Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) – prima parte

Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) – prima parte

E’ un tempo questo, di cui tratto nell’intervento, in cui è in atto una vera e propria trasformazione del quadro politico nazionale –abbiamo governi “quadripartiti” (Giuliano Amato dal 28 giugno 92 al 29 aprile 93) e di unità nazionale (Carlo Azeglio Ciampi 29 aprile 93 – 11 maggio 1994) seguito dal primo Governo Berlusconi che durerà 9 mesi fino al 17 gennaio 1995

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Nell’ultimo anno abbiamo dedicato alla scuola un’attenzione particolare attivando anche alcuni momenti specifici come la costituzione di un Forum sui problemi scolastici ed alcuni incontri con parlamentari, come la senatrice Alberici, ai quali hanno partecipato esponenti di forze sociali ed operatori del settore, protando il loro contributo.
Va ricordato che nell’a.s. 1993/1994 fu realizzato nella scuola un intervento parecchio contestato come il decreto IERVOLINO che portò all’aumento del numero di allievi per classe; nello stesso anno si andava profilando la positiva soluzione di tantissimi problemi della scuola con l’approvazione, in uno dei rami del Parlamento, della Riforma della scuola media superiore” con tutto quello che ciò significava.
Ricordiamo anche come in preparazione della campagna elettorale delle “Politiche” il gruppo Progressista ha stilato un documento sulla scuola che conteneva per intero il “progetto scuola” del nostro Polo. Purtroppo sappiamo tutti come è andata! (il riferimento è alla vittoria inattesa delle Destre con Berlusconi).
La proposta del Polo che, in maniera disorganica ma in defintiva pur sempre del tutto funzionale alla creazione di un primo blocco di destra, veniva fatta nella campagna elettorale in particolare proprio da Berlusconi si caratterizzava per il “leit-motiv” del “buono scuola” e della “parità fra scuola pubblica e privata”.
La vittoria di Berlusconi e compagnia “bella” ha fatto sì che si profilasse la realizzazionendi questa ipotesi, di volta in volta accantonata (solo) per ragioni finanziarie.
Nel giugno ’94 il nuovo Ministro Pubblica Istruzione Francesco D’Onofrio ha dato il via ad una serie di proclami disarticolati che si riferivano ad alcune parti della “Riforma”:
a) Abolizione esami di riparazione;
b) Esami di maturità;
c) Autonomia degli Istituti;
d) Riforma vera e propria.

Andiamo punto per punto:
a) In modo demagogico, al di là della giustezza dell’intervento, il Ministro D’Onofrio ha annunciato l’abolizione degli esami di riparazione: ha quindi presentato prima un disegno di legge ed avviato poi la discussione su questo in Commissione alla Camera. Poi, all’improvviso, in un raptus di decisionismo, ha presentato un Decreto Legge che gli consentisse di apparire davanti all’opinione pubblica come l’unico vero salvatore delle famiglie italiane, sapendo bene che le critiche, anche dell’opposizione, non sarebbero state avanzate nei confronti dell’abolizione ma certamente sulla sua realizzazione pratica e sullo sganciamento da una riforma complessiva vera e propria.
Spinto dalle richieste che provenivano dal mondo degli operatori scolastici, il Ministro senza troppa fretta ha inviato delle generiche e vagle disposizioni, una circolare applicativa che finiva per confondere le idee sotto una parvenza di grande autonomia didattica degli istituti.

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I CONTI NON TORNANO – un racconto morale – parte quinta (vedi 16 aprile per parte quarta)

I CONTI NON TORNANO – un racconto morale – parte quinta (vedi 16 aprile per parte quarta)
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Si tratta di un meta-racconto che mette in evidenza come la Politica di quella parte che raccontava al mondo di essere Sinistra rincorreva già più di venti anni fa interessi particolari che poco coincidevano con quelli della “gente comune”.

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“Ma gli spazi di quella casa” con saggezza la nonna di un allievo, che era stata preside, si inserì “sono pieni della storia culturale ed umana di quella famiglia ; vi sono suppellettili importanti accumulate nel tempo. A me sembra fondamentalmente egoistica questa proposta!”
E un docente di materie giuridiche, facendo leva sulle sue conoscenze: “Dobbiamo ragionare. Consultiamo qualche esperto; nello studio del prof. Vincenzi ci potranno aiutare. Verifichiamo gli aspetti normativi ed analizziamo le pieghe dei dispositivi legislativi e normativi!”.
Una delle docenti che aveva partecipato anche ad alcune riunioni di Partito soggiunse: “Trovo stalinista e paternalistico l’atteggiamento dell’Assessore. Mi ha profondamente delusa. Dimostra di essere stupida, soprattutto se crede che noi si sia così imbecilli da calare la testa, così, per “disciplina di Partito””!
E qualcuno di rimando alzò il tiro: “..E anche il Provveditore non è da meno….”.
Queste furono solo alcune delle riflessioni fatte a voce alta dai presenti a quell’incontro.
E Giorgio, che aveva annotato il tutto: “Sì, certo” concluse, salutando “la proposta dell’Amministrazione è razionalmente incomprensibile” ed il prof. Vincenzi, esperto di legislazione pubblica e civile, e che per tale motivo era stato chiamato in causa, aggiunse: “Mi attivo, fatemi avere al più presto tutta la documentazione possibile, mentre intanto voi proseguite con le relazioni di carattere politico istituzionale per capire meglio il da farsi”.
I giornalisti che erano stati avvertiti della questione e che non erano intervenuti, vista l’urgenza e l’ora tarda nella quale l’Assemblea si era tenuta, essendo stati informati in modo non ufficiale ma riconoscendo l’appetibilità del dissidio, tempestarono di telefonate Giorgio e gli altri colleghi anche durante il periodo di vacanze natalizie che, lo speravano innanzitutto i tre compagni colleghi ed amici, avrebbe potuto indurre l’Amministrazione provinciale a ritornare sui suoi passi.
L’ipotesi di applicare le regole del dimensionamento, così come erano stabilite, sarebbe stata la più semplice, la più realistica, la più rispettosa, la più legale soluzione.
I documenti che gli esperti chiedevano di avere a disposizione, per dimostrare che quelle scelte avrebbero comportato maggiori danni, anche economici, laddove non si fosse preso in considerazione il numero massimo di 900 allievi per ciascun Istituto, furono tantissimi.
…continua….
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Nota:
Il “racconto morale” per essere compreso ha bisogno di avere anche una documentazione. La fornirò “cum grano salis” attingendo a documenti reali riportati non in linea cronologica, ma tenendo conto degli elementi affrontati nella metanarrazione.
Il primo dei documenti è un “Rapporto circostanziato sulla ottimizzazione della rete scolastica Scuole superiori di Prato” redatto dall’allora (1998/99) Dirigente del Liceo “Copernico”. E’ una relazione di parte, inevitabilmente a difesa delle “legittime” richieste delle diverse componenti del suo Istituto.
Nel prossimo blocco lo riporterò non in testo integrale, che è tuttavia in mio possesso ed è a disposizione di chi lo voglia consultare.

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 12 (vedi post 17 aprile 2020)

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 12 (vedi post 17 aprile 2020)

un mio intervento sulla rivista “SegnoCinema” riservato al Cineclub Spazio Uno di Firenze
Sul numero 17 del marzo 1985 di “SegnoCinema” fu inserita una Sezione Speciale dedicata ai Cineclub.

Segnospeciale/Cineclub Addio a cura di Gianni Canova comprendeva una introduzione generale da parte del curatore con un occhiello “Fenomenologia di una crisi evidente”, con un Titolo “Le cineclub à mort” ed un sommario “Macerati dai tempi, dalle nuove tecnologie e dalle mutate abitudini di consumo, sono avviati a scomparire o a trasformarsi”.

Ovviamente si trattava di un “De profundis” relativo alla crisi dei Cineclub. Seguiva a pag. 19 e pag. 20 un ampio articolo di fondo che vantava le lodi del Cineclub, a cura di Alberto Farassino con un Titolo “Quindici anni di rivoluzione” un occhiello “E’ finita l’epoca della separatezza: conclusa un’esperienza storica” ed un sommario” “In una futura storia mediologica d’Italia il ruolo degli originari club-cinema merita attenzione e riconoscenza per alcune intuizioni fondamentali”.
Seguivano poi dei reportage sul Cineclub Lumière di Genova, sul Movie Club di Torino, sulla “Cappella Underground di Trieste, sull’ Obraz di Milano, su Cinema Altro di Napoli, su Circuito Cinema di Venezia, sulla rete di Cineclub in Emilia, su Filmstudio e su Officina filmclub di Roma, su Grauco-Cineclub e Novocine sempre di Roma. A me, che in Toscana mi occupavo proprio della rete dei Circoli Cinematografici dell’ARCI (UCCA) chiesero di scrivere un pezzo sul Cineclub Spaziouno di Firenze, che stava vivendo un momento di profonda crisi. Il Titolo prescelto fu “Il risultato di un lungo litigio” ed il sommario “Un’astiosa polemica condotta nei confronti di Andrea Vannini, direttore del Cineclub, da parte del gruppo dirigente del Circolo Enel ha prodotto come logica conseguenza la precarietà della programmazione e un clima di accesi contrasti”.
In un riquadro dell’articolo in alto a sinistra a pagina 26 la sintesi della diatriba. La vicenda polemica che ha condotto ad un serrato contenzioso tra Andrea Vannini, direttore della programmazione di “Spaziouno” e i dirigenti del circolo Enel affonda le sue radici ancora nel 1984, quando in aprile tutti i membri del comitato direttivo sonol stati avvicendati, ad eccezione del presidente ed è prevalsa una forma di orientamento gestionale del circolo che ha successivamente provocato, in settembre, l’inizio di una stagione di proiezioni priva della consueta programmazione, il licenziamento, in ottobre, di Andrea Vannini e la conseguente sospensione delle pubblicazioni della storica rivista “Cult Movie”.

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L’articolo vero e proprio

Di cineclub in Toscana ve ne è più di uno, ma a Firenze, quando si parla di cineclub, si dice (o, forse, si diceva?) soprattutto Spaziouno, anche se Firenze ne ha avuti e ne ha tuttor altri, qualcuno già chiuso, qualche altro legato ad Enti pubblici e culturali, come Le Cineclub e Le Cinematographe. Ma, nel qudro generale dei problemi legati alla vita dei cineclub, è estremamente importante conoscere la storia e gli esiti di Spaziouno, o meglio, come ci dice Andrea Vannini, che per 10 anni ne ha curato la gestione culturale, di Kinospazio (così si chiamava il cineclub di via del Sole dal 1974 al 1979).
Incontriamo Vannini, un po’ stanco, amareggiato ma per niente sfiduciato, all’interno del Nazionale, un vecchio teatro del ‘700 adattato a cinema, sul quale egli ed altri operatori hanno di recente puntata l’attenzione per continuare, con la professionalità consueta, quel discorso che il nuovo consiglio direttivo del Circolo Enel, dove ha sede Spaziouno, ha voluto drasticamente ed inopinatamente interrompere. In verità, la programmazione del cineclub continua anche senza di lui, ma obiettivamente oggi le manca quella garanzia di studio professionale e critico che la rendeva, pur nell’anomalia del tipo di gestione poltica, un modello da imitare.

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Joshua Madalon

TEMPO DI CORONAVIRUS – INSOLENTI FALSIFICATORI o comunque adattatori di notizie a sostegno delle debolezze umane

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TEMPO DI CORONAVIRUS – INSOLENTI FALSIFICATORI o comunque adattatori di notizie a sostegno delle debolezze umane

In questo tempo di Coronavirus non mancano le notizie false o modificate ad arte per indurre una parte della popolazione ad avversare le scelte del Governo. Molti di noi si sono detti che da questa disastrosa situazione c’era la possibilità di uscirne migliorati. Ecco! Questi insolenti falsificatori stanno lavorando proprio per evitare che sia possibile un esito positivo da qui ai prossimi mesi; anzi, sono impegnatissimi nel gettare discredito su ogni scelta del Governo e dei suoi sostenitori. Indubbiamente, la realtà non è facile da governare ed anche all’interno dell’Esecutivo vi sono pareri discordanti che generano imbarazzo e provocano la sensazione che sia tutto più difficile da affrontare.
In questo periodo tra l’altro è molto semplice giocare con la sensibilità della gente. Il distanziamento imposto dalla diffusione del contagio ha prodotto in una parte di noi una forte sensazione di essere più soli; in realtà lo siamo, perchè ci mancano i contatti diretti ed il futuro soprattutto quello collegato allo “status” che siamo riusciti ad ottenere appare molto incerto. Per comprendere pienamente quello che ora siamo e ciò che proviamo non dobbiamo nella maniera più assoluta dimenticare quel che eravamo, quel che dicevamo “prima”. Il rischio della dimenticanza è molto forte ed è stato più volte denunciato. Molti rimpiangono il lavoro che avevano e che si è interrotto bruscamente. Non devono tuttavia dimenticare che a fronte di tanto lavoro svolto nel pieno rispetto delle regole ve ne era ad iosa fuori dalle regole o anche entro limiti di regole che venivano interpretate “solo” a vantaggio dei datori (ad esempio, quei contratti ad un numero di ore molto inferiori rispetto a quelle realmente prodotte). Anche quegli stessi operatori autonomi con Partita Iva che pure hanno trovato spazio nelle organizzazioni sindacali dovrebbero produrre proposte complessive non solo legate in modo esclusivo alle loro categorie. Verrebbe da esclamare in modo ormai demodè “Lavoratori unitevi!” ma non voglio nemmano lontanamente lasciare l’impressione di essere un vetero comunista.
Ovviamente non è solo il “proprio” lavoro a preoccupare, ma sono soprattutto le incognite relative alla riorganizzazione dei servizi (che sono parte importante del mondo stesso del lavoro) a misura di prevenzione che bisognerà mettere in atto. Come funzioneranno le scuole, come i trasporti, come i settori dello spettacolo e del turismo? Molto sarà da riorganizzare, ma tutto questo richiede partecipazione, condivisione, fiducia nel poter anche essere protagonisti attivi non solo in vista della ripresa ma in particolare in quella del rinnovamento e del cambiamento, al servizio dei beni comuni.
Coloro che invece “temono” tutto questo, che vorrebbero sì cambiare ma riportando indietro le lancette della storia in un tempo buio che potrebbe segnare la fine delle libertà, fanno di tutto per diffondere menzogne o ritoccare le notizie a proprio vantaggio operando in modo ossessivo sulle angosce, sulle paure dell’immediato futuro. Accade anche che per screditare chi governa si utilizzino fonti scarsamente scientifiche, poco più che illazioni provenienti da ambienti non abilitati ad esprimersi, già abbondantemente riconosciuti come inaffidabili. E si dà però il caso che alcune testate giornalistiche si diano da fare per diffonderle tra i loro lettori, che hanno nel corso degli anni avuto fiducia nei loro comitati redazionali. E questo genera un disorientamento complessivo che nuoce allo stesso concetto di “democrazia” riducendone la forza.
Il ruolo di chi difende la forza della Democrazia, della Ragione, del confronto dialettico ma ricco di contenuti, di chi non vuole soluzioni facili e a buon mercato, di chi vuole cambiare deve essere quello di rinnovare per migliorare le condizioni dei più deboli, operando anche da posizioni comode di guida. Ovviamente non si può costruire nulla di nuovo sulle macerie; bisogna partire da quello che siamo, da come eravamo, avviare una critica severa e profonda e procedere in avanti.

CINEMA – le origini (fratelli Lumière e George Méliès) seconda parte

CINEMA – le origini (fratelli Lumière e George Méliès) seconda parte

DAL CINEMA come sequenza di disegni in movimento a fotografie in movimento; Méliès e i giochi di prestigio con sparizioni ed apparizioni magiche

Prima dei fratelli Lumière – come accennavo nel post precedente – molti avevano giocato con i disegni in successione che creano un artificiale movimento (esistono anche oggi dei blocchetti – utilizzando per esempio le matrici delle ricevute per le riffe – su cui si fanno dei disegni progressivi diversi ma collegabili e poi si sfogliano rapidamente dando l’impressione del movimento). Qualche artista, bravo disegnatore aveva cominciato a preparare dei bozzetti. Uno tra questi precursori era Emile Reynaud.

Reynaud

Nato nel 1844 era figlio di artisti e, ispirato indubbiamente da quest’atmosfera familiare, si era cimentato sin da bambino nel teatro d’ombre. Mostrò un grande interesse verso le nuove invenzioni ottiche e lavorò sia presso gabinetti specificamente impegnati in quel ramo della Fisica sia presso studi fotografici. Si appassionò intensamente nel seguire le evoluzioni di strumenti come il fenachistoscopio e lo zootropio fino alla costruzione del prassinoscopio, mettendone a punto diverse versioni. Ecco di cosa si trattava e come funzionavano questi meccanismi.

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— un fenachistoscopio —–

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—-uno zootropio—-

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—un prassinoscopio—-

Egli successivamente avviò una vera e propria attività teatrale, mostrando al pubblico una serie di “pantomime luminose” e fotopitture animate, di cui qui di seguito troverete degli “exempla”.

Certamente tutta questa “ricerca” fu utile a sviluppare una grande attenzione, ma all’inizio del 1900 la parabola creativa di Reynaud era sulla via del tramonto con l’avvento di produzioni molto più rapide per realizzazione, come quelle dei fratelli Lumiere.
Il contributo di Reynaud infatti non fu del tutto inutile, anche perché possiamo a buon titolo ritenerlo un antesignano del cinema d’animazione, che avrà un grandissimo successo sin dai primi anni del nuovo secolo e per tutto il Novecento.

Tra gli autori maggiormente rappresentativi del cinema d’animazione dei primi anni del nuovo secolo troviamo Emile Cohl. La sua produzione è stata limitata. La sua attività principale rimase quella di illustratore, bozzettista, diciamo con termine a noi più familiare “grafico pubblicitario”. In realtà il suo “segno” in tale direzione è molto netto nei filmetti che ha realizzato: quasi una regressione rispetto alla eleganza dei film di Emile Reynaud.

https://www.youtube.com/watch?v=qa7TC8QhIMY

Ritornando ai fratelli Lumiere bisogna ripetere che non avevano mai pensato ad un uso maturo dell’arte che avevano inventato. A loro bastava riprendere scenette di vita e scorci di città da mostrare nei salotti buoni europei per creare stupore. C’era una narrazione appena accennata in modo peraltro superficiale; se ci si fosse esercitati, in quel tempo, a scrivere la sceneggiatura sarebbe bastato meno di un rigo.
Quando Méliès riesce ad entrare in possesso di uno strumento come quello dei Lumière solo le sue produzioni iniziali, delle vere e proprie prove, rassomiglieranno a quelle degli inventori dei prototipi. Dunque, nell’arco di un solo anno, il Cinema diventa una vera e propria arte autonoma da quella fotografica. Anche se permane l’inquadratura fissa, diremmo “teatrale”, con un termine che ben si collegava alle esperienze da cui George Méliés prendeva le mosse.
Dopo il primo, quello della “Partita a carte”, fotocopia dell’omonimo dei Lumière, già nel secondo filmetto, “Une nuit terrible”, appaiono dei trucchetti di tipo teatrale.

Ma è nel terzo, “Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin” che l’arte di Méliès spicca il volo operando il primo tentativo di montaggio (ricordiamo ancora una volta che i film dei Lumière erano riprese in sequenza).

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – undicesima parte (vedi post 14 aprile 2020)

Pace e diritti umani

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – undicesima parte (vedi post 14 aprile 2020)

25 APRILE PACE E DIRITTI UMANI – undicesima parte

Vi leggo, ora, la parte in cui Beccaria esamina questo punto:
La pena di morte fa un’impressione che colla sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza naturale all’uomo anche nelle cose più essenziali, ed accelerata dalle passioni. Regola generale: le passioni violenti sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo, e però sono atte a fare quelle rivoluzioni che di uomini comuni ne fanno o dei Persiani, o dei Lacedemoni; ma in un libero e tranquillo governo le impressioni debbono essere più frequenti che forti.
La pena di morte diviene uno spettacolo per la maggior parte, e un oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni; ambedue questi sentimenti occupano più l’animo degli spettatori, che non il salutare terrore che la legge pretende inspirare. Ma nelle pene moderate e continue, il sentimento dominante è l’ultimo, perché è il solo. Il limite che fissare dovrebbe il legislatore al rigore delle pene, sembra consistere nel sentimento di compassione, quando comincia a prevalere su di ogni altro nell’animo degli spettatori d’un supplizio più fatto per essi, che per il reo.
Quando appunto una pena erogata desta compassione negli animi di coloro i quali assistono al supplizio vuol dire che la pena non è adeguata, perché il reo, il colpevole viene compassionato, viene considerato una vittima invece che il vero colpevole, quindi viene a cadere quel principio dell’adeguata commisurazione della pena nei confronti della colpa. Allora perché una pena sia giusta non deve avere che quei soli gradi di intenzione che bastano a rimuovere gli uomini dai delitti”,
cioè deve essere appunto tale da poter spaventare e distogliere ma appunto l’unico grado di intensità deve essere questo, ora non vi è alcuno che riflettendovi (questo è il nocciolo dell’argomentazione di Beccaria), scelga la totale e perpetua perdita della libertà, èer quanto vantaggioso possa essere un delitto.
“Dunque l’intenzione della pena di schiavitù perpetua cioè l’ergastolo, sostituita alla pena di morte, è ciò che basta per rimuovere qualunque animo determinato. Aggiungo di più, che moltissimi riguardano, fronteggiano la morte con viso tranquillo e fermo, chi per fanatismo chi per vanità che quasi sempre accompagna l’uomo al di là della tomba, chi per un ultimo e disperato tentativo o di non vivere o di sortir di miseria, ma nel fanatismo nella vanità stanno fra i ceppi o le catene, sotto il bastone, sotto il giogo, in una gabbia di ferro, ed il disperato non finisce i suoi mali, ma li comincia.”

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Ora vi citerò un film, cioè “Angeli con la faccia sporca” di Michael Curtiz in cui uno dei personaggi è interpretato dal famoso attore James Cagney, che ha la parte di un gangster irlandese condannato a morte. Come compagno di giochi ma anche come compagno di piccola delinquenza da ragazzo aveva avuto un altro irlandese che era diventato prete cioè i loro due destini si erano divaricati, uno era diventato un gangster e l’altro era diventato prete; nel momento in cui il gangster viene sorpreso dalla polizia e poi condannato a morire, l’amico prete, il suo vecchio amico di infanzia gli chiede di non morire da eroe, di morire da vigliacco, perché se fosse morto da eroe sarebbe servito come esempio agli altri ragazzi giovani del quartiere che vedendolo morire eroicamente e spavaldamente, guardando in faccia la morte, avrebbero pensato che in fondo fare il gangster era una cosa positiva….

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TEMPO DI CORONAVIRUS – domani

TEMPO DI CORONAVIRUS – domani

Ve le ricordate le file di persone, centinaia, che – all’annuncio della decisione governativa di indire la “zona rossa” in tutta la Lombardia – tra il 7 e l’8 marzo hanno scelto di ritornare verso il Sud?

Non ci furono solo i “benpensanti” del Nord (in tanti) e del Centro (ne conosco qualcuno) a stigmatizzare quella scelta; anche alcuni tra i governatori del Sud si scagliarono contro quella scelta preoccupati dalla possibilità concreta di una diffusione massiccia della pandemia nel Meridione. I secondi, non lo scrivo per scelta sciovinistica, avevano di certo molte buone ragioni. I primi, soprattutto quelli del Nord, avanzarono una riflessione ipocrita; quelli del Centro non erano in grado di comprendere le motivazioni di quella fuga.
Ad ogni modo, però, quella scelta certamente irrazionale, dettata dalla sensazione di dover sopportare un lungo periodo di difficoltà senza il conforto di una famiglia, senza il sostegno di un lavoro sicuro e dignitoso, senza la certezza di essere curato in un quadro di pandemia acuta, con il sentore di non essere in grado di poter fronteggiare l’emergenza, aveva una sua logica che forse poteva sfuggire a chi non è mai stato costretto ad emigrare in luoghi non sempre “ospitali”, freddi glaciali nei rapporti umani a volte posti in disparte di fronte a scelte di natura economica finanziaria. Fate pure ironia, Feltri e compagnia bella, sulla creatività umanistica dei meridionali, e tenetevi l’arido rincorrere il lavoro soprattutto per il guadagno e non per la valorizzazione della dignità umana (anche il “parcheggiatore abusivo” ha una sua dignità; avrei qualche dubbio su quella degli algidi compassati “businessman”).

Forse quelli del Nord dovrebbero anche ringraziare coloro che sono andati via di fretta e furia in quei primi giorni di marzo. Hanno evitato che nella pandemia vi fossero altre migliaia di morti; e tutto sommato non hanno prodotto grossi sconquassi nel Mezzogiorno. Forse, ad insegnamento futuro, qualche evento di questi mesi dovrebbe essere posto ad esempio. Non c’è alcun dubbio 1) che il contagio in Italia non sia venuto dai “cinesi”; 2) che in molte parti d’Italia il contagio sia partito dalla Lombardia (qui a Prato, da dove scrivo, è arrivato con un messaggero operatore sanitario che aveva frequentato l’hinterland milanese e sulla costa livornese è sopraggiunto sulle ali di alcuni lombardi proprietari di seconde case); 3) che l’aver trascurato la cura dell’Ambiente in quelle aree così operose ha prodotto condizioni favorevoli alla diffusione del virus; 4) che la capronite acuta che hanno mostrato alcune parti politiche che da un lato chiedevano maggiori controlli sui cinesi (che, per dirla tutta, non appena hanno avvertito il rischio del contagio si sono autoisolati in quarantena volontaria e permanente) e dall’altro minimizzavano e chiedevano di non chiudere i luoghi di lavoro.
Una cosa è certa: solo se su tutto questo riusciremo a svolgere una autocritica severa, analizzando tutti gli aspetti, anche quelli negativi che appartengono a nostri punti di riferimento politici, riusciremo a realizzare un mondo diverso, forse riusciremo a modificare in meglio i modelli di sviluppo sociali ed economici che ci hanno caratterizzato fino ad oggi.

CINEMA – le origini (fratelli Lumière e George Méliès) prima parte

CINEMA – le origini (fratelli Lumière e George Méliès) prima parte

Il Cinema nacque nell’ambito di una ricerca, oserei dire, di origine “infantile”. Veder muovere le ombre, muovendo le mani e aggiustando le dita davanti ad un fascio luminoso, è uno dei giochi a costo zero dei bambini di ogni tempo, e di ogni età. Nasce dalla scoperta delle “ombre” e poi procede nel voler muovere oggetti come pupazzetti e giochi artigianali davanti al fuoco del camino o nelle giornate assolate estive verso sera quando le ombre si allungano. Scienziati perenni bambini cominciarono a produrre disegni che posti in sequenza progressiva davano l’impressione di un movimento. Lo stesso termine “impressione” sarà utilizzato quando verranno riprodotte le immagini in positivo da un negativo su una lastra.

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All’inizio quello che poi noi abbiamo chiamato Cinema deriva proprio dal termine “Kinema” che appartiene al greco e significa “movimento”.
Dopo le prime sperimentazioni realizzate con strumenti tecnologicamente artigianali, i fratelli Lumiere, essenzialmente fotografi in quel di Lione, realizzarono un oggetto ibrido che servisse sia da macchina fotografica-cinepresa che da macchina proiettore. Un giocattolo, fondamentalmente, che potesse essere utilizzato per riprendere sia momenti di vita familiare o scene di vita pubblica, mai tuttavia utilizzando l’effetto sorpresa: ogni scena, a volte ripetuta in condizioni e tempi diversi come la famosa “Uscita dalle officine”, era studiata in ogni dettaglio (tranne movimenti non controllabili come la presenza di un cane in quelle riprese davanti alla officina). Ciò era necessario anche per mantenere bassi i costi di queste produzioni, verso le quali i fratelli Lumiere, al di là del “business” immediato, non nutrivano molta fiducia. “Il Cinema è un’arte senza futuro” andavano ripetendo.
Per loro, indubbiamente era così. Il loro intento si fermava poco più in là della riproduzione fotografica di luoghi ed eventi particolari. Un po’ come quello che accade ora a noi che proviamo un grande piacere a guardare gli effetti strabilianti dei droni sulle nostre città. Allora, alla fine del secolo XIX, erano meravigliose le riprese delle città piene di vita, della gente indaffarata, di qualche scena di vita comune, di auto e treni che correvano. Ma rimaneva tutto nell’ambito della fotografia in movimento, tranne qualche caso rarissimo, come quello dell’ Inaffiatore innaffiato. Le riprese erano fisse ed unidirezionali: non c’era alcun movimento non previsto. Il Cinema non raccontava storie: si limitava a trasmettere immagini. Ma era tutto iscritto all’interno della volontà degli inventori. Il tutto sarebbe servito al guadagno, come fenomeni da baraccone itineranti al servizio della media alta borghesia cittadina, in locali allestiti all’interno di alberghi e ristoranti.
Contemporaneamente, però, si muoveva a Parigi un esperto di illusionismo e prestidigiatura, che era rimasto molto incuriosito dalle prime uscite dei fratelli Lumiere ed aveva cercato invano di farsi vendere uno dei loro apparecchi. Georges Melies autonomamente e parallelamente – dopo aver fatto costruire un apparecchio simile ad un suo amico ingegnere – cominciò con l’imitare abbastanza pedissequamente i Lumiere. Ma fu solo per provare il funzionamento della macchina. Subito dopo il segno di Melies si colloca già verso una narrazione più complessa: l’uso costante di trucchi derivanti dall’esperienza già consolidata nel Teatro Robert Houdin. Su Melies poi tratteremo in nuovo post. Per ora limitiamoci a vedere in parallelo due film che trattano lo stesso argomento, quello della partita a carte riprese dai Lumiere e da Melies. E, tanto per gradire, sempre dai Fratelli Lumière, le tre versioni delle “Uscite dalle officine” e “L’innaffiatore innaffiato”.
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TEMPO DI CORONAVIRUS

TEMPO DI CORONAVIRUS
1. Le mascherine e la sua distribuzione (in Toscana ed a Prato)
Il governatore della Regione Toscana ha annunciato che da ieri 20 aprile sarebbero state distribuite mascherine a tutti i contribuenti dotati di tessera sanitaria (5 per volta per ciascuno per un totale di 30 mensili). La distribuzione sarebbe stata a cura delle Farmacie e dei Supermercati. Il Sindaco di Prato ha da parte sua opposta una contrarietà, avanzando l’ipotesi di distribuirle con il metodo “porta a porta” già utilizzato. Su tale metodo avanzo – pur condividendo uno dei motivi che avrebbe generato tale differenziazione, cioè il voler evitare assembramenti – molte perplessità. Innanzitutto la distribuzione delle scorse settimane è avvenuta senza che gli addetti riuscissero ad accertarsi che ciascun nucleo familiare entrasse realmente in possesso delle mascherine; inoltre se tale distribuzione deve essere destinata a ciascun possessore di tessera sanitaria, occorre nella maniera più assoluta che gli incaricati si accertino dell’avvenuta corretta consegna, come se si trattasse di una raccomandata. Quindi, se si è in grado di procedere in tal senso ben venga questa diversificazione: diversamente molto meglio lasciare questo compito alle Farmacie, già attrezzate per il controllo del possesso di tessera sanitaria.

2. Tutte le rimostranze da parte delle varie categorie hanno motivazioni su cui riflettere con grande attenzione. Non vanno sottovalutate le richieste pressanti del mondo industriale ed artigianale, così come non vanno demonizzate tout court le posizioni cautelative della parte sindacale: bisogna tendersi una mano reciproca che consenta la riapertura dei luoghi di lavoro con la garanzia che si mantenga la massima attenzione sanitaria allo scopo di evitare qualsiasi forma di sviluppo del contagio nei prossimi mesi. Per fare questo, i proprietari degli spazi lavorativi che insistono pressantemente per riaprire dovrebbero predisporre un equipaggiamento ed un distanziamento adeguato, garantendo spazi comuni non promiscui, non ravvicinati al’interno di spogliatoi o mense aziendali, ed una turnazione maggiormente scaglionata. Non si possono sottovalutare allo stesso tempo le insistenze da parte delle famiglie che richiedono di riaprire le scuole: non c’è alcun dubbio che a soffrire maggiormente la reclusione forzosa in spazi molto spesso ridottissimi siano in questo tempo i più giovani, costretti da un giorno all’altro a vivere in una forma di recessione sociale che li deprime. Allo stesso tempo, tuttavia, c’è la viva preoccupazione di dover predisporre una “nuova” organizzazione scolastica che eviti gli assembramenti: e ciò non è per niente semplice. La “scuola” è un luogo vario al quale accedono persone di diversa età, che provengono da diverse realtà cittadine: senza una nuova organizzazione sarebbe molto facile in ingresso ed in uscita produrre una nuova ondata di focolai di contagi che, una volta emersi, sarebbe molto difficile contrastare, e darebbe vita ad una serie di problemi forse ancora più seri e gravi di quelli attuali. Tra le due questioni, il lavoro in fabbrica e la riapertura degli istituti scolastici credo sia molto più facile a breve affrontare e risolvere la prima. Per la seconda, la affronterei ora per cercare di risolverla in qualche modo da settembre.

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UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – prima parte

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO
20 OTTOBRE 1995 – prima parte
(nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Care compagne, cari compagni questa piccola Assemblea dovrà servire in maniera esclusiva a far emergere dal dibattito una posizione chiara anche se non necessariamente univoca del nostro Partito sulle problematiche culturali.
Era da tempo necessario incontrarci per riflettere e discutere insieme sulle problematiche inerenti la politica culturale della nostra città e della nostra Provincia.
Non intendo minimamente sottrarmi ad un’assunzione di responsabilità relative al ritardo con cui ci si incontra anche se appare utile fare alcune precisazioni che poi singolarmente e tutti insieme potremo valutare: 1) nel corso di questi ultimi mesi ho comunque prodotto una serie di interventi scritti sulle tematiche culturali, uno dei quali è stato consegnato al candidato Mattei, su esplicita sua richiesta; 2) dalle elezioni amministrative ad oggi per motivi più diversi (gli impegni di tutto, o quasi, il gruppo dirigente, le scadenze elettorali e referendarie) non solo il Dipartimento Scuola e Cultura, ma molti altri settori del Partito non hanno lavorato e solo negli ultimi giorni c’è stato qualche segnale diverso, e questo ne è un esempio.
Gli interventi scritti di cui parlavo, anche quando prodotti direttamente dal sottoscritto, si sono sempre rifatti sinteticamente al confronto con quanti, nel mio lavoro quotidiano, mi sono stati vicini ed hanno con me attivamente collaborato.
Ed è quindi da questi documenti che traggo ancora oggi la massima ispirazione, ritenendo opportuno, in particolare, che il partito di maggioranza assoluta in questa città (21 consiglieri su 40 in Comune) debba far sentire la propria voce e far pesare il proprio orientamento anche in fatto di politica culturale.
Lo deve perché rappresenta poco meno della metà degli elettori e soprattutto deve far sentire la sua voce, affinché non siano altri poteri a dire come questa città debba essere governata.
Contare non significa decidere, voler contare non significa voler decidere, è evidente che l’autonomia di chi amministra con le nuove regole deve essere mantenuta, ma è anche evidente che non si possa amministrare come se si fosse del tutto svincolati dal resto della realtà politica e culturale, non si può amministrare contro o a prescindere dal confronto con il maggior Partito di Governo di questa città.
La 142 stabilisce gli ambiti di competenza del Sindaco (art. 36) e quelli del Consiglio Comunale (art. 32) ma è evidente che la conduzione dell’Amministrazione debba tener conto di un consenso che non si basi su criteri di puro fideismo e neanche di cieca fiducia ma che si alimenti con un confronto continuo aperto e leale.

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