Decameron 2.0 - Letizia Renzini - ph Ilaria Costanzo-8

DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
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DECAMERON 2.0 al Met di Prato “Non è una recensione, ma….”


Non è una recensione, ma soltanto una serie di appunti sulle impressioni di uno spettatore, inconsapevole e parzialmente sprovveduto, sullo spettacolo di apertura della stagione teatrale del Teatro “Metastasio”. Non è una recensione perché, pur avendo qualche competenza in campo teatrale e cinematografico nel mio curriculum non ne posseggo alcuna nel campo artistico contemporaneo ipertecnologico. E quindi dovrei stare zitto? Niente affatto, visto che l’operazione della quale parlo consiste in una forma multidisciplinare mista tra letteratura, teatro, arte videocinematografica, computer grafica, danza, musica. Un bel mix a volte sovrapposto in una contemporaneità di azioni che inducono allo stordimento ed obnubilano le menti “mature” (per l’età) come quella mia.
Sto parlando di “Decameron 2.0” che già dal titolo annuncia un messaggio ben preciso. Utilizzare questi stilemi antichi e contemporanei tutti insieme per trattare dell’opera maggiore di Giovanni Boccaccio. Tutto sommato c’è un buon inizio sul buio di sala e palcoscenico con l’introduzione in voce da parte dell’autrice-regista della descrizione della peste del 1348 così come narrata dall’autore toscano quasi in diretta. Peccato che man mano che si va avanti, accanto alla oggettiva difficoltà della comprensione di un linguaggio necessariamente trecentesco ed aulico si sovrapponga una musica assordante in progressione che lo rende inintelligibile. Ma ci può stare anche questo: uno spettatore “preparato” sicuramente quella parte dell’opera boccacciana (non “boccaccesca” che allude alla licenziosità di alcune nvelle) se la sarà andata a rispolverare. E ci può stare anche che vi siano danzatori che nelle pose a volte si ispirano a danze macabre bianche e nere ed in altri momenti ripropongano immagini arricchite da sgragianti colori che richiamano alcune miniature, che poi vengono utilizzate a pieno nei video che di tanto in tanto appaiono su uno schermo piantato nel mezzo del fondale. Ed è anche profondamente giusto che il chitarrista viva la scena in diretta eseguendo la partitura che accompagna l’intero svolgersi del testo teatrale. Che, occorre dirlo, è naturalmente inconsistente dal punto di vista “classico”. Molto gradevole è la canzone rap sul testo petico di Boccaccio inserito nella novella settima della decima giornata, quella per capirci della Lisa e del re Pietro d’Aragona.

Muoviti, Amore, e vattene a messere,
e contagli le pene ch’io sostegno;
digli ch’a morte vegno,
celando per temenza il mio volere.

L’uso della computer grafica indubbiamente eccellente e professionale si contrappone ai temi letterari narrativi che di volta in volta vengono accennati, mai completamente svolti; si assiste ad un’attualizzazione del tema della peste e della crisi morale trecentesca, che ha tuttavia funzione catartica e rigenerativa, in una sequenza di sincopati lemmi che richiamano la tecnologia comunicativa dei giovani sia nella composizione di messaggi video sia in quella più moderna di Twitter e Whatsapp e che non offrono la stessa speranza di un recupero di umanità.
Certamente il messaggio ha un suo senso dal momento che si propone di sottolineare proprio la disumanizzazione derivante dalle tecnologie e. aggiungo io, la sfiducia verso il futuro, dato che non è ancora in vista un nuovo Umanesimo, come invece accadeva in quel tempo così lontano e così simile al nostro, che è in piena decadenza.
A mio giudizio, ma ripeto che non ha un gran valore, è la composizione complessiva, l’impasto, a non reggere del tutto. In generale non c’è passione che emerga, non c’è coinvolgimento del pubblico, che assiste passivamente allo snocciolarsi dei vari e diversi elementi. Ed anche la conclusione non è accompagnata come di consueto ad una partecipazione, tanto è che giunge inattesa, malgrado il tempo trascorso non sia stato poco .
Un lavoro molto interessante nelle diverse parti ma non nel suo insieme che risulta non ben riuscito al di là delle singole qualità espresse. Pubblico freddino, compreso la parte giovane più avvezza alle tecnologie moderne, che dovrebbe far riflettere gli organizzatori, anche se trovo difficile ed impossibile intervenire per modificare il tutto. Un ultimo appunto: i testi in inglese sono resi frenetici dalla tecnologia e non raggiungono molte volte il pubblico.
Ad ogni modo, uno spettacolo che va “rivisto” non solo nel senso delle possibili modifiche, ma anche “da rivedere” come spettatore…..

Joshua Madalon

30/06/2018  61 Festival dei 2 Mondi di Spoleto. Teatro San Simone, spettacolo Decameron 2.0 The Stories We Sell Ourselves In Order To Live / Le storie che ci raccontiamo per continuare a vivere, nella foto Theodora Delavault, Marina Giovannini, Jari Boldrini, Maurizio Giunti, Lucrezia Palandri
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