PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 8

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 8

Un ingresso molto stretto attraverso una porticina aperta solo a metà introduceva ad un corridoio buio, ancorché illuminato da una flebile luce che proveniva dal fondo sulla nostra sinistra: scendemmo due gradini e curiosando all’ingrosso sugli oggetti posti alla rinfusa sugli scaffali ci rendemmo conto di essere in un ambiente dal fascino archeotecnologico. Ci dirigemmo verso quella che doveva essere la figura di Claudio, che intanto aveva sospeso quello che appariva essere un impegno di coordinamento di altri due giovani seduti, di fronte dietro un ampio tavolo ricolmo di testi di varia misura, ed intenti a smanettare su due portatili. La stanza era illuminata in gran parte naturalmente da un balcone che affacciava sulla linea ferroviaria. Dappertutto una grande confusione tipica degli ambienti di studio e di arte; non ne potevamo essere sorpresi né tantomeno potevamo ergerci a giudici severi:  casa nostra spesso aveva posseduto  quell’aspetto.

Sì, di Claudio avevo già sentito parlare come di un operatore culturale intelligente ed originale; sapevo ma, come troppo spesso è accaduto, la lontananza non mi ha consentito di mantenere i vecchi contatti o di costruirne di nuovi.  Non è che non ci abbia provato, ma poi il ritmo della vita a circa 900 poi 600 chilometri di distanza non me lo ha permesso. Non sapevo, però, di queste due grandi passioni di Claudio: quella per l’archeocinema e quello per il recupero bibliografico di testi attraverso la digitalizzazione, anche di testi unici ed introvabili.  Egli  ci fece accomodare, la qual cosa con il caldo e con la stanchezza che non veniva meno era gradevole;  ci offrì dell’acqua fresca che era quel che desideravamo e ci raccontò di alcune iniziative sul territorio flegreo in relazione agli anni ed ai temi del bradisismo ed alle bellezze archeologiche riprese e montate con l’ausilio di strumenti modernissimi come i droni e le centraline digitali. I ragazzi intanto uno dopo l’altro stavano andando via ed anche Claudio sembrò mantenere la pazienza con noi per cortesia.    Bastò uno sguardo tra me e Marietta e “Ti ringraziamo, passeremo nei prossimi giorni. Semmai ti chiamiamo per fissare con comodo”. E dopo esserci scambiati i numeri di cellulare ci salutammo.

Riprendemmo a salire, confortati dal ristoro materiale e culturale, verso il Carmine. Le scale sono basse e lunghe e se non si ha fretta sono meno faticose di tutte le altre che dal mare portano in collina. C’è un gran bel panorama quando si passa sotto il complesso dell’Immacolata  i cui muri sono cosparsi di ottime piante di cappero. Arrivati al culmine mentre si dà un ultimo sguardo al panorama del golfo ed alla struttura della chiesa barocca di San Raffaele da un lato e dall’altro della Villa Avellino, ci si trova davanti all’ex residenza dei carabinieri ora trasformata in uno splendido elegantissimo complesso residenziale. Subito dopo c’è il Cinema che porta il nome della più importante figura artistica vivente di Pozzuoli, Sofia Loren.

Pian piano eravamo tornati sotto casa.

“Fru fru” la nonnina con lo sguardo smarrito catatonico vagava tra le auto in sosta. “Fru fruuu” e sapemmo che si trattava di una gattina randagia che tuttavia di norma a quell’ora gradiva servirsi al desco dell’anziana donna e quel giorno non si era presentata……. Ci descrisse come era e gli occhi trasmettevano affetto per una sorta di figliola o nipotina surrogata. Per qualche attimo girammo lo sguardo affacciandoci anche sotto le auto; qualche gatto c’era ma non corrispondeva alla descrizione e tra l’altro non mostrava interesse al nostro richiamo. Salutammo la vecchina augurandole di poter ritrovare Frufru. Ed in modo irriverente mi venne in mente un classico della canzone napoletana, “Dove sta Zazà”.

 

J.M.

 

BUON FERRAGOSTO

 

nastro-lutto

BUON FERRAGOSTO

Quest’anno è funestato da una serie di eventi catastrofici: non bastava il Governo grigionero,  abbiamo dovuto subire la disgrazia di Genova ed i commenti miserabili di qualche personaggio come il “milesgloriosus” pratese che utilizza un evento così drammatico per puntualizzare la sua posizione politica: lo sappiamo bene quale sia il suo “nonpensiero”; risparmi l’umiliazione alle vittime della tragedia e colga l’occasione per rimanere muto. Poi eventualmente ci ripensi e si scusi; questo sarebbe opportuno.  Non si nasconderà certamente dietro un possibile “fake”: è un vero uomo, tutto di un pezzo. Tocca a noi decidere di quale “pasta”.

Di fronte alle tragedie spunta la nostra bontà; qualcuno però ne approfitta,  facciamo attenzione a non essere “dabbene”:   buoni sì ma non fessi.    E’ accaduto e sta accadendo anche nel richiamo all’unità “antifascista”. Ormai c’è chi non ci casca; ma adesso non sta zitto. E si impegna per la costruzione di una vera alternativa.

Buon Ferragosto,  se possibile, senza dimenticare chi non lo potrà festeggiare.

J.M.

 

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reloaded 19 e 20 aprile 2018 da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1 e 2

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Lo scorso 19 e 20 aprile avevo pubblicato queste parti 1 e 2 del blocco 7 dedicato alle mie esperienze giovanili. Oggi, 14 agosto le ripropongo e darò loro un seguito da domani.

 

Grazie per la vostra attenzione

 

Joshua Madalon

 

 

19 e 20 aprile —-  da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1

Alla fine degli anni Sessanta la mia formazione culturale era stata legata ad una profonda libertà; mi scrollavo di dosso ciò che mi veniva imposto dagli altri e cominciavo a rendermi conto di quale sarebbe stato il mio “tempo”. Amavo il mio territorio senza retoriche scioviniste. Lo scrutavo, analizzando i comportamenti umani che lo deturpavano, incoraggiati da un Potere corrotto come da eterno copione.
Nei post precedenti ho ripercorso alcuni aspetti della mia formazione, solo pochi e solo epidermicamente. Ho cercato di utilizzare l’ironia, quando mi sembrava utile, ma non sempre riuscendoci a pieno. Nella vita capita a ciascuno di noi di avere occasioni varie che ci sospingono. A volte è necessario il coraggio, altre volte invece è una vera e propria Fortuna che ti accoglie tra le braccia. Mi è stato consentito di nascere e di vivere in un posto ed in un tempo nel quale la Storia ci consentiva di ricordare un Anniversario straordinario tondo tondo: 2500 anni, un doppio millennio e mezzo; questo è quel che avveniva nel 1972 a Pozzuoli, l’antica Dicearchia greca, poi Puteoli al tempo dei Romani. E sono stato davvero fortunato perché quella città dal 1953 fu scelta da Adriano Olivetti per insediarvici una delle sue fabbriche (per capirci quella di “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, romanzo del 1959). Il luogo dove essa fu costruita è una delle straordinarie terrazze panoramiche sul golfo di Pozzuoli. La fabbrica costituiva per l’organizzazione una grande scommessa per il mondo del lavoro del nostro Paese: purtroppo diventerà un caso da manuale e poco più.
Grazie alle mie “amicizie” di cui ho accennato in altri post “da giovane” fui inserito in un contesto celebrativo dei 2500 anni di Dicearchia. Il Comune ed altri enti di cui oggi poco ricordo sponsorizzati da Olivetti avviarono sin dall’autunno del 1970 la progettazione e mi chiesero di produrre un libretto da diffondere nelle scuole, quelle medie inferiori e le ultime due della primaria. Partecipai ad una serie di incontri del Comitato organizzatore come giovane studente che aveva mostrato attenzione verso i problemi ecologici, che dalle nostre parti erano già acuti, abbinati ad una conoscenza dei territori storici e geologici. Nei prossimi post mi dedicherò alla riproposizione di quei temi così come riportati nel testo del libretto.
da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 2

Gabbiani o viandanti medievali pellegrini alla ricerca del loro destino, avrei voluto essere! I secondi alla fin fine mi assomigliavano di più perché non potevo volare se non che con la fantasia ed in anticipo sui tempi mi inventai il “drone”.

D’altronde non possiamo sceglierci il luogo né la famiglia; ma l’uno e l’altra sono due delle mie grandi fortune. Solo la fine della nostra esistenza ci renderà piatti ed un luogo varrà l’altro così come una famiglia.
Nascere e “vivere” nei Campi Flegrei è stato ed è straordinario. Non esiste un luogo nel quale la leggenda, il Mito e la Storia si sono intrecciate in modo così continuativo ed intenso. Le abbiamo respirate tutte quelle vicende e le portiamo dentro di noi. Non c’è altro luogo che possa contenere tutta la “bellezza” che qui trasuda dalle zolle sulfuree e dalle onde che emanano profumo di salsedine ineguagliabile nella sua composizione vulcanica. Viviamo tra e dentro i vulcani e la nostra terra ribolle come il nostro sangue sempre caldo.

Joshua Madalon

AGOSTO flegreo 2018

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2487,0,1,0,360,256,443,5,2,198,54,1,0,100,0,1975,1968,2177,225547
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AGOSTO  flegreo 2018

“No, la signora a fianco non c’è. E non c’è neanche il cane!” è stato  più o meno il primo messaggio, forse preceduto da un cenno di saluto forse no non ricordo, la prima forma comunicativa complessa che l’amico del piano di sopra ci ha riservato non appena ci siamo incontrati “da vicino”. In realtà “da lontano” ci avevano sonoramente salutati dall’alto del terzo piano, non appena abbiamo messo piede nel cortile, scendendo,  affaticati dal viaggio, dopo sei ore di traffico agostano intenso ma non tanto quanto si temeva. Quel primo saluto era inatteso, perché di solito gli occhi vigili si nascondono dietro le tapparelle ma non si palesano: forse siamo arrivati proprio dietro l’ora di pranzo e nel corso dello scotimento della tovaglia da tavolo per la goduria di qualche piccione residuo, dopo che i gabbiani li hanno spodestati, e le maledizioni dei condomini sottostanti.

Poi abbiamo avuto il nostro daffare per svuotare l’auto che stavolta non era così ingolfata ma non meno faticoso è stato il trasbordo fatto velocemente anche per evitare il timore del tutto assurdo di qualche lestofante convinto di aiutarci nel trafugare qualche pacchetto e reale di qualche bestiola, tipo gattini vari incuriositi ed attratti dalla loro atavica fame, che si intrufolava nel passaggio tra una consegna e l’altra;  era infatti accaduto in un’altra occasione che tra una corsa e l’altra in tre di loro si erano fiondati dentro, forse attratti dal profumo di cibi . Occorreva  puntare a record sempre più improponibili con l’avanzare dell’età. Ma con quel caldo ed a quell’ora i pericolosi lestofanti presunti erano al mare ed i gatti sonnecchiavano all’ombra  tra le siepi di due ampie aiuole e sotto altre due auto che sostavano in quel piazzale, cercando di digerire quel poco che mani pietose avevano loro preparato.

Dopo aver sbagagliato dovevamo sistemare il tutto, ma di tempo ce ne avevamo e la stanchezza superava l’appetito che pure non era stato soddisfatto nel corso del viaggio. Per cui decidemmo di “saltare” ambedue le incombenze e ristorati da una doccia fredda, visto che non avevamo neanche riattivato la caldaia ci siamo adagiati direttamente sul copriletto. Abbiamo lasciato tutto nel pieno disordine. Poco più di un’ora di riposo in un ambiente straordinariamente fresco a dispetto delle temperature esterne e senza ausili tecnologici è bastata. Questo, grazie anche al silenzio che non ti aspetti, visto che siamo in  realtà tradizionalmente chiassose; ma, e già, saranno tutti al mare oggi che è un lunedì, il 6 di agosto 2018.

“Scusate il disordine! Abbiamo deciso di lasciar tutto in giro ma in cucina è tutto libero. Venite qui!” gli amici del piano di sopra erano impazienti di rivederci da vicino e “blin blon” avevano suonato alla porta. E non avevamo dubbi che fossero loro quando abbiamo sentito quel suono.  In realtà non vorrei dare la sensazione che fossero  indesiderati;  ben altro: è sempre stato ed è un piacere dialogare con loro.

E, poi  “La signora a fianco a noi, quella che di notte ossessiona i vostri sonni con tacchi e rumori vari non c’è. E’ in vacanza. E non c’è neanche il cane! C’è la figlia”.

…parte 1…continua

 

Joshua Madalon

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Commento su quel che è accaduto pochi giorni fa sulla tratta ferroviaria Milano – Verona

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Commento su quel che è accaduto pochi giorni fa sulla tratta ferroviaria Milano – Verona

Ieri ho pubblicato un mio vecchio post del 31 maggio scorso, annunciando contestualmente che avrei scritto ancora sul tema dei rom, dei sinti e dei caminanti in Italia, alla luce di eventi e di esperienze generali ed individuali. Già nel post di ieri facevo riferimento al fatto che per ciascuno di noi, al di là di quanto possiamo interpretare i fatti con la nostra personale sensibilità e preparazione culturale, contino le esperienze.

Poiché ne stiamo riparlando anche in relazione al caso della capotreno che, in una corsa del convoglio Milano-Mantova, ha fatto mostra del suo pensiero in modo evidente, utilizzando – volontariamente o meno non importa molto – il canale di comunicazione pubblico interno inveendo in modo peraltro violento e scomposto contro mendicanti e “zingari”, vorrei esporre ulteriormente il mio giudizio politico.

Tra le mie esperienze dirette ho assistito ad un caso esemplare di gestione soft di un evento pressoché simile. Attendevo la partenza del treno metropolitano che da Pozzuoli conduce a Napoli. Abitualmente prima di partire si attende l’incrocio con il treno che da Napoli giunge nella città flegrea. A volte è un treno che poi prosegue verso Villa Literno. Già nell’attesa sul binario mia moglie ed io eravamo stati infastiditi da un gruppo di “nomadi”; la loro presenza di per sé non dovrebbe creare disagio ma già l’attesa di poter essere importunati non è piacevole: è un pregiudizio? Lo sarebbe ancor più se  poi non fosse reale il loro comportamento.   Intanto si erano aperte le porte del nostro convoglio e ci siamo affrettati a salire. Dal nostro “punto di veduta” abbiamo però assistito al trattamento fermo e deciso  di capotreno e conduttore del treno per Villa Literno nei confronti di quel gruppo che intendeva utilizzarlo senza avere il titolo di viaggio. Non un atteggiamento violento, a parte il fatto che, a farne le spese sono stati gli altri viaggiatori, costretti a dover utilizzare una sola porta, essendo state bloccate tutte le altre: non c’è stata forma repressiva indistinta e “razzista” in quanto alcuni componenti del gruppo dei nomadi in possesso regolare del titolo di viaggio sono stati fatti salire.

Molto diverso è stato il caso da cui siamo partiti: la capotreno nell’adempiere alle sue funzioni deve mantenere pur nella fermezza della richiesta del rispetto delle regole un tono basso moderato.  Non può essere tollerato il suo gesto.

Allo stesso tempo chiedere alla popolazione nomade nel suo complesso il rispetto delle regole civili non può in alcun modo significare attacco xenofobo alla storia di quel popolo in particolare riferita alle continue persecuzioni subite.      Né tuttavia quella “storia” può autorizzare quel popolo ad avere trattamenti diversi rispetto al resto della popolazione civile.  Anzi: il perpetuarsi di trattamenti “speciali” nei confronti della popolazione nomade non fa che creare intorno ad essa un senso di impotenza da parte della popolazione stanziale ed una richiesta sempre più esplicita di giustizia sociale, acuendo i toni del rifiuto di tener conto delle ragioni “storiche” che hanno prodotto tale differenziazione.

Parlo soprattutto alla Sinistra: la difesa ad oltranza della “libera attività” del popolo nomade (Rom e Sinti) non può essere assunta a valore. La mendicità ed alri comportamenti “libertari” non possono  essere considerati  “valori”.   Vi sono norme inderogabili: l’igiene, l’istruzione, il lavoro. Lo Stato deve garantire e pretendere.

 

 

Non rendersi conto che, proseguendo nella difesa di comportamenti del tutto alieni dall’essere “civili”, si finisce per fare il gioco delle Destre. Avanzando tali critiche non avverto su di me l’ombra della xenofobia: rinchiudersi a riccio non porta ad alcun risultato positivo e si finisce per non fare gli interessi delle stesse comunità nomadi che rischiano di finire sul banco degli accusati e dei perseguitati, anche per nostra responsabilità.

Tra l’altro occorrerebbe considerare che diventa ancor più difficile far comprendere alla gente che si chiede alle etnie migranti, provenienti da paesi martoriati dalle miserie e dalle guerre,  uno sforzo di integrazione mentre vi sono categorie che da questo punto di vista sono restie da sempre ad integrarsi nel contesto civile all’interno del quale pure permangono.

 

Joshua Madalon

 

 

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reloaded PRE-GIUDIZI E GIUDIZI in attesa di un commento ai fatti accaduti sulla tratta Milano-Mantova

 

 

reloaded PRE-GIUDIZI E GIUDIZI in attesa di un commento ai fatti accaduti sulla tratta Milano-Mantova

 

PRE-GIUDIZI E GIUDIZI

Non ho la vocazione ad imitare Monsignor Myriel, il Vescovo, ex aristocratico sopravvissuto alla Rivoluzione francese, che caritatevolmente perdonò Jean Valjean.

Fin quando non assumono lo status di “giudizi” si può sempre parlare di pre-giudizi. E tenendo conto della relatività degli eventi ciascuno di noi può sempre dire che non è vero che in alcune parti di Napoli devi fare attenzione ai borsaioli o ai venditori di “pacchi” fino a quando uno non ci capita. Ho menzionato Napoli ma tutto il mondo è paese e le stesse fregature le puoi avere in altri luoghi del mondo. E così puoi essere contrariato quando senti parlare di rom, sinti e caminanti con toni razzistici e discriminanti fin quando però poi non ti capita di incrociare il destino. Certamente applicare un generico marchio negativo alla totalità di una qualsiasi etnia o regionalizzazione non può essere accettato, perché tra le tante cose abbiamo compreso sulla nostra pelle quelle generalizzazioni per le quali il veneto è alcolista, il napoletano camorrista ed il siciliano mafioso oppure il calabrese è “capatosta”, l’albanese e il romeno sono violenti, per non parlare dei nigeriani e via dicendo.

Nella mia esperienza amministrativa ho incontrato sinti che vivevano del proprio lavoro dipendente ed erano stimati e benvoluti nel contesto territoriale. Nella Commissione circoscrizionale non avevi difficoltà a riconoscere il rappresentante di quella comunità: era il più elegante, pulito e profumato; molto diverso dallo stereotipo diffuso. E devo dire che ancora adesso, quindici anni dopo, quando lo incrocio lo riconosco proprio per quelle caratteristiche. Anche se, poi, quando vedo un rom o un sinti sono portato ad essere guardingo, mentre mi aspetto che venga a richiedere la “limosina” con le solite forme di insistenza.

Conosco molto bene quelle che sono gli appelli alla ricerca di una maggiore e migliore integrazione, e sono estremamente convinto che occorrerebbe andare in quella direzione, ma….  Ma per raggiungere un risultato simile occorre essere in due, l’istituzione proponente e la comunità specifica accogliente. In linea di massima non è possibile agire in modo repressivo. Ancor più nei confronti di comunità protette da accordi intenazionali, “anacronistici”. Trovo infatti assurdo che per intervenire intorno a queste problematiche ci si debba sentire  razzisti e/o reazionari. All’interno di diritti e doveri occorre essere uguali: garantire le pari opportunità in tempi in cui il lavoro è un bene prezioso ed a volte raro (quello buono e dignitoso) ha un profondo senso se si accettano le regole della reciprocità.

Non penso che la popolazione “nomade” (utilizzo il termine generico) debba diventare “stanziale” non desiderandolo, ma che ci debbano essere regole condivise da rispettare come l’accettazione di percorsi di integrazione scolastica per i figli in età dell’obbligo e la disponibilità ad accettare o a svolgere liberamente un lavoro, sviluppando le proprie potenzialità. Compito delle istituzioni ovviamente sarebbe quello di sviluppare un’azione sociale atta alla integrazione di queste comunità.

MENDICITà

La mendicità non può essere – e non lo è – un reato, ma non c’è dubbio che di fronte a persone oggettivamente in grado di svolgere un’attività lavorativa l’opinione pubblica sarà sempre meno disponibile a sentirsi solidale. Ancor più se poi queste “persone” che mendicano lo fanno con insistenza ed ancor più laddove come è accaduto a me e mia moglie l’altro giorno, quando davanti alla sede di Emmaus in via Pistoiese a Narnali alle ore 11.00 di un martedì un signore accompagnato da un ragazzino di circa 8 anni prima mi ha tagliato pericolosamente la strada con la sua auto e poi ha cercato di strappare dalle mani di mia moglie un pacco di indumenti in buono stato che nei cambi di stagione portiamo alla signora Graziella perché, rimettendoli, decida poi liberamente se regalarli o venderli. La prontezza di mia moglie ha evitato questo strano “scippo”.  Che sia stato un “nomade” o meno, ma l’idea che mi sono fatto – forse pre-giudizialmente – era che lo fosse, sono a chiedermi cosa ci facesse un ragazzino a quell’ora e se quel gesto fosse soprattutto per lui un buon esempio!

Io mi pongo delle domande, alle quali però non desidero avere risposte generiche, vaghe, che si riferiscano a trattati nazionali ed internazionali, senza scendere poi nello specifico di valutazioni dei fatti obiettivi, che potrebbero essere riconosciuti anche come reati (lo scippo, il non ottemperamento dell’obbligo scolastico nella scuola primaria, il furto spesso commesso da minorenni). La Sinistra troppo spesso assume una posizione “ideologica” lasciando varchi immensi alle Destre.

Quando ho avviato questa riflessione mi sono ricordato quel che diceva un vecchio senatore della Repubblica, democristiano, pratese, uomo di alta cultura, cristiano credente e praticante: “Fino a quando non ti colpiscono in modo diretto non ne hai un giudizio negativo. Un pre-giudizio può trasformarsi in “giudizio” o rimanere tale ma la realtà non cambia!” e si riferiva al fatto che fino a quando non capitò alla moglie di essere scippata con violenza di una catenina d’oro da una “nomade” non aveva mai provato imbarazzo a considerare quelle etnie in senso “cristiano”.

Joshua Madalon

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IL BUONISMO e le sue interpretazioni

 

Mani nelle mani

IL BUONISMO e le sue interpretazioni

“Basta con il buonismo” urlano le Destre e i destrorsi, accusando la Sinistra di essere troppo disponibili all’accoglienza “senza se e senza ma”.

Indubbiamente c’è un “buonismo” che caratterizza l’intera società italiana e che forse proviene antropologicamente dall’essere stata da secoli la terra della cristianità e del cattolicesimo imperante.

Partendo da esperienze personali, dirette ed indirette, potrei elencare a migliaia i casi in cui di fronte a trasgressioni lievi ma allo stesso tempo significative in deroga a regole precise da rispettare in una pacifica e civile convivenza queste ultime siano state violate con la nostra complicità.

Non c’è Destra o Sinistra che possa ergersi a giudice inflessibile senza cadere nella contraddizione personale.                                                                                                                                                                           Gli “italiani” per regola antropologica sono fatti così.

E lo sono ancora di più, perlomeno così a me è sembrato, le donne e gli uomini del Centro Sud rispetto a quelli che hanno invece conosciuto in modo più diretto forme di regime  asburgiche e calviniste-luterane, che hanno imposto regole molto più dirette e precise insite pienamente in quella “religione” che non concede spazio alla redenzione attraverso le opere buone e le assoluzioni tramite la confessione.

Ovviamente, però, il rimescolamento avvenuto tra Sud Centro e Nord con il fenomeno dell’emigrazione “interna” ha fornito ai sociologi argomenti utili al riconoscimento di una peculiarità  quasi unica in tutta Italia.

Siamo buoni! Tutti.

Sarebbe anche opportuno parlare di coerenza e sottolinearne  gli aspetti ambigui.  L’ho già fatto in altre occasioni ed a quelle rimando i miei lettori. Negli ultimi casi, quello di  Moncalieri e quello di Vicofaro,  gli autori di un gesto violento preceduto da epiteti la cui chiarezza non può essere equivocata, riconosciuti e scoperti hanno affermato di aver voluto compiere un gesto “goliardico” disconoscendo l’accusa di “razzismo”. Ho intanto in modo più che netto il convincimento che sia i giovani tredicenni  di Vicofaro sia quelli lievemente più attempati di Moncalieri non sappiano neanche lontanamente cosa significhi “goliardia”. E’ – questo – un termine utilizzato in modo surrettizio dagli avvocati difensori per allontanare dai loro assistiti l’aggravante relativa al “razzismo”. Inoltre rabbrividisco nell’apprendere che quei tredicenni abbiano saputo utilizzare termini netti e chiari “razzistici” insieme ad armi che pur sparando colpi a salve non dovrebbero in assoluto essere nelle loro mani: tutto ciò richiama alla responsabilità genitoriale e della società intera, incapace ad educare i suoi figli ai profondi principi della convivenza e del rispetto della persona, qualsiasi sia il suo colore, la sua religione, la sua nazionalità, la sua fede politica.

In tutto questo, cosa è questa volontà di sottovalutare il gesto dei giovani di Moncalieri e di Vicofaro (prendo ad esempio nuovamente loro: ma non solo loro sono il punto di riferimento di quel che scrivo) se non un’altra forma di “buonismo”, che sotto questo aspetto è  molto conveniente per la Destra?

Rispetto don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, fatto segno di attenzioni da xenofobi e razzisti già nei mesi scorsi, ma non condivido il suo “buonismo”. Prima di essere un prete egli è un cittadino e non è certamente educativo mostrare disponibilità al perdono. Occorre una severità, non durezza, ma ragione e conoscenza.

 

Joshua Madalon

 

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del PD e delle SINISTRE….

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del PD e delle SINISTRE….

Uno degli aspetti più “(non)sorprendenti” della Politica praticata è l’incapacità da parte dei leader e dei suoi sostenitori di assumersi le proprie responsabilità di fronte ad eventi “catastrofici” dal punto di vista del consenso. La colpa è sempre degli “altri”, in primo luogo dei propri avversari interni, poi di qualche altro “esterno” che in qualche modo avrebbe “tradito” e poi ancora degli elettori che non “hanno compreso”. Come è ovvio sto scrivendo del Partito Democratico e di Renzi  & compagnia bella. Indubbiamente ed a conti fatti come disse il Segretario del PD di Prato non condivido più nulla con quel Partito. Detto questo, non intendo esimermi dall’avanzare critiche nei confronti di quella forza politica, perché riconosco che tra i suoi elettori vi sono ancora alcuni, vaghi rappresentanti della Sinistra, resistenti cocciuti creduloni. Ed inoltre c’è anche una parte esterna al PD che considera indispensabile mantenere e rafforzare un rapporto con quel Partito, issando la bandiera dell’antifascismo e della crociata contro le Destre.

Con le mie note mi rivolgo a ciascuno di loro, rigettando le accuse e i vituperi che mi vengono diretti: il Paese ha bisogno di una profonda chiarezza e qualsiasi compromissione sarebbe una sciagura, incompresa dagli elettori. Sono stati questi alcuni, forse i più importanti,  limiti nell’esperienza fallimentare di “Liberi e Uguali” affidata ad una figura poco “radical” ma molto “chic” come quella di Pietro Grasso e caratterizzata da una profonda ambiguità di prospettive.

Quella esperienza è nata sull’onda della “necessità” spaccando tuttavia il fronte della Sinistra ed infliggendo un vulnus ferale al futuro di quella parte politica. Non sto qui a rammentare il “cursus” ma a segnalare che non si può rinnovarlo nel prossimo futuro; anzi, da quella vicenda pessima dobbiamo trarre il necessario insegnamento.

Accennavo nella prima parte proprio all’incapacità della Politica di approfondire le cause delle sconfitte; ed è anche alla Sinistra, quella più vicina al mio sentire, che lancio le mie critiche in relazione a quel che emerge nelle ultime ore:  abbandonate le perenni attese, contornate da una fiducia immeritata verso il PD, e sciogliete le vele verso un nuovo orizzonte. Non soggiacete a rapporti patetici con chi non intende mettere in discussione scelte sciagurate, che hanno mortificato in modo costante il mondo del lavoro subordinato a vantaggio della plutocrazia imprenditoriale ed affaristico-finanziaria, che hanno umiliato denigrandoli e mortificandoli i bisogni della gente, concedendo loro poco più che le “brioches” di Maria Antonietta. Non dimenticate tutto ciò, cosa sperate di poter avere in cambio? Forse qualche piccolo vantaggio personale? Qualche riconoscimento tra le virgole, i punti ed i punti e virgole del Programma? Non vi basta aver compreso quali siano stati i punti di riferimento in questi ultimi anni sia sui territori locali che in quelli nazionali? Non di certo risposte a domande precise della gente semplice.

Forse la volontà di superare la fatica dell’elaborazione programmatica ed avere “’O cocco ammunnato e bbuono” conduce a tutto questo?

Il bisogno estremo di “unità” delle Sinistre non può comprendere accordi con chi della Sinistra non ha mai voluto tener conto. Non sono bastate le “fregature” inflitte ad alcuni di voi nel corso delle esperienze del recente passato?

Tra l’altro il richiamo all’unità antifascista da parte del PD oggi suona come sirena interessata al mantenimento dei poteri e non è espressione sincera.

 

 

Joshua Madalon

 

 

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reloaded de “UNA PROFONDA MANCANZA DI CULTURA” del 7 agosto 2017

 

reloaded de “UNA PROFONDA MANCANZA DI CULTURA” del 7 agosto 2017

Ripropongo un mio intervento dello scorso anno.

C’è in esso il profondo convincimento che la forma di “razzismo” di cui è ormai caratterizzata una larga parte della nostra gente è riferibile ad un livello culturale infimo, del quale però sono colpevoli le classi politiche che si sono arrogate di appartenere alla Sinistra e quelle altre non di Sinistra, che hanno lucrato per ottenere “potere” . So bene che il mio giudizio, espresso così, risulterà irritante e tranchant. Occorre tuttavia ribadire che se da una parte gesti simili come quelli di cui si parla nel post riproposto sono inaccettabili, dall’altra parte occorre aggiungere che una Amministrazione politica di Centrosinistra ( che si dice tale! ) non può limitarsi ad avanzare proposte in modo semplicistico senza aver preparato nei mesi precedenti un progetto di accoglienza. Noi sappiamo, oggi, agosto 2018, cosa è avvenuto in questo Paese e cosa sta accadendo giorno dopo giorno. Dobbiamo riprendere in mano la situazione, partendo dalle criticità, assumendosi in parte le responsabilità. Mi spiegherò meglio nelle prossime ore.

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UNA PROFONDA MANCANZA DI CULTURA

Quel che avviene a Prato in questi ultimi giorni in relazione allo spostamento in via del Cilianuzzo della sede della Croce Rossa portandosi dietro anche un gruppo di migranti attiene al dibattito estivo in un contesto intriso da un provincialismo becero incapace di approfondire le tematiche della migrazione in tutte le sue possibili variabili collegate al livello culturale che esprimono gli strenui difensori dell’integrità nazionale e dal rifiuto di riconoscere gli elementi fondamentali di razzismo che caratterizzano queste persone che non perdono occasione per mostrare quanto valgono. Da sempre uomini e donne di qualsiasi provenienza etnica o religiosa hanno potuto esprimere la loro umanità dialogando, a volte anche solo con i segni del volto, con un sorriso e con un gesto di amore e di amicizia.
Diverse sarebbero le responsabilità cui addebitare le difficoltà connesse all’ospitalità di queste donne ed uomini di altri paesi lontani che arrivano fino a noi sospinti dall’avidità di popolazioni dalla pelle bianca che per secoli hanno dilapidato i beni delle terre africane e del vicino Oriente; troppo facile continuare a dire “aiutiamoli in casa loro” mentre la comunità internazionale, quella di cui siamo parte integrante, non è in grado di fermare gli interventi delle multinazionali, degli Stati Uniti e della Cina, che stanno progressivamente colonizzando parti considerevoli dell’Africa, continuando a produrre la lenta progressiva espulsione ”naturale” da quelle lande verso le rive meridionali dell’Europa.
Ma non solo questo accade; riferendomi al severo monito con cui ho descritto il livello culturale delle buone donne e dei saggi uomini pratesi che in questi giorni protestano per la presenza di circa 25 migranti sul loro territorio, equiparando prima di tutto se stessi a cani e gatti che allo stesso modo difendono il loro spazio “vitale” dagli intrusi, sarebbe bene rilevare che vi è una parte mancante in tutto il percorso ed è quella relativa alla Cultura, ad un necessario approfondimento delle conoscenze reciproche che da sole possono contribuire ad arricchire e rassicurare tutti. Questo ruolo dovrebbe essere svolto dall’Amministrazione comunale, ancor più se – come si dice – quella di Prato è di Sinistra o perlomeno di Centrosinistra. A questo scopo dovrebbe essere impegnata la Prefettura, organismo che non può occuparsi soltanto di controllo burocratico e poliziesco. Invece, purtroppo, finora accade proprio che a prevalere siano le urla ed i berci di persone che non sono in grado di guardare al di là di un solo centimetro dal proprio naso. Sia detto con chiarezza e con la massima onestà, considero molto più grave le inadempienze delle istituzioni, perché composte da persone che dovrebbero esprimere un livello culturale superiore, a fronte delle sguaiate e pretestuose proteste della gente comune, spesso strumentalizzate da vecchi volponi della Politica d’accatto che si accapigliano per conquistare qualche ruolo nelle future competizioni.
Un consiglio a queste ultime persone; cercate di urlare meno e cominciate a dialogare con queste altre persone meno fortunate che vengono da lontano; fatelo da sole, senza l’ausilio delle istituzioni assenti: forse riuscirete anche ad apprezzarne la Cultura, quella che deriva dai loro viaggi, dalle loro storie, dalle loro tragedie, le loro passioni. Scoprirete che “insieme” riuscireste anche a cambiare la loro e la vostra storia, ad isolare qualche elemento tra loro meno incline a mettersi in gioco all’interno di un percorso positivo, riportandolo semmai su una strada comune che consenta di poter anche ritornare nel loro Paese, avendo però conosciuto una realtà ospitale, accogliente, costruita su regole certe e rispettate da tutti, un Paese civile come dovrebbe essere il nostro.

Joshua Madalon

 

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 7

 

 

 

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 7

 

Tornare a casa dalla zona Mercato-Porto di Pozzuoli a quella collinare della Solfatara significava dover salire di quattrocento metri  e qualche centimetro ad una distanza di  poco più di cinquecento metri.  Avevamo rinunciato a prendere in considerazione i mezzi “pubblici” del tutto inaffidabili; peraltro in un impeto di fiducia avevamo anche acquistato i titoli di viaggio, incuranti in quel momento di poter essere sbeffeggiati dai compagni di avventura che ci avrebbero degnati di commiserazione osservando il nostro tentativo di obliterarli in macchinette quasi sempre in tilt.

“Saglite, saglite, signo’” aveva detto il conducente del bus a Marietta, quando in uno dei suoi viaggi di ritorno nella sua terra aveva mostrato  che non aveva i biglietti e “Cosa ha detto il signore?” le aveva controbattuto l’amica Angela, incredula, avendo ben compreso l’invito alla trasgressione civile. Ed allo stesso modo insieme alla delegazione di un’Amministrazione in visita al territorio gemellato avevo fatto io sulla linea della Cumana nel tratto “Terme puteolane – Bagnoli”. Ricordi di annata, ormai. Oggi, maturi ultrasessantenni, ci apprestavamo a pagare il fio delle birbonate, scegliendo di far ritorno a piedi, con una differenza sostanziale nella forza fisica e nella sopportazione di una umidità elevata.

La più agevole tra le salite ci sembrò quella dei Cappuccini e così ci avviammo, scegliendo tra l’altro di percorrere un tunnel  che attraversa la collina della Terra murata. Fino a più di settanta anni fa (io non l’ho mai visto in funzione) c’era la linea del tram che arrivava da Napoli lungo la litoranea.

Il percorso ci consentiva di ridurre il cammino e di avere una discreta ombra, anche se mista a qualche scarico di motorette rombanti.

Passammo a fianco della vecchia struttura del Cinema Mediterraneo, chiuso ormai da trenta anni, del quale però si vedeva ancora l’Uscita di Sicurezza e poi cominciammo lentamente a salire sulle comode larghe scale.

Attraversata la sede ferroviaria della Cumana cominciò la nostra ascesa e  “Village of Hope & Justice Ministry (onlus)” vedemmo scritto al termine della prima rampa.   Curioso ma il caldo, l’ora e il desiderio di “elevarci” prima possibile ci sconsigliò l’approfondimento.  Anche perché, girato l’angolo, fummo attratti da voci giovanili e da uno strano lampione sotto il quale c’era  una scritta amena ma molto attraente, “Lux in Fabula”, accompagnata dall’immagine della “lampada di Aladino”, così come trasmessa dalla nostra infanzia di visionari. Sarà stata pure la stanchezza ma quei due curiosi che siamo rimasti si spinsero a chiedere qualche informazione in più. I ragazzi furono molto contenti di accontentare il nostro desiderio di sapere. “Claudio, ci sono questi due signori che vogliono sapere di cosa ci occupiamo” uno dei giovani si era rivolto a qualcuno che era dentro, in uno spazio apparentemente angusto e colmo di oggetti e libri. Marietta ed io con il peso delle nostre “provviste”  e la leggerezza  della curiosità avevamo allungato il collo per capire chi fosse Claudio, mentre il parlottare dei giovani si era acquietato, forse anche in attesa di sapere chi fossimo noi, così curiosi ed interessati sia alla sosta in un ambiente più fresco sia alla possibile nuova scoperta di mondi a noi ignoti.

 

…fine parte 8….continua

 

Joshua Madalon

 

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