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NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE – p. 4

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE – p. 4

“Ricordo che nella nostra classe c’erano 15 ragazze e quattro maschietti, buffissimi, imbranati da non credere, che di tanto in tanto si davano delle arie da grandi viveurs ma non accocchiavano mai nulla. Noi eravamo attratte da quelli dell’ultimo anno, che ci facevano la corte, anche se avevamo qualche remora, quando si avvicinava il “dunque?”. Già l’anno precedente, lo ricordo bene, fu un disastro: non si fecero le gite, almeno noi non riuscimmo ad organizzarne, ma ci fu il MakP 100 e noi che eravamo in prima ci andammo per curiosare. E anche allora i nostri genitori avevano accolto il nostro desiderio con qualche perplessità e alcuni di loro si erano coalizzati per controllare senza apparire che lo andassero facendo. C’era anche il sospetto che la curiosità fosse da collegare ad aspetti morbosi. Ma questo in verità lo abbiamo pensato quando eravamo ormai cresciute, almeno io”.

“Quella mattina, proseguiva Rosaria, mi ero addormentata tardi, perché non stavo in me per l’attesa ed avevo faticato di notte, riservando alle ultime ore prima della luce una parte della mia stanchezza. Ma mi svegliai con il canto del gallo, che poi era quello della mia sveglia che mi avevano regalato i nonni materni da bambina, e fui in piedi come un grillo per prepararmi. Mia madre era già sveglia e mi aveva preparato dei panini con la frittata, che erano una delle delizie che mi attraevano di più sin da quando avevo scoperto che erano il pasto preferito da mio nonno, quando da giovane lavorava ai cantieri navali. L’aria quella mattina era limpida; era l’alba. Mio padre mi accompagnò; per strada ci fermammo ad Arco Felice per prendere Elisa, più o meno come faceva gli altri giorni per portarci a scuola.
Ma era molto più presto, stavolta e la giornata era tutta per noi.

Saremmo tornate di sera: la nave, quando arrivammo al porto di Pozzuoli era già pronta, ma non ci permettevano di salire. Bisognava fare prima l’appello; e così ci sistemammo in un angolo dove avevamo visto due dei nostri professori e salutammo mio padre, che si era raccomandato al prof di latino di darci un’occhiata, di non perderci di vista, rassicurandosi sull’orario di ritorno, più o meno verso le 20, poco più o poco meno, aveva detto il prof. La banchina era un caos di ragazze e ragazzi vocianti e solo dopo che i nostri professori avevano completato l’appello, verificando che tutti ci fossero, ci chiesero di stare in blocco e andarono verso la nave, insieme agli altri loro colleghi, che avevano completato l’appello; e poi ognuno di loro chiamava la sua classe ed in fila ci contavano come le pecore facendoci passare per uno stretto varco. Avevamo notato che c’erano altri gruppi classe che si attardavano, e non salirono a bordo se non quando uno dei marinai non disse loro qualcosa che poi capimmo essere una sollecitazione perché il posto dove era la nostra nave doveva essere occupato da un altro dei vaporetti di linea del golfo di Napoli….

….fine parte 4…. continua….

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