31 dicembre – I REMEMBER – E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

I REMEMBER
E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

A me sembrava strano. Avevo poco più di venti anni. Mezzo secolo fa. Un amico più anziano di noi quando arrivava il Natale e negli ultimi giorni, e ore, dell’anno, spariva rinchiudendosi nel suo “studio” a fare i conti, il resoconto dell’anno che si concludeva. Non un resoconto economico, come accade negli istituti bancari, ma un reset dell’anima. Non ne coglievamo il senso, anche perché in tutto il resto dell’anno riusciva ad illuminarci con le sue amene invenzioni, con il suo frenetico attivismo, con facezie ed arguzie inconsuete. Geniali.  Non so dove annotasse le tappe del suo lunario e non ci è dato di saperlo, visto che ci ha lasciato per sempre più di venti anni fa. Ma in alcune delle sue “produzioni”  si trovano alcuni indizi.

Sembrava strano, ma poi con la consapevolezza esistenziale nel corso del tempo ho avviato una personale revisione analitica della realtà che mi ha fatto comprendere come si possano contemperare aspetti contraddittori nel corso della propria vita. Occorre però avere ben presente che quel che noi chiamiamo Natale, al di là del riferimento alla tradizione “cristiana” è un giorno come l’altro inserito convenzionalmente in una data che è a sua volta introdotta in un complesso che noi chiamiamo “anno”. Ed è così anche per gli ultimi convenzionali giorni dell’anno ed il primo di quello che segue. Per alcuni tra noi la “vita” è una sequenza di giorni, e i giorni sono una sequenza di fasi imposte da movimenti ciclici naturali, esistenziali.

Ecco perché questa smania di “festa” è solo una consuetudine. Il Natale è dunque per me un giorno comune, nel quale non mi dispiace fare quello che quotidianamente faccio, nè più nè meno.

Non lo era del tutto quando avevo “venti anni o poco più”. Anche se, ad osservare quel tempo, mi sono accorto in età matura che già allora non avevo poi questo grande desiderio di fare “mucchio” in assembramenti informi, in luoghi fumosi e chiassosi. In realtà non condividevo quell’ansia di sommare solitudini collettivamente; mi accontentavo di molto meno, anche se nel corso dei giorni “da giovane” non ho mai smesso di “organizzare gruppi” e creare momenti di condivisione sociale. Ma non in momenti, per così dire, “canonici”, nei quali addirittura mi perdevo, smarrivo le mie certezze e diventavo un malinconico depresso.

Ecco dunque perché non condivido questa smania di festeggiare, e di scambiarsi doni, solo in prossimità di particolari “eventi” ciclici.

Si festeggi quando si vuole, non solo quando le convenzioni sociali quasi quasi sembrano imporcelo. E, tra l’altro, queste riflessioni potrebbero essere utilissime proprio in un tempo come questo nel quale gli impedimenti alla socializzazione “diffusa” sono necessari per un possibile futuro durante il quale potremo festeggiare come e quando, oltre che quanto, vogliamo.

E, poi, in una condizione come questa, dovremmo avere un pensiero in più verso chi ha ben poco da festeggiare: qualsiasi siano i motivi che li abbiano condotti a non poter gioire. Ho pensato, infatti, in queste ultime ore prima e dopo quel giorno convenzionale del “Natale”, alle persone care a me ed a tanti altri che hanno perduto amici e parenti, a coloro che hanno perso il lavoro ed il sostentamento che questo procurava alla loro famiglia; ed ho pensato anche ai tanti amministratori onesti che vorrebbero affrontare e risolvere i problemi sanitari ed economici e non sanno come poter portare avanti questo loro impegno.

E, allora, mi si dica cosa c’è da festeggiare?!?

30 dicembre – Il mondo dopo questa “lezione” sarà migliore? Ne abbiamo già scritto e parlato. E ne riparleremo, e scriveremo ancora.

Il mondo dopo questa “lezione” sarà migliore?

Ce lo siamo augurato tutti ed in minima parte ci abbiamo creduto. Perlomeno noi, quelli del ceto medio apparentemente per ora  “garantiti”, lo abbiamo potuto pensare, avendo davanti a noi “intorno a noi” uno scenario molto ristretto e relativo che agisce da “velo” su tutto il resto del mondo e non ci consente di vedere e di poter percepire e capire quel che accade fuori dalla nostra “palla di vetro”. Di noi , quelli che verranno dopo, diranno “forse” che siamo stati degli inguaribili indefessi ottimisti. Lo vedete: ho scritto “forse”, a dimostrazione che un lume di ottimismo ancora arde.

Abbiamo potuto ascoltare voci che hanno fatto compagnia a noi “internet-nauti” nella solitudine del lock down. Abbiamo contrastato le voci pessimistiche, a cominciare da quelle disfattiste per mera ignoranza e fede ideologica (che molto spesso coincidono)  o quelle negazioniste e non solo i no-vax – che avversavano le posizioni della scienza. Abbiamo costituito piccoli gruppi amicali sulle piattaforme digitali, imparando in poco tempo ad utilizzarle. Ci siamo difesi quasi a mani nude dall’aggressione del virus e continuiamo a farlo fin quando, o noi o loro, qualcuno vincerà questa battaglia. Che, detto tra noi, sarà lunga e, come dicono alcuni esperti,  probabilmente “infinita”.

E, con questo, ho speso – dilapidato – quel lumicino di ottimismo di cui vantavo il possesso.

Ma questo “segnale” così pessimistico deve far scattare in noi, al di là della resilienza necessaria a sopravvivere, quello scatto di orgoglio utile a rimetterci in piedi ed in marcia innanzitutto con la testa, poi con il cuore e le braccia e le gambe. Questo complesso umano deve farsi carico del futuro, al di là di quanto già ora stanno tentando di progettare i potentati dai locali ai nazionali ed internazionali: mentre noi eravamo nei nostri gusci di noce, in quelle palle di vetro rassicuranti, fuori avviavano a gestire il quadro economico globale con una visione “antica” di carattere utilitarista e non umanista. Sarebbe la fine delle libertà e non certo simile a quella limitazione che è stata resa necessaria dagli eventi pandemici. Si andrebbe verso una umanità nella quale la stragrande maggioranza – molto più ampia di quanto non sia ora – vivrebbe in condizioni di vera e propria schiavitù collegata al soddisfacimento dei bisogni primari, mentre una minoranza – ancora più ridotta di quanto lo sia ora – godrebbe dei frutti ricavati dal lavoro dei molti “schiavi”.

La pandemìa ha messo in evidenza la necessità di cambiare il modello di sviluppo. Occorre ribaltare la visione attuale, globale, quella che ha prodotto le attuali forme di ingiustizia (il “quadro” spaventoso che ho sopra sintetizzato al massimo ha già le sue turpi radici nella realtà) e rimodulare gli interventi, valorizzando soprattutto le realtà locali, a partire dall’agricoltura che superi le pratiche della monocoltura, e dall’artigianato locale recuperato soprattutto nelle tradizioni. Ovviamente non potremmo limitarci a questo e, nello stesso tempo, dovremmo procedere ad un cambiamento significativo del  nostro stile di vita, troppo teso alla pratica del consumismo senza valore.

Ne abbiamo già scritto e parlato. E ne riparleremo, e scriveremo ancora.

29 dicembre – LE STORIE DELLA NOSTRA GENTE

Uno dei pochi modi con cui comunicare il proprio pensiero ti fa correre il rischio di essere considerato “autoreferente”.

Andando alla ricerca di documenti nelle mie scatole tecnologiche ho ritrovato questa mia testimonianza di un periodo fervido di iniziative sociopolitiche in quel territorio nell’immediata periferia della città di Prato, che si chiama San Paolo.

Questo messaggio dovrebbe essere stato registrato nel febbraio – marzo del 2014 (la cartella clinica del Pronto Soccorso di Prato, alla quale nella mia testimonianza si accenna, è datata 17 febbraio) e si colloca tra il Progetto dei “Luoghi ideali” che Fabrizio Barca aveva lanciato nel maggio 2013 (ne parlo anche in un post recente dello scorso 21 dicembre) e il progetto di “Trame di quartiere” voluto dalla società IRIS di Massimo Bressan. “Luoghi ideali” era naufragato per noi, costretti in una inutile seconda fascia di consolazione a causa di veti, potenti, che venivano dall’alto e dalle strutture dirigenziali locali del PD che, in quel periodo, si avviava verso il compimento di una mutazione antropologica annunciata come velenosissima. Nel proporre alcuni temi che verranno poi analizzati e approfonditi in “Trame di quartiere” utilizzo un espediente consueto che consiste nel personalizzare gli argomenti: la curiosità individuale come elemento di avvio di un’analisi delle caratteristiche socio antropologiche culturali economiche e politiche del territorio di San Paolo.

Di quel progetto rimangono molte documentazioni e qualche rimpianto: molti materiali scritti, fotografati e ripresi sono a disposizione di chi voglia rimettere in moto un motore che si è “ingrippato”; in realtà è un “progetto” mancato, probabilmente per gli stessi motivi per cui fu portato al naufragio “Luoghi Ideali” (chi se ne occupava non era gradito al Partito Democratico, perché esseri autonomi e pensanti senza padroni).

28 dicembre – Baci e abbracci 2020 ( a 30 anni dall’annuncio dell’Oscar 1990 al Miglior Film straniero )

Baci e abbracci 2020

Jack Lemmon e Natalya Negoda annunciano l’Oscar 1990 per il Miglior Film Straniero a “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore

Le nostre sere sono scandite da una road map televisiva che prevede di seguire, tutte le volte che è possibile, il Telegiornale di Rai Tre nazionale delle 19.00 seguito da quello Regionale delle 19.30, dopodichè si passa subito a quello de La7 delle 20.00.

Tutte le volte che è possibile.

L’altra sera deve essere accaduto qualcosa di anomalo: un impegno esterno – una visita ad un amico che da tanto tempo non incontravamo – e così siamo tornati a casa intorno alle 20.00, forse poco dopo. Ho acceso l’apparecchio televisivo ed ho cominciato a vedere una sequenza di immagini che scorrevano, molto familiari per un cinefilo quale io mi reputo: baci ed abbracci tratti da film vecchi e recenti. Potete rivedere tutto andando su questo link.
Per la parte invece relativa a “Nuovo Cinema Paradiso” vi riporto la sequenza qui sotto.

https://www.raiplay.it/video/2020/12/Blob-40a4d132-f8c0-4824-a646-ceb47b347861.html

La sequenza della durata di una quindicina di minuti si conclude con l’intera carrellata di immagini di baci ed abbracci che chiudono il film vincitore dell’Oscar come Migliore film straniero nel 1990.

Quelle immagini finali intervallate dallo sguardo commosso e  pieno di malinconici ricordi da parte del protagonista, il piccolo Totò – Salvatore Cascio diventato adulto interpretato da Jacques Perrin –  mi hanno sempre profondamente coinvolto emotivamente; non va dimenticato – anche perché ci ha lasciati in questo anno disastroso –  il maestro Ennio Morricone che accompagna proprio quei passi finali con una delle più belle e coinvolgenti colonne sonore. E sono convinto che molta parte di tali emozioni appartenga ad una problematica esistenziale oltre che culturale. Ho qualche dubbio che ad un giovane trentenne o quarantenne facciano lo stesso effetto. In primo luogo, quei brevi brani hanno per me un chiaro significato perché so collocarli perfettamente, così come so collocare nel tempo e nello spazio questa nuova “collezione” che Blob ci ha proposto. Nel “tempo” individuale che è quello in cui ho visto quei film con gli occhi dei giovani e nello “spazio” sempre personale nel quale posso collocare la mia vita.

L’operazione recente fatta dal colto programma di Rai Tre ha il merito di poter ampliare lo sguardo sul Cinema più recente, posteriore alla narrazione che Peppuccio Tornatore ha utilizzato per il suo capolavoro, e questo accrescimento può aiutare le nuove generazioni ad impadronirsi del contesto storico collegato alla cultura cinematografica che è a tutti gli effetti Cultura fondamentale del secolo scorso, della quale nessuno può fare a meno, se vuole rinsaldare il rapporto con le proprie individuali – e collettive – radici.

27 dicembre – DENTRO IL LOCK DOWN – verso il “piano di vaccinazione”

DENTRO IL LOCK DOWN – verso il “piano di vaccinazione”

Questa “corsa all’esempio” può essere dannosa. Ha ben detto qualcuno qualche giorno fa in un programma televisivo: il vero problema non sarà il vaccinarsi in modo esemplare tra i “primi”, ma il “vaccinarsi”. Cioè, per comprenderci meglio, a prevalere sarà il desiderio, che per i “tanti” che dovranno essere “in fila” da qui a “non si sa quando e come”, potrebbe anche essere necessariamente procrastinato troppo: questa preoccupazione è collegata alle difficoltà con le quali si è proceduto a vaccinare la popolazione che lo ha richiesto per l’influenza stagionale. Per tanti non è stato facile e per molti è addirittura stato impossibile.

Al di là dell’aspetto pedagogico che tende a fornire una risposta rassicurante alla stragrande maggioranza degli italiani che non si fida in parte o per niente del vaccino, vedo una tendenza pericolosamente intrisa da una forma nuova di egoismo. Detto “fuori dai denti” davanti ad una più che forte certezza che, con l’assunzione del vaccino, molti – o, come si spera, tutti – potranno ritornare a condurre una vita più o meno “normale”, sarebbe accettabile una turnazione logica che preveda di salvaguardare in primo luogo gli operatori sanitari – tutti –  e “in genere” pubblici, insieme a tutti coloro che vivono in luoghi come le RSA, ospizi e case di riposo e, andando avanti, coloro che sopportano patologie a rischio e man mano a gambero partendo dai novantenni, ottantenni, settantenni e via dicendo con una forma organizzativa che non escluda nessuno. Gli anchorman, i divi e le dive delle tv italiane, laddove non rientranti nelle categorie a rischio, siano inseriti nel novero del calderone generale. In coda terrei tutti coloro che, usciti dal contagio in modo “positivo” (tampone negativo), possano essere considerati immuni per un periodo.

Ovviamente, saranno gli organismi politici e sanitari ad occuparsi di tutta questa partita e, pur nella convinzione che faranno del loro meglio, ho notevoli dubbi che l’operazione riesca senza intoppi su tutto il territorio, caratterizzato da zone di eccellenza (che hanno tuttavia mostrato falle in più occasioni in tempi recenti) e realtà inficiate da arretratezze e manchevoleze molto vicine a quelle che noi identifichiamo come appartenenti storicamente al “terzo mondo” civile ed economico.

Altro tema sempre connesso a quello che ho trattato come “principale” della vaccinazione è se occorra renderla obbligatoria.

Propenderei da un punto di vista civico in una prima fase di verifica verso la “non obbligatorietà”.  In modo “cinico” ma scientifico, osserverei i risultati dell’adesione e laddove fossero bassi (al di sotto del 70 per cento) opterei per l’”obbligo” in nome della necessaria prevalenza superiore del “bene comune”: in sintesi non riterrei giusto che in un consesso civile chiunque agisca, dipendente dal settore pubblico o privato o libero professionista a tutti i livelli, debba essere posto in grado di tutelare la Salute pubblica. Le motivazioni di tali scelte, apparentemente costrittive, sono da collegare anche agli alti costi che una situazione ulteriormente pandèmica comporterebbero al Paese nel caso in cui si derogasse dalla partecipazione “volontaria” al piano di vaccinazione.

26 dicembre STATI GENERALI – una variazione di CTS – parte 9 e ultima del documento 13 febbraio 2002 (per la 8 vedi 29 novembre)

STATI GENERALI – una variazione di CTS – parte 9 e ultima del documento 13 febbraio 2002

Lo dico per la Cultura, lo dico per la Formazione, lo dico per il Sociale, lo dico per le Circoscrizioni e dunque lo dico per la città intera.

E’ anche per questo che ritengo sia ancora più necessario raccordarsi, coordinarsi per poter tappare, nel miglior modo possibile, con la sussidiarietà, tutte le falle che, soprattutto nella Formazione e nel Sociale, saranno create a causa delle sciagurate scelte governative nazionali. Di certo non basteranno più soltanto gli interventi istituzionali: occorreranno investimenti privati ed è giusto insistere in questa direzione coinvolgendo chi raccoglie ricchezza da questo territorio affinché restituisca parte della ricchezza in modo prioritario a questo territorio..

Ritornando al Coordinamento da me presieduto voglio ricordare che è stato attivato un raccordo positivo con le due maggiori Istituzioni Culturali presenti sul territorio ed aventi caratteristiche perlomeno nazionali: il Teatro Stabile “Metastasio” ed il Centro per l’Arte Contemporanea. Con la prima la collaborazione, forte anche di una esperienza precedente, è soddisfacente ed avanzata, anche se gli ostacoli che si frappongono per un rapporto ottimale sono da sempre le scarse risorse finanziarie a nostra disposizione per poter meglio intervenire; con la seconda si è avviato ma non si è del tutto perfezionato un raccordo, ma da parte nostra esiste la volontà di andare avanti, anche per consentire al Centro una migliore e maggiore diffusione delle sue attività istituzionali su tutto il territorio cittadino.

In quest’ottica di grande ed ampio coinvolgimento di quelle che sono alcune delle parti migliori dal punto di vista culturale di questa città è partita dal Coordinamento l’idea di fare riprendere a Prato l’iniziativa sulla Formazione Permanente – Educazione degli Adulti che era stato punto di forza delle Amministrazione cittadine nei lontanissimi anni Ottanta del secolo scorso. Un primo tentativo si era arenato poco più di un anno fa (il 2000) di certo per un “ritardo” di coordinamento della maggioranza delle Circoscrizioni; nel 2001 con un Coordinamento più attivo e con il coinvolgimento del Direttore della Biblioteca Comunale, il dottor Franco Neri, abbiamo ripreso il cammino, decidendo di partecipare ad un Bando multimisura della Provincia di Prato relativo all’Educazione degli Adulti.

Nel Progetto abbiamo messo a frutto tutta la cooperazione attivata, eed infatti c’è il Met, c’è il Pecci, c’è l’Università della Terza Età, c’è la Scuola di Musica “Verdi”, c’è il “Dagomari”, c’è l’ Archivio Fotografico Toscano, c’è la FIL, c’è la Biblioteca “Lazzerini”, c’è Dryphoto, c’è l’Associazione “Alta Via Trekking, c’è la Scuola d’Arte “Leonardo”, ci sono quattro Circoli della Circoscrizione Est, c’è la Società “Interporto” e c’è spazio per tanti altri soggetti. Il Progetto è stato approvato, ha ottenuto tutti i finanziamenti richiesti ed è un bellissimo esempio di come, lavorando in sinergia, si possono ottenere risultati egregi. E’ evidente che questo Progetto, così come è, è comunque limitato. Durerà due anni (2002-2003) e poi tutto potrebbe finire e servire a poco. Noi ovviamente ci chiediamo: cosa vuol fare l’Amministrazione Comunale in questo settore? Dopo la fiammata degli anni Ottanta tutto si è afflosciato: qualche iniziativa politica si era palesata negli anni Novanta dietro la spinta di alcuni Consiglieri Comunali e di Circoscrizione ma poi, poiché chi doveva pensarci non ci credeva, tutto è finito lì. Ora le Circoscrizioni hanno indicato la strada: vogliamo provare a percorrerla tutti insieme? Al sottoscritto, che negli anni Novata era tra quei Consiglieri di cui parlavo prima, la faccenda dal punto di vista politico interessa. D’altronde ci ritroviamo anche qui di fronte ad una situazione nella quale le difficoltà economiche sono aumentate insieme ai bisogni formativi della gente: da un lato il Governo non parla neanche più di questo argomento come se fosse residuale ed insignificante (il precedente Governo di Centrosinistra aveva dato forte rilievo alla formazione continua – ndR.: nel II Governo Amato aprile 2000 Giugno 2001 il dicastero della Pubblica Istruzione fu assegnato a Tullio De Mauro); dall’altra parte però c’è una richiesta sempre più forte di educazione permanente, alla quale bisogna dare risposte, non fosse altro che per allontanare la gente quanto più possibile da quella che, parafrasando Popper, chiamerei senza alcun dubbio, “cattiva maestra televisione”.

Vorrei concludere davvero il mio intervento con un auspicio, quanto mai ed ancor più attuale dopo le esternazioni con annesse dimissioni dell’Assessore Vannucchi: che il prossimo Programma di Governo del Centrosinistra in questa città abbia una nuova parola guida: CULTURA.

Non considero affatto impossibile e velleitaria questa ipotesi: nella “forma” (Cultura ambientale, formativa, sociale, teatrale, artistica, urbanistica, di Governo, democratica…, ecc…) queste declinazioni sono sicuramente possibili, a me piacerebbe che lo fossero anche nella “sostanza”.

Non sarebbe poi neanche tanto difficile dimostrare che una città si cambia in meglio se migliora il suo livello di CULTURA.

Prato li 13 febbraio 2002

prof. Giuseppe Maddaluno

Coordinatore Commissioni Cultura

BUON NATALE 2020 – al tempo del Covid

BUON NATALE 2020 – al tempo del Covid

Un grande abbraccio a tutte le amiche e gli amici che ho avuto la fortuna di incontrare in questi miei 73 Natali – Ho già scritto in un post che per me il Natale non è stata mai una “festa”: da questo punto di vista sono stato considerato un po’ “fuori razza”, ma mi sono accorto di essere in buona compagnia, incontrando tante amiche ed amici che non la pensavano così diversamente da me.

Ho sempre pensato che anche la corsa al “regalo” a volte anche per se stessi e tante volte per le persone più care sia una sorta di “compensazione” amorevole a contrassegnare lo scorrere del tempo inesorabile.

Quest’anno forse si percepisce ancor più questa “mancanza” a causa della pandemìa che ci costringe a restringere i rapporti, ma molto probabilmente ciò potrebbe consolidare gli affetti più stretti e farci maggiormente apprezzare il significato del “Natale”.

24 dicembre CINEMA Storia minima parte 12 – per la 11 vedi 18 novembre

CINEMA Storia minima parte 12

Da segnalare nello stesso anno (il 1937) un film diretto da Clarence Brown, “Maria Walewska” interpretato da Greta Garbo ormai in fase calante (questo è uno dei suoi ultimi film), anche se il mito permarrà a lungo non solo tra i cultori del Cinema. Accanto a lei nell’interpretazione di Napoleone Bonaparte, troviamo Charles Boyer, che era invece nella parte ascendente della sua carriera.

Tra il 1937 ed il 1939 troviamo gli ultimi tre film del periodo britannico del grande Alfred Hithcock. Si tratta di tre classici thriller. Il primo del 1937 è

Giovane e innocente (Young and Innocent). Dal titolo si può comprendere quello che sarà un tema ricorrente nella filmografia del grande regista che, anche in questo film, appare in un cameo sotto le spoglie di un signore che con una minuscola macchina fotografica, si barcamena nella folla.

il secondo del 1938 è tratto da un romanzo  Il mistero della signora scomparsa (The Wheel Spins) di Ethel Lina White. Va ricordato che nel 1979 venne poi girato un remake, anche se – pur interpretato da Angela Lansbury che in più occasioni ha partecipato a film tratti da grandi testi classici “gialli” (fino alla serie “La signora in giallo”) – non ebbe il successo dell’originale, che viene considerato ai vertici del cinema inglese. Il suo “intreccio” colpi uno dei più grandi giovani registi della Nouvelle Vague, Francois Truffaut, grande estimatore del buon cinema e di Alfred Hitchcock.

Il terzo film, l’ultimo girato in terra britannica dal grande autore, fu – nel 1939 – “La taverna della Giamaica”. Anche questo tratto da un romanzo della grande Daphne Du MaurierJamaica Inn”. Fu interpretato da  una splendida Maureen O’Hara al suo esordio. Non è stato ricordato come uno dei film più riusciti e probabilmente ciò è dovuto anche ad un senso ormai di estraniamento dagli ambienti britannici. Inoltre questa produzione era stata per lui, in un certo qual senso, necessitata da una promessa fatta ai produttori, tra i quali Charles Laughton che interpretava anche il ruolo di protagonista.
Va notato che non appena mise piede negli Stati Uniti, Hitchcock recuperò un altro testo della Daphne Du Maurier e ne ricavò un grande capolavoro. Ne riparleremo. 

Rimanendo per un attimo negli Stati Uniti, nel 1937, però, non si può non ricordarlo, Walt Disney gira il primo lungometraggio in rodovetro della storia del cinema, il primo film d’animazione prodotto negli Stati Uniti d’America, il primo a essere girato completamente a colori e il primo lungometraggio prodotto dalla Walt Disney Productions. Si tratta di “Biancaneve e i sette nani” che ha accompagnato decine di generazioni nel corso del Novecento, ivi compreso il sottoscritto ed i miei figli. Il bellissimo film, basato sulla omonima fiaba dei fratelli Grimm fu diretto da David Hand.

Quanto agli incassi, anche se non pervenne ai vertici assoluti fu il film col maggiore incasso nell’anno 1937.

Ritornando in Europa ed in particolare in Francia ci troviamo di fronte ad uno dei capolavori assoluti di quella cinematografia con “La grande illusione” di Jean Renoir. La storia narrata è ambientata in un campo di prigionia sul finire della prima guerra mondiale, Hallbach, fronte orientale tedesco, dove due ufficiali francesi, interpretati da Jean Gabin e da Pierre Fresnay, abbattuti da un ufficiale tedesco, interpretato da Erich von Stroheim, vengono portati come prigionieri. E’ un film che rappresenta anche una delle punte più alte del cinema impegnato “pacifista” ed internazionalista: vi si respirano i temi classici come la differenza di classe, il coraggio individuale e collettivo, la solidarietà nazionale, l’antimilitarismo.»

fine parte 12…..

23 dicembre – DENTRO IL LOCK DOWN – Quesiti irrisolti di una fine anno davvero enigmatica

DENTRO IL LOCK DOWN – Quesiti irrisolti di una fine anno davvero enigmatica

Leggo della volontà da parte di Zingaretti (e del PD?) di andare ad un accordo elettorale con il Movimento 5 Stelle nel caso in cui fosse inevitabile il ricorso alle urne in un prossimo immediato “futuro”. La considero un’idea da “libro dei sogni” ed è la dimostrazione della scarsa serietà della Politica di questi giorni nei quali invece dovrebbe prevalere il senso di concretezza. Come si potrebbe mettere in piedi una “coalizione” che tenga dentro PD e M5S senza fare ancora una volta i conti con i sostenitori “renziani”, laddove fosse proprio il loro leader di riferimento a portare a termine l’idea di far cadere l’attuale Governo ed il suo Presidente del Consiglio? La domanda ha una sua logicità ed è da collegare ad una realtà che troppo spesso è ignorata dalla maggior parte dei commentatori politici: “ignorata”, dimenticata e/o sottovalutata!

Quando Renzi ha lasciato il Partito Democratico non tutti i suoi “fedelissimi” sono transitati nella nuova formazione. Una parte considerevole è rimasta all’interno del “vecchio” partito. Questa mia idea non può essere sic et simpliciter considerata una delle tante forme di ossessione da parte di chi, come me, con l’avvento di Renzi, ha lasciato il Partito, denunciando l’impossibilità di continuare a costruire quella forma di Partito aperto accogliente e pienamente democratico nato dalle forze politiche precedenti, di Sinistra e di Centrosinistra. Non è un’ ubbìa anche perché è confermata a pieno da alcune presenze spurie all’interno degli organismi dirigenti, dove – come accade in Toscana (!) – la maggioranza non è “zingarettiana” ma “ex-renziana”. Prova ne sia ulteriormente la scelta fatta in previsione delle elezioni regionali del 2020 che hanno visto prevalere la figura di Eugenio Giani; per aggiungere che al vertice del Partito Democratico in Toscana è una delle fedelissime del “giglio magico”, Simona Bonafè, tra le coordinatrici della campagna elettorale di Matteo Renzi per le primarie del 2012; ed ancora che basterebbe osservare la composizione degli organismi territoriali, dove l’ala zingarettiana, vincente nelle Primarie,  non riesce a spiccare il volo, segregata ai margini e silente, forse al solo scopo di preservare ipocritamente l’integrità del corpo del partito.

Di fronte a questo scenario poco entusiasmante i commentatori potrebbero trovare la risposta a “E’ mai possibile che una forza che a malapena raggiunge tra il 2 ed il 3 per cento dei consensi nei sondaggi frequenti abbia tale forza di ascolto nella compagine governativa?”. La risposta sta insita nel peso su cui i “renziani” di “Italia Viva” possono contare non sono soltanto in quel misero 3 per cento scarso ma in una considerevole parte del Partito Democratico. Una volta, però, svelato il segreto, ritornando al quesito “nascosto” tra lerighe della prima parte di questo post, occorrerebbe capire intanto quali speranze nutra l’attuale leader del PD in merito ad una futura alleanza con il Movimento 5 Stelle che fosse attaccato ai suoi vertici con una crisi del Governo “Conte” ed in secondo luogo che senso avrebbe presentare all’elettorato una coalizione più o meno “fotocopia” di questa.

22 dicembre – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 1 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la nona parte vedi 2 novembre

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 1 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la nona parte vedi 2 novembre

Breve preambolo

Quando da Feltre mi trasferii in Toscana, a Prato, ho insegnato per tre anni a Empoli all’Istituto Tecnico Commerciale “E.Fermi”. Vi giungevo non solo arricchito da esperienze professionali (avevo insegnato Italiano e Storia al Professionale per l’Industria e l’Artigianato “Carlo Rizzarda” di Feltre) ma anche da quelle sindacali politiche e culturali dovute ad un impegno globale tra PCI, CGIL Scuola ed un Circolo di Cultura Cinematografica aderente all’UCCA (ARCI Cinema).

Sbarcato in terra toscana ho tralasciato per alcuni anni il mio impegno politico e sindacale, mantenendo invece quello più specificatamente culturale e cinefilo. A Prato c’era già un gruppo molto attivo intorno all’ARCI e mi posi a disposizione soprattutto per mettere in piedi l’esperienza del Cinema “Terminale” in via Frascati. Anche nella città di Empoli c’era un gruppo di giovani che agiva nell’ambito del Circolo Unicoop. Forse anche per questa mia presenza nelle due più importanti città della Provincia di Firenze e per la esperienza accumulata nella vitalizzazione del territorio del basso bellunese, mi fu chiesto di occuparmi dell’UCCA a livello regionale. Questo incarico mi consentì tra l’altro di meglio conoscere la realtà toscana, dovendo io “visitare” i diversi Circoli di Cultura Cinematografica per una diretta ricognizione delle principali problematiche strutturali, gestionali, culturali.

A Empoli univo i miei compiti professionali a quelli di carattere politico culturale ed insieme ad alcuni altri compagni tra cui ricordo Jaurès Baldeschi e Giulio Marlia misi in piedi una serie di incontri sul Cinema francese: ne ho parlato in una serie di post poi pubblicati in blocco il 20 luglio u.s..

Come responsabile Regionale dell’UCCA avevo avuto la possibilità di scrivere per una Rivista della Regione Toscana, “BollettinoCinema” del Centro Regionale Toscano Cinematografico. Quello che segue è un mio ampio intervento pubblicato sul n.10 di quella Rivista. Era il luglio del 1983.

Il titolo dell’articolo è “Trenta più Cinquanta fa “Nouvelle Vague”” Lo si trova da pagina 18 a pagina 20. Nel “sommario” si ritrova “Una Rassegna sul cinema francese anni ’30 ha riattivato l’interesse per la cinematografia d’oltralpe – Ora tocca al film noir e poi agli anni cinquanta – Ma il vero obiettivo è la Francia d’oggi, vediamo perché.

Trenta più Cinquanta uguale Ottanta (30 + 50 = 80) può apparire ai cultori di matematica una facile e semplice operazione. Invece no, ha un altro significato per quei cultori di cinema, chiamati “cinephiles” che in questi anni vanno puntando la loro attenzione specifica sul cinema d’Oltralpe. Anche la Rassegna che il Comune di Empoli ( ed altre Associazioni ed Istituzioni) ha organizzato di recente si va collocando all’interno di questo intento il cui risultato, per questioni del tutto legate all’impossibilità di poter anticipare quale sarà il cinema francese nei rimanenti anni Ottanta, sarà possibile verificare solo alla fine di questo decennio. Intanto, mentre si fanno i conti sulla Rassegna degli Anni Trenta ( realizzata ad Empoli tra il 7 marzo e il 21 aprile del 1983) e se ne tracciano i successi, senza indulgenze verso le difficoltà organizzative riscontrate, si sta già procedendo verso nuove iniziative.