895837_n

“Al mio Paese, perché” di MELANIA PETRIELLO che sarà a PRATO – CIRCOLO MATTEOTTI – venerdì 17 aprile – ore 18.00

A Prato avremo il piacere e l’onore di ospitare Melania Petriello, che ho conosciuto nel corso del Festival della settima Edizione del Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra svoltosi a fine settembre del 2014 tra Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida – Melania ti colpisce prima inevitabilmente con la sua giovinezza bionda e poi per la sua “forza” per la sua “energia” vitale per l’impegno “civile” che traspare e si impone nel sapiente e concreto uso della “parola”.
Noi – Dicearchia 2008 – Circolo “Matteotti” – Il Diario del viaggiatore -Laboratorio di via del Cittadino – Succede a Prato – Altroteatro e ADSP Circolo delle Idee – abbiamo organizzato questa sua presenza per continuare a parlare del nostro comune impegno culturale, politico e civile – per superare i silenzi per diffondere la condivisione attraverso il confronto culturale e superare l’omologazione che appiattisce e mortifica.
Parleremo di “Al mio Paese. Sette vizi una sola Italia” edito da eDimedia e scritto da Melania Petriello insieme ad altri 10 giornalisti ed uno storico ma ci inoltreremo anche sul futuro con “Manipolati”, la nuova sfida lanciata dalla Petriello.

CI VEDIAMO – E VI ASPETTIAMO – VENERDI’ 17 APRILE ALLE ORE 18.00 PRESSO IL CIRCOLO MATTEOTTI IN PRATO VIA VERDI 30 – NON MANCATE

Melania Petriello(3)

napoli_04 (1)
Al mio Paese, perché

Al mio Paese è nato in un giorno di ordinaria sopportazione, aprendo il cassetto dei sogni possibili. Ideificio diventato viaggio inedito nelle viscere di un Paese viziato e virtuoso.
Il libro “Al mio Paese – Sette vizi. Una sola Italia”, terzo esperimento per l’illuminata collana PensieroLento della casa editrice Edimedia, nasce come sfida alla sottocultura della disaffezione della demagogia. Dalla necessità di dare ossigeno alle notizie che smettono di essere cronaca e ancora non sono memoria, dalla volontà di unire penne diverse e complementari per un affresco giornalistico e irriverente dell’Italia che siamo, dalla tenacia delle storie di una storia più grande che non vogliono silenzio.
Raccontato da nove eccellenti giornalisti italiani – Vanni Truppi, Carlo Puca, Luciano Ghelfi, Luca Maurelli, Carlo Tarallo, Tiziana Di Simone, Giuseppe Crimaldi, Fausta Speranza e Gianmaria Roberti con la prefazione di Franco di Mare (nella foto qui sopra alla presentazione partenopea) e la postfazione dello storico Fabrizio Dal Passo – il nostro libro parla di coralità e di sforzi condivisi.
È tutto profondamente italiano. Di un’Italia riletta attraverso lo spettro dei vizi capitali.
Sette sono infatti i famigerati vizi, infinite le loro declinazioni: nella storia, nella cultura sociale, nell’eredità identitaria che ci portiamo dietro.
Abbiamo preso in prestito personaggi e illusioni, spazi e tempi delle convivenze nazionali per ricomporre pennellate dal cromatismo nuovo, pescando dall’abisso. Con sentimento.
Dalla strage di Capaci al Concilio Vaticano II, passando per il delitto Pasolini, il colera del ’73, il nuovo meridionalismo e il Codice Da Vinci, i rigurgiti postunitari e il crollo della diccì, la spinta orgiastica del potere e la corruzione come metastasi genetica.
E se un libro rivive nel movimento del suo “altro”, non potevamo fermarci al libro.
“Al mio Paese” ha ispirato anche lo short film omonimo di Valerio Vasteso, con le musiche del maestro Vanni Miele, oggi in proiezione nelle più importanti rassegne di corti e video-arte italiane e un grande lavoro teatrale, scritto e diretto da Paolo Vanacore, con Sebastiano Nardone (produzione Itaca), in cartellone per la stagione 2012-2013 del Teatro Eliseo.
Abbiamo ancora molto da dire. Al mio paese, si chiama cultura.

Melania Petriello

IL DOMINO LETTERARIO – venerdì 10 aprile ore 21.00 – secondo incontro RICCARDO CAMMELLI ed il suo “TRA I PANNI DI ROSSO TINTI” Attucci editore- IL DIBATTITO SULLO SVILUPPO ECONOMICO – Lo presentano – al Circolo ARCI di via Cilea a San Paolo di Prato – Giuseppe Maddaluno e Manuele Marigolli

 

Cammelli

 

 

IL DOMINO LETTERARIO – venerdì 10 aprile ore 21.00 – secondo incontro RICCARDO CAMMELLI ed il suo “TRA I PANNI DI ROSSO TINTI” Attucci editore – IL DIBATTITO SULLO SVILUPPO ECONOMICO – Lo presentano – al Circolo ARCI di via Cilea a San Paolo di Prato – Giuseppe Maddaluno e Manuele Marigolli –

 

Il primo dei capitoli in cui è suddiviso “Tra i panni di rosso tinti” di Riccardo Cammelli si occupa del “Dibattito sullo sviluppo economico” partendo da “La coscienza di una metamorfosi”, che si riferisce alla consapevolezza che Prato già dalla fine degli anni Sessanta ha acquisito. La città “era in trasformazione, e con essa la nuova iconografia di riferimento, man mano più lontana dalle ieratiche figure del cenciaiolo e della lavorante a domicilio, sostituite dall’impannatore e dal terzista.” Cammelli segue poi nella sua analisi il dibattito al quale partecipano i principali personaggi del mondo economico, imprenditoriale e politico di quegli anni (Silvano Bambagioni e le vicende della “Cassa” sono parte “centrale” negli anni Settanta-primi Ottanta); Cammelli analizza con dovizia di particolari la fase crescente del distretto laniero “dove regnava il sommerso” che fu, come scrive Braudel uno dei motivi del successo pratese “In parte dovuto alla divisione del lavoro interna alla famiglia rurale, divenuta artigianale; in parte alla cultura del lavoro e allo spirito di iniziativa; in parte allo sfruttamento e all’autosfruttamento”. Il ricorso all’analisi di Braudel è costante, soprattutto per marcare con forza la peculiarità unica ed esemplare della città.

Cammelli poi si sofferma anche sulle cause del declino, lento ma costante anche se interrotto da fuorvianti riprese, dell’Impero-Distretto. E si avvale di una delle “Lezioni americane” di Italo Calvino per esemplificarne le caratteristiche.  L’autore segue poi le vicissitudini della realtà pratese con l’aumento della disoccupazione soprattutto quella giovanile ed in particolar modo quella dei “giovani diplomati e soprattutto laureati”, il cui trend pratese anticipa i dati mortificanti nazionali. “A Prato ogni anno il 70% dei giovani puntava al lavoro impiegatizio, ma l’industria aveva bisogno di un 18% di impiegati e di un 82% di manodopera.”  Molto interessante è l’analisi della diversa interpretazione della crisi del 1982-84 e quella sulle problematiche connesse agli infortuni ed alla questione ambientale collegata alla diffusione dell’industri che inquinava senza controlli la falda acquifera e l’atmosfera, provocando danni ambientali e sanitari. La crisi del cardato poi e la difficoltà da parte dell’industria pratese per adeguare la propria attività all’innovazione tecnologica viene trattata in un apposito paragrafo.

Nella parte finale di questo capitolo viene trattato poi il processo che porta la Cina, che già prima della rivolta di Tienanmen era profondamente cambiata e si affacciava all’Occidente con curiosità ma anche tanto spirito imprenditoriale, a collegarsi con la città di Prato. Ed ovviamente questa è una “storia” che parte dalle analisi di Cammelli ma va oltre fino ai giorni nostri.

 

Cina_25_anni_fa_il_massacro_di_Piazza_Tienanmen_20140604.mp4-00001

laboratorio_cinese

 

IL DOMINO LETTERARIO – venerdì 10 aprile ore 21.00 – secondo incontro RICCARDO CAMMELLI ed il suo “TRA I PANNI DI ROSSO TINTI” Attucci editore – Lo presentano – al Circolo ARCI di via Cilea a San Paolo di Prato – Giuseppe Maddaluno e Manuele Marigolli

Cammelli

 

tra-i-panni-di-rosso-tinti-469x480

 

 

IL DOMINO LETTERARIO – secondo incontro

RICCARDO CAMMELLI ed il suo “TRA I PANNI DI ROSSO TINTI” Attucci editore

lo presentano –  al Circolo ARCI di via Cilea a San Paolo di Prato   –  Giuseppe Maddaluno e Manuele Marigolli

 

 

“Tra i panni di rosso tinti – Appunti di storia pratese 1970-1992″ di Riccardo Cammelli è un libro complesso utilissimo a tuttei coloro che d’ora in poi vorranno trattare parti della Storia locale di questo importante territorio industriale  del nostro Paese, cioè il Distretto pratese. Ho già scritto che è ricco di riferimenti bibliografici e questo permette al lettore di verificare ed eventualmente dissentire liberamente sulle argomentazioni proposte; ma il libro è anche scritto con grande cura dal punto di vista della narrazione e dello stile, rendendolo piacevole ed appassionante al di là di quanto potrebbe apparire nella riportata sequenza di eventi e di riferimenti a materiali d’archivio e di stampa. Questa piacevolezza è rilevata anche nell’introduzione curata da Fabio Bracci “Riccardo Cammelli scrive bene. Molte delle pagine del libro sono attraversate da immagini e metafore che contengono una tensione poetica…e letteraria” e poi lo stesso Bracci continua con una “sua” personale  “metafora” molto interessante e convincente allorché ci rappresenta Riccardo come “cuoco” capace “di mettere a tavola un numero imprecisato ma abbastanza impressionante di persone con la sua pentola da 48 centimetri di diametro e con i suoi (rigorosamente suoi) attrezzi del mestiere. E’ nella sua natura combinare gli ingredienti, gestire i tempi di cottura, avere la pazienza necessaria, tenere sotto controllo più fornelli o piste di lavoro”.

Chi avesse fretta, proprio tanta fretta potrebbe – per verificare quel che scrive Bracci quanto alla “tensione poetica…e letteraria” – andare rapidamente alle ultime due pagine del libro contrassegnate da un titolo estremamente significativo “Epilogo, cioè prologo” proprio per evidenziare il punto di arrivo come nuovo punto di partenza. E qui scoprirebbe quella capacità, quella tensione, intensificata nella “sintesi” di cui è capace Riccardo.

Nei prossimi post da qui al 10 aprile scriveremo degli altri capitoli.