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GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival)

GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival)

A parte gli addetti ai lavori (cantanti, aspiranti o semi o professionisti tout court; musicisti, parolieri, poeti di secondo livello, critici o aspiranti critici sia musicali che di costume) ed ai ceti popolari, che evidentemente hanno molto tempo a disposizione, il festival di Sanremo non è seguito. In modo particolare, non lo seguono gli intellettuali, quelli col pedigree e quelli aspiranti tali. Un dato però salta agli occhi: l’elevatissimo share, cioè la percentuale di telespettatori sintonizzati su un canale in una determinata fascia oraria, che in qualche modo conferma la netta distinzione tra una stragrande maggioranza di affezionati seguaci della kermesse sociocanora nazionalpopolare ed una minoranza sparuta di pervicaci astensionisti.
Anche se non mi considero un intellettuale, io non ho seguito il Festival. Troppo faticoso, troppe lentezze – motivate da una scaletta collegata ad esigenze di “sponsor”, anonimi per tutti quelli che non conoscono i meccanismi perversi dello show business, ben noti a coloro – una minoranza assoluta – che ne conoscono i funzionamenti. Personalmente conosco meglio i meccanismi sottesi all’organizzazione di un Festival cinematografico, che non è del tutto immune da quei tranelli (ricordo, quando ne organizzai tre edizioni di un format regionale qui a Prato, le pressioni per ospitare qualche autore. Ma per me è una storia lontana, Torniamo all’oggi.
Da altri che studiano o praticano da intellettuali i diversi social mi attenderei anche la capacità di essere collegati al sentire comune, o perlomeno di saper distinguere i diversi ambiti. In realtà l’intellettuale che fa l’intellettuale è semplicemente uno snob, pari a coloro che fingono di essere aristocratici e celano le loro miserie, quelle materiali e quelle morali. Una parte, forse quella preponderante, del Festival ha caratteristiche nazional popolari, legate a revival sempre più patetici, tipo Romina ed Al Bano o I Ricchi e Poveri malinconici rappresentanti di un’epoca ormai davvero lontana, e soprattutto incapaci di andarne oltre verso il nostro tempo.

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Ne danno prova “Felicità” (1985)

o “Sarà perchè ti amo” (1981)

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riproposti dopo circa quaranta anni. E non è quindi strano che il Festival piaccia a generazioni anziane e poco o solo mediamente colte. Ovviamente c’è un po’ di tutto nel palinsesto riservato agli ospiti, ma il problema è che la scaletta è ignota e quindi non si può attendere ore (il programma delle cinque serate è stato omogeneamente diluito in circa cinque ore cadauna) per seguire il proprio beniamino. Che poteva essere Roberto Benigni, che però continua con l’esagerare con le sue solite “prediche” sull’Amore eterno e sulla metafisica dantesca; e per questi motivi ritiene di essere un intellettuale nazional popolare. Le sue biricchinate ormai sanno di stantio e le sue proposte nuove sanno invece di melanconici tramonti. Sanremo è un festival della canzone e la sua mission dovrebbe essere quella di presentare la migliore offerta possibile di inediti: anche in questo caso il mercato si inserisce prepotentemente proponendo quello che ha a disposizione senza curarsi troppo della qualità. E così accade che, in un momento di sconforto dico a me stesso, l’ultima sera, ed a mia moglie: “Dai, guardiamo com’è!”. Dopo tre esibizioni le palpebre tendono a chiudersi pesantemente. Non ricordo neanche chi fossero i “big” di cui ho ascoltato la lagna.

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