PERCHE’ NON CI SI VUOLE CHIAMARE “RAZZISTI”, SE LO SI E’?

PERCHE’ NON CI SI VUOLE CHIAMARE “RAZZISTI”, SE LO SI E’?

“No, io non sono razzista, ma…” e giù una lunga serie di argomentazioni che riguardano proprio il “razzismo”. In pratica, si scopre la propria “natura” ma non la si vuole riconoscere; è la scoperta di essere “diversi” da come si è sognato di diventare: allo “specchio” si scoprono rughe profonde che identificano le persone che non vorrebbero però possederle. In certo qual modo, però, questo modo di essere diventati che apparentemente non viene accettato è una sorta di autogiustificazione culturale che denuncia l’incapacità di approfondire le questioni, quella di variarne le possibili soluzioni, subendole in modo passivo, acquiescente e supino. E’ l’autodenuncia di un livello culturale di bassissimo profilo di cui gran parte dei nostri cittadini sono portatori. Il nostro incontro quotidiano con le realtà extracomunitarie è essenzialmente collegato ai giovani “neri” che ci salutano, moderni “clientes”, alle porte di alcuni negozi con il cappello in mano, oppure quelli che lungo la strada protendono delle cianfrusaglie ( un accendino, un pacchetto di fazzolettini, un ventaglio – se fa caldo – un ombrello se sta per piovere ); su alcune strade li si incontrano perché offrono i loro servigi a piccoli sfruttatori negrieri moderni, in cambio di pochi euro e forse di un pasto per poi tornare nei loro maleodoranti e scomposti giacigli, quelli di cui non si vogliono vedere i contorni ma indignano quando ce li presentano e rappresentano nei vari dossier giornalistici e televisivi.
“Io non sono razzista, ma…aiutiamoli a casa loro!” ecco la frase che più di tutte rileva il tasso di razzismo dilagante in una società che si dice “cristiana”: quella società che è disponibile a partecipare semmai a quelle forme di campagne di sostegno a distanza, che ha pianto quando era “giovane” per i bambini del Biafra, ha applaudito i Pontefici per il loro impegno “terzomondista” ma che non si occupa politicamente in modo serio di affrontare per risolvere gradualmente ma più rapidamente possibile le condizioni di queste comunità. Non possiamo continuare ad essere insensibili a questi eventi, perché essi ci travolgeranno, scombussoleranno la nostra società, ma non perché questi popoli siano aggressivi o che abbiano un progetto di “invasione” (queste “amenità” lasciamole alla strumentale propaganda di Salvini e altri come lui, M5S, Fd’I., Forza Nuova, Casa Pound ed i sedicenti “non razzisti, ma…”), ma piuttosto perché tutta l’organizzazione dei loro movimenti dalla profonda Africa, dalla vicina Asia, attraverso i deserti ed i mari alle rive del Mediterraneo nostrum fino ad arrivare alle nostre “porte” reali, è connotata da interessi colossali che solo con una Politica seria che si occupi dell’accoglienza senza “business” noi riusciremmo a regolare ed a condurre verso soluzioni positive per tutta la nostra società. E’ fin troppo chiaro che la legislazione fin qui proposta da Destra e da quella che si dice Sinistra ha soltanto tamponato gli eventi guardandoli, come spesso fa con altri accadimenti come i terremoti , sotto l’ottica dell’emergenza.
Quelle persone che noi incontriamo sono uomini e donne come noi, amano ed odiano come noi, mangiano e bevono come noi, ridono e piangono, cantano e danzano, giocano insieme ai loro compagni ed ai loro figli come noi, corrono, saltano, ascoltano e parlano anche la nostra lingua; e lavorano, vogliono ordinare la loro vita alla pari di quella nostra, e pregano il loro Dio come fanno tanti di noi. L’aiuto che va dato non è quello pietistico delle buone “dame” che si battono il petto per espiare i loro peccatucci; è quello essenzialmente del Potere che noi abbiamo di poter regolare i nostri giorni futuri e non in senso repressivo ed oppressivo. A me con tanta ironia davanti a momenti drammatici la vicenda di Roma mi ha ricordato “Anche le formiche si incazzano”….
ma ne torneremo a parlare, anche perché questi argomenti dovremo sviscerarli a puntino e dobbiamo proporre “soluzioni di civiltà”!

Joshua Madalon

nero

Un poliziotto in tenuta antisommossa e una donna eritrea di nome Genet si tengono la mano in piazza Indipendenza a Roma, durante lo sgombero di ieri (ANSA/ANGELO CARCONI)
Un poliziotto in tenuta antisommossa e una donna eritrea di nome Genet si tengono la mano in piazza Indipendenza a Roma, durante lo sgombero di ieri (ANSA/ANGELO CARCONI)

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