NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE
“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo ARCI dove Gipo e Rosaria quella sera avrebbero presentato un collage di immagini e letture sul tema del “Cibo” con assaggi gastronomici.
Erano le 20.40; Gipo, che era di casa e si era presentato sul posto in anticipo, aveva sistemato i materiali tecnici per la performance ed apparecchiato i tavoli dai quali i suoi collaboratori avrebbero poi letto e recitato alcune poesie sull’argomento.
Gipo era a Prato da più di trenta anni e proveniva dalla zona flegrea; si era sempre occupato di Cultura, sia nella sua professione di docente sia nella sua attività politica sia ancora in quella di tipo amatoriale ora che era in pensione.
Rosaria era molto più giovane di Gipo e quasi certamente l’incontro tra i due era stato aiutato dalla loro provenienza dai luoghi del mito classico, da cui è nata la principale tradizione storica del nostro Paese.
Lei era di Bacoli, lui di Pozzuoli.
Era stato un puro caso a farli incontrare: quella sera di settembre inoltrato sui gradoni del Serraglio, dove si svolgeva un happening di letture, Gipo aveva in un primo tempo scelto un brano da “Le ceneri Gramsci” di Pasolini ma si era trovato in un programma dove di norma tutti sceglievano liberamente ed in tanti altri avevano proprio privilegiato il poeta friulano; Gipo aveva però previsto – lo faceva sempre con la consapevolezza dell’imprevisto – di leggere qualcosa d’altro ed aveva con sè una gustosissima poesia di Raffaele Viviani, autore al quale aveva dedicato molto nella sua giovinezza partenopea. E la lesse, intonandola in modo tale che potesse essere, con l’aiuto della mimica facciale, più comprensibile possibile a tutto l’uditorio in gran parte toscano.
Al termine della serata, Rosaria si fece avanti, complimentandosi con l’anziano Gipo ed utilizzando quella inflessione molto particolare dei “bacolesi” non facilmente ripetibile nelle trascrizioni: “Sei stato molto bravo, anche la mia amica che è di qui, ha capito la descrizione del vicolo napoletano”. Altri si complimentarono chiedendo che vi fossero occasioni ulteriori per risentire quelle gustosissime descrizioni popolari degli ambienti napoletani.

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Erika quella mattina di ottobre prendeva il treno dei pendolari: era una giovanissima ragazza dai lunghi capelli biondi ed un sorriso smagliante. Gipo non ricordava quando l’aveva conosciuta; probabilmente durante gli happening poetici da lui proposti per anni e anni, ma non ne era sicuro. Tuttavia Erika aveva una passione fortissima verso il teatro e si era già cimentata egregiamente in un “musical”. Gipo accompagnava a quell’ora la figliola alla stazione ed il binario era stracolmo di gente varia, tante sconosciute e qualche faccia nota, qualcuna da salutare, qualche altra da schivare. E quel giorno c’era anche Rosaria, alla quale, dopo averla salutata amichevolmente, Gipo presentò la figliola. Erika non si era accorto di Gipo ma, non appena lo vide, gli si avvicinò. “Che piacere! Sei anche tu qui a quest’ora. Cosa stai combinando con il teatro?”. Erika sorrise e spiegò a Gipo che aveva avviato un progetto con una residenza per anziani autosufficienti e che aveva scritto un suo testo e lo stava preparando con gli ospiti di quel luogo per le feste di Natale. Fece anche il nome di altri suoi collaboratori che Gipo ben conosceva e poi: “Avrei bisogno di una figura femminile matura. Ne hai – gli chiese, consapevole dell’esperienza del suo interlocutore – qualcuna da suggerirmi?”

E Gipo non ci pensò su due volte. “Erika, ti presento Rosaria. Potrebbe essere la persona giusta!” La prescelta si schermì sorridendo, ma Erika non le diede scampo. “Allora, scambiamoci il numero di cellulare. Stasera ti chiamo e fissiamo”. Era una ragazza pimpante e decisa, non era facile dirle di no. Ovviamente, se Rosaria avesse accettato poteva farlo anche con Gipo, che aveva in animo di costruire un gruppo per una modalità di teatro fatto di letture su temi sempre diversi o per supportare presentazioni di libri. E così accadde che di lì a poco il telefono di Rosaria ricevette, dopo quella di Erika, la proposta di Gipo.
“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo.
Erano già le 21.15 e mancavano all’appello Rosaria e Flo: Manlio, il quarto della compagnia, era già arrivato poco prima e si andava preparando in un angolino della sala, ripetendo gesti ed intonazioni in forma silente, bisbigliando come le “beghine” tra i banchi delle chiesette. Arrivando aveva annunciato che c’erano state delle difficoltà nel pur breve viaggio (abitava a un paio di chilometri dall’altra parte della città) a causa di una nebbia che stava calando, a causa della quale c’era stato anche qualche piccolo incidente. Prato non ha quasi mai conosciuto la nebbia, essendo collocata allo sbocco di una vallata appenninica dalla quale spira sempre un gran vento; e nessuno ci è abituato. In effetti sembrava anche strano che di pubblico a quell’ora non ce ne fosse: l’argomento non era di certo ostico, nè filosofico nè politico nè tantomeno scientifico a livello di grande ricerca; e poi il gruppo era anche conosciuto ed era seguito, in altre sedi aveva ben funzionato. Erano le 21.30 e solo a quell’ora arrivarono Rosaria e Flo accompagnate da Satore, il marito di Rosaria, che ci salutò: “C’è una gran nebbia; non si vede quasi più nulla. Abbiamo dovuto procedere a passo d’uomo o forse molto meno”. Il pubblico a quell’ora era composto dalla compagnia “allargata”, dal Presidente del Circolo e da due componenti del Consiglio, che normalmente operavano lì.
Che fare? Gipo si sedette chiedendo agli altri di fare lo stesso e poi, con il telecomando, avviò la proiezione di alcuni spot pubblicitari intorno al tema del Cibo, abbassando però al massimo il sonoro e senza spegnere le luci. Lo fece così tanto per aspettare nella speranza che a quell’ora, ormai erano le 21.45, qualcun altro arrivasse. Chiese poi a Rosaria e Manlio di leggere nel frattempo qualcosa, a mo’ di prova aperta, senza necessariamente mantenere l’ordine della scaletta sulla quale si erano preparati. Alle 22.00 poi ci si guardò negli occhi e concordemente si decise che si poteva annullare il tutto, chiedendo però al Presidente se ci poteva portare qualcosa da mangiare e da bere: lo avevamo concordato in cambio del nostro impegno, ma Gipo aggiunse: “Ovviamente, ciascuno di noi contribuirà alle spese”.

Poco prima, infatti, erano arrivate anche delle telefonate da parte di amici che si scusavano ma non se la sentivano di uscire; in verità tutti dicevano che la visibilità era ridotta a zero, che non avevano mai visto una cosa così. A Gipo, appassionato di cinema, ricordava il film di Carpenter “Fog” e i suoi trascorsi tra la valle Padana e le valli tra Feltre e Belluno. Ma a Prato nessuno ricordava una nebbia così. Gipo poi ne aveva in mente un’altra di nebbia, ma era molto più lontana….agli inizi degli anni settanta del secolo prima. Anche in quel caso il luogo dove la nebbia calò in modo pesante, senza vento, era del tutto anomalo per fenomeni di quel genere.

Gipo aveva fatto preparare una torta a Mina, la ragazza del Circolo, esperta in produzioni sia dolci che salate: straordinariamente apprezzate erano le sue “pizze” ma anche la “Sacher” che avrebbe fatto gola allo stesso Nanni Moretti. Ed in onore proprio del Cinema si optò per quest’ultima. Intanto, mentre la si affettava e si stappava una buona bottiglia di Cartizze, eredità del passato ai margini delle colline di Valdobbiadene, e proprio per onorare l’arte cinematografica, Gipo fece partire un mediometraggio al quale teneva moltissimo. Studiando una composizione di immagini tratte da film o da pubblicità, Gipo aveva incrociato la produzione di una marca di pasta, la Garofalo di Gragnano, che per promuovere il suo marchio aveva realizzato interamente alcuni film brevi ma di alto valore sia per i protagonisti che per i direttori, gli autori, i registi.
Tra questi quello che più lo aveva colpito era stato “The (W)Hol(l)y Family”, scritto proprio così, allo scopo di accostare la “Sacra Famiglia” ad una “Interamente famiglia” o “Una famiglia che si ricompone”. L’autore di quel film era uno dei fondatori dei mitici “Monthy Python”, Terry Gilliam e la storia narrata era ambientata tra Napoli e Bacoli, proprio i luoghi di origine di Rosaria e Gipo.

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“Ho un ricordo anche io di una nebbia pesante e densissima. Avevo 15 anni e la mia scuola aveva organizzato una gita un po’ diversa dalle solite anche se in linea con la realtà dove vivevamo” disse Rosaria. “Andammo all’isola di Ponza. Noleggiammo una nave dalla compagnia di navigazione del Golfo di Napoli. Era subito dopo il primo Maggio, non ricordo di preciso. Era una splendida giornata sin dall’alba. Cielo sgombro di nubi; un bel caldo più che primaverile…”.

“Ricordo che nella nostra classe c’erano 15 ragazze e quattro maschietti, buffissimi, imbranati da non credere, che di tanto in tanto si davano delle arie da grandi viveurs ma non accocchiavano mai nulla. Noi eravamo attratte da quelli dell’ultimo anno, che ci facevano la corte, anche se avevamo qualche remora, quando si avvicinava il “dunque?”. Già l’anno precedente, lo ricordo bene, fu un disastro: non si fecero le gite, almeno noi non riuscimmo ad organizzarne, ma ci fu il MakP 100 e noi che eravamo in prima ci andammo per curiosare. E anche allora i nostri genitori avevano accolto il nostro desiderio con qualche perplessità e alcuni di loro si erano coalizzati per controllare senza apparire che lo andassero facendo. C’era anche il sospetto che la curiosità fosse da collegare ad aspetti morbosi. Ma questo in verità lo abbiamo pensato quando eravamo ormai cresciute, almeno io”.

“Quella mattina, proseguiva Rosaria, mi ero addormentata tardi, perché non stavo in me per l’attesa ed avevo faticato di notte, riservando alle ultime ore prima della luce una parte della mia stanchezza. Ma mi svegliai con il canto del gallo, che poi era quello della mia sveglia che mi avevano regalato i nonni materni da bambina, e fui in piedi come un grillo per prepararmi. Mia madre era già sveglia e mi aveva preparato dei panini con la frittata, che erano una delle delizie che mi attraevano di più sin da quando avevo scoperto che erano il pasto preferito da mio nonno, quando da giovane lavorava ai cantieri navali. L’aria quella mattina era limpida; era l’alba. Mio padre mi accompagnò; per strada ci fermammo ad Arco Felice per prendere Elisa, più o meno come faceva gli altri giorni per portarci a scuola.
Ma era molto più presto, stavolta e la giornata era tutta per noi.
Saremmo tornate di sera: la nave, quando arrivammo al porto di Pozzuoli era già pronta, ma non ci permettevano di salire. Bisognava fare prima l’appello; e così ci sistemammo in un angolo dove avevamo visto due dei nostri professori e salutammo mio padre, che si era raccomandato al prof di latino di darci un’occhiata, di non perderci di vista, rassicurandosi sull’orario di ritorno, più o meno verso le 20, poco più o poco meno, aveva detto il prof. La banchina era un caos di ragazze e ragazzi vocianti e solo dopo che i nostri professori avevano completato l’appello, verificando che tutti ci fossero, ci chiesero di stare in blocco e andarono verso la nave, insieme agli altri loro colleghi, che avevano completato l’appello; e poi ognuno di loro chiamava la sua classe ed in fila ci contavano come le pecore facendoci passare per uno stretto varco. Avevamo notato che c’erano altri gruppi classe che si attardavano, e non salirono a bordo se non quando uno dei marinai non disse loro qualcosa che poi capimmo essere una sollecitazione perché il posto dove era la nostra nave doveva essere occupato da un altro dei vaporetti di linea del golfo di Napoli….
5.
La giornata era splendida; il sole dalle colline flegree non aveva ancora fatto capolino ma nel cielo c’erano poche nuvole e tutte di piccola consistenza. Il golfo era splendido, dietro le palazzine che si affacciavano sul porto c’era la collina di sant’Antonio ed oltre questa si intravedeva la fascia esterna del vulcano di Cigliano, quella del Monte Gauro e poi giù giù verso la nostra sinistra quella del Monte Nuovo che sormontava la spiaggia di Lucrino, oltre la quale si intravedeva nitida come le altre la Sella di Baia, il porto, il Castello Aragonese e via via la bassa linea abitata di Bacoli. Partiti da Pozzuoli, la costeggiammo prima di arrivare e doppiare il capo Miseno per inoltrarci nel canale di Procida.
Dall’altra parte c’era la costa che partiva dal Rione Terra e proseguiva attraverso via Napoli per la Pietra e Bagnoli, prima di incontrare il promontorio di Posillipo con il Parco virigiliano e l’isolotto di Nisida. Napoli era celata alla vista ma si intravedeva il Vesuvio ed i Monti Lattari con la costa sorrentina che si piega verso la Punta della Campanella per inabissarsi come una vera e propria sirena che vi si inchina nella prospicienza dell’Isola di Capri proprio sotto il complesso tiberiano. Attraversato il canale, si lascia a sinistra l’isola di Graziella, mentre a destra si abbandona, allontanandosene, il masso del Monte di Procida con l’Acquamorta e l’isolotto di San Martino. E da lì si andava al largo di Ischia in mare aperto, un mare, quel giorno, che era poco più di una “tavola” piatta: giornata calda più che mai ma gradevole e piacevole per chi sul ponte godeva la brezza artificiale del viaggio.

Lontano nel mare alto nulla più circondava il gruppo umano che si divertiva a cantare o a discutere di facezie inutili, pettegolezzi vari sulle tresche tra docenti e su particolari predilezioni del docente di filosofia….”. E così mentre Rosaria continuava a raccontare, Gipo e gli altri seguivano la narrazione con diversa attenzione: Flo non conosceva i luoghi e quindi non possedeva i giusti collegamenti; Manlio, che tra l’altro era non solo degli stessi luoghi ma addirittura un provetto marinaio, si chiedeva dove Rosaria andasse a parare…
Gipo a quel punto alzò la mano, non per chiedere di parlare ma “per” parlare: “Rosà, se permetti questa storia la finisco di raccontare io”.

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6.

Sentivano suonare campane a distesa in modo disordinato e molte voci provenire attraverso la nebbia mentre la nave procedeva nel buio della notte senza una direzione precisa.

La bellissima giornata era trascorsa a visitare l’isola di Ponza, dove alcuni di loro avevano potuto fare anche il bagno ed altri, compreso Gipo ed i suoi amici, erano andati addirittura a Palmarola con un vaporetto locale e si erano fermati a pranzo in una delle trattorie allestite dai pochi residenti di quell’isola, gustando le linguine all’aragosta, punta di diamante del “pescato” locale. A Palmarola si era ritirato, scegliendo di abitare in uno dei grottini naturali ricavati nella base tufacea dell’isola, da qualche tempo uno dei ristoratori più famosi del porto di Pozzuoli, Martusciello, e Gipo che ne era parente, per parte di madre, cugina della moglie, si era raccomandato di trattar bene i giovani al momento della presentazione del conto. Il mare era una tavola piatta e il vaporetto vi scivolava praticamente sopra; l’acqua era calda all’inverosimile e Gipo si pentì di non aver portato con sè l’occorrente per il bagno anche se altri ragazzi, e altre fanciulle disinibite dalla lontananza parentale, non si erano ritratti dal farlo lo stesso con o senza gli slip. Il mare era particolarmente invitante, quel giorno; lo dissero anche alcuni pescatori subacquei che erano tra i principali fornitori del locale.
E Gipo dunque raccontava quella giornata come se fosse presente e viva nella memoria recente.
Le campane suonavano a distesa ed in modo disordinato.
I giovani sulla nave nel silenzio totale che circondava l’imbarcazione vociavano senza dare troppa importanza alla drammaticità della situazione e si fece fatica a distinguere le voci allarmate che provenivano dall’esterno.
“State lontani, fermatevi! Siete al limite di una secca! Fate attenzione”.
La nave aveva da poco superato l’isola di Ventotene ed il masso dell’isola di Santo Stefano; da lì in poco più di un’ora si sarebbe entrati nel canale di Procida e prima delle otto di sera sarebbero arrivati nel porto di Pozzuoli.

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7.
I ragazzi avevano trascorso una giornata intensa di luce, di mare e di sole e si erano inebriati degli intensi aromi mediterranei diffusi; erano nate amicizie nuove e consolidate antiche, per qualcuno c’erano state delusioni ma non c’era comunque spazio per la mestizia ed a gruppetti continuavano a divertirsi. C’era qualcuno che aveva portato un giradischi ed ascoltavano i miti del tempo, quelli di “Bandiera gialla” e qualche nuovo giovane cantautore, abbozzando movenze da discoteca. Altri avevano portato con sè chitarre e si esibivano con un certo successo. Il viaggio procedeva spedito su un mare liscio come l’olio.
C’è sempre un momento nel quale ciò che è alle spalle non è più, non è più visibile e ciò che è davanti lo stesso. Ma quella sera non era quel momento là.
Nessuno se ne accorse del tutto, forse qualche marinaio lo percepì, ma quel che c’era di fronte, mentre la nave procedeva, non era la sede normale nella quale nulla si intravede oltre il cielo ed il mare. Anche i passeggeri più attenti ovvero coloro che per motivi diversi si trovavano in coperta ad osservare il “paesaggio” ed a prendere la brezza prodotta dal movimento della nave non se ne avvidero immediatamente, se non allorquando, procedendo all’interno di un blocco nebbioso, la nave stessa non rallentò la sua velocità ed i docenti responsabili dell’escursione vennero avvertiti che era calata una grande nebbia e che la nave, strano ma purtroppo vero, non aveva radar funzionanti. Il disappunto era percepibile a pelle, ma c’era poco da fare; per tutelare tutti l’unico modo era procedere a tentoni, orientandosi alla buona. Si decise di attendere prima di avvertire i ragazzi, per non caricarli di preoccupazioni, anche perché la speranza era che si riuscisse a raggiungere un porto o che la nebbia si alzasse; quest’ultima ipotesi era abbastanza avventata perchè non c’era un filo di vento. L’altra invece era credibile: sulla rotta c’era nell’ordine Ischia, Procida, Acqua Morta e Torregaveta, prima di superare Capo Miseno. Ma ad occhio e croce si era ben lontani, visto che la nave procedeva a piccoli lenti passi nella nebbia che imperterrita avvolgeva tutto.
Gli studenti capirono che qualcosa non andava e vennero avvertiti prima che il comandante della nave iniziasse ad utilizzare i segnali sonori per far percepire la presenza dell’imbarcazione laddove si incrociasse con altre. In quella zona transitavano di norma anche pescherecci, motoscafi privati ed altri natanti e non era improbabile un incidente; anche se era del tutto improbabile che con quella nebbia altre imbarcazioni, soprattutto quelle più piccole, si fossero allontanate dai loro porti.
La luce cominciò a calare; con la nebbia il buio arriva più rapidamente. I ragazzi più responsabili avvertivano su sè la preoccupazione dei loro genitori con i quali non avrebbero potuto entrare in contatto: non esistevano ancora i cellulari, e sulla nave non funzionava la strumentazione per collegarsi con la terraferma. Altri percepirono odore di avventura; è strano ma è così: immaginarono di poter proseguire un viaggio pieno di imprevisti e si galvanizzarono all’inverosimile, facendo più baccano e confusione…
La nave procedeva lentamente lanciando i suoi segnali sonori….

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8.
Sul porto di Pozzuoli i genitori erano ad attendere la nave sin dalle sette di quella sera, ma solo quando cominciarono a calare le luci del giorno e ad accendersi quelle della notte riuscirono semplicemente a sapere che la nave si era fermata a causa della nebbia nel porto di Ventotene, in attesa che si alzasse, permettendo una navigazione più sicura.
La Capitaneria in verità non ne aveva notizie, anche se dalle coste ed in particolare dai pescatori più esperti era venuta questa idea, avendo rilevato, al ritorno di altri loro compagni che quel pomeriggio erano usciti, la massa anomala di nebbia. Nè tantomeno erano riusciti a contattare la nave, che – ma tacquero per non creare allarmismi – era completamente isolata. Ventotene tra l’altro a quel tempo non aveva una sede della Guardia costiera che invece si trovava a Ponza, dove però la nebbia non era arrivata.

I genitori non si tranquillizzarono anche perché non capivano il motivo del silenzio dei loro figli, pensando al fatto che, fossero scesi a terra, avrebbero comunque potuto telefonare alla Capitaneria e farsi sentire. Non sapevano, loro, ma i militari della Marina ben lo sapevano, che a Ventotene i passeggeri venivano fatti scendere dai vaporetti attraverso una “navetta” di barche e che dunque nella rada di quell’isola non avrebbero avuto l’opportunità di scendere a terra e sulla nave le condizioni per un contatto non c’erano. Il buio scese ed i genitori fecero il turno, mentre alcuni di loro ritornavano a casa e poi si scambiavano nell’attesa. Fu quella una serata lunga per loro ed anche per gli esercizi commerciali che mantennero aperti i loro servizi, compreso gettoni telefonici e panini vari.

Non era la stessa cosa sulla nave, anche perché non era attrezzata per la preparazione di consumi alimentari elaborati: le merendine erano peraltro finite ed allo stesso modo le bibite, di cui i giovani avevano fatto incetta. Non mancava l’acqua e nemmeno la possibilità di preparare un caffè. D’altronde era un’imbarcazione una parte del cui personale, la sera, ritornava alle proprie case, che non sempre però corrispondevano con le loro famiglie e solo pochi, compreso il cambusiere, si tratteneva a preparare quei due, tre pasti in uno spazio minimo, che non avrebbe potuto supplire alle necessità quella sera di maggio del 1973.

Il buio era sceso lentamente anche sul mare e la nave procedeva, inviando ad intervalli regolari ma ravvicinati i suoi segnali sonori. I motori non si sentivano come di solito accade; il loro sferragliare era comunque coperto dal vocio della comitiva. Ad un certo punto parve a noi di avvertire come un suono di campane, disordinato e confuso; ma non erano campane di campanili di chiese, piuttosto sembravano campanacci di campagna, quelli che si appendono solitamente al collo di buoi o di caprette. Ed insieme a quelle, sentimmo delle voci: in un primo momento pensammo fossero altre navi, ma poi: “State lontani, fermatevi! Siete al limite di una secca! Fate attenzione”. Le voci si accavallavano e si capì che venivano dall’alto. Il capitano diede l’ordine di fermare del tutto i motori; chiese il silenzio ed utilizzando un megafono domandò dove si fosse e di che entità fosse il rischio che si stava correndo.

9.

“Siete nella baia della spiaggia del Pozzo Vecchio, nell’isola di Procida! A destra avete una secca pericolosa! Noi vi vediamo perchè abbiamo sentito le vostre voci e le vostre luci le abbiamo viste già da un po’ avvicinarsi alla costa! Abbiamo già telefonato alla Capitaneria del Porto di Ischia ponte. Dovrebbero essere qui a minuti con una loro imbarcazione. Quasi certamente vi scorteranno fino a Ischia. Purtroppo da quel che sappiamo la nebbia nel canale di Procida è ancora molto bassa e fitta e non è consigliabile procedere in quella direzione.”

Era una voce di donna quella che proveniva da un’altura che la nebbia nascondeva; una voce precisa e sicura, esperta del mare, forse apparteneva ad una figlia, ad una sorella, ad una moglie di marinai o pescatori che ben conoscevano le leggi etiche del mare; ed erano lì, le donne, quelle donne, quella sera apparentemente tranquilla nella quale era però calata una nebbia possente per densità in assenza di correnti ventose che la potessero spazzar via.

Intanto, però, sulla terraferma, qualche ragazzo ed alcune ragazze erano stranamente già tornate alle loro case ed avevano raccontato ai loro genitori come era andata la gita a Ponza: facevano parte di quel gruppo di studenti che, quella mattina, si era organizzato autonomamente ed erano inutilmente stati attesi all’imbarcadero; quel gruppetto, accompagnato da maggiorenni “esterni” all’ambito scolastico, che avrebbe ben potuto con precisione descrivere invece la Reggia di Caserta ed il borgo medievale della stessa città “vecchia” lassù in collina. I genitori di quelle studentesse e di quei studenti avevano affidato i loro figli, per accompagnarli al porto, ai più grandi ma ignoravano che non fossero andati a Ponza: lo scoprirono quando furono contattati da altri genitori preoccupati della vicenda che stava coinvolgendo i loro ragazzi: come a confermare che le bugie sono con le classiche gambe corte.

La nave si fermò, ruotando di 180 gradi ai margini della secca a pochi metri dalla spiaggia, e per tranquillità il capitano la fece ancorare in attesa della motovedetta, mentre i viaggiatori continuavano a parlare tra loro, in qualche modo gustando e pregustando l’avventura. Si sentivano ormai tranquilli, anche quei pochi che avevano avuto crisi di ansia nelle ore precedenti. Era tardi, le 11 di sera, quando la motovedetta arrivò da Ischia ponte. La distanza era di circa tre miglia. Ci fu un breve colloquio tra i responsabili delle due imbarcazioni: viste le condizioni climatiche che non avevano subito modifiche sostanziali, si decise di dirigersi verso Ischia ponte, facendosi precedere dalla più piccola che, dotata di radar e di fari antinebbia senza troppo affrettarsi per motivi di sicurezza, procedette verso l’altra isola, la maggiore di quelle dell’arcipelago campano.
10.
Rosaria aveva ascoltato il racconto di Gipo, che con straordinaria precisione le aveva riportato alla memoria anni della sua adolescenza abbastanza lontani. In quel luogo, in quel Circolo, dove avrebbero dovuto presentare una serie di stimoli intorno ai temi del Cibo e del Cinema, ma a causa del nebbione che era calato in modo inusuale ed improvviso per quella città si erano dovuti limitare a gustare la Sacher con un buon Cartizze. Era stata lei ad attivare il ricordo di una “nebbia” altrettanto imprevista; ma la cosa straordinaria era che in quel luogo, quaranta e più anni dopo a più di cinquecento chilometri di distanza, era in modo altrettanto fortuito scattato un ricordo comune tra lei e Gipo.
E Rosaria continuò a raccontare: “La motovedetta ci condusse a Ischia ponte; ormai tutti si erano rassegnati – alcuni superando la preoccupazione iniziale pensando ai genitori (ma erano stati rassicurati, anche se lo scoprirono dopo, con una bugia da parte del Capitano) altri meno sensibili accogliendo la vicenda come un’inattesa avventura da vivere – e pregustavano una notte tutta per loro. Avevano anche qualche ragione, perché già prima che la nostra nave attraccasse, i localini di Ischia ponte, avendo saputo da informatori locali di quanto stava accadendo, avevano prorogato l’orario di apertura, pronti a ricevere gli inattesi giovani ospiti. Era quasi mezzanotte e la maggior parte di noi aveva anche voglia di mangiare qualcosa: qualche pizzeria era rimasta aperta proprio per l’occasione e c’era anche un localino di quelli che organizzavano feste per gruppi di scolaresche in gita. Io ricordo che non volli entrare anche se qualche mio compagno di classe mi invitava con una certa insistenza, ma a dire il vero non mi piaceva frequentare quei luoghi, non c’ero mai stata e non mi fidavo di andarci e poi il motivo più serio era che mi attirava la pizzeria, perchè, non lo nascondo, ero in crisi di astinenza da cibo”.
Gipo, quella notte, invece, dopo aver consumato un trancio di pizza bevendo un boccale di mezzo litro di birra alla spina, se ne andò da solo lungo il ponte che collega Ischia all’isola sulla quale risiede il castello aragonese: la nebbia c’era ma il clima era primaverile. Si stava proprio bene. Non avvertiva responsabilità come invece sentivano di averla i docenti che avevano accompagnato i loro studenti in quell’ inattesa ”avventura”. Anche i suoi genitori di certo si erano preoccupati, un pensiero per loro ce l’aveva, ma a quell’ora tutti avrebbero potuto sapere cosa era accaduto perché già dalle 10 di sera erano stati rassicurati dai comunicati della Capitaneria del Porto di Ischia ponte.
La mattina dopo fecero ritorno a Pozzuoli: la nebbia si era alzata.
Anche a Prato la nebbia si era alzata, anche quella della memoria, di un’avventura “comune” altrettanto imprevista allora – quaranta e più anni prima – come ora nel 2016.
fine

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