ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2

Come tante volte accade, con l’avanzare del tempo e l’usura delle sinapsi, ho commesso qualche piccolo errore nel post precedente. Errori sostanziali riferiti al titolo del lavoro, eccellente, del professor Antonello Nave. Il testo cui ci si ispirava è “Fra Troia e la Bosnia: Agamennone e la guerra inutile – Un allestimento della tragedia di Eschilo nel “teatro della scuola” “ prodotto dall’Associazione Culturale “Nuova Colonia” (associazione precedente all’attuale “Altroteatro”) per il Liceo Classico “Cicognini” di Prato, dove l’amico Nave ha svolto la sua professionalità fino allo scorso anno. Il testo che noi abbiamo concordemente utilizzato non è l’ “Agamennone” di Eschilo, prima parte dell’Orestea che nel libro viene tradotto e reinterpretato contestualizzandolo alle tragedie balcaniche di quegli anni; è invece “Le Troiane” di Euripide. Il motivo per il quale noi utilizzammo l’angoscia delle donne troiane in attesa di conoscere il loro destino di “deportate”, una volta che i loro “uomini” erano stati annientati, uccisi come Priamo ed Ettore o come il piccolo Astianatte o scappati come Enea, era collegato allo stesso identico sentimento delle donne, ebree o dissidenti o appartenenti a categorie discriminate, al tempo delle deportazioni nazifasciste.

Fra Troia e la Bosnia 001

Dallo stesso libro, però, traemmo spunto da un testo finale scritto a più mani il cui titolo è “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” (per Suada e gli altri) scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia a cura di Antonello Nave. Da questo prendemmo il settimo movimento e ne traemmo una parte – le prime dieci righe – che riportava il “lamento” di Ecuba su un bambino ammazzato. Per noi, così come per l’amico Nave ed i suoi allievi, si trattava di una trasposizione, un collegamento, tra la tragedia antica e quella attuale, balcanica, passando ovviamente per quell’altra ugualmente tremenda dell’Olocausto. Il riferimento del titolo a Suada è alla prima vittima della guerra di Bosnia. Suada Deliberovic morirà la mattina del 5 aprile 1992 mentre insieme ad una folla di manifestanti protestava contro le barricate serbe.
La settima parte del testo collettivo cui ci riferiamo è collocata nel videofilm a chiusura. Ecco qui di seguito come promesso il testo (Giulia è l’interprete, Giulia Risaliti ed il riferimento al bambino è al piccolo Astianatte, figlio di Ettore ed Ecuba: Ettore è stato ucciso nel celebre duello con Achille):

Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato

“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perchè vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?…..”

Giulia Risaliti nel videofilm interpreta questo passo con un’intensità straordinaria che ancora oggi mi commuove. La vediamo muoversi tra le rovine della città consapevole dell’ineluttabilità del dramma che sta vivendo e dell’incertezza del futuro per lei e le altre donne “troiane” il cui destino è nello sradicamento della deportazione e dell’annientamento psicologico totale.
In un prossimo post tratteremo di altri documenti che ci aiutarono a scrivere il videofilm e parleremo del realismo scenografico nel quale ci trovammo a girare quelle scene.

Joshua Madalon

…fine parte 2….continua

Olocausto con Pippo Sileci interno Magnolfi

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

bergamo-giorno-della-memoriaecco-lelenco-di-tutte-le-iniziative_3ca23108-de4e-11e6-bdb5-f6ab01684be5_700_455_big_story_linked_ima

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

La Cultura salverà la nostra personale umanità, quella cui nella prima metà del secolo scorso attentarono uomini (e donne) obnubilate da miti nazionalistici che prefiguravano una superiorità di “razza” (termine purtroppo utilizzato nuovamente per costruire discriminazione e separatezza). Quel periodo fu contrassegnato da un abbassamento del livello di attenzione in un tempo di crisi economica, sociale e politica generalizzata prodotta allo stesso tempo da leadership nazionali che non vollero – o non ne furono capaci di – riconoscere che occorrevano interventi strutturali complessivi che tendenzialmente e progressivamente abbassassero il livello di odio che era susseguito alla prima Guerra mondiale.

Oggi – come accennato prima – sembra di rivivere quei tempi “non così lontani da noi”. LA CULTURA CI SALVERA’? dobbiamo solo sperarlo? o dobbiamo provare con tutte le nostre residue forze?

In una serie di post da qui al 27 gennaio pubblicherò e commenterò alcuni testi sia originali che non relativi ad un mio lavoro di venti anni fa.

Tra il 1997 ed il 1998, mentre ero consigliere comunale di Prato, con il “Laboratorio dell’Immagine Cinematografica che era da me diretto, realizzai un “Progetto” che riuscì a coinvolgere studenti di molte scuole superiori della città, a partire dall’ITC “Paolo Dagomari” nel quale insegnavo. Giovani studenti del Liceo Classico “Cicognini”, del “Datini”, del “Copernico” furono da me coordinati nella realizzazione del videofilm “Appunti sull’umana follia del XX° secolo: la deportazione”.
A dare un particolare sostegno al Progetto ci fu il prof. Antonello Nave con il suo gruppo “Altroteatro”; insieme a lui collaborarono i professori Mauro Antinarella, Giuseppe Barbaro e Giorgio de Giorgi. Gli studenti che furono impegnati sono in ordine alfabetico Irene Biancalani, Lorenzo Branchetti, Alberto Carmagnini, Juri Casaccino, Cristina Isoldi, Simone Lorusso, Stefano Mascagni, Lisa Panella, Monica Pentassuglia, Annarita Perrone, Daniele Peruzzi, Linda Pirruccio, Giulia Risaliti e Luca Vannini. Alcuni di loro (Lisa Panella e Luca Vannini) produssero anche dei testi originali. Il gruppo del “Cicognini” si impegnò prioritariamente a mettere in scena una libera interpretazione de “Le Troiane” dal titolo “Non posso tacere gli orrori” di Antonello Nave che fa da preambolo al film; nel video c’è, ispirato alla rielaborazione del prof. Nave, un testo da me scritto con il quale il lavoro si chiude.
Nella realizzazione del videofilm ebbi la collaborazione oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, anche del Teatro di Piazza e d’Occasione – TPO attraverso la figura di Marco Colangelo – e della Fondazione Teatro Metastasio ed in modo particolare Renzo Cecchini, Teresa Bettarini e Gabriele Bologna Mazzara. Fu nostro consulente costante Mario Fineschi della Comunità ebraica toscana.
Le musiche furono vagliate e scelte in modo coordinato: da Bach, “Passione secondo Matteo” a “Canti e Musiche Tradizionali ebraiche” di Moni Ovadia, alla colonna sonora de “Il paziente inglese” di Gabriel Yared a “Songs From A Secret Garden” di R. Lovland.
Le riprese ed il montaggio furono realizzate da Pippo Sileci di Filmstudio 22.
Nei prossimi giorni, come sopra annunciato, in concomitanza con la data del 27 gennaio (giorno della Memoria) giorno in cui vennero abbattuti dall’Armata Rossa i cancelli del campo di Auschwitz pubblicherò alcuni dei testi riferibili a quel lavoro.

Joshua Madalon

sottotettodopo2

Olocausto con Pippo Sileci interno Magnolfi

GLI ATTACCHI A CHI INTASA IL PRONTO SOCCORSO DELL’OSPEDALE SANTO STEFANO DI PRATO (quello nuovo) sono intollerabili. UNA RIFLESSIONE SULLO STATO DELLA SANITA’ TOSCANA, a partire da Prato ed in particolare da SAN PAOLO, quartiere Ovest di quella città.

http://www.maddaluno.eu/?p=4037

http://www.maddaluno.eu/?p=2242

http://www.maddaluno.eu/?p=4054

GLI ATTACCHI A CHI INTASA IL PRONTO SOCCORSO DELL’OSPEDALE SANTO STEFANO DI PRATO (quello nuovo) sono intollerabili. UNA RIFLESSIONE SULLO STATO DELLA SANITA’ TOSCANA, a partire da Prato ed in particolare da SAN PAOLO, quartiere Ovest di quella città.

C’è un virus letale che sta corrodendo la Democrazia e sta portando danni inqualificabili “a vista”. Non so se se ne rendono conto questi amministratori che si fregiano di essere democratici, di Sinistra e per giunta anche a volte credenti e “cristiani”!
So molto bene di essere ancora una volta “tranchant” nei modi, ma non se ne può più di ricevere “lezioncine” da chi dovrebbe invece difendere i diritti proprio dei più deboli, dei bisognosi, di coloro che non riescono più ad assicurare ai propri familiari ed a se stessi la minima dignità umana.

I dati sulla povertà non possono che confermare quello che vediamo quotidianamente in diretta; ma di fronte a queste evidenze cosa fanno gli amministratori? Riducono gli interventi sul sociale, riducono la spesa sanitaria senza tuttavia ridurre i costi della gestione amministrativa: riducono tout court il welfare. Questo ovviamente è nelle carte, nelle scelte amministrative della Regione ed in quelle legislative dello Stato: in Italia è così; a Prato, poi, che è il territorio su cui insiste il mio sguardo, si è operato il taglio maggiore, riducendo non solo i posti letto in un Ospedale nuovo che non può riuscire a soddisfare le utenze ( in netta e progressiva crescita ed in controtendenza agli investimenti sempre più ridotti ), ma non prevedendo strutture intermedie se non in maniera insufficiente e provvisoria.

Dopo aver sostenuto, approvato e difeso le scelte sanitarie attaccando chi criticava la loro evidente inadeguatezza, cosa fanno questi “signoroni”? per motivi elettoralistici e di posizionamento al loro interno (ossia per difendere in primo luogo solo se stessi) fingono di accorgersi finalmente che chi criticava aveva buone ragioni. Ma non solo! C’è financo chi, di fronte a questo deserto sanitario, accorgendosi che il Pronto Soccorso è oberato di richieste, anche da considerare banali, non trova di meglio che attaccare gli utenti, sbeffeggiandoli anche.

E’ intollerabile!

Peraltro trovo che sia ancor più intollerabile che a lanciare questi attacchi siano amministratori che ben conoscono i limiti non solo strutturali ma anche prescrittivi che vengono forniti ai medici di base, che spesso si ritrovano nelle condizioni di dover suggerire ai loro pazienti di rivolgersi al Pronto Soccorso per poter usufruire di esami diagnostici che, diversamente, laddove prescritti, potrebbero essere soddisfatti tre-quattro-sei e più mesi dopo; oppure, poiché si potrebbe trattare di malattie croniche, si va incontro a dei limiti sulla ripetitività di questi e, dunque, la soluzione è poi la stessa: rivolgersi al Pronto Soccorso!

Sono stato da tempo molto attento nel seguire le vicissitudini dell’unico Distretto sanitario che dovrebbe (!) essere costruito sul territorio in cui risiedo, quello di San Paolo, ed avverto il dovere di rilevare che tale struttura, laddove venisse costruita, deve molto ai cittadini di quella frazione, in primo luogo di Fernando Masciello e degli ex iscritti al Circolo PD Sezione Nuova San Paolo – alcuni dei quali guardano con rinnovata e costante attenzione alla costituzione di soggetti “alternativi” di Sinistra.
Essi in prima linea si sono battuti energicamente innanzitutto per difendere il vecchio Distretto di via Clementi e poi affinchè fosse rapidamente costruita la nuova struttura in uno spazio prescelto sullo stesso territorio. La rapidità non è prerogativa degli amministratori; per ora lo spazio su cui costruire la nuova struttura è stato scelto. Poco di più! Anche se insistenti voci parlano di “prime pietre” in concomitanza di eventi elettorali. Non si impara mai ad essere seri: credo che dalla prima all’ultima pietra ne passerà ancora di tempo ed il pronto Soccorso con buona pace degli amministratori sarà oberato di lavoro.
Si dia uno sguardo a quel che scrivevo sul mio Blog utilizzando le stringhe sopra riportate.

Joshua Madalon

image

da PAESE SERA Toscana on line 8 gennaio 2018 un mio articolo “Povertà, una piaga vera, basta prese in giro”

LogoToscana-1

http://www.paesesera.toscana.it/

bambino-660x400

Povertà, una piaga vera, basta prese in giro

La consapevolezza dell’aumento vertiginoso della povertà nel nostro Paese serve a ben poco (gli interventi caritatevoli di donne ed uomini impegnati nelle organizzazioni volontarie sono quasi sempre utili ad attenuare il loro senso di colpa; sono – come si dice – un pannicello caldo che limita provvisoriamente i danni e ci provoca l’amara riflessione, quasi conclusiva, che tutto ciò sia meglio di niente); occorrono interventi strutturali a breve, medio e lungo termine che affrontino la piaga della disoccupazione, del lavoro nero, dello sfruttamento e garantiscano a pieno la dignità di un lavoro per tutti, adeguato alle effettive potenzialità pratiche di ciascuno. Per fare ciò occorre un patto tra persone di buona volontà, che fornisca a ciascuno dei contraenti il giusto riconoscimento (agli imprenditori la possibilità di un guadagno tale da poter creare utili sia per il mantenimento di uno standard qualitativo elevato sia per investimenti che rendano strutturali i posti di lavoro ma ne creino di nuovi; ai datori d’opera la garanzia di poter soddisfare con il salario i bisogni, materiali e ideali, delle proprie famiglie, restituendo dignità al lavoro).

Non è certo attraverso la politica dei “bonus” o dei “salari sociali o redditi di cittadinanza” che si affrontano per risolverle le problematiche del lavoro così come oggi appaiono. Non si possono ascoltare le reiterate e diffuse promesse dell’attuale mondo politico. A quel che oggi appare ad un lieve approfondimento l’imprenditoria italiana nella stragrande maggioranza dei casi ha solamente approfittato a proprio vantaggio delle clausole espresse dal “Job’s Act” senza che da parte del Governo (prima quello di Renzi poi quest’ultimo di Gentiloni) vi sia stato un benché minimo cenno di autocritica (anzi, ha continuato a vantare effetti positivi praticamente inesistenti: l’aumento di posti di lavoro “vertiginoso” ha riguardato contratti a tempo determinato e di durate varie ed effimere – uno o due giorni a settimana e non tutte le settimane). In tal modo non si è prodotto un mutamento di tendenza e la crescita della produzione è collegata all’arricchimento a dismisura dei “produttori” senza nel contempo creare posti di lavoro stabili.
In un intervento futuro da parte di un Governo di Sinistra come prima dicevo occorrerà stringere un patto condiviso che colleghi gli incentivi statali all’imprenditoria capace di creare posti di lavoro a tempo indeterminato, scoraggiando l’utilizzo di personale a tempo ridotto. Proprio l’inverso di quanto finora accaduto, grazie al “Job’s Act”. In tale contesto ha senso, a difesa degli interessi dei datori d’opera (operai, impiegati, ecc), la reintroduzione di clausole simili a quelle dell’art.18 abolito, semmai estendendolo a tutti i contesti.

Quando parlo di “patto tra persone di buona volontà” mi riferisco anche alla funzione dei Sindacati che non può essere limitata alla difesa “a prescindere” dei lavoratori ma dovrebbe porsi anche l’impegno a sostenere un orientamento tale da consentire un’adeguata copertura dei posti di lavoro secondo competenze specifiche preventivamente comprovate. A parte che ognuno può imparare a svolgere qualsiasi lavoro dopo un periodo di prova, è tuttavia necessario evitare che vi siano tempi morti nella produzione e dunque ogni datore d’opera possa essere utilizzato nel modo migliore possibile. E’ del tutto evidente che la “giusta causa” in presenza di gravi manchevolezze ed inadempienze dovute a incapacità nello svolgere quel tipo di lavoro è elemento incontrovertibile ed indifendibile da qualsiasi Sindacato. In passato, questo aspetto di una difesa “tout court” del lavoratore da parte del Sindacato ha prodotto storture che quasi certamente hanno poi spinto ad interventi che sono apparsi chiaramente antisindacali ed antioperai.

Joshua Madalon

art-18-poverta-crescita

NESSUN ACCORDO TRA LE SINISTRE E IL PARTITO DEMOCRATICO

NESSUN ACCORDO TRA LE SINISTRE E IL PARTITO DEMOCRATICO

“Un senso” – Diamine, se lo chiedeva anche Vasco Rossi. Ma quella è un’altra cosa: sono solo canzonette! Utili ad aprire un discorso che dovrebbe essere serio! Ma negli ultimi tempi la Politica è sempre più una cosa poco seria!
Di norma, si costituisce un nuovo soggetto (un Partito, un Movimento, una lista civica o civica e politica allo stesso tempo) quando se ne avverte il bisogno ideale o “materiale” e non se ne può più di affidarsi a strumenti che non corrispondano più alle sensibilità di chi fa Politica per passione o per mestiere, “bischeri” i primi “furbi” i secondi ma questo è quel che passa il convento delle convenienze, per l’appunto “ideali” o “materiali” così come si rappresentano i “venditori” di turno.
Da bambini si sarebbe fatto a gara ad essere considerati come i “secondi”, cioè “fuuurbi”; ma io mi accredito come appartenente alla prima categoria, quella dei “bischeri” che corre dietro alle proprie “ubbie” politiche, cercando di non piegarsi a compromessi in un agone sempre più difficile a confortarmi con un rapporto sempre più condizionato da chi non si nasconde nemmeno troppo di voler essere “furbo”, o perlomeno non riesce nemmeno a nasconderlo a se stesso, se davvero credesse di essere in linea con la propria coscienza.
E quindi per non menar troppo il can per l’aia e non tirarla tanto pe le lunghe diciamola con chiarezza: non si costituisce un nuovo soggetto qual esso sia (v. sopra) con molti trasmigrati da una forza politica per poi continuare a dialogare con essa. Se si esce dal PD non si può pensare di proseguire ad avere rapporti con esso come se non fosse accaduto nulla: ci deve pur essere un senso di coerenza che accompagni il nostro viaggio nuovo. La scelta non può essere considerata un modo come un altro di poter poi “contrattare” posizioni o chiedere garanzie, anche se la Politica dei “furbi” pratica queste strade. Il rischio che si corre se si stringono accordi aperti o segreti è molto più alto per la Democrazia di quanto non si riesca a percepire: l’unità tra le forze che diconsi di Sinistra e l’attuale PD, nella sua interezza, non porterebbe ad una somma di voti “a Sinistra” ma ne aggiungerebbe alla Destra, al M5S ed all’astensionismo.
Non è questo il momento della malinconia, dei rimpianti, dei pentimenti anche se parziali (e qui accredito buonafede ai dirigenti della lista LeU ex PD), ma è invece quello della chiarezza, della coerenza e dell’assunzione di responsabilità. Il rischio è che una parte di quelli che verrebbero a considerarsi “bischeri” non voterebbero per una lista che in primis rappresenta una volontà di alternanza e poi nei fatti si accorda con chi dovrebbe invece apertamente competere per sostituirvisi.
Altra cosa è, di fronte ad un successo elettorale e ad un tracollo (o come vogliamo chiamarlo? Un “non successo”!) del Partito Democratico, aprire un confronto a 360° con quel Partito per ragionare sui motivi che hanno portato a tali conseguenze: certamente il rischio è alto e nessuno lo può negare! Le destre avanzano, i populisti e demagoghi pure e potremmo ritrovarci ad avere un Governo con questi “figuri”. Ma ci sono stati cinque anni durante i quali le “insofferenze” verso chi criticava scelte governative inimmaginabili per una compagine che dichiarava di avere caratteristiche “anche” di Sinistra sono state costanti (i “gufi”, i “rosiconi”, l’”accozzaglia” sono solo esempi gentili!) e si è preteso di decidere e scegliere in conventicole molto ristrette (il “cerchio magico”) per interessi oscuri, mortificando il rapporto diretto con gli stessi organismi diffusi. Ora ci si richiama al “senso di responsabilità”. Ma siamo seri!

Joshua Madalon

2004-07 (lug)

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI 6

Ero stanco, ma allo stesso tempo attratto da quella folla straordinariamente ordinata nella sua giovanile prorompente allegria. E i due rampolli si erano sistemati e partecipavano con insolita attenzione allo spettacolo naturale che si andava svolgendo. Poi, all’improvviso tutto sembrò chetarsi. Anche io avevo trovato un lembo di prato libero e mi ero accovacciato accanto a loro. E fu solo un attimo dopo che mi ero sistemato che un “Ooooh!” collettivo accompagnò il primo fuoco che fiorì proprio davanti a noi alle spalle del palco dal quale si erano esibiti i karaokisti. Il botto che seguì di pochi millesimi di secondo non fu così intenso, nessuno se ne accorse soprattutto perché nello stesso tempo una pioggia di luci sembrò riversarsi su tutti. “Sembrò” con quell’effetto speciale stroboscopico che provoca timore negli inesperti, ma non ve ne furono tanti a rendersene conto. Gli stessi pargoli si erano distesi utilizzando come cuscini alcuni sassi ricoperti dalle morbide giacchettine leggere che Mary mi aveva dato prima di uscire, raccomandandomi di non far loro prendere freddo. Mi girai intorno e mi accorsi che ero tra i pochi ad essere rimasto in piedi e così mi feci fare un piccolo spazio, posi a terra la mia giacca e mi distesi con lo sguardo all’in su verticale ma anche obliquo verso la parte alta del palco. E non tardò dopo l’annuncio, l’apertura che dà il segnale di “attenzione”, a riprendere la “tarantella” delle stelle e delle bombe di varia forma, caratteristica e colore che illuminarono il prato dopo che per rendere migliore l’effetto erano state spente molte delle luci che avevano accompagnato le precedenti esibizioni canore.
Si susseguirono bombe a stelle e colpo scuro di colore rosso e verde a quelle “granatine” e “a raggi”, a “cannelli”, a “crociera di sfere” tutte mescolate con grande sapienza tecnica. E di poi nelle variazioni a più “spacchi” con lancio di di “stelle” a colori diversi che si dirigono in varie direzioni e sembrano quasi volerti abbracciare e colpire; ed ancora con “paracadute” ed altre forme geometriche, colorate ed eleganti come le bombe giapponesi di vario calibro. Tutto durò una buona mezzora anche se il tempo sembrò molto più breve e veloce. Il finale fu epico, tambureggiante, come ben si addice a professionisti di primo livello e con gli ultimi boati, quelli sordi, che danno il senso della compiuta operazione pirotecnica, partì un applauso sincero corrispondente alla felicità che era stata diffusa su quel prato.
Tempo dieci minuti, un deserto: o quasi. I bambini erano visibilmente stanchi, Daniele volle essere preso in braccio che non reggeva più dal sonno, forse anche Lavinia se ci fosse stato un posto libero tra le mie braccia ne avrebbe approfittato. Ma erano già occupate e da un peso non indifferente. Ma tant’è: mi avviai al parcheggio lungo il vialone che era ormai semideserto. Avevo anche il viaggio di poco più di cinquecento chilometri sul groppone. Mi fiondai a casa, stanco morto. Mary non dormiva ancora; è sempre così, non viene con noi ma è in pensiero finché non ci vede tornare. Daniele continuò a dormire forse sognando ancora quelle luci incantate, e Lavinia invece con toni bassi le andava descrivendo alla madre. Chissà per quanto tempo ancora avranno ricordato quei “fuochi”; chissà in che modo ne parleranno ai loro amici ed a quanti dopo di noi verranno; chissà se accadrà mai che condivideranno con i loro figli queste esperienze.

FUOCHI – fine

Foto di Agnese Morganti

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 5

5.
Questo è il primo misfatto: ora viene il secondo. Si legge sul solito documento.
“I cittadini di Partinico, donne comprese, proseguiranno l’azione giovedì 2 febbraio come è detto nella loro dichiarazione:
“Milioni di uomini nelle nostre zone stanno sei mesi all’anno con le mani in mano. Stare sei mesi all’anno con le mani in mano è gravissimo reato contro la nostra famiglia contro la società. Solo qui in Partinico su 25000 abitanti siamo in più di 7000 con le mani in mano per sei mesi all’anno e 7000 bambini e giovanetti non sono in grado di apprendere quanto assolutamente dovrebbero. Non vogliamo essere dei lazzaroni, non vogliamo arrangiarci da banditi: vogliamo collaborare esattamente alla vita, vogliamo il bene di tutti: e nessuno ci dica che questo è un reato.
“E’ nostro dovere di padri e di cittadini collaborare generosamente perché cambi il volto della terra, bandendo gli assassini di ogni genere. Chiediamo alle autorità, di collaborare con noi, indicando quali opere dobbiamo fare e come: altrimenti, assistiti dai tecnici, cominceremo dalle più urgenti.
” Perché sia più limpido a tutti il nostro muoverci, digiuneremo lunedì 30 gennaio; giovedì 2
febbraio cominceremo il lavoro. Frangeremo il pane con le mani.
“Vogliamo essere padri e madri anche noi e cittadini.”
Seguono circa 700 firme.

Anche le circostanze di questo secondo misfatto sono chiare.
Ci sono a Partinico, oltre pescatori, altre migliaia di disoccupati. La Costituzione dice che il lavoro è un diritto e un dovere. Allora, che cosa fanno questi settemila disoccupati: invadono le terre dei ricchi, saccheggiano i negozi alimentari, assaltano i palazzi, si danno alla macchia, diventano banditi?
No. Decidono di lavorare: di lavorare gratuitamente; di lavorare nell’interesse pubblico.
Nelle vicinanze del paese si trova, abbandonata, una trazzera destinata al passo pubblico; nessuno ci passa più, perché il comune non provvede, come dovrebbe, alla sua manutenzione; è resa impraticabile dalle buche e dal fango. Allora i disoccupati dicono: “Ci metteremo a riparare gratuitamente la trazzera , la nostra trazzera. Ci redimeremo, lavorando da questo avvilimento quotidiano, da questa quotidiana istigazione al delitto che è l’ozio forzato. In grazia del nostro lavoro la strada tornerà ad essere praticabile. I cittadini ci passeranno meglio. Il sindaco ci ringrazierà”. Che cosa è questo? E’ la stessa cosa che avviene quando, dopo una grande nevicata, se il Comune non provvede a far spalare la neve sulle vie pubbliche, i cittadini volenterosi si organizzano in squadre per fare essi, di loro iniziativa, ciò che la pubblica autorità dovrebbe fare e non fa; e la stessa cosa che avviene, e spesso è avvenuta, quando, a causa di uno sciopero degli spazzini pubblici, i cittadini volenterosi si sono messi a rimuovere dalle strade cittadine le immondizie e in questo modo si sono resi benemeriti della salute di tutti.
Giustamente uno dei difensori che mi hanno preceduto, il collega Taormina, ha detto che questo è un caso di “negotiorum gestio”: un caso, si potrebbe dire, di esercizio privato di pubbliche funzioni volontariamente assunte dai cittadini a servizio della comunità e in ossequio al senso di solidarietà civica.
Allora, per impedire anche questo secondo misfatto, arrivano i soliti commissari Lo Corte e Di Giorgi, e questa volta non si limitano alle diffida e questa volta non si limitano alle diffide. Questa volta fanno di più e di meglio: aggrediscono questi uomini mentre pacificamente lavorano a piccoli gruppi dispersi sulla trazzera, strappano dalle loro mani gli strumenti del lavoro, lì incatenano e li trascinano nel fango, tirandoli per le catene come carne insaccata, come bestie da macello.
Bene.
Rimane dunque inteso che digiunare in pubblico è una manifestazione sediziosa; che lavorare gratuitamente per pubblica utilità, per rendere più strada una pubblica strada, è una manifestazione sediziosa.
E a questo punto interviene il giudice istruttore a dare il suo giudizio: “spiccata capacità a delinquere”.
E poi riprende la parola il P.M.: “otto mesi di reclusione a Danilo Dolci e ai suoi complici”.
Bene. Ma come può essere avvenuto questo capovolgimento, non dico del senso giuridico, ma del senso morale e perfino del senso comune?
Guardiamo di rendercene conto con serenità.
Al centro di questa vicenda giudiziaria c’è, come la scena madre di un dramma, un dialogo tra due personaggi, ognuno dei quali ha assunto senza accorgersene un valore simbolico.
E’, tradotto in cruda rossa di cronaca giudiziaria, il dialogo eterno tra Creonte e Antigone, tra Creonte che difende la cieca legalità e Antigone che obbedisce soltanto alla legge morale della coscienza, alle “leggi non scritte” che preannunciano l’avvenire.
Nella traduzione di oggi, Danilo dice: “per noi la vera legge e la Costituzione democratica”; il commissario Di Giorgi risponde: “per noi l’unica legge è il test unico di pubblica sicurezza del
tempo fascista”.
Anche qui il contrasto è come quello tra Antigone e Creonte: tra la umana giustizia e i regolamenti di polizia; con questo solo di diverso, che qui Danilo non invoca leggi “non scritte”. (Perché, per chi non lo sapesse ancora, la nostra Costituzione è già stata scritta da dieci anni.)
Chi dei due interlocutori ha ragione?
Forse, a guardare alla lettera, hanno ragione tutt’e due.
Ma a chi spetta, non dico il peso e la responsabilità, ma dico il vanto di decidere, sotto questo contrasto letterale, da che parte è la verità: a chi spetta sciogliere queste antinomie?
Siete voi, o Giudici, che avete questa gloria: voi che nella vostra coscienza, come in un alambicco chimico, dovete fare la sintesi di questi opposti.
E qui affiora il secondo sul quale io mi trovo in dissidio con le premesse affermate dal P.M.:, quando egli ha detto che i giudici non devono tener conto delle “correnti di pensiero”, che i
testimoni accorsi da tutta Italia hanno fatto passare in questa aula.
Ma che cosa sono le leggi , illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse “correnti di pensiero”? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte.
E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l’aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto.
Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà.
Voi non potete ignorare, signori Giudici, poiché anche voi vivete la vita di tutti i cittadini italiani, il carattere eccezionale e conturbante del nostro tempo: che è un tempo di trasformazione sociale e di grandi promesse, che prima o poi dovranno essere adempiute: felici i giovani che hanno davanti a se il tempo per vederle compiute!
Questo è uno di quei periodi, che ogni tanto si presentano nella vita dei popoli, in cui la gloria di poter costruire pacificamente l’avvenire, il vanto di poter guidare entro la legalità questa
trasformazione sociale che è in atto e che non si ferma più, spetta soprattutto ai giudici. Nella storia millenaria del nostro paese più volte si sono presentati questi periodi di trapasso da un ordinamento sociale ad un altro, durante i quali l’altissimo compito di adeguare il diritto alle esigenze della nuova società in formazione è stato assunto dalla giurisprudenza: basta pensare ai responsa dei prudentes, che hanno gradualmente fatto vivere nella rigidezza del diritto quiritario lo spirito cristiano trionfante nella legislazione giustinianea, o alle opiniones doctorum, che attraverso la decisione di singoli casi giudiziari hanno introdotto negli schemi del diritto feudale lo spirito umanistico del diritto comune.

…continua….

-a cura di Joshua Madalon –

“Carlo Monni – Balenando in burrasca” a cura di Pilade Cantini – Edizioni Clichy Collana “Sorbonne” 2016

http://www.maddaluno.eu/?p=7049

Lo scorso 28 dicembre pubblicando il post di cui sopra riporto lo shortlink scrivevo “…tratterò di un altro libro di Pilade Cantini dedicato al Monni, nel ricordare i quattro anni dalla sua scomparsa e i due esatti da quella del Casaglieri…” ed eccomi a voi con questo nuovo post, come promesso.

CyN6ijLXgAAkVnN

“Carlo Monni – Balenando in burrasca” a cura di Pilade Cantini – Edizioni Clichy Collana “Sorbonne” 2016

Sarà per il richiamo tipicamente di natura letteraria che ne caratterizza il titolo…ma sarà anche il piacere ed il dolore, il dolore ed il piacere che si accompagna al ricordo di questo nobile personaggio delle campagne campobisentine che ha accompagnato il tempo della mia esperienza negli anni della maturità…sarà per il consiglio che mi è indirettamente pervenuto attraverso un’altra piccola grande stimolante operina che è “Il Manifesto del Partito Comunista in ottava rima” di Pilade Cantini, sarà per questo e tanto altro che non posso esimermi dal dedicare uno spazio a Carlo Monni, utilizzando questo “Balenando in burrasca” che a me sembra proprio la migliore evocazione antropologica e biografica che riesca a rendere a pieno la complessità dell’universo monniano.
Carlo Monni ha avuto la capacità di presentare la “poesia” di grandi autori come Angiolieri, Dante, Campana, Cardarelli, Prévert assumendola come personale espressione della sua naturale irrequietezza ed insieme dolcezza. Il suo essere nel corpo tozzo contadino si elevava nel divenire idealmente angelo per poi precipitare con una quasi inattesa naturalezza in un’edonistica materialità, riportando gli spettatori in quel mondo fatto di passioni veraci ed istintive, mai volgari, rappresentative della forza che la “letteratura” possiede quando si innerva in un contesto popolare.
Ad osservarlo bene, questo artista, non può che farci rammaricare di non averlo visto recitare Shakespeare quando nel 2009 con la regia di Andrea Bruno Savelli portò in scena il “Falstaff” in una libera interpretazione di quei due testi che afferiscono al mondo della crapula e della dissacrazione; sempre con Shakespeare e la sua poesia Monni aveva creato un sodalizio forte, e amava presentarla ai suoi pubblici.
Scorrendo le pagine del libro di Pilade Cantini sentiamo ancora una volta la sua voce, suadente, naturalmente impostata (la sua scuola è stata la strada, i circoli, i teatrini, i locali popolari fumosi come bettole, osterie, i viali delle periferie come Le Cascine) ripetere i versi del Campana

Le vele le vele le vele
Che schioccano e frustano al vento
Che gonfia di vane sequele
Le vele le vele le vele!
Che tesson e tesson: lamento
Volubil che l’onda che ammorza
Ne l’onda volubile smorza…
Ne l’ultimo schianto crudele…
Le vele le vele le vele

o quelli del Cardarelli da cui il Cantini ha tratto ispirazione per il titolo

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.

o ancora quei versi “eterni” che celebrano il “supremo motore dell’Universo” con il quinto canto dell’Inferno dantesco o con “Questo amore” di Jacques Prévert (il cui cognome Monni pronuncia in modo evidentemente “toscano” con la “t” finale ben nitida) o in quelli corrosivi dell’Angiolieri o quegli altri colti e triviali dell’Aretino, accompagnati da contributi “fai da te” della periferia fiorentina.

Devo anche dire che mi è molto difficile sintetizzare le pagine di questo “Balenando in burrasca” che è in maniera esclusiva un “atto d’amore e d’amicizia” dell’autore verso Carlo Monni, basato essenzialmente sui percorsi comuni nei variegati territori teatrali della Toscana. In un andirivieni tra diversi momenti del passato, Pilade Cantini racconta il suo “incontro” con Carlo Monni ed il suo mondo. Il libretto è corredato di riferimenti biografici essenziali, di una Teatrografia e di una Filmografia.

monni_carlo_02

Joshua Madalon

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 5 con una breve premessa ed un preambolo

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 5 con una breve premessa ed un preambolo

Riprendo un racconto che avevo interrotto lo scorso 9 dicembre (parte 4) che era stato preceduto il 22 novembre dalla parte 3, l’ 8 di quello stesso mese per la parte 2 e per la prima parte il 5 novembre.
Il racconto partendo da eventi occasionali – esposti tuttavia in una parte introduttiva relativa ad una recensione datata 13 settembre 2014 che qui sotto riporto – si spinge poi nelle due parti conclusive (la quinta, questa!) e la sesta, che pubblicherò nei prossimi giorni, a rievocare una Festa de “l’Unità”, una delle tante, ora che sono diventate solo un ricordo!


FUOCHI di Joshua Madalon – Un preambolo (13 SETTEMBRE 2014)

altre_fuochi_artificio_animati_07

I fuochi d’artificio non si guardano mai da soli; sin da bambini ci hanno abituati a goderli “insieme” agli altri. E ancora adesso che ho figli adulti quando mi capita di sentire scoppiettii mentre lavoro in casa nelle notti sempre più insonni li chiamo a raccolta per goderne gli effetti variopinti e fantasmagorici. Se devo andare con la memoria a dei “fuochi” particolari nella mia mente ce ne è uno che ha rappresentato l’arrivederci per un gruppo di amici che, dopo poco, si è distribuito su territori diversi per lavoro. Di qualcuno di questi ho il profondo rimpianto di non poterlo rivedere. Eravamo ventenni ed a fine Agosto a Procida sul costone del sentiero che porta a “Fore Serra” e che guarda dall’alto Ciraccio, Chiaiolella, Vivara e Ischia attendevamo intorno alla mezzanotte i tradizionali “fuochi” della festa dedicata a San Giovan Giuseppe della Croce. E’ un ricordo per diversi motivi malinconico ma straordinariamente fissato nella mia memoria che ritorna ogni volta che assisto ai “fuochi” anche qui, dove vivo da alcuni anni, a Prato.
Ed è stato così giocoforza riandarci con la mente, avviando la lettura di “Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo” scritto da Vincenzo Gambardella. L’autore sarà presente a “Libri di mare libri di terra” Festival della Letteratura nei Campi Flegrei che si svolgerà a Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida dal 26 al 28 settembre. Ho già scritto nell’anticipazione che si trattava di un libro complesso e difficile, e mi riferivo in particolare alla qualità della scrittura che si basa su una prosa tecnica elaborata con un gergo popolare che, sin dall’inizio, impone al lettore una revisione profonda nell’approccio consuetudinario ai testi che circolano correntemente. Ma, attenzione, il mio è un giudizio condizionato dall’impressione che ho avuto dopo letture di ottimo livello ma caratterizzate da lessici a me familiari. Niente di tutto questo troverete in “Vinicio Sparafuoco…”! Ma dopo la prima fatica vi assicuro, e lo sottolineo senza ambiguità e condiscendenza supina o piaggeria che dir si voglia, che ci si trova davanti ad un autentico capolavoro letterario.

La storia narrata è quella di un gruppo di amici che si formano intorno al protagonista Vinicio Pierro come fuochisti. Nel libro il gergo particolare di questa professione è spesso utilizzato in modo scientificamente appropriato e potrebbe servire come “manuale per i principianti” (io stesso sono andato a ricercare sul web alcuni termini come “calcasse”). Insieme questa allegra brigata (ma vi saranno momenti tristi e drammatici anche se raccontati con estrema semplicità) partirà dal golfo di Pozzuoli per andare verso il Nord fino all’algida Germania per poi dopo vicende cui non accenno far ritorno in Costiera amalfitana (Minori) dove alcuni sogni trovano il loro positivo approdo. Se ho dato questo giudizio entusiastico lo si deve al lessico ed alla sintassi frizzante, scoppiettante e variopinta come i fuochi d’artificio. La descrizione dei personaggi è precisa e dettagliata a partire da Vinicio, cuore semplice, generoso ed umile all’inverosimile in una realtà come quella con cui siamo abituati a lottare quotidianamente, un “cuore gioioso” come lui stesso dice di sé con toni ingenui, primitivi e colti allo stesso tempo ma di una cultura popolare che è sempre più martoriata e trascurata (leggansi le “lettere” che Vinicio – in più occasioni – e Costanzo Ceravolo detto Magnesio scrivono anche a personaggi importantissimi come il Negus, la Regina d’Inghilterra e papa Wojtyla). Insieme a queste sono pagine di grande letteratura quelle dedicate alla storia di San Gioacchino e Sant’Anna, il cui culto è praticato a Bacoli, la terra flegrea da cui partono i nostri personaggi ed altre che non mancheranno di coinvolgervi e di trasmettervi piacere, se coglierete il mio consiglio di leggere “Vinicio Sparafuoco detto Toccacielo” di Vincenzo Gambardella edizioni “ad est dell’equatore” collana liquid.

FUOCHI – parte 5

Salutai rapidamente alcune compagne che erano sedute davanti alla tenda della Direzione, e che mi avevano invitato a stare con loro per discutere delle questioni politiche di inizio estate, che erano quasi sempre legate ad aspetti marginali, e anche per questo motivo feci segno che ci saremmo visti dopo, un dopo generico, e che ero impegnato con i pargoli, che non avrebbero troppo a lungo tollerato le mie distrazioni. Infatti già prima del mio fugace saluto non degnarono di alcuna attenzione le signore e proseguirono il loro cammino verso uno spiazzo dal quale provenivano musiche e voci, entrambi incomprensibili.
All’improvviso si aprì un varco nella vegetazione e le musiche e le voci divennero ben più vicine ma ugualmente poco chiare, indistinte. Ed insieme a queste in un grande prato illuminato a giorno apparvero centinaia di ragazze e ragazzi dagli occhi a mandorla che si agitavano urlanti verso un palco sul quale si esibiva un complesso formato da giovani ugualmente cinesi ed una ragazza pronunciava parole che il pubblico mostrava di comprendere e di poter condividere cantandole. A conti fatti, dopo la prima sorpresa la melodia era gradevole anche se non ci capivo niente. Lavinia e Daniele, miracoli della giovinezza, non mostrarono alcun disappunto sin dall’ingresso sul prato. Dove si sedettero continuando ad operare sul residuo di zucchero filato e schifezzuole gommose. Feci buon viso a cattivo gioco, ma ho un ottimo spirito di adattamento e mi impegnai, tranquillo per i figlioli che erano ormai bloccati da altre torme assise ed agitate in uno spazio ristretto, ad osservare le fisionomie, le loro smorfie, la loro prossemica del tutto simile a quella delle migliaia di giovani che a mia memoria avevano seguito concerti delle più importanti formazioni pop della mia gioventù. Erano belli di una bellezza che non riesci a cogliere in altri ambienti, quelli scolastici o di lavoro, dove molto spesso hanno un atteggiamento di straordinaria riservatezza. Lì i giovani si agitavano, urlavano, bevevano bibite tassativamente analcoliche e si abbracciavano, si baciavano in modo casto, abbandonando il classico pudore che li contraddistingueva in ambienti ugualmente pubblici ma dove non c’era la musica, che avvicina, accosta, facilita i contatti. Mi venivano in mente concerti degli anni Settanta, i figli dei fiori, la ricerca dell’assoluto, il rincorrere le utopie senza mai riconoscerle tali.
Sul palco intanto si alternavano ragazzi e ragazze gareggiando in una sorta di Karaoke cinese ed allora compresi che l’agitazione esagerata aveva un obiettivo molto pratico di sostegno ai vari concorrenti sia per la qualità sia per una conoscenza diretta da parte dei vari gruppetti di amiche ed amici.
Mi distrasse un attimo l’arrivo di un funzionario del Partito che volle salutarmi ed assicurarsi che nei giorni successivi io fossi a Prato. Volevano programmare alcune iniziative culturali per l’autunno ma pensavano di vedersi quasi a fine luglio. Dissi che non potevo ma che se fosse stato possibile avrei dato la mia collaborazione sin dai primi giorni del mese di settembre, alla ripresa del lavoro scolastico.

….fine parte quinta….continua

Joshua Madalon

movida

In Politica siamo stanchi degli annunci, non vogliamo dire un secco “NO”, vogliamo i perché ed i come! – proposte di programma dal basso – (a proposito di abolizione del canone e delle tasse universitarie)

canone-rai-bolletta

In Politica siamo stanchi degli annunci, non vogliamo dire un secco “NO”, vogliamo i perché ed i come!

– proposte di programma dal basso – (a proposito di abolizione del canone e delle tasse universitarie)

Sono tempi, sempre ormai gli stessi ad ogni stormir di elezioni, che i più canuti sanno riconoscere molto bene: quelli delle promesse, degli annunci a sensazione che molti di noi credevano appartenessero ad una Politica dei venditori di tappeti di Destra “tipo Berlusconi o Salvini” tanto per intenderci. E la “opposte sponde” negli ultimi anni si sono avvicinate fino a riunirsi, forse con la complicità dei vari “Truman show” che dalla tv commerciale sono lentamente e progressivamente passati a quella pubblica. E la tv mi offre il destro per affrontare la prima delle “promesse” lanciate in queste ultime ore: “l’abolizione del canone”. Detta così appare un classico “ballon d’essai” ad uso dei sondaggisti (“lo dico e poi vedo se si muove qualcosa nel gradimento”), ma bisogna dire che la questione è assai mal posta, soprattutto perché il solo annuncio non serve a far comprendere alcuna ragione dell’intervento, limitandosi a lanciare l’idea ad un elettorato verso il quale non vi è alcun rispetto e lo si giudica a livello di “popolo bue” che pregusti esclusivamente la possibilità di non versare il canone in bolletta energia elettrica, senza fargli però capire che i costi della televisione pubblica verrebbero coperti dalla fiscalità generale e cioè dallo stesso “popolo bue” eventualmente accondiscendente e plaudente. Tuttavia la scelta di abolire o ridurre ulteriormente il canone potrebbe essere applicata con interventi strutturali sia con l’eliminazione del tetto pubblicitario che impone alla tv pubblica un limite rispetto a quelle private sia con uno scaglionamento che tenga conto del reddito dei possessori di apparecchi televisivi (con la gratuità assoluta per redditi minimi fino a 15/18 mila euro l’anno e progressivamente elevarne l’entità, superando anche i 90 euro del canone che oggi viene automaticamente prelevato); ma di questo non si parla e tutti sono nel sospetto che, come con l’IMU prima casa, alla fin fine le famiglie più ricche non pagheranno una cifra irrisoria per loro uguale a quella dei percettori di pensioni minime.

Cambridge-students-on-gra-006-460x250

Quando dico che occorre spiegare la “ratio” delle promesse e degli annunci ad effetto non ne faccio una questione partitica: quella di prima apparteneva al Segretario del PD Renzi ma stamattina (domenica 7 gennaio) anche il leader di “Liberi e Uguali” Pietro Grasso ha lanciato un annuncio dall’Hotel “Ergife”.
“Abolire le tasse universitarie”. Ottima come “promessa” ma manchevole di “equità” nè più nè meno di quell’altra. Tra l’altro è ancor meno concreta nei fatti, perché le strutture universitarie così come sono non reggerebbero ad un taglio tanto perentorio. Ecco perché è necessario subito dopo un annuncio esprimere i perché ed i come. Certamente, anche in questo caso, si potrebbero proporre interventi articolati tendenti a garantire soprattutto il merito collegato al reddito, costruendo una tassazione inversamente proporzionale considerando le due variabili; per cui una matricola che acceda attraverso un test di ammissione (che “oculatamente” proporrei nel corso dell’ultimo anno di superiori) a seconda del reddito familiare paghi una quota diversificata (partendo da “zero” euro) in relazione anche allo “stato progressivo” degli Esami (la gratuità verrebbe vista come una sorta di “borsa di studio”). A ciascuno studente in regola con il suo percorso di studio lo Stato dovrebbe allo stesso tempo riconoscere attraverso dei versamenti previdenziali l’equiparazione tra studio e lavoro. Agli studenti l’Università attraverso organizzazioni studentesche non profit potrebbe proporre anche delle ore lavorative per il proprio sostentamento. Inoltre bisognerebbe inserire nel Piano di studi degli Esami fondamentali che assumano la funzione di essenziali per il proseguimento del percorso, allo scopo anche di evitare che vi siano dei “fuori corso” che non abbiano una reale predisposizione professionale in quel settore. E che dire dei costi esorbitanti degli affitti? Discutiamone ed avanziamo proposte “concrete” nella loro fattibilità.

Joshua Madalon

Foto di Agnese Morganti