CASHBACK un’opportunità perduta perchè in gran parte “diseducativa”

CASHBACK un’opportunità perduta perchè in gran parte “diseducativa”

Una delle scelte dell’attuale Governo che meriterebbe una certa attenzione è quella del CASHBACK.

In linea di massima – viene detto – è un tentativo di limitare l’uso del denaro contante che molto spesso è collegato a prestazioni “a nero”. In realtà la maggior parte degli scontrini afferiscono, soprattutto in questo momento di profonde incertezze per il futuro, a spese necessarie di mero consumo o poco più (supermercati, farmacie, vestiario, elettrodomestici, generi vari): tutti collegabili ad operazioni che non avrebbero potuto essere “a nero”. Parlo del CASHBACK di Natale per il quale era molto facile raggiungere il limite di 10 transazioni (dopo tutto, come si sa, contribuivano al computo anche gli scontrini di pochi centesimi) ed ottenere il 10% di rimborso. Quello di Natale è stata una “prova” per far poi abituare un numero sempre più alto di persone all’utilizzo del Bancomat. E in un certo senso quella proposta poteva essere tollerabile.

Poi questa operazione ha avuto un prosieguo. E un regolamento diverso intorno al quale nutro delle forti perplessità.

Per il semestre gennaio – giugno di questo anno non c’è solo il reintegro del 10% fino ad un massimo di 150 euro ma un super premio (!) di 1500 euro per i primi (!) 100.000 contribuenti conteggiati sul totale delle spese delle quali saranno in grado di produrre scontrini.

La trovo una scelta profondamente sbagliata e diseducativa. Ad essere premiati alla fine dei conti sarebbero coloro che conducono un tenore di vita medio-alto, mentre tutti quegli altri dal 100001mo in poi si dovrebbero accontentare del minimo sindacale. In pratica si tratta di una gara tra “non pari”. Iniqua.

E’ stata una scelta infelice; nella prima parte di essa significativa ed equilibrata: non c’erano premi “super” e si sarebbe in ogni caso incentivato l’uso delle “carte” al posto dei contanti. Nella “seconda” invece si è tentato di stimolare ulteriormente la spesa ma si è ridotta drasticamente la possibilità di poter accedere a quel “bonus” di 1500 euro, a fronte di un ridottissimo plafond di 150 euro per sei mesi (mentre, va ricordato, i primi 150 o comunque 10% delle spese riconosciute si riferivano a tre sole settimane).

Quel che il “tempo” ci chiede di “fare” parte 1

Quel che il “tempo” ci chiede di “fare” parte 1

“Ho pensato a te!” fa sempre piacere sentirselo dire; anche se, alla mia età, il pensiero non va a toccare temi che avrebbero fatto piacere ad un “uomo-maschio” giovane o appena sulla soglia della maturità. Anzi, c’è la preoccupazione di aver fatto qualcosa di sbagliato e il dialogo, telefonico, non riesce a porre in evidenza il senso di smarrimento dovuto ad una incomprensibilità.

Ma questa volta chi ha “pensato a” me lo ha fatto per un’ottima ragione, auspicabilmente definitiva, anche se inevitabilmente “provvisoria”.

E’ il riconoscimento di aver avuto ragione allorquando sono uscito dal Partito Democratico.

Non so tuttavia se la persona che mi ha dato “ragione” sia uscita anch’ella dal Partito o stia per farlo. Se è vero che ben poco mi importa sarei tuttavia molto perplesso sul livello di coerenza del “suo” pensiero “resipiscente”.

Il suo è il riconoscimento delle buone ragioni che mi spingevano a ritenere finita ogni possibile speranza di rinnovare le pratiche politiche nel segno della democraticità, della partecipazione, della condivisione, dopo l’avvento della fase renziana con tutto ciò che è riuscita a tirar dentro il Partito Democratico. Anche prima che Renzi si presentasse alle Primarie (anche le “prime”) il Partito non godeva di buona salute: molti di noi avevano faticato a costruire il Partito nuovo (non un “nuovo” Partito) e la documentazione di quella parte di Storia è ricchissima; anche su questo mio Blog ripercorro alcune fasi (locali e nazionali), sin dagli albori del PD.

E quel “riconoscimento” era maturato intorno alle ultime vicende nazionali che hanno visto Matteo Renzi, ormai anche lui “fuoruscito” dal PD, mettere in crisi l’attuale Governo per pura vanagloria “personale”. L’ha fatta così “grossa” da spingere il resto della coalizione (M5S, PD e LeU) a dichiarare che “mai più” avrebbero fatto un Governo con la “sua” formazione (“Italia Viva”).

Mi prendo il “riconoscimento” ma temo che quel “mai più” finisca ben presto nel dimenticatoio. “Temo”: perché la lezione della Storia molto spesso ci ha costretti ad affermare che “in Politica non si è mai certi in modo definitivo” delle vie d’uscita.

E’ pur vero che dopo l’uscita dalla “maggioranza”, accompagnata da discorsi furenti e fuori misura “contro” il Presidente del Consiglio, c’è stato un coro unanime di sdegno verso quella scelta da parte soprattutto dei componenti politici nazionali e locali, nonché degli iscritti ed elettori, del PD, forza politica dalla quale sia lui che tutti gli altri membri di Italia Viva furono eletti nel marzo 2018.

Un segnale “per ora” inequivocabile.

Il dibattito è stato fervido. Ciascuno dei partecipanti ha fatto ruotare intorno a sé le ragioni dello sdegno. Non ne sono esente; ed è per questo motivo che sottolineo, per ora, due questioni che mi stanno a cuore e che, prima di analizzarle, sintetizzo.

  1. Se si continuasse a porre in evidenza la differenza di “correttezza” e di “coraggio” tra chi “è uscito” e chi “è rimasto” non potremmo andare avanti verso una ricomposizione del Partito Democratico “post renziana”.
  2. Chi richiama alla necessità di “un pensiero lungo” che mancherebbe all’attuale Partito farebbe bene a riprendere in mano tutti i documenti “ufficiali” della fase di costruzione del PD e avviare una revisione di tutto ciò che non ha funzionato.

….1…..

23 gennaio PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – XIV una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico (per la XIII vedi 3 gennaio)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

14.

Conosciamo la “fatica” della politica, la pazienza nel costruire le relazioni, nell’intraprendere il confronto ed il dialogo, la capacità di saper ascoltare prima che del saper argomentare: è un lento processo nel quale bisogna far emergere le grandi doti politiche. Ad esso, ed in esso, dobbiamo formare le nuove generazioni di politici ed amministratori del futuro Partito Democratico. E per riuscire a far questo dobbiamo promuovere maggiormente la “partecipazione”.
Per far questo occorrerà che la Politica non presenti idee e progetti pre-confezionati ad uso e consumo dei pochi eletti; anche i programmi non possono essere scritti nel chiuso delle stanze dei Partiti con la partecipazione di qualche illustre professionista dei diversi settori, e basta. Se si continua di questo passo, aumenterà la solitudine di qualche amministratore e di qualche politico e la gente sarà ancor più delusa e frustrata.

Prato è la nostra città, è quella che meglio conosciamo; dunque, in essa dobbiamo impegnarci. Ed il silenzio che la pervade è anche dovuto al fatto che vi è una profonda stanchezza da parte di chi, a volte, più che una risorsa, è visto come un ingombro scomodo se nell’intervenire sottolinea quegli aspetti poco chiari o quelle parti che non lo convincono del tutto o per niente.

Questo stato di cose va affrontato anche all’interno di quel percorso di rinnovamento della Politica e di rinvigorimento del processo democratico che vuole essere il Partito Democratico.

Il Comitato intende da questo punto di vista accreditarsi in modo concreto come elemento catalizzatore di quest’ansia, giusta ed equilibrata, democratica di cambiamento, un elemento catalizzatore di tipo dunque né populistico né demagogico per la società civile.

Il Comitato vuole partecipare da protagonista a questo progetto inserendosi in un percorso di Coordinamento; noi non pensiamo di doverne avere il monopolio, la leadership o il copyright: saremmo felicissimi se a Prato si costituissero altre forme associative come la nostra aventi gli stessi obiettivi.

E’ importante avere gli stessi obiettivi ed infatti nel nostro Regolamento all’art. n.10 abbiamo sottinteso che il mutamento eventuale, laddove con un colpo di mano pur democratico si verificasse, dell’obiettivo equivarrebbe alla conclusione dell’esperienza dello stesso Comitato.

Il Comitato anche per questo intende agire da stimolo sia verso le forze politiche sia verso l’associazionismo organizzato sia verso le singole ed i singoli cittadini, e con tutte queste realtà intende cooperare per il raggiungimento dell’obiettivo. A tale scopo cercheremo di utilizzare tutti gli spazi, tutti i mezzi a nostra disposizione ed alla nostra portata per far procedere in avanti la costruzione del Partito Democratico. Ed è così che nel percorso da compiere verso l’obiettivo principale ribadiamo che non intendiamo affiancare i Partiti perché consideriamo ciò come limitativo della necessaria autonomia, necessaria per poter essere maggiormente entrambi funzionali alla società civile.

…fine parte 14…

22 gennaio – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 2 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la parte 1 vedi 22 dicembre

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 2 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

prosegue la riproposizione di un mio contributo del 1983 su alcune attività da me svolte in Toscana

Si lavora alla messa a punto di un grande Convegno sul cinema degli Anni Cinquanta (leggi “Nouvelle Vague”), corredato dalla presenza di qualche attore, qualche regista ed un gruppo di critici e dalla proiezione di opere filmiche e documentarie su questo periodo fecondo e fondamentale per la Storia del Cinema, mai del tutto studiato ed approfondito complessivamente.

In particolare sarà opportuno poter visionare gran parte di quelle opere che furono fonte ispiratrice degli Autori della Nouvelle Vague. Di questo scriveremo semmai in altra occasione in maniera più particolareggiata.

Ma l’interesse per il cinema francese non è limitato a queste due occasioni (la seconda peraltro non ha trovato ancora né Enti che la finanzino né ovviamente una città che la ospiti): ve ne sono delle altre. Per questa estate del 1983 a Firenze nei giardini del Palazzo dei Congressi si potranno seguire e conoscere, oltre che approfondire, altri aspetti del cinema transalpino (una personale sarà dedicata a Brigitte Bardot, un’altra a Jacques Tati e verranno presentate opere collegate ad alcuni generi specifici di quella cinematografia come il “film noir”); e poi verso la fine del 1983 inizio del 1984 nel Mugello sarà possibile vedere parte della produzione più recente di questo cinema con personali dedicate a Patrick Dewaere, Gerard Depardieu, François Truffaut ed altri , sempre collegati al genere dei “film noir, quella produzione che ha influenzato e che certamente continuerà ad influenzare del resto il Cinema di questi Anni Ottanta.

Andiamo per ordine, cronologico e matematico (si scherza, ovviamente). Qui ci tocca parlare innanzitutto degli Anni Trenta, ci preme accennare a questa Rassegna di Empoli, che ha costituito il punto di partenza delle successive, non ancora del tutto formalizzate e peraltro da realizzare in un futuro che si attende molto prossimo.

Ad Empoli ci si era riuniti una sera dello scorso novembre presso il Circolo Unicoop per discutere intorno alla possibilità di organizzare una serie di incontri di studio sull’arte cinematografica: ci si era soffermati su alcuni aspetti del linguaggio cinematografico, intendendo però concentrarsi sulla ricerca semiologica e sulla creazione dello stesso linguaggio comune, attraverso i vari generi più popolari dello stesso nostro cinema, dal dopoguerra ai giorni nostri. Ci si era in quella occasione confrontati con le diverse idee, si era parlato del più e del meno, della scuola, di come poterla maggiormente coinvolgere nello stesso progetto per avvicinare gli studenti al Cinema ed ognuno aveva espresso le sue proposte, le sue posizioni; poi, come capita spesso, vi era stata una delega per proseguire, tenendo conto di tutte le diversità, nella stesura del piano particolareggiato dell’iniziativa.

Qualche giorno dopo doveva avvenire il “deragliamento” dalle nostre primitive intenzioni.

…parte 2….

21 gennaio – un corto “Il SECCHIO”– e alcune riflessioni sul lavoro “delicato” nei settori della SANITA’ e del SOCIALE

21 gennaio – un corto “Il SECCHIO”– e alcune riflessioni sul lavoro “delicato” nei settori della SANITA’ e del SOCIALE

Nei giorni di “lock down” forzato in primavera  ed in questi ultimi dell’inverno 2021 ci ha fatto compagnia la “memoria” e l’utilizzo di mezzi straordinari come le migliaia di produzioni cinematografiche di cui, attraverso pay tv e piattaforme digitali pubbliche o cataloghi personali disponibili, possiamo disporre. Allo stesso tempo ci aiutano a sopravvivere quelle incombenze inattese nelle quali sia per ragioni familiari sia per motivi amicali ci imbattiamo. Sarà una forma di “ottimismo” sarà un modo per non abbandonarsi alla depressione che di tanto in tanto bussa alle nostre porte, ma finiamo per considerare anche gli aspetti negativi come una “variante” che ci fa essere contenti di “vivere”.

Pur tuttavia non ci si può esimere dal sottolineare che alcuni aspetti – soprattutto quelli che colpiscono altri da noi – non possono e non devono essere sottovalutati nella loro gravità, pur essendo spesso, purtroppo,  elementi di “normalità”. Con ciò intendo dire che non è sopportabile né la maleducazione né la scortesia di chi si occupa di gestione “pubblica” ancor più, come in uno di questi casi, se riguarda il delicatissimo settore della Sanità per patologie – ed in questo caso particolare – oncologiche.

L’ho presa alla larga, ma la questione è davvero seria. E solo in fondo espliciterò il collegamento tra la cruda realtà e il racconto cinematografico.

Qualche anno fa ho trattato di alcuni casi di malasanità in terra toscana. Ovviamente non sempre le cose vanno male, ma è una “fortuna” avere buoni trattamenti. Quello a cui mi riferisco, ormai superato, riguarda il ritardo con cui alcune analisi venivano processate ed inviate al paziente: se si trattasse di esiti “negativi” nulla di male, anche se l’attesa potrebbe creare qualche giusta preoccupazione; ma  di fronte ad un esito “positivo” comunicato sei mesi dopo c’è davvero da denunciare un tale disservizio. Ovviamente davanti a tale situazione non è fuori luogo rivolgersi ad altre strutture in altre Regioni. Nel caso appena accennato fu la Lombardia, Milano e lo IOR. Successivamente una denuncia civile fu rivolta al Tribunale per i Diritti del Malato; pur chiarendo che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di recupero dei danni, puntando solo sulla denuncia dei disservizi, gli stessi avvocati del Tribunale dopo aver accolto la protesta sconsigliarono di procedere, essendo nel frattempo stati risolti positivamente (anche se in altra sede) i problemi di salute della persona, che erano in ogni caso “sottovalutati” in modo becero dalla stessa Direzione Generale.

Ma veniamo all’oggi. Una donna dopo una mammografia dalla quale si rileva qualche elemento “sospetto” chiede di poter avere con urgenza una nuova visita ed un approfondimento diagnostico. “La contatteremo” troppe volte si dice ma il futuro non è mai di certo “prossimo”. Ed infatti dopo qualche giorno la donna insiste, sottoponendosi a slalom telefonici che non sempre sono brevi e non sempre riescono ad arrivare alla conclusione. Dopo alcuni giorni di “inutile” attesa la donna si reca al desk ed insiste di avere un appuntamento per le indagini più approfondite, preoccupata per le sue potenziali condizioni, e viene trattata malissimo, scortesia ed arroganza di un “potere” che non si possiede (in modo particolare una “dottoressa” tale P….. = è un cognome non una attività)  e che caratterizzano alcuni operatori. Il risultato dell’analisi è ovviamente “positivo”.  Per di più, non si sente tutelata e sicura, anche per la perdurante scortesia di qualche operatore e, di fronte alla scelta dove farsi operare, la donna sceglie la Lombardia, Milano e lo IEO: chiede alla struttura “toscana” tutta la sua documentazione e “trasmigra”.

Da quanto ci è dato di sapere, allo IEO ha trovato accoglienza, professionalità, efficienza. E soprattutto la “cortesia” e la capacità di essere anche empatici, sentendosi ascoltata e rispettata.

Quel che c’entra il riferimento a quel “corto”, “Il SECCHIO”, di cui la menzione nel titolo, lo potrete scoprire in maniera diretta.

su Primevideo

Il messaggio del filmato è che per svolgere un certo tipo di lavoro non basta saper fare, eventualmente, il proprio dozzinale semplice mestiere. Non si può lavorare nella Scuola, nella Sanità, nel Sociale, ed in genere nei rapporti con il pubblico essendo scortesi volgari presuntuosi ed arroganti. In realtà lo si potrebbe essere quando si è “fuori” dal luogo di lavoro; ma è intollerabile esserlo quando si ha a che fare, soprattutto quando si ha a che fare, con chi è in posizione di oggettiva debolezza.

20 gennaio – ESTATE 2020 – parte 9 – Campiglia con Carol e Cloe (per la parte 8 vedi 16 dicembre)

ESTATE 2020 – parte 9 – Campiglia con Carol e Cloe

Cloe e Carol, sono due femminucce. Cloe è mediamente alta ed è un border collie molto tranquillo; Carol è invece una bastardina simpaticissima ma nervosetta. Non appena passano altri cani ringhia e abbaia. Cloe è del tutto disinteressata a questi riti. Una delle signore che passeggia con un canino minuscolo anch’esso partecipe della cagnara se lo prende in collo e si avvicina chiedendoci lumi sulle nostre provvisorie amiche.  Spieghiamo all’incirca che non sono nostre e poi in modo per noi involontario intavoliamo un dialogo e veniamo con grande precisione di dettagli a conoscenza della “vita” e degli “amori” della “signora” che poi, anche probabilmente perchè era riuscita ad intuire che non ce ne importava proprio nulla, va via poco prima che Patrizia facesse ritorno.

In realtà veniamo a sapere che l’amica non possedeva ma gestiva un altro immobile, ma non aveva in quel momento le chiavi. Esprimiamo in modo un tantino più chiaro quelle nostre perplessità non tanto sugli immobili (quello di Patrizia ad esempio è stupendo) quanto sulla impervietà del sito. Ma, lo confermiamo a Patrizia, il luogo è affascinante ed accettiamo l’invito a visitarne altre parti.  Raccontiamo a Patrizia dell’incontro con la signora e le chiediamo perché mai Carol è sempre così timorosa ed agitata. E Patrizia ci racconta la storia di quella cagnolina, di come e quando l’ha adottata. Attraverso contatti sui social aveva saputo di quella cagnetta ed era stato amore a prima vista. Era stata abbandonata sotto un cavalcavia all’altezza di Giarre sulla strada che porta da Messina a Catania. Aveva notato dal video che somigliava tantissimo alla sua Carol, un’altra bastardina venuta meno qualche giorno prima per vecchiaia. Era stata una sua compagna fedele e dolcissima e vedere una sua sosia le fece immaginare che fosse un segno del destino con una sorta di metempsicosi animale. aveva contattato subito il recapito del Centro di raccolta randagi di Giardini Naxos ed aveva subito fissato un appuntamento. “Bella, questa storia!” “E’ per la paura di poter essere nuovamente abbandonata, che ha questo modo falsamente aggressivo. In realtà è buonissima, dolcissima” e Patrizia continua ad accarezzarla con affetto.                                                         Tutti insieme ci avviamo verso la Rocca; occorre ovviamente salire ma Patrizia ci conduce per strade meno impervie, vicoli suggestivi. A metà strada in uno dei vicoli un po’ più larghi ci attende uno strano incontro.

A metà percorso ed al centro della stradina lentamente si muove verso di noi un gatto nero chiaramente minaccioso. Viene in mente “una lonza leggera e presta molto” ma non siamo all’Inferno. Cloe e Carol procedono con eccessiva prudenza, quasi fingendo di non vedere, tenendosi a distanza dal soggetto che a tutta evidenza giudicano pericoloso. Il gatto in posizione di attacco con la coda ritta non si sposta dal centro e segue con gli occhi furenti il nostro passaggio. “Siamo salvi!” penso tra me e me, superato il rischio, ma la bestia ci segue con gli occhi e con il passo felpato. Svoltiamo per una nuova stradina che si inerpica verso la Rocca. Prima di rigirare nuovamente per un altro tratto mi giro a controllare e noto uno degli occhi del felino che si affaccia a verificare da parte sua se il pericolo è scampato, se gli intrusi si sono allontanati. “Ciao ciao, simpatico micione!”.

19 gennaio – Cani gatti e figli – il nostro “primo figlio” era “peloso” parte seconda (per la prima parte vedi 20 dicembre)

Cani gatti e figli – il nostro “primo figlio” era “peloso” parte 2.

Come tanti “siamesi” era cagionevole di salute, soprattutto quando per motivi logistici era costretto a cambiare dieta. Accadde, dunque, che in una delle vacanze estive, all’inizio degli anni Settanta a Maratea, Pallina si ammalasse gravemente, era inappetente, svogliato, indolente. Quasi certamente era immalinconito dal cambio di sede, pur provvisorio o forse, come ci disse una giovane veterinaria del posto, era stato punto da qualche insetto.   Mary per alcuni giorni era diventata esclusiva badante del gatto e decise di interrompere la vacanza, ritornare a casa e riportare Pallina alle buone abitudine alimentari. Ripartii anche io dal mare e, insieme a Mary, ci si prese cura del gatto, che si riprese pur lentamente ma del tutto in meno di una settimana. A me parve che dopo quella vicenda gli fossi rimasto più simpatico; era, diciamocelo, meno geloso.

Purtroppo, poi, Mary ed io ci siamo allontanati per inseguire il nostro progetto di vita e non avremmo mai pensato di poter avere una compagnia in una realtà provvisoria come quella dove ci siamo trovati “insieme” a stare: una mansarda di legno in una palazzina storica ma vetusta (anche se per noi è stata una vera e propria “reggia”) nel centro storico di Feltre, che è una bella cittadina nella provincia meridionale di Belluno. “Pallina” rimase solo e condizionato da tutta una serie di vicissitudini di tipo tellurico con la terra puteolana ballerina e si ritrovò sfollato tra gli umani in quel di Castelvolturno e  si smarrì nella pineta probabilmente andando “a caccia”. Di lui rimasero indelebili gli agguati ai canarini in gabbia e il tentativo di balzare sulla “pelata” di un amico di casa, nonchè sono ferme nella memoria le passeggiate sul bordo dell’inferriata del balcone da cui, più di una volta, era cascato facendo voli di qualche metro.

Nella “mansarda” di Feltre nel periodo in cui avevo vissuto da “single”, condividendo lo spazio, ampio (tre camere da letto) con alcuni colleghi, tutti “terroni” come me (andando verso il Nord “terroni” sono tutti quelli che abitano anche solo a pochi metri verso Sud): Saverio era reatino, Salvatore casertano e Pinuccio barese. Gli ultimi due erano da soli; il primo aveva con sè un “collie”, buono buono come il pane, se ne stava tranquillo e, per me, era davvero come se non ci fosse. Anche Saverio era una persona straordinariamente riservata e questo quasi certamente si rifletteva sul suo cane, che mi accettava anche quando lo portavo fuori al posto del suo padrone. Saverio peraltro era libero per l’intera giornata, insegnando alle “150 ore” che appena allora avevano preso il via, riservate ai lavoratori per recuperare anni di scuola media. E quindi, anche per questo motivo, la sera ero io a portar giù per via Mezzaterra fino alla sede della Scuola Media: e non poche volte mi sono aggregato tra studenti e docenti, facendo leva sulla mia attività non solo di docente ma anche, in quel periodo, di sindacalista.

…2….

Una barbarie celata dietro lo schermo della civiltà – parte 2

Una barbarie celata dietro lo schermo della civiltà – parte 2.

Gli Stati Uniti nascondono i loro limiti “civili” come si fa con la “polvere sotto i tappeti”. E c’è ben poco da scherzarci su: i cittadini americani non possono considerarsi né civili né punto di riferimento per una Cultura democratica se non sono in grado di comprendere come l’applicazione di una “neo legge del taglione” sia un metodo che non tiene nel dovuto conto alcuni aspetti significativi delle vicende che si vorrebbero perseguire. Non fosse altro che con l’applicazione della pena di morte si chiude ogni possibilità concreta di revisione; non fosse altro che non si potrà realisticamente  riportare in vita chi dovesse con il tempo non essere considerato il vero colpevole.

Nel caso di Lisa Montgomery i veri colpevoli sarebbero stati i suoi “genitori”: la madre e il patrigno. Ma la legge americana non è stata in grado di sanzionare i loro crimini e, perlomeno, di questi avrebbe dovuto tener conto nell’erogazione della giustizia. In ciò risiedono i limiti “civili” di cui parlo sopra. Nascondono l’incultura, la violenza troppe volte considerata “norma”: ed è anche in questo senso che riusciamo a comprendere i motivi per cui negli Stati Uniti sia così facile acquistare e detenere armi.

Lisa aveva una colpa che “all’ingrosso” era evidente. Non è sempre così. in questi giorni mi è accaduto di poter vedere un bel mediometraggio di Giuseppe Ferlito. Lo si trova su Primevideo di Amazon ma se andate su Facebook lo ritrovate anche attraverso l’account di Amnesty International. Il titolo è “GREG” ed è l’abbreviazione del nome di Gregory Summers. Se digitate questo link lo recupererete https://www.facebook.com/watch/?v=912982145764404

Gregory Summers è un’altra vittima della Giustizia Americana (in questo caso lo Stato è il Texas). Accusato di avere assoldato dei criminali per far uccidere i suoi genitori e lo zio allo scopo di incassare un premio assicurativo. L’assassino reale dei suoi congiunti venne arrestato e dopo un processo condannato a morte. Gregory venne da subito incriminato come mandante dei delitti ma non sono mai state trovate prove certe sulla sua reale colpevolezza, per la quale si è sempre dichiarato innocente.

Sul sito de   ildialogo.org  trovate la sua storia e la storia di una delle tante orrende nefandezze commesse dalla “giustizia” statunitense. https://www.ildialogo.org/campagne/lasuastoria04092004.htm

il film di Giuseppe Ferlito ricostruisce solo una parte della “storia”, quella che vide il coinvolgimento di una docente – preside di una Scuola Media di Navacchio, in provincia di Pisa, che venuta a conoscenza di un appello internazionale a favore di Gregory, decise di parlarne con gli studenti e li coinvolse in una rete di corrispondenza così intensa da far decidere lo stesso condannato di voler essere sepolto in Italia, in quel luogo dal quale provenivano tante parole consolatorie, dopo l’esecuzione della pena.

Queste due vicende in qualche modo simili e recenti mi hanno fatto ricordare che – su questo Blog – dal 3 giugno 2019 pubblico suddiviso in diversi “blocchi” le risultanze di un Convegno dal titolo “PACE E DIRITTI UMANI” (attualmente sono alla XXIX – ventinovesima – parte, pubblicata lo scorso 4 gennaio) organizzato da me a Prato per celebrare la prima Edizione della Festa della Toscana. In quell’occasione eravamo proprio a discutere sulla pena di morte, che era stata comminata a Derek Rocco Barnabei, sulla cui colpevolezza esistevano molte incertezze ed ambiguità.

Una barbarie celata dietro lo schermo della civiltà – parte 1

Ieri sera sabato 16 gennaio Massimo Gramellini ha concluso la puntata de “Le parole della settimana” annunciando l’editoriale consueto di chiusura, tipicamente emozionante e coinvolgente, con queste parole: “..E’ la buonasera più dura che abbia mai letto durante la mia vita…Spero di riuscire a farla….E’ molto dura, però dobbiamo sentirla…”.

Se volete sentirla collegatevi con Raiplay utilizzando il link che troverete qui.

https://www.raiplay.it/video/2021/01/Le-parole-della-settimana—16-01-2021-a3089d70-d61f-4a8c-a56d-35805a68de44.html

E’ accaduto negli Stati Uniti; è quel paese che, forse “a torto” abbiamo considerato “culla della democrazia”. E’ quel paese che nel 2016 ha eletto un personaggio, estremamente pericoloso per i destini residuali dell democrazia statunitense, come Donald Trump e che nel 2020 gli ha riconosciuto una leadership invidiabile con circa 75 milioni di consensi, che per fortuna non sono riusciti a farlo rieleggere.

La “buonasera” amara di Gramellini ha riguardato un fatto raccapricciante che ci interroga e coinvolge, non meno di quanto non ci abbiano coinvolti – e purtroppo continuano a farlo – le vicende che riguardano i “nostri” giovani Regeni e Zaky (il primo martirizzato in modo violento, il secondo segregato immotivatamente da un regime dispotico antilibertario).

Uno dei più crudi “limiti” all’espressione collettiva dello sdegno inferto dalla pandemia in corso è la difficoltà di collegarsi in modo attivo, come si riusciva meglio a fare.

Negli ultimi anni però c’è stata sempre meno attenzione intorno ai temi sulla liceità civile di comminare pene capitali. Anche un’Associazione come “Nessuno tocchi Caino” o un’Istituzione come “Amnesty International” non è riuscita a mostrare il giusto interesse verso questi argomenti.  D’altra parte il livello medio culturale della popolazione mondiale ha subito un arretramento progressivo che sta producendo un imbarbarimento diffuso: non ci si lasci abbagliare dalla presenza di “eccellenze” tra le giovani generazioni (trentenni, quarantenni).

Quello che è accaduto nello Stato dell’Indiana con l’ennesima esecuzione capitale è ulteriormente raccapricciante per altri due motivi: innanzitutto si tratta della prima donna negli ultimi 70 anni ad essere giustiziata; e poi si tratta di una persona che avrebbe dovuto avere un trattamento specifico di tipo sociale. 

Qui sotto trovate un link cui riferirvi per comprendere il motivo per cui l’esecuzione – in sè e per sè  ma in modo ancora più particolare questa – sia da considerare un vero e proprio “crimine”, un’aberrazione frutto di una Cultura turpe e nefanda che nega gli stessi princìpi fondamentali della Civiltà che avrebbero dovuto suggerire trattamenti civili di sostegno alla donna, riconoscendone soprattutto l’incapacità “di intendere e di volere”.

https://www.fanpage.it/attualita/perche-la-pena-di-morte-e-sempre-sbagliata-la-vera-storia-di-lisa-montgomery/

Da questo link riporto per facilitazione di chi legge un brano:

“Lisa Montgomery a tre anni veniva fatta giacere a letto mentre il baby sitter violentava sua sorella di otto anni, lì accanto. A 11 anni iniziò a essere stuprata lei, dal patrigno, che picchiava lei e sua madre.

Il patrigno costruì una stanza apposta accanto alla roulotte dove vivevano, perché da lì nessuno potesse sentire le sue grida.

Una volta il patrigno le sbatté così forte la testa sul pavimento da procurarle una lesione cerebrale.

La madre di Lisa Montgomery la faceva prostituire con l’elettricista e con l’idraulico, per pagare i lavori di casa. Invece il patrigno la usava come banchetto con gli amici, e alla fine delle violenze le pisciavano addosso”.

Senza alcun dubbio quel che ha commesso Lisa Montgomery è orrendo

Sempre da fanpage (vedi sopra):

“Lisa Montgomery aveva strangolato una donna incinta di 23 anni, un delitto atroce. Le aveva tagliato la pancia e le aveva tirato via la figlia, rapendola e fingendo di avere partorito lei”.

…1…..

Il rottamatore impenitente verso il declino

Il rottamatore impenitente

Avrei desiderato fare a meno di scrivere intorno a questo tema, ma finisco per cedere alla provocazione inferta al Paese da quel personaggio davvero inqualificabile nel senso peggiorativo del termine che non si è posto alcun riguardo verso una realtà sempre più emergenziale le cui responsabilità non possono essere addebitate in modo esclusivo o prevalente al Governo ed al suo attuale Premier.

Non sono stato tenero e silente sulle manchevolezze dell’Esecutivo, pur riconoscendo oggettivamente (non sarebbe molto difficile comprovare quel che in tantissimi hanno affermato) che non vi fosse  – e non vi sia – un’alternativa migliore. Chi oppone critiche molto spesso populistiche nel senso peggiore di questo termine al lavoro del Governo non ha mostrato di possedere le qualità per affrontare la crisi pandemica: in qualche caso le “proposte” (oscene) dell’Opposizione apparivano ed appaiono di gran lunga molto – ma molto – più pericolose per la Salute pubblica. Tra costoro sarebbe stato logico non ci fosse stato alcun rappresentante della coalizione al Governo.  Invece l’impazienza e una profonda incapacità politica che fa impallidire lo stesso ceppo di provenienza del protagonista di tali esternazioni, e cioè quel comportamento tipicamente “democristiano” cinico e spietato, a “qualcuno” non sono mancate. Le battaglie politiche si sono da sempre svolte in campo aperto anche in modo crudo ma si usciva dai consessi con visioni unitarie, in modo particolare nei periodi più difficili della nostra storia repubblicana.

Sbagliato lo stile, sbagliato il modo, sbagliato il “tempo” e soprattutto l’esito.

C’è un coro unanime di disapprovazione ed il riconoscimento di una profondissima irresponsabiità, che è stata utilizzata per scopi incomprensibili se non attinenti ad una prevalenza egoistica di poter “finalmente” ritornare “in auge”(!) sulla scena politica. Indubbiamente il signor “poco più che nulla” c’è riuscito e probabilmente così facendo sembra si stia anche giocando una parte dello scarsissimo consenso che aveva “acquistato”(!).

In queste ore si avverte una forma tardiva di resipiscenza, anche se si potrebbe semplicemente trattare di un escamotage per mantenere compatto il gruppetto di parlamentari; mostrare disponibilità  a rivedere le proprie posizioni  giocando semmai su qualche virgola o punto e virgola di cui poter vantare, a ragione o “a torto”, la primogenitura.

Ad ogni modo, poiché ho notato che anche nel Partito Democratico la sortita non è piaciuta, spero proprio che sia stato, questo degli ultimi giorni, se non proprio l’ultimo, uno degli ultimi tentativi di truccare le carte del gioco nobile della Politica da parte dell’Infante recalcitrante e rottamatore “fallito”.