MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 4 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio)

MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 4 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio più quella numero 3 del 12 febbraio)

…..ci stimola poi la foto di un Congresso del Partito Comunista Italiano dove si vede Eugenio Tinti aggirarsi fra le poltrone di un cinema di Firenze, gremite di delegati, con un voluminoso pacco formato dalle copie de “l’Unità”. Marite ci parla anche di una foto che lo ritrae da giovane (altre di un periodo immediatamente seguente ce le riesce a mostrare) vestito da Bersagliere (con il fez) ai tempi della Grande Guerra: ritiene di poterla trovare e di consegnarcela per la pubblicazione. Nel frattempo, però, prima di salutarla (intanto, Eugenio è sgattaiolato via per la sua solita passeggiata), ci affida con grande tenerezza un video che racchiude un’intervista al suo babbo realizzata da un’emittente privata regionale qualche anno fa. E’ un’intervista generica sulla condizione degli anziani in città che ci presenta un Eugenio Tinti novantenne pimpante ed esuberante, per niente timoroso della telecamera, assolutamente padrone della scena né più né meno come è oggi.

L’intervista viene trascritta da mia figlia Lavinia, a quel tempo studentessa del terzo liceo “Cicognini” di via Baldanzi

Eugenio Tinti

L’intervista è a cura di Neva Domenici (d’ora in poi ND), Eugenio Tinti ( d’ora in poi ET) ha appena novanta anni; quindi siamo nel 1991, vive ancora a Firenze in Borgo dei Greci con la moglie già gravemente malata: dopo la sua scomparsa verrà ad abitare a Prato in viale Montegrappa con sua figlia Marite ed il genero Goffredo Lohengrin Landini, sindaco della città di Prato dal 1975 al 1985.

ND.: Siamo in casa del signor Eugenio in Borgo de’ Greci proprio nel pieno centro di Firenze; abbiamo salito i cento gradini, quasi da fiaba, cento gradini per arrivare su in alto in mezzo ai tetti di Firenze con una visuale che dopo il nostro tecnico ci regalerà. Signor Eugenio, da quanti anni fa questi cento gradini?
ET.: Cinquantotto anni.
ND.: Da cinquantotto anni. Ci vuol dire quanti anni ha?
ET.: Ho compiuto gli 89 anni nel mese di agosto; quindi credo di essere a 90. Novanta anni.
ND.: E’ un “ragazzo del ’99?

ET.: Sono un ragazzo del ’99, ho fatto la Guerra Mondiale, mi danno centocinquantamila lire all’anno come premio, diciamo così, di consolazione diciamo, via, perché non è una cosa… E quindi, quello che a me mi danno tra le centocinquantamila lire, la pensione che prendo e tutto ciò che ho da pagare perché ci ho la moglie malata, devo fare tutto da me, me la cavo bene, giusto per me; ma, ora io sto pensando, dato che siamo nel ragionamento, coloro che hanno una pensione più bassa della mia…
ND.: Come fanno?!
ET.: …come fanno loro? Eppure ci sono delle persone sole, oppure due vecchi soli che avranno, si può dire fra tutti e due, settanta ottanta mila lire al mese e anche loro avranno i suoi acciacchi come ce li ho io, come ce li ha mia moglie; come faranno a vivere quella gente là?
ND.: E’ una domanda più che giusta. Però io vorrei tornare alla sua vita, più che altro al suo ambiente: lei ha detto che sono cinquantotto anni che vive qui nel centro di Firenze: tanto per cominciare vorrei sapere quali differenze trova tra questo centro di Firenze di allora e questo di ora.

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VERSO IL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI – 29 MARZO

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VERSO IL REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI – 29 MARZO

Il 29 marzo andremo a votare per un referendum per confermare o rigettare il taglio dei parlamentari. Come tanti sono in grande imbarazzo: comunque vada, mi dico, continueranno a dettar legge i soliti apparati. Se viene fermato il taglio canteranno vittoria la gran massa dei politici di mestiere, soprattutto quelli che non hanno un loro passato professionale “normale” avendo vissuto solo di “politica”. Strano a dirsi ma accadrà la stessa cosa, se invece il “taglio” sarà confermato. Nei primi giorni di ottobre dello scorso anno (il 2019) una maggioranza ”bulgara” vicina al 100% ha approvato il taglio (vedi foto in evidenza). E’ molto strano, paradossale, davvero assurdo che, poi, molti di quelli che hanno votato per il taglio, oggi si impegnino a partecipare al referendum sostenendo proprio il contrario di quella scelta. Ma la Politica, conosciuta come Arte del possibile ( e, dico io, dell’impossibile ), è fatta così.

Mi sento – e lo sono – un comune cittadino informato e consapevole. Ed esprimo i miei dubbi.
La chiamano “Democrazia”, ma il “demos” è sostituito da una congerie di lobbies, veri e propri potentati economici o subeconomici che mirano a realizzare macrointeressi di classe concedendo benevolmente poco più che briciole al “popolo”, ovvero alla parte più debole di un Paese.

La rappresentanza indiretta stabilita dalla nostra forma di “repubblica parlamentare” non consente il pieno esercizio della “democrazia” da parte dei cittadini. Occorre dunque prevedere una regolamentazione che permetta una vera partecipazione popolare alle fasi di reclutamento e di accesso alle liste o perlomeno si abbia la possibilità di esprimere delle preferenze e semmai di poter utilizzare la forma del voto disgiunto. Invece sia nella scelta del personale politico rappresentativo sia in quelle di carattere politico ed economico generale pochi sono coloro che gestiscono il potere quasi sempre a proprio esclusivo vantaggio ed a danno dei molti.
Tra qualche settimana andiamo a votare per il referendum che tratta del “taglio del numero dei parlamentari italiani”.

Sottopongo al lettore una (la n.5 su 9 pubblicate su
http://www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it/2020/02/12/faq-sul-referendum-costituzionale-del-29-marzo-sul-taglio-dei-parlamentari/) delle FAQ preparate dal Comitato per il NO al taglio. Intendo rilevare che nella risposta, peraltro convincente se tutto quel che si scrive dipendesse da “altri” (un “nume” cattivo, un “despota” sanguinario), vi è la “soluzione”: chi viene eletto quasi sempre “non “ rappresenta i propri elettori nel senso vasto, ma quella piccola parte “di potere” che gli ha consentito di poter essere eletto. Ragion per cui anche se i parlamentari si riducessero, poco cambia per il “popolo” se non vengono realizzati dei correttivi metodologici utili alla costruzione di un vero e proprio rapporto con i territori.
Questa la domanda assertiva
A: La riduzione del numero dei parlamentari non incide sulla rappresentanza, anzi la rende più autorevole.
Questa è invece la risposta
B: Completamente falso. Se si riduce il rapporto fra cittadini e parlamentari si incide profondamente sulla rappresentanza politica, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo.Perché si realizzi una vera rappresentanza politica, bisogna che i singoli parlamentari abbiano una relazione reale e continua con i problemi del territorio in cui è avvenuta la loro elezione e dei cittadini che ci vivono, nonché un rapporto costante, non limitato al momento del voto, con i propri elettori. Meno sono gli eletti e più difficile è realizzare quel rapporto. Questo inevitabilmente nuoce all’azione dei parlamentari sul piano qualitativo perché riduce la possibilità di una conoscenza dei problemi concreti.Quindi la rappresentanza politica ne risulta peggiorata.

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Ne riparleremo

Joshua Madalon

Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – decima parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – decima parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

riprende a parlare Sabrina Pratesi

Sui temi dell’Urbanistica il territorio su cui operiamo è completamente toccato dagli interventi del Piano strutturale. Anche qui vediamo una certa colpevole lentezza ed una incapacità sostanziale ad imboccare una linea chiara comune che ci impegni nella prossima stagione amministrativa in una direzione precisa. E’ certo che alla base della filosofia che sorregge l’impianto del Piano non vi è il bene comune (il risanamento di un territorio ferito dal tempo e dall’incuria) ma esclusivamente il profitto. A nostro parere un Piano strutturale non può essere preparato da un punto di vista dominante che è quello dei costruttori e dei tecnici: bisogna avere una maggiore attenzione – e non solo a chiacchiere – verso le tematiche ambientali evitando la costruzione di palazzoni senza anima. E non ci piacciono le concessioni paternalistiche verso uno sviluppo sostenibile: ci chiediamo quale potrebbe essere l’atteggiamento dei sostenitori del cemento se a parti invertite fossero i sostenitori ambientalisti a concedere qualche spazio al cemento. E’ ovvio che si tratta di fantasticare in un mondo modellato su un potere dominante, ma non consideriamo civiltà né progresso l’anima prevalente di quel Piano strutturale. Né pensiamo che una politica ambientalista significhi tout court un ritorno ad un passato pretecnologico; chi afferma ciò non conosce i meccanismi della Storia. Fra l’altro c’è il rischio con la crisi dilagante, la perdita progressiva di posti di lavoro, la impossibilità pratica per le giovani coppie – e non solo per esse – di contrarre mutui o di assolvere al pagamento di parte considerevole di essi, c’è il rischio di costruire alveari vuoti che non sarebbero occupati nemmeno dagli extracomunitari che oggi gravitano in questa parte di territorio ma che potrebbero da qui a cinque-dieci anni abbandonarlo, così come già in parte sta avvenendo. E’ necessario abbandonare l’idea di un progresso continuativo: produciamo uno sforzo maggiore verso il restauro del territorio abbattendo semmai ciò che non è più in condizione di stare in piedi e ricostruendone solo parte a parità di cubatura.
Noi anche sulla scorta delle drammatiche esperienze dei giorni scorsi che hanno coinvolto larga parte del territorio della vicina Emilia vorremmo proporre di operare in modo preventivo su una tipologia di edilizia prevalentemente orientata alla verifica della messa in sicurezza del patrimonio abitativo civile della città di Prato. Proponiamo un cambio copernicano della filosofia relativa all’edilizia.

riprende l’intervento di Elisa Valdambrini

Il Centrodestra mentre va avanti con la sua filosofia di speculazione selvaggia e nella sua logica di lottizzazione che privilegia la rendita sviluppa scomposte critiche al Centrosinistra accusandolo di idea dirigistica dello sviluppo a maglie strette sostenendo di converso un’idea a maglie larghe che chiamano per loro comodo liberistica; attaccano il Centrosinistra con l’accusa di non essere stati in grado negli anni passati di portare a compimento il Piano strutturale e non si scompongono di fronte al ventilato saccheggio del territorio nascondendo anche ai propri elettori ai quali fanno credere di avere realizzato una gran cosa le conseguenze di questa loro scelta Nostro compito proseguendo nelle iniziative che già abbiamo avviato sarà quello di far comprendere la differenza fra il nostro modo di vedere la Prato del futuro e quello loro. Non daremo tregua a questa Amministrazione operando non su chiacchiere , bubbole fandonie e fanfaluche (che lasceremo loro) ma su fatti concreti e soprattutto sulle loro acute contraddizioni proprio in materia di vivibilità su gran parte del nostro territorio che dopo la cura miloniana non ha visto effetti significativi.
Anche per questo ancor più ci spaventano gli obbrobri che ci vengono proposti: a San Paolo mancano spazi sociali fruibili dai giovani e questi spesso – con ciò non possiamo giustificarli – compiono atti vandalici in gruppo; da questo punto di vista l’atteggiamento meramente repressivo dell’Amministrazione di Centrodestra ha amplificato i danni non riuscendo a fornire soluzioni alternative. Ed allora anche in questa direzione il Circolo PD Sezione Nuova San Paolo vuole avanzare proposte programmatiche per la prossima legislatura. Lo facciamo anche perché siamo convinti che l’attuale Amministrazione perderà ancora tempo e non porterà a soluzione molte delle presunte idee su cui ha lavorato fermandosi semmai all’approvazione di un Piano strutturale solo a scopo dimostrativo; è quello che accade anche con la questione del sottopasso\viadotto del Soccorso che essendo opera appena periferica al nostro territorio ci interessa direttamente (anche nel Centrodestra si levano voci dissenzienti favorevoli al sottopasso).
Fine ELISA

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GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival) parte 2

GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival)
parte 2

E non provo neanche a ricercarli; d’altra parte dopo aver decretato che la loro esibizione era deludente trovo poco corretto affondare il coltello nella piaga e taccio sulle loro identità (d’altra parte basterebbe andare su Raiplay e rivedere l’ultima serata per capirlo). Ecco, Raiplay è il refugium peccatorum cui qualche “intellettuale” come me (di che livello sia poco importa) si rivolge per andare rapidamente a vedere cosa è accaduto nelle circa 25 ore di trasmissione. La Rai nel corso della settimana dal 5 al 9 febbraio (il Festival si è svolto dal 4 all’8) ogni mattina riproponeva le highlights e qualcuna di queste sollecitava la curiosità, anche se è forte il dubbio che molte di esse si dovessero riferire allo show business, comprese quelle che apparivano sorprendenti come la sortita di Morgan e l’abbandono di Bugo, che è da collegare invece alla volontà di dare “un senso” alla loro presenza con un brano davvero modesto. Tutta la “pantomima” successiva all’evento (conferenze stampa e “ospitate” in vari programmi) è servita a questo: l’ultima canzone in classifica tra le 24, benché ormai eliminata del tutto dall’elenco dei concorrenti, diventava una delle più presenti nei palinsesti in varie edizioni. Ora, a dire il vero, le classifiche (quella dei big e quella degli esordienti, le Nuove Proposte) sono state profondamente menzognere. In quella ricognizione “post” che ho fatto su Raiplay ho potuto apprezzare sia la canzone di Tecla, “8 marzo”

che è stata sconfitta sul fotofinish da Leo Gassmann, con “Vai bene così”,

https://www.youtube.com/watch?v=AAuATGcRSEk

che ha un testo banale (si dirà “è la norma!”), sia (ho potuto apprezzare in modo positivo) la canzone di Marco Sentieri, “Billy Blu” con un testo davvero forte, che – utilizzando il “rap” – ricorda il compianto Giorgio Faletti.

Ve la ricordate “Signor Tenente” che nel Festival di Sanremo del 1994 arrivò seconda dietro “Passerà” di Aleandro Baldi, mentre al terzo posto si piazzò Laura Pausini con “Strani amori”.

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https://www.youtube.com/watch?v=GDaEpKGvx5Y&t=187s

Tra le canzoni presentate dai big ho apprezzato sia quella di Tosca che è arrivata solo sesta, ma ancora di più è stata deludente la classificazione del brano presentato da Levante, straordinaria interprete funky di un testo originalissimo, “Tikibombom”, che mi ha ricordato un’altra grande interprete del panorama colto della musica italiana, Georgia. Nello stesso anno, 1994, di cui scrivevo sopra, arrivò solo settima tra le Nuove proposte con un brano che è poi diventato uno dei suoi cavalli di battaglia, “E poi”.

L’anno successivo, per fortuna, Georgia si rifece, con “Come saprei”, vincendo Sanremo 1995.

La Storia del Festival si intreccia con la Storia del nostro Paese facendone emergere virtù e difetti. Ecco, se si volesse riconoscere anche minimamente questa caratteristica, che è concreta e reale, sarebbe buona norma fare meno gli snob intellettualoidi e, pur senza perdere le venticinque ore di tempo di cui sopra, potrebbe essere ad ogni modo svolta un’analisi dei testi e delle performance, utilizzando i motori di ricerca multimediali di cui il nostro tempo dispone.

Lo ricordate il monologo di Pier Francesco Favino sui migranti («Siamo tutti, più o meno, stranieri») tratto dal suo spettacolo La notte poco prima delle foreste, adattamento del libro di Bernard-Marie Koltès.
Era il 2018 ed a presentare il Festival, insieme al grande attore ormai “internazionale”, c’erano Claudio Baglioni e Michelle Hunziker.

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GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival)

GLI INTELLETTUALI E SANREMO (San Remo tutto attaccato per indicare il Festival)

A parte gli addetti ai lavori (cantanti, aspiranti o semi o professionisti tout court; musicisti, parolieri, poeti di secondo livello, critici o aspiranti critici sia musicali che di costume) ed ai ceti popolari, che evidentemente hanno molto tempo a disposizione, il festival di Sanremo non è seguito. In modo particolare, non lo seguono gli intellettuali, quelli col pedigree e quelli aspiranti tali. Un dato però salta agli occhi: l’elevatissimo share, cioè la percentuale di telespettatori sintonizzati su un canale in una determinata fascia oraria, che in qualche modo conferma la netta distinzione tra una stragrande maggioranza di affezionati seguaci della kermesse sociocanora nazionalpopolare ed una minoranza sparuta di pervicaci astensionisti.
Anche se non mi considero un intellettuale, io non ho seguito il Festival. Troppo faticoso, troppe lentezze – motivate da una scaletta collegata ad esigenze di “sponsor”, anonimi per tutti quelli che non conoscono i meccanismi perversi dello show business, ben noti a coloro – una minoranza assoluta – che ne conoscono i funzionamenti. Personalmente conosco meglio i meccanismi sottesi all’organizzazione di un Festival cinematografico, che non è del tutto immune da quei tranelli (ricordo, quando ne organizzai tre edizioni di un format regionale qui a Prato, le pressioni per ospitare qualche autore. Ma per me è una storia lontana, Torniamo all’oggi.
Da altri che studiano o praticano da intellettuali i diversi social mi attenderei anche la capacità di essere collegati al sentire comune, o perlomeno di saper distinguere i diversi ambiti. In realtà l’intellettuale che fa l’intellettuale è semplicemente uno snob, pari a coloro che fingono di essere aristocratici e celano le loro miserie, quelle materiali e quelle morali. Una parte, forse quella preponderante, del Festival ha caratteristiche nazional popolari, legate a revival sempre più patetici, tipo Romina ed Al Bano o I Ricchi e Poveri malinconici rappresentanti di un’epoca ormai davvero lontana, e soprattutto incapaci di andarne oltre verso il nostro tempo.

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Ne danno prova “Felicità” (1985)

o “Sarà perchè ti amo” (1981)

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riproposti dopo circa quaranta anni. E non è quindi strano che il Festival piaccia a generazioni anziane e poco o solo mediamente colte. Ovviamente c’è un po’ di tutto nel palinsesto riservato agli ospiti, ma il problema è che la scaletta è ignota e quindi non si può attendere ore (il programma delle cinque serate è stato omogeneamente diluito in circa cinque ore cadauna) per seguire il proprio beniamino. Che poteva essere Roberto Benigni, che però continua con l’esagerare con le sue solite “prediche” sull’Amore eterno e sulla metafisica dantesca; e per questi motivi ritiene di essere un intellettuale nazional popolare. Le sue biricchinate ormai sanno di stantio e le sue proposte nuove sanno invece di melanconici tramonti. Sanremo è un festival della canzone e la sua mission dovrebbe essere quella di presentare la migliore offerta possibile di inediti: anche in questo caso il mercato si inserisce prepotentemente proponendo quello che ha a disposizione senza curarsi troppo della qualità. E così accade che, in un momento di sconforto dico a me stesso, l’ultima sera, ed a mia moglie: “Dai, guardiamo com’è!”. Dopo tre esibizioni le palpebre tendono a chiudersi pesantemente. Non ricordo neanche chi fossero i “big” di cui ho ascoltato la lagna.

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MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 3 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio u.s.)

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MEDIATECA DELLA MEMORIA – un’ iniziativa della Circoscrizione Est del Comune di Prato nel maggio 2001 (LA GIORNATA DELLA MEMORIA FU ISTITUITA NEL NOVEMBRE DEL 2005) la storia di E.T. Eugenio Tinti parte 3 (dopo il preambolo dello scorso 27 gennaio e la prima parte contrassegnata con il numero 2 del 3 febbraio u.s.)

Eugenio Tinti era (ed è, non ce ne è alcun dubbio ancora oggi) antifascista e comunista, e visse sulla propria pelle quotidianamente questa identità.
Ci parla infatti della grande difficoltà a trovare lavoro (“anche quando ne trovavo uno” dice “dopo qualche settimana, quando attraverso delazioni poco amichevoli scoprivano quale era la mia fede politica, mi licenziavano”), ci parla delle sue esperienze in Francia a Besançon per 2 anni e 6 mesi nei primissimi anni del Fascismo, ci parla poi del suo lavoro successivo alle acciaierie di Terni dove aveva dei parenti, ci parla del suo rifiuto assoluto di partecipare alle “adunate” di paese organizzate ogni sabato (“non avevo neanche mai voluto indossare la divisa di camicia nera e per questo ogni sabato dovevo scappare”), ci parla dei suoi amori e del suo amore per la donna che aveva poi sposato, Stella, anche quello elemento di contrasto politico ed ideologico: il padre, il futuro suocero (nonno Sestino, come lo chiama Marite, sempre presente ai nostri colloqui), non voleva che sua figlia si sposasse con lui, perché era già promessa ad un notabile del luogo di sicura fede fascista ed Eugenio era un antifascista, un comunista. Con Stella invece si sposerà nel 1926 e poi, dopo un primo periodo a Poppi, nel 1931 si sposterà a Firenze e dal 1940 lavorerà all’Istituto Chimico Farmaceutico.
°°°°°°°
Quando, dopo qualche giorno, ritorniamo a trovarlo, Eugenio Tinti è nervoso, teso perché noi, per motivi di traffico e di parcheggio, siamo arrivati in leggero ritardo e lui, ci dirà la figlia Marite, è impaziente di poter poi uscire per la sua solita benefica passeggiata quotidiana. Ci risponde infatti direttamente al citofono e ci apre il portone: ma poi insieme alla figlia non lo riusciamo a trovare nei labirinti dell’appartamento: ella lo chiama e, nel cercarlo, lo trova tranquillo fuori al terrazzo interno fra le piante di limoni nei grandi vasi.
Gli chiediamo di poter fare qualche fotografia e, diversamente da tanti altre persone anziane, non si sottrae: poi accediamo insieme a lui ed a Marite nel salotto ( Eugenio Tinti fa il padrone di casa intimandoci in modo imperioso di sederci su una delle poltrone mentre lui continua a stare in piedi in modo impeccabile come il fusto di un cipresso alto e dritto) e guardiamo alcuni album fotografici che ci riportano di nuovo al suo passato.
Ci colpisce in modo particolare la foto che lo ritrae con la moglie sul ponte di Poppi, con lo sfondo del Castello dei conti Guidi che svetta sulla parte alta del paese; ci colpisce poi, e chiediamo di mettercela da parte, la foto nella quale è ritratto su una scogliera, ad Amalfi, seduto in bella ma naturale posa (vedi foto in evidenza e foto frontespizio del libretto); ci interessano poi alcune delle foto scattate a Merano, dove era stato trasferito negli ultimi anni della seconda guerra mondiale per lavorare nel settore farmaceutico (da Firenze dove lavorava proprio all’Istituto Farmaceutico di Castello fu “deportato”, anche per tenerlo lontano dai suoi “amici” di Firenze, in quel di Merano; era in qualche modo tutelato rispetto ai suoi compagni perché le sue abilità servivano alla causa nazifascista, nè più nè meno come era capitato ad altri “deportati” nei campi di lavoro nazisti, come ad esempio Primo Levi)………

Tinti a Poppi

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – nona parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – nona parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

riprende a parlare Elisa Valdambrini

Noi ci occuperemo di molte problematiche, partendo dai temi locali di un territorio che nel corso degli ultimi anni, più di altri, ha visto modifiche sostanziali sul piano sociale, culturale, economico e demografico. San Paolo dovrà essere un importante avamposto della nostra azione “politica”; non è un mistero che il Centrosinistra ha perso Prato per essere stato poco attento a quello che era accaduto qui nel corso dei decenni passati. Occorre con rigorosa meticolosità recuperare questo svantaggio e lo dobbiamo fare noi; non c’è presunzione in questa nostra affermazione, ma vorremmo che si avvertisse il nostro grido di dolore e che non si perdesse altro tempo a discutere di “lana caprina”. Sui temi dell’immigrazione abbiamo voluto ascoltare le proposte formulate dal responsabile provinciale del Forum; le consideriamo una base da cui prendere le mosse per affrontare poi congiuntamente ai cittadini più attenti e disponibili di questo territorio (anche quelli appartenenti alle comunità straniere) i necessari approfondimenti per andare nel minor tempo possibile a delle proposte chiare e precise, proprio quello che è mancato fino ad oggi. Abbiamo lasciato che personaggi ambigui e pericolosi, al di là della loro presunta professionalità specifica, facessero largamente pensare che l’unico metodo percorribile fosse quello meramente repressivo e militare. Noi invece crediamo sia estremamente importante riprendere a sviluppare le relazioni interculturali mettendo in moto i pensieri e le intelligenze. Noi siamo fortemente contrari ad operazioni poliziesche che puntano sulle paure e spingono a chiusure progressive di tipo razzista e xenofobo. Non accettiamo di essere considerati sic et simpliciter “buonisti”, vogliamo coltivare la Cultura del confronto e vogliamo avere gli strumenti per poterla perseguire; anche per questo vorremmo chiamare a raccolta qui l’ intellighentia progressista e civile di cui ancora Prato si può vantare, vogliamo che vengano qui sociologi e storici, scrittori ed antropologi; vogliamo produrre uno sforzo di coinvolgimento progressivo interculturale rivolgendoci anche alle persone più disponibili e preparate appartenenti alle diverse etnie.
Al Partito chiediamo di non perdere altro tempo prezioso;. il Circolo PD Sezione Nuova San Paolo proprio perché costitutivamente non si pone come autosufficiente nell’aggredire temi complessi come quello dell’immigrazione suggerisce alla Segreteria in modo ufficiale – dopo averlo fatto in modo ufficioso più di una volta – che vi sia un impegno più attento a valorizzare anche la struttura del Circolo Curiel di via Filzi. Quel luogo che naturalmente dovrebbe essere ascritto alla pratica democratica rischia di essere definitivamente colonizzato dal Centrodestra; la Dirigenza del Circolo è disponibile ad ospitare incontri ed assemblee ed aveva dato anche il via libera ad una presenza stabile dei Giovani Democratici; crediamo che questa opportunità non sia stata colta ancora e pensiamo invece che sia estremamente opportuna.

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Pioggia e sole
cambiano
la faccia alle persone
Fanno il diavolo a quattro nel cuore e passano
e tornano
e non la smettono mai
Sempre e per sempre tu
ricordati
dovunque sei,
se mi cercherai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Ho visto gente andare, perdersi e tornare
e perdersi ancora
e tendere la mano a mani vuote
E con le stesse scarpe camminare
per diverse strade
o con diverse scarpe
su una strada sola
Tu non credere
se qualcuno ti dirà
che non sono più lo stesso ormai
Pioggia e sole abbaiano e mordono
ma lasciano,
lasciano il tempo che trovano
E il vero amore può
nascondersi,
confondersi
ma non può perdersi mai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai
Sempre e per sempre
dalla stessa parte mi troverai

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – reloaded prima e seconda parte (nei prossimi giorni riprenderò la pubblicazione)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – intro e prima parte

“Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene – e l’influenza che questa opera ebbe”

Nel 1995 fui eletto al Consiglio comunale di Prato. Fu una grande bella avventura quella campagna elettorale; una vera e propria “palestra” di vita politica. Dopo i fasti della vittoria del campionato del Mondo di calcio spagnolo del 1982, l’anno in cui arrivai a Prato e partecipai quasi da clandestino ai festeggiamenti in onore di Paolo (Pablito) Rossi “pratese doc”, eravamo poi arrivati ai fasti di Jury Chechi, altro “pratese doc” e grande ginnasta specialista degli anelli (“il signore degli anelli”), che poi otterrà la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Nella lista dei DS c’era anche lui. Come sia finita la contesa tra compagni e per quel che riguarda la mia personale “performance” vi rimando ad uno dei miei racconti metanarrativi (“Altri tempi?” del luglio 2016).
Ma oggi volevo parlare di quell’altra esperienza svolta nella Circoscrizione Est. Era il 1999. Una delle iniziative più significative di quella legislatura avvenne nel 2000, un anno dopo il mio insediamento come Presidente della Commissione Scuola e Cultura. La Regione Toscana aveva avuto una straordinaria intuizione nell’indire la Festa della Toscana per il 30 novembre in ricordo dell’abolizione della pena di morte voluta dal Granduca Leopoldo di Toscana promulgata con atto formale nel Codice Penale il 30 novembre 1786.
Il 30 novembre 2000 fu dunque indetta la prima Festa della Toscana.
In qualità di coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni (c’era ancora la condizione favorevole dell’omogeneità amministrativa che si perse purtroppo dal 2009) ebbi l’onore di gestire le iniziative cittadine organizzando la struttura di un Convegno su “Pace e Diritti Umani”, temi molto sentiti universalmente in relazione anche all’applicazione ancora vigente in tantissimi paesi della “pena di morte”.
Tra i relatori che ebbi modo personalmente di contattare ci fu il professor Giuseppe Panella, che conoscevo già da tempo avendolo incrociato in alcune occasioni nelle sue lezioni di epistemologia applicata soprattutto all’arte cinematografica, lezioni riservate ad allievi particolarmente curiosi interessati e dotati di senso critico.
Avevo annunciato qualche giorno fa di voler dedicare uno spazio a Giuseppe, venuto a mancare da poco prematuramente. Ed avevo ripescato il testo del suo intervento riportato in un piccolo dossier pubblicato nel novembre del 2002. La sala più grande del “Pecci” è stracolma di giovani e docenti.

….omissis mio intervento di presentazione….

Parla il professor Giuseppe Panella

Non vedo altro modo che quello di iniziare leggendo l’Editto del 30 novembre 1786 sulla riforma del codice criminale, proemio.

“Fino al nostro avvenimento al trono di Toscana riguardammo come uno dei nostri principali doveri l’esame e riforma della legislazione criminale, ed avendola ben presto riconosciuta rtroppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’impero romano o nelle turbolenze dell’anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con istruzioni ed ordini, ai nostri tribunali e con particolari editti, con i quali vennero abolite le pene di morte, la tortura e le pene immoderate e non proporzionate alle trasgressioni ed alle contravvenzioni alle leggi fiscali, finchè non ci fossimo posti in grado di mediante un serio e maturo esame e con il soccorso dell’esperimento di tali nuove esposizioni , di riformare interamente la detta legislazione”.

Chi parla in prima persona e dichiara questo proposito di riforma è il Pietro Leopoldo Granduca di Toscana. Pietro Leopoldo era il secondo figlio di Maria Teresa d’Austria e di Stefano di Lorena, che governavano la Toscana a partire dalla caduta dei Medici.
L’ultimo discendente della famiglia Medici, Gian Gastone, era morto nel 1761 senza lasciare eredi e lasciando la Toscana in condizioni di grande abbandono e fatiscenza come stato nazionale, uno stato ancora legato agli statuti medioevali, malgovernato e soprattutto uno stato povero.
Il primo compito che i Lorena si assunsero fu quello di riformare drasticamente sia la legislazione sia l’economia del Granducato, in modo da portarlo a livello europeo e di acclararne e consolidarne i processi di riforma e di modernizzazione che sembravano necessari ad un inserimento della Toscana nell’ambito dell’allora fiorente Regno Asburgico. Grazie.

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L’intervento del prof. Giuseppe Panella continua, davanti (lo ricordo) ad una platea composta da studenti e docenti, oltre che da un pubblico formato da amministratori pubblici ed intellettuali. Il luogo era la Sala riservata alle conferenze, quella ampia al piano superiore del Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”, il cui direttore era allora Bruno Corà.

Dicevo che Pietro Leopoldo era il secondogenito ed era fratello di quel Giuseppe II primogenito di Maria Teresa la cui opera riformistica soprattutto intesa alla trasformazione dell’Austria in uno stato moderno ma anche a controbattere e combattere duramente lo strapotere della legislazione che favoriva i beni ecclesiastici, e comunque il predominio degli ecclesiastici e dei gesuiti, passerà nei libri di storia (almeno nei manuali che voi usate a scuola) con il nome di giuseppinismo.

Quando Giuseppe II morirà nel 1791, sarà chiamato Pietro Leopoldo al trono con il nome di Francesco I e lascerà la Toscana per diventare Imperatore d’Austria. Il problema è che quello che gli era riuscito in Toscana, cioè l’abolizione della pena di morte e di tutte le pene ancora di derivazione medievale, non riuscì nell’ambito del grande Regno Asburgico, dove la proposta di abolizione della pena di morte, pur avallata dallo stesso Beccaria nel 1792, non incontrò quel successo che invece aveva avuto nella riforma della legislazione toscana, non solo, ma nonostante Beccaria stesso richiamasse la legislazione toscana come esempio di contemperamento tra severità della pena e mitezza della punizione, nonostante questo, l’intento di abolire la pena di morte anche nell’ambito del regno austriaco non riuscì per la decisa opposizione da parte di una serie di Consiglieri del nuovo Imperatore.

L’editto, il proemio dell’editto, continua così:

“Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore, abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenirne le reazioni, e mediante la celere spedizione dei processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri delinquenti, invece di accrescere il numero dei delitti, ha considerevolmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della legislazione criminale con la quale abolita per massima costante la pena di morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla società nella punizione dei rei, eliminato affatto l’uso della tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità del delitto, e sbandita dalla legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di lesa maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, fissando le pene proporzionate ai delitti, ma inevitabile nei rispettivi casi, ci siamo determinati ad ordinare con la pienezza della nostra suprema autorità quanto appresso”.

In sostanza, qual è il proposito di Pietro Leopoldo, del suo paterno cuore? E’ quello di abolire la pena di morte come non necessaria alla prevenzione e al ristabilimento dell’ordine, abolire del tutto la tortura perché inadeguata alla conoscenza ed all’accertamento della verità nei processi criminali e l’abolizione di alcune norme fortemente vessatorie presenti nei codici medievali e non solo, l’abolizione dell’istituto della confisca dei beni ai danni delle vittime e soprattutto delle famiglie delle vittime di questa confisca a vantaggio dell’erario. Era tradizione che i beni di famiglia e personali dei condannati a morte o dei condannati a lunghe pene detentive venissero incamerati dall’erario dello stato e, di conseguenza, il rischio, questo salta agli occhi, era quello di un incameramento di questi beni e della creazione di una pena che rendesse suscettibile questo incameramento. Tipico esempio della tirannide è appunto quello di inventare un reato che permetta di condannare un supposto reo per poterne sussumere ed incamerare i beni. Il codice criminale è molto lungo, la versione attualmente riprodotta ed analizzata da Dario Zuliani è oltre 12 pagine in folio, di conseguenza non mi sembra opportuno leggerla integralmente; si può però leggere, e lo farà qui gentilmente il prof. Giuseppe Maddaluno, il paragrafo 51 del codice criminale che è quello relativo all’abolizione della pena di morte, dopo di che io continuerò con il commento.

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – ottava parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

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Alcuni documenti sulla “storia” del Circolo PD Sezione Nuova San Paolo di via Cilea nella città di Prato – ottava parte (Marzo 2012 – continua il Congresso)

questo fu la parte riservata all’intervento di Sabrina Pratesi

E dire che ce l’abbiamo con tutti è vero, perché anche i Gruppi degli amministratori locali viaggiano in modo separato ma, con un’ aggettivazione ironica, “molto articolato e diverso”. Troppi negli ultimi tempi scelgono modalità personalistiche preferendo il palcoscenico della Stampa locale alle Assemblee deputate al confronto.
Non è un caso, dunque, che si vada assistendo negli ultimi mesi ad una congerie di candidature per le prossime occasioni che presentano all’opinione pubblica un Partito che non ha come obiettivi la buona Politica, un Programma che contribuisca a rendere meno difficili le condizioni dei pratesi, ma l’acquisizione di prestigio personale da parte di alcuni. Non ne abbiamo proprio bisogno.
Il nostro parere sarebbe che un candidato debba emergere dalla discussione sui programmi e non essere catapultato preventivamente sulla scena semplicemente per la bella faccia che ha. Non ci convincono neanche, e qui chiudiamo, le ventilate ipotesi da parte di alcuni di dare vita a “liste civiche” a meno che questo non sia un “punto di arrivo” condiviso e frutto del dibattito programmatico.
Di fronte a questo quadro sconfortante vi sono però centinaia di semplici militanti che ancora credono in questo Partito e che costituiscono l’ossatura forte dalla quale ripartire: sono le risorse fondamentali su cui poter contare; sono le persone come noi che chiedono solo che vengano messe da parte le divisioni e che si faccia fronte comune contro gli avversari che non sono i nostri amici ed i nostri compagni.
Negli ultimi tempi probabilmente acuiti dalla crisi che morde un po’ tutti ma colpisce maggiormente chi è più debole sono emersi come un problema da affrontare con maggiore urgenza i temi cosiddetti dell’etica e della trasparenza; alcuni di noi ne hanno parlato sin dalla fase genetica del Partito Democratico altri ne hanno parlato da molto prima altri ancora hanno ritirato fuori queste problematiche da poco. Il fatto è che non si può oggi fingere che non esistano motivi validi, a prescindere dagli “scandali” (alcuni dei quali coinvolgenti anche esponenti a noi a vario modo collegabili), per affrontare la questione dei “rimborsi elettorali” (ed il Partito Democratico ha già risposto) e del modo con cui dovrebbe essere finanziato un Partito. Su questo ovviamente siamo convinti che vadano esaminati e discussi i Bilanci per verificare in modo serio e corretto oltre che rigoroso i motivi per cui, anche a Prato, non si riesca ad avere un Bilancio attivo o perlomeno con perdite minime. Noi abbiamo un’idea sul perché e non mancheremo di esplicitarla nel rispetto delle competenze degli organismi statutari. In ogni caso abbiamo aderito al documento che è stato preparato da alcuni dirigenti fiorentini ed è stato diffuso sul web; alcuni degli estensori come abbiamo detto nell’introduzione sono qui con noi e ne parleranno (il loro documento si intitola “Etica e trasparenza); abbiamo altresì dato il nostro apporto alla elaborazione di un Documento sugli stessi temi redatto qui a Prato e presentato alla Segreteria provinciale.

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Mentre Sabrina interviene sul display appaiono le parole del testo della canzone accompagnate solo dalla “base” musicale

L’assenza (Fiorella Mannoia)

(P.Fabrizi)

Sarai distante o sarai vicino
sarai più vecchio o più ragazzino
starai contento o proverai dolore
starai più al freddo o starai più al sole
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Se chiamo forte potrai sentire
se credi agli occhi potrai vedere
c’è un desiderio da attraversare
e un magro sogno da decifrare
Conosco un posto dove puoi tornare
conosco un cuore dove attraccare
Piovono petali di girasole
sulla ferocia dell’assenza
la solitudine non ha odore
ed il coraggio è un’antica danza
Tu segui i passi di questo aspettare
tu segui il senso del tuo cercare
C’è solo un posto dove puoi tornare
c’è solo un cuore dove puoi stare

Le foto non mentono

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Le foto non mentono

Le foto non mentono, a meno che non vengano ritoccate magistralmente con aggiunte ed omissioni. Ma non mi sembra sia il caso che riguarda la foto che ritrae i quattro leader delle “sardine” con Benetton e Toscani, tutti sorridenti, in posa fashion, ben felici di essere in quel posto, luogo certamente ricco di spunti e riflessioni positive relativamente al mondo del lavoro contemporaneo, quello della creatività. Sia Benetton che Toscani rappresentano quel mondo borghese ed aristocratico che ha guardato con grande attenzione all’ascesa di personaggi rappresentativi nel mondo della Politica caratterizzata da un rampantismo esasperato senza limiti e postideologico. Non discuto qui della loro visione industriale poggiata fortemente sui contributi pubblici, anche se – dopo le sciagure del Ponte Morandi e la scoperta di tantissima altre falle sulle strade italiane – è la più forte accusa che si rivolge a Benetton, non altre, visto che stiamo vivendo in un tempo nel quale gli interessi primari della gente vengono calpestati impunemente e la responsabilità di tutto questo non può che essere addebitata al mondo politico sempre più orientato verso scelte di Centro, che producono un progressivo impoverimento delle fasce più deboli.
Le foto non mentono ed a poco vale che le “sardine” punzecchiate da api operose si siano scusate. Anzi, sono proprio le scuse ad attrarre l’attenzione di chi ne osserva le mosse.
Probabilmente l’ubriacatura di un voto nelle Regionali dell’Emilia Romagna che non mi è apparso proprio essere di Sinistra e il vedersi assegnare dei meriti che non vanno al di là della manovalanza organizzativa di masse impaurite dallo spauracchio della Destra salviniana, ha fatto perdere loro la percezione della realtà. Certamente è molto bello scendere in piazza ed essere in tanti, ma quella gente appartiene a quella parte della società generalmente garantita se non da sufficienti situazioni economiche proprie perlomeno da rendite familiari: non si trattava di “popolo” pentito che ritrovava la strada smarrita. Ben diversa è la provenienza del voto della Destra, sottratto anche alla Sinistra nel corso degli ultimi anni, che in quelle piazze ovviamente non era rappresentato. Ed è questo il dramma: la Sinistra non riesce più a parlare con quella parte di società che si è vista progressivamente abbandonata; e non saranno certamente le “sardine” a sanare questo “vulnus”. I loro rappresentanti fanno parte integrante della buona borghesia cittadina, quella che, insieme ad un ceto medio urbano, ha decretato la vittoria di Bonaccini. Ed è per questo motivo che la loro presenza accanto a Benetton e Toscani non era fuori luogo: ci stavano bene, erano sorridenti, baldanzosi, felici; perché scusarsi?

J.M.

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