PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Prato

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Nel 2006 ero Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est del Comune di Prato. Ero alla seconda legislatura che si sarebbe conclusa nel 2009. Nella prima delle due legislature ero stato eletto nei “Democratici con Prodi” (ovvero “l’Asinello” dal simbolo acquisito in Italia dai “Democrats” statunitensi); poi, nella fase calante dell’esperienza di quel raggruppamento (vi avevano aderito, oltre a spiriti liberi, fuorusciti dai Democratici di Sinistra e dal Partito Popolare) che si era poi diviso tra Margherita (ex Popolari) e DS, ero ritornato in quest’ultimo Partito, forte di nuove passioni e progetti politici. Uno di questi apparve essere la costituzione di un nuovo soggetto, che avesse visto la cooperazione tra le due forze riformistiche dei cattolici e dei progressisti con lo scopo di mettere in moto un processo di forte rinnovamento della Politica nel Paese, ormai attraversata da spinte conservatrici reazionarie di Destra, avviate dall’avvento sorprendente di Silvio Berlusconi alla guida del Paese dal 1994. Sembrava allora necessaria la formazione di un bipolarismo, i cui raggruppamenti guardassero tutti alla conquista del Centro, la Destra con un Centrodestra e la Sinistra con un Centrosinistra. Nella seconda parte del 2006 si intensificarono gli incontri nello studio dell’avvocato Rocca, che appariva interessato a porre in cantiere un soggetto che fosse propedeutico alla nascita della nuova forza politica. Ad alcuni di noi, in primo luogo la compagna Tina Santini ed io, gli incontri ai quali partecipavamo apparivano sempre più accademici ed autoreferenziali ed in linea di massima si sottraevano a quel compito che noi ritenevamo dovesse essere prioritario: la formazione di un nuovo Partito costruito sulle due forze principali, aperto a 360 gradi oltre che ai cattolici democratici ed ai riformisti di Sinistra, democratica, ecologica antifascista anche a quella parte di Sinistra radicale che avesse voluto scommettere su quel Progetto, superando le ambiguità e le contraddizioni che avevano prodotto larghe insoddisfazioni e rifiuti nel corpo elettorale democratico del Paese. La discussione era sempre più vaga, improduttiva. Può darsi che questa fosse solo la sensazione a quanti tra noi partecipavano già con l’idea di dover rivedere molti aspetti della pratica politica: eravamo degli utopisti, degli illusi, degli inguaribili sognatori! I nostri sogni erano infatti tali, non più nè meno come quelli che ci hanno poi sospinto ad altre scelte nel corso dei venti anni successivi. Una cosa è certa, tuttavia: nessuno di noi ha mai operato per migliorare le proprie posizioni, nè tanto meno quelle dei pochi amici e sodali più fidati.
Nei prossimi post riporterò una parte del dibattito di quei giorni, utilizzando alcuni materiali che sono in mio possesso, a partire da una serie di mail che intercorsero tra me e Alberto Rocca, dalle quali non emerge uno scontro, ma un confronto franco ed aperto, dialettico. Ad Alberto riconosco una concretezza che io non ho mai avuto, una profonda onestà mentale e professionale. Alberto aveva previsto molto più chiaramente gli esiti; noi ci illudevamo di poter cavalcare la passione per modificare gli assetti. Tutti sanno come è andata, poi.

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FACCIAMO FINTA CHE TUTTO VA BEN TUTTO VA BEN – PARTE 1

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Facciamo finta che “tutto va ben – tutto va ben!” – parte 1

C’erano una volta dei Sindaci che, mentre ancora la pandemia era in corso (si era a fine aprile) volevano riaprire le scuole; lo dicevano con molta energia, come per convincere coloro che lo tiravano per la giacchetta: intanto facevano lunghe passeggiate in bici per lanciare occhiate severe; molte dirette per rispondere alle domande della popolazione; dichiaravano una grande disponibilità ad occuparsi delle angustie della gente. Tuttavia, “anche” grazie ad una legge che concentra nelle loro mani – e nella loro testa – molti poteri alla conta dei “fatti” hanno soltanto utilizzato gli spazi a loro disposizione per farsi propaganda: non importa se poi l’applicazione pratica di quei “poteri” non permette, per mancanza di materia grigia e di capacità organizzative “manageriali”, di affrontare i veri problemi quotidiani che come nodi irrisolti incancreniti da anni di profonda incuria e sottovalutazione (ambiente, scuola, traffico, sanità, cura del territorio a partire dalle periferie), finiscono per accumularsi e rendere peggiore il livello qualitativo della vita della gente comune.
Accade in molte parti. Quasi dappertutto. Accade anche a Prato. In una città, che ha retto nel periodo dell’emergenza grazie al senso civico di “responsabilità” della cittadinanza, ma che ai suoi vertici (non solo amministrativi ma anche imprenditoriali) non ha costruito un nuovo inizio per il “dopo” emergenza. Come e più che altrove i suoi amministratori e le sue classi dirigenti non sono in grado di rispondere ai bisogni e non può essere una giustificazione che “è così dappertutto” oppure che “il Governo non è in grado di…”.
Parlo spesso dei problemi della Scuola. Anche l’altro giorno in un post che cercava di spiegare il senso di quei “conti che non tornano” ponevo in evidenza l’incapacità dei governi di ieri e dell’altroieri – non supportati diversamente da quelli di “oggi” – nell’affrontare i problemi della Scuola, non “un” problema ma i “mille” problemi irrisolti che da diversi anni condizionano il livello di Istruzione e di Cultura “generale” (a partire da quella “civica”) nel nostro Paese.
Sin dal primo momento dell’emergenza Covid19 con la chiusura delle strutture scolastiche una classe dirigente con gli attributi avrebbe dovuto luogo per luogo, in piena ed assoluta autonomia mettere in piedi una “task force” (che bello, questo termine, di cui i governanti piccoli, medi e grandi, si sono riempiti la bocca!) per affrontare le urgenze di una emergenza che viene da lontano.
Io, da parte mia, mi riempio la bocca di un altro macrotermine, “Memoria”. E lo faccio per segnalare che ciò che oggi ha difficoltà a funzionare non è che funzionasse prima del marzo 2020: non è stato certo il Covid19 ad evidenziare le carenze strutturali degli edifici scolastici; la mancanza di aule era male cronico, così grave da condizionare gli avvii di ogni anno scolastico e costringere gruppi numerosi di studenti a frequentare le loro lezioni in spazi “inventati”, adattati all’uso didattico ma non a tale scopo vocati nella loro genesi. E neanche si può pensare che una didattica moderna, semmai digitale ma non a distanza, si possa praticare in aule costruite per una didattica ottocentesca, eminentemente umanistica; ed ancor più ciò può avvenire in strutture che non erano destinate a scopi didattici. E dunque bisognava, bisogna, bisognerà preparare una progettazione che guardi davvero verso il futuro, verso il quale naturalmente si rivolge il mondo dell’Istruzione, della ricerca, dell’apprendimento, della Cultura.
In questo stesso periodo, ma c’è chi osserva giudica ed esprime sue opinioni in merito da tempo, si mette in evidenza l’esistenza di un surplus insopportabile di strutture abitative “nuove” ma invendute (colpa ovviamente dei costi, della crisi di prima e di quella che andiamo vivendo ora, ma non solo: anche qui c’è una profonda incapacità progettuale. Che rasenta l’irresponsabilità e l’illegalità). Ci si giustifica – nei “piani alti” – che, così facendo (cioè permettendo a ditte edili di lavorare e far lavorare) – si svolga anche un ruolo ed una funzione sociale. Molto bene: allora se è così dirottiamo sull’edilizia pubblica di riconversione, ristrutturazione o anche semplice manutenzione del patrimonio esistente delle scuole e degli edfici pubblici generici.
Ne riparleremo. Non si può tacere.

Joshua Madalon

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PACE E DIRITTI UMANI XVII 17 per la XVI vedi 7 giugno

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PACE E DIRITTI UMANI
XVII 17 per la XVI vedi 7 giugno

prosegue l’intervento della professoressa Agostini:

Cioè la cosa su cui vorrei che tutti noi riflettessimo è, per esempio, l’importanza della circolazione di questa idea e mi ha colpito moltissimo il fatto che questo libro, tradotto in francese, viene poi ritradotto in italiano. E’ una cosa incredibile questa, cioè arrivano questi prodotti dopo un secolo e mezzo di grande lavorio, perché i giansenisti in Francia avevano iniziato a mettere in discussione certi sillogismi fin dal 1600. Pensate che Pistoia, per esempio, era la sede di un famoso collegio vescovile, dove i giansenisti avevano con Monsignor Scipione dei Ricci, un “covo”, tra virgolette come si dice noi alla Toscana, un po’ come dire “scomodo” per il potere un po’ scomodo anche per Leopoldo che pure non era nel novero dei sovrani così retrogradi, come abbiamo visto, e quel collegio ha dato anche le gambe o perlomeno qualche stampella, diciamo, a certe idee dei filosofi del ‘700. Allora perché riflettere sulla circolazione delle idee? Secondo me è molto importante perchè, lo diceva prima l’Assessore Gerardina Cardillo, niente è dato per scontato, cioè gli equilibri sono in continuo movimento, si rimettono e si riassestano in continuazione; quindi ciò che abbiamo conquistato non è detto che se non vigiliamo e non stiamo attenti riusciamo a prtarcelo a casa. Anzi sono tempi abbastanza strani questi, in cui magari in Italia non è che si fanno delle campagne molto seguite sul ripristino della pena di morte, ci mancherebbe altro, però accanto a quella ci sono ancora sicuramente, lo rammentava prima l’Assessore, certi diritti sanciti dalla Costituzione che probabilmente ancora sono come i programmi del ’79 della scuola, tanto belli ma mai realizzati compiutamente. Allora a me quello di stasera sembra un momento molto importante perché la Scuola, le Circoscrizioni, gli esperti, la politica, perché si può fare buona Politica, svolgano un ruolo positivo. Noi oggi al di là del fatto di una riflessione profonda sulla pena di morte che è un fatto di civiltà che in qualche modo nobilita la nostra storia, dobbiamo riflettere anche sul perché a volte siamo tentati di vivere molto per noi stessi in maniera abbastanza egoistica abbastanza individualista, mentre invece bisogna uscire dall’isolamento e riflettere in modo collettivo. Si può fare della politica buona, ecco, e si fa della politica buona anche in questo modo, cioè portando in qualche modo i ragazzi fuori dall’aula per sconfiggere la routine, mettendo di fronte all’attenzione di tutti un tema come questo e cercando di costruire intorno a questo tema non tanto o soltanto la cronaca, ci pensano i mass media a fare questo, ma una riflessione profonda, perché si corre troppo e si riflette poco. La scuola molto spesso, nonostante la bravura degli insegnanti, nonostante la buona volontà, perché io tutto sommato non penso che questa generazione sia la peggiore ditutte,anzi, voglio dire che è una generazione con gli occhi aperti e che riflette, la scuola, come dicevo, dovrebbe essere un luogo molto più aperto; però a volte la routine ci sconfigge, si preferisce di più stare in classe a leggere una pagina di un libro di storia: questo a volte va bene ma non sempre ci si concentra nel modo giusto, è proprio il caso di dirlo.

….XVII….

I CONTI NON TORNANO – 10 (per la parte 9 vedi 6 giugno)

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I CONTI NON TORNANO – 10 (per la parte 9 vedi 6 giugno)

10
Questi dati che riporto invece qui in calce sono afferenti alla presenza di nuovi residenti cinesi fino a tutto il 2005. Molto spesso sono ricongiungimenti familiari, sono nuove famiglie con figli provenienti non solo dalla madrepatria ma anche da realtà nazionali europee o altre città italiane (Milano, Napoli in particolare). Gli “esperti” non intercettarono nelle loro previsioni questa “nouvelle vague” proveniente dalla Cina che aveva bisogno anche di “istruzione” (molto spesso condizionata dalla necessità di avere “traduttori” abili in casa da parte dei genitori). Ed ovviamente gli edifici scolastici non bastavano a contenerli.

Il commento in corsivo sui dati non è mio!

http://www.comune.prato.it/immigra/cinesi/anagrafe/annuali/htm/cmigra.htm
Residenti cinesi per anno di immigrazione
Dati al 31/12/2005

Anno V.A. V.%

1973 2 0,02
1978 1 0,01
1984 2 0,02
1988 1 0,01
1989 9 0,10
1990 154 1,78
1991 111 1,29
1992 82 0,95
1993 58 0,67
1994 32 0,37
1995 39 0,45
1996 182 2,11
1997 327 3,79
1998 241 2,79
1999 249 2,88
2000 330 3,82
2001 506 5,86
2002 633 7,33
2003 1.172 13,57
2004 1.494 17,30
2005 1.832 21,21
a Prato dalla nascita 1.123 13,00
Dato mancante 56 0,65

Totale 8.636 100,00

Fonte: Anagrafe comunale di Prato
Elaborazione: Banca Dati Centro Ricerche e Servizi per l’Immigrazione del Comune di Prato
Residenti cinesi per area e luogo di nascita. Dati al 31/12/05

L. nascita V.A. V.%
R.P.C. 6.910 80,01
Altri stati esteri 18 0,21
Italia 1.708 19,78
Totale 8.636 100,00

R.P.C. V.A. V.%
Zhejiang 6.413 92,81
Fujian 297 4,30
Liaoning 53 0,77
Shanghai 44 0,64
Jiangxi 22 0,32
Heilongjiang 13 0,19
Xinjiang 9 0,13
Sichuan 9 0,13
Beijing 8 0,12
Hunan 6 0,09
Tianjin 5 0,07
Hebei 4 0,06
Henan 4 0,06
Jiangsu 4 0,06
Shandong 3 0,04
Anhui 2 0,03
Chongqing 2 0,03
Guangxi 2 0,03
Jilin 2 0,03
altre 8 0,12

Altri stati esteri V.A. V.%
Taiwan 1 5,56
Francia 13 72,22
Belgio 1 5,56
Paesi Bassi 1 5,56
Germania 1 5,56
Gran Bretagna 1 5,56

Italia V.A. V.%
Prato 1.507 88,23
Montemurlo 2 0,12
Firenze 44 2,58
Firenze (prov.) 23 1,35
Pistoia e prov. 8 0,47
Lucca 2 0,12
Siena 1 0,06
Arezzo 2 0,12
Grosseto 1 0,06
Torino 7 0,41
Milano e prov. 20 1,17
Reggio Emilia e prov 9 0,53
Roma 18 1,05
Napoli e prov. 7 0,41
Salerno e prov. 13 0,76
Altre province 44 2,58

Fonte: Anagrafe comunale di Prato

Popolazione cinese residente a Prato
La comunità cinese si è formata a Prato nel corso del biennio 1990-1991: Durante tale periodo il numero dei residenti cinesi è salito dai 38 del 1989 a un totale di 1009 che è continuato ad aumentare, poi, con ritmo più lento, negli anni successivi, e ha raggiunto dimensioni sempre più rilevanti a partire dalla seconda metà del decennio (malgrado il perdurare di un contemporaneo movimento di emigrazione verso altri comuni italiani). Pochi sono, dunque, quelli che vi risiedono da lungo tempo ma numerosi sono, in compenso, coloro che vi vivono dalla nascita. Essi hanno contribuito, in misura sempre più consistente, allo sviluppo della comunità cinese a Prato che in certe fasi è cresciuta quasi esclusivamente proprio per effetto delle nascite.
I dati del 2005 rilevano una forte crescita della popolazione cinese che passa dai 6.831 residenti del 2004 agli attuali 8.636, grazie all’acquisizione della residenza da parte dei nuovi arrivati e al perdurante incremento di nati nel comune di Prato.
La distribuzione per anno d’immigrazione mostra che oltre il 21% dei cinesi hanno acquisito la residenza nel 2005 ma l’esistenza di una scarsa anzianità migratoria è una caratteristica che accomuna anche molti altri membri della comunità. Quasi la metà di essi risultano, infatti, immigrati tra il 2000 e il 2004 (2.666, pari al 30,87%, nel biennio 2003-2004 e 1.469, pari al 17,01%, nel triennio 2000-2002), circa il 12% tra il 1995 e il 1999 e meno del 6% tra il 1990 e il 1994, mentre solo una quindicina sono coloro che vi risiedono stabilmente da anni antecedenti.
Molti, in compenso, sono i cinesi che vivono a Prato dalla nascita (1.123, pari al 13% dei residenti) e ad essi si affianca, inoltre, un consistente numero di persone che vi sono nate e successivamente immigrate dopo un provvisorio periodo di allontanamento (in Cina o in altri comuni italiani).

…10…segue

PERCHE’ “I CONTI NON TORNA(VA)NO” (sulla “SCUOLA” di ieri e quella di oggi)

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PERCHE’ “I CONTI NON TORNA(VA)NO” (sulla “SCUOLA” di ieri e quella di oggi)

domani ritorna la parte 10 de “I CONTI NON TORNANO”

Avevo avviato su questo Blog a trascrivere e scrivere in forma di “racconto morale” un resoconto di quel che accadde alla fine del secondo millennio in quel di Prato. Lo avevo fatto dal 2016, dopo essere andato in pensione e dopo aver fatto decantare quella parte di irruenza che aveva caratterizzato la mia ( e quella di tante altre persone come me ) esperienza poltica e professionale, che nel caso in oggetto si riunivano in una sola ed unica. Avevo conservato molti materiali e li avevo riposti in una corposa e trasbordante cartella verde in una parte nascosta del ripostiglio. Sopra la copertina c’è scritto “Dimensionamento Dagomari”. Dentro ci sono tutti i materiali che possono ricostruire quel che avvenne. Come dicevo, poichè “I conti non torna(va)no”, aspettavo che fosse – a mio parere – maturo il tempo per riprenderli in mano e riportarli alla luce. Sembrava facile, ma non era così. Anche perchè il passare del tempo aveva accentuato il mio convincimento che in quell’occasione fosse stato inferto uno sgarbo verso uno dei più importanti istituti scolastici pratesi, il “Dagomari”, a vantaggio di un altro che in linea di massima era dello stesso valore, ma che avrebbe potuto (e forse dovuto) avere un trattamento addirittura migliore senza metterlo in concorrenza ( e porre in contrapposizione i loro fruitori appartenenti alle diverse componenti ).
Come dicevo, ho avviato nel 2016, con un post del 10 settembre, raccontando quel che accadde, utilizzando una forma di metanarrazione. In quel tempo ero docente di materie letterarie in quell’Istituto (il “Dagomari”), ero stato eletto consigliere comunale con il PDS nella prima Giunta Mattei con un alto numero di voti (terzo dopo Roberto Rosati e Yuri Chechi), ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura della Federazione PDS di Prato: una serie di ruoli che mi coinvolgevano molto in modo diretto sulla questione “Dimensionamento” quanto al destino della mia scuola, all’interno di un ragionamento politico che coinvolse tutti i partecipanti della Commissione politica (ivi compresi quelli che ricoprivano incarichi amministrativi).
Essendo tuttavia trascorso molto tempo dai fatti (1998-2000) e dallo stesso avvio di una trascrizione non solo metanarrativa ho ravvisato l’esigenza di spiegare nuovamente il “senso” di questi miei post.
La sequenza di eventi drammatici connessi ai fenomeni pandemici del Covid19 ha posto in evidenza ulteriormente gli errori macroscopici commessi negli ultimi decenni, di cui quelli connessi alla “storia narrata e documentata” sono evidenti avvisaglie.
In questi giorni, durante i quali si chudono le operazioni scolastiche – con gli Esami di Stato – e si svolgono in modo più urgente i dibattiti su come riaprire nel prossimo settembre, sarebbe bene avere in mente quali siano stati gli errori che hanno inferto colpi mortali alla Scuola (sovraffollamento, ambienti inidonei, obsolescenza delle tecnologie, esaltazione della burocratizzazione del lavoro docente, inadeguamento didattico: solo per menzionarne alcuni così come mi vengono in mente ex abrupto). In realtà sono questi i problemi più gravi cui far fronte e non possono essere delegat le soluzioni – se non nel tempo ristretto dell’emergenza – ai Dirigenti scolastici.
Dunque, nel procedere a strutturare i “ricordi” nel recupero della “memoria” (che è una delle mie “mission” dichiarate espressamente in alcuni post), qui dispongo una ssrie di post dal titolo “I conti non tornano”. Non torna(va)no allora e questi altri conti, a noi contemporanei, sono qui a spiegare perché mai, oltre ai temi della Sanità (pubblica vs privata) e dell’Economia (pubblica vs privata) abbiamo da valorizzare innanzitutto la parte “pubblica” della Scuola.

Joshua Madalon

STATE BUONI SE POTETE, PER PIACERE – TUTTO TORNERA’ COME PRIMA PEGGIO DI PRIMA – “Se ti va bene a queste condizioni…diversamente la fila è lunga!”

STATE BUONI SE POTETE, PER PIACERE

TUTTO TORNERA’ COME PRIMA PEGGIO DI PRIMA

“Se ti va bene a queste condizioni…diversamente la fila è lunga!”

Non dirò nulla che non si sappia già.
Le condizioni erano che il lavoratore veniva assunto a part-time ma poi le ore di lavoro effettive diventano molte di più. Molte volte c’è un rapporto di subordinazione servile che induce lo stesso lavoratore a non denunciare questi abusi. In qualche caso, durante un controllo, addestrati a mentire resi consapevoli e preoccupati dalla carenza di posti di lavoro “normali” (legali), dichiarano semmai di essere appena arrivati. Fondamentalmente il ricatto è legato a questa cronica carenza di “lavoro” e quindi ad un diffuso bisogno di trovarne uno, anche se in parte o in tutto illegale. Questo è solo un esempio minimo; a volte l’operaio, nel controllo, dichiara di essere appena arrivato e di essersi disposto a “provare”; oppure in altri casi i datori di lavoro, durante le ore notturne, quando il timore di un controllo è ridotto, accelerano i ritmi delle operazioni. Indubbiamente la condizione del lavoro è a rischio di un ritorno al passato, a forme di schiavitù che avremmo voluto ormai tramontate. In alcuni settori, come quelli della ristorazione ed in particolare nei pub o comunque in localini dislocati nel centro delle città, dove si svolge la “movida”, non è raro imbattersi in rapporti di lavoro siffatti più o meno legali, a seconda del grado di onestà dei datori.
Chi dovrebbe controllare perchè a ciò preposto e delegato si dice molto spesso che non abbia strumenti e mezzi per poterlo fare in modo diffuso e questo, forse, è in gran parte vero. In qualche occasione, poi, sorge il dubbio che alcuni strumenti ed alcuni mezzi non vengano utilizzati di proposito; ed in questo caso ovviamente si può parlare di complicità. Ovviamente dovrebbe essere lo Stato a pretendere che le leggi vengano rispettate anche nella loro applicazione concreta: un maggiore e rigoroso controllo potrebbe comportare una migliore condizione sociale diffusa. Un “controllo” sociale potrebbe essere una delle soluzioni: chi svolge la sua attività onestamente dovrebbe essere il principale controllore. Chi rispetta le regole ne paga gli effetti mentre coloro che non le rispettano finiscono per nuocere principalmente ai primi ed intossicano il mercato. Per non parlare di quel che significa questa elusione (in qualche caso anche “evasione”) per le casse dello Stato nel suo complesso: ci si lamenta dell’esosità dello Stato, e a volte lo si fa per giustificare – a se stessi ma non solo – l’illegalità; tuttavia quello che accade è un generale abbassamento del tenore di vita generale ed impoverimento sociale.
Ho portato pochi esempi, ma voglio qui ricordare quel che scriveva l’altro giorno un mio amico di Facebook riportando un dialogo “illuminante” ascoltato in uno dei tanti bar eleganti della città
“… E allora gli ho spiegato a quei tre: prendete la cassa integrazione ma venite a lavorare e io vi pago a nero. Alla fine costate meno ma guadagnate di più”.
Forse era un artigiano, un industriale, non so, l’amico non lo specifica. Ma è indubbio che con questa gente, dopo l’emergenza, le cose andranno peggio, altro che “meglio”, altro che “andrà tutto bene!”. Non so se tra i commenti ci sia stato qualcuno che, illuminato, abbia segnalato che in questa particolare situazione, laddove ci fosse un controllo fatto bene, a venirne sanzionato – penalmente, fiscalmente e moralmente – non sarebbe soltanto il datore di lavoro ma anche l’operaio che avrebbe frodato lo Stato e nociuto gravemente anche ad altri più onesti e corretti di lui.

UN PROGETTO PER IL CINEMA -Prato 2 gennaio 1984 seconda parte (per la “prima” vedi 5 giugno)

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UN PROGETTO PER IL CINEMA Prato 2 gennaio 1984 seconda parte (per la “prima” vedi 5 giugno)

Lo “stato del Cinema”

Intendo soffermarmi, anche se solo brevemente, su alcune considerazioni di carattere teorico, che appaiono necessarie a delineare il quadro della nostra realtà e della nostra società entro il quale intendiamo agire per sviluppare le basi per un suo rinnovamento, per un suo miglioramento.
Personalmente ritengo che tutte le premesse teoriche possano servire a riempire molte pagine, ma siano inutili, vuote ed ipocrite senza un progetto serio di attuazione pratica che le sostenga: è inutile quindi affastellare argomenti su argomenti, citazioni su citazioni, è inutile ripetere le stesse idee, spesso le stesse frasi, ormai rese degli “slogan” pronti ad ogni uso, è inutil soffermarsi a far grandi, e quasi sempre uguali, valutazioni sullo “stato delle cose”, è inutile preconizzare mutamenti sociali in positivo senza offrire un progetto di cambiamento effettivo della realtà con la partecipazione attiva delle masse. E certamente, cerchiamo di capirci, quando scrivo “masse”, intendo non una massa di persone indistinte, ma un gruppo sempre più largo di persone coinvolte e a loro volta coinvolgenti, interessate ed interessanti, stimolate e stimolanti, che partecipino con pari dignità , con pari meriti e responsabilità alla gestione dell’Azienda.

Diversamente ci troveremmo di fronte ad un progetto che, pur prevedendo il contributo della gente, in effetti tende ad emarginarla, a renderla soggetto piatto e passivo solamente e privo, se non altro, di capacità analitica. Nello stesso momento, dunque, in cui mi accingo ad esprimere mie opinioni su questa nostra realtà, cerco di sintetizzare teoria e prassi dell’intervento che andiamo a compiere.

Ci troviamo di fronte ad una situazione, soprattutto quella italiana, per quanto riguarda il “cinema” e proviamo ad analizzarla. Questo settore attraversa uno stato di crisi che si trascina da anni ed ha una doppia natura: di idee e di spettatori. Se da una parte le due accezioni praticamente sintetizzano una situazione particolarmente drammatica, che si concretizza poi in una continua e sempre più irreversibile chiusura di sale cinematografiche, dall’altra un nuovo settore viene ad essere privilegiato, quello della televisione, canale di diffusione dei materiali filmici, scelto sempre più frequentemente dagli stessi produttori, come stanno ad attestare le recenti messe in onda de “Il Conte Tacchia”, “Il Marchese del Grillo”, “Il tempo delle mele”, quest’ultimo poi ritirato “in extremis” dalla casa di produzione francese GAUMONT.
Tutto questo si verifica in un contesto, più volte denunciato dalla nostra Associazione, che si caratterizza pr una assenza legislativa colpevole da parte di governi latitanti ed irresponsabili, che non riescono da una parte a costruire una legge sulla cinematografia che sia al passo dei tempi (ma l’iter di una qualsiasi legge di riforma nella nostra storia parlamentare ha raramente permesso di fornire una risposta adeguata ai bisogni reali della gente), dall’altra ad emanare nuove disposizioni che regolamentino l’attività delle televisioni private e che colpiscano duramente quei “network” che trasgrediscono le regolamentazioni preesistenti.

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IL RITORNO ALLA NORMALITA’

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IL RITORNO ALLA NORMALITA’

Mi ripeto: una delle peggiori “epidemie” che colpisce le nostre popolazioni si chiama “amnesia”. Ieri scrivevo che ci siamo inoltrati nel distanziamento abbandonando nel “cestino” del nostro cervello tutto quello che fino a quel momento ciascuno di noi aveva detto, scritto, fatto, pensato e praticato. Anche per questo, sento di essere un maledetto imperterrito insistente rompiscatole, continuo a praticare la memoria “critica” (quella di cui trattavo ieri che non ha soluzioni univoche). Durante questo lungo senza dubbio inedito inverno molti di noi si sono limitati negli spostamenti e lo hanno fatto quasi con piacere, costruendosi dei ritmi domestici che non consentissero di avvertire la mancanza di socialità. Molti, ma non tutti, anche perché una parte considerevole è stata posta in difficoltà sia per le risorse economiche di cui non disponevano ( ma qui il discorso diventa anche “politico” ed “antropologico” e vale la pena soffermarci su questo tema in uno dei prossimi post ) sia per gli spazi angusti in cui dovevano necessariamente muoversi.
Appartengo per fortuna al primo macro-gruppo: solo un lieve reflusso di ipocondria mi ha interessato. Ma era anche il frutto di una riflessione concreta. Da giovane sono stato ipocondriaco ma con l’età ho razionalizzato le paure e le ho superate con l’impegno costante nella Politica e nelle attività culturali. Pur tuttavia in quei giorni, nei primissimi giorni drammatici, ho avvertito qualche lieve diisturbo psicosomatico ma in defintiva ero angosciato da un problema concreto che mi tormentava: non poter essere tranquillo sul fatto che, di fronte ad un malessere reale non riferibile ai problemi pandemici (un ictus, una disfunzione cardiaca; insomma qualcosa di veramente serio), non ci potesse essere da parte del Servizio Sanitario pubblico una risposta rapida e perlomeno sufficiente.
In quel periodo non era neanche immaginabile di poter andare al Pronto Soccorso così come mi è capitato di poter fare all’inizio dell’unica patologia seria che mi è stata riconosciuta: in quell’occasione, ma sono passati quasi dieci anni, ebbi modo di apprezzare la professionalità complessiva del personale sanitario che, in un tempo ragionevolmente veloce, diagnosticò la mia ipertensione.
Ritornando al “prima”, ma rimanendo sul “tema”, vorrei ricordare che negli ultimi anni si è andato progressivamente riducendo il ruolo della Sanità pubblica a Prato ed in Toscana. Sono stati chiusi molti Distretti periferici e sono stati ridotti i posti letto nel nuovo Ospedale. Già prima che scoppiasse la pandemia c’era chi lamentava l’aumento esponenziale degli accessi al Pronto Soccorso ed in quelle occasioni si segnalava da parte delle Sinistre la sottovalutazione del ruolo della Sanità pubblica a favore di quella privata. Su questi temi occorre ritornare a denunciare e proporre.
Durante il periodo pandemico più duro per diversi motivi la Sanità pubblica è stata dominante ma l’attenzione maggiore era per i contagiati ed i malati Covid19. La Sanità privata ha provato ad inserirsi nel contesto ma lo ha fatto in modo maldestro, svelando la sopravvalutazione dei “propri” interessi: si dirà che ciò sia inevitabile in una società dove prevale la logica del “mercato”, ma bisognerebbe anche saperne limitare gli ambiti in momenti di emergenza.
Con il ritorno alla normalità risaltano nuovamente ed in modo più eclatante i difetti del tempo di “prima”. Come la questione dell’accesso al Pronto Soccorso, che in questi giorni è intasato da richieste a volte improprie e banali e mette in evidenza la “complessità” del fenomeno, dovuto essenzialmente alla mancanza ormai “cronica” di presidi di medicina territoriale e difficoltà che genera sfiducia nel rapporto con i medici di base. Questi ultimi finiscono per essere considerati come consiglieri trascrittori di ricette o poco più, anche per le restrizioni imposte dalla dirigenza regionale che li limita nel loro specifico lavoro.
Anche in Toscana, meno però che in altre Regioni più “operose” dal punto di vista manageriale (ivi compresi gli ambiti sanitari), il Covid19 ha posto in evidenza i limiti dell’azione politica, in questo caso, del Centrosinistra, che – fatte le debite distinzioni poco meno che “ideologiche” – non ha operato per valorizzare le funzioni pubbliche ma ha avvantaggiato – anche nascondendosi dietro le lungaggini delle pratiche burocratiche – di fatto il “privato”, anche se convenzionato.

Joshua Madalon

SONO UN SOSTENITORE DI QUESTO GOVERNO, MA SONO “CRITICO E DISPERATO”

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SONO UN SOSTENITORE DI QUESTO GOVERNO, MA SONO “CRITICO E DISPERATO”

Mia cara amica, ho un Blog.
A cosa serve un Blog?
Scrivo quello che serve per me; innanzitutto per esprimere i miei dubbi e le mie perplessità, che molto spesso non collimano con le certezze di altri.
I social sono fatti così: di norma c’è un dibattito assertivo, mai dubitativo; ne utilizzo qualcuno, in primo luogo quel Facebook dove ci incrociamo.
Ad ogni modo, sono stato sempre così, forse (lo vedi, utilizzo sempre queste forme che tradiscono incertezza), forse sono fatto “male”: di sicuro non mi sono mai sentito “perfetto” e continuo a costruire la mia esistenza.
Ho 74 anni; possono dirmi “vecchio”, ho molte rughe, ma non ho mai abbandonato la mia indole di ricercatore di verità, ma non di una sola ed assoluta.
Spesso ciò mi fa litigare con le persone che mi sono più vicine: e sì! perché di fronte alle asserzioni definitive io contrappongo il dubbio, l’invito ad osservare le altre forme della medaglia, che non ha solo sempre una o due facce. Possono essere tante di più ed io già da ragazzo non ho atteso filosofi o scrittori, professori o scienziati che mi insegnassero la complessità caleidoscopica della realtà, della verità.
Ed ho cominciato molto presto a mettere in dubbio i dogmi religiosi ed ideologici, ne ho sofferto ed ho cercato progressivamente di trovare una strada unica che mi facesse sentire amante ed amato.
Ma finora non è stato possibile: mi comporto come un eterno indeciso che non riesce a cogliere aspetti definiti. In realtà intorno a me ho trovato progressivamente una congerie di persone che “sanno” tutto quello che “é”, che non hanno dubbi, ma che neanche ammettono che uno o più altri ne abbiano. Per carità, però, non si creda che io non abbia mai deciso! E’ che quando l’ho fatto, quando lo faccio e lo farò avrò sempre presente che “un’altra strada era possibile” e che non è mai detto che la migliore sia quella intrapresa. E infatti molto spesso mi capita di dire la “mia” giusto perché qualcun altro sappia quel che penso e non mi scandalizzo mica se qualcuno dissente; ciò che mi dà noia è che ad altri rispetto alla “loro” non sentano la necessità di allargare gli orizzonti e chiedersi, perlomeno chiederselo, se sia o meno giusta corretta onesta l’idea degli altri.
Quanto al Governo, ho detto che ne sono un sostenitore: ovviamente “critico” e disperato. Quest’ultima condizione è collegata al fatto che non posso fare altro che sostenere “questo” Governo perché non ve ne sono altri possibili ed attualmente quelli che si potrebbero proporre come alternativi sono pessimi, incapaci più di quanto possano immaginare gli stessi loro supporter.

Mia cara, siamo nei guai.
Ma probabilmente molti continuano a soffrire di una profonda amnesia. La società italiana non era messa davvero bene prima che la pandemia ci colpisse. Lo stesso quadro politico viveva profonde contraddizioni (si pensi solo ai due Governi di questa legislatura) ed il mondo economico piccolo medio grande era in affanno. La nascita del Governo M5S PD e pochi altri non è stata certamente dovuta al Covid19 e dunque questo Esecutivo non era assolutamente pronto a fronteggiare la crisi. Anche in altri “paesi”, alcuni più ricchi del nostro come la Germania, non è stato semplice. Se dovessi assegnare un voto al Governo non andrei oltre la sufficienza; ma il Paese non può accontentarsi di un “sei”, ha bisogno di più e questo Governo non è in grado di andare più in là, condizionato da troppo tempo da poteri finanziari fortissimi che da sempre hanno bloccato le Riforme, anche perché fino a quando il Paese non si dota di regole rigorose possono fare man bassa anche dei grandi risparmi accantonati dalle famiglie italiane negli ultimi decenni.
Ecco, dunque, questo, mia cara, è il mio Blog. Intervengo poco in modo diretto su Facebook con dei “post” che necessitano di “sintesi”. E nella “sintesi” spesso c’è l’ambiguità. Alla prossima occasione!

Joshua Madalon

UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quarta parte (per la terza parte vedi 4 giugno)

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UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – quarta parte (per la terza parte vedi 4 giugno)

Quanto ad ARCI Media credo che occorrerebbe andare ad un dibattito culturale interno più ampio possibile per evitare di disperdere il bagaglio di esperienze accumulato e soprattutto per garantire una continuità nell’attività centrale e decentrata, laddove questa ha avuto un ruolo positivo nel coordinamento nell’ambito dei “media”, e riuscire ad utilizzare al meglio le forze individuali che hanno contribuito alla creazione ed al successo di questa struttura sul piano dell’organizzazione culturale, attraverso le sue proposte.
Sul piano dell’informazione squisitamente culturale è importante organizzare altresì un giro di notizie ad uso interno sull’attività dei Territoriali nel settore cinema e video ed è giusto che siano sensibilizzati gli stessi Comitati ad operare in tal senso (qualcuno già lo fa), così come sembra opportuno procedere ad un inventario, anche se a partecipazione volontaria ed anche questo ad uso interno, del materiale audiovisivo disponibile nell’ambito dell’Associazione e fra i nostri associati, allo scopo di utilizzarlo in iniziative di studio. E’ inoltre di estrema importanza andare ad una precisazione di rapporti con l’Ufficio Cinema del Dipartimento Istruzione e Cultura della Regione Toscana, cercando di capire in maniera più precisa quali siano gli orientamenti e le linee che saranno attuate all’indomani della Conferenza Regionale e a questo punto formulando nostre proposte in merito agli interventi in materia di circuito d’essai e di mini multi sale. Così anche con la Mediateca Regionale occorrerà far pesare la nostra forza di Associazione maggiormente presente sul territorio, aprendo un rapporto su basi nuove nel quale le nostre scelte siano maggiormente prese in considerazione ed offrendo noi un contributo alla soluzione di alcune apparenti ambiguità di fondo presenti nell’attuale politica culturale della Mediateca, rivendicando un più forte e costante confronto con l’Associazionismo sulle scelte, che fino a questo momento sembrano escluderlo ed anche, in qualche caso, mortificarlo.
Ma passiamo al “programma” di attività culturali nel corso della cui esposizione ritorneremo di volta in volta a sottolineare anche quelle linee di politica culturale necessarie alla conduzione dell’Unione. Si è pensato di dividere il programma in quattro punti:
a) Alfabetizzazione e formazione;
b) Rassegne;
c) Convegno sale video;
d) Strutture

a) Il problema dell’alfabetizzazione e della formazione è di primaria importanza, innanzitutto perchè in questo settore noi siamo ancora troppo scoperti ed occorre invece investire soprattutto per il futuro. La scuola, prima di tutto, ma poi anche altri settori della società, nell’ambito dei progetti di educazione permanente, devono essere i nostri principali potenziali fruitori; dovremo perciò presentare delle proposte alle istituzioni scolastiche (istituti, distretti, provveditorati) ed agli Enti locali attraverso tutti i nostri Comitati Territoriali “in primo luogo”, ai quali andrà affidata la loro organizzazione definitiva, a meno che non sia utile agire diversamente, ma sempre in accordo con i dirigenti locali. Nel corso delle mie visite ai Comitati ho potuto verificare che intorno a questo settore permangono pigrizie e disinteresse, soprattutto incapacità e scarsa fiducia, una sottovalutazione, verso questo tipo di attività, e la maggior parte dei Comitati vi è intervenuta episodicamente con programmazioni su richiesta (cioè una serie di film chiesti espressamente da qualche volenteroso maestro o docente senza un nostro specifico apporto culturale, senza un nostro preciso progetto).
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