Ritornare per conoscere e (ri)conoscere parte 2

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Ritornare per conoscere e (ri)conoscere parte 2

Poco prima di arrivare a Pietrarsa si decide di compiere un illecito: non scendere e proseguire in deroga al biglietto di viaggio. Una sola unica stazione, meno di un chilometro. Al controllore laddove fosse apparso possiamo dire che ci eravamo distratti guardando il paesaggio. In verità il treno sosta qualche minuto ed il conduttore è là a pochi metri da noi per far ripartire il convoglio. Partito il quale, Mary ed io ci alziamo per andare in un’altra carrozza contromano rispetto alla direzione del treno. La prossima fermata è quella di Portici Ercolano. Abbamo deciso di andare a visitare il complesso archeologico della città vesuviana. Ciascuno di noi c’è stato nei tempi passati ma ci fa piacere ritornarci e, poi, oggi 15 agosto l’ingresso è libero e ci sono nuovi ritrovamenti rispetto a prima e nuove exhibition da seguire e gustare.
Pietrarsa si allontana anche se la struttura del Museo composta di alti hangar che si protendono verso il mare rimane sempre a vista mentre il porto di Portici con alcuni pescherecci alla fonda per la giornata festiva si avvicina mentre pochi bagnanti sostano sugli scogli e sulle rene sottili e qualche barca da diporto va fuori o entra.
E come previsto pochissimi minuti, meno di cinque trascorrono ed il treno si ferma nuovamente e noi scendiamo in modo furtivo. Ad essere giusti, non abbiamo commesso un vero e proprio illecito, dato che al ritorno dovendo riprendere quel treno a quella stessa stazione ci toccherà acquistare un biglietto di viaggio molto più costoso: una sorta di multa morale, una forma di contrappasso minimo. Il viaggiatore “fai da te” ha indubbiamente questi limiti.
Ad Ercolano ci eravamo stati, sì, ma arrivandoci in auto più o meno direttamente: nella cittadina eravamo già venuti da giovani per acquistare vestiario usato in un mercato molto rinomato ben prima di quello “pratese” chiamato Pugliano e Resìna dove arrivavano balle di panni usati dagli States.
Non conosciamo però quel luogo, è del tutto nuovo per noi, appena usciti fuori dalla stazione. Una chiesina marina con delle brevi scalinate sulla sinistra, a destra invece un piccolo bar e pochi avventori. Mi rivolgo ad uno di questi, un signore che mi appare vispo e attento, e gi chiedo quale direzione prendere per arrivare agli scavi. Con uno sguardo pietoso ci fa comprendere preventivamente che la distanza da percorrere è abbastanza lunga; lo fa in contemporanea con un rapido consiglio ad un gruppetto di giovani che chiedono quale supermercato sia aperto: di Ferragosto in un paesetto della cinta vesuviana è abbastanza difficile trovarne. Indica in una direzione confusa ed icerta per tutti noi un negozio cinese, mentre il gruppo bofonchia parole in un dialetto volgare indistinto. A noi, invece, il signore riserva un trattamento diverso con gesti abbastanza chiari: salire verso una piazza, girare a destra. Procedere per circa un chilometro fino ad un semaforo; a quel punto svoltare a sinistra e trovarsi proprio all’ingresso del complesso archeologico. Di solito in questi casi dopo il primo consiglio ne sortisce un altro: una sorta di “passaggio a pagamento”, una forma di taxi abusivo: non sarebbe una vera e propria sorpresa. Ma non accade. E noi procediamo, sfruttando una linea d’ombra che ci aiuta a sopportare il caldo che già si fa sentire.

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Portici