UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – SECONDA PARTE

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – SECONDA PARTE

Questo che segue è un mio intervento su temi che hanno conosciuto una stagione d’oro nella nostra città e che negli ultimi decenni sono stati trascurati. Il disastro che potrebbe derivare da questa negligenza potrebbe essere letale anche per la nostra Democrazia. (J.M.)

Come potete comprendere, vado recuperando la mia memoria con la speranza che non tutto ciò che è stato fatto sia stato inutile.

Il decentramento delle attività formative sul territorio

2.
In quest’ultima legislatura, anche per la volontà espressa in modo esplicito dai Presidenti delle Commissioni Cultura della precedente legislatura, si è creata una forma di Coordinamento che ha potuto, fra l’altro, realizzare percorsi comuni in più circoscrizioni: come coordinatore non sono affatto soddisfatto; in una scala da 1 a 100 non siamo riusciti a superare 50 e questo se da una parte assume una nota di rammarico ci spinge davvero ad essere per il futuro maggiormente propositivi.
Non faccio la storia degli insuccessi, ma li assumo come esempio di quello che non deve essere fatto e spingo tutti in avanti. Anche perché quando i progetti, anche se vedono solo una o alcune Circoscrizioni in cooperazione, poi funzionano servono a tutti e bisogna essere contenti. Così, non è che il Coordinamento debba mortificare l’autonomia dei singoli; deve saperla esaltare e saper cogliere gli elementi positivi che emergono dal lavoro dei diversi operatori, dal contributo dei fruitori. Non deve mai essere un problema il “copiare”, basta farlo con personalità, basta saper inserire le proprie sensibilità, le proprie competenze specifiche al servizio degli unici nostri veri giudici (ovviamente si fa per dire, ma le elezioni incalzano) che sono i nostri cittadini.
Il ruolo delle Circoscrizioni è stato fondamentale in un momento durante il quale solo le Circoscrizioni, come dicevo prima, rappresentavano il Comune di Prato nell’ambito dell’EDA; con il Progetto del quale oggi verifichiamo il primo dei due anni previsti, le circoscrizioni erano pronte a fare quel salto di qualità necessario per accreditarsi quali agenti formativi, pur se all’interno della rete civica, ma fondamentalmente prioritari e privilegiati. Ed è stato infatti il Coordinamento delle Comm.ni Cultura delle Circoscrizioni ad attivarsi su un’idea che tendesse a rivitalizzare l’attenzione di gruppi di cittadini sulle piccole e grandi trasformazioni che il territorio aveva subito negli ultimi venti.dieci anni attraverso diversi linguaggi, attraverso diverse modalità, dal corso abbastanza tradizionale ai Circoli di Studio, coinvolgendo molti soggetti, i più importanti Enti Culturali e l’Università della Terza Età, mettendo in moto poi anche le competenze diverse di tanti soggetti, da Dryphoto alla scuola d’arte “Leonardo”, da Alta Via Trekking all’Itc Dagomari, dalla Scuola comunale G Verdi ai Circoli della Circoscrizione Est (La Querce, La Macine, La Pietà e Mezzana).
Un ruolo sostanziale lo ha avuto la Biblioteca Comunale di Prato, il suo Direttore Franco Neri e la signora Maria Battaglia: il loro lavoro è stato, ed è, inestimabile, così come l’impegno ed il lavoro dei diversi dirigenti ed Istruttori amministrativi delle Circoscrizioni. Per consolarli parzialmente potrei dire che il Comune aveva bisogno di uno staff che seguisse questo settore e questo Progetto potrebbe averne se non altro gettato le basi, mettendo insieme tutto il meglio delle competenze presenti sul nostro territorio. A tale proposito cosa si aspetta a dotare nuovamente il Comune e le Circoscrizioni di figure specifiche che seguano questo settore così chiaramente strategico della società dei nostri giorni e del nostro immediato futuro? Ad essere sinceri, quando abbiamo cominciato a lavorare insieme, questo era uno dei nostri obiettivi più importanti; poi si è, per motivi seri e contingenti, un po’ persa la bussola: oggi siamo qui a sperare ancora sia possibile riavere a Prato uno staff tecnico e amministrativo capace di tener dietro alla barocca burocrazia della legislazione europea.

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – PRIMA PARTE

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UN DOCUMENTO DEL 19 GIUGNO 2003 – PRIMA PARTE

Questo che segue è un mio intervento su temi che hanno conosciuto una stagione d’oro nella nostra città e che negli ultimi decenni sono stati trascurati. Il disastro che potrebbe derivare da questa negligenza potrebbe essere letale anche per la nostra Democrazia. (J.M.)

Come potete comprendere, vado recuperando la mia memoria con la speranza che non tutto ciò che è stato fatto sia stato inutile.

Il decentramento delle attività formative sul territorio

Fu negli anni Ottanta che a Prato, dietro la spinta di alcune personalità di rilievo, la nostra città si distinse nel panorama regionale e nazionale per una attenzione particolare verso il settore dell’educazione degli adulti: è vero, c’era stata anche la stagione delle 150 ore, ma il lavoro egregio che fu realizzato da personaggi come Massimo Bellandi (a proposito, avevo bisogno di un’occasione come questa, per dire che senza Massimo io non avrei potuto fare tutto quello, e per me è davvero tanto, che ho fatto a Prato), quel lavoro prezioso che vide la collaborazione di uomini eccellenti e particolarmente sensibili e preparati come il professor Filippo Maria De Santis ed il giovane prof. Paolo Federighi fu assolutamente impagabile, perché costituì il banco di prova della politica formativa riguardante gli adulti, sia dell’educazione formale che vide fino all’inizio degli anni Novanta il Comune impegnato in maniera diretta nella struttura del corso biennale in preparazione di quello triennale che poi si svolgeva prevalentemente al “Dagomari”, dove ancora oggi è in piedi un intero Corso “Sirio” tutto serale, sia dell’educazione non formale con alcuni corsi tendenti non soltanto ad un bisogno di cultura quanto ad una richiesta non sempre esplicita di socializzazione.
Non so se sarà possibile vederli, ma ho portato con me quattro spot che pubblicizzavano proprio alcuni progetti di educazione degli Adulti realizzati dal Comune di Prato negli anni 1992\93.
Poi per motivi diversi, sia di stanchezza, sia perché molti dei protagonisti di quegli anni si erano dedicati ad altro, sia perché chi se ne doveva occupare a livello amministrativo non ci credeva troppo e privilegiava altri percorsi, sia perché di fronte alle difficoltà ed alle novità che emergevano dal mondo del lavoro bisognava attrezzarsi diversamente, puntando con più forza sulla qualificazione e riqualificazione in itinere, suscitando e raccogliendo nuove domande preparando nel contempo le giuste idonee risposte in grado anche di precorrere le nuove moderne esigenze del mondo del lavoro; soprattutto per tutte queste ragioni i progetti EDA furono abbandonati dal Comune di Prato, ed anche le riflessioni, gli approfondimenti, le elaborazioni furono abbandonate e da esso saltuariamente riprese in poche occasioni, sospinto da pressanti richieste, particolarmente sentite proprio dalle Circoscrizioni.
Molti di noi, specialmente nelle Circoscrizioni infatti, nel corso di questi anni hanno mantenuto inalterata l’attenzione nei confronti dell’importanza strategica dell’educazione degli adulti, sia quella di tipo formale che quella di tipo informale. Nessuno di noi vive fuori da questa realtà; siamo per lo più amministratori, fra quelli che in più di un’occasione hanno anche partecipato da protagonisti alla stesura di un programma di governo, sia quello di tipo elettorale sia quello annuale legato al PEG. Dico questo perché nelle Circoscrizioni, in particolare in alcune come ad esempio la Circoscrizione Centro, l’impegno verso l’area non formale dell’EDA è stato molto incisivo e continuativo, e le circoscrizioni, ancora di più nella nuova forma, hanno creduto fortemente a questa cosa.

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA p.1,2,3

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA

Nei primi giorni del 2008 festeggiando i sessanta anni della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre del 1947 fui invitato da un caro amico di Campi Bisenzio a tenere un intervento pubblico sulla nostra Carta. Quel che segue è il testo di quel mio contributo.

Come sempre mi accade in occasioni come queste, nel preparare – anche se breve – un intervento su un argomento così importante come quello di stasera sulla nostra Carta Costituzionale, ho messo insieme le poche conoscenze accumulate nei miei 61 anni con la rilettura di qualche pagina di “testimonianze eccellenti di prima mano” e cioè dei “costituenti” stessi e la lettura di qualche testo “giovane” uscito perlopiù nella stessa circostanza che ci spinge a discutere stasera, e cioè il 60° della Costituzione italiana.

La nostra Costituzione, dobbiamo dire, ha sessanta anni ma – come vorrei fosse per me – davvero non li dimostra. In questi anni spesso abbiamo sentito alzarsi voci che la ritenevano “vecchia” e superata dai tempi; ma a coloro che la considerano tale vorrei solo ricordare che una delle più belle e grandi Costituzioni, quella degli Stati Uniti d’America, ha già duecento e più anni, essendo stata promulgata nel settembre 1788, e dunque quasi 22° anni fa.

Quando gli amici mi hanno interpellato ho fatto presente che non sono un “costituzionalista” e che, oltre che essere un modesto docente di italiano e storia con la passione smodata per il Cinema, ritenevo e ritengo di poter essere ascritto più chiaramente alla categoria di “cittadino impegnato all’interno delle Istituzioni”, essendo infatti in questo periodo Presidente della Commissione Cultura e Formazione della Circoscrizione Est del Comune di Prato.
Voglio anche poter credere di essere stato invitato come tale, dunque; e come umile espressione di quella parte dei cittadini che hanno rappresentato in questo nostro Paese la “sinistra democratica e riformista” che sta contribuendo negli ultimi anni a cambiare decisamente e profondamente le regole, pur avendo il massimo rispetto verso quella prima parte della nostra Costituzione che sono i primi 54 articoli ( i primi 12 dei Principi fondamentali più tutti quelli sui Diritti e Doveri ).

Mi è parso di capire che mi si chieda di rappresentare in un “giuoco delle parti” le posizioni della Sinistra in quegli anni.

Gli eventi storici che sono stati rappresentati sono di certo alla base dei comportamenti diversi tenuti dalle diverse “parti in giuoco” ma la comune tragica esperienza dei Fascismi europei e di riflesso della Seconda Guerra Mondiale li aveva stemperati negli animi di chi, studioso di Storia, di Economia e di Politica, aveva potuto cogliere la genesi della tragedia nazionalistica e populistica nelle profonde divisioni proprio in quella parte più liberista e democratica che avrebbe dovuto raccogliere “insieme” i consensi:

Questa atmosfera è ben presente nel discorso pronunciato da Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente, l’ 8 febbraio 1947 dopo le dimissioni di Giuseppe Saragat.
Egli auspica che “dopo dibattiti lunghi ed anche appassionati, la Costituzione abbia il suggello – se non dell’unanimità dell’Assemblea – per lo meno di un tale numero di voti da dare garanzia anche ai più sospettosi e malvolenti che la nostra legge fondamentale, somma di libertà già raggiunte ed avviamento ad altre, maggiori, di sociale contenuto che essa appena delinea, non sarà frutto d’una vittoria di parte”.

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E’ evidente che tale assunto di partenza, che allora i nostri Padri costituenti avvertivano, pur condizionato da una “tragedia” da cui si usciva, deve servire da monito costante nei confronti delle nostre classi dirigenti e deve essere sempre più patrimonio diffuso nelle giovani generazioni cui dovremo inevitabilmente affidare le sorti del nostro Paese.

Occorrerà evitare che una soluzione positiva debba essere necessariamente il frutto di eventi drammatici. Occorrerà forse impegnarsi a scrivere “oggi” nuove regole al di là della Costituzione, senza toccare la Costituzione e cioè non “contro” di essa, regole che si impongano di “normalizzare” questo nostro Paese. Per fare questo, lo ripeto, non è affatto necessario modificare la Costituzione nel suo impianto “fondamentale” ma sarà invece necessario che il “comune sentire” diffuso di un recupero del “senso etico” dell’impegno politico conduca ad un accordo che porti a “regole” che impongano eticamente un’irreprensibilità di comportamento da parte dei rappresentanti pubblici ad ogni livello in ogni settore della nostra vita pubblica, così come andrebbero drasticamente limitate e sottolineo LIMITATE tutte le forme di “privilegio” perché anacronistiche in quanto relative ad un periodo in cui la nostra società doveva garantire davvero a tutti nella estrema diffusa indigenza l’accesso alle cariche elettive.

E’ quest’ultima parte una deviazione dal contesto vero e proprio per il quale noi siamo qui, e me ne scuso.

Ritorniamo al tema.

Porre in evidenza le “differenze” potrebbe essere abbastanza semplice e forse, in modo autosevero, addirittura semplicistico sarebbe anche andare a connotarsi in sede ideologica, richiamandosi alle differenti radici, alle differenti culture, ai tre sostanziali fondamentali filoni culturali presenti nell’Assemblea Costituente: quello liberaldemocratico, quello cattolico e quello marxista.

Bisogna invece ribadire che proprio in quella particolare temperie quelle differenze servirono davvero ad arricchire di contenuti il dettato costituzionale, piuttosto che a delinearne i contrasti, i quali invece connotarono molti degli eventi che precedettero, che accompagnarono e seguirono negli anni a venire la costruzione, la scrittura e la lenta attuazione della nostra Costituzione.
Furono quelli gli anni che divisero il mondo all’interno della Guerra Fredda.

Nel tempo in cui i nostri Padri costituenti si applicarono alla stesura della Costituzione non mancarono di certo i contrasti ma anche in essi si avvertiva fra i diversi avversari la consapevolezza della dialettica necessaria, per cui era sempre massima l’attenzione per tutti gli interventi per tutte le proposte per tutte le idee che venivano espresse.

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VITTORIO FOA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag. 45

“Ho molti ricordi. Il capo della Democrazia Cristiana era Alcide De Gasperi, quello del Partito Comunista era Palmiro Togliatti, il leader socialista era Pietro Nenni; poi c’erano un piccolo Partito d’Azione e un Partito Liberale, con tanti grossi nomi di un passato senza ritorno. Indubbiamente vi erano profondi contrasti, ma quando prendeva la parola De Gasperi, Togliatti lo ascoltava con attenzione e rispetto, e quando parlavano Togliatti oppure Nenni, la destra e il centro facevano silenzio.
Ricordo la drammatica seduta finale dell’Assemblea quando il giovane deputato La Pira chiese di scrivere nella Costituzione un richiamo a Dio, e il tono affettuoso e paterno con il quale Togliatti gli spiegò che la cosa era impossibile.”

Ovviamente non mancarono le differenziazioni. Dell’ Assemblea Costituente facevano parte, nel complesso dei 556 deputati, 207 afferenti alla DC, 115 al PS, 104 al PCI, 41 all’Unione Democratica Nazionale (liberali), 30 al Movimento dell’Uomo Qualunque, 23 al PRI, 16 al Blocco Nazionale della libertà, 7 al Partito d’Azione.
Sembrava, dunque, quasi logico che vi fossero delle differenziazioni, delle contrapposizioni. Ma sono sempre più convinto che in definitiva non si possa, non si debba parlare di “compromesso costituzionale”.

Vorrei a tale proposito utilizzare le parole di una persona a me molto cara, riportate da un suo intervento nello stesso libro di cui ho parlato prima.
Parlo del prof. Pietro Scoppola che ci ha lasciato pochi mesi orsono.

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PIETRO SCOPPOLA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag.136

Riferendosi in particolare all’art.3 Pietro Scoppola dice

“Se teniamo presenti le posizioni da cui partivano le diverse forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente, ci rendiamo conto che l’opera compiuta dai costituenti ha avuto un grande rilievo culturale e politico; ci rendiamo conto che il cosiddetto “compromesso costituzionale” ha avuto un grande spessore.

Poi quasi con una sorta di correzione aggiunge

“Occorre liberarsi dalla versione riduttiva e negativa oggi ricorrente del “compromesso costituzionale” . Prima di ogni compromesso fra i partiti vi fu la coscienza ben viva nei costituenti – che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi – di una grande responsabilità storica: quella di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra. Occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale in cui l’Italia era stata coinvolta. Il fondamento vero della Costituzione, prima che nel compromesso fra i Partiti, è in questo suo stretto legame con la Storia.”

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 3

SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 3

Nei primi giorni del 2008 festeggiando i sessanta anni della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre del 1947 fui invitato da un caro amico di Campi Bisenzio a tenere un intervento pubblico sulla nostra Carta. Quel che segue è il testo di quel mio contributo.

3.

Nel tempo in cui i nostri Padri costituenti si applicarono alla stesura della Costituzione non mancarono di certo i contrasti ma anche in essi si avvertiva fra i diversi avversari la consapevolezza della dialettica necessaria, per cui era sempre massima l’attenzione per tutti gli interventi per tutte le proposte per tutte le idee che venivano espresse.

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VITTORIO FOA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag. 45

“Ho molti ricordi. Il capo della Democrazia Cristiana era Alcide De Gasperi, quello del Partito Comunista era Palmiro Togliatti, il leader socialista era Pietro Nenni; poi c’erano un piccolo Partito d’Azione e un Partito Liberale, con tanti grossi nomi di un passato senza ritorno. Indubbiamente vi erano profondi contrasti, ma quando prendeva la parola De Gasperi, Togliatti lo ascoltava con attenzione e rispetto, e quando parlavano Togliatti oppure Nenni, la destra e il centro facevano silenzio.
Ricordo la drammatica seduta finale dell’Assemblea quando il giovane deputato La Pira chiese di scrivere nella Costituzione un richiamo a Dio, e il tono affettuoso e paterno con il quale Togliatti gli spiegò che la cosa era impossibile.”

Ovviamente non mancarono le differenziazioni. Dell’ Assemblea Costituente facevano parte, nel complesso dei 556 deputati, 207 afferenti alla DC, 115 al PS, 104 al PCI, 41 all’Unione Democratica Nazionale (liberali), 30 al Movimento dell’Uomo Qualunque, 23 al PRI, 16 al Blocco Nazionale della libertà, 7 al Partito d’Azione.
Sembrava, dunque, quasi logico che vi fossero delle differenziazioni, delle contrapposizioni. Ma sono sempre più convinto che in definitiva non si possa, non si debba parlare di “compromesso costituzionale”.

Vorrei a tale proposito utilizzare le parole di una persona a me molto cara, riportate da un suo intervento nello stesso libro di cui ho parlato prima.
Parlo del prof. Pietro Scoppola che ci ha lasciato pochi mesi orsono.

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PIETRO SCOPPOLA in Cinquant’anni di Repubblica italiana pag.136

Riferendosi in particolare all’art.3 Pietro Scoppola dice

“Se teniamo presenti le posizioni da cui partivano le diverse forze politiche presenti nell’Assemblea Costituente, ci rendiamo conto che l’opera compiuta dai costituenti ha avuto un grande rilievo culturale e politico; ci rendiamo conto che il cosiddetto “compromesso costituzionale” ha avuto un grande spessore.

Poi quasi con una sorta di correzione aggiunge

“Occorre liberarsi dalla versione riduttiva e negativa oggi ricorrente del “compromesso costituzionale” . Prima di ogni compromesso fra i partiti vi fu la coscienza ben viva nei costituenti – che si ritrova nei loro scritti e nei loro ricordi – di una grande responsabilità storica: quella di dar voce alla domanda che saliva dal Paese di una radicale rifondazione della convivenza dopo gli orrori della guerra. Occorreva una risposta che fosse all’altezza della vicenda epocale in cui l’Italia era stata coinvolta. Il fondamento vero della Costituzione, prima che nel compromesso fra i Partiti, è in questo suo stretto legame con la Storia.”

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a partire da un intervento di Marco Revelli

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a partire da un intervento di Marco Revelli

Come scrive Marco Revelli (https://www.tpi.it/opinioni/sardine-qualunquismo-sinistra-radicale-20191129506770/?fbclid=IwAR2K7FsywRYhsMoHo8wDr4XF4j7mcu2MoWDOfxH6ym5Bj_c3yxUM2uGSflM)faccio parte di quella “sinistra in preda a un disordine mentale culturale-politico” che va avanzando pur benevoli critiche a quel movimento spontaneo chiamato casualmente “sardine”.

Revelli aggiunge a sigillo della prima parte “sintetica” del suo intervento la frase “Scenario, verrebbe da dire, vagamente weimariano”. E che significa? Può questa accezione essere scaricata in senso negativo sulle forze di Sinistra? Ne dubito.

Allo stesso tempo proprio, concordando con quanto lui aggiunge in modo critico verso le

“tante sinistre, soprattutto quelle (ex) radicali, ognuna con i suoi fallimenti, le sue colpe nell’averli coltivati, i suoi atti mancati e le sue afasie, tutte sicuramente incapaci di opporre all’onda scura populista-sovranista la benché minima barriera, ma attivissime nel puntare indici accusatori (o in qualche caso medi offensivi) e loquacissime nel dispensare consigli e/o scomuniche.”

mi sento di confermare i miei giudizi ancor più negativi verso i proponenti, gli organizzatori, gli illusionisti di questo “popolo” chiamato “sardine”.

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Questi ultimi sono essenzialmente “figli di papà garantiti” né più né meno rispetto ai giovani di Valle Giulia apostrofati da Pier Paolo Pasolini (cosa avrebbe detto “oggi”?), che – se in buona fede – hanno dato il via ad un’operazione spontanea dilettantesca che ha avuto semplicemente il merito di chiamare a raccolta diverse forme associative o meno (molti singoli o gruppi formati da singoli) che avevano bisogno di dare sfogo pur se in modo pacifico alla loro rabbia repressa. Quelle piazze sono esclusivamente rappresentative di quella Sinistra borghese, antifascista ma vacua e timida, che, non più di quella parte che si pone criticamente, non è in grado di proporre unitariamente sbocchi risolutivi alle problematiche che sono state acuite dalle crisi degli ultimi decenni.
Sono “storicamente” anch’io critico (non intendo lasciare scettri ad altri “maitres à penser”) nei confronti di queste manifestazioni “di popolo” senza costrutti. E d’altra parte non è di certo “dal popolo” che dobbiamo attenderci le soluzioni. C’è un altissimo rischio di creare illusioni e di credere e far credere che, poichè si risponde con piazza” a “piazza”, il maggior numero possa significare maggiori consensi. Così come si rischia di delegare ruoli che sarebbero delle forze partitiche storiche e soprattutto antifasciste e “democratiche” (aver sperperato progressivamente il patrimonio della”Democrazia” è un vero e proprio crimine, dal riconoscimento e dal superamento del quale far ripartire una nuova “Storia”) affidando funzioni inusuali a gruppi del tutto misteriosamente anonimi ancor oggi.
A chi avverte con sensibilità il mio accento critico e riconosce in me l’appartenenza a una di quelle Sinistre di cui parla Revelli suggerirei di andarsi a leggere moltissimi dei miei interventi “politici” su questo Blog. In quelli non ho mai risparmiato critiche al radicalismo di Sinistra, tendente a sottolineare la propria identità specifica ed incapace di proporre scelte politiche davvero innovative. D’altronde, pur molto (ma molto e molto ancora) più importante di me, anche Marco Revelli esercita la sua azione politica nei salotti dei talk show e con gli articoli e, lo dico per giustificazione pur non richiesta, comprendo di non essere più fatto per le “barricate” e per le “piazze”. Detto questo, non è per l’età ma per convinzione che riaffermo la necessità dell’esigenza di applicare metodi democratici più coinvolgenti, campagne d’ascolto serie prima di addentrarsi verso scelte politiche a partire da quelle locali. E’ su queste linee che potremo affrontare il cammino nel deserto, il viaggio nuovo che quasi certamente dovremo fare, malgrado le “sardine” ed anche per responsabilità di chi crede che queste forme superficiali mediatiche possano innescare il recupero di credibilità ed attrarre consensi.

Joshua Madalon

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 2

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SONO NATO CON LA COSTITUZIONE ITALIANA – un mio intervento nei primi giorni del 2008 parte 2

Nei primi giorni del 2008 festeggiando i sessanta anni della Costituzione italiana promulgata il 27 dicembre del 1947 fui invitato da un caro amico di Campi Bisenzio a tenere un intervento pubblico sulla nostra Carta. Quel che segue è il testo di quel mio contributo.

2.

E’ evidente che tale assunto di partenza, che allora i nostri Padri costituenti avvertivano, pur condizionato da una “tragedia” da cui si usciva, deve servire da monito costante nei confronti delle nostre classi dirigenti e deve essere sempre più patrimonio diffuso nelle giovani generazioni cui dovremo inevitabilmente affidare le sorti del nostro Paese.

Occorrerà evitare che una soluzione positiva debba essere necessariamente il frutto di eventi drammatici. Occorrerà forse impegnarsi a scrivere “oggi” nuove regole al di là della Costituzione, senza toccare la Costituzione e cioè non “contro” di essa, regole che si impongano di “normalizzare” questo nostro Paese. Per fare questo, lo ripeto, non è affatto necessario modificare la Costituzione nel suo impianto “fondamentale” ma sarà invece necessario che il “comune sentire” diffuso di un recupero del “senso etico” dell’impegno politico conduca ad un accordo che porti a “regole” che impongano eticamente un’irreprensibilità di comportamento da parte dei rappresentanti pubblici ad ogni livello in ogni settore della nostra vita pubblica, così come andrebbero drasticamente limitate e sottolineo LIMITATE tutte le forme di “privilegio” perché anacronistiche in quanto relative ad un periodo in cui la nostra società doveva garantire davvero a tutti nella estrema diffusa indigenza l’accesso alle cariche elettive.

E’ quest’ultima parte una deviazione dal contesto vero e proprio per il quale noi siamo qui, e me ne scuso.

Ritorniamo al tema.

Porre in evidenza le “differenze” potrebbe essere abbastanza semplice e forse, in modo autosevero, addirittura semplicistico sarebbe anche andare a connotarsi in sede ideologica, richiamandosi alle differenti radici, alle differenti culture, ai tre sostanziali fondamentali filoni culturali presenti nell’Assemblea Costituente: quello liberaldemocratico, quello cattolico e quello marxista.

Bisogna invece ribadire che proprio in quella particolare temperie quelle differenze servirono davvero ad arricchire di contenuti il dettato costituzionale, piuttosto che a delinearne i contrasti, i quali invece connotarono molti degli eventi che precedettero, che accompagnarono e seguirono negli anni a venire la costruzione, la scrittura e la lenta attuazione della nostra Costituzione.
Furono quelli gli anni che divisero il mondo all’interno della Guerra Fredda.

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