LA COMPLESSITA’ e l’inadeguatezza del quadro politico (e della nostra società)

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LA COMPLESSITA’ e l’inadeguatezza del quadro politico (e della nostra società)

Non è mai facile governare la complessità; non lo è in tempi normali, e – per quel poco che abbiamo potuto vedere – non lo era fino a pochi mesi fa. Poi, con il procedere, l’incalzare, della crisi epidemica, divenuta pandemica, le difficoltà si sono moltiplicate a cento ed a mille. Gli ottimisti si erano entusiasmati riempiendosi di orizzonti positivi: per loro (anche io ne ho fatto parte) oltre al fatto che sarebbe andato “tutto bene”, ne saremmo di certo usciti migliori. Ma quell’ottimismo era corroso alla base dalla incapacità solo parzialmente riconoscibile del mondo politico e dalla voracità di una parte importante del mondo imprenditoriale che, mostrando lacrime di coccodrillo, si preparava ai lauti banchetti sulle disgrazie della stragrande maggioranza della gente. Il dibattito “politico” ha mostrato limiti deprimenti con una Opposizione più interessata a lucrare facili anche se sempre meno sicuri decimali piuttosto che a dare suggerimenti utili per lenire, non dico affrontare e risolvere, la sofferenza diffusa.
Manca in tutti costoro lo sguardo sulla complessità dei problemi ed anche nei decreti, che, come le grida manzoniane, anche oggi “diluviano” a suon di centinaia e centinaia di pagine spesso incomprensibili, se ne ha la riprova. Ovviamente, in questo modo non è affatto facile riuscire a comprendere la qualità dei provvedimenti e ciascuno degli appartenenti alle diverse categorie, anche per questa farraginosità degli “strumenti” legislativi con tutti quei rimandi, tipo “visto che….”, “considerato che…., “considerato altresì…”, “visto altresì…” ecc… che alla fine servono a limitare l’accesso a chi in una condizione di inferiorità riconoscibile, si arrende, a meno che non abbia degli “Azzeccagarbugli” ben informati e ben ammanigliati che sappiano indirizzarlo. Questa è una vera e propria “malattia” per la quale non c’è “vaccino” che possa fermarla.

IL MONDO DELL’ARTE E DELLO SPETTACOLO

Negli ultimi giorni, per tutta una serie di coincidenze mi vado occupando, da semplice “uomo della strada” dei problemi degli artisti. Si comprende certamente che, nell’opinione diffusa, abituata a seguirne le vicissitudini tra canali televisivi e rotocalchi, appaiono navigare nell’oro tra luccichii abbaglianti e paillettes scintillanti nei loro salotti esclusivi. E si comprende così che, davanti a tragedie immani che colgono migliaia di persone, le cui attività sia da piccola impresa come da dipendente di piccola impresa (soprattutto nel turismo e nella ristorazione), non si riesca nemmeno ad immaginare che quelle “luci” che ancora brillano nelle riproposizioni di concerti e grandi eventi sono soltanto la punta luminosa di un colossale iceberg e si sono – anche queste – affievolite man mano che la crisi mordeva. Questa “invisibilità” è tale anche per chi amministra e governa il Paese e le città: una certa responsabilità è da assegnare all’individualismo congenito con il carattere dell’artista che non riesce, soprattutto in Italia, a farsi forte in una collettività di tipo “sindacale” per far sentire le proprie urgenze.

LA COMPLESSITA’ non è un optional

E, facendo ritorno alla “complessità” si può notare come anche nelle città gli interventi delle amministrazioni annaspano nel corrispondere solo a poche parti dell’insieme. Uno degli “esempi” è, a quel che per ora si sa, in quel di Prato: il Sindaco ha annunciato di voler “pedonalizzare” per quattro sere su sette gran parte del Centro storico. Bella idea! Purtroppo però deve averne solo parlato con una parte degli esercenti, soprattutto ristoratori, senza tener conto dei mille problemi che avranno i residenti, che in ogni caso già cominciano a farsi sentire.

Joshua Madalon

su “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut Intorno alla Nouvelle Vague

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su “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut
Intorno alla Nouvelle Vague

Una delle mie passioni cinematografiche è stata quella per la Nouvelle Vague, il Free Cinema ed il Nuovo Cinema Tedesco. Da giovane, la mia voglia di indagare, scoprire, essere disponibile alla contestazione ma attento anche alla riflessione, mi spinse verso i movimenti cinematografici giovanili e sperimentali, ma anche narrativi. E fu così che mi accostai al cinema di Truffaut e Godard, a quello di Lindsay Anderson e di Karel Reisz fino a Wenders, Herzog e Fassbinder. La passione si affinò nel periodo “feltrino” a contatto con alcuni studiosi del Cinema, dal collezionista cinefilo Carlo Montanaro al prof. Antonio Costa alla docente di Cinema Cristina Bragaglia ai critici cinematografici come Maurizio Grande, Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini, che avevano appena contribuito in prima fila alla redazione della “Storia del Cinema” a cura di Adelio Ferrero per la Marsilio Editori.
Una volta trasferito in Toscana alla fine del 1982, tra Prato, Firenze ed Empoli proseguii a coltivare la mia passione.
Alcuni aspetti della mia presenza a Prato in quei primi anni sono già stati oggetto di analisi su questo Blog (il lavoro nell’ARCI, l’attività cinefila nell’UCCA, la fondazione del Cinema “Terminale”). Oggi credo sia molto importante ricordare l’attività del Cinema d’essai ad Empoli svolta con il compagno cinefilo, conosciuto alle varie edizioni del Festival del Cinema di Venezia negli anni precedenti, Jaurés Baldeschi. Accanto all’Unicoop di Empoli c’era uno spazio Cinema. Era non molto lontano dalla sede dell’Istituto (il Tecnico Commerciale “Enrico Fermi”) nel quale insegnavo ed infatti nelle ore libere, prima o dopo le lezioni, mi trattenevo tra l’Unicoop e la Biblioteca Comunale, dove lavorava sia Baldeschi sia Franco Neri, che ne era il Direttore (Franco poi è stato per lungo tempo alla “Lazzerini” di Prato con lo stesso incarico), ed insieme ad altri amministratori comunali e membri del Cineclub Unicoop si organizzavano inziative culturali, una delle quali peraltro produsse anche un volume preziosissimo di materiali critici cinematografici. Di questo intendo da oggi per qualche giorno attraverso più post trattare. Il tema che trattammo fu proprio la Nouvelle Vague. L’esperta di quel periodo era Giovanna Grignaffini. La contattai e la coinvolsi.
Nella parte organizzativa, insieme al citato Baldeschi, che è tuttora molto attivo sempre nell’ambito della cultura cinematografica in quel di Castefiorentino, a Bruno Berti, un medico appassionato di Cinema, e Giulio Marlia, che ha continuato ad occuparsi di Cinema come docente a Pisa, ebbi un ruolo primario (d’altra parte ero responsabile regionale dell’UCCA e membro nazionale del direttivo dello stesso organismo); non potetti essere molto partecipe nella parte finale del progetto, poichè in quelle settimane si annunciò la nascita di mia figlia Lavinia, che avvenne l’8 gennaio, e mi impegnò notevolmente nelle settimane decisive.
Su indicazione di Giovanna Grignaffini trovammo molto centrato il titolo della Rassegna “Verso la Nouvelle Vague”: l’intento era infatti di ricostruire la genesi cinefila che aveva prodotto la passione dei protagonisti di quel periodo, nata – quella passione – accrescendo la sua Cultura tra i locali cinematografici ed alcune riviste, una su tutte i “Cahiers du Cinéma” di André Bazin, suo protettore e mentore.
E, come già scritto sopra, cooperammo nella composizione di un libro denso di materiali di prima mano appositamente tradotti per la prima volta: “La pelle e l’anima – Intorno alla Nouvelle Vague”.

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UN MIO AMPIO INTERVENTO quarta parte per la terza parte vedi 10 maggio

UN MIO AMPIO INTERVENTO quarta parte per la terza parte vedi 10 maggio

20 OTTOBRE 1995 (nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Non vorrei, dunque, che ci si comportasse come i cicisbei che tendevano ad annullare la loro “puzza” (aborrivano notoriamente l’uso dell’acqua e sapone) con litri di profumi. Allo stesso tempo credo sia opportuni rilanciare l’immagine di Prato fra la gente di questa nostra città che, abituata a ritmi di lavoro quasi “cinesi”, non ne conosce la complessa ricca realtà culturale.
Prato ha vissuto anche nel suo apparato politico diffuso una crisi progressiva dalla fine degli anni Settanta ad oggi contrassegnata dall’assenza prolungata di passione civile, di impegno sociale che occorrerebbe recuperare.
I fenomeni negativi dello yuppismo e del rampantismo non ci sono stati del tutto estranei, lasciando spazio anche in noi ad una superficialità antropologica, un decadimento culturale ed un appannamento dei valori ideali. Si è celebrata anche da parte nostra troppo in fretta la morte delle ideologie ed a queste è stato sostituito un pragmatismo arido che ha teorizzato un modo di vivere giorno dopo giorno senza progetti senza futuro.
E’ evidente che di tanto in tanto ci si è risvegliati ma lo è stato sempre per brevi periodi, quasi tutti collegati a contese elettorali o a questioni contingenti del tutto passeggere. Le tematiche della solidarietà e dell’accoglienza non più intese come negli anni Sessanta e Settanta come esclusivo sostegno alle famiglie bisognose ma collegate in particolare all’inarrestabile fenomeno cosmico delle migrazioni extra-comunitarie non possono essere lasciate solo all’iniziativa dei cattolici, non possono essere affrontate nè con la chiusura tipica della Destra nè con il cinismo “piccolo borghese” di una società che, ancorchè opulenta e soddisfatta, è in profondissima crisi di valori ed in declino morale ed è incapace di risolvere i propri problemi e di affronatre le questioni, partendo in particolare dal rispetto umano e dalla tolleranza.
E’ altresì evidente che sussistono negli ambienti degli immigrati fenomeni di delinquenza e di illegalità diffuse che vanno accuratamente controllati e, dove possibile, prevenuti; ma questo, come per tutti, non deve pregiudicare in nessun modo il nostro rapporto con la maggior parte di questa gente. Allo stesso modo vanno perseguiti anche gli sfruttamenti cui queste persone vengono sottoposte da proprietari di fondi e da datori di lavoro senza tanti scrupoli.
Diverso, anche se di poco, è il problema dei nomadi che a Prato sono peraltro in generale in possesso di residenza con i quali occorre attivare un rapporto reciproco che consenta di pervenire ad una soluzione idonea a tranquillizzare la popolazione “stabile” e permettere ai nomadi una vita comunque degna di questo nome, pur nel rispetto degli usi e costumi di questi popoli. Quello che va accadendo negli ultimi giorni è un segno inequivocabile della caduta di tensione anche nella Sinistra, una Sinistra che a Prato (vale la pena ricordarcelo) è numericamente fra le più forti di Italia.

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo quattordicesima parte (per 13a vedi 12 maggio)

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo quattordicesima parte (per 13a vedi 12 maggio)

PACE E DIRITTI UMANI

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Riprende la parola il coordinatore, prof. Giuseppe Maddaluno:
Bene, ringraziamo Giuseppe Panella per la sua disamina lucida, significativa e stimolante; e mentre il Professor Panella interveniva avete visto che sono arrivate anche l’Assessore alla Pubblica Istruzione della Provincia, Gerardina Cardillo, la Professoressa Anna Agostini del Provveditorato agli Studi e la signora Liviana Livi di Amnesty International. Vedo, proprio mentre stavo cominciando a parlare, vedo anche il Vice Presidente del Pecci, che avevo annunciato in precedenza, il Professor Attilio Maltinti; prego vieni, sì, intanto poiché fra qualche minuto inizierà la seduta solenne dell’Amministrazione Provinciale, io credo che la prima cosa che dobbiamo fare, addirittura prima di salutarla perché sicuramente potrebbe essere anche in ritardo è quella di passare la parola a Gerardina Cardillo, Vice Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Prato. Grazie.
Parla la Signora Gerardina Cardillo:
Grazie, a me sarebbe piaciuto rimanere da ora in poi anche perché molto probabilmente si ptrà stabilire un dialogo, un confronto tra i giovani che sono presenti qui in questo Auditorium e naturalmente soprattutto con chi è dall’altra parte di questo tavolo. C’è la seduta del Consiglio Provinciale sempre dedicata a questo tema e che rientra nel programma della Festa della Toscana e quindi dovrò purtroppo necessariamente lasciarvi. Ma prima di lasciarvi vorrei fare soltanto alcune brevi considerazion. Il professor Panella ci ha fatto una lezione puntuale, precisa e ricca di riferimenti storici e non solo. Io voglio dire solo questo, ricordare solo questo. Leopoldo abolì la pena di morte, suo fratello abolì nello stesso periodo la pena di morte in Austria: successivamente sappiamo che fu reintrodotta e voglio ricordare due episodi, in Toscana, successivamente all’abolizione. Non so se il professor Panella lo ha già ricordato, ci furono due esecuzioni, una a Firenze ed una a Livorno; ci fu la rivolta delle popolazioni e allora l’abolizione della pena di mortela colleghiamo a degli illuminati, Leopoldo e Giuseppe, ma dobbiamo sicuramente invece ricordare che il popolo della Toscana e soprattutto visto che quelle due esecuzioni avvennero a Firenze e Livorno, quei cittadini proprio di Firenze e di Livorno, quei “toscani” avevano maturato una coscienza civile, erano convinti del no alla pena di morte, e questo va sottolineato. Ecco, se accanto a tutti quei nomi ch giustamente Panella metteva in evidenza: Leopoldo, Giuseppe, Beccaria, e tutti gli altri grandi personaggi che costituiscono sicuramente un grande riferimento, noi in Toscana possiamo aggiungere con orgoglio la nostra gente e dobbiamo ricordarlo.
Ora, permettetemi, sempre andando per brevi flash significativi, di riflettere sul perché ricordiamo quegli eventi e sul perchè diamo tanta importanza ad un qualcosa che possiamo considerare acquisita nella nostra realtà, nella nostra Italia, e per fortuna anche in molte altre parti del mondo (anche se sicuramente ci riteniamo impegnati, come lo siamo stati, per l’abolizione della pena di morte anche in altri paesi).
E allora permettetemi di ricordare un altro episodio; non molto tempo fa ho partecipato con alcuni studenti delle scuole medie superiori ad un dibattito, ad un confronto che seguiva la visione di un film “L’albero di Antonia”…………..

….XIV…..

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE

NEBBIA CHE SCENDE NEBBIA CHE SALE
“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo ARCI dove Gipo e Rosaria quella sera avrebbero presentato un collage di immagini e letture sul tema del “Cibo” con assaggi gastronomici.
Erano le 20.40; Gipo, che era di casa e si era presentato sul posto in anticipo, aveva sistemato i materiali tecnici per la performance ed apparecchiato i tavoli dai quali i suoi collaboratori avrebbero poi letto e recitato alcune poesie sull’argomento.
Gipo era a Prato da più di trenta anni e proveniva dalla zona flegrea; si era sempre occupato di Cultura, sia nella sua professione di docente sia nella sua attività politica sia ancora in quella di tipo amatoriale ora che era in pensione.
Rosaria era molto più giovane di Gipo e quasi certamente l’incontro tra i due era stato aiutato dalla loro provenienza dai luoghi del mito classico, da cui è nata la principale tradizione storica del nostro Paese.
Lei era di Bacoli, lui di Pozzuoli.
Era stato un puro caso a farli incontrare: quella sera di settembre inoltrato sui gradoni del Serraglio, dove si svolgeva un happening di letture, Gipo aveva in un primo tempo scelto un brano da “Le ceneri Gramsci” di Pasolini ma si era trovato in un programma dove di norma tutti sceglievano liberamente ed in tanti altri avevano proprio privilegiato il poeta friulano; Gipo aveva però previsto – lo faceva sempre con la consapevolezza dell’imprevisto – di leggere qualcosa d’altro ed aveva con sè una gustosissima poesia di Raffaele Viviani, autore al quale aveva dedicato molto nella sua giovinezza partenopea. E la lesse, intonandola in modo tale che potesse essere, con l’aiuto della mimica facciale, più comprensibile possibile a tutto l’uditorio in gran parte toscano.
Al termine della serata, Rosaria si fece avanti, complimentandosi con l’anziano Gipo ed utilizzando quella inflessione molto particolare dei “bacolesi” non facilmente ripetibile nelle trascrizioni: “Sei stato molto bravo, anche la mia amica che è di qui, ha capito la descrizione del vicolo napoletano”. Altri si complimentarono chiedendo che vi fossero occasioni ulteriori per risentire quelle gustosissime descrizioni popolari degli ambienti napoletani.

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Erika quella mattina di ottobre prendeva il treno dei pendolari: era una giovanissima ragazza dai lunghi capelli biondi ed un sorriso smagliante. Gipo non ricordava quando l’aveva conosciuta; probabilmente durante gli happening poetici da lui proposti per anni e anni, ma non ne era sicuro. Tuttavia Erika aveva una passione fortissima verso il teatro e si era già cimentata egregiamente in un “musical”. Gipo accompagnava a quell’ora la figliola alla stazione ed il binario era stracolmo di gente varia, tante sconosciute e qualche faccia nota, qualcuna da salutare, qualche altra da schivare. E quel giorno c’era anche Rosaria, alla quale, dopo averla salutata amichevolmente, Gipo presentò la figliola. Erika non si era accorto di Gipo ma, non appena lo vide, gli si avvicinò. “Che piacere! Sei anche tu qui a quest’ora. Cosa stai combinando con il teatro?”. Erika sorrise e spiegò a Gipo che aveva avviato un progetto con una residenza per anziani autosufficienti e che aveva scritto un suo testo e lo stava preparando con gli ospiti di quel luogo per le feste di Natale. Fece anche il nome di altri suoi collaboratori che Gipo ben conosceva e poi: “Avrei bisogno di una figura femminile matura. Ne hai – gli chiese, consapevole dell’esperienza del suo interlocutore – qualcuna da suggerirmi?”

E Gipo non ci pensò su due volte. “Erika, ti presento Rosaria. Potrebbe essere la persona giusta!” La prescelta si schermì sorridendo, ma Erika non le diede scampo. “Allora, scambiamoci il numero di cellulare. Stasera ti chiamo e fissiamo”. Era una ragazza pimpante e decisa, non era facile dirle di no. Ovviamente, se Rosaria avesse accettato poteva farlo anche con Gipo, che aveva in animo di costruire un gruppo per una modalità di teatro fatto di letture su temi sempre diversi o per supportare presentazioni di libri. E così accadde che di lì a poco il telefono di Rosaria ricevette, dopo quella di Erika, la proposta di Gipo.
“A che ora pensate di avviare la presentazione?” lo andava chiedendo ripetutamente il Presidente del circolo.
Erano già le 21.15 e mancavano all’appello Rosaria e Flo: Manlio, il quarto della compagnia, era già arrivato poco prima e si andava preparando in un angolino della sala, ripetendo gesti ed intonazioni in forma silente, bisbigliando come le “beghine” tra i banchi delle chiesette. Arrivando aveva annunciato che c’erano state delle difficoltà nel pur breve viaggio (abitava a un paio di chilometri dall’altra parte della città) a causa di una nebbia che stava calando, a causa della quale c’era stato anche qualche piccolo incidente. Prato non ha quasi mai conosciuto la nebbia, essendo collocata allo sbocco di una vallata appenninica dalla quale spira sempre un gran vento; e nessuno ci è abituato. In effetti sembrava anche strano che di pubblico a quell’ora non ce ne fosse: l’argomento non era di certo ostico, nè filosofico nè politico nè tantomeno scientifico a livello di grande ricerca; e poi il gruppo era anche conosciuto ed era seguito, in altre sedi aveva ben funzionato. Erano le 21.30 e solo a quell’ora arrivarono Rosaria e Flo accompagnate da Satore, il marito di Rosaria, che ci salutò: “C’è una gran nebbia; non si vede quasi più nulla. Abbiamo dovuto procedere a passo d’uomo o forse molto meno”. Il pubblico a quell’ora era composto dalla compagnia “allargata”, dal Presidente del Circolo e da due componenti del Consiglio, che normalmente operavano lì.
Che fare? Gipo si sedette chiedendo agli altri di fare lo stesso e poi, con il telecomando, avviò la proiezione di alcuni spot pubblicitari intorno al tema del Cibo, abbassando però al massimo il sonoro e senza spegnere le luci. Lo fece così tanto per aspettare nella speranza che a quell’ora, ormai erano le 21.45, qualcun altro arrivasse. Chiese poi a Rosaria e Manlio di leggere nel frattempo qualcosa, a mo’ di prova aperta, senza necessariamente mantenere l’ordine della scaletta sulla quale si erano preparati. Alle 22.00 poi ci si guardò negli occhi e concordemente si decise che si poteva annullare il tutto, chiedendo però al Presidente se ci poteva portare qualcosa da mangiare e da bere: lo avevamo concordato in cambio del nostro impegno, ma Gipo aggiunse: “Ovviamente, ciascuno di noi contribuirà alle spese”.

Poco prima, infatti, erano arrivate anche delle telefonate da parte di amici che si scusavano ma non se la sentivano di uscire; in verità tutti dicevano che la visibilità era ridotta a zero, che non avevano mai visto una cosa così. A Gipo, appassionato di cinema, ricordava il film di Carpenter “Fog” e i suoi trascorsi tra la valle Padana e le valli tra Feltre e Belluno. Ma a Prato nessuno ricordava una nebbia così. Gipo poi ne aveva in mente un’altra di nebbia, ma era molto più lontana….agli inizi degli anni settanta del secolo prima. Anche in quel caso il luogo dove la nebbia calò in modo pesante, senza vento, era del tutto anomalo per fenomeni di quel genere.

Gipo aveva fatto preparare una torta a Mina, la ragazza del Circolo, esperta in produzioni sia dolci che salate: straordinariamente apprezzate erano le sue “pizze” ma anche la “Sacher” che avrebbe fatto gola allo stesso Nanni Moretti. Ed in onore proprio del Cinema si optò per quest’ultima. Intanto, mentre la si affettava e si stappava una buona bottiglia di Cartizze, eredità del passato ai margini delle colline di Valdobbiadene, e proprio per onorare l’arte cinematografica, Gipo fece partire un mediometraggio al quale teneva moltissimo. Studiando una composizione di immagini tratte da film o da pubblicità, Gipo aveva incrociato la produzione di una marca di pasta, la Garofalo di Gragnano, che per promuovere il suo marchio aveva realizzato interamente alcuni film brevi ma di alto valore sia per i protagonisti che per i direttori, gli autori, i registi.
Tra questi quello che più lo aveva colpito era stato “The (W)Hol(l)y Family”, scritto proprio così, allo scopo di accostare la “Sacra Famiglia” ad una “Interamente famiglia” o “Una famiglia che si ricompone”. L’autore di quel film era uno dei fondatori dei mitici “Monthy Python”, Terry Gilliam e la storia narrata era ambientata tra Napoli e Bacoli, proprio i luoghi di origine di Rosaria e Gipo.

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“Ho un ricordo anche io di una nebbia pesante e densissima. Avevo 15 anni e la mia scuola aveva organizzato una gita un po’ diversa dalle solite anche se in linea con la realtà dove vivevamo” disse Rosaria. “Andammo all’isola di Ponza. Noleggiammo una nave dalla compagnia di navigazione del Golfo di Napoli. Era subito dopo il primo Maggio, non ricordo di preciso. Era una splendida giornata sin dall’alba. Cielo sgombro di nubi; un bel caldo più che primaverile…”.

“Ricordo che nella nostra classe c’erano 15 ragazze e quattro maschietti, buffissimi, imbranati da non credere, che di tanto in tanto si davano delle arie da grandi viveurs ma non accocchiavano mai nulla. Noi eravamo attratte da quelli dell’ultimo anno, che ci facevano la corte, anche se avevamo qualche remora, quando si avvicinava il “dunque?”. Già l’anno precedente, lo ricordo bene, fu un disastro: non si fecero le gite, almeno noi non riuscimmo ad organizzarne, ma ci fu il MakP 100 e noi che eravamo in prima ci andammo per curiosare. E anche allora i nostri genitori avevano accolto il nostro desiderio con qualche perplessità e alcuni di loro si erano coalizzati per controllare senza apparire che lo andassero facendo. C’era anche il sospetto che la curiosità fosse da collegare ad aspetti morbosi. Ma questo in verità lo abbiamo pensato quando eravamo ormai cresciute, almeno io”.

“Quella mattina, proseguiva Rosaria, mi ero addormentata tardi, perché non stavo in me per l’attesa ed avevo faticato di notte, riservando alle ultime ore prima della luce una parte della mia stanchezza. Ma mi svegliai con il canto del gallo, che poi era quello della mia sveglia che mi avevano regalato i nonni materni da bambina, e fui in piedi come un grillo per prepararmi. Mia madre era già sveglia e mi aveva preparato dei panini con la frittata, che erano una delle delizie che mi attraevano di più sin da quando avevo scoperto che erano il pasto preferito da mio nonno, quando da giovane lavorava ai cantieri navali. L’aria quella mattina era limpida; era l’alba. Mio padre mi accompagnò; per strada ci fermammo ad Arco Felice per prendere Elisa, più o meno come faceva gli altri giorni per portarci a scuola.
Ma era molto più presto, stavolta e la giornata era tutta per noi.
Saremmo tornate di sera: la nave, quando arrivammo al porto di Pozzuoli era già pronta, ma non ci permettevano di salire. Bisognava fare prima l’appello; e così ci sistemammo in un angolo dove avevamo visto due dei nostri professori e salutammo mio padre, che si era raccomandato al prof di latino di darci un’occhiata, di non perderci di vista, rassicurandosi sull’orario di ritorno, più o meno verso le 20, poco più o poco meno, aveva detto il prof. La banchina era un caos di ragazze e ragazzi vocianti e solo dopo che i nostri professori avevano completato l’appello, verificando che tutti ci fossero, ci chiesero di stare in blocco e andarono verso la nave, insieme agli altri loro colleghi, che avevano completato l’appello; e poi ognuno di loro chiamava la sua classe ed in fila ci contavano come le pecore facendoci passare per uno stretto varco. Avevamo notato che c’erano altri gruppi classe che si attardavano, e non salirono a bordo se non quando uno dei marinai non disse loro qualcosa che poi capimmo essere una sollecitazione perché il posto dove era la nostra nave doveva essere occupato da un altro dei vaporetti di linea del golfo di Napoli….
5.
La giornata era splendida; il sole dalle colline flegree non aveva ancora fatto capolino ma nel cielo c’erano poche nuvole e tutte di piccola consistenza. Il golfo era splendido, dietro le palazzine che si affacciavano sul porto c’era la collina di sant’Antonio ed oltre questa si intravedeva la fascia esterna del vulcano di Cigliano, quella del Monte Gauro e poi giù giù verso la nostra sinistra quella del Monte Nuovo che sormontava la spiaggia di Lucrino, oltre la quale si intravedeva nitida come le altre la Sella di Baia, il porto, il Castello Aragonese e via via la bassa linea abitata di Bacoli. Partiti da Pozzuoli, la costeggiammo prima di arrivare e doppiare il capo Miseno per inoltrarci nel canale di Procida.
Dall’altra parte c’era la costa che partiva dal Rione Terra e proseguiva attraverso via Napoli per la Pietra e Bagnoli, prima di incontrare il promontorio di Posillipo con il Parco virigiliano e l’isolotto di Nisida. Napoli era celata alla vista ma si intravedeva il Vesuvio ed i Monti Lattari con la costa sorrentina che si piega verso la Punta della Campanella per inabissarsi come una vera e propria sirena che vi si inchina nella prospicienza dell’Isola di Capri proprio sotto il complesso tiberiano. Attraversato il canale, si lascia a sinistra l’isola di Graziella, mentre a destra si abbandona, allontanandosene, il masso del Monte di Procida con l’Acquamorta e l’isolotto di San Martino. E da lì si andava al largo di Ischia in mare aperto, un mare, quel giorno, che era poco più di una “tavola” piatta: giornata calda più che mai ma gradevole e piacevole per chi sul ponte godeva la brezza artificiale del viaggio.

Lontano nel mare alto nulla più circondava il gruppo umano che si divertiva a cantare o a discutere di facezie inutili, pettegolezzi vari sulle tresche tra docenti e su particolari predilezioni del docente di filosofia….”. E così mentre Rosaria continuava a raccontare, Gipo e gli altri seguivano la narrazione con diversa attenzione: Flo non conosceva i luoghi e quindi non possedeva i giusti collegamenti; Manlio, che tra l’altro era non solo degli stessi luoghi ma addirittura un provetto marinaio, si chiedeva dove Rosaria andasse a parare…
Gipo a quel punto alzò la mano, non per chiedere di parlare ma “per” parlare: “Rosà, se permetti questa storia la finisco di raccontare io”.

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6.

Sentivano suonare campane a distesa in modo disordinato e molte voci provenire attraverso la nebbia mentre la nave procedeva nel buio della notte senza una direzione precisa.

La bellissima giornata era trascorsa a visitare l’isola di Ponza, dove alcuni di loro avevano potuto fare anche il bagno ed altri, compreso Gipo ed i suoi amici, erano andati addirittura a Palmarola con un vaporetto locale e si erano fermati a pranzo in una delle trattorie allestite dai pochi residenti di quell’isola, gustando le linguine all’aragosta, punta di diamante del “pescato” locale. A Palmarola si era ritirato, scegliendo di abitare in uno dei grottini naturali ricavati nella base tufacea dell’isola, da qualche tempo uno dei ristoratori più famosi del porto di Pozzuoli, Martusciello, e Gipo che ne era parente, per parte di madre, cugina della moglie, si era raccomandato di trattar bene i giovani al momento della presentazione del conto. Il mare era una tavola piatta e il vaporetto vi scivolava praticamente sopra; l’acqua era calda all’inverosimile e Gipo si pentì di non aver portato con sè l’occorrente per il bagno anche se altri ragazzi, e altre fanciulle disinibite dalla lontananza parentale, non si erano ritratti dal farlo lo stesso con o senza gli slip. Il mare era particolarmente invitante, quel giorno; lo dissero anche alcuni pescatori subacquei che erano tra i principali fornitori del locale.
E Gipo dunque raccontava quella giornata come se fosse presente e viva nella memoria recente.
Le campane suonavano a distesa ed in modo disordinato.
I giovani sulla nave nel silenzio totale che circondava l’imbarcazione vociavano senza dare troppa importanza alla drammaticità della situazione e si fece fatica a distinguere le voci allarmate che provenivano dall’esterno.
“State lontani, fermatevi! Siete al limite di una secca! Fate attenzione”.
La nave aveva da poco superato l’isola di Ventotene ed il masso dell’isola di Santo Stefano; da lì in poco più di un’ora si sarebbe entrati nel canale di Procida e prima delle otto di sera sarebbero arrivati nel porto di Pozzuoli.

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7.
I ragazzi avevano trascorso una giornata intensa di luce, di mare e di sole e si erano inebriati degli intensi aromi mediterranei diffusi; erano nate amicizie nuove e consolidate antiche, per qualcuno c’erano state delusioni ma non c’era comunque spazio per la mestizia ed a gruppetti continuavano a divertirsi. C’era qualcuno che aveva portato un giradischi ed ascoltavano i miti del tempo, quelli di “Bandiera gialla” e qualche nuovo giovane cantautore, abbozzando movenze da discoteca. Altri avevano portato con sè chitarre e si esibivano con un certo successo. Il viaggio procedeva spedito su un mare liscio come l’olio.
C’è sempre un momento nel quale ciò che è alle spalle non è più, non è più visibile e ciò che è davanti lo stesso. Ma quella sera non era quel momento là.
Nessuno se ne accorse del tutto, forse qualche marinaio lo percepì, ma quel che c’era di fronte, mentre la nave procedeva, non era la sede normale nella quale nulla si intravede oltre il cielo ed il mare. Anche i passeggeri più attenti ovvero coloro che per motivi diversi si trovavano in coperta ad osservare il “paesaggio” ed a prendere la brezza prodotta dal movimento della nave non se ne avvidero immediatamente, se non allorquando, procedendo all’interno di un blocco nebbioso, la nave stessa non rallentò la sua velocità ed i docenti responsabili dell’escursione vennero avvertiti che era calata una grande nebbia e che la nave, strano ma purtroppo vero, non aveva radar funzionanti. Il disappunto era percepibile a pelle, ma c’era poco da fare; per tutelare tutti l’unico modo era procedere a tentoni, orientandosi alla buona. Si decise di attendere prima di avvertire i ragazzi, per non caricarli di preoccupazioni, anche perché la speranza era che si riuscisse a raggiungere un porto o che la nebbia si alzasse; quest’ultima ipotesi era abbastanza avventata perchè non c’era un filo di vento. L’altra invece era credibile: sulla rotta c’era nell’ordine Ischia, Procida, Acqua Morta e Torregaveta, prima di superare Capo Miseno. Ma ad occhio e croce si era ben lontani, visto che la nave procedeva a piccoli lenti passi nella nebbia che imperterrita avvolgeva tutto.
Gli studenti capirono che qualcosa non andava e vennero avvertiti prima che il comandante della nave iniziasse ad utilizzare i segnali sonori per far percepire la presenza dell’imbarcazione laddove si incrociasse con altre. In quella zona transitavano di norma anche pescherecci, motoscafi privati ed altri natanti e non era improbabile un incidente; anche se era del tutto improbabile che con quella nebbia altre imbarcazioni, soprattutto quelle più piccole, si fossero allontanate dai loro porti.
La luce cominciò a calare; con la nebbia il buio arriva più rapidamente. I ragazzi più responsabili avvertivano su sè la preoccupazione dei loro genitori con i quali non avrebbero potuto entrare in contatto: non esistevano ancora i cellulari, e sulla nave non funzionava la strumentazione per collegarsi con la terraferma. Altri percepirono odore di avventura; è strano ma è così: immaginarono di poter proseguire un viaggio pieno di imprevisti e si galvanizzarono all’inverosimile, facendo più baccano e confusione…
La nave procedeva lentamente lanciando i suoi segnali sonori….

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8.
Sul porto di Pozzuoli i genitori erano ad attendere la nave sin dalle sette di quella sera, ma solo quando cominciarono a calare le luci del giorno e ad accendersi quelle della notte riuscirono semplicemente a sapere che la nave si era fermata a causa della nebbia nel porto di Ventotene, in attesa che si alzasse, permettendo una navigazione più sicura.
La Capitaneria in verità non ne aveva notizie, anche se dalle coste ed in particolare dai pescatori più esperti era venuta questa idea, avendo rilevato, al ritorno di altri loro compagni che quel pomeriggio erano usciti, la massa anomala di nebbia. Nè tantomeno erano riusciti a contattare la nave, che – ma tacquero per non creare allarmismi – era completamente isolata. Ventotene tra l’altro a quel tempo non aveva una sede della Guardia costiera che invece si trovava a Ponza, dove però la nebbia non era arrivata.

I genitori non si tranquillizzarono anche perché non capivano il motivo del silenzio dei loro figli, pensando al fatto che, fossero scesi a terra, avrebbero comunque potuto telefonare alla Capitaneria e farsi sentire. Non sapevano, loro, ma i militari della Marina ben lo sapevano, che a Ventotene i passeggeri venivano fatti scendere dai vaporetti attraverso una “navetta” di barche e che dunque nella rada di quell’isola non avrebbero avuto l’opportunità di scendere a terra e sulla nave le condizioni per un contatto non c’erano. Il buio scese ed i genitori fecero il turno, mentre alcuni di loro ritornavano a casa e poi si scambiavano nell’attesa. Fu quella una serata lunga per loro ed anche per gli esercizi commerciali che mantennero aperti i loro servizi, compreso gettoni telefonici e panini vari.

Non era la stessa cosa sulla nave, anche perché non era attrezzata per la preparazione di consumi alimentari elaborati: le merendine erano peraltro finite ed allo stesso modo le bibite, di cui i giovani avevano fatto incetta. Non mancava l’acqua e nemmeno la possibilità di preparare un caffè. D’altronde era un’imbarcazione una parte del cui personale, la sera, ritornava alle proprie case, che non sempre però corrispondevano con le loro famiglie e solo pochi, compreso il cambusiere, si tratteneva a preparare quei due, tre pasti in uno spazio minimo, che non avrebbe potuto supplire alle necessità quella sera di maggio del 1973.

Il buio era sceso lentamente anche sul mare e la nave procedeva, inviando ad intervalli regolari ma ravvicinati i suoi segnali sonori. I motori non si sentivano come di solito accade; il loro sferragliare era comunque coperto dal vocio della comitiva. Ad un certo punto parve a noi di avvertire come un suono di campane, disordinato e confuso; ma non erano campane di campanili di chiese, piuttosto sembravano campanacci di campagna, quelli che si appendono solitamente al collo di buoi o di caprette. Ed insieme a quelle, sentimmo delle voci: in un primo momento pensammo fossero altre navi, ma poi: “State lontani, fermatevi! Siete al limite di una secca! Fate attenzione”. Le voci si accavallavano e si capì che venivano dall’alto. Il capitano diede l’ordine di fermare del tutto i motori; chiese il silenzio ed utilizzando un megafono domandò dove si fosse e di che entità fosse il rischio che si stava correndo.

9.

“Siete nella baia della spiaggia del Pozzo Vecchio, nell’isola di Procida! A destra avete una secca pericolosa! Noi vi vediamo perchè abbiamo sentito le vostre voci e le vostre luci le abbiamo viste già da un po’ avvicinarsi alla costa! Abbiamo già telefonato alla Capitaneria del Porto di Ischia ponte. Dovrebbero essere qui a minuti con una loro imbarcazione. Quasi certamente vi scorteranno fino a Ischia. Purtroppo da quel che sappiamo la nebbia nel canale di Procida è ancora molto bassa e fitta e non è consigliabile procedere in quella direzione.”

Era una voce di donna quella che proveniva da un’altura che la nebbia nascondeva; una voce precisa e sicura, esperta del mare, forse apparteneva ad una figlia, ad una sorella, ad una moglie di marinai o pescatori che ben conoscevano le leggi etiche del mare; ed erano lì, le donne, quelle donne, quella sera apparentemente tranquilla nella quale era però calata una nebbia possente per densità in assenza di correnti ventose che la potessero spazzar via.

Intanto, però, sulla terraferma, qualche ragazzo ed alcune ragazze erano stranamente già tornate alle loro case ed avevano raccontato ai loro genitori come era andata la gita a Ponza: facevano parte di quel gruppo di studenti che, quella mattina, si era organizzato autonomamente ed erano inutilmente stati attesi all’imbarcadero; quel gruppetto, accompagnato da maggiorenni “esterni” all’ambito scolastico, che avrebbe ben potuto con precisione descrivere invece la Reggia di Caserta ed il borgo medievale della stessa città “vecchia” lassù in collina. I genitori di quelle studentesse e di quei studenti avevano affidato i loro figli, per accompagnarli al porto, ai più grandi ma ignoravano che non fossero andati a Ponza: lo scoprirono quando furono contattati da altri genitori preoccupati della vicenda che stava coinvolgendo i loro ragazzi: come a confermare che le bugie sono con le classiche gambe corte.

La nave si fermò, ruotando di 180 gradi ai margini della secca a pochi metri dalla spiaggia, e per tranquillità il capitano la fece ancorare in attesa della motovedetta, mentre i viaggiatori continuavano a parlare tra loro, in qualche modo gustando e pregustando l’avventura. Si sentivano ormai tranquilli, anche quei pochi che avevano avuto crisi di ansia nelle ore precedenti. Era tardi, le 11 di sera, quando la motovedetta arrivò da Ischia ponte. La distanza era di circa tre miglia. Ci fu un breve colloquio tra i responsabili delle due imbarcazioni: viste le condizioni climatiche che non avevano subito modifiche sostanziali, si decise di dirigersi verso Ischia ponte, facendosi precedere dalla più piccola che, dotata di radar e di fari antinebbia senza troppo affrettarsi per motivi di sicurezza, procedette verso l’altra isola, la maggiore di quelle dell’arcipelago campano.
10.
Rosaria aveva ascoltato il racconto di Gipo, che con straordinaria precisione le aveva riportato alla memoria anni della sua adolescenza abbastanza lontani. In quel luogo, in quel Circolo, dove avrebbero dovuto presentare una serie di stimoli intorno ai temi del Cibo e del Cinema, ma a causa del nebbione che era calato in modo inusuale ed improvviso per quella città si erano dovuti limitare a gustare la Sacher con un buon Cartizze. Era stata lei ad attivare il ricordo di una “nebbia” altrettanto imprevista; ma la cosa straordinaria era che in quel luogo, quaranta e più anni dopo a più di cinquecento chilometri di distanza, era in modo altrettanto fortuito scattato un ricordo comune tra lei e Gipo.
E Rosaria continuò a raccontare: “La motovedetta ci condusse a Ischia ponte; ormai tutti si erano rassegnati – alcuni superando la preoccupazione iniziale pensando ai genitori (ma erano stati rassicurati, anche se lo scoprirono dopo, con una bugia da parte del Capitano) altri meno sensibili accogliendo la vicenda come un’inattesa avventura da vivere – e pregustavano una notte tutta per loro. Avevano anche qualche ragione, perché già prima che la nostra nave attraccasse, i localini di Ischia ponte, avendo saputo da informatori locali di quanto stava accadendo, avevano prorogato l’orario di apertura, pronti a ricevere gli inattesi giovani ospiti. Era quasi mezzanotte e la maggior parte di noi aveva anche voglia di mangiare qualcosa: qualche pizzeria era rimasta aperta proprio per l’occasione e c’era anche un localino di quelli che organizzavano feste per gruppi di scolaresche in gita. Io ricordo che non volli entrare anche se qualche mio compagno di classe mi invitava con una certa insistenza, ma a dire il vero non mi piaceva frequentare quei luoghi, non c’ero mai stata e non mi fidavo di andarci e poi il motivo più serio era che mi attirava la pizzeria, perchè, non lo nascondo, ero in crisi di astinenza da cibo”.
Gipo, quella notte, invece, dopo aver consumato un trancio di pizza bevendo un boccale di mezzo litro di birra alla spina, se ne andò da solo lungo il ponte che collega Ischia all’isola sulla quale risiede il castello aragonese: la nebbia c’era ma il clima era primaverile. Si stava proprio bene. Non avvertiva responsabilità come invece sentivano di averla i docenti che avevano accompagnato i loro studenti in quell’ inattesa ”avventura”. Anche i suoi genitori di certo si erano preoccupati, un pensiero per loro ce l’aveva, ma a quell’ora tutti avrebbero potuto sapere cosa era accaduto perché già dalle 10 di sera erano stati rassicurati dai comunicati della Capitaneria del Porto di Ischia ponte.
La mattina dopo fecero ritorno a Pozzuoli: la nebbia si era alzata.
Anche a Prato la nebbia si era alzata, anche quella della memoria, di un’avventura “comune” altrettanto imprevista allora – quaranta e più anni prima – come ora nel 2016.
fine

La scuola al tempo del Governo Berlusconi – terza parte (vedi 11 maggio per seconda parte)

LaPresse (1)

La scuola al tempo del Governo Berlusconi – terza parte

– Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) – terza parte

E’ un tempo questo, di cui tratto nell’intervento, in cui è in atto una vera e propria trasformazione del quadro politico nazionale –abbiamo governi “quadripartiti” (Giuliano Amato dal 28 giugno 92 al 29 aprile 93) e di unità nazionale (Carlo Azeglio Ciampi 29 aprile 93 – 11 maggio 1994) seguito dal primo Governo Berlusconi che durerà 9 mesi fino al 17 gennaio 1995

Punto c – Il progetto di “autonomia” è fondamentalmente necessario e legato ad esigenze reali: proviene già dalla Finanziaria 94 del Governo Ciampi che aveva poi rinviata l’attuazione con una delega. Si parla di autonomia finanziaria, amministrativa, didattica. La delega è scaduta ed ovviamente non poteva essere rinnovata da un Governo diverso, cosicché è stata riscritta ogni cosa ed è di nuovo in discussione in Commissione al Senato. Sulla questione dell’autonomia vanno dette alcune cose:

1) molti sono stati gli equivoci, molta la disinformazione, per lo più voluta e strumentale; è stato creato un collegamento forzato fra “autonomia” e “privatizzazione”, senza il necessario approfondimento e senza avvertire la necessità, in particolare da parte dei giovani, di avanzare “controproposte”, in cui fossero evidenti e chiare e precise le regole da rispettare, specialmente nella parte finanziaria, collegata ai contributi “esterni”;
2) nell’autonomia amministrativa politica appare troppo pesante il ruolo dei Capi di Istituto, i cosiddetti “presidi-manager” e non è chiaro il loro sistema di reclutamento e di aggiornamento: affidare una scuola nelle mani di alcuni Presidi (penso a figure concrete in carne ed ossa) con questi compiti, con questi poteri è veramente un fatto pericolosissimo; c’è da aggiungere che alcuni Presidi, avveduti e scrupolosi, sono molto critici ed hanno notevoli problemi a vedere amplificare il loro ruolo e le loro responsabilità; 3) appare, proprio per questo strapotere dei presidi, non a caso chiamati “Capi di Istituto”, sempre più evidente il ruolo progressivamente più ridotto degli Organi collegiali, con particolare rilevanza della scarsa presenza degli studenti, che invece farebbero bene a richiedere una maggiore attenzione su questo aspetto, senza ostinarsi a cobattere l’ “autonomia” per quello che non è, ovverosia per la privatizzazione. Non intendo dire che non vi sia questo rischio, ma certamente se il ruolo e la presenza degli studenti negli Organi collegiali (ed il potere, già ridotto, di questi ultimi) venisse ulteriormente a diminuire, la situazione sarebbe davvero molto grave ed irreparabile. Una questione a parte è collegata al mancato decentramento dei poteri.
d) Da qualche giorno c’è sul tavolo della Commissione Cultura e Pubblica Istruzione del Senato anche il progetto di “Riforma”. Noi non possiamo che vedere con piacere che si parla di “innalzamento dell’obbligo” fino ai 16 anni, ma dobbiamo puntare concretamente ad un ulteriore innalzamento fino ai 18 anni. Pur tuttavia dobbiamo rilevare con una certa preoccupazione e sconcerto che al comma 7 dell’art.1 sia consentito l’assolvimento dell’obbligo nell’ambito dei corsi biennali di formazione professionale regionale. Al di là di quelle che possono apparire delle assicurazioni (“rispetto di standard di qualità…”), si deve sottolineare la volontà di questo Governo di distinguere una scuola di serie “A” da una scuola di serie “B”, dove si entra in possesso di una cultura e di una formazione di serie “A” e “B”, relegando i meno abbienti e dotati in un eterno “Limbo”.

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CINEMA gli anni 10 e l’inizio degli anni Venti – quinta parte

CINEMA gli anni 10 e l’inizio degli anni Venti

Il Cinema di Griffith quindi è tributario idealmente di quello italiano, nel quale venivano privilegiate le storie nazionalistiche e quelle classicheggianti riferite alla grande Storia dei Romani e dei miti ad essa collegati. In questa direzione ben si comprende l’apporto significativo di Gabriele D’Annunzio che partecipava alla scrittura delle didascalie (vedi “Cabiria”). Se si fa attenzione alle date si comprende che molta produzione anticipi lo scoppio della Grande Guerra e rende ancora più evidente quello che poi sarà il clima successivo alla fine di essa, particolarmente in Italia, vittima di una “vittoria mutilata”, non accettata da larga parte dell’ intellighentia “imperante”.

Anche il Cinema legato a testi letterari contemporanei (come “Cenere” dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda o “Assunta Spina” di Salvatore Di Giacomo, entrambi interpretati da mostri sacri del teatro e del cinema, come Eleonora Duse e Francesca Bertini o lo stesso Gabriele D’Annunzio che ispirò il figlio Gabriellino nel film “La nave”, tratto da una sua tragedia, che nei toni e nei rimandi fa riferimento all’impresa di Fiume, nella quale il poeta era impegnato mentre il film veniva realizzato) o in ogni caso riferito a temi più intimistici si diffuse prima, nel corso e dopo il conflitto mondiale.

Nel frattempo si era sviluppata una grande attenzione verso la nuova arte in alcuni territori europei nordici tra i quali la Svezia, dove Sjostrom realizza opere molto interessanti dal punto di vista narrativo. Opere quali “Il giardiniere” del 1912, “Il calvario di una madre” del 1913 e altri prima di raggiungere l’apice cone “Il carretto fantasma” (1921) dal romanzo di Selma Lagerdof che risentiva a tutta evidenza delle atmosfere espressionistiche cupe e distorte.

https://www.youtube.com/watch?v=jnABbFqv9Wo

Indubbiamente questo cominciava ad essere un segno comune tra gli artisti, che si avvalevano, da protagonisti, anche dei nuovi movimenti d’avanguardia, in primo luogo per l’appunto dell’Espressionismo. E fu anche per questo motivo che la produzione più interessante ed imponente fu proprio quella tedesca.

Tre sono i protagonisti del cinema espressionistico tedesco, che si ispira al movimento artistico che tendeva ad amplificare gli aspetti soggettivi verso l’inconscio, il mistero, l’arcano. In primo luogo Friedrich Whilelm Murnau che con “Il castello di Vogelod” nel 1921 avvia ad indagare aspetti inespressi dell’animo umano e poi raggiunge uno degli apici subito dopo con “Nosferatu il vampiro (Nosferatu, eine Symphonie des Grauens)” del 1922, anche se in seguito (e ne parleremo in altro post) inciderà ulteriormente sulla qualità del cinema tedesco degli anni Venti. Altro grande autore del cinema espressionista fu Fritz Lang la cui fortuna durerà molto più a lungo negli Stati Uniti per dissensi nei confronti del regime autoritario nazista prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. L’opera maggiormente significativa di Fritz Lang all’inizio degli anni Venti (ma siamo anche agli esordi di questo regista (i suoi primi film sono del 1919) fu “Der Mude Tod” ( La morte stanca ) del 1921 che nel nostro paese è intitolata “Destino” ed è una storia con personaggi misteriosi ed inquietanti, così come saranno i protagonisti dei film di Robert Wiene (il terzo grande autore del Cinema espressionistico tedesco) in due dei suoi primi film: “Il gabinetto del dottor Caligari” e “Genuine” entrambi realizzati nel 1920. Il primo dei due film è da sempre stato considerato tra i più importanti film della Storia del Cinema; il secondo apre un percorso ispiratorio verso la figura del “Vampiro”; il suo titolo originale è infatti Genuine, die Tragodie eines Seltsamen Hauses o, in inglese, Genuine: A Tale of a Vampire. Non sarà infatti un caso che solo due anni dopo apparirà quello che è un altro tra i grandi capolavori di quel tempo, il “Nosferatu” di Lang di cui abbiamo accennato. In un prossimo post osservando il corso degli Anni Venti approfondiremo la parabola dei tre grandi autori tedeschi.

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ALCUNI DANNI DERIVATI DALLA PANDEMIA

ALCUNI DANNI DERIVATI DALLA PANDEMIA

E’ a tutta evidenza una rappresentante della buona borghesia “intellettuale”(!!!) del Nord quella “signora”(!) che si dice “chirurga” e che, animata da un grande amore per il prossimo “si dice” essere andata ad aiutare “nei loro paesi (a casa loro)” le tribù africane quando era più giovane; nel suo alto eloquio si scaglia lancia in resta contro quelle giovani (al femminile come il termine che la “signora” utilizza) “senza arte nè parte” (questo lo interpreto io; lei, per l’appunto, dice ben altro) che si permettono di andare ad offrire il loro aiuto senza preoccuparsi dei rischi che corrono. La “signora” in questione rappresenta certamente il pensiero di quanti sentono di appartenere ad una “razza” (termine odioso ma che tenta di interpretare il pensiero espresso) “superiore”, che tutto può, a cui tutto deve essere consentito. Il video che porta alla ribalta questo “essere superiore” intende esplicitare un moto di protesta che coinvolge una di quelle rappresentanti dell’improvvisazione che, incappata in una vicenda drammatica, è riuscita a salvarsi ed a far ritorno in Italia, a casa sua. Si intende in realtà protestare per i modi con cui questo avvenimento si è concluso: grandi festeggiamenti, parata di rappresentanti delle Istituzioni, pagamento (forse) di un riscatto ed una “conversione” all’Islam, che è stata come una “ciliegina amara e velenosa” per tanti buonpensanti.
Le “giovani” che senza arte nè parte vanno verso i Paesi dell’Africa “nera” sono gli obiettivi principali degli strali della “signora”; vien da pensare, e forse non ci si sbaglia, che ben diversa sorte avrebbero avuto “giovani virgulti” anche loro “senza arte nè parte” ma appartenenti al genere “maschile”. Il dubbio è forte e la sensazione è altrettanto alta che si possa trattare di una forma di maschilismo e di riflesso di uno degli aspetti peggiori della mitizzazione della produttività industriale e conomico affaristica “lombarda”. Come diceva un noto uomo politico, “a pensar male spesso ci si azzecca”.
Su questa linea di “ipocrisia spinta” non ha mancato di esercitarsi (ad evitare di perdere l’allenamento) Matteo Salvini. Il nostro – o meglio quello degli altri o il vostro – eroe, intervistato da un giornalista sulla “parata” di politici presenti ad accogliere la giovane cooperante che era stata liberata dai suoi rapitori, ha affermato che “lui, no, non ci sarebbe andato; lui, no, non avrebbe consentito (forse immaginando di interpretare il ruolo di Presidente del Consiglio) che ci fosse tanta partecipazione, lui noooo!”, dimenticando come si comportava quando era Ministro degli Interni, con il suo presenzialismo spinto oltre misura, eccedente addirittura la stessa figura di Primo Ministro.
Comcludo questo mio post, osservando che – in un tempo come questo nel quale dovrebbero emergere in modo più netto le riflessioni, ci ritroviamo di fronte invece ad un fenomeno di regressione civile, che dovrebbe preoccupare. I problemi più forti, “dopo” questo tempo, non saranno quelli sanitari, non saranno quelli economici, ma quelli sociali ed antropologici comportamentali: avremo bisogno di una grande cura se vogliamo risollevare questo mondo che già prima non funzionava a dovere. Il riferimento ad una certa Cultura “meneghina” tiene conto di aspetti che emergono con chiarezza; non vogliono essere una generalizzazione e non lo sono. Indubbiamente si riferiscono ad un “modello” di vita che non appartiene a chi, come me, preferisce vivere una esistenza contemplativa, idealistica, fatta di libertà e ricca di sogni.

Joshua Madalon
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PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – prima parte

PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – prima parte

Arrivato a Prato nel 1982, mi posi a disposizione dell’ARCI, con la quale Associazione già nel periodo bellunese (feltrino) avevo lavorato. Portavo con me un bagaglio minimo di competenze acquisite soprattutto con la passione del cinefilo. Nel 1983 e nel 1984 lavorammo molto per aprire a Prato una sala d’essai, il Cinema “Terminale” che ancora oggi è attivo, anche se trasformata in Cooperativa, alla quale non ho mai voluto aderire per una mia personale scelta. Questo intervento che qui posto suddiviso in più parti segue l’Assemblea Regionale durante la quale venni eletto come coordinatore regionale dei Circoli Cinematografici dell’ARCI. Fu una bella esperienza che mi permise di conoscere nel profondo la realtà toscana.

Primi mesi di attività, dopo l’Assemblea di Prato

Sono già trascorsi cinque mesi dall’Assemblea Regionale di Prato, alla conclusione della quale presi l’impegno di responsabile regionale dell’Unione. Il mio incarico prevedeva, per il fatto che non era stato possibile un conforno più ampio nella fase precongressuale, di portare l’Unione ad un vero e proprio Congresso (o Assemblea di Organizzazione) nel corso del 1985 e, quindi, era opportuno che nel periodo intermedio si attuassero quei confronti con le realtà territoriali e si ricercasse con queste un diverso migliore collegamento per arrivare all’appuntamento di fine anno, discutendo in particolare delle prospettive della politica cinematograficadell’ARCI in Toscana.
Con i Territoriali si è tentato di aprire un rapporto immediato con una lunga lettera questionario che ha avuto scarsa rispondenza – primo inequivocabile segnale della scarsa attenzione che i Territoriali (anche quando poi si imbarcano in imprese interessanti e fondamentalmente più che decorose) riservano a questo settore – si pensi che hanno risposto due soli Territoriali su 24, Massa e Ponte a Egola (Comprensorio del cuoio), che sono fra i più piccoli che questa Associazione conti sul territorio toscano. Subito dopo ho iniziato una serie di visite nei Comitati Territoriali (sono stato a Pistoia, Empoli, Arezzo, Pontedera, Siena, Massa) che ha ottenuto due risultati importanti: 1) ha dato al corpo associativo decentrato a livello dirigenziale la sensazione che vi fosse una seria e giusta attenzione nei confronti delle loro autonome scelte in campo video cinematografico; 2) ha offerto al sottoscritto la possibilità di conoscere meglio la situazione reale, la qual cosa ha consentito di superare miti o pregiudizi e di verificare in ogni caso le potenzialità del corpo sociale diffuso, ricevendo la massima disponibilità da parte di tutti i dirigenti locali. Il mio giro chiaramente non è finito e stimo di portarlo a termine entro i prossimi mesi, ben prima dell’estate.
E’ stato indubbiamente in seguito a queste mie prime visite che ho ritenuto opportuno andare al di là di quelle che dovevano essere le mie prerogative quasi “commissariali”, presentando oggi quello che io propongo come “programma di attività dell’Unione per il 1985-1986”.

Il “nuovo”

Non pretendo, facendo così, di costringere il Congresso di fine anno ad accettare essenzialmente questa ipotesi, ma ritengo che un’articolazione come la nostra non possa oggi rinunciare ad avere un suo programma, un progetto d’intervento anche minimo come quello che qui segue. Una realtà come la nostra, ricca di stimoli e quasi sempre costitutivamente disposta a recepire il “nuovo”, ha avanzato in maniera diretta l’esigenza di ricevere un indirizzo, spesso contribuendo attivamente a formarlo, su alcuni problemi pratici della politica culturale cinematografica.

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I CONTI NON TORNANO settima parte (vedi 9 maggio per parte sesta)

I CONTI NON TORNANO settima parte (vedi 9 maggio per parte sesta)

Come annunciavo, contemporaneamente ai testi ufficiali che esprimevano le diverse posizioni, riporterò alcuni dati anch’essi ufficiali, davvero sorprendenti, in quanto dalla realtà alle supposizioni erano paradossalmente molto lontani dalla realtà. La realtà va riferita ai dati numerici degli iscritti nel 1998, le supposizioni sono invece riferite al trend negativo per le iscrizioni negli anni a venire. Quella “previsione” era tutta sballata e ne denunciammo la falsità. Quella previsione siffatta tendeva a dimostrare che non ci sarebbe stata alcuna difficoltà a contenere nelle “nuove” sedi gli Istituti interessati agli spostamenti. Voglio qui ricordare che i parametri prescritti dalla normativa sul “dimensionamento” erano non meno di 550 non più di 900 allievi per Istituto.
Nel 1998/99 erano fuori norma per mancanza di allievi l’Istituto “Marconi” con 444 allievi, l’Istituto “Gramsci” con 452, il “Cicognini” di via Baldanzi con 477, il “Rodari” con 285, il Liceo Scientifico “Livi” con 541, il Convitto “Cicognini” con 406; lo erano poi fuori norma, per surplus di iscritti, l’Istituto “Datini” con 1389 allievi, il “Buzzi” con 1100 ed il Liceo “Copernico” con 1127 allievi. Il “Keynes” (888) ed il “Dagomari” (887) erano in perfetta linea con le indicazioni ministeriali.
La prima cosa da fare, dunque, per una mente razionale sarebbe stata spostare una parte dei nuovi iscritti al “Copernico” dell’anno successivo 1999/2000 verso il “Livi”: poteva essere a tale proposito utilizzata per il “Copernico” la sede del “Gramsci” che si sarebbe spostata di 50 metri nelle aule del “Keynes”. Ciò avrebbe evitato spostamenti da una parte (EST) all’altra (SUD) della città per il “Dagomari”. Per il “Copernico” in cerca di una sede, da sempre mancante, non sarebbe stato un problema; per il “Gramsci” ancor più; per il “Dagomari” anche; il “Livi” sarebbe uscito dalla lieve incongruità.
La seconda previsione ipotizzava il calo di iscrizioni progressive, dovuto al calo dei residenti dai 14 ai 18 anni, elaborato su dati previsionali che tuttavia non tenevano in alcun conto l’afflusso sempre più intenso di extracomunitari giovani, soprattutto – anche se non solo – di nazionalità cinese. In pratica si passava dai 10656 accertati nel 1998 ai 9857 previsti nel 2003 con un calo di circa 800 unità.
Riprendo ora il documento redatto dal Dirigente scolastico del “Copernico” nel 1999.

…cioè gli spazi disponibili erano e sono sovrabbondanti rispetto alle esigenze organizzative e didattiche dell’Istituto stesso. Nella Conferenza dei Presidi (16.11.98), presente il Capo d’Istituto del Dagomari, si ipotizzò, in prima istanza, di non spostare l’Istituto Dagomari, ma di spostare invece, dentro al medesimo contenitore utilizzato, anche l’Istituto Gramsci….
La proposta tuttavia non ebbe accoglienza, in quanto il “Gramsci” non ritenne di poter utilizzare in modo adeguato alle sue esigenze gli spazi residuali del “Dagomari”.

Allo stesso tempo nel “Rapporto circostanziato” del Dirigente del “Copernico” si evince che gli spazi di via Reggiana (ex “Gramsci” e parte del “Keynes”) sarebbero stati eccessivi per il “Copernico” (per dare un’idea, parlando solo delle aule: 76 aule per 48 classi). Da rilevare che con un “Gramsci” che si sposta negli spazi liberi del “Keynes” (cosiddetto “terzo lotto”) sarebbero comunque rimaste vuote molte aule, che avrebbero, a tal punto, potuto essere utilizzate dal “Copernico”.
Mi rendo conto che non sia facile, oggi, a venti anni di distanza, comprendere l’assurdità della scelta che venne poi fatta, ma tant’è: di certo non furono adottati metodi corretti; ed avevo da tempo pensato di ritornare a precisare quel che accadde allora. Ed ora lo sto facendo.

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