Joris_Ivens

3. CINEMA – storia minima fine anni Venti seconda parte (per la prima vedi 17 luglio)

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CINEMA – storia minima fine anni Venti seconda parte (per la prima vedi 17 luglio)

Sempre in quel 1927 René Clair, dopo una serie di film a metà tra la sperimentazione e la “commedia”, con “Paris qui dort” (1925), sceglie il secondo genere con un divertente “vaudeville”, nel quale non manca di sottolineare il confromismo e l’ipocrisia tipica della borghesia, “Un cappello di paglia di Firenze”.

Nel 1928 lo stesso Clair continuerà su quella linea con “I due timidi”, gustosissimo vaudeville dal ritmo frenetico naturalmente musicale, mentre Jean Renoir proseguirà il suo fertile sodalizio con Catherine Hessling ne “La piccola fiammiferaia” da Hans Christian Andersen, nella quale la compagna di Renoir contribuirà a rendere poetica l’atmosfera suscitata dalla sensibilità artistica del regista, impegnato in un soggetto che non sembra potergli appartenere.

Il 1928 è anche l’anno dell’esordio cinematografico di uno dei più grandi autori documentaristi (abbiamo già accennato ad altri, come Flaherty, Ruttmann, Vertov): si tratta di Joris Ivens che con pochi tratti registra i movimenti di un ponte sul Maas a Rotterdam. Il film è “De Brug”. In realtà Ivens aveva cominciato sin da ragazzo ed a soli 13 anni nel 1911 aveva girato un corto che ha del miracoloso per l’uso della tecnica. Questo filmato, “De Wigwam” – considerato perduto fino a poco tempo fa – è stato recuperato e riesce a mostrarci la famiglia di Ivens e lui stesso con un giochino di aggiunte e sottrazioni davvero pregevole.

Negli Stati Uniti King Vidor, già affermato, gira sia “La folla” che “Show people” mettendo a nudo, in modo anticonformista, alcuni aspetti della società americana, come lo stesso show business cui è inevitabilmente collegato. In quello stesso anno, Chaplin realizza l’epopea de “Il Circo”, Buster Keaton gira uno dei suoi film più divertenti, “IO e il ciclone” mentre Eric von Stroheim presenta “Sinfonia nuziale”, un film che risulta riferibile alla decadenza della sua Vienna e dell’intero Impero asburgico.

In Germania, dopo il grande sforzo non accompagnato tuttavia dal successo che aveva meritato con “Metropolis”, Fritz Lang gira “L’inafferrabile” ritornando sui temi più tipicamente espressionisti, collegati alla descrizione di personaggi malefici, veri e propri geni del male, come “Mabuse”.
Ormai siamo alla fine degli anni Venti ed in Italia non ci saranno grandi film cui riferirsi se non l’opera di esordio di Alessandro Blasetti, “Sole”, che affronta in modo indiretto il tema della bonifica delle paludi pontine. C’è un’aria di stanchezza ed una chiara carenza di ispirazione. Non così accadrà per la Germania che, con Georg W. Pabst, vedrà nascere anche il mito divistico di Louise Brooks, attrice statunitense che aveva deciso di lasciare il suo paese, dove i film si avviavano verso il “sonoro”. Il film in oggetto era “Il vaso di Pandora” o “Lulù” dal nome del personaggio principale della storia narrata. Nello stesso anno, il 1929, sempre Pabst e sempre Luoise Brooks daranno vita ad un nuovo film, altrettanto scabroso anche nello stesso titolo, “Diario di una donna perduta”.

In Unione Sovietica sempre nel 1929 esce “L’uomo con la macchina da presa” , fondamentale pietra miliare della cinematografia d’avanguardia. Un film che solo apparentemente è un documentario, mentre svolge e mette in pratica anni ed anni di teorie in modo straordinariamente spettacolare.

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