XI. UN MIO AMPIO INTERVENTO (vedi 27 luglio)

XI. UN MIO AMPIO INTERVENTO (vedi 27 luglio)
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

…fine parte 11….

UN PROGETTO PER IL CINEMA parte 5 (per la parte 4 vedi 24 luglio)

UN PROGETTO PER IL CINEMA parte 5 (per la parte 4 vedi 24 luglio)

Se si pensa che fra qualche anno Prato diverrà provincia ed oggi (ndt. Siamo nei primi giorni del 1984) si discute ancora (ma lo si fa davvero?!?) se aderre o meno ad una “proposta” di rivista culturale, l’argomento viene “snobbato”, se ne sminuisce la portata, non se ne vuole tener conto, si lascia che cada nel dimenticatoio o al massimo con argomentazioni scarsamente convincenti ed altrettanti colpevoli silenzi. E’ solo un aspetto di questo “scanario” che trovo di fronte, tremendamente “provinciale”. Se si pensa all’esistenza di un’ARCI in positiva crescita, finanziariamente florida ed in grado di autogestirsi, che però non riesce ad occupare “realmente” quel ruolo politico di protagonista nella trasformazione e nel rinnovamento della società, con il rischio, grave sotto l’aspetto politico, di essere protagonista nella conservazione, si ha anche la risposta ad alcuni dei quesiti drammatici ed allarmanti posti da qualche compagno nel corso di quei dibattiti pre congressuali di fronte ad un documento – quello dei “Temi” – che non offre, con la volontà dichiarata di costituire una “traccia che dovrà arricchirsi”, con la promessa di voler garantire a tutti coloro che interverranno nel corso del dibattito una positiva maggiore libertà, progetti, orientamenti, obiettivi concreti, mentre sarebbe importante per un gruppo dirigente che si rispetti il prospettare in maniera molto più ampia e precisa come la pensi e quali risposte dare alla crisi complessiva della nostra società, quale ruolo assumere per controbattere più efficacemente possibile l’inaridirsi dei rapporti sociali, senza abbandonarsi alla mera spesso arida gestione dell’esistente. Non può bastare la sintesi degli interventi, spesso molto pochi e poco articolati, per compilare poi un eventuale documento programmatico conclusivo del Congresso; ma occorre essere effettivi “dirigenti”, non solo accettando le critiche, e valutandole, soppesandole, valorizzandole, ma offrendo già in partenza un’analisi meno indulgente verso lo stato attuale delle cose, impietosa verso la nostra realtà, anche quando questa ci ha coinvolto e ci coinvolge direttamente. Occorre prospettare anche un miglioramento della gestione politica, la quale non può essere limitata ad interventi disorganici – anche se corretti formalmente – sulla pace, sui problemi sociali, sulla cultura, sull’economia solo per mantenere una semplice dignità di facciata: occorre agire invece nel profondo di questa società e , per far questo, è necessario molto spesso guardare al di là della pura e semplice produttività finanziaria, che finisce quasi sempre per “mettere il cappello” su tutto ed in questo modo diventare prevalente. Di questa esigenza io trovo coscienza nelle parole di alcuni dirigenti, ma non ho ancora la certezza che a quelle corrispondano dei fatti veri, non “chiacchiere” giusto per coprirsi, e corrispondano delle convinzioni acquisite, non fosse altro che sul piano teorico.
Chiudo questa parte “de doléance”, riflettendo su come questa ARCI di Prato mi appaia come quelle famiglie “borghesi” arricchitesi recentemente ( non è forse uno degli aspetti delle realtà del modello di società che noi osteggiamo? ) che, inserite nell’ingranaggio del benessere acquisito “tout de bout”, non sanno nè possono tanto meno tornare indietro senza rinunciare a quei benefici onestamente e con fatica e sacrificio acquisiti; e, nel frattempo, hanno perso i contatti con i vecchi buoni amici – quelli che non sono riusciti a salire nel gradino dei ceti sociali – e non riescono ad amministrare i loro affetti ed i loro stessi sentimenti, smarriscono il senso della misura, non curano il rapporto con i figliuoli, cui non rimane che seguire, oltre alle orme dei padri si intende – ma in maniera spesso più spocchiosa, intrigante e provocatoria a causa della base di partenza più favorevole – la strada dell’abulia e della negazione dell’essere, quella della “nausea” e della rinuncia. Forse siamo ancora in tempo per cambiare (o perlomeno per tentare di capire!).

…5….

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte quarta (per parte 3 vedi 18 luglio)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte quarta (per parte 3 vedi 18 luglio)

Alla mail di Alberto Rocca risposi immediatamente.
“Carissimo Alberto, ti sarai reso conto che nel corso dell’ultimo anno l’attività del Comitato è dipeso essenzialmente dall’attivismo “volontario e libero” di alcuni (pochissimi) di noi. Non solo il numero dei cosidetti volenterosi è diminuito ma anche i partecipanti sono sempre stati gli stessi, più o meno, ad esaurimento progressivo. Allo stesso tempo donne e giovani non si sono avvicinati al nostro Comitato; innanzitutto, credo, perchè non esiste un modo per farlo se non quello della chiamata diretta di qualche giovane che conosciamo, te, io e qualcun altro tra noi; e poi perchè non abbiamo una nostra specifica identità se non quella che ciascuno di noi ha preteso in modo poco più che autoreferente di darsi. A mio parer, poi, un Comitato come il nostro è una vera e propria benedizione per le attuali forze politiche, riottose a rimettere in gioco ed in discussione i loro “valori” (ma forse sarebbe meglio essere meno ipocriti e parlare di “rendite di posizione”): a Prato ma anche a Firenze i DS stanno addirittura affrontando piani di acquisto di “vecchie” (a Prato in via Frascati, dove potrebbero ancora sentirsi i “fumi” del vecchio Partito Comunista) e nuove sedi, senza porsi neanche un momento il problema della Casa Comune di un futuro, i più informati sostengono giustamente come “prossimo”, Partito Democratico. La mia iniziativa dopo qualche mese di insofferenza va nella direzione di un chiarimento nostro ma anche di una scelta strategica che preveda la costituzione di un (utilizzo anche io il grassetto) organismo agile aperto, essenziale, a termine, con l’obiettivo di agire sul nostro territorio come stimolo per le forze politiche, come catalizzatore delle “buone e positive azioni democratiche” affinché il nuovo soggetto che nasce non mantenga dentro di sè tutti gli aspetti negativi che sono evidenziati nei Partiti che ne dovranno far parte.
La mia iniziativa è collegata anche alla ricerca di un senso, che in questo periodo ho smarrito, del mio impegno all’interno del Comitato che, confermo, avverto come profondamente svuotato, se vuoi – come tu mi scrivi – “fluido” come quei torrenti (la figura la ricavo per l’appunto dalla tua mail) che a volte “si svuotano” e si perdono nei meandri del nulla. Quel che provo io non è solo elemento personale ma anche sensazione diffusa in quanti incontro di tanto in tanto ed esprimono il loro pensiero, le loro preoccupazioni. Ecco, dunque: se la direzione che verrà presa sarà quella di continuare ad essere aerei o fluidi non ci sto; aderirò personalmente a qualche organismo che si batte per gli stessi obiettivi per cui ho lavorato finora: non importa come esso si chiami. Ti faccio presente che l’adesione ad un Partito non si fa certo per fede ma per la profonda convinzione che quel Partito operi per realizzare gli obiettivi ideali cui ciascuno di noi è legato e crede.
Sono tuttavia ancora convinto che questa necessità di mettere in piedi un processo che chiaramente renda maggiormente ed ampiamente visibile il nostro impegno sia elemento che accomuna la maggior parte di noi; qualsiasi passo in avanti, come la costruzione di un sito, sarebbe inutile se non ci fosse un gruppo, riconoscibile, aperto e disponibile ai contributi di altri, meglio se tanti, che ci lavora, che organizza, che si raccorda con realtà esterne e cittadine, che si colloca come chiaro punto di riferimento “collettivo” per la costruzione di un Partito Democratico, che manifesti inequivocabili segni di discontinuità rispetto al quadro attuale.

…..continua mia mail di risposta ad Alberto nel blocco 5……