IL TEMA DELL’ESILIO nella poesia di Carmen Bugan

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IL TEMA DELL’ESILIO nella poesia di Carmen Bugan (da “Sulla soglia della dimenticanza” poesie di Carmen Bugan tradotte da Chiara De Luca, Matteo Veronesi con la collaborazione di Lidia Santonastaso – Edizioni Kolibris)

 

L’unica terra che ci apparterrà sarà quella che coprirà le nostre “ceneri”! Dalla sua origine ogni essere animale si è mosso alla ricerca di “luoghi” e territori da calpestare e si è spostato nomade da una parte all’altra del mondo per insediarsi illudendosi di essere “stabile” ma sempre pronto a trasmigrare per sua volontà o per le condizioni climatiche, sociali e storiche che si verificavano. I nostri antenati sono stati “migranti” e molti di noi lo sono tuttora. La nostra storia ci identifica come “apolidi” senza patria. Spesso lo siamo anche quando non ci muoviamo dal nostro luogo natio; di solito però avvertiamo questa condizione quando ci spostiamo alla ricerca di “mondi” diversi che ci accolgano. I miei progenitori furono “profughi da Samo” 2546 anni fa, esuli per sfuggire ad una “tirannide”. Fondarono Dicearchia sulle coste flegree, ardenti di vulcani diffusi, fertili ed accoglienti. L’umanità si muove e si allontana anche da altre tirannidi. Possono essere tirannidi legate ad inaccettabili sottovalutazioni nei confronti della Cultura oppure connesse a sopraffazioni di carattere politico e sociale.

Carmen Bugan racconta di sé ”

Il 29 ottobre 2009 la mia famiglia e io abbiamo celebrato vent’anni da quando abbiamo lasciato la Romania sotto minaccia di morte se avessimo osato parlare di ciò che ci era accaduto sotto la dittatura di Ceausescu.
Il 17 novembre 1989 fummo accolti all’aeroporto di Grand Rapids, in Michigan, dai nostri benefattori, membri di una chiesa protestante, che sfidarono la prima tormenta dell’anno. Il 14 dicembre 1989 iniziò la Rivoluzione in Romania, che sarebbe terminata appena prima di Natale, con la sommaria esecuzione di Ceausescu e di sua moglie, messi al muro e fucilati. Vedemmo la loro esecuzione, esterrefatti, in un televisore fornitoci dai nostri benefattori. Trascorremmo i primi anni imparando l’inglese e assistendo alle funzioni nella palestra di una scuola, lontano dalle nostre radici Ortodosse. Con il tempo, i Rumeni di Grand Rapids ci trovarono e noi trovammo una casa fra di loro, creando insieme una piccola chiesa tutta nostra. I miei genitori ancora vivono là, mentre i miei fratelli e io abbiamo avuto una vita più errabonda, tanto che io ora scrivo dal confine tra la Francia e la Svizzera, dopo essere passata attraverso Inghilterra e Irlanda.

Nella sua opera questa condizione di “esule” è presente in modo quasi costante.

Ne parleremo ancora nei prossimi giorni….

 

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PERCHE’ SCRIVIAMO DI CARMEN BUGAN?

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PERCHE’ SCRIVIAMO DI CARMEN BUGAN?

Nei prossimi giorni scriveremo di questa straordinaria figura contemporanea di scrittrice e poetessa – lo faremo non soltanto perché si tratta di una delle più importanti autrici ma anche perché la sua opera sarà al centro di un’iniziativa che coinvolgerà più luoghi, più territori e non solo in Italia – fate attenzione – seguiteci e vi accompagneremo nella scoperta di questo Progetto. (g.m.)

 

A seguire alcune note redatte dalla scrittrice Chiara De Luca che ha curato la traduzione delle opere di Carmen Bugan ed è anche l’editrice dei libri Kolibrìs

 

 

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Nota di Chiara De Luca

Carmen Bugan è nata in Romania nel 1970 ed è emigrata negli Stati Uniti con la famiglia nel 1989, dopo che il padre era stato arrestato per aver protestato contro il regime di Ceausescu. Ha studiato all’Università del Michigan (Ann Arbor), alla Lancaster University, alla Poets House (Irlanda), e al Balliol College di Oxford, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura Inglese. Ha pubblicato le raccolte poeticheCrossing the Carpathians: Poems (Oxford Poets/ Carcanet, 2004), The House of Straw(Shearman, 2013), uno studio critico dal titolo Seamus Heaney and East European Poetry in Translation: Poetics of Exile (Legenda/Maney Publishing 2013), e il memoriale Burying the Typewriter: Childhood Under the Eye of the Secret Police (Picador 2012). L’edizione americana di questo libro ha vinto il Bread Loaf Conference Bakeless Prize for Nonfiction, l’edizione inglese è stata menzionata come libro della settimana da BBC Radio 4 ed è stata tra i finalisti del George Orwell Prize per la scrittura politica. Il memoriale è stato tradotto in Svezia, in Polonia ed è in corso di traduzione in Romania.

Attualmente Carmen Bugan sta effettuando delle ricerche in merito ai documenti relativi a lei e alla sua famiglia custoditi dalla Polizia Segreta e sta scrivendo un libro sull’esperienza di aver vissuto da entrambi i lati della Cortina di Ferro. Vive in Francia con il marito e i loro due figli.

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Nei prossimi giorni approfondiremo la conoscenza di Carmen Bugan e del Progetto in corso

reloaded IN PASTO AL CAPITALE di e con Luigi Russi – a PRATO prossimamente

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reloaded IN PASTO AL CAPITALE di e con Luigi Russi – a PRATO prossimamente

 

I

Il sesto capitolo affronta “Il caso del caffè” seguendo le tre fasi chiamate “regimi”, il primo dei quali parte dalla seconda metà dell’Ottocento subito dopo la conquista dell’indipendenza dalla Spagna e dal Portogallo da parte dei Paesi dell’America latina. A parte il resto parlando di “caffè” si tratta di una classica monocoltura poco adatta ai “consumi” necessari alla sopravvivenza ed il monopolio attuato ha finito con il non modificare in basso il prezzo dei semi. Il “secondo regime” si colloca poi alla fine della Seconda Guerra mondiale, mentre il “terzo” è quello che arriva fino ai giorni nostri con la liberalizzazione del mercato ed il conseguente calo vertiginoso del prezzo, che ha reso critica la situazione dei produttori. Molto interessante è peraltro il paragrafo dedicato alle nuove tendenze nel mercato del caffè, soprattutto quando si accenna al “commercio equo e solidale” che tende ad aiutare i produttori a mantenere un prezzo congruo alle loro giuste attese, rispettando allo stesso tempo la sostenibilità ambientale e difendendo la biodiversità. In “Il furto di terre” Luigi Russi analizza la tendenza da parte di investitori stranieri (cioè estranei ai territori oggetto di furto) ad utilizzare soprattutto per monocolture la maggior parte delle terre rese incolte dall’abbandono o volontariamente abbandonate da parte dei contadini che non riescono più a governarle a causa dei magrissimi ricavi. Questo atto provoca danni irreparabili alle economie locali arricchendo a dismisura gli investitori molto spesso protetti da anonimati riconducibili a multinazionali. Viene portato l’esempio della jatropha, una pianta che viene utilizzata per la produzione di biocarburanti; è del tutto evidente che anche questa “pianta” non possa essere utilizzata per il consumo essenziale alla sopravvivenza degli individui che intorno a quel terreno agiscono. Ed è chiaro che grandi spazi di terreno vengono sottratti alle produzioni alimentari, senza che vi siano al contempo i guadagni promessi. Nella parte finale cui oggi non accennerò si prospetta il futuro, partendo già dalle buone pratiche che si vanno svolgendo in molte realtà. Anche DA NOI. E questa è una buona notizia.

Il libro è dotato di un apparato di NOTE straordinario e di un’invidiabile Bibliografia

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reloaded LUIGI RUSSI a PRATO prossimamente con il suo libro “IN PASTO AL CAPITALE”

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reloaded LUIGI RUSSI a PRATO prossimamente con il suo libro “IN PASTO AL CAPITALE”

Un libro intenso e ricco di indicazioni precise e specifiche sulla finanziarizzazione del cibo in atto da qualche decennio in tutto il mondo. Un libro “utile” per la comprensione di una parte delle dinamiche che sovraintendono all’economia globalizzata in questo avvio di XXI secolo.
Se proprio dobbiamo osservare le grandi trasformazioni in atto nella nostra società, questa del comparto “alimentare” ne evidenzia in modo stridente gli aspetti maggiormente paradossali con quelle che dovrebbero naturalmente essere le “missions” della produzione alimentare, e cioè quelle dei soddisfacimenti primari ad uso universale, come poter sfamare tutti consentendo ai più poveri di poter per lo meno accedere al minimo di sussistenza.
In un giorno che precede di poco più di una sola settimana l’avvio di EXPO 2015 (illuminata da luci e colori sgargianti e ricchi ambienti) analizziamone le contraddizioni tra “interessi” dei pochi e “bisogni” dei molti.

reloaded IN PASTO AL CAPITALE di Luigi Russi numero 2 – a breve a Prato

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Nel quarto capitolo Luigi Russi si occupa de “La speculazione sulle materie prime” seguendo il percorso perverso della speculazione in uno dei settori per “natura” “vitale”: questa vitalità è presentata già nel primo capitolo.

“…Le dinamiche che affliggono i mercati delle materie prime agricole dagli anni Duemila in poi mostrano un elevato livello di autoreferenzialità… che è una delle caratteristiche principali del sistema finanziario globale contemporaneo. Le oscillazioni dei prezzi si autoalimentano, indipendentemente dallo stato dei fondamenti economici. Di conseguenza, il cibo diventa solo un’altra attività intrappolata in una rete in cui tutto è investimento e opportunità di ricavare profitto finanziario. Quando queste dinamiche si riversano nel mondo delle variabili economiche «reali», tuttavia, gli effetti sono spesso fortemente destabilizzanti…. Più in generale, la volatilità del mercato delle materie prime agricole ha inviato – di giorno in giorno – segnali sistematicamente sbagliati ai produttori, causando talora la semina di raccolti eccessivi che restano invenduti, talaltra una sotto-coltivazione…. Questa comunque non è la fine della storia. La finanza non solo imbriglia il «cibo» in una rete di attività finanziarie tendenzialmente fungibili a fini di investimento, come esemplificato dalla speculazione diretta sui mercati finanziari. Al contrario, la logica del calcolo finanziario si fa sempre più strada nelle stanze dei bottoni delle multinazionali, diventando una delle leve che si celano dietro l’odierna riconfigurazione della produzione di «alimenti» (se tali possono ancora chiamarsi i frutti delle lavorazioni industriali).”
Nel quinto capitolo, “La riprogettazione del cibo in chiave finanziaria si parte dalla fase della “co-produzione”, che qualcuno potrebbe interpretare come “archeologica e bucolica” anche se in essa vi permane un elemento imprenditoriale di tipo familiare o interfamiliare. Infatti si accenna ad un’interazione continua e…trasformazione reciproca” prevedendo una fase di resistenza ed autonomia o di resilienza del mondo contadino. Luigi Russi analizza il profondo cambiamento intervenuto negli ultimi trenta anni nel “lavoro” contadino che ha decretato la fine di quella particolare figura a noi amica negli anni dell’infanzia (le uova, la frutta di stagione, i polli, il coniglio, etc etc etc). Si passa poi a porre in evidenza ad alcune cause di questo allontanamento, come i Regolamenti CE con norme e prescrizioni così precise da non poter essere tollerate dai limitati guadagni delle famiglie che avessero deciso di rimanere in campagna; così come la necessità di far fronte alle esigenze tecnologiche. In questi ambiti ovviamente le forti multinazionali sono riuscite ad inserirsi portando via la “terra” sia per mantenerla in abbandono sia per poterla coltivare attraverso monocolture. Così come vi si inserisce la “grande distribuzione” anche quella che ha statutariamente (ma, lo si sa, troppe volte gli Statuti sono atti di vera e propria ipocrisia) obiettivi cooperativistici.

…continua….

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relaoded “IN PASTO AL CAPITALE” – prossimo incontro a PRATO con l’autore Luigi Russi

“In pasto al capitale – Le mani della finanza sul cibo” di Luigi Russi è una traduzione dall’inglese di Ilaria Mardocco. Il testo originale è “Hungry Capital: “The Financialization of Food” apparso nel 2013 per i tipi di ZerO Books in Inghilterra e di ThreeRiver Publishing in India. Nella “Premessa e ringraziamenti” che segue la Prefazione di Andrea Baranes e precede la vera e propria Introduzione Luigi Russi coglie l’occasione per analizzare la genesi di questa ricerca riandando alla Fondazione “Nuto Revelli” ed al “Festival del ritorno ai luoghi abbandonati” alla quale, dice Luigi Russi, “devo la nascita del mio interesse per l’economia contadina”. E’ infatti da quella che prende le mosse l’analisi del saggio; si parte dal “capitalismo” come “sistema”, da un’analisi dello stesso termine “capitale” come “sineddoche, figura retorica per cui una parte viene utilizzata per indicare il tutto.” Luigi Russi si addentra nei meandri del capitalismo e della finanza ed in particolare analizza “il filo del rapporto tra capitale e cibo” fino al processo di finanziarizzazione che consiste nell’intervento da parte doi interessi economico-finanziari multinazionali su quel tessuto diversificato di forme di relazionalità dal basso allo scopo di assoggettarlo, dirigerlo, governarlo, prtarlo a reddito a vantaggio di poche difficilmente identificabili realtà. L’autore accosta il sistema finanziario al Leviatano di Hobbes, simbolo dello stato accentratore unidirezionale ed irreversibile. La figura del Leviatano è l’unica immagine che accompagna lo scritto ed il riferimento ad essa è frequente. Andando avanti Russi tratta dei “regimi alimentari”: il primo di essi va dalla fine del XIX secolo alla Grande Guerra e contiene “una tendenza a ristrutturare la co-produzione contadina” con “l’introduzione di tecniche industriali contribuisce a riorganizzare l’agricoltura….al fine di produrre i generi alimentari di base per i lavoratori…”; il secondo, che scollina la seconda guerra mondiale, porterà ad “un’industrializzazione onnicomprensiva dell’agricoltura, allo scopo di massimizzare la produzione di cibo”, utilizzando “un misto di input industriali, varietà ibride di semi, monocolture e irrigazione”. Il terzo regime arriva fino a noi e si caratterizza per “il peso crescente del capitale finanziario”; “lo sviluppo delle multinazionali”; quello “delle biotecnologie” e la “crescente diversificazione nella scelta del consumatore, ottenuta dalla grande distribuzione….”.
Mentre leggevo le pagine di Russi, mi fermavo e riflettevo, ricordando anche la mia infanzia nell’isola di Procida e la vita contadina degli anni Cinquanta con quei rapporti sereni, forse un po’ idealizzati dalla lontananza e dalla freschezza degli anni. Nel libro quell’epoca è lontana, ormai apparentemente irraggiungibile: è un tempo nel quale l’economia contadina era quella di base…ed allora mi sono ritornate in mente le parole di un grande, forse il più grande dei “poeti” del Novecento: Pier Paolo Pasolini.

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“Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo! La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, che tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo. Le città finivano con grandi viali, circondati da case, villette o palazzoni popolari dai «cari terribili colori» nella campagna folta: subito dopo i capolinea dei tram o degli autobus cominciavano le distese di grano, i canali con le file dei pioppi o dei sambuchi, o le inutili meravigliose macchie di gaggie e more. I paesi avevano ancora la loro forma intatta, o sui pianori verdi, o sui cucuzzoli delle antiche colline, o di qua e di là dei piccoli fiumi.
La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati); i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così piena di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c’era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo. È vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste. Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po’ rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna? La loro attesa era lunga quanto l’adolescenza — malgrado qualche eccezione ch’era una meravigliosa colpa — ma essi sapevano aspettare con virile pazienza: e quando il loro momento veniva, essi erano maturi, e divenivano giovani amanti o sposi con tutta la luminosa forza di una lunga castità, riempita dalle fedeli amicizie coi loro compagni.
Per quelle città dalla forma intatta e dai confini precisi con la campagna, vagavano in gruppi, a piedi, oppure in tram: non li aspettava niente, ed essi erano disponibili, e resi da questo puri. La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza.
Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari. Erano come presi da una loro ispirazione a violare le leggi, e accettavano il loro destino di banditi, sapendo, con leggerezza o con antico sentimento di colpa, di essere in torto contro una società di cui essi conoscevano direttamente solo il bene, l’onestà dei padri e delle madri: il potere, col suo male, che li avrebbe giustificati, era così codificato e remoto che non aveva reale peso nella loro vita.
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa — e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione — è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l’Italia fascista o distrutta dalla guerra. I delinquenti al potere — sia a Roma che nei municipi della grande provincia campestre — non facevano parte della vita: il passato che determinava la vita (e che non era certo il loro idiota passato archeologico) in essi non determinava che la loro fatale figura di criminali destinati a detenere il potere nei paesi antichi e poveri.”

“SCACCO AL RE” di LAURA NARDI – stasera mercoledì 3 giugno allo Spazio “AUT” di via Filippino 24 in PRATO

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“SCACCO AL RE” di LAURA NARDI – stasera mercoledì 3 giugno allo Spazio “AUT” di via Filippino 24 in PRATO

“Scacco al re” di Laura Nardi edizioni Ibiskos è un “giallo”. Laura sceglie di utilizzare un’esposizione per quadri rapidi sintetici realizzati con periodi brevi e ritmati. L’avvio è solo apparentemente lento, caratterizzato dalla descrizione di un’intimità mescolata alla frenesia, la calma e la concitazione di una preparazione e di un appuntamento cui non si vuole mancare. Non dirò molto di più: è un “giallo” e ne vanno rispettati i canoni. Lo stile di Laura è quello che io chiamo “a zampine di gatto”: procede con lentezza ma procede e poi scatta. Sin da subito il “mistero” comincia ad avvolgere la realtà. L’intreccio è progressivo e tutto infine torna al suo posto. Regine, cavalieri, principesse e fanti si muovono rappresentando ora il “bene” ora il “male” sulla scacchiera dei diversi “destini” che trovano il loro compimento. Il libro è scritto bene, si legge rapidamente perché è in grado di avvincere (legare) il lettore e Laura rivela di essere in possesso di una grande padronanza dei meccanismi tipici del romanzo giallo. Aspettiamo già il prossimo!

g.m.

RIFLESSIONI BREVI (ho già scritto fiumi di parole) SULL’INSUCCESSO RENZIANO NELLE REGIONALI DEL 31 MAGGIO

RIFLESSIONI BREVI (ho già scritto fiumi di parole) SULL’INSUCCESSO RENZIANO NELLE REGIONALI DEL 31 MAGGIO

Basterebbe camminare per le strade, nei mercati, oppure entrare in un Circolo ed ascoltare quel che dicono le persone per comprendere la vera natura della “sconfitta” del Partito Democratico in Liguria così evidente ma altrettanto evidente nelle altre realtà dove si è votato. Basterebbe riflettere solo un attimo sul rapporto astensionismo/percentuali ed andare a leggere il numero dei votanti per comprendere che vi è stato un calo notevole. Un calo inevitabile collegato al particolare “carattere” di questo Governo, che non tollera coloro che contraddicono le sue indicazioni, arrivando addirittura a “dimissionare” gli oppositori “interni” in una delle Commissioni. Tra l’altro si è trattato di personalità anche di spicco del Partito Democratico. Un calo inevitabile laddove si prosegue ad attivare leggi che piacciono soprattutto al Centrodestra ed alle categorie più ricche del nostro Paese e che non affrontano decisamente il nodo della mancanza di “lavoro”, perlomeno quello “regolare” (il “nero” ìmpera). Un calo inevitabile laddove si praticano soluzioni “democratiche” ad usum delphini con le Primarie “apertissime” a 360° – a maglie larghe in modo da acchiappare non solo pesciolini ma anche famelici pescecani. Un calo inevitabile visto qualche segnale “evidente” come il repentino vertiginoso calo di iscritti al Partito dopo le “feste” renziane.
Certo, basterebbe essere un tantino più intelligenti ed evitare altre perdite, semmai recuperando qualcuno degli “scontenti” con un cambio di rotta più aperto e democratico; basterebbe mettersi davvero a disposizione per ascoltare “davvero” (però) le critiche. Credo che ciò non sarà possibile perché, chi possiede un carattere così, difficilmente lo cambia. Ecco: se è così, non si può pensare che la responsabilità della vittoria di ora e di domani del Centrodestra sia di coloro che non si “piegano” ai diktat del Capo. Chi continua a professarlo o è stupido o è incapace oppure – ed è forse (per lei/lui) la migliore condizione – è in malafede.

g.m.

SCACCO AL RE – opera prima di Laura Nardi – anticipazione

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SCACCO AL RE – opera prima di Laura Nardi – anticipazione

Laura la conosco da alcuni anni, da quando insieme a Giancarlo Gisonni partecipava a “Poesia Sostantivo Femminile”. Era il 2004. L’ho incontrata poi di recente alla FIL quando vi ho accompagnato prima Vincenzo Gambardella, autore di “Vinicio Sparafuoco” un romanzo scoppiettante e poi Melania Petriello, una giornalista scrittrice vulcanica che ha parlato del suo “Al mio Paese”. Nel primo incontro Laura, che alla FIL frequentava un “Corso di scrittura creativa” ci annunciava che era in trattativa con una casa editrice per pubblicare un suo romanzo; nel secondo incontro ci confermava che a breve questo sarebbe uscito e che mi avrebbe invitato alla presentazione. Ed infatti l’invito tramite mail è arrivato.

Ho letto il romanzo “Scacco al Re” ed oggi pomeriggio ne scriverò.

G.M.

 

P.S.: La presentazione del libro “Scacco al Re” di Laura Nardi edizioni Ibiskos è prevista per stasera mercoledì 3 giugno ore 21.00 presso lo Spazio “AUT” in via Filippino 24 (a pochi passi da Piazza del Duomo di Prato). A presentarlo saranno il Sindaco di Prato Matteo Biffoni, l’Assessore alla Cultura Simone Mangani e il giornalista Elia Frosini.

 

“LA MUSICA CHE VOLA INTORNO” di Aldo Ferraris – Valtrend Editore – parte 2

 

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“LA MUSICA CHE VOLA INTORNO” di Aldo Ferraris – Valtrend Editore – parte 2

E’ sabato 30 maggio. Sono in treno al ritorno da Pozzuoli. Domattina si vota per le Regionali in Toscana ed io abito a Prato. Ora posso leggere con calma (riesco ad astrarmi dal contesto turbolento di un vagone Smart-Italo) il libro che Aldo Ferraris mi ha cortesemente portato fino a Prato, “La musica che vola intorno”. Il formato tascabile è comodo.  Compatto e graficamente curato, affascinante a prima vista. So già che la storia ha dei riferimenti con il mondo musicale; se non me ne avessero già parlato sia Aldo sia Mario Marotta, che con Mara Iovene dirige la casa Editrice Valtrend (è un suggestivo ed azzeccato acronimo di “Valorizzazione e Tutela delle Risorse Endogene”), lo avrei scoperto leggendo il sottotitolo “Una canzone per piangere, una canzone per ballare”.  Sia Aldo che Mario mi hanno detto anche di più: vi è un contatto in corso con la Direzione del Conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli per attivare un concorso riservato a giovani musicisti e collegato al suo libro. Che è un ottimo compagno del mio viaggio di ritorno. Aldo Ferraris è in possesso di una scrittura finemente sintetica, straordinariamente poetica semplice ma originalissima, collegata sia alle sue abilità poetiche sia alla elaborazione narrativa che egli rivolge soprattutto ai più giovani da molti anni a questa parte. La semplicità con cui procede nel “racconto” è efficacemente arricchita da una straordinaria profondità di contenuti riferiti ai più alti valori morali rappresentati da alcuni dei personaggi della storia che egli ha deciso di raccontarci. L’incipit è fulminante (“La donna ballava”), proprio a dettare il ritmo della narrazione, e scevro da inutili e spesso vuote retoriche. Le immagini si snodano in un “mattino d’inverno napoletano” e la “storia” prende vita. Non siamo in un film anche se Hitchcock ed Ozpetek potrebbero essere punti di riferimento alle loro rispettive “finestre”. Le mie note di viaggio riportano termini come “raffinata”, “gentile”, “elegante”, “fluida”, “di elevatissima sensibilità” e sono tutte riferite alla prosa spesso poetica Di Aldo Ferraris.  Nei primi capitoli  dove la vicenda prende vita impariamo a conoscere i due giovani protagonisti allievi del Conservatorio (Roberto frequenta lezioni di pianoforte e Chiara quelle di flauto) e li seguiamo nei loro tragitti quotidiani lungo le stradine che si snodano e si intersecano nella Napoli antica tra la loro scuola e San Pietro a Maiella, attraverso Piazza Dante, Port’Alba, Piazza Bellini. La musica con le contaminazioni e le commistioni tra classico e moderno, tra reggae, pop e blues, tra indie rock ed heavy metal, tra Pergolesi e gli Almanegretta, tra Carl Reinecke e Bob Marley, tra Skrjarbin e la musica americana della West Coast, è indiscussa protagonista. Ma il libro non è solo incentrato su questi aspetti: è un classico romanzo di formazione che segue il percorso di crescita dei due protagonisti adolescenti, che sono dotati di un carattere che li rappresenta già maturi ed adulti, così come sono entrambi consapevoli delle proprie responsabilità, al contrario di alcuni adulti.

“La musica che vola intorno” è anche un “giallo” con incursioni efficaci nel “mistero” e nell’esoterico “napoletano”  assolutamente però credibili. Molto importante ed attuale è anche tutta la materia dell’integrazione e della multiculturalità in risposta alla xenofobia. E poi ci sono le canzoni una delle quali ispirata a Napoli, città di cui Aldo ha imparato ad amare, grazie all’amore, “le bellezze ed i misteri”. E l’ha imparato così bene da riuscire a coglierne nel profondo l’umanità e la cultura.  L’altra canzone, ispirata dallo “Stabat Mater” di Pergolesi si collega con grande sensibilità alla “storia” narrata. Di entrambe abbiamo i versi che attendono di essere musicati. Ed è questo il senso del Concorso che si sta preparando insieme al Conservatorio di San Pietro a Maiella di Napoli e di chiunque vorrà parteciparvi.

 

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