Una grande sfiducia verso la classe politica, verso le forze politiche ed i suoi rappresentanti: Parte 2(per la parte introduttiva vedi 5 settembre)

Una grande sfiducia verso la classe politica, verso le forze politiche ed i suoi rappresentanti: Parte 2 (per la parte introduttiva vedi 5 settembre)

Tutto concluso: macchè! Una parte dei parlamentari, 71 sottoscrittori – 7 in piu’ di quanto fosse sufficiente – hanno depositato in Cassazione la loro richiesta di rimettere al giudizio dell’elettorato la proposta di legge costituzionale. Legittima ma ovviamente strumentale ed incoerente, visto che molti degli stessi firmatari aveva obbedito pedissequamente (ciò è ovvio dato il repentino “pentimento”) alle indicazioni dei Partiti in occasione delle diverse fasi (non una sola) in cui si è suddiviso il trattamento di tali modifiche.
Chi ha ovviamente messo in moto il meccanismo referendario appartiene alla classe politica di primissimo livello che avverte il rischio di non essere ricandidata, quella parte che è stata chiamata “casta”, riferendo tale appellativo alla loro, presunta ma accreditata dai fatti, intangibilità. Quella parte che propendendo per il No alla riconferma di quel testo che in modo definitivo con Legge costituzionale ha ridotto il numero dei parlamentari, sta operando allo scopo di mantenerlo nella sua attuale quantità.
Come si può avere fiducia in questi personaggi che prima approvano un testo ed una scelta e poi si avviano a proporne la negazione? La richiesta in Cassazione di poter rivedere tale decisione non è stata contrastata nemmeno un po’ dagli apparati politici di riferimento dei singoli proponenti. In realtà ciò viene autorizzato in modo ipocrita, giustificandosi con una volontà di rendere maggiormente democratica la riduzione dei parlamentari, senza peraltro tener conto che è nella volontà degli elettori, quella espressa attraverso sondaggi, che hanno più volte confermato la preponderanza del SI: anche i più recenti, quelli ultimi a ridosso della consultazione, che tuttavia vedono un calo del SI, dovuto quasi certamente alla sequela di enunciazioni sui gravi pericoli che la Democrazia, con questo attentato alla Costituzione, va correndo. E’ indubbio che le scelte non vanno fatte in modo tranchant – con un semplice SI o con un altrettanto banale NO – e che occorre di conseguenza modificare alcune parti della legislazione in tema di diffusione della Democrazia, espandendola però sui territori e riportandola da questi verso il luogo centrale deputato alle decisioni legislative.
Gli stessi personaggi politici – e civici – che spingono per un NO vanno operando in modo drastico e drammatizzante come se si dovesse trattare di una battaglia finale sui temi delle libertà costituzionali: da una parte sconfessano se stessi e dall’altra non assegnano alcuna fiducia su coloro che dovranno in ogni modo – qualsiasi sia il risultato della consultazione – mettere mano ai meccanismi “democratici” necessari a far funzionare la riforma base. Ci si richiama al dettato costituzionale lanciando apertamente timori sulla tenuta democratica del Paese, ben sapendo (non fosse così, sarebbe ben molto grave) che i “pilastri” della Carta sono immodificabili. Facendo questo, gettano discredito su se stessi, confermando il degrado purtroppo “naturale” del mondo politico, che mette in luce il bassissimo livello culturale dei suoi rappresentanti, alcuni dei quali si scagliano contro i sostenitori del SI (ancor più quando appartenenti al coacervo – vero o presunto – dei propri sostenitori) apostrofandoli come traditori.
Ancor più grave per l’appunto, è la colpa – a detta di costoro – di chi, essendo di Sinistra, afferma di voler votare “consapevolmente” a favore della riduzione del numero dei rappresentanti parlamentari. Si arriva a considerarli fuori da quei consessi ideologici, all’interno di una pura ed ormai superata – nella realtà quotidiana – barriera tra i vecchi schemi.

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Pubblico questo post appena chiuse le operazioni di voto.

Pubblico questo post appena chiuse le operazioni di voto.

Ad urne chiuse e mentre le operazioni di voto sono ancora in corso provo a costruire delle previsioni, e sarò forse anche molto severo.

Facciamo il punto: ho votato intorno alle sette e mezza di ieri domenica 20 settembre. Ora dirò come ho votato per il Referendum; non dirò cosa ho votato per la Regione Toscana.

Per quest’ultimo tema scrivo che, nel caso in cui si dovesse andare al “ballottaggio” tra Centrosinistra (Giani) e Centrodestra (Ceccardi) sceglierò tra tre opzioni: 1) non andare al seggio (visto il periodo, forse “non andrò al mare”); 2) votare scheda bianca; 3) annullare con una chiara attestazione la scheda con “Questo o quella per me pari sono”.
Come ho da tempo anticipato confermo di aver votato SI per la riconferma della riduzione numerica dei parlamentari. Sono sempre più convinto che, solo se la legge costituzionale approvata dal Senato della Repubblica, in seconda votazione, con la maggioranza assoluta dei suoi componenti, nella seduta dell’11 luglio 2019, e dalla Camera dei deputati, in seconda votazione, con la maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, nella seduta dell’8 ottobre 2019, verrà confermata potremo procedere per una Riforma complessiva pienamente rispondente ai valori fondamentali della nostra Carta costituzionale. Potremo intervenire per creare un humus virtuoso diffuso sui territori, allo scopo di allargare i processi partecipativi non in maniera “fittizia” come è adesso. Chi è contrario a questa riduzione non ha veramente a cuore i processi partecipativi. Chi vuole che vi sia una Democrazia rappresentativa più forte – come sostengono gli assertori del NO – dovrebbe comprendere che è insostenibile il mantenimento di un apparato unico centralizzato così come è oggi previsto e dovrebbe aver ben compreso che è solo come correttivo alla riduzione che si potrà più fortemente richiedere che siano riconosciuti istituzionalmente rappresentanti dei territori per la costruzione di una vera Politica partecipata. Chi ha sostenuto e sostiene che non sia di Sinistra colui che vota SI o mente sapendo di mentire oppure, obnubilato dagli deologismi, non si è nemmeno reso conto che – laddove prevalesse il NO – sarebbe opera di una massiccia adesione delle Destre, le peggiori fin qui provate nel periodo “democratico”. E non finisce qui! Poichè la proposta per il SI è partita dalle due principali forze politiche che formano l’attuale assetto governativo (M5S e PD) laddove il “popolo” rigettasse la proposta con la prevalenza del NO sarebbe logico aspettarsi le immediate dimissioni dell’attuale Governo con tutte le conseguenze del caso in un periodo così delicato per la storia del nostro Paese. Bella operazione avrebbero fatto coloro che si reputano esclusivi detentori del pensiero di SINISTRA.
Quanto al Partito Democratico la cui Direzione ha dato il via libera al SI con 188 favorevoli, 13 contrari, 8 astenuti ( 11 non hanno partecipato al voto ) a me è parso un gesto doveroso ma affine al vituperabile perenne inossidabile “teatrino” della Politica, che sarebbe da riformare ed è purtroppo irriformabile. Dico questo, perché il “via libera” non è servito a nulla, visto che in tantissimi membri dell’apparato partitico si sono straimpegnati per il “NO”, impegnandosi ventre a terra per il rigetto della proposta referendaria, trincerandosi dietro un “voto di coscienza” in dissenso. Passasse il NO (lo dico agli amici del PD zingarettiano) l’intera Direzione dovrebbe rassegnare le dimissioni.
Concludo questo post riservando un pensiero alla Sinistra, quella che ritiene di essere l’unica depositaria della Verità. Quella che dopo aver attaccato la candidatura del rappresentante del Centrosinistra si ritroverebbe a votare per lui in un possibile ballottaggio. Tale gesto è legato alla frequente resipiscenza della Sinistra che la porta a votare quello che si definisce “il meno peggio” (Giani). Se fossi in lui mi sarei già offeso; ma – lo si sa da tempo – i politici di professione (e non solo quelli) hanno il pelo sopra il cuore e se ne strafregano. Io, di Sinistra, che ho votato SI ho detto quel che farei nel ballottaggio. Trovo per ora superfluo dire di più.

Giuseppe Maddaluno

Era il 25 luglio, e non si dica che non avevamo – da tempo, da molto più tempo – segnalato che l’emergenza “Scuola” era “primaria” quasi come quella della “Sanità”

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Era il 25 luglio, e non si dica che non avevamo – da tempo, da molto più tempo – segnalato che l’emergenza “Scuola” era “primaria” quasi come quella della “Sanità”

E non si dica che lo avevamo fatto in modo strumentale, non “amichevole”.

Abbiamo amato la Scuola; abbiamo dedicato ad essa gran parte della nostra vita e ne conosciamo gli aspetti eternamente emergenziali. Potremmo essere tacciati di scarsa fiducia verso le nuove generazioni, cui appartiene la Ministra Azzolina; e vogliamo correre anche questo rischio. Pur tuttavia l’ansia tutta politica (con i suoi aspetti peggiori, deleteri, non costruttivi) di voler apparire “super” competenti ha giocato e continua a giocare brutti scherzi. Se si sarà in grado di trarre la giusta lezione da questa parte minima di “Storia” forse accenderemo un lumicino di speranza. Anche se siamo sempre meno ottimisti in quella direzione. Abbiamo segnalato che – anche dal punto di vista “politico” – sarebbe stato utile e giusto addossare gran parte delle responsabilità ai precedenti Governi di Centrodestra e Centrosinistra ma si è voluti apparire troppo “signori” in quella direzione. Non sarebbe bastato, ma avrebbe consentito anche di dare uno sguardo giustamente ed equilibratamente “critico” per portare a soluzione i problemi, lentamente ma con determinazione. La mancanza di spazi, la carenza strutturale e di arredi, la difficoltà di gestione del reclutamento, l’assenza di interventi economici a sostegno del personale scolastico si sta rivelando un’emergenza nell’emergenza, mettendo a rischio la fruizione di diritti fondamentali e ponendo in difficoltà lo stesso intero Governo.

E non si dica, per l’appunto che in tanti non si sia evidenziato questo pericolo in un periodo in cui chi si occupava di quel settore a livello governativo ed a livello politico ed amministrativo nelle sedi comunali e provinciali aveva davanti a sé mesi di tempo per programmare e portare a soluzione le tante urgenze, facendo tesoro dei problemi degli anni precedenti, quelli – per così dire – “normali”.

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25 luglio
ancora sulle politiche scolastiche abborracciate

Avevo percepito tra alcuni docenti il gradimento nei confronti del Ministro della Pubblica Istruzione del Governo Giallo-Rosso, Azzolina. Mi sorprendeva questo endorsement soprattutto da parte di docenti notoriamente iper democratici, per capirci bene “assolutamente e risolutamente di Sinistra”. Lo trovavo strano anche perché quasi sempre la contrapposizione da parte di questi colleghi era apparsa tale a prescindere dalla collocazione partitica dei Ministri in carica. Indubbiamente mi sono sentito spesso in linea con alcune critiche verso Ministri come la Gelmini o la Moratti rappresentanti della Destra ma non mi erano affatto piaciute nè la Carrozza nè la Giannini rappresentanti del Centrosinistra. Non credo che sia stata l’appartenenza nè alla parte politica nè tantomeno al “genere” che mi hanno fatto apprezzare Ministri come Berlinguer, come De Mauro e, negli ultimi tempi, lo stesso Fioramonti.
Eccolo, il Fioramonti. Sarebbe utile che la signora Ministra Azzolina, verso cui la critica da me rivolta ha degli elementi ben fondati (esposti in un post molto recente) legati alla incapacità di sviluppare una “memoria storica” adeguata alla necessità di attribuire le giuste responsabilità del disastro epocale cui stanno spingendo il nostro mondo della scuola, spieghi a se stessa ed a tutti noi le ragioni dell’astio, del fastidio profondo che esprime ogni qualvolta sente il nome del suo predecessore, proprio quel Fioramonti verso il quale mi sono sopra espresso positivamente. Non lo capisco, anche perchè il Fioramonti aveva denunciato il degrado del settore, una situazione molto complessa che aveva bisogno di interventi massicci, speciali, ben prima dell’arrivo del Covid19 e dei problemi che con esso si sono acuiti ulteriormente.
La Azzolina sta dimostrando di essere molto più vicina a rappresentare quelle forme di autocelebrazione, a partire dalle pretese competenze, peraltro (non scherziamoci su troppo!) di una “dilettante alle prime armi”, di esperienza ben difficile da essere credibile, molto più assimilabile a quelle di Ministre come la Moratti o la Gelmini, assai lontane da quelle di Ministri come Berlinguer o Di Mauro. Insomma, dimostri l’umiltà “vera” reale, di essere in grado di affrontare le emergenze, riconoscendo i suoi limiti culturali, storici. Basterebbe intanto far riferimento alla forza politica cui appartiene, quel Movimento 5 Stelle che ha fondato la sua forza sulla critica non sempre puntuale ma in ogni caso in grado di coinvolgere le masse e che è cresciuta essenzialmente sulla critica all’establishment consolidato. Uno dei motivi principali della disaffezione progressiva dell’elettorato verso quel Movimento, evidenziata dai frequenti sondaggi, è proprio l’abbandono – altrettanto progressivo – della opposizione alla politica di mestiere che i suoi Ministri stanno praticando. In realtà, l’Azzolina sta ogni giorno di più mettendo in mostra una modalità molto vecchia – non di certo alternativa – di far Politica. Questa omologazione sta producendo disastri, facendo crescere il consenso a favore delle Destre, che in realtà senza troppa fatica acquistano forza, nel mentre si riducono proprio quelli del Movimento 5 Stelle.
Questa mia attenzione verso il Ministero della Pubblica Istruzione è legata essenzialmente al ruolo che assegno a quel dicastero, che si occupa di costruire il futuro, il nostro e soprattutto quello dei nostri figli e dei nostri nipoti. Ne parleremo? Sì, certo, ne riparleremo.

Joshua Madalon

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 9 (per la parte 8 vedi 4 settembre)

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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 9

….Ci si può anche candidare ad essere punto centrale e terminale di tutte queste esigenze che, purificate dall’avventurismo, dal provincialismo e dal volontarismo esasperato, potrebbero essere ricondotte ad unità sotto la nostra sigla. Ma, compagni, ora come ora, occorre o uno sforzo di fantasia o un pizzico di intelligenza e di spregiudicatezza mista a conoscenza e professionalità oppure, ma senza escludere niente di quanto prima ho detto, qualche giovane in più che “lavori” concretamente su questo progetto e vi assicuro che scrivere e parlare è molto facile, il difficile è “fare”.
Queste le “assenze”, i vuoti che vanno colmati. Se si pensa di farlo, non basta l’impegno fin qui profuso; se si pensa di non farlo, ci siamo dette tante bugie, abbiamo parlato, e sognato, a lungo invano.

Le “presenze”

Poichè, nell’elaborare questa traccia, ho messo in evidenza la mia preferenza per un intervento di “massima, ritengo di dover aggiungere a queste considerazioni una parte più propriamente pratica con un elenco di “necessità funzionali”, di “operatori necessari” e di “presenze” che in parte già sono state poste in evidenza. Accanto alle “assenze” pongo, quindi, delle “presenze”; esse sono, a parer mio, almeno tre e le elenco velocemente: 1) Il Circolo “MOVIES” ed il suo nucleo dirigente fondatore con il suo progetto, peraltro in via di formazione; 2) Una esigenza fondamentalmente attiva e stimolante da parte del pubblico; 3) Una pressante richiesta, pur se molto spesso non formalizzata concretamente, ed un interesse sempre più ampio della scuola nei confronti delle nuove tecnologie e del Cinema, in generale.

Il gruppo dirigente: quello che c’è
Il grupo dirigente del Circolo, quello funzionale, secondo me, non esiste ancora (o, se esiste, è insufficiente a reggere il progetto di “massima”), in quanto su circa nove elementi che lo compongono sulla carta, solo due potrebbero garantire di impegnarsi sul progetto e non sono sufficienti; tre altri compagni potrebbero, comunque, garantire un impegno, ma sono già oberati di lavoro nell’organizzazione del complesso; sui rimanenti quattro non me la sento di pronunciarmi a pieno, in quanto, secondo alcuni, non offrirebbero – essendone consapevoli – sufficienti garanzie di un impegno continuativo, ed io d’altra parte, anche nel rispetto delle loro consapevolezze, conoscendoli molto poco non azzardo giudizi negativi: anzi!

Professionalità e volontariato
E’ proprio partendo da questo dato “oggettivo” che io ho iniziato a porre delle serie difficoltà ed ho avanzato continue perplessità sulla possibilità di realizzare, in queste condizioni, il progetto in cui intendiamo imbarcarci. Devo dire purtroppo che non ho ricevuto ancora risposte convincenti e che il mio atteggiamento naturalmente è sul guardingo e di riflesso non è incondizionato. Tra l’altro, poco si addicono i discorsi di alcuni compagni che parlano di “professionalità” e di “imprenditorialità” con altri discorsi che non prevedono neanche il recupero delle spese vive da parte dei collaboratori. Devo qui confermare il mio netto dissenso con quanti parlano appunto di “professionalità” e poi vorrebbero affidare la gestione del progetto in gran parte al “volontariato”: questi due termini non possono facilmente coincidere nella realtà (anche se molto spesso il volontariato si basa, soprattutto in questi territori, su criteri di sufficiente professionalità), perchè il volontariato può venir meno quando vuole dai suoi compiti e creare dei vuoti pericolosi e difficoltà letali per l’attività del Circolo….

Fine parte 9

STATI GENERALI 3 – una variazione di CTS (per la parte 2 vedi 3 settembre)

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STATI GENERALI 3 – una variazione di CTS (per la parte 2 vedi 3 settembre)

Introduzione

“Mentre preparavo questo intervento è accaduto che l’Assessore alla Cultura di questa città, Giuseppe Vannucchi, si sia dimesso con una modalità che davvero ci sorprende, uno stile molto lontano da quel suo carattere, tanto schivo e riservato, cui ci aveva abituati. Forse questo è un segnale che non andrà sottovalutato: in questa città, così ricca di stimoli e occasioni culturali, da tempo si avvertiva l’esigenza di riportare la giusta attenzione su queste tematiche. Anche io, ancora una volta, non mi sottrarrò dalle critiche nei confronti di un’Amministrazione che giudica nei fatti (a chiacchiere si può ben dire tutto e il contrario di tutto) la Cultura come elemento assolutamente elitario e di scarsa importanza. Lo so già che mi verranno snocciolati i soliti interventi maxi elogiativi nei confronti del Teatro Metastasio e del Centro di Arte Contemporanea “Luigi Pecci”, che peraltro continuo a considerare assolutamente meritati e necessari anche se non del tutto in linea con l’importanza di queste due Istituzioni, ma resta il fatto che per la Cultura si spende ancora troppo poco in questa città, soprattutto se si tiene conto proprio della quantità e qualità di operatori ed associazioni, gruppi ed enti che, in modi diversi, si occupano di Cultura. Quanto alle due grandi strutture di cui ho appena accennato ricevono ingenti risorse (come dico prima, non sufficienti) ma restituiscono molto poco alla città.

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Carissimi amici,
l’iniziativa degli Stati Generali, così importante per tracciare percorso politico da qui ai prossimi appuntamenti elettorali risponde nel caso dell’incontro oggi previsto ad una domanda che da qualche tempo le cinque Circoscrizioni del Comune di Prato avevano formulato: ho ragione peraltro di ritenere che questa sessione degli Stati Generali che si vanno svolgendo in questi giorni sia stata da qualche tempo attesa anche – e dico “soprattutto” – dalle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato come primo – ma si spera non unico e ultimo – momento di riflessione e di chiarimento tutto politico sul ruolo, le funzioni e le potenzialità della politica amministrativa “decentrata” sul territorio in una situazione profondamente cambiata rispetto a quattro anni fa (allorquando si svolse una prima importante verifica, cui si riferisce la documentazione ufficialmente allegata dagli organizzatori di questo incontro), in un contesto di certo più maturo per costruire, con dei passi notevoli in avanti per una maggiore consapevolezza dei reali bisogni della città, un “decentramento maturo” che fornisca maggiori opportunità con maggiori risorse finanziarie ed umane a chi, come noi, amministratori “periferici”, lavora nelle realtà meno fornite di luoghi adatti alla fruizione culturale.
Le Circoscrizioni, per il vero, a Prato nella loro attuale struttura, sono giovani, non ancora maggiorenni e nemmeno “adolescenti”: sono “bambine”. Hanno dietro le loro spalle solo una legislatura e mezza; hanno potuto dimostrare tuttavia in questi sette anni circa di poter assolvere non solo al loro ruolo di “braccio esecutivo£ del Comune ma anche a quello di elaboratori autonomi e coordinati….

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La crisi e l’evoluzione dell’homo sapiens o “insipiens”? ancora su “Perché voto SI al Referendum del 20 e 21 settembre 2020″

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La crisi e l’evoluzione dell’homo sapiens o “insipiens”? ancora su “Perché voto SI al Referendum del 20 e 21 settembre 2020″

Un termine “ambiguo” soprattutto nella interpretazione di persone diverse: chi è pessimista lo legge come un momento di profonda difficoltà nel quale ci si arrende, ci si ferma delusi ed ipocondriaci; in tal modo ci si rinchiude in se stessi e si attende la fine. Chi è ottimista si attrezza per riflettere, sosta e poi riprende il cammino, rafforzato dalle nuove prospettive cui guarda.
Ecco: sono in “crisi”.
Forse lo sono da tempo, così come lo è il mondo consapevole dei propri limiti e non incline alla cristallizzazione dei propri convincimenti.
Errore giovanile di quel tempo in cui apparivano utili le certezze assolute, costituite allo scopo di una rivolta generazionale che da sempre ha caratterizzato la vita umana.
Errore giovanile che con il tempo e con l’età che avanza occorrerebbe fosse superato, ma così non è. Le forme rigide e fisse come le ideologie costringono a declinare l’agire umano in modo unidirezionale e si predispongono ad una conservazione irrispettosa dell’incessante ed impietoso mutare dei tempi.
Dal punto di vista generale si va verso una indistinzione congenita che fa propendere ad un appiattimento delle coscienze. Ed invece bisogna andare “oltre”; non sarà facile perchè le incrostazioni sono indurite e costituiscono limiti insormontabili soprattutto a causa della scarsa volontà nel volersene disfare – pur attraverso un lento percorso di ricognizione e di rinnovamento – da parte di vecchi diffusori e nuovi adepti.
Continuo ad essere perplesso verso il rifiuto che l’apparato sta ponendo all’approvazione della proposta di riduzione del numero dei parlamentari.
Fatti i conti, la riduzione ci porrebbe in linea con gli altri paesi europei: se passasse il NO avrebbero verso di noi più di una ragione per credere che non vi sia la volontà di “cambiare”. Già non abbiamo, a volte a torto altre a ragione, un buon credito.
So perfettamente di non essere in linea con quanti fino a pochi giorni or sono condividevo speranze. Ciononostante nessuna giustificazione addotta da chi ritiene che votare SI non sia di Sinistra ed invece votare il contrario appartenga alla Sinistra mi convince. Tanto è che il rimescolamento è così ampio da non lasciare ombra di dubbio. Essere – per me – di Sinistra è collegato al mantenimento dei valori fondamentali rappresentati dai primi 12 articoli della Costituzione ed alla possibilità di espressione libera del proprio pensiero, ancorché rielaborato senza vincoli ideologici mortificanti.

Giuseppe Maddaluno

Homo insapiens

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – parte 8 (per la 7 vedi 2 settembre)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – parte 8

Alla mail con il Resoconto molto sintetico dell’incontro di martedì 24 ottobre 2006 inviata da me risposero telefonicamente in tanti; Tina Santini invece sentì il bisogno di inviare una mail personale datata 5 novembre dal titolo “Riflessioni a lettera aperta”.

a tutti gli amici
penso sia importante per me esprimere la più totale concordanza con le idee e le riflessioni di Giuseppe; voglio aggiungere che trovo difficile capire fino in fondo perché ci debba essere differenza di opinioni su proposte che fra loro non sono alternative; trovo necessario presentarsi alla cittadinanza attraverso un sito sul quale possano intervenire tutti coloro che sono interessati e particolarmente interessante è lo strumento “sito” per coinvolgere i giovani, a patto che su esso i giovani trovino contenuti interessanti…altrimenti lo visitano al massimo una volta e lo abbandonano; idea brillante quella di riprendere l’iniziativa di Bologna per un appello alle associazioni, ai partiti, ai movimenti cittadini, “agli uomini (e alle donne) di buona volontà”; ottime le iniziative di coinvolgimento e di sollecitazione ad un dibattito svolte in campagna elettorale….da ripetere oggi con modalità diverse; tuttavia, oggi mi sembra inevitabile fare un passo in avanti e costituire un gruppo con regole democratiche che sfrutti al meglio le capacità di ognuno, ci permetta di avere una rappresentanza, (se per una sola persona è troppo gravoso l’impegno, saranno due o tre) che dia forza
– a chiunque di noi si troverà a confrontarsi con i partiti politici;
– a tutti noi che parteciperemo alle iniziative che verranno proposte; –
al sito che costruiremo e che comunicherà idee e einiziative condivise;
-all’appello che avrà maggiore forza perchè verrà da un gruppo che non è fermo, ma che si costruisce via via allargando sempre la propria platea;
– alla nostra capacità di fare pressione perchè nel Partito Democratico si affermino quei principi di cui abbiamo fin qui discusso e condiviso.
Credo sia indispensabile darsi uno statuto leggero, (quello dei Cittadini per l’Ulivo può essere una buona base di partenza) comunque è necessario decidere e penso che giovedì 9 novembre dovremo concludere con dei punti fermi.
Ringrazio tutte e tutti e vi invito anche io a venire giovedì sera 9 novembre alle ore 21.00 al Dopolavoro Ferroviario.
Con cordialità
Tina Santini
All’incontro del 9 novembre 2006 vennero presentate delle proposte di Regolamento e di Statuto.
La discussione fu intensa ed il 15 novembre il Comitato si costituì. L’incontro si tenne ancora una volta al Dopolavoro Ferroviario ed alle 22.40 fu redatto un REGOLAMENTO COSTITUTIVO. Si scelse come sede il Circolo ARCI “Ballerini” in via del Cittadino. I primi firmatari furono nell’ordine Giuseppe Maddaluno (che fu nominato Coordinatore provvisorio, rappresentante legale del’associazione che fu chiamata “Comitato di Prato per il Partito Democratico dell’Ulivo”), Mario Altimati, Ettore Sucato, Fulvia Bendotti, Guglielmo Buongiorno, Luciano Nappini, Giancarlo Ravenni, Nicola Verde, Lucio Lamanna, Francesco Guglielmo, Carmela Biondo, Massimiliano Tesi, Tina Santini e Giulia Ciampi.
I fondatori decisero di aderire alla Rete dei Cittadini per l’ULIVO”, alla quale fu inoltrata la richiesta di poter utilizzare il loro logo.

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con il Referendum ormai alle porte – I danni dell’ideologismo – perché mai io voto SI

con il Referendum ormai alle porte – I danni dell’ideologismo – perché mai io voto SI

Ho trattato questo tema in modo semplicistico, utilizzando più la testa che il cuore, mostrando molta fiducia nella tenuta democratica del Paese che non mi sembra, guardando alle vicende quotidiane incline a soluzioni eversive irrispettose dei valori fondanti della nostra Costituzione. Diffido di chi utilizza l’arma del testo costituzionale per tentare di impedire il cambiamento. Il confronto con il Referendum del 2016 è profondamente scorretto: in quella occasione cercammo di convincere l’allora Premier di “spacchettare” il complesso delle proposte. Fu sordo a quelle richieste e non potemmo fare altro che bocciarlo, bocciare il Referendum ed il Premier. Non è questo il caso: qui le vere scelte si faranno solo “dopo”.

Sull’appuntamento referendario che tra qualche giorno ci attende si vanno accendendo contese spropositate e fuorvianti, connotate tutte da un ideologismo deleterio e – per quanto concerne quella parte di sostenitori del No in malafede – cialtrone. Indubbiamente non posso tacere sul fatto che coloro che sono invece in perfetta buonafede siano anche creduloni e sprovveduti. Senza voler negare di avere la presunzione di saperne più di altri, trovo altrettanto presuntuosi coloro che si dichiarano certi – siano essi convinti o furbescamente insinceri – del grave pericolo incombente dopo l’approvazione della riduzione dei parlamentari. Detta così, siamo tutti ipersicuri che nulla di rischioso c’è in vista o grave sarà la conseguenza sulla tenuta democratica del nostro Paese. Da una parte quelli che ritengono che la riduzione del numero dei rappresentanti parlamentari produrrà un effetto benefico, consentendo di accedere ad un più rapido percorso degli iter legislativi, dall’altra coloro che denunciano l’aumento del numero dei “rappresentati”, che non consentirebbe alle minoranze di poter essere rappresentate.
Personalmente condivido molte delle preoccupazioni espresse dai sostenitori del NO: lo faccio al di fuori degli ideologismi, che prefigurano uno smantellamento della Costituzione. Queste preoccupazioni, così come sono mie, sono anche di molti altri sostenitori del SI. Le ho esposte in molti post in queste settimane; e ritengo che siano doverosi gli interventi da mettere in atto subito dopo l’approvazione di quel dispositivo legislativo, il cui iter è stato di fatto interrotto dalla pur legittima richiesta di referendum e dagli eventi pandemici di quest’anno.
Non solo una nuova Legge elettorale ma anche dei meccanismi intermedi di compensazione rappresentativa.
Rimettere, senza gli “infingimenti” con cui dopo averle sospese ed esautorate sono , in piedi gli organismi provinciali, ridiscutendone ruoli, ambiti e costi; abbassare il limite minimo di abitanti per poter istituire le Circoscrizioni; operare intorno anche alle “regole” di rappresentanza ed istituire sessioni di lavoro intensificato con obblighi di cura dei territori nei quali si è stati eletti. Tutte queste “proposte” non riducono il numero complessivo dei “rappresentanti” nè incidono minimamente sulla tenuta democratica del Paese.

Un post-scriptum

Dopo la scelta popolare, prevalga il SI oppure il NO, cosa hanno in animo di fare realmente i nostri attuali rappresentanti politici?
Come pensano di ovviare al discredito profondo e diffuso (i sondaggi continuano ad essere impietosi) verso il mondo politico, soprattutto proprio quello rappresentato dai parlamentari.


Giuseppe Maddaluno

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza


UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO
20 OTTOBRE 1995
(nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Care compagne, cari compagni questa piccola Assemblea dovrà servire in maniera esclusiva a far emergere dal dibattito una posizione chiara anche se non necessariamente univoca del nostro Partito sulle problematiche culturali.
Era da tempo necessario incontrarci per riflettere e discutere insieme sulle problematiche inerenti la politica culturale della nostra città e della nostra Provincia.
Non intendo minimamente sottrarmi ad un’assunzione di responsabilità relative al ritardo con cui ci si incontra anche se appare utile fare alcune precisazioni che poi singolarmente e tutti insieme potremo valutare: 1) nel corso di questi ultimi mesi ho comunque prodotto una serie di interventi scritti sulle tematiche culturali, uno dei quali è stato consegnato al candidato Mattei, su esplicita sua richiesta; 2) dalle elezioni amministrative ad oggi per motivi più diversi (gli impegni di tutto, o quasi, il gruppo dirigente, le scadenze elettorali e referendarie) non solo il Dipartimento Scuola e Cultura, ma molti altri settori del Partito non hanno lavorato e solo negli ultimi giorni c’è stato qualche segnale diverso, e questo ne è un esempio.
Gli interventi scritti di cui parlavo, anche quando prodotti direttamente dal sottoscritto, si sono sempre rifatti sinteticamente al confronto con quanti, nel mio lavoro quotidiano, mi sono stati vicini ed hanno con me attivamente collaborato.
Ed è quindi da questi documenti che traggo ancora oggi la massima ispirazione, ritenendo opportuno, in particolare, che il partito di maggioranza assoluta in questa città (21 consiglieri su 40 in Comune) debba far sentire la propria voce e far pesare il proprio orientamento anche in fatto di politica culturale.
Lo deve perché rappresenta poco meno della metà degli elettori e soprattutto deve far sentire la sua voce, affinché non siano altri poteri a dire come questa città debba essere governata.
Contare non significa decidere, voler contare non significa voler decidere, è evidente che l’autonomia di chi amministra con le nuove regole deve essere mantenuta, ma è anche evidente che non si possa amministrare come se si fosse del tutto svincolati dal resto della realtà politica e culturale, non si può amministrare contro o a prescindere dal confronto con il maggior Partito di Governo di questa città.
La 142 stabilisce gli ambiti di competenza del Sindaco (art. 36) e quelli del Consiglio Comunale (art. 32) ma è evidente che la conduzione dell’Amministrazione debba tener conto di un consenso che non si basi su criteri di puro fideismo e neanche di cieca fiducia ma che si alimenti con un confronto continuo aperto e leale.
Bisogna che io faccia delle precisazioni “a monte” per poter meglio comprendere il senso di quel che poi dirò. C’è la sensazione che questa legislatura sia partita con una forte sottovalutazione delle problematiche culturali e con una sottovalutazione altrettanto seria delle idee che venivano esprimendo donne ed uomini che si occupano da anni di problematiche culturali in questo Partito: questo è apparso e appare frutto di presunzione che non ha ragion d’essere; o se ne ha, allora occorre capirne le motivazioni. Intanto, l’evento straordinario in questi primi di governo nel campo culturale in questa città è stato il riconoscimento e la valorizzazione istituzionale dell’opposizione: una cosa assurda, inutile e profondamente dannosa; che non porterà vantaggi né politici né istituzionali a nessuno né al nostro Partito né alla coalizione della quale facciamo parte: un dono “istituzionale” incomprensibile e scellerato che, se fosse il risultato di un accordo, sarebbe un vero e proprio scandalo, una vera e propria offesa al ruolo della cultura in questa città ed ai suoi cittadini che hanno scelto chi doveva governare e chi stare all’opposizione.
Appare allo stesso modo incomprensibile, almeno a prima vista, il motivo che ha spinto una parte del nostro Gruppo a scegliere questo percorso della quale cosa io spero ci si penta al più presto.
L’altra questione che occorre precisare è legata al taglio complessivo dell’intervento: non mi interessa in alcun modo costruire un progetto culturale che abbia come punti di riferimento soltanto le due megastrutture e poco altro.
Queste devono essere, come tante altre, gli strumenti, i mezzi attraverso i quali mettere in pratica un progetto complessivo di politica culturale, esse devono porsi quale obiettivo l’assunzione di un preciso ruolo di guida culturale in questa città.
Allo stesso tempo non mi galvanizza affatto l’uso di un metodo che molto spesso è stato adottato nel procedere alle nomine nel settore culturale e non solo, che è consistito nello scegliere prima i menbri nominati e poi gli orientamenti di fondo.
Mi sembra opportuno e corretto procedere all’inverso: prima si discute ampiamente sulle prioritarie scelte di politica culturale e poi si reperiscono le figure giuste da collocare all’interno delle diverse strutture perché possano adeguatamente funzionare.
Proprio per questo è necessario guardare la nostra città con occhi impietosi ed obiettivi.

Prato

La nostra città ha vissuto negli ultimi quindici anni una serie di mutamenti, messi in evidenza peraltro da alcune indagini scientifiche, quali quella dell’IRIS per il nuovo PRG. Scorrendo quelle pagine, tuttavia, la sensazione è che il punto di riferimento degli studiosi che le hanno redatte sia stato, in primo luogo ed in maniera preponderante, l’imprenditoria pratese nel suo complesso, con qualche accenno numerico alle altre componenti sociali. Io non dispongo di altri dati scientifici ma, per motivi professionali e politici, es essendo un immigrato interno, arrivato a Prato solo alla fine del 1982, ho cercato di essere particolarmente attento a quelle trasformazioni sociali ed ambientali che si possono toccare e vedere direttamente, che si avvertono, che si annusano, si sentono. In questi anni, di fronte ad un processo produttivo dell’industria pratese che ha avuto un notevole sviluppo qualitativo, c’è stato un fortissimo calo del livello culturale generale, misurabile sulla base dei dati che si riferiscono alla bassissima percentuale di laureati ed allo stesso tempo di una elevatissima percentuale di abbandoni scolastici nel post-obbligo, dati che assumono rilevanza notevole nella periferia.
Grande attenzione andrebbe dunque rivolta alle zone periferiche, che appaiono sempre più come quartieri-dormitorio, mentre il centro non riesce nel contempo ad assolvere pienamente, ed anche giustamente perché lì risiedono molte delle principali strutture culturali della città, ad una sua funzione propulsiva e propositiva di carattere positivo sul piano della Cultura.
Molto spesso sono stato invitato negli ultimi anni a guardare in particolare a ciò che in questa città funzionava, a quello che di buono c’era, senza soffermarmi troppo sugli aspetti “negativi”.
Non sono uno stupido, posso anche capire da solo che Prato è, rispetto a tante altre città, molto più avanti; ma il nostro obiettivo, compagne e compagni, almeno fra di noi diciamocelo, è quello di portarla ancora più avanti e, per poterlo fare non possiamo migliorare soltanto ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che “non” funziona, anche per un motivo, che è poi molto vicino a quello che enunciavo pocanzi che a Prato da alcuni anni in qua se un miglioramento c’è stato esso è collegato alle alte tecnologie, alla media e grande produzione, all’imprenditoria privata da quella artigiana a quella industriale, ma per gran parte dei ceti medi le difficoltà sono aumentate e nel settore culturale in generale si è speso da parte di tutti sempre meno e sempre peggio. Occorre affermare proprio in riferimento a ciò che appare fuori luogo un certo tipo di lavoro sull’immagine di Prato fatto esclusivamente di luccichii, perché tenderebbe a fornire di essa solo l’aspetto positivo, portando anche molti di noi al convincimento dell’assenza di questioni problematiche che invece continuerebbero a nostro dispetto ad esistere e non troverebbero facile riconoscimento.
Non vorrei, dunque, che ci si comportasse come i cicisbei che tendevano ad annullare la loro “puzza” (aborrivano notoriamente l’uso dell’acqua e sapone) con litri di profumi. Allo stesso tempo credo sia opportuni rilanciare l’immagine di Prato fra la gente di questa nostra città che, abituata a ritmi di lavoro quasi “cinesi”, non ne conosce la complessa ricca realtà culturale.
Prato ha vissuto anche nel suo apparato politico diffuso una crisi progressiva dalla fine degli anni Settanta ad oggi contrassegnata dall’assenza prolungata di passione civile, di impegno sociale che occorrerebbe recuperare.
I fenomeni negativi dello yuppismo e del rampantismo non ci sono stati del tutto estranei, lasciando spazio anche in noi ad una superficialità antropologica, un decadimento culturale ed un appannamento dei valori ideali. Si è celebrata anche da parte nostra troppo in fretta la morte delle ideologie ed a queste è stato sostituito un pragmatismo arido che ha teorizzato un modo di vivere giorno dopo giorno senza progetti senza futuro.
E’ evidente che di tanto in tanto ci si è risvegliati ma lo è stato sempre per brevi periodi, quasi tutti collegati a contese elettorali o a questioni contingenti del tutto passeggere. Le tematiche della solidarietà e dell’accoglienza non più intese come negli anni Sessanta e Settanta come esclusivo sostegno alle famiglie bisognose ma collegate in particolare all’inarrestabile fenomeno cosmico delle migrazioni extra-comunitarie non possono essere lasciate solo all’iniziativa dei cattolici, non possono essere affrontate nè con la chiusura tipica della Destra nè con il cinismo “piccolo borghese” di una società che, ancorchè opulenta e soddisfatta, è in profondissima crisi di valori ed in declino morale ed è incapace di risolvere i propri problemi e di affronatre le questioni, partendo in particolare dal rispetto umano e dalla tolleranza.
E’ altresì evidente che sussistono negli ambienti degli immigrati fenomeni di delinquenza e di illegalità diffuse che vanno accuratamente controllati e, dove possibile, prevenuti; ma questo, come per tutti, non deve pregiudicare in nessun modo il nostro rapporto con la maggior parte di questa gente. Allo stesso modo vanno perseguiti anche gli sfruttamenti cui queste persone vengono sottoposte da proprietari di fondi e da datori di lavoro senza tanti scrupoli.
Diverso, anche se di poco, è il problema dei nomadi che a Prato sono peraltro in generale in possesso di residenza con i quali occorre attivare un rapporto reciproco che consenta di pervenire ad una soluzione idonea a tranquillizzare la popolazione “stabile” e permettere ai nomadi una vita comunque degna di questo nome, pur nel rispetto degli usi e costumi di questi popoli. Quello che va accadendo negli ultimi giorni è un segno inequivocabile della caduta di tensione anche nella Sinistra, una Sinistra che a Prato (vale la pena ricordarcelo) è numericamente fra le più forti di Italia.

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C’è in ogni caso qualche segnale positivo di risveglio negli ultimi giorni, e questo ci conforta.
Ma altri problemi che attengono al mondo culturale, nel senso più vasto del termine, ci preoccupano. Non ultima la questione ambientale con le scelte decisive relative allo smaltimento dei rifiuti. E’ necessario, dopo aver assunto impegni nella maggioranza (e questo è formalmente in parte già avvenuto) fornire le dovute garanzie alla popolazione, trattando, nel limite delle possibilità anche vantaggiose contropartite.
In ogni caso bisogna dire a qualche alleato di governo che non si può sottoscrivere un accordo e recedervi in meno di 24 ore per puri calcoli personali o per amene bizzarrie.
Si può essere ambientalisti in una realtà come la nostra costruendo uno o più impianti, garantendone tuttavia lo stretto controllo quanto ad impatto ambientale e verificando oculatamente già in anticipo costi e ricavi non solo di tipo economico.
Non è neanche trascurabile il problema generale dei giovani, le ragioni del cui disagio sono complessivamente assenti dalle nostre analisi politiche, mentre dedichiamo più tempo ed energie ad altri argomenti più tattici e solo in apparenza più urgenti; senza affrontare le questioni si creano così sorprendenti miscele esplosive che si evidenziano in atteggiamenti di frustrazione, di violenza, di nichilismo, in scelte complessivamente negative (alcool, droga, superstizione, ecc…) dalle quali è molto difficile tornare indietroe che determinano un generale disorientamento nella società che, incapace di affrontare i problemi, si avvia a sua volta verso forme di frustrazione o, quel che è peggio, di cinismo, creando un circolo vizioso. Occorre, anche nel nostro piccolo, affrontare le questioni della disoccupazione giovanile e dare risposta soprattutto alla richiesta di nuove opportunità, connesse in particolare al settore della cultura, dell’ambiente, del turismo e del tempo libero.
In questa direzione mi è apparsa personalmente molto interessante la scelta della General Video e di Cecchi Gori di impiantare a Prato un’attività avanzata di produzioni video, particolarmente nel settore didattico. Allo stesso modo e nella stessa direzione è stato indicativo qualche tempo l’intervento della Casa Editrice Giunti.
Tantissimi altri problemi attendono una soluzione e fanno di Prato un’isola non del tutto felice: dai problemi della casa a quelli sociali, che sono in attesa anche di una scelta di tipo istituzionale forte che garantisca il proseguimento del lavoro che era stato avviato in particolare nella passata legislatura.
Sarebbero veramente tante le questioni checoncernono le problematiche culturali, e non ci sarebbe il tempo per elencarle ed esporle tutte, figuriamoci per analizzarle! Un altro argomento che tuttavia ci coinvolgerà pienamente e ci costringerà a discutere sin dalle prossime settimane sarà il Piano Regolatore Generale. Noi tutti sappiamo quale importanza rivesta per la nostra città e quanta importanza vi ripongano in ogni senso numerose categorie professionali (più che gli stessi politici ed amministratori nel loro complesso).

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Molte delle tematiche culturali diffuse sono legate alla struttura del PRG: ed è dunque ad esso che occorrerà guardare con particolare attenzione, in special modo per conoscere le caratteristiche della vivibilità in particolare nelle nostre periferie, le identificazioni dei “luoghi per lo svago ed il tempo libero, per la cultura sia come fruizione che come produzione, i cosiddetti loghi centrali”.
Per i temi squisitamente culturali mi rifarò in gran parte per mia comodità al testo che avevo consegnato al candidato a Sindaco Fabrizio Mattei. Risulta evidente che il “Metastasio” è trattato in questo primo ambito a monte della “querelle” degli ultimi mesi, ma vi si può lo stesso notare una profonda coerenza con quanto vado affermando adesso: il resto (non so se è un bene o un male) mi sembra ancora attuale. Nell’ambito di un progetto culturale complessivo per il governo della nostra città terremo presenti alcune linee essenziali: a) concedere maggiore forza e dignità, con un conseguente incentivo di bilancio, all’Assessorato alla Cultura;
b) realizzare progetti culturali integrati che vedano come soggetti attivi, oltre alle due grandi strutture, anche quelle importanti strutture intermedie così radicate e diffuse sul territorio pratese;
c) portare a compimento il processo di trasformazione del “Metastasio” da Consorzio a Fondazione, particolarmente per quel che concerne la produzione e la formazione, senza tuttavia trascurare il “cartellone”, che deve avere un supporto didattico in senso ampio, ovverosia deve essere conosciuto più diffusamente, superando alcune difficoltà che si sono presentate nella scorsa stagione;
d) mettere in evidenza il ruolo peculiare del Museo “Pecci”: quello di essere una struttura sia pubblica che privata, in cui per il suo funzionamento c’è uno sbilanciamento forte, quasi a totale carico della parte pubblica; proprio per questo, occorre che l’Amministrazione faccia sentire maggiormente la sua presenza per far valere il suo ruolo, garantendo anche l’uso “pubblico”, nel senso più ampio del termine, di questa struttura;
e) invertire il senso di marcia della “politica culturale”, che non significa sguarnire il “centro” e valorizzare la “periferia” a scapito del “centro” ma costruire un progetto di “cultura” che sia strategicamente rivolto all’innalzamento del livello qualitativo della cultura in modo lento e progressivo, particolarmente nella periferia, ascoltando anche le esigenze che sono espresse dai nuovi Quartieri ai quali va realmente garantita la prevista autonomia ma anche va data la possibilità di incidere concretamente sulla programmazione e di essere propositivi attivamente nell’elaborare un progetto culturale complessivo che parta dal loro territorio almeno a partire dalla condivisione degli indirizzi generali;
f) valorizzare e dare consistenza alle richieste che provengono dal mondo giovanile, che lamenta l’assenza di luoghi di fruizione del tempo libero: si pensi al già progettato Palazzetto dello Sport, ad un possibile Teatro Tenda, alla costruzione di una nuova Piscina ed all’adeguamento di altre strutture di carattere sportivo; allo stesso tempo occorrerebbe sapere se nella definitiva stesura del PRG si riuscirà a tenere presenti queste richieste, affinché in ogni Quartiere siano reperiti spazi per la fruizione e la produzione di Cultura;
g) valorizzare al massimo (ed incentivare) tutte le potenzialità culturali di base espresse dalla gente di Prato: si pensi ai gruppi teatrali (in particolare il TPO, che ha gestito e curato con meriti particolari tutto il settore del Teatro Ragazzi, conseguendo risultati eccellenti in campo nazionale e non solo); si pensi alle corali, ai gruppi musicali, ai singoli musicisti così tanti e diffusi; agli innumerevoli artisti a volte organizzati in scuole o gruppi associativi, a volte individualmente presenti; si pensi ai film video makers, che a Prato sono tanti;
h) valorizzare il patrimonio artistico ed architettonico della città, sul solco di quanto già fatto dalla precedente Amministrazione, con un occhio più attento anche alla conservazione di qualche elemento di “archeologia industriale”.
Tutto questo noi lo scrivevamo già prima delle elezioni e riteniamo siano in gran parte ancora molto attuali ed attuabili. Noi pensiamo che nel corso di questi primi mesi del nuovo governo di questa città tutti, a partire soprattutto da noi, avremmo potuto fare qualcosa di più, avremmo dovuto soddisfare da tempo l’esigenza di farci ascoltare prima delle decisioni allo scopo, mi si creda, soprattutto di confrontarci e di evitare così spiacevoli equivoci e contrasti. Non è mai troppo tardi, certo! Io spero in ogni caso che stasera non si celebri un rito ma che ci sia un vero confronto, reciproca disponibilità all’ascolto e comprensione ma anche che si arrivi a fissare comuni obiettivi. Diciamo questo senza avere noi la presunzione di indicare quali strade debba obbligatoriamente compiere un Assessore o lo stesso Sindaco, ma allo stesso tempo non vogliamo esimerci da diritto dovere prima di tutto come cittadini di fornire qualche modesto semplice consiglio e dal diritto dovere di estrinsecare, più o meno pubblicamente, quello che sono le nostre principali preoccupazioni, a partire da un clima non sempre sereno in contrasto con quel Governo dolce, quel Governo amico che si vorrebbe fosse il nostro Governo. Ritornando su alcuni punti esposti in precedenza noi riteniamo che il concedere maggiore forza e dignità all’Assessorato alla Cultura sia da collegare oltre che ad un incentivo di bilancio soprattutto ad una progettualità che tenga conto delle priorità espresse. Nessuno di noi ritiene che ogni evento, ogni momento collegato allo spettacolo ed alla Cultura debba obbligatoriamente produrre e lasciare segni del suo passaggio ma non si può pensare ad una cultura di evasione di tipo effimero per la maggior parte: occorrerebbe che per una buona percentuale la fruizione sia pensata anche come occasione di stimolo e di crescita, creando essa stessa altre occasioni di produzione e di fruizione; un progetto complessivo deve assolutamente contenere quelle che sono le linee programmatiche, gli indirizzi entro cui si muove la politica culturale dell’Assessorato, non essere frutto di occasionalità nè dipendere troppo da influssi sporadici e disarticolati esterni nè dalle scelte unicamente personali di chi ha la resposnabilità di quel settore. C’è invece la sensazione che non si persegua una politica delle “progettazioni complesse”, che non sono tuttavia dei “patchwork” ai quali partecipino più soggetti ma occasioni per lasciare il segno, procurando piacere e “fabbricando” cultura, una cultura permanente, non gli eventi, l’evento fondamentalmente fine a se stesso.

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.
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Tutti voi sapete poi quel che è accaduto in questi ultimi mesi. C’è stata una particolare attenzione sul Met con un fuoco concentrico al quale ho partecipato anche io perché ho avvertito questo attuale Consiglio di Amministrazione troppo lontano dal territorio e troppo chiuso in se stesso.
La mia opinione critica si è fermata a queste considerazioni, perchè comunque ritengo che questo CdA abbia ancor oggi le carte in regola per operare e che non abbia bisogno di essere posto sotto tutela. Le dimissioni di Veronesi da Presidente hanno solo minimamente modificato questo mio modo di vedere, perché credo che il CdA possa ancora sopperire da solo alle necessità in questa fase così delicata. Stiamo attenti a non inserire senza le opportune riflessioni in un meccanismo reso già debole dalla situazione pregressa elementi che possano portare ad una conflagrazione, che non mi auguro, ma che è ritenuta molto prevedibile e, ritengo a giusta causa, anche da qualcuno, ricercata. Sinceramente è questo che mi preoccupa di più in tutta questa faccenda. Mentre avverto negli interventi di qualcuno vecchi rancori, ansia di rivincita e quanto altro, io vi assicuro che tendo esclusivamente a salvare la situazione, senza sentirmi il “padrino” di chicchessia.
Va dato atto a questo CdA di essersi incamminato sulla strada giusta, allestendo un programma di notevole spessore culturale e molto stimolante; ed all’Assessore alla Cultura di aver offerto una certa disponibilità ad un lavoro comune che, più che sui programmi, si appunti sugli indirizzi e gli obiettivi, a partire dalla produzione. Ma, secondo me, ben altro è il ruolo di Assessore da quello di Presidente del Met. Sono due figure, soprattutto poi in questo passaggio, non intercambiabili, in quanto lo stesso Assessore non ha mai nascosto in particolare nella fase delicata della sua genesi di aver molto poco gradito la Fondazione e la scelta della produzione; inoltre ritengo che con difficoltà la sua presenza si combinerebbe efficacemente con quella di Massimo Castri. Devo aggiungere che non trovo convincenti neanche le motivazioni che l’Assessore adduce di tanto in tanto per porre in discussione la produzione (“l’Assessore Regionale non si è impegnato….non è poi così certo che Prato possa mantenere la produzione….”), che non è per me un “tabù” come conquista assoluta ma che difenderò strenuamente fin quando proseguirò a considerarla come scelta “vincente”.
Nello stesso documento presentato in Consiglio comunale sulla produzione l’atteggiamento dell’Assessore è tiepidamente difensiva, mentre ( se la convinzione fosse reale) occorrerebbe dire che il progetto produttivo non si tocca, se non che per migliorarlo e collegarlo maggiormente alla nostra realtà territoriale locale e regionale e non si aspetterebbero, praticamente da fermi, le scelte della Regione. L’Assessore Regionale può anche aver cominciato a cambiare idea sotto la pressione di altre realtà territoriali; di certo la cambierà definitivamente se non si interviene in modo convincente per difendere questa nostra scelta.
E se non vi dispiace, vi invito a considerare questa evenienza come una perdita secca di immagine oltre che di mezzo miliardo l’anno più un altro mezzo miliardo se ci venisse riconosciuto, come sembra sia, il “progetto speciale”.
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

La polemica si è poi incentrata sullo Statuto. Lo si vuole modificare per ridurre l’autonomia del CdA, forse lo si vuole modificare anche per adeguarlo maggiormente alle nuove leggi (vedi “designazione del Presidente”), forse lo si vuole modificare per garantire un peso maggiore del principale Socio fondatore, qualche altro vorrebbe intervenire sulle indennità, considerate troppo elevate. Trovo legittime tutte le necessità, a patto che non si finisca per stravolgere le ragioni fondamentali dell’Istituzione. Considero meno importanti – per me – la prima e l’ultima, in quanto ritengo che chi si occupa in maniera seria e professionale di un Ente così rilevante non possa farlo bene ed in modo sereno se non è incentivato anche con una dignitosa indennità. Allo stesso tempo credo che, senza stare a ripetermi troppo, non sia poi così straordinaria l’autonomia del Consiglio di Amministrazione se ci si capisce, se ci si confronta, se si riesce a ragionare tra uomini ragionevoli e assennati, tra persone competenti che abbiano quale scopo principale uno spirito di servizio costruttivo. Ho sentito, in questi giorni che anche tra i compagni ce ne è qualcuno che alimenta la polemica su questo Consiglio di Amministrazione. Anche io ho perso la pazienza, una volta, ma invito tutti a leggere bene quell’intervento nella stesura originale non quella riportata dalla stampa: avevo lanciato messaggi (forse non in maniera abbastanza chiara) affinchè questo CdA comprendesse che vi era la necessità che da parte dei membri si facesse un passo verso il nuovo Consiglio Comunale, che si aprissero in questo modo alla città. Lo dico ancora una volta, anche al Sindaco, anche all’Assessore: la nuova legge elettorale dà poteri straordinari al Sindaco e alla Giunta, ma sul fronte ci siamo anche noi piccoli consiglieri che dobbiamo alzare la manina per approvare o disapprovare per cui le strategie non si possono discutere soltanto tra un CdA e il Sindaco e l’Assessore, altrimenti non ci si può sorprendere se c’è qualche dissenso. Anche io ho ritenuto opportuno dire la mia su un Consiglio di Amministrazione troppo appiattito sulla punta di iceberg del Potere, ma ho anche capito che è necessario consentire in una fase come questa l’importanza della tranquillità operativa a chi sta lavorando, senza risparmiare nè critiche nè elogi quando avremo i risultati di questo impegno.
Grandi responsabilità tra le altre cose potrebbero essere addebitate a chi non riuscisse a far crescere il progetto produttivo, moltiplicando (è possibile farlo, non è un’utopia) i fondi e riducendo progressivamente l’intervento del Comune e degli altri Soci. Ai compagni che alimentano la polemica dico che hanno la memoria corta. Fondazione e Statuto, la produzione, il Consiglio di Amministrazione sono state approvate dalla passata legislatura poco più di un anno fa; occorrerebbe ricordarsi che alcuni dei nostri attuali compagni e qualche collega dell’opposizione erano presenti ad approvare il tutto, e, quindi, (a parte il fatto che in Politica può sempre accadere di tutto: mai dire mai) mi sembra abbastanza curioso che ci si stia ripensando.

Per andare verso la conclusione dico che sul Teatro e sul ruolo che esso deve avere nella nostra società mi appaiono illuminanti e precise le affermazioni generali rese da Luconi in Consiglio comunale nella prima parte del testo, soprattutto quando parla di un Teatro aperto; mentre per quel che riguarda la produzione ritengo indispensabile far riferimento ad alcune pagine sul Teatro (pagg.8,9) di un documento fornitomi dal precedente Assessore alla Cultura, prima della campagna elettorale del 23 aprile (1995). Un’altra questione di fondamentale importanza nell’ambito delle politiche culturali è a mio parere il Teatro Ragazzi. Si tratta di uno dei settori culturali più avanzati che la città di Prato abbia prodotto negli ultimi 15 anni. Il Teatro Ragazzi, per opera del “Teatro di Piazza e d’Occasione” ( TPO ) ha raggiunto risultati considerevoli di rilevanza nazionale ed internazionale, ottenendo svariati riconoscimenti nel settore produttivo e finanziamenti statali, svolgendo un ruolo prezioso soprattutto di tipo didattico. Ci sono dati incontestabili sul lavoro svolto e sui risultati ottenuti, che non lasciano alcun dubbio.

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In questi ultimi tempi, però, la storia del Teatro Ragazzi si è andata intrecciando con le problematiche connesse all’atavica mancanza di strutture culturali nella nostra città ed al destino del Teatro Santa Caterina, sede “storica” di questa attività.
Proprio negli ultimi giorni, poi, dovendo il Comune procedere al restauro del Santa Caterina, il dibattito, diciamo così, è entrato nel vivo, cosicché all’interno della Giunta si sono fronteggiate due tipi di scelta sul futuro di quella struttura: la prima che prevederebbe l’uso per uffici comunali, l’altra che riterrebbe più opportuno un uso culturale polivalente. Fatto sta che soprattutto l’una ma anche l’altra non consentirebbero, pur prevedendola a parole, la sopravvivenza dell’esperienza del Teatro Ragazzi e, di riflesso, del TPO, che ne è l’anima, il cuore. Infatti tra le proposte avanzate al TPO, da quel che ci risulta, ci sarebbe quella di rimanere nella struttura con un compito umiliante di “portierato”: posso pensare che una tale proposta la avanzi chi non si intende di “Teatro”, ma mi ha molto sorpreso sapere che una simile proposta fosse stata avanzata invece da chi si occupa prevalentemente di Teatro e da chi afferma di amare il Teatro. Io non voglio fermarmi alla denuncia: chiedo che con urgenza si affronti questo problema, con la necessaria massima serietà, sapendo che occorre difendere ciò che di buono è stato realizzato in questa città. Una delle forme possibili potrebbe essere quella di una convenzione temporanea con il TPO con l’uso di una sede per le attività e l’affidamento di una struttura “provvisoria” adeguata ai bisogni in attesa del reperimento di una “definitiva”.
Vado alle conclusioni per davvero. E dico anche con un certo imbarazzo alcune cose, che preferisco lasciare al ricordo scritto. Ho sentito più volte rivolgermi da parte di Luconi un invito “accorato e caloroso” a collaborare, senza mai chiaramente poter capire, forse per mia difficoltà, come ciò potesse essere possibile in pratica.
La mia indole e la mia esperienza vorrebbero sempre accettare, il mio attuale ruolo mi dissuade – mi si creda – con molta amarezza.
Sono cresciuto come operatore culturale e nell’organizzazione sia teatrale, sia cinematografica sia da poco quella musicale ho realizzato momenti anche entusiasmanti. Potrei indubbiamente dare una mano a qualcuno con cui condividere un progetto, ma per altri due motivi proprio non ci riesco, non posso: il primo, perché per ora non intravedo ancora un progetto; il secondo, perché per poterlo realizzare concordemente occorrerebbe un’investitura istituzionale che non caldeggio e che comunque non accetterei senza il superamento del primo dei due motivi.
Una questione finale: tra poco più di un mese il nostro Partito (ndt.: il PDS) dovrà tenere la Conferenza-Congresso allo scopo si rinnovare il gruppo dirigente ed il suo Segretario. Bene, io credo che non vi possa essere né Segretario né Gruppo Dirigente che non si ponga il problema di affrontare le tematiche qui da me trattate e non le avvii a soluzione. Voglio – proprio per questo – lanciare qui una sfida “culturale” ai compagni che sono o saranno candidati al ruolo di Segretario del Partito qui a Prato: comincino ad esprimersi fin da ora sulle questioni fondamentali della Cultura; io infatti credo che solo così facendo noi potremo trovare il giusto Gruppo Dirigente per affrontare il nostro immediato futuro.

Prato 20 ottobre 1995 Giuseppe Maddaluno

Estate 2020 – 3. La partenza per la ricognizione (per la parte 2 vedi 1 settembre)

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Estate 2020 parte 3. La partenza per la ricognizione

…e sì! A quarantotto ore da venerdì 5 giugno le previsioni meteorologiche ci dicono che il tempo non sarà dei migliori. E’ la stessa signora Patrizia che ci consiglia di prorogare di un giorno la nostra visita: peraltro lei non ci sarebbe, mentre invece sabato 6, sì, è bel tempo e lei sarà a Campiglia. Per diversi buoni motivi, il primo dei quali è che non pensiamo di trattenerci due giorni telefono alle due “signore” con cui abbiamo interloquito, entrambe di Venturina e riesco, anche se con fatica e con qualche lieve punta di sospetto da parte loro, a differire il nostro sopralluogo.
Peraltro di sabato nostro figlio non sta quasi mai a casa: già il venerdì sera è via e quindi di buon mattino ci avviamo prendendo la Firenze-Mare. Come di consueto abbiamo preparato qualche panino e dell’acqua, che potrebbe esserci utile (“potrebbe”, perché quasi sempre nell’ansia e nella furia di vedere il mondo, con ciò che è nuovo e ciò che è cambiato, soprattutto i panini fanno ritorno a casa e vengono consumati solo allora), una cartina stradale 1:500.000 e la classica Guida rossa del Touring Club Italiano della Regione Toscana. Google Maps non ci è molto utile nella prima fase: la direzione la conosciamo ed è quella verso Pisa Nord. Da lì poi si devia verso Livorno – Grosseto fino al casello di Rosignano dopo il quale si procede dritti per l’Aurelia fino a Venturina-Campiglia Marittima. L’impegno è quello di chiamare a telefono le due signore per concordare l’appuntamento una mezzora prima. Il viaggio prosegue liscio fino ad un chilometro dal casello: la fila è annunciata come lunga; non avevamo fatto il conto sul fatto che di sabato benchè sia nei primi giorni del mese di giugno qualcuno più che nei giorni lavorativi si sposti verso il mare, verso l’imbarco per l’Elba (il porto più vicino e quindi più conveniente è quello di Piombino non quello di Livorno). Poichè da sempre non utilizziamo nè tessere come Viacard nè tantomeno carte di credito (ci limitiamo ad una debit card e fatichiamo a ricordarci il pin) o Telepass dobbiamo fare la fila, che negli ultimi tempi è ancora più lenta ad essere smaltita perché con il Covid19 hanno ridotto al minimo – fino ad arrivare alla totale cancellazione – la presenza di addetti alla rscossione del pedaggio. Pertanto non è infrequente trovarsi di fronte a dei rallentamenti all’uscita per le varie difficoltà connesse al pagamento del pedaggio (incomprensione dei messaggi, rifiuti tecnologici, inconvenienti vari). E puntualmente qualcuno di questi problemi coinvolge uno o più autoveicoli e ci si pianta lì per minuti e minuti, ingrossando le file.
Lasciamo la E80 e iniziamo l’A1, l’Aurelia, la nuova (la vecchia SP 39 scorre più o meno sempre al fianco della nuova, incrociando però centri abitati a volte anche affollati) che scorre dritta e ci porta velocemente verso Cecina, La California, dopo cui incrociamo il tempietto di San Guido e il filare di cipressi che porta a Bolgheri, Castagneto Carducci mare, Donoratico fino a San Vincenzo all’annuncio della cui uscita abbiamo un attimo di sbandamento: c’è scritto “Venturina”. Ci fermiamo e consultiamo per la prima volta la cartina e comprendiamo che certamente uscendo si arriva a Venturina ma è solo la prossima quella che arriva direttamente in città.