ORGANIZZARE LA PARTECIPAZIONE DAL BASSO

ORGANIZZARE LA PARTECIPAZIONE DAL BASSO

Conosco perfettamente i limiti giuridici assegnati agli Enti locali per la istituzione di Circoscrizioni sul loro territorio. Prato ha poco meno di 200.000 (192.492 al 31.03.2017) abitanti e dunque non rientrerebbe tra quei Comuni per i quali “istituzionalmente” è prevista la presenza di Circoscrizioni.

Pur tuttavia, ripercorrendo la storia dei passati decenni, troveremmo che il Decentramento amministrativo in questa città ha funzionato egregiamente fin quando le forze politiche di maggioranza e di governo le hanno tollerate. La pratica della Democrazia partecipata è stata una delle palestre attraverso le quali si è formata una parte preponderante della classe dirigente locale. Ovviamente – e tutti lo sappiamo – la Democrazia è impegno costante: la fatica con la quale le Amministrazioni hanno dovuto far passare le loro scelte, a volte non pienamente condivisibili dai territori coinvolti, hanno indotto a marginalizzare ed a neutralizzare progressivamente il ruolo del Decentramento.

Rispondo a chi ha rilevato che la “partecipazione” è organizzata da Partiti e Sindacati: forse non conosce lo stato di crisi di queste due Istituzioni; forse è convinto che esse siano ancora baluardo di Democrazia. Io vorrei che così fosse ma poiché non sempre lo è mi attivo a rilevarne le contraddizioni. La mia preoccupazione fra l’altro sono “i piatti di lenticchie spesso avariate” che vengono offerte dal Potere (che “può”) a coloro che ne sono affamati (che “non possono”). E’ la battaglia eterna tra chi gestisce il Potere e gli “incapienti ideologizzati”.

L’alternativa (!) alle Circoscrizioni proposta dall’attuale Amministrazione è un meccanismo solo apparentemente democratico che non può essere accolto come prospettiva: propongo di studiare “alternative” democratiche della pratica partecipativa per la prossima legislatura, che vadano a sanare il vulnus che si è voluto creare per umiliare, mortificare la volontà dei territori. Ovviamente, per poter realizzare tali progetti bisognerà attivarsi alla ricerca di risorse “umane” su tutti i territori: a mio parere occorrerà andare al di là – oltre – della strutturazione in 5 aree (macro, come quella che Prato aveva fino al 2014 e che fu fatta “consumare” lentamente) nè tantomeno di quella in 11 quartieri (la stessa San Paolo di cui sono più esperto ed a mo’ di esempio potrebbe essere suddivisa in tre: Borgonuovo, San Paolo e via Filzi-via Pistoiese). Ogni frazione o sotto-frazione dovrebbe avere una “struttura” a base volontaria, ma parliamone meglio. E soprattutto fuori il coraggio e senza paura! La Democrazia non ci può far paura.

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PROVE DI DIALOGO sulla Sinistra (dal 2014 a oggi)

PROVE DI DIALOGO sulla Sinistra (dal 2014 a oggi)

Il mio blog è un luogo nel quale esercito la mia cittadinanza attiva e le mie passioni culturali. Negli ultimi tempi, deluso profondamente dalla deriva personalistica del Partito che ho consapevolmente contribuito a fondare (la consapevolezza, se si vanno a leggere le fasi che hanno contraddistinto la nascita del PD e le mie posizioni, è stata sempre caratterizzata dalla mia presenza critica: il PD nasceva per superare le criticità delle forze politiche, con il desiderio di ampliare il confronto democratico a Sinistra, e le mie battaglie sin dal 2007 si sono indirizzate verso quell’obiettivo, avendo rilevato già in anticipo molte tra le tantissime contraddizioni presenti, che avrebbero finito per mortificare l’impegno onesto di tantissimi militanti a vantaggio di poteri locali resistenti e reazionari), mi sono impegnato insieme ad altri vecchi amici e compagni a lavorare per la costruzione di una possibile Alternativa di Sinistra a partire dai nostri territori.
Trovo utile, però, ricostruire alcune fasi, senza partire da tanto lontano. Cercherò di avere il tempo per parlare delle mie esperienze nella fase di avvio del PD in altra occasione.
Nel 2014, allorquando già il mio rapporto con il PD era logorato, nell’approssimarsi della campagna elettorale per le Amministrative (il Comune di Prato era governato da una Giunta di Centrodestra) alcuni di noi – io e miei amici-compagni – ci avvicinammo (invitati peraltro a farlo, avendo acclarato il nostro malessere) alla “galassia” della Sinistra che si riuniva in preparazione dell’appuntamento elettorale. Eravamo considerati, a conti fatti, portatori (non del tutto) sani di un virus particolare contratto evidentemente nell’atto fondativo del PD, per la qual cosa non ci sentivamo del tutto a nostro agio, anche se cercammo, stimolati a partecipare in modo concreto, di proporre una modalità di confronto che avevamo praticato con successo sui nostri territori, e che fu immediatamente bloccata senza tante spiegazioni, forse perchè “infetta”.
Quello che accadde dopo, e forse spiega il rifiuto di un nostro specifico contributo troppo chiaramente “alternativo”, è scritto sul web ( http://www.po-net.prato.it/elezioni/2014/ ).
Consultatelo per andare avanti, in tutti i sensi.

Di certo ricordo bene gli inviti di Diego Blasi a noi reprobi piddini per riportarci all’impegno. Ma dove? All’interno di un percorso apparentemente alternativo ma parallelo e subalterno al Partito Democratico. Infatti la Sinistra (Sinistra, Ecologia e Libertà – SEL e Federazione della Sinistra) non si pose in alternativa al PD ma ne sostenne il candidato Sindaco Biffoni.
Andate a scorrere i risultati delle due liste e troverete le risposte alla necessità di un soggetto alternativo al PD, ancor più oggi dopo le ”prove” pessime di un’Amministrazione che non ha mai nascosto il suo sguardo più attento al consenso delle Destre piuttosto che a quella parte che doveva essere naturale punto di riferimento di una forza che nasceva per rafforzare la partecipazione democratica alla ricerca di una maggiore equità sociale: la Sinistra democratica e progressista.

La recente discussione sul nome potrebbe però essere a questo punto e nuovamente (nessuno di noi auspica la ripetizione del percorso del 2014) una delle cartine di tornasole sulle paure e le contraddizioni dell’attuale Sinistra con la quale abbiamo accettato di confrontarci e nella costruzione della quale vogliamo essere partecipi e protagonisti. Segnare il territorio ideologico (troviamo che sia una vera e propria “baggianata” ad uso dei creduloni, e purtroppo ce ne sono tanti in buona fede, questa idea che le ideologie siano tramontate) è fortemente necessario per la creazione di un’identità che serve più all’esterno che all’interno. Probabilmente è molto più importante, per chi propone tale soluzione, il non inserimento del termine “Sinistra” piuttosto che per coloro che vi si oppongono ribadendo la necessità di contraddistinguersi: non si sa mai che qualche epigono-peduncolo del PD in sede di competizione elettorale non tiri fuori nella sua denominazione occasionale una pseudo appartenenza alla Sinistra!
In verità ciò che sarebbe più urgente è un progetto che, partendo dalle infinite criticità dell’azione amministrativa e dalle mancanze democratiche sui nostri territori, segni irrevocabilmente la differenza tra PD e SINISTRA.

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NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo ARCI dove Gipo e Rosaria quella sera avrebbero presentato un collage di immagini e letture sul tema del “Cibo” con assaggi gastronomici.
Erano le 20.40; Gipo, che era di casa e si era presentato sul posto in anticipo, aveva sistemato i materiali tecnici per la performance ed apparecchiato i tavoli dai quali i suoi collaboratori avrebbero poi letto e recitato alcune poesie sull’argomento.
Gipo era a Prato da più di trenta anni e proveniva dalla zona flegrea; si era sempre occupato di Cultura, sia nella sua professione di docente sia nella sua attività politica sia ancora in quella di tipo amatoriale ora che era in pensione.
Rosaria era molto più giovane di Gipo e quasi certamente l’incontro tra i due era stato aiutato dalla loro provenienza dai luoghi del mito classico, da cui è nata la principale tradizione storica del nostro Paese.
Lei era di Bacoli, lui di Pozzuoli.
Era stato un puro caso a farli incontrare: quella sera di settembre inoltrato sui gradoni del Serraglio, dove si svolgeva un happening di letture, Gipo aveva in un primo tempo scelto un brano da “Le ceneri Gramsci” di Pasolini ma si era trovato in un programma dove di norma tutti sceglievano liberamente ed in tanti altri avevano proprio privilegiato il poeta friulano; Gipo aveva però previsto – lo faceva sempre con la consapevolezza dell’imprevisto – di leggere qualcosa d’altro ed aveva con sè una gustosissima poesia di Raffaele Viviani, autore al quale aveva dedicato molto nella sua giovinezza partenopea. E la lesse, intonandola in modo tale che potesse essere, con l’aiuto della mimica facciale, più comprensibile possibile a tutto l’uditorio in gran parte toscano.
Al termine della serata, Rosaria si fece avanti, complimentandosi con l’anziano Gipo ed utilizzando quella inflessione molto particolare dei “bacolesi” non facilmente ripetibile nelle trascrizioni: “Sei stato molto bravo, anche la mia amica che è di qui, ha capito la descrizione del vicolo napoletano”. Altri si complimentarono chiedendo che vi fossero occasioni ulteriori per risentire quelle gustosissine descrizioni popolari degli ambienti napoletani.

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Erika quella mattina di ottobre prendeva il treno dei pendolari: era una giovanissima ragazza dai lunghi capelli biondi ed un sorriso smagliante. Gipo non ricordava quando l’aveva conosciuta; probabilmente durante gli happening poetici da lui proposti per anni e anni, ma non ne era sicuro. Tuttavia Erika aveva una passione fortissima verso il teatro e si era già cimentata egregiamente in un “musical”. Gipo accompagnava a quell’ora la figliola alla stazione ed il binario era stracolmo di gente varia, tante sconosciute e qualche faccia nota, qualcuna da salutare, qualche altra da schivare. E quel giorno c’era anche Rosaria, alla quale, dopo averla salutata amichevolmente, Gipo presentò la figliola. Erika non si era accorto di Gipo ma, non appena lo vide, gli si avvicinò. “Che piacere! Sei anche tu qui a quest’ora. Cosa stai combinando con il teatro?”. Erika sorrise e spiegò a Gipo che aveva avviato un progetto con una residenza per anziani autosufficienti e che aveva scritto un suo testo e lo stava preparando con gli ospiti di quel luogo per le feste di Natale. Fece anche il nome di altri suoi collaboratori che Gipo ben conosceva e poi: “Avrei bisogno di una figura femminile matura. Ne hai – gli chiese, consapevole dell’esperienza del suo interlocutore – qualcuna da suggerirmi?”

….nebbia che scende nebbia che sale…. fine parte 1…….continua

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RIFLESSIONI sulla Sinistra

RIFLESSIONI sulla Sinistra

Stiamo lavorando per costruire una nuova formazione più che civica nell’ambito della Sinistra, una Sinistra nuova che guarda anche a quella società “di Sinistra” che non riconosce più la sua appartenenza a quella che fu nella seconda parte del primo decennio del nuovo secolo la costruzione del Partito Democratico; una Sinistra che impari dagli errori suoi e da quelli delle altre forze che declinano il proprio operato mantenendo alla base di esso i valori fondamentali della giustizia sociale, della libertà, della laicità, della Democrazia.
Abdicare a riconoscersi apertamente nella Sinistra anche soltanto nella denominazione andando alla ricerca di un termine che sia un amo da lanciare ed un surrogato da propinare è un atto fondamentalmente “ipocrita”, costruito soltanto per limitare, senza approfondirne le ragioni, il pregiudizio spesso fondato verso una forma di elaborazione politica che non va molto al di là della “professione di fede”, e ne evidenzia denunciandolo spesso in modo schizofrenico l’aspetto utopistico ed autoreferenziale.

Per valutare il valore dell’attuale Sinistra pratese e per operare un raffronto scientificamente corretto occorre riferirsi agli ultimi risultati delle Amministrative del 2014.
Andateli a guardare e capirete intanto quanto valga una forza politica che si appiattisca su un carrozzone guidato dal Partito Democratico; allo stesso tempo andate a guardarne i programmi: nulla di nuovo e diverso rispetto a proclami generici che utilizzano parole che hanno una forza meramente ideologica e per niente innovativa: non si dialoga ma ci si parla addosso.
Sono convinto che da questo punto di vista occorrerà partire dalla gente; va benissimo la fase di costruzione della nuova formazione all’interno di gruppi ristretti, ma non possiamo continuare a parlare tra di noi rimanendo fermi nei nostri centri “di gravità permanente”, lo so, nè più nè meno così come per ora vado facendo io.

Di certo occorrerà attenuare i personalismi: ce ne sono fin troppi. Porto un esempio concreto.

Seguo le chat con grande difficoltà, ma partono treni a tutte le ore, inseguendo semplicemente le urgenze. E non c’è un senso comune che le coordini, le diriga, ne riesca a sanzionare gli eccessi, a indirizzarne le risorse e valorizzarne i meriti.
In verità, se c’è un’egemonia è quella della “confusione” che non può essere tollerata: la “Democrazia” non è “Anarchia”, anche quando si aggiunga loro la caratterizzazione ideologica “di Sinistra”.
E’ di certo il limite delle tecnologie contemporanee.

Infine, chiudo (il post deve avere una sua brevità) chiedendo a coloro che hanno considerato “tranchant” il mio giudizio sull’attuale Sinistra di Prato (ma non è diversa la realtà altrove) o che non si sono detti d’accordo con me di spiegare meglio il loro pensiero, sostanziandolo di pragmatismo. Le mie critiche non sono originate dalla volontà di sostituire chicchessia: piuttosto – lo dico con chiarezza – la mia preoccupazione è che si valga ancora una volta come il “due di picche” e che non si riesca a contare in questa città, in questo Paese se non come appendice inutile di altre forze politiche. La mia preoccupazione è che si vada a sterilizzare una parte di elettorato “fastidioso” e che poi siano sempre i soliti ad occuparsi della “cosa pubblica”.

My name is Joshua

LA SINISTRA deve essere in grado di…..

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l’immagine in evidenza rappresenta l’allontanamento di quelle classi sociali dalla Sinistra! Diamo loro ascolto e voce!

LA SINISTRA deve essere in grado di…..

LA SINISTRA deve essere in grado di rinnegare molte delle pratiche che ha prodotto, che si sono sempre più contraddistinte in forme ideologiche radicali che non riescono a dialogare con la maggioranza della gente, soprattutto quella parte che non esiterebbe a collocarsi in una posizione democratica e progressista.

Continuo a difendere l’identità della SINISTRA, basata sui suoi principi e valori, ma vedo la profonda necessità di attivare una fase critica che sappia analizzare gli errori strategici, che i suoi sacerdoti spesso commettono, vantandosene.

La capacità di inclusione politica deve essere ampia, altrimenti la SINISTRA continuerebbe ad essere operazione ideologica accademica marginale.

Il Partito Democratico non è in grado di produrre un vero rinnovamento, impastoiato come è all’interno di meccanismi di tipo economico-finanziario che limitano l’azione di coloro che non accettano la mutazione genetica renziana.

E’ per questo che occorre saper ascoltare il mondo che ci circonda ed essere capaci di parlare a quelle compagne e compagni, a tutte quelle persone che ancora si ostinano a mantenere un rapporto interno o esterno con quella leadership.

Per poterlo fare, bisogna cambiare strategia, mantenendo ben dritta la barra dei principi e dei valori fondamentali, a partire da quelli scritti con il sangue dei partigiani nella Carta costituzionale e puntando verso obiettivi che realizzino l’equità sociale, la valorizzazione dei meriti, il giusto riconoscimento delle competenze, un livello di “Democrazia partecipata” che non sia soltanto di facciata.

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Il mondo cambia, cambia la Sinistra

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Il mondo cambia, cambia la Sinistra

http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/04/26/news/licenziato-per-furto-ma-troppo-tardi-deve-essere-riassunto-1.15249713

Sono in tanti a sapere che alcuni di noi, di certo il sottoscritto, hanno voluto che nei documenti programmatici prima e poi nel nome della nuova formazione “unita” che abbiamo avviato a creare nei mesi scorsi (ben prima che ci fossero Art.1 MdP o Campo Progressista), vi fosse la dizione “Sinistra”.
In verità nelle due occasioni in cui ci siamo incontrati sia a San Paolo che a Paperino sono stato io a formulare la proposta, votata poi a maggioranza, credo qualificata, dei presenti. Chi vi si opponeva non era certamente appartenente alla Destra o a settori moderati; credo che nei loro ragionamenti forte fosse la preoccupazione del discredito o – se vogliamo essere meno catastrofici – del pregiudizio di una larga parte dell’elettorato progressista nei confronti della Sinistra. E forse non si è mai ragionato apertamente delle ragioni di tali dubbi e probabilmente, affinchè non sia troppo tardi, è l’ora di analizzarne alcune per illuminare meglio il nostro cammino.

Su “Il Venerdì” del 12 maggio un piccolo trafiletto in fondo a destra della pagina 47 riporta un caso sul quale dovremmo poter discutere in modo aperto. Lo riassumo, prendendolo però solo come punto di riferimento: “Un dipendente di un negozio viene scoperto mentre sottrae beni dal luogo di lavoro. I titolari gli inviano la lettera di contestazione il 19 marzo 2013. Per rispondere, il dipendente ha impiegato otto giorni: la sua giustificazione è arrivata il 27 marzo. A questo punto la lettera di licenziamento della società viene spedita il 22 aprile, ben 11 giorni dopo i quindici previsti dal Contratto Nazionale di lavoro. Il giudice ha annullato il licenziamento ed ora il dipendente dovrà essere riassunto.”

Non c’è segnale di discussione sul “merito”, ma soltanto interpretazione della legge in modo rigido. Poichè certamente i Sindacati si ergeranno a difesa del lavoratore che tuttavia non si difende sui termini dell’accusa, ed è “dunque” ladro confesso, questo è un modo di essere della Sinistra? Lo chiedo perché se ne possa discutere, ma “ovviamente” la mia opinione è che chi sbaglia debba essere sanzionato ed a maggior ragione, se si interrompe il rapporto di fiducia tra l’imprenditore, l’artigiano, il privato professionista ed un suo dipendente, non sia nella maniera più assoluta possibile ascrivere alla Sinistra la difesa “tout court” ed a prescindere dal reato. Sarebbe assurdo costruire intorno all’atteggiamento illegale un’aurea antropologica che finisca per discriminare una delle due parti, semmai quella che consideriamo “non di Sinistra”, attingendo alle memorie antiche di un rapporto meramente conflittuale tra la classe borghese capitalistica e quella operaia.

Scrivo questo post anche perché, avendone pubblicato ieri un altro ed avendolo inviato in diretta su una chat, “Alternativa 19”, mi sono state rivolte benevoli critiche in relazione alla mancanza di una vera e propria volontà da parte delle forze politiche di costruire un livello di partecipazione attiva diffusa sui territori. La critica, ripeto “benevola”, rilevava che esistono Partiti e Sindacati che organizzano la partecipazione, aggiungendo che anche il nostro “A SINISTRA” ha questo scopo ed in qualche modo lo sta attivando.
Penso che sia solo in parte vero, anche perché – bisogna fare attenzione a quel che dico – una vera e propria partecipazione non pone limiti e raccoglie dubbi, perplessità, interrogativi alla ricerca di soluzioni che devono necessariamente appartenere alla Sinistra con i suoi fondamentali principi e valori ma non per questo debbono essere declinate in modo acritico ed innovativo.

Il mondo cambia, cambia LA SINISTRA! ma è pur sempre SINISTRA! senza alcuna paura di menzionarla!

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LA FARSA DELLA PARTECIPAZIONE

LA FARSA DELLA PARTECIPAZIONE

Le forze politiche, quando si avvia un percorso amministrativo, si avvalgono di un uso di parole come “partecipazione”, “ascolto”, “coinvolgimento” e sinonimi vari a sostegno del loro concetto di “democrazia”. Spesso questo è un modo di mettere in scena il cosidetto “teatrino della Poltica” che finisce poi per far allontanare sdegnati i migliori cittadini, che lasciano campo libero ai “pescecani” ed ai creduloni. I primi sono coloro che sperano di poter raccogliere quanto più possono della melma che rimane, i secondi invece si attestano a far da manovali semplici, portatori d’acqua.
La partecipazione dovrebbe essere l’anima della Democrazia, ma quando essa si sviluppa come dovrebbe finisce per essere fastidiosa ed insopportabile per coloro che hanno già fissato in stanze segrete i limiti del loro agire. In effetti, questi limiti sono dettati da organismi leciti ed illeciti esterni che tendono a condizionare l’azione politica dettando le scelte da compiere, seguendo più che gli interessi collettivi quelli della finanza privata. Tale è non solo quella che fa riferimento a gruppi economici imprenditoriali ed immobiliari ma anche quella che si connette ad un associazionismo cooperativo multicolore che, per sopravvivere, deve attingere necessariamente alle provvigioni pubbliche.
La partecipazione vera, cioè quella che non conosce steccati, rischia di far fallire quegli obiettivi e dunque non può essere consentita “oltre” il necessario “maquillage” progettuale.
Questo accade nella nostra città, care amiche ed amici, ma non si può pensare che “così va il mondo” e far finta di niente.
A Prato, alcuni di noi lo hanno denunciato da tempo, è stata fatta fallire miseramente l’esperienza del “decentramento”. E le ragioni sono esclusivamente, non quelle del suo costo, il livello di “democrazia partecipativa” che aveva attivato sui territori.
Di questo dobbiamo parlare.

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IL DOMINO LETTERARIO riparte….

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SIGNORE E SIGNORI riparte “IL DOMINO LETTERARIO” con la riproposta di uno dei libri che fu presentato a fine 2015 al Circolo San Paolo

IL DOMINO riparte dallo spazio AUT
Alle 20 di mercoledì 24 maggio ci sarà un pre-incontro con aperitivo e poi alle 21.00 partirà la presentazione del libro di Mauro FONDI “ANGIOLINO si doveva chiamare Benedetti” con Chiara Gori e Giuseppe Maddaluno

Qui di seguito la recensione del libro (la foto di copertina è opera di CHIARA GORI)

AngiolinoUn libro si legge se vi è la curiosità di approfondire il tema che viene annunciato dal titolo e dalla copertina; un libro si legge perché l’autore te ne fa omaggio e ti sei impegnato a presentarlo in una delle prossime occasioni; un libro si legge perchè l’amico che lo ha letto te ne parla così bene da spingerti a farlo; un libro si legge perché dopo le primissime pagine ti prende la voglia di continuare e continuare e continuare…a leggerlo fino alla fine. Diciamo così: il libro che Mauro mi ha portato durante uno degli incontri politici delle ultime settimane, quegli incontri ai quali si partecipa per poter capire quali speranze ha il nostro Paese, quegli incontri nei quali si entra con ottimismo ed entusiasmo e se ne esce (questo accade a me, ovviamente) con delusioni e pessimismo, è appunto “ANGIOLINO si doveva chiamare Benedetti” che giovedì sera Chiara Recchia sotto l’occhio e l’orecchio vigile del sottoscritto presenterà al Circolo ARCI San Paolo in via Cilea 3 a Prato. Mauro ha presentato questo libro già in altre realtà cittadine e credo non solo cittadine ma io non ho avuto occasione di assistervi. Peraltro nell’ultima presentazione a “L’Hospice” in Piazza del Collegio sono arrivato ma ho preferito eclissarmi per evitare di dover ripetere qualcosa che avrei potuto sentire (sono fatto così, voglio rischiare di dire le stesse cose ma non voglio che mi si dica che ho copiato). Mauro poi si è lamentato perché nessuno gli pone critiche negative e rilievi ed allora in coda all’incontro di presentazione del libro di Giardi e Mannori alla Libreria Mondadori gliene ho proposta una: la suddivisione in quadri separati della vicenda non mi convince del tutto. Ma, per davvero, questa critica è poca cosa rispetto all’intero impianto narrativo del suo romanzo. Piuttosto avrei bloccato il titolo con ANGIOLINO e non avrei aggiunto altro.

Questo lavoro di Mauro Fondi è un tipico esempio di romanzo di “auto-Formazione” strutturato per quadri ognuno dei quali ha un titolo. Esso è il risultato di una ricerca delle proprie radici e rappresenta un utile esempio per quanti altri (e davvero ce ne sono tanti e sono ancora pochi) vogliano accingersi con modalità simili o diverse a ricostruire la propria storia, vangando e rivangando i territori del passato, quello degli antenati vicini così simili ai nostri. La storia di Angiolo ed Annunziata dalla quale prendono il via le epiche e drammatiche vicende narrate e quella dei loro figli rappresenta anche il movimento della gente comune, quella di tutti i tempi, quasi sempre – ma non solo – la più povera.

Scritto con un linguaggio piano, semplice, mai complesso o involuto, ci mostra a pieno i connotati principali di un popolo operoso nel bene o nel male (lo sfruttamento minorile o il contrabbando) come quello toscano, ricco di quella particolare cultura contadina che mette in evidenza la pratica del fare.

Tutti i protagonisti dai più ai meno importanti fanno emergere l’orgoglio del loro lavoro o del loro impegno sin dall’avvio del romanzo nel prologo, e via via lungo l’intero percorso della vicenda che prende inizio da una provvidenziale agnizione nel senso più classico del genere mitologico e favolistico. Mauro Fondi assume i panni ed i connotati del vecchio Ettore, un vagabondo prima per necessità e poi per scelta che assomiglia molto ai vecchi saggi narratori cha hanno fatto la storia delle contrade toscane fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Mauro come Ettore conduce per mano il lettore alla ricerca del passato per riportarlo poi al presente.

Non vi dico null’altro perché la storia è molto ricca ed articolata e va gustata in modo diretto.

Intanto se volete approfittare per sentirla (o risentirla) potete venire allo Spazio AUT di via Filippino 24 a Prato Mercoledì 24 maggio p.v. alle ore 20.00 Sarete benvenute e benvenuti!

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LE IDEOLOGIE nel corso dei tempi (una riflessione su “legittima difesa”)

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LE IDEOLOGIE nel corso dei tempi

Bisogna avere il “coraggio” di ri-discutere, al costo di rompere gli schematismi “ideologici”. I tempi sono cambiati e non si può essere sempre gli stessi in ogni tempo.

Le ideologie non possono essere cristallizzate: in quel caso diventerebbero poco meno o poco più che dogmi. Esse vanno sempre contestualizzate con i tempi; la loro base, fatta di valori prioritari, deve essere sempre la stessa, come le fondamenta delle nostre abitazioni. Ma i rami dell’albero devono poter vivere l’aria del loro tempo, della loro stagione proprio per evitare di far rinsecchire le radici. Le pretese strumentali di coloro che si sono accaniti contro le ideologie per organizzare i loro tornaconti, di quelli che assumono come linea di riferimento l’esclusivo pragmatismo mercantile non fanno altro che sostituire alle ideologie storiche un’altra ideologia. Pur tuttavia coloro che invece difendono tout court le vecchie ideologie rifiutando di metterne in discussione alcuni aspetti non fanno altro che assumere una posizione di mero conservatorismo antistorico.
E’ del tutto evidente però che coloro che perseguono fini antideologici pur volendo apparire riformisti e rivoluzionari vanno nella maniera più assoluta segnalati e denunciati apertamente alla pubblica opinione quali demagoghi e mentitori.
Mi soffermo a questo punto sulla vicenda della “legittima difesa”; è del tutto evidente che chi assume un ruolo di attacco alla proprietà privata lede principi e valori fondamentali la cui limitazione non può essere tollerata in un consesso civile. Negare ai cittadini l’uso legittimo della difesa di pari entità significa negare l’esistenza del valore della libertà e dell’uguaglianza: un cittadino attaccato nella sua proprietà non può assistere inerme a tale violenza e lo Stato deve garantire tale principio, innanzitutto prevedendo una legge giusta per chi trasgredisce, per i delinquenti di ogni tipo. Trovo molto debole l’idea che con una legge simile si diffonda indiscriminatamente l’uso delle armi; se al ladro che attenta alla libertà di un individuo si contrappone, ad esempio, il lancio di un oggetto contundente, o una lama di coltello invece che un colpo di pistola, nulla cambia, nulla deve cambiare. Non sarò certamente tra quelli che di fronte ad una legge che tuteli l’uso legittimo della difesa in occasioni come quelle degli ultimi tempi corrano a richiedere il porto d’armi; anzi credo che debba essere fortemente limitata tale concessione a chicchessia, con un impegno non solo scritto da parte dello Stato ad incentivare al massimo la pena, verificandone la certezza, ai trasgressori sia della parte offendente che della parte offesa.
La maggior parte dei reati contro il patrimonio privato è opera di delinquenti già noti, liberi di scorazzare impunemente con la consapevolezza di poter disporre di leggi poco efficaci nell’ambito delle limitazioni della loro libertà, vedasi la paradossale vicenda di Igor, criminale conosciuto ma non per questo costretto dalla giustizia ad essere neutralizzato nella sua attività delittuose.
E d’altronde con molti di questi personaggi vale poco l’aspetto rieducativo, peraltro generalmente discutibile nell’attuale legislazione carceraria.
Ho scritto queste note, facendole precedere da una riflessione sulle ideologie e sui valori; e l’ho fatto consapevolmente, in quanto non trovo disdicevole affrontare la tematica della “legittima difesa” ribadendo il valore della libertà, quello dell’onestà, e per giunta quello della solidarietà: chi è povero, chi lo è diventato, chi è giunto da noi attraversando le miserie della nostra Storia contemporanea ha diritto di essere assistito anche dalla compartecipazione di tutti noi, singoli ed associati. Gli altri, no: soprattutto coloro che scelgono la via della violenza, quasi sempre senza avere quei bisogni primari di cui sopra, vanno fermati. Lo deve fare lo Stato, prima che i cittadini; ma se lo Stato non è capace di farlo si corre il rischio che lo facciano “comunque” i cittadini. Ed una legge che sia giusta, non ambigua ma forte nella certezza della pena, è più che opportuna: una legge che limiti gli abusi, che limiti soprattutto la necessità di interventi personali.
Ecco, pensare che una proposta di questo tipo sia di Destra e non di Sinistra è una delle tante aberrazioni falsamente ideologiche.

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L’UOMO DEL FUTURO di Eraldo Affinati

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L'uomo del futuro

L’UOMO DEL FUTURO di Eraldo Affinati

Una serie di “illuminazioni” progressive ed una ricerca di se stessi rincorrendo un “maestro” dell’anima e della mente, qual è don Lorenzo Milani. Questa è la sintesi, questo il senso ultimo per me de “L’uomo del futuro” di Eraldo Affinati.
Una “sintesi” che prende il via da una breve introduzione esplicativa con un “viaggio”, quasi assimilabile a quello del Sommo poeta nel tentativo di recuperare le ragioni della propria esistenza. Si parte da Barbiana ma poi si ritorna in modo alternato tra le strade di don Milani come le tante stazioni di una Via Crucis contemporanea ed una rivisitazione dei luoghi simbolo dell’esperienza pedagogica dell’autore che, non dimentichiamolo, è innanzitutto un insegnante che stimola i propri ragazzi ad interrogarsi e tentare di superare i dubbi esistenziali attraverso continui ragionamenti.
Accanto a riferimenti diretti agli scritti di don Milani e della sua “fabbrica” delle idee troviamo collegamenti letterari di primo livello ed invenzioni letterarie altrettanto eccelse, veri e propri sprazzi poetici. Nel corso del suo pellegrinaggio, Affinati incontra anche persone vive come alcuni “ragazzi” di Calenzano e la mitica Adele Corradi; e rivisita luoghi lontani, le diverse “Barbiane” nel mondo, dove inconsapevolmente si riproducono meccanismi assimilabili pur nelle diverse condizioni ambientali alla “scuola donmilaniana”, come nel Gambia, ai margini di una foresta, o a Berlino in una scuola per adolescenti in crisi; o in Marocco, dove l’autore incontra un vecchio maestro cieco, Sharif, insieme a due suoi allievi, Omar e Faris; o ancora a Pechino dove incrocia una suora cristiana, Mary, ed un gruppo di giovani maestre volontarie “con le treccine e gli occhialetti”. E, poi, in India, a Benares, trascinato dal risciò di Babu, sulle tracce di madre Teresa, in mezzo alla sofferenza dignitosa di corpi stracciati dalla lebbra e da altre patologie, dai quali riescono a sgorgare a volte versi poetici, che all’autore appaiono “come una preghiera: “Perché i cadaveri bruciano? Il sole li ha incendiati. / Perché noi siamo piccoli? Il mondo deve accoglierci tutti./ Perché Haroun ha perso una gamba? Gliel’ho mangiata io./ Perché i gatti non dormono? Lo fanno con un occhio solo. / Perché le donne piangono? Devono dare acqua alla terra.”

Il viaggio di Affinati prosegue poi verso il centro America nella Città degli angeli, che non è quella nordamericana del Pacifico ma quella delle “highland” messicane dove incontra Ramiro, giovanissimo prete colombiano impegnato nel recupero dei “ninos de rua”, ragazzi di strada “i ragazzi difficili, quelli che o non vogliono crescere o lo fanno male”; e poi sulle rive del Volga dove, ripercorrendo idealmente le pagine de “L’obbedienza non è più una virtù” si incontra Ivan, la cui scelta antimilitarista nasce dalle esperienze traumatiche vissute in diretta nella guerra contro i Ceceni. Il viaggio oltre Barbiana si concluderà alla ricerca di altri preti, a Roma; ma prima c’è il ricordo di Hiroshima e dell’incontro con Okamoto Toshiyuki, uno dei sopravvissuti al disastro nucleare del 6 agosto 1945: è un ricordo ancora straziante, in contrasto con la normalità dello scorrere della vita, così come poteva essere quella dei giorni e delle ore precedenti a quel tragico evento.

Ho scritto un post ieri nel quale accennavo alla presunzione di alcuni autori nella volontà di inserire nei loro testi tutto, proprio tutto, rinunciando alla sintesi. Il “mondo” che Eraldo Affinati ci rappresenta è nella maniera più assoluta una “sintesi” davvero preziosa delle conoscenze e dei richiami all’esistenza ed alla presenza immanente dell’opera di don Lorenzo Milani, “uomo del futuro”.

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