ESAMI DI STATO 2015 – EXPO 2015 e LUIGI RUSSI A PRATO – CIRCOLO MATTEOTTI LUNEDI’ 15 GIUGNO ORE 21.00

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Quest’anno tra le tracce della prima prova scritta tutti attendono qualche riferimento a EXPO 2015 – per potersi preparare nulla di più utile sarebbe incontrare Luigi Russi che lunedì sera sarà presente al Circolo “Giacomo Matteotti” in via Verdi 30 a PRATO (di fronte al Teatro Metastasio) – Luigi ha scritto un libro importante su uno dei temi più rilevanti che il genere umano ha di fronte: la sua alimentazione. EXPO 2015 riporta come slogan principale “Nutrire il pianeta – Energia per la vita” ma tutti sanno che tra gli obiettivi di quanti partecipano vi sono prevalenti egoismi di poche società multinazionali che controllano il settore alimentare favorendo cinicamente il loro potere finanziario attraverso meccanismi che non prevedono alcun tipo di attenzione verso i bisogni concreti delle popolazioni.

 

In questo post allego la Prefazione che nel libro è affidata ad Andrea Baranes

Andrea Baranes è presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica. E’ portavoce della campagna 005 per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie ed è stato responsabile delle campagne su istituzioni finanziarie private presso la CRBM.

E’ autore di diversi libri sui temi dellaFINANZA e dell’economia, tra i quali Finanza per Indignati” (Ponte Alle Grazie), “Come depredare il Sud del mondo” e “Il grande gioco della fame” (Altreconomia) e “Per qualche dollaro in più – come la finanza casinò si sta giocando il pianeta” (Datanews). Collabora con diverse riviste specializzate nel settore economico e della sostenibilità, quali “Valori” e “Altreconomia”, e con i siti Sbilanciamoci.info e nonconimieisoldi.org.

 

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Prefazione

di ANDREA BARANES

La finanziarizzazione del cibo e delle materie prime è forse

l’esempio più evidente e nello stesso tempo più inaccettabile tanto

dell’incredibile espansione della sfera finanziaria quanto della

sua inefficienza. Tramite i derivati è possibile realizzare speculazioni

sul prezzo delle materie prime, andando di fatto a scommettere

sulla fame dei più poveri. Somme gigantesche che ruotano

vorticosamente all’inseguimento del massimo profitto nel

più breve tempo possibile, esasperando volatilità e instabilità.

Nello stesso momento, milioni di piccoli contadini sono esclusi

dall’accesso al credito e dai servizi finanziari.

Se la finanza deve essere uno strumento al servizio dell’economia

per mettere in contatto chi ha dei soldi con chi ne ha bisogno

per le proprie attività, ebbene, non possiamo parlare «unicamente

» di una inefficiente e inefficace allocazione delle risorse,

ma di un vero e proprio fallimento del mercato: domanda e

offerta di soldi non si incontrano, viene meno la stessa idea di un

«mercato finanziario». In altri termini una finanza ipertrofica,

che ha causato la peggiore crisi degli ultimi decenni, non riesce

nemmeno a fare quello che dovrebbe.

Alla stessa conclusione si arriva guardando l’impennata dei

prezzi delle materie prime nel 2008. Il prezzo del grano, o del

mais, è quasi raddoppiato nel giro di pochi mesi. Non c’è stata

però nessuna carestia o siccità che facesse di colpo crollare le

produzioni e quindi l’offerta. Al contrario, sono i giganteschi capitali

in fuga dai mercati finanziari «tradizionali» che con lo

scoppio della crisi si sono riversati alla ricerca di investimenti più

sicuri, quali le materie prime. La domanda puramente finanziaria,

veicolata principalmente tramite i derivati, ha spinto al rialzo

i prezzi, condannando milioni di persone alla fame. Il prezzo

di tutte le principali 25 materie prime, agricole e non, è aumentato

a inizio 2008. Un andamento più unico che raro e a maggior

ragione incomprensibile in termini economici in un momento di

crisi, quindi di calo della domanda che avrebbe dovuto portare

a una diminuzione dei prezzi.

Parliamo quindi di una finanza che da strumento al servizio

dell’economia è diventata fine a se stessa, e arriva fino al punto

di falsare i princìpi fondamentali dell’economia, a partire dalla

legge della domanda e dell’offerta, su cui dovrebbe basarsi.

In questo libro, Luigi Russi spiega in maniera semplice quanto

rigorosa quali sono i principali meccanismi che alimentano

questo sistema, le tappe attraverso le quali si è giunti alla finanziarizzazione

del cibo e delle materie prime, gli impatti sui più

deboli e su chi continua a vedere e a vivere l’agricoltura nei suoi

diversi aspetti sociali e ambientali, ben prima che economici.

Il testo ci permette di capire come la finanza si sia trasformata

in un vero e proprio sistema, per un verso autoreferenziale e

per l’altro capace di condizionare pesantemente le attività

economiche e produttive. Il lettore è guidato a comprendere come

funzionano i derivati e i passaggi che portano all’aumento dei

prezzi, della volatilità e dell’instabilità, come sia possibile essere

arrivati al punto in cui i prodotti agricoli e la stessa terra – tramite

il fenomeno del «furto di terre» – vengono ridotti a semplici

asset finanziari.

Andando ancora oltre, si affronta il problema di come l’intera

catena alimentare e l’intera filiera, dalle multinazionali alla grande

distribuzione, ragionino secondo logiche puramente finanziarie

che nulla hanno a che vedere con gli obiettivi sociali e ambientali

dell’agricoltura. Non è più solo questione di un eccessi-

vo peso della finanza nell’agricoltura, ma di una completa sottomissione

di tutto il processo a logiche di massimizzazione del

profitto Al culmine del paradosso, i piccoli contadini e chi continua

a vivere in modo diverso l’agricoltura vengono progressivamente

emarginati dai «recinti» imposti dalle logiche attuali. È

in questo quadro che si compie fino in fondo il processo di finanziarizzazione

del cibo, o come la definisce l’autore rifacendosi

al Leviatano di Hobbes, la «mostruosità della relazione tra

cibo e finanza».

Il testo da un lato fornisce basi teoriche che vanno dalla teoria

dei sistemi al funzionamento dei derivati, dei fondi d’investimento

indicizzati al prezzo delle materie prime o di altri strumenti.

Dall’altro non mancano gli esempi concreti e i casi studio

– dal mercato del caffè al fenomeno dell’accaparramento di terre

– che attraverso un percorso sia economico sia storico – pensiamo

in particolare alla «Rivoluzione Verde» e al ruolo di Banca

Mondiale, Fmi e Wto – ci portano a capire le progressive tappe

e trasformazioni sia della produzione agricola sia dello stesso

sistema finanziario.

In pasto al capitale

In pasto al capitale non è solo un’importante testimonianza e

uno strumento di apprendimento. Comprendere tali meccanismi

è fondamentale per potere cambiare rotta, per riflettere sugli eccessi

che stiamo vivendo e su come riportare la finanza ad essere

uno strumento al servizio delle attività produttive e della società,

non l’opposto, come avviene oggi. È ancora più importante

alla luce di una crisi causata proprio dalla finanza privata tra

2007 e 2008 e della quale sembra non vedersi la fine, e anche

perché l’Expo di Milano del 2015 vede proprio il cibo come tema

di fondo. Un tema che finalmente torna al centro dell’agenda

politica, ma dove troppo spesso, come Luigi Russi evidenzia,

il rapporto tra cibo e finanza configura «un groviglio nel quale

ogni elemento è combinato in modo da assumere il proprio posto

in una macchina globale che genera profitto fine a se stesso».

Occorre spezzare queste catene. Nel finale del libro sono evidenziati

alcuni possibili percorsi che partono dalle resistenze dei

contadini in tutto il mondo, Italia inclusa. Esempi che mostrano

come una logica cooperativa e non competitiva e l’unione tra

produttori e consumatori possano proporre delle soluzioni locali

e che nascono dal basso.

Ma più in generale è l’intero sistema finanziario a dovere essere

rimesso in discussione dalle fondamenta. Come accennato, il

cibo è forse l’esempio più emblematico degli impatti della finanza

sulle nostre vite, ma non certo l’unico. Pensiamo all’inaccettabile

aumento delle disuguaglianze tra Paesi e all’interno dei

singoli Paesi, pensiamo alla stessa austerità imposta a Stati e cittadini

mentre la finanza continua ad essere inondata di liquidità

nel tentativo di fare ripartire un’economia strangolata proprio

dallo strapotere finanziario. E gli esempi potrebbero essere diversi

altri. Prima ancora dell’imporre delle regole urgenti quanto

necessarie per chiudere una volta per tutte questo casinò finanziario,

è l’intero impianto ideologico a dovere essere rimesso

in discussione.

È semplicemente assurdo che le nostre necessità fondamentali,

a partire dal cibo, debbano adattarsi ai diktat di uno strumento

che dovrebbe accompagnare e sostenere le attività economiche

e rispondere a bisogni fondamentali dell’umanità, e che

oggi pretende, invece, di essere il centro di gravità attorno a cui

devono ruotare tali attività e bisogni. Questo libro ci guida a

comprendere come tale sistema, tale «capitale affamato», non

solo non rappresenti più una parte della soluzione ai problemi

del cibo e dell’alimentazione, ma ne sia diventato uno dei principali

problemi.”

 

 

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IN PASTO AL CAPITALE le mani della finanza sul cibo – Prato 15 giugno 2015 ore 21.00 c/o Circolo Matteotti via Verdi 30

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IN PASTO AL CAPITALE le mani della finanza sul cibo – Prato 15 giugno 2015 ore 21.00 c/o Circolo Matteotti via Verdi 30

 Luigi Russi ha studiato alla Università Bocconi di Milano, dove si è laureato in giurisprudenza. Spinto da una passione per l’analisi economica del diritto, ha  ottenuto un diploma in matematica presso l’Università dell’ Essex, prima di spostarsi sul campo della politica economica (meglio nota come economia eterodossa). Ha coltivato questa inclinazione presso l’International University College of Turin e la City University di Londra. Attualmente insegna “Sociologia rurale” all’Università di Bangalore nel cuore dell’India meridionale. Ha scritto “In pasto al capitale – Le mani della finanza sul cibo” nel quale analizza e denuncia le speculazioni “planetarie” sul prezzo delle materie prime che hanno peggiorato le problematiche della “fame nel mondo”. Il libro è uno studio interessante che apre soprattutto nelle ultime pagine delle prospettive importanti relativamente al ruolo dei “movimenti” e dei “gruppi” (penso al “movimento per la permacultura” ed ai Gruppi di Acquisto Solidale o “Genuino Clandestino”) per recuperare un “protagonismo utile” dal basso, dai territori, “a chilometro zero” e ad alta qualità naturale. Sarà difficile ma occorre provarci se non si vuole accelerare la fine della nostra civiltà. Su questi temi Luigi Russi ha già scritto un nuovo libro, che attende di essere pubblicato.

Luigi Russi sarà a Prato ospite di alcune Associazioni culturali ( Dicearchia 2008 – Circolo “Matteotti” – ADSP Circolo delle Idee – Laboratorio di via del Cittadino – Il Diario del viaggiatore – Left Lab – ‘I GASSE – Succede a Prato – Altroteatro ) e presenterà il suo libro “IN PASTO AL CAPITALE” Edizioni Castelvecchi lunedì 15 giugno ore 21.00 presso il Circolo “Matteotti” in via Verdi 30.

 

Il libro sarà disponibile presso la libreria “GIUNTI al Punto” di Corso Mazzoni da lunedì 15 giugno

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in attesa di EXPO SUD –Cibo e Cinema Ovverosia quelle straordinarie combinazioni!

 

 

 

Cibo e Cinema

Ovverosia quelle straordinarie combinazioni!

Lavoro di gruppo – in Cucina, anche quella “domestica”, la preparazione di un “piatto” dai meno elaborati ai più complessi richiede attenzione e cura nella mescolanza degli ingredienti e nei tempi attraverso cui quest’amalgama deve essere completata. A tale proposito si allega una tipica ricetta dal sito salepepe.it: un primo “Garganelli alla carbonara con capperi e ricotta dura”.

 

http://www.salepepe.it/ricette/primi/pasta-secca/garganelli/garganelli-carbonara-capperi-ricotta-dura/

Garganelli

Allo stesso tempo la preparazione di un film richiede la “combinazione” di varie “professionalità” e solo un cuoco/regista ben preparato (o “fortunato”) riuscirà a produrre un “buon piatto” gustoso da presentare al suo pubblico. In allegato un video con i titoli di coda di un film importante come “Bright Star”  del 2009 scritto e diretto da Jane Campion e basato sugli ultimi tre anni di vita del poeta inglese John Keats.

 

Ed ecco uno “spot”

in attesa di EXPO SUD – Cibo e Cinema Ovverosia quelle straordinarie combinazioni!

 

 

 

Cibo e Cinema

Ovverosia quelle straordinarie combinazioni!

Lavoro di gruppo – in Cucina, anche quella “domestica”, la preparazione di un “piatto” dai meno elaborati ai più complessi richiede attenzione e cura nella mescolanza degli ingredienti e nei tempi attraverso cui quest’amalgama deve essere completata. A tale proposito si allega una tipica ricetta dal sito salepepe.it: un primo “Garganelli alla carbonara con capperi e ricotta dura”.

 

http://www.salepepe.it/ricette/primi/pasta-secca/garganelli/garganelli-carbonara-capperi-ricotta-dura/

Garganelli

Allo stesso tempo la preparazione di un film richiede la “combinazione” di varie “professionalità” e solo un cuoco/regista ben preparato (o “fortunato”) riuscirà a produrre un “buon piatto” gustoso da presentare al suo pubblico. In allegato un video con i titoli di coda di un film importante come “Bright Star”  del 2009 scritto e diretto da Jane Campion e basato sugli ultimi tre anni di vita del poeta inglese John Keats.

 

 

LE ISOLE SI ACCENDONO 2015 – PRATO E MONDO – CARMEN BUGAN – un brano dalle sue prose

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CARMEN BUGAN

La poesia nasce dalla vita. L’esperienza estetica, per quanto immaginaria e fittizia, si aggrappa al cuore della vita vissuta. Il mio processo creativo è direttamente influenzato dalla mia esperienza con la mia lingua materna. Gli effetti della repressione linguistica si manifestano nella mia creatività: non scrivo in rumeno e non cerco la mediazione della traduzione della mia opera scritta in inglese, perché non c’è nulla che io voglia ridire alla mia lingua nella mia lingua. Ho subìto molti interrogatori da bambina, interrogatori che snaturavano la lingua con la loro brutalità. Tutto ciò che dicevamo in casa era registrato su nastro dalla Securitate così fedelmente che io, anzi noi come famiglia, abbiamo creato versioni di noi stessi tali da non offendere gli oppressori, perché temevamo per le nostre vite. Non parlavamo di quanto ci mancasse mio padre e delle cose terribili che vedevamo e sentivamo intorno a noi o delle centinaia e centinaia di interrogatori che mia madre subiva, della paura che lei potesse non tornare più a casa, o che la Securitate potesse farci del male o ucciderci. Diventammo tutti molto silenziosi, facendo in modo che le nostre conversazioni ruotassero tutte intorno ad argomenti domestici: Hai tagliato la legna? Puoi portare un po’ d’acqua? Diamo aria ai tappeti? Abbiamo addirittura tentato di mentire riguardo all’ora in cui ci saremmo svegliati la mattina e avremmo preso l’autobus, per non dare alle guardie, che stavano fuori dalla finestra, il tempo di prepararsi a seguirci. Non è questa una lingua con cui crescere. Molto si potrebbe dire al riguardo: è necessario compiere uno studio linguistico dell’oppressione se si vuole comprendere la relazione esistente tra l’oppressione politica e lo sviluppo del senso d’identità individuale attraverso la narrazione di se stessi. (da “Sulla soglia della dimenticanza” trad. Chiara De Luca)

chiara

“LE ISOLE SI ACCENDONO” anche a Prato – 21 giugno 2015 UN’INIZIATIVA DI ALTROTEATRO ASSOCIAZIONE CULTURALE E DICEARCHIA 2008

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“LE ISOLE SI ACCENDONO” anche a Prato – 21 giugno 2015

UN’INIZIATIVA DI ALTROTEATRO ASSOCIAZIONE CULTURALE E DICEARCHIA 2008

DAL blog
Le isole si accendono

Le isole si accendono

Chi organizza
Tutti possono organizzare l’evento: nella propria abitazione, da soli o con pochi amici, nel proprio quartiere, nel proprio comune…nella propria “isola”.
Importante seguire il procedimento comune a tutti.
Importante comunicare attraverso la pagina facebook oppure sul sito www.leisolesiaccendono.tk la propria adesione. E’ importante perché tutti sappiano dove possono partecipare.

Cosa si fa

La manifestazione prevede che alle 21 del 21 giugno, solstizio d’estate, tutti gli aderenti, dopo aver acceso un fuoco (un fiammifero, il cannello del gas, un falò…) leggono un comune testo di poesia.
Di solito, i gruppi spontanei fanno di tutto: dopo aver acceso il fuoco e letto il testo “ufficiale”, c’è chi continua con letture di poesia, chi fa teatro, chi danza e chi si butta in mare, chi organizza spaghettate,chi passeggiate notturne, chi musica…..va bene qualsiasi cosa sia utile alla condivisione.

Quando
Il 21 giugno alle ore 21, giorno del solstizio d’estate

Dove
Negli anni passati ci sono stati fuochi accesi in tanti luoghi nel mondo.

Perché
L’iniziativa “Le isole si accendono” è un semplice momento di condivisione rappresentato da una lettura comune.
Per una sera le “isole” , “persone” si accendono con la luce della poesia, della letteratura e della musica.

Cosa accadrà a Prato?

Nei prossimi giorni ve lo faremo sapere…..

“LE ISOLE SI ACCENDONO” anche a Prato – 21 giugno 2015

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“LE ISOLE SI ACCENDONO” anche a Prato – 21 giugno 2015

UN’INIZIATIVA DI ALTROTEATRO ASSOCIAZIONE CULTURALE E DICEARCHIA 2008

DAL blog
Le isole si accendono

Le isole si accendono

Chi organizza
Tutti possono organizzare l’evento: nella propria abitazione, da soli o con pochi amici, nel proprio quartiere, nel proprio comune…nella propria “isola”.
Importante seguire il procedimento comune a tutti.
Importante comunicare attraverso la pagina facebook oppure sul sito www.leisolesiaccendono.tk la propria adesione. E’ importante perché tutti sappiano dove possono partecipare.

Cosa si fa

La manifestazione prevede che alle 21 del 21 giugno, solstizio d’estate, tutti gli aderenti, dopo aver acceso un fuoco (un fiammifero, il cannello del gas, un falò…) leggono un comune testo di poesia.
Di solito, i gruppi spontanei fanno di tutto: dopo aver acceso il fuoco e letto il testo “ufficiale”, c’è chi continua con letture di poesia, chi fa teatro, chi danza e chi si butta in mare, chi organizza spaghettate,chi passeggiate notturne, chi musica…..va bene qualsiasi cosa sia utile alla condivisione.

Quando
Il 21 giugno alle ore 21, giorno del solstizio d’estate

Dove
Negli anni passati ci sono stati fuochi accesi in tanti luoghi nel mondo.

Perché
L’iniziativa “Le isole si accendono” è un semplice momento di condivisione rappresentato da una lettura comune.
Per una sera le “isole” , “persone” si accendono con la luce della poesia, della letteratura e della musica.

Cosa accadrà a Prato?

Nei prossimi giorni ve lo faremo sapere…..

Il tema dell’esilio in Carmen Bugan (da “Sulla soglia della dimenticanza – Poesia e Prosa”) – aspettando “Le isole si accendono”

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chiara

 

 

Il tema dell’esilio in Carmen Bugan (da “Sulla soglia della dimenticanza – Poesia e Prosa”) – aspettando “Le isole si accendono”

Mia madre e mio padre erano dissidenti politici in Ro­mania. Scrivevano proclami anticomunisti su una mac­china da scrivere posseduta illegalmente. Mio padre, che era già stato imprigionato per attività politiche negli anni Sessanta, trascorrendo sette anni in carcere in quel tempo, sostenne una pubblica protesta contro il regime di Ceausescu nel centro di Bucarest il 10 marzo 1983. Fu processato a porte chiuse e condannato a dieci anni, dopodiché fu spedito ad Aiud, il più duro degli istituti in cui erano rinchiusi i dissidenti. Patì indicibili tortu­re e periodi di isolamento fino all’amnistia generale del 1988, quando fu rilasciato. Dal 1983 al 1988 mia ma­dre, mia sorella, mio fratello ed io vivemmo sotto la quo­tidiana sorveglianza della Securitate (la polizia segreta di Ceausescu): dovevamo sempre informarli se lasciavamo la città, avevano le chiavi di casa nostra, andavano e ve­nivano a proprio piacimento, giorno e notte. Dopo il ritorno di mio padre, vivemmo per un anno agli arresti domiciliari, dopodiché fummo esiliati, e ricevemmo asi­lo politico negli Stati Uniti.

 

dalla bacheca di FESTIVAL DELLE IDEE POLITICHE DI POZZUOLI – chi è LUIGI RUSSI

Luigi

dalla bacheca di FESTIVAL DELLE IDEE POLITICHE DI POZZUOLI riporto la testimonianza di Luigi Russi che ci aiuta a conoscerlo meglio

 

“Ma, in India, di che ti occupi?”
Luigi Russi (Professore Università di Bangalore in India) si racconta

Da poco più di sei mesi vivo e lavoro in India. Qui divido il mio tempo traBangalore, sede della mia università, e Shillong, casa della famiglia della mia compagna. Professionalmente, mi occupo di sociologia culturale; il che, in termini astratti, non vuol dire granché neanche tra sociologi. Concretamente, mi interesso della quotidianità: di come le persone fanno quello che fanno, di come si orientano in mondi che, nel profondo, non mancano mai di stupirmi per la loro elegante complessità.

Il libro di cui vi parlerò a Pozzuoli, In Pasto al Capitale (Castelvecchi, 2014), è nato quasi per caso. Si è fatto largo a partire da una curiosità per la quotidianità della pratica contadina. Ma questo, ebbi modo di realizzare in seguito, non sarebbe stato che l’inizio di un’inchiesta che mi ha portato a scandagliare altre (talora improbabili) quotidianità collegate alla prima, e non sempre per il meglio: dai broker stile ‘lupo di Wall Street’ (dei quali, se vi è capitato di leggere il libro, saprete che mi colpisce soprattutto l’udito), ai produttori di caffè, agli ingegneri che piantano la jatropha in Mozambico, fino all’amico che si prende la tazzina di Nespresso. Insomma: partendo dal quotidiano, si sa dove si comincia, ma non sempre dove si finisce. E questo vale pure adesso: difatti sto divagando… Tornando a noi, mi pare che l’unica cosa che le quotidianità abbiano in comune è di essere, nei loro intricati dettagli, infinitamente diverse. Ed è proprio in questa diversità che le nostre nozioni del ‘normale’ si sciolgono. O dovrebbero sciogliersi.

E qui arriviamo alla domanda con cui ho cominciato questo blog. Da quando mi sono spostato in India, infatti, ho incontrato una curiosa (e sicuramente bonaria) reazione, ma che non ha mancato di colpirmi, in quanto tocca proprio questo nodo. Mi riferisco all’attesa che, siccome mi trovo in India, di ‘India’ mi debba occupare, quasi a ergere un recinto entro il quale intellettualmente io debba essere, per certi versi, prigioniero. ‘Di cosa ti occupi, in India?’ La mia risposta, ormai rodatasi sull’ingenua curiosità di colleghi e conoscenti, è un inelegante ‘Quello di cui mi occupavo anche prima!’ (come a dire: solo mo’ ti interessa quello che faccio?)

Non è curioso tutto ciò? E cioè che, se uno fa ricerca, ci si aspetta da lui automaticamente che sia uno specialista, o anche semplicemente un ‘appassionato’, del sub-continente (nel senso che i suoi interessi debbano avere in un certo qual modo una definizione geografica), ove gli capiti di trovarsi (inIndia). Eppure, quando lo spostamento è fatto verso Ovest, che so, in Olanda,Regno Unito o California, la domanda diventa più aperta: ‘Di cosa ti occupi?’ In quest’ultimo caso manca la pretesa di un fulcro di interesse schiettamente localistico. Io stesso, confesso, per molto tempo sono stato il primo ad avanzare scuse: ‘Mi sto ancora ambientando, non ho molta familiarità con l’India, ma non mancherò!’ Mi sono scusato fino al momento in cui mi sono reso conto delle ambiguità che si annidano in questa inconscia aspettativa, e di come intendevo posizionarmi rispetto ad esse.

Non intendo chiaramente negare l’innegabile, e cioè che uno si faccia trasportare e trasformare culturalmente dalla realtà in cui vive. O che uno non debba avere interessi definiti in termini geografici (ed essere, per esempio, uno studioso di ‘Italianistica’ o di ’Sinologia’). Ma intendo, piuttosto, rivendicare che tutti questi eventi possono aver luogo ovunque (non solo in India), e che il bisogno di appiccicare una tonalità localistica, quasi ad aggiungere ‘colore’, soltanto perché uno si trovi fisicamente in India, presuppone un orizzonte geografico normalizzante. Nel senso che, entro i confini del ‘nostro’ mondo, l’appendice geografica non sembra necessaria, mentre ricompare per posti che a questo ‘nostro’ mondo non appartengono.

La domanda è dunque insidiosa, in quanto suggestiva di un orizzonte limitato ai (e dai) confini nazionali, quasi che uno possa partecipare in India a dibattiti che sono sempre e soltanto ‘Indiani’ (e rivelatrice, al tempo stesso, di come il mondo ‘senza confini’ di cui a volte ci riempiamo la bocca non sia poi concesso a tutti). La distanza, implicita nel modo di articolare la domanda, ti impacchetta inconsciamente come ‘diverso’, ponendoti nella posizione di dover giustificare quella che appare come una deviazione dalla norma. Con questo, ovviamente, non intendo fare la predica a chi la domanda l’ha fatta (o me la farà), sospinto da un interesse genuino. Ma semplicemente rivendicare il senso della quotidianità (e del suo studio) come un invito che è limitato soltanto dalla voglia di abbracciarne l’espansività, al di là di delimitazioni geografiche. In quanto tale, pertanto, l’ambito del quotidiano è anche un naturale antidoto rispetto alle trappole di normalità e alle piccole prigioni intessute di aspettative che a volte, senza volerlo, ci costruiamo tra di noi.

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