SUCCEDE A PRATO

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SUCCEDE A PRATO

Era facile, anche se a qualcuno oggi questa affermazione può apparire ingenerosa ed inveritiera, era facile governare la città nel periodo più duro della pandemia. Tutto sommato la vita era sotto controllo, sotto l’autocontrollo della stragrande maggioranza dei cittadini e sotto il controllo delle forze dell’Ordine. Per lunghi giorni e settimane non ci si muoveva se non che per necessità; e l’indicazione di massima era che ci si allontanasse per non più di duecento metri dalla propria abitazione e che ci si servisse dei negozi di vicinanza. C’è stato un boom di ordinazioni on line e quando si derogava dai duecento metri “a piedi” ci si muoveva come dei ladri notturni, scegliendo le stradine meno frequentate nel timore che qualche pattuglia potesse interrogarci e sanzionarci. Nulla di importante si andava a fare: si sceglieva eventualmente un supermercato che non era proprio il più vicino ma forse era il più fornito e conveniente e ci si caricava di vettovaglie da portare a casa. Poche volte si è utilizzata l’auto caricandola all’inverosimile per spese che fossero più che settimanali, ma anche in quel caso ci si muoveva portandosi dietro il Modulo d’ordinanza, assicurandosi che fosse quello giusto, e sobbarcandosi a lunghe file di attesa. Nell’auto la benzina – ma non c’era il pieno – è durata oltre la prima decade di maggio: è stata quasi del tutto ferma per molte settimane. Parlo della mia famiglia ma posso confermare che, dall’alto del mio sesto piano da cui osservo il Duomo di Firenze, tutta la piana verso il Montalbano e Quarrata, e Pistoia con la sua schiera di colline sfumanti verso il mare, non vedevo muoversi quasi nulla: l’aria era tersa, le api al lavoro, le industrie (la Santo Stefano, ad esempio) non erano fumanti, c’era un grande straordinario silenzio, potevi ascoltare i versi dei vari volatili, che si avvicinavano peraltro più fiduciosi a noi umani. C’era angoscia diffusa per tanti, il timore di leggere notizie non rassicuranti sulla salute dei cittadini. La cronaca locale non si occupava d’altro: bollettini quotidiani aggiornati (contagiati, ricoverati, deceduti e via dicendo ogni giorno) e qualche notiziola qua e là legata agli interventi delle autorità (risposte a domande, ricerca di soluzioni alla sofferenza materiale indotta da una situazione già emergenziale ben prima dello scoppio della pandemia) alle sollecitazioni delle famiglie, soprattutto quelle con figli “piccoli” e scarsi spazi a disposizione, che hanno dovuto di punto in bianco riorganizzarsi in assenza del servizio scolastico, alle spinte del mondo imprenditoriale che avrebbe riaperto tutto già nella seconda metà del mese di marzo. C’erano le nuove povertà cui fornire rapide risposte. Ma tutto questo era inserito all’interno di un contesto molto ben definito: ecco perché, lo ripeto, non era difficile affrontarne le criticità. Bastava solo resettare una parte della struttura amministrativa in quella direzione, preparandosi tuttavia a quando molto di quello che era “fermo” si sarebbe mosso in modo molto repentino ed a quel punto non facilmente governabile.
Non essersi preparato a questo, che era nel novero delle possibilità più certe, è un grave segno di incapacità amministrativa. Ed ecco che non si è in grado di reggere la spinta giovanile a riappropriarsi degli spazi “perduti”, che per dare risposte apparentemente sollecite ai genitori si inventano riaperture scolastiche che non essendo state “programmate” quando lo si poteva fare si caratterizzano come forme demagogiche. Verrebbe il dubbio che lo si faccia semplicemente per occultare la propria incapacità amministrativa.
Joshua Madalon
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