ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 5

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 5

Il fumo delle fiamme ormai sopite si diffonde sulle rovine della città. Tutto intorno è distruzione. Le donne si muovono come ectoplasmi tra cumuli di macerie. La tragedia di Euripide, “Le Troiane”, quella che narra degli ultimi istanti della permanenza delle donne nella loro città, mentre attendono il compimento del loro destino di schiave “deportate” alla corte degli Achei (Cassandra viene data ad Agamennone, Andromaca a Neottolemo ed Ecuba a Ulisse), appariva la più adatta ad essere un riferimento con un’analoga vicenda tragica del XX secolo che ci apprestavamo a ricordare.
Il sopralluogo che aveva lasciato il segno sulla mia caviglia ne aveva tuttavia impresso uno più solido nel mio animo: quelle immagini di abbandono, quell’odore intenso di muffa, quella polvere che si sollevava naturalmente ad ogni passo ad ogni spostamento di infissi, quegli oggetti che parlavano di vite che erano di là transitate apparivano nella mia memoria una naturale location per una messinscena teatrale utile a rinnovare il ricordo per le nuove generazioni ai quali intendevo dedicare il mio impegno intellettuale.
il lavoro di costruzione della sceneggiatura era stato continuato ed avevamo fatto crescere l’attesa per il giorno in cui avremmo avviato le riprese. Avevo temuto che qualcuno avesse potuto recarsi all’interno del complesso “Magnolfi” a ripulire gli ambienti: la fiducia era ovviamente e per fortuna mal riposta.
Facemmo un nuovo sopralluogo con l’operatore ed il tecnico del Metastasio. Pippo Sileci mi accompagnò, insieme ad un primo gruppo di giovani del “Cicognini” e del “Dagomari”. Avvertimmo tutti di essere molto attenti nel procedere: sapevamo di avere una responsabilità che andava oltre il lecito. In quel luogo cadente poteva accadere anche qualcosa di pericolosamente irreparabile. In effetti trovammo tutto nello stesso ordine in cui quattro mesi prima avevamo lasciato quegli spazi: la stessa polvere – forse qualcosa di più non certo di meno – e gli stessi oggetti, gli stessi orrendi graffiti. La foto che allego riprende un momento di quel sopralluogo.

Magnolfi -Olocausto

Chiedemmo al tecnico teatrale di poter avere un minimo supporto con una macchina del fumo ed un generatore elettrico per l’illuminazione artificiale.
Decidemmo poi insieme ai giovani la data per le riprese. Quella parte del testo che doveva fare da introduzione era praticamente già pronta nella recitazione. Occorreva impostare i movimenti e scegliere le diverse posizioni scenografiche.
Questo è il testo da “Le Troiane” di Euripide, che viene recitato da Irene Biancalani (Coro), Stefano Mascagni (Taltibio) e Giulia Risaliti (Ecuba).

Coro. “Povera madre, che ha visto spegnersi con te le speranze più belle. Ti credevamo felice, perché disceso da una stirpe grande; e atroce fu la tua morte. Vedo in alto alle mura braccia che muovono fiamme nell’aria. Il fato vibra un altro colpo su Troia.”

(Rientra Taltibio seguito da guardie)

Taltibio.

“Ordino a voi, uomini prescelti a distruggere la città di Priamo, di appiccare il fuoco alle case, affinché dopo aver tutto annientato e bruciato, possiamo salpare liberamente da Troia. Voi, figlie dei Troiani, appena sentirete uno squillo oscuro di tromba, recatevi alle navi degli Achei per partire con loro. E tu seguile, infelicissima vecchia. Costori son venuti a prenderti da parte di Ulisse, di cui ti fa schiava il destino.”

Ecuba.

“Misera me. Ecco l’estrema, veramente il colmo, di tutte le mie sciagure: mi spingono fuori, lontana dalla patria che brucia. Vecchio piede, affrettati, con il corpo stanco: affrettati veloce a rivolgere l’ultimo saluto alla povera patria. Troia, che un tempo respiravi di grandezza, tu perdi il tuo nome superbo. Tu ardi e noi ti lasciamo. Voi, o dei… Ma perché invoco gli dei? Essi non odono. Nè mai hanno udito la mia voce, che pure fu alta. Su, corriamo dove l’incendio arde. La morte più bella per me è là, con le fiamme della patria.”

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Joshua Madalon

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 4

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 4

Su via Gobetti c’è l’ingresso principale del complesso Magnolfi, e c’era anche venti anni fa, ma il portone non era accessibile; per poter entrare occorreva procedere a sinistra per un viale sterrato che introduceva ad un ampio cortile occupato in quel tempo – non so ora cosa vi sia – da auto in attesa di essere aggiustate in tutti i sensi (carrozzeria, motore, suppellettili varie).
Vi era un gran disordine.
Per andare all’interno del complesso dopo aver costeggiato le mura sormontate da ampi finestroni polverosi e sconnessi sia negli stipiti che nei vetri, che presentavano ampi squarci, vittime di chissà quali monellerie locali, si accedeva da una porticina. Gabriele che mi accompagnava, tirò fuori da un borsello un mazzo di chiavi e provò a lungo prima di riuscire ad aprire.
Verosimilmente quella porta non era stata aperta da un pezzo ed infatti fece ulteriore resistenza quando, dopo aver sentito l’ultimo scatto della serratura, dovemmo spingerla per attraversarla. E già con quell’azione si alzò un primo piccolo polverone ed un odore tipico della muffa umida dell’abbandono colpì le nostre narici.

Dentro era buio e, come prevedibile, non vi era alcuna possibilità di illuminare gli ambienti in modo artificiale, per cui provvedemmo alla meno peggio con delle torce, non osando procedere nell’apertura di qualche imposta, visto i precedenti.
Davanti avevamo un grande corridoio che portava verso un altro altrettanto grande largo passaggio che sulla destra arrivava fino al portone di ingresso principale, quello di via Gobetti.
A sinistra c’era una porta più piccola e Gabriele mi disse che era quella del Teatro. La aprì senza grandi sforzi e mi precedette. La austera struttura ottocentesca mi apparve nel suo totale abbandono. Fui colpito da un cumulo di residui di varia natura: calcinacci, stracci, legni di varia misura che erano appartenuti ad oggetti inqualificabili, e sulle pareti scritte di vario genere ed una svastica di grandi dimensioni.
L’abbandono era evidente, ed anche lo smarrimento della ragione: a me appariva un ritorno in una dimensione che non avevo conosciuto ma della quale avevo sentito argomentare e che aveva prodotto in me profondi turbamenti: immaginai per un attimo di trovarmi in un luogo che era stato attraversato dalla violenza e misuravo i miei passi. Salimmo con trepidazione intellettuale ai piani superiori, là dove c’erano state le aule e le camerette degli orfani.
Tutto sossopra e tanta polvere, porte scardinate, mura sgretolate ed in fondo, in un angolo di una stanza buia, una culla, a segno di una presenza infantile non troppo tempo addietro.
Da altre scale ci spingemmo poi al piano superiore, l’ultimo e più alto fatto di sottotetti ampi ed abitabili. Qui la confusione era minore, forse non era stato accessibile negli ultimi tempi! C’erano delle finestre oblique che spingevano la mia curiosità. Mi allungai salendo su un tavolo ed allungando lo sguardo al di là dei vetri osservai lo skyline del centro di Prato con i vari campanili svettanti. Osai scendere dal tavolo con un salto e mi ritrovai con una lussazione alla caviglia destra. Scesi dolorante le scale ed andai al Pronto Soccorso, evitando di menzionare compagnia e luogo dove mi ero infortunato, non essendo possibile alcuna copertura assicurativa per un’impresa di quel genere.
Essenzialmente per questo motivo rinviai le riprese alla primavera successiva.

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ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 6

Chi tace è complice
ANNIVERSARI 2017-2018 – DANILO DOLCI, PIERO CALAMANDREI E LA COSTITUZIONE ITALIANA UNA ESEMPLARE DENUNCIA parte 6

Riprendo la pubblicazione dell’arringa in “difesa” di Danilo Dolci che Piero Calamandrei pronunciò il 30 marzo del 1956 nel Tribunale penale di Palermo. Come ben si può rilevare, il riferimento alla Costituzione e la richiesta che vengano soddisfatti alcuni principi in essa contenuti è molto forte.
Joshua Madalon

….Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione.

La nostra Costituzione è piena di queste grandi parole preannunziatrici del futuro: “pari dignità sociale”; “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”; “Repubblica fondata sul lavoro”; “Diritto al lavoro”; “condizioni che rendano effettivo questo diritto; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”…

Grandi promesse che penetrano nei cuori e li allargano, e che una volta intese non si possono più ritirare. Come potete voi pensare che i derelitti che hanno avuto queste promesse, e che vi hanno creduto e che chi si sono attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, possono ora essere condannati come delinquenti solo perché chiedono, civilmente senza far male nessuno, che queste promesse siano adempiute come la legge comanda?
Signori Giudici, che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto. Affinché la legalità discenda dai codici nel costume, bisogna che le leggi vengano dal di dentro non dal di fuori: le leggi che il popolo rispetta, perché esso stesso le ha volute così.
Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. “le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre ” leggi.
Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri!
Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato con un nemico.
Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia.
Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo.
Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.

Nella prefazione che Norberto Bobbio ha dettato per il libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico, è riportato come tipico un episodio.

“Ho fatto più di quattro domande per avere la pensione -dice il padre.-Niente. Mi mandano a chiamare i carabinieri:-ci vuole questo documento.-Subito facciamo questo documento, subito. Poi mi mandano a chiamare in Municipio e mi dicono che ci voleva stato di famiglia, atto matrimoniale, fede di nascita, fede di morte di mio figlio, tutto. Ci ho fatto tutto. Ci ho mandato in Municipio stesso, da lì a Roma. Niente. Dal 1942. E 12 anni “ca ci cumbattu cu sta pensioni”. E la moglie: “Have a cridere che a mia mi ritiraru lu librettu e mi disseru:-Ora se nè pò ire che vossìa have la pensioni”.

Questa è la maledizione di Partinico, ma questa è sempre stata anche la maledizione di Italia. In ogni regione d’Italia più o meno è così: le leggi per gli umili non contano. Per avere giustizia dagli uffici amministrativi occorre farsi raccomandare da qualche personaggio importante o strepitare.
Ma forse neanche screditare conta; perché se strepita il povero, viene il commissario Di Giorgi che lo porta in prigione.
E allora ecco Danilo: -Basta con questa maledizione, basta con questa sfiducia; ma basta anche con la violenza. Voi dovete credere nelle leggi; voi dovete credere nella giustizia di chi governa. La legge è come una religione (una religione di cui questa aula giudiziaria è un tempio). Perché la legge faccia i suoi miracoli, bisogna crederci.- È un ingenuo? È un illuso?
Danilo è stato paragonato a Renzo dei promessi sposi, nella famosa scena dell’osteria.
Ricordate? “pane, abbondanza, giustizia.” Lo sente dire da Ferrer, che era una specie di prefetto e Renzo ci crede: anche lui si mette a ripetere “pane, abbondanza, giustizia”. E va a finire nelle mani dei birri.
Anche Danilo è andato a finire in prigione. E dunque anche lui soltanto ingenuo? Soltanto un illuso? No: Danilo è qualche cosa di più. Non dimentichiamo come è cominciata la vicenda di Danilo. Il caso determinante della sua vita è stato l’incontro con un bambino morto di fame.
Quando nell’estate del 1952 Danilo ebbe visto morire di fame il figlioletto di Mimma e Giustina Barretta, allora egli si accorse di trovarsi “in un mondo di condannati morte”; e gli apparve chiara l’idea che questo mondo non si redime con la violenza, ma col sacrificio. Fu allora che disse: ” su questo stesso letto dove questa creatura innocente è morta di fame, io, che potrei non essere povero, mi lascerò morire di fame come lui, per portare una testimonianza, per dare con la mia morte un esempio, se le autorità non si decideranno a provvedere “.
E dopo una settimana di digiuno, che già aveva ridotto Danilo in fin di vita, le autorità finalmente intervennero, non per pietà, ma per liberarsi dalla responsabilità di lasciarlo morire; essi decisero di offrire subito le prime somme occorrenti per pagare i debiti dei pescatori e dei braccianti del luogo e, e per iniziare i lavori di sistemazione delle strade e delle acque. Poi nuovamente si fermarono: ma soltanto così Danilo era riuscito a svegliare il torpore burocratico dei padroni. Ma ecco che qui entra ancora in scena il commissario Di Giorgi, che in questo dramma rappresenta la quotidiana certezza del conformismo, la voce scettica dei benpensanti: -Danilo Danilo, sono utopie, sono illusioni! (“fanatismo mistico” ha detto ieri il P.M.).
Par che dica, il commissario Di Giorgi: -Danilo, ma chi te lo fa fare? Sei giovane, sei istruito, sei un architetto, uno scrittore. Non sei di queste terre desolate. Torna ai tuoi paesi. Lascia i poveri di Partinico in compagnia della loro miseria e della loro fame… Danilo, chi te lo fa fare?-
La voce del buonsenso, la voce dei benpensanti; ma Danilo non è un benpensante, non segue la rassegnata e soddisfatta voce del buonsenso.

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 3

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 3

Avviammo a lavorare intorno al progetto all’avvio dell’anno scolastico 1997/98; chiesi la collaborazione di tutti gli Istituti medi superiori della provincia di Prato, ottenendo la partecipazione, oltre che della scuola dove insegnavo (ITC “Paolo Dagomari”), del Liceo Scientifico “Niccolò Copernico” con allievi coordinati dal prof. Giuseppe Barbaro che curarono la parte relativa al “Diario di Anna Frank”, dell’Istituto Professionale “Datini” coordinati dal professor Mauro Antinarella, del Liceo Scientifico “Carlo Livi” coordinati dal professor Giorgio de Giorgi, del Lieco Classico “Cicognini” coordinati dal professor Antonello Nave.
Dopo una riunione preliminare in assessorato alla Cultura con i funzionari avviammo gli incontri di presentazione in ogni scuola che aveva aderito confrontandoci in modo aperto e coinvolgente.
Avevamo pensato di realizzare un teaser da presentare pubblicamente come annuncio alla stampa poco prima dell’inizio delle festività natalizie, durante le quali avremmo dovuto lavorare con gli studenti in un’impresa che appariva complessa ma possibile. L’idea era quella di portare il prodotto finito entro la data canonica del 27 gennaio 1998.
Non ci riuscimmo anche perchè come molto spesso si dice “il diavolo ci mise la coda”.
In quel periodo ero consigliere comunale e mi occupavo in primo luogo di Scuola e Cultura, settori per i quali potevo vantare qualche credito visto quel che facevo e quel che avevo già fatto. In particolare quelli erano gli anni della “battaglia” per il riconoscimento di “Teatro Nazionale Stabile” per il “Metastasio” e mi stavo battendo anche contro le posizioni della maggioranza del mio Partito, PDS, che era piuttosto tiepida in quella scelta. Alla Presidenza c’era Alessandro Bertini, architetto con esperienze acquisite nel campo della scenografia ed alla Direzione amministrativa c’era Teresa Bettarini. Il Direttore artistico era il grande compianto Massimo Castri, regista annoverato nella triade che comprendeva Luca Ronconi e Giorgio Strehler, il primo dei quali peraltro aveva messo in scena a Prato molte delle sue straordinarie mitiche regie.
Avevo richiesto la cooperazione del Teatro, che in quel periodo, come ancora oggi ma in ben diverse migliori condizioni, possedeva le chiavi del complesso “Magnolfi” in via Gobetti. Per chi non è di Prato consiglio di consultare il sito http://www.magnolfinuovoprato.it/it e di leggere il libro “il MAGNOLFI nuovo” prodotto dal Comune di Prato nel 2004 nel quale, tra le altre ben più importanti, troverete una mia introduzione dal titolo “UN AMICO RITROVATO”.
E fu così che, in una mattina di fine ottobre, insieme a Gabriele Mazzara Bologna che in quel periodo svolgeva attività di “tecnico teatrale” presso il Metastasio, mi recai a svolgere un sopralluogo nelle stanze del Magnolfi che era stato parte di un convento dei Carmelitani Scalzi e poi sede di un Orfanotrofio dal 1838 fino al 1978, dopo di che fu sede del quartiere (quando questi in città erano 11), della Guardia medica, alloggio provvisorio per sfrattati, sede di varie Associazioni e del famosissimo Laboratorio teatrale di Luca Ronconi.
Dopo questo periodo culturalmente stimolante dagli inizi degli anni Ottanta lo spazio era stato occupato da gruppi che afferivano all’esperienza dei “centri sociali”.
Non mi aspettavo di vedere ciò che vidi. Ne parlerò nel prossimo post.

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 2

Come tante volte accade, con l’avanzare del tempo e l’usura delle sinapsi, ho commesso qualche piccolo errore nel post precedente. Errori sostanziali riferiti al titolo del lavoro, eccellente, del professor Antonello Nave. Il testo cui ci si ispirava è “Fra Troia e la Bosnia: Agamennone e la guerra inutile – Un allestimento della tragedia di Eschilo nel “teatro della scuola” “ prodotto dall’Associazione Culturale “Nuova Colonia” (associazione precedente all’attuale “Altroteatro”) per il Liceo Classico “Cicognini” di Prato, dove l’amico Nave ha svolto la sua professionalità fino allo scorso anno. Il testo che noi abbiamo concordemente utilizzato non è l’ “Agamennone” di Eschilo, prima parte dell’Orestea che nel libro viene tradotto e reinterpretato contestualizzandolo alle tragedie balcaniche di quegli anni; è invece “Le Troiane” di Euripide. Il motivo per il quale noi utilizzammo l’angoscia delle donne troiane in attesa di conoscere il loro destino di “deportate”, una volta che i loro “uomini” erano stati annientati, uccisi come Priamo ed Ettore o come il piccolo Astianatte o scappati come Enea, era collegato allo stesso identico sentimento delle donne, ebree o dissidenti o appartenenti a categorie discriminate, al tempo delle deportazioni nazifasciste.

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Dallo stesso libro, però, traemmo spunto da un testo finale scritto a più mani il cui titolo è “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” (per Suada e gli altri) scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia a cura di Antonello Nave. Da questo prendemmo il settimo movimento e ne traemmo una parte – le prime dieci righe – che riportava il “lamento” di Ecuba su un bambino ammazzato. Per noi, così come per l’amico Nave ed i suoi allievi, si trattava di una trasposizione, un collegamento, tra la tragedia antica e quella attuale, balcanica, passando ovviamente per quell’altra ugualmente tremenda dell’Olocausto. Il riferimento del titolo a Suada è alla prima vittima della guerra di Bosnia. Suada Deliberovic morirà la mattina del 5 aprile 1992 mentre insieme ad una folla di manifestanti protestava contro le barricate serbe.
La settima parte del testo collettivo cui ci riferiamo è collocata nel videofilm a chiusura. Ecco qui di seguito come promesso il testo (Giulia è l’interprete, Giulia Risaliti ed il riferimento al bambino è al piccolo Astianatte, figlio di Ettore ed Ecuba: Ettore è stato ucciso nel celebre duello con Achille):

Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato

“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perchè vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?…..”

Giulia Risaliti nel videofilm interpreta questo passo con un’intensità straordinaria che ancora oggi mi commuove. La vediamo muoversi tra le rovine della città consapevole dell’ineluttabilità del dramma che sta vivendo e dell’incertezza del futuro per lei e le altre donne “troiane” il cui destino è nello sradicamento della deportazione e dell’annientamento psicologico totale.
In un prossimo post tratteremo di altri documenti che ci aiutarono a scrivere il videofilm e parleremo del realismo scenografico nel quale ci trovammo a girare quelle scene.

Joshua Madalon

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Olocausto con Pippo Sileci interno Magnolfi

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018)

La Cultura salverà la nostra personale umanità, quella cui nella prima metà del secolo scorso attentarono uomini (e donne) obnubilate da miti nazionalistici che prefiguravano una superiorità di “razza” (termine purtroppo utilizzato nuovamente per costruire discriminazione e separatezza). Quel periodo fu contrassegnato da un abbassamento del livello di attenzione in un tempo di crisi economica, sociale e politica generalizzata prodotta allo stesso tempo da leadership nazionali che non vollero – o non ne furono capaci di – riconoscere che occorrevano interventi strutturali complessivi che tendenzialmente e progressivamente abbassassero il livello di odio che era susseguito alla prima Guerra mondiale.

Oggi – come accennato prima – sembra di rivivere quei tempi “non così lontani da noi”. LA CULTURA CI SALVERA’? dobbiamo solo sperarlo? o dobbiamo provare con tutte le nostre residue forze?

In una serie di post da qui al 27 gennaio pubblicherò e commenterò alcuni testi sia originali che non relativi ad un mio lavoro di venti anni fa.

Tra il 1997 ed il 1998, mentre ero consigliere comunale di Prato, con il “Laboratorio dell’Immagine Cinematografica che era da me diretto, realizzai un “Progetto” che riuscì a coinvolgere studenti di molte scuole superiori della città, a partire dall’ITC “Paolo Dagomari” nel quale insegnavo. Giovani studenti del Liceo Classico “Cicognini”, del “Datini”, del “Copernico” furono da me coordinati nella realizzazione del videofilm “Appunti sull’umana follia del XX° secolo: la deportazione”.
A dare un particolare sostegno al Progetto ci fu il prof. Antonello Nave con il suo gruppo “Altroteatro”; insieme a lui collaborarono i professori Mauro Antinarella, Giuseppe Barbaro e Giorgio de Giorgi. Gli studenti che furono impegnati sono in ordine alfabetico Irene Biancalani, Lorenzo Branchetti, Alberto Carmagnini, Juri Casaccino, Cristina Isoldi, Simone Lorusso, Stefano Mascagni, Lisa Panella, Monica Pentassuglia, Annarita Perrone, Daniele Peruzzi, Linda Pirruccio, Giulia Risaliti e Luca Vannini. Alcuni di loro (Lisa Panella e Luca Vannini) produssero anche dei testi originali. Il gruppo del “Cicognini” si impegnò prioritariamente a mettere in scena una libera interpretazione de “Le Troiane” dal titolo “Non posso tacere gli orrori” di Antonello Nave che fa da preambolo al film; nel video c’è, ispirato alla rielaborazione del prof. Nave, un testo da me scritto con il quale il lavoro si chiude.
Nella realizzazione del videofilm ebbi la collaborazione oltre che dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Prato, anche del Teatro di Piazza e d’Occasione – TPO attraverso la figura di Marco Colangelo – e della Fondazione Teatro Metastasio ed in modo particolare Renzo Cecchini, Teresa Bettarini e Gabriele Bologna Mazzara. Fu nostro consulente costante Mario Fineschi della Comunità ebraica toscana.
Le musiche furono vagliate e scelte in modo coordinato: da Bach, “Passione secondo Matteo” a “Canti e Musiche Tradizionali ebraiche” di Moni Ovadia, alla colonna sonora de “Il paziente inglese” di Gabriel Yared a “Songs From A Secret Garden” di R. Lovland.
Le riprese ed il montaggio furono realizzate da Pippo Sileci di Filmstudio 22.
Nei prossimi giorni, come sopra annunciato, in concomitanza con la data del 27 gennaio (giorno della Memoria) giorno in cui vennero abbattuti dall’Armata Rossa i cancelli del campo di Auschwitz pubblicherò alcuni dei testi riferibili a quel lavoro.

Joshua Madalon

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Olocausto con Pippo Sileci interno Magnolfi

GLI ATTACCHI A CHI INTASA IL PRONTO SOCCORSO DELL’OSPEDALE SANTO STEFANO DI PRATO (quello nuovo) sono intollerabili. UNA RIFLESSIONE SULLO STATO DELLA SANITA’ TOSCANA, a partire da Prato ed in particolare da SAN PAOLO, quartiere Ovest di quella città.

http://www.maddaluno.eu/?p=4037

http://www.maddaluno.eu/?p=2242

http://www.maddaluno.eu/?p=4054

GLI ATTACCHI A CHI INTASA IL PRONTO SOCCORSO DELL’OSPEDALE SANTO STEFANO DI PRATO (quello nuovo) sono intollerabili. UNA RIFLESSIONE SULLO STATO DELLA SANITA’ TOSCANA, a partire da Prato ed in particolare da SAN PAOLO, quartiere Ovest di quella città.

C’è un virus letale che sta corrodendo la Democrazia e sta portando danni inqualificabili “a vista”. Non so se se ne rendono conto questi amministratori che si fregiano di essere democratici, di Sinistra e per giunta anche a volte credenti e “cristiani”!
So molto bene di essere ancora una volta “tranchant” nei modi, ma non se ne può più di ricevere “lezioncine” da chi dovrebbe invece difendere i diritti proprio dei più deboli, dei bisognosi, di coloro che non riescono più ad assicurare ai propri familiari ed a se stessi la minima dignità umana.

I dati sulla povertà non possono che confermare quello che vediamo quotidianamente in diretta; ma di fronte a queste evidenze cosa fanno gli amministratori? Riducono gli interventi sul sociale, riducono la spesa sanitaria senza tuttavia ridurre i costi della gestione amministrativa: riducono tout court il welfare. Questo ovviamente è nelle carte, nelle scelte amministrative della Regione ed in quelle legislative dello Stato: in Italia è così; a Prato, poi, che è il territorio su cui insiste il mio sguardo, si è operato il taglio maggiore, riducendo non solo i posti letto in un Ospedale nuovo che non può riuscire a soddisfare le utenze ( in netta e progressiva crescita ed in controtendenza agli investimenti sempre più ridotti ), ma non prevedendo strutture intermedie se non in maniera insufficiente e provvisoria.

Dopo aver sostenuto, approvato e difeso le scelte sanitarie attaccando chi criticava la loro evidente inadeguatezza, cosa fanno questi “signoroni”? per motivi elettoralistici e di posizionamento al loro interno (ossia per difendere in primo luogo solo se stessi) fingono di accorgersi finalmente che chi criticava aveva buone ragioni. Ma non solo! C’è financo chi, di fronte a questo deserto sanitario, accorgendosi che il Pronto Soccorso è oberato di richieste, anche da considerare banali, non trova di meglio che attaccare gli utenti, sbeffeggiandoli anche.

E’ intollerabile!

Peraltro trovo che sia ancor più intollerabile che a lanciare questi attacchi siano amministratori che ben conoscono i limiti non solo strutturali ma anche prescrittivi che vengono forniti ai medici di base, che spesso si ritrovano nelle condizioni di dover suggerire ai loro pazienti di rivolgersi al Pronto Soccorso per poter usufruire di esami diagnostici che, diversamente, laddove prescritti, potrebbero essere soddisfatti tre-quattro-sei e più mesi dopo; oppure, poiché si potrebbe trattare di malattie croniche, si va incontro a dei limiti sulla ripetitività di questi e, dunque, la soluzione è poi la stessa: rivolgersi al Pronto Soccorso!

Sono stato da tempo molto attento nel seguire le vicissitudini dell’unico Distretto sanitario che dovrebbe (!) essere costruito sul territorio in cui risiedo, quello di San Paolo, ed avverto il dovere di rilevare che tale struttura, laddove venisse costruita, deve molto ai cittadini di quella frazione, in primo luogo di Fernando Masciello e degli ex iscritti al Circolo PD Sezione Nuova San Paolo – alcuni dei quali guardano con rinnovata e costante attenzione alla costituzione di soggetti “alternativi” di Sinistra.
Essi in prima linea si sono battuti energicamente innanzitutto per difendere il vecchio Distretto di via Clementi e poi affinchè fosse rapidamente costruita la nuova struttura in uno spazio prescelto sullo stesso territorio. La rapidità non è prerogativa degli amministratori; per ora lo spazio su cui costruire la nuova struttura è stato scelto. Poco di più! Anche se insistenti voci parlano di “prime pietre” in concomitanza di eventi elettorali. Non si impara mai ad essere seri: credo che dalla prima all’ultima pietra ne passerà ancora di tempo ed il pronto Soccorso con buona pace degli amministratori sarà oberato di lavoro.
Si dia uno sguardo a quel che scrivevo sul mio Blog utilizzando le stringhe sopra riportate.

Joshua Madalon

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da PAESE SERA Toscana on line 8 gennaio 2018 un mio articolo “Povertà, una piaga vera, basta prese in giro”

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Povertà, una piaga vera, basta prese in giro

La consapevolezza dell’aumento vertiginoso della povertà nel nostro Paese serve a ben poco (gli interventi caritatevoli di donne ed uomini impegnati nelle organizzazioni volontarie sono quasi sempre utili ad attenuare il loro senso di colpa; sono – come si dice – un pannicello caldo che limita provvisoriamente i danni e ci provoca l’amara riflessione, quasi conclusiva, che tutto ciò sia meglio di niente); occorrono interventi strutturali a breve, medio e lungo termine che affrontino la piaga della disoccupazione, del lavoro nero, dello sfruttamento e garantiscano a pieno la dignità di un lavoro per tutti, adeguato alle effettive potenzialità pratiche di ciascuno. Per fare ciò occorre un patto tra persone di buona volontà, che fornisca a ciascuno dei contraenti il giusto riconoscimento (agli imprenditori la possibilità di un guadagno tale da poter creare utili sia per il mantenimento di uno standard qualitativo elevato sia per investimenti che rendano strutturali i posti di lavoro ma ne creino di nuovi; ai datori d’opera la garanzia di poter soddisfare con il salario i bisogni, materiali e ideali, delle proprie famiglie, restituendo dignità al lavoro).

Non è certo attraverso la politica dei “bonus” o dei “salari sociali o redditi di cittadinanza” che si affrontano per risolverle le problematiche del lavoro così come oggi appaiono. Non si possono ascoltare le reiterate e diffuse promesse dell’attuale mondo politico. A quel che oggi appare ad un lieve approfondimento l’imprenditoria italiana nella stragrande maggioranza dei casi ha solamente approfittato a proprio vantaggio delle clausole espresse dal “Job’s Act” senza che da parte del Governo (prima quello di Renzi poi quest’ultimo di Gentiloni) vi sia stato un benché minimo cenno di autocritica (anzi, ha continuato a vantare effetti positivi praticamente inesistenti: l’aumento di posti di lavoro “vertiginoso” ha riguardato contratti a tempo determinato e di durate varie ed effimere – uno o due giorni a settimana e non tutte le settimane). In tal modo non si è prodotto un mutamento di tendenza e la crescita della produzione è collegata all’arricchimento a dismisura dei “produttori” senza nel contempo creare posti di lavoro stabili.
In un intervento futuro da parte di un Governo di Sinistra come prima dicevo occorrerà stringere un patto condiviso che colleghi gli incentivi statali all’imprenditoria capace di creare posti di lavoro a tempo indeterminato, scoraggiando l’utilizzo di personale a tempo ridotto. Proprio l’inverso di quanto finora accaduto, grazie al “Job’s Act”. In tale contesto ha senso, a difesa degli interessi dei datori d’opera (operai, impiegati, ecc), la reintroduzione di clausole simili a quelle dell’art.18 abolito, semmai estendendolo a tutti i contesti.

Quando parlo di “patto tra persone di buona volontà” mi riferisco anche alla funzione dei Sindacati che non può essere limitata alla difesa “a prescindere” dei lavoratori ma dovrebbe porsi anche l’impegno a sostenere un orientamento tale da consentire un’adeguata copertura dei posti di lavoro secondo competenze specifiche preventivamente comprovate. A parte che ognuno può imparare a svolgere qualsiasi lavoro dopo un periodo di prova, è tuttavia necessario evitare che vi siano tempi morti nella produzione e dunque ogni datore d’opera possa essere utilizzato nel modo migliore possibile. E’ del tutto evidente che la “giusta causa” in presenza di gravi manchevolezze ed inadempienze dovute a incapacità nello svolgere quel tipo di lavoro è elemento incontrovertibile ed indifendibile da qualsiasi Sindacato. In passato, questo aspetto di una difesa “tout court” del lavoratore da parte del Sindacato ha prodotto storture che quasi certamente hanno poi spinto ad interventi che sono apparsi chiaramente antisindacali ed antioperai.

Joshua Madalon

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NESSUN ACCORDO TRA LE SINISTRE E IL PARTITO DEMOCRATICO

NESSUN ACCORDO TRA LE SINISTRE E IL PARTITO DEMOCRATICO

“Un senso” – Diamine, se lo chiedeva anche Vasco Rossi. Ma quella è un’altra cosa: sono solo canzonette! Utili ad aprire un discorso che dovrebbe essere serio! Ma negli ultimi tempi la Politica è sempre più una cosa poco seria!
Di norma, si costituisce un nuovo soggetto (un Partito, un Movimento, una lista civica o civica e politica allo stesso tempo) quando se ne avverte il bisogno ideale o “materiale” e non se ne può più di affidarsi a strumenti che non corrispondano più alle sensibilità di chi fa Politica per passione o per mestiere, “bischeri” i primi “furbi” i secondi ma questo è quel che passa il convento delle convenienze, per l’appunto “ideali” o “materiali” così come si rappresentano i “venditori” di turno.
Da bambini si sarebbe fatto a gara ad essere considerati come i “secondi”, cioè “fuuurbi”; ma io mi accredito come appartenente alla prima categoria, quella dei “bischeri” che corre dietro alle proprie “ubbie” politiche, cercando di non piegarsi a compromessi in un agone sempre più difficile a confortarmi con un rapporto sempre più condizionato da chi non si nasconde nemmeno troppo di voler essere “furbo”, o perlomeno non riesce nemmeno a nasconderlo a se stesso, se davvero credesse di essere in linea con la propria coscienza.
E quindi per non menar troppo il can per l’aia e non tirarla tanto pe le lunghe diciamola con chiarezza: non si costituisce un nuovo soggetto qual esso sia (v. sopra) con molti trasmigrati da una forza politica per poi continuare a dialogare con essa. Se si esce dal PD non si può pensare di proseguire ad avere rapporti con esso come se non fosse accaduto nulla: ci deve pur essere un senso di coerenza che accompagni il nostro viaggio nuovo. La scelta non può essere considerata un modo come un altro di poter poi “contrattare” posizioni o chiedere garanzie, anche se la Politica dei “furbi” pratica queste strade. Il rischio che si corre se si stringono accordi aperti o segreti è molto più alto per la Democrazia di quanto non si riesca a percepire: l’unità tra le forze che diconsi di Sinistra e l’attuale PD, nella sua interezza, non porterebbe ad una somma di voti “a Sinistra” ma ne aggiungerebbe alla Destra, al M5S ed all’astensionismo.
Non è questo il momento della malinconia, dei rimpianti, dei pentimenti anche se parziali (e qui accredito buonafede ai dirigenti della lista LeU ex PD), ma è invece quello della chiarezza, della coerenza e dell’assunzione di responsabilità. Il rischio è che una parte di quelli che verrebbero a considerarsi “bischeri” non voterebbero per una lista che in primis rappresenta una volontà di alternanza e poi nei fatti si accorda con chi dovrebbe invece apertamente competere per sostituirvisi.
Altra cosa è, di fronte ad un successo elettorale e ad un tracollo (o come vogliamo chiamarlo? Un “non successo”!) del Partito Democratico, aprire un confronto a 360° con quel Partito per ragionare sui motivi che hanno portato a tali conseguenze: certamente il rischio è alto e nessuno lo può negare! Le destre avanzano, i populisti e demagoghi pure e potremmo ritrovarci ad avere un Governo con questi “figuri”. Ma ci sono stati cinque anni durante i quali le “insofferenze” verso chi criticava scelte governative inimmaginabili per una compagine che dichiarava di avere caratteristiche “anche” di Sinistra sono state costanti (i “gufi”, i “rosiconi”, l’”accozzaglia” sono solo esempi gentili!) e si è preteso di decidere e scegliere in conventicole molto ristrette (il “cerchio magico”) per interessi oscuri, mortificando il rapporto diretto con gli stessi organismi diffusi. Ora ci si richiama al “senso di responsabilità”. Ma siamo seri!

Joshua Madalon

2004-07 (lug)

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI – un percorso nella memoria – parte 6 e ultima

FUOCHI 6

Ero stanco, ma allo stesso tempo attratto da quella folla straordinariamente ordinata nella sua giovanile prorompente allegria. E i due rampolli si erano sistemati e partecipavano con insolita attenzione allo spettacolo naturale che si andava svolgendo. Poi, all’improvviso tutto sembrò chetarsi. Anche io avevo trovato un lembo di prato libero e mi ero accovacciato accanto a loro. E fu solo un attimo dopo che mi ero sistemato che un “Ooooh!” collettivo accompagnò il primo fuoco che fiorì proprio davanti a noi alle spalle del palco dal quale si erano esibiti i karaokisti. Il botto che seguì di pochi millesimi di secondo non fu così intenso, nessuno se ne accorse soprattutto perché nello stesso tempo una pioggia di luci sembrò riversarsi su tutti. “Sembrò” con quell’effetto speciale stroboscopico che provoca timore negli inesperti, ma non ve ne furono tanti a rendersene conto. Gli stessi pargoli si erano distesi utilizzando come cuscini alcuni sassi ricoperti dalle morbide giacchettine leggere che Mary mi aveva dato prima di uscire, raccomandandomi di non far loro prendere freddo. Mi girai intorno e mi accorsi che ero tra i pochi ad essere rimasto in piedi e così mi feci fare un piccolo spazio, posi a terra la mia giacca e mi distesi con lo sguardo all’in su verticale ma anche obliquo verso la parte alta del palco. E non tardò dopo l’annuncio, l’apertura che dà il segnale di “attenzione”, a riprendere la “tarantella” delle stelle e delle bombe di varia forma, caratteristica e colore che illuminarono il prato dopo che per rendere migliore l’effetto erano state spente molte delle luci che avevano accompagnato le precedenti esibizioni canore.
Si susseguirono bombe a stelle e colpo scuro di colore rosso e verde a quelle “granatine” e “a raggi”, a “cannelli”, a “crociera di sfere” tutte mescolate con grande sapienza tecnica. E di poi nelle variazioni a più “spacchi” con lancio di di “stelle” a colori diversi che si dirigono in varie direzioni e sembrano quasi volerti abbracciare e colpire; ed ancora con “paracadute” ed altre forme geometriche, colorate ed eleganti come le bombe giapponesi di vario calibro. Tutto durò una buona mezzora anche se il tempo sembrò molto più breve e veloce. Il finale fu epico, tambureggiante, come ben si addice a professionisti di primo livello e con gli ultimi boati, quelli sordi, che danno il senso della compiuta operazione pirotecnica, partì un applauso sincero corrispondente alla felicità che era stata diffusa su quel prato.
Tempo dieci minuti, un deserto: o quasi. I bambini erano visibilmente stanchi, Daniele volle essere preso in braccio che non reggeva più dal sonno, forse anche Lavinia se ci fosse stato un posto libero tra le mie braccia ne avrebbe approfittato. Ma erano già occupate e da un peso non indifferente. Ma tant’è: mi avviai al parcheggio lungo il vialone che era ormai semideserto. Avevo anche il viaggio di poco più di cinquecento chilometri sul groppone. Mi fiondai a casa, stanco morto. Mary non dormiva ancora; è sempre così, non viene con noi ma è in pensiero finché non ci vede tornare. Daniele continuò a dormire forse sognando ancora quelle luci incantate, e Lavinia invece con toni bassi le andava descrivendo alla madre. Chissà per quanto tempo ancora avranno ricordato quei “fuochi”; chissà in che modo ne parleranno ai loro amici ed a quanti dopo di noi verranno; chissà se accadrà mai che condivideranno con i loro figli queste esperienze.

FUOCHI – fine

Foto di Agnese Morganti