21 marzo – REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 3 (In questa nuova “palestra” ci sono passi indietro e passi avanti….)

3. REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 3 In questa nuova “palestra” ci sono passi indietro e passi avanti. Se per davvero si vuole cambiare, occorre che vi sia chi fa dei passi indietro e chi abbia la possibilità di fare dei passi avanti. Se si annunciano cambiamenti, occorre agire di conseguenza. Diversamente, sarebbe una nuova buona occasione perduta.

E’ solo una “metafora”, quel “vedere le carte”, ovviamente! Innanzitutto perché per troppo tempo le abbiamo vedute sempre così identiche a se stesse e non abbiamo mai avuto un riscontro con ciò che sarebbe stato realizzato. Tante “parole” pochissime “conferme”; tanto che di volta in volta le si sono ripetute come se fossero “nuove”, ma erano vecchie e stantie. E’ una pessima abitudine della “Politica” che ha avuto bisogno di “rinnovarsi” continuamente proprio perché non riusciva a rinnovarsi per niente.

Di certo ci siam cascati anche noi, che abbiamo i capelli bianchi. Ed è davvero molto difficile che ci si ricaschi senza avere  la necessaria prudenza.

E’ possibile oggi attivare un nuovo percorso virtuoso? La “ragione” mi dice di NO, ma la passione mi sospinge. Gli elementi positivi possono avere la prevalenza solo se per davvero si avvii a considerare questo “tempo” così sospeso ad un passo dal precipizio come bisognoso di una cura molto energica e speciale.

L’equiparazione tra pandemìa e vaccini e crisi profonda e ricerca di una soluzione appare a me molto carica di significati e molto appropriata.

Quel che occorre non sono altre “vecchie” parole rielaborate in modo abborracciato pur con un nobile e sincero intento.

Non si può far finta di niente, come se in questi anni non fossero accadute vicende che hanno ridotto il livello di democraticità, hanno mortificato la partecipazione diffusa, hanno svenduto gli ideali in cambio di un potere accentrato sempre più nelle mani di pochi. Occorre costruire forme politiche che si occupino prioritariamente delle realtà umane ed economiche, culturali e sociali, attenuando le differenze  ed incentivando le uniche forme di ricchezza che siano utili a migliorare la società, distribuendo gli utili nella creazione di occasioni di lavoro “stabile” anche se diversificato. Occorre far tesoro per davvero di questo dramma che stiamo vivendo; dobbiamo impegnarci a far sì che per davvero da questa tragedia si esca tutti migliori. Ce lo siamo detto ma non sembra che queste affermazioni siano state considerate come sacrosante verità da realizzare.

In questa nuova “palestra” ci sono passi indietro e passi avanti. Se per davvero si vuole cambiare, occorre che vi sia chi fa dei passi indietro e chi abbia la possibilità di fare dei passi avanti. Se si annunciano cambiamenti, occorre agire di conseguenza. Diversamente, sarebbe una nuova buona occasione perduta.

20 marzo – REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 2

REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 2

Cercare voti a destra era purtroppo necessario per poter vincere, visto che una parte sempre più corposa di elettori di Sinistra si allontanava, in parte correndo dietro all’attivismo verbale pentastellato in parte contribuendo ad aumentare il voto di astensione o quello “disperso” a volte anche in controtendenza (non è sempre facile per tutti in questi tempi comprendere quale sia la differenza tra Sinistra e Destra). E allora perchè mai non camuffarsi da Zelig se questo torna a vantaggio?

Quelli che conoscono i miei percorsi politici sanno perfettamente che non è mai stato tra i miei obiettivi il lucrare sul tipo di impegno che profondevo; ovviamente ho sempre più agito in modo disinteressato, soprattutto man mano che la mia età avanzava. La specificità con cui mi sono mosso è stata quella di un federatore e dunque è stata proprio quest’ultima funzione a non essere accolta, perché implicava l’accoglimento di figure che si sarebbero potute porre in concorrenza con quanti aspiravano a ricoprire incarichi. In realtà proprio quelle “poltrone” di cui ha trattato il segretario del PD, Nicola Zingaretti, nell’annunciare le sue irrevocabili dimissioni. Il campo d’azione è stato sempre quello della Sinistra, ed in modo netto quella Sinistra democratica, progressista, moderatamente riformista, non di certo meramente identitariamente ideologica. Fino a quando sono rimasto nel Partito Democratico ho lavorato per far costruire progetti, per consentire elaborazioni comuni aperte agli esterni volenterosi e condivise. Di certo partivo dalla consapevolezza dei limiti del “progetto originario” non tanto sui “fondamentali espressi” quanto sulle “pratiche attivate”. “Palestra delle Idee”, adesione ai “Luoghi ideali”, partecipazione a “Trame di Quartiere” sono state alcune tappe che hanno fatto del territorio nel quale ho operato, Quartiere San Paolo di Prato, un luogo di elaborazione riconosciuto da molti, in senso positivo nonchè negativo, come esemplare.

Dopo essere uscito non ho mai smesso di adoperarmi nella costruzione di una forma di coalizione dei soggetti della Sinistra, sempre più escludendomi da posizioni apicali che avessero lo scopo di ottenere riconoscimenti che non fossero quelli di tipo morale. Ho tentato di operare all’interno di quel raggruppamento che ha fondato “Liberi e Uguali” con molti dubbi, soprattutto alcune ambiguità mai sciolte; per cui avvertendo l’inutilità del mio contributo, o addirittura un senso di fastidio, ho scelto di muovermi per costituire un soggetto federativo dei residui della Sinistra con la creazione di “Prato in Comune”. Ovviamente non sono riuscito, insieme ad altri “compagni” a federare – per evidente incompatibilità (come già espresso) – la parte maggiormente dogmatica della Sinistra.

In questi ultimi giorni, complice la marginalità indotta dal virus, ho continuato ad osservare in solitudine lo scorrere degli eventi. In modo particolare mi hanno attratto alcune vicissitudini nazionali collegate alla crisi del Governo Conte 2 ed alla nascita del nuovo Governo Draghi. L’esito del percorso del dimissionario Segretario nazionale del PD e l’arrivo del “nuovo” che tuttavia nelle sue prime uscite non ha espresso nuovi esiti, rimanendo nel vago della solita retorica politica, fatta di “parole d’ordine” sempre le stesse, mi spingono a chiedere di “vedere le carte”, a partire dal “locale”.

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19 marzo – AVVOCATI vs BANCHIERI – ciarlieri vs taciturni parte 1

AVVOCATI E BANCHIERI – ciarlieri e taciturni parte 1

In questi mesi ho osservato tutto quanto mi accadeva intorno. Ho scritto pagine quotidiane sulla società al tempo del Covid e sugli eventi politico economici ed ho prestato attenzione alle iniziative delle amministrazioni a tutti i livelli, a partire da quelle periferiche per andare a quelle nazionali ed internazionali; ho seguito le varie posizioni che si sono espresse in modo diverso a seconda delle categorie, dagli studenti ai commercianti, dai professionisti autonomi agli artisti, dagli operatori sanitari ai bisognosi di cure. Ho criticato il Governo Conte 2 come avrebbe fatto un qualsiasi altro dotato di una pur minima intelligenza libera e contemporaneamente ho riconosciuto che non sarebbe stata possibile un’altra soluzione “migliore”, visto il deludente “parterre” politico di Opposizione. Quella parte, irresponsabile, che non ha mai per davvero teso la mano ed ha solo incentivato il “disordine” a scopo di “lucro elettoralistico”, più attenta alle oscillazioni per loro in positivo dei sondaggi.  Non ho condiviso gli attacchi smodati perversi di un’acredine infinita ed immotivata, quel “fuoco” che avrebbe dovuto essere “amico” che ha portato alla “vile imboscata” dello scorso gennaio, dopo la quale si è innescato il meccanismo della “crisi”.

Per quello che poteva fare un modesto cittadino quale io sono, ho riconosciuto l’impossibilità di poter proseguire in questo percorso sempre più accidentato e di fronte a problemi immensi inferti a tutti noi dalla pandemìa;  ho accolto, pur esprimendo molte  riserve, con una certa fiducia ma anche – per l’appunto – con altri permanenti dubbi, l’arrivo del banchiere Draghi.          In primo luogo, l’ho scritto rivolgendo il mio pensiero ai “compagni” che hanno spinto verso il voto contrario, non poteva essere “questo” un momento in cui ci sarebbe stato perdonato l’aver prodotto le condizioni per un’assenza di guida per il Paese o ancora peggio aver consentito alla Destra di gestire da sola un nuovo Governo.                                                                                                                                                                                      Non ho alcuna remora a considerare Draghi inadeguato a fare meglio; o meglio non credo, ancora una volta che sia, lui, migliore di Giuseppe Conte: ha un curriculum molto importante – questo sì – ma politicamente ha moltissimi limiti. Ciò nonostante, al punto in cui eravamo stati condotti dall’improvvida sortita di Matteo Renzi, non vi era alternativa.

Da oltre un mese gli italiani hanno la riprova dell’inadeguatezza del nuovo Governo. Si è ventilato l’avvio, favolistico,  da subito di “un cambio di passo”. L’unico dato che avanza è quello dei contagi, degli accessi alle terapie intensive, dei decessi; è quello delle “zone rosse” alla quale identificazione di colore aggiungerei “intense”; è quello delle “chiusure” di tanti spazi della socialità, della Cultura, oltre che delle Scuole. I “piani di vaccinazione” attuali non sono molto diversi da quelli già preparati; la differenza poteva essere addebitabile ad un problema “europeo”: l’assenza di dosi di vaccino sufficienti ad avviare una seria campagna. Il tanto atteso “decreto sostegno” forse vedrà la luce legislativa in queste ore, ma poi dovrà confrontarsi con gli atavici marchingegni burocratici; né più né meno che così come era al tempo del fu Governo Conte 2.

Tutto questo sembra essere semplicemente un “cattivo pensiero” mio (e, forse, di qualcun altro) anche perchè il mondo del giornalismo sembra in grandissima parte supino, genuflesso davanti alla “maestà” suprema e non fa altro che tessere lodi al “nuovo” ed accuse offensive al “vecchio”.

Allo stesso tempo, quella parte del mondo politico che ha sostenuto il Conte 2 appare frastornata ed incapace di avviare una funzione critica, propositiva ma stringente.

Ne parleremo ancora, pronti a smentirci ed a cospargerci la testa di cenere.

18 marzo – REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 1

REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 1

Di tanto in tanto vado a rileggere alcuni tra i miei post degli anni precedenti; non è una forma di egocentrismo vanaglorioso ma – all’incontrario – una debolezza congenita, un certo qual senso di finitezza che mi spinge a verificare i miei percorsi “diretti”, quelli soprattutto che mi hanno portato gradualmente ad allontanarmi dal Partito che ho contribuito a fondare da coordinatore “in seconda” di un Comitato.

Sinceramente avverto “sempre” un senso di frustrazione, una disillusione profonda nel vedere confermate tutte le critiche che in modo filiale, fraterno, paterno rivolgevamo sin dagli inizi a coloro che – seduti sugli scranni degli “apparati” o loro sostenitori pedissequi (il termine, quest’ultimo, non deve essere interpretato in modo negativo, erano “acritici” ma convinti: in maggioranza con la “buona fede” in tasca) – volevamo che condividessero il nostro bisogno di creare  un “Partito nuovo più aperto, inclusivo e partecipato”, un Partito, come lo chiamammo noi, “Davvero Democratico”.                                                                                                                      Molta documentazione di quel periodo è stata da me pubblicata qui. Ma immensa è la Rassegna Stampa di allora, tra il 2006 ed il 2007 e ricca la produzione territoriale.

I segnali di un malessere che sarebbe poi diventato profondo c’erano già allora, allorquando coloro che si arrogavano un potere democraticamente aperto ai contributi, illudendosi di poter anche dare una svolta ai metodi politici, affinchè tenessero conto principalmente dei bisogni e delle richieste che provenivano dalla base, furono deliberatamente contrastati nelle loro istanze e marginalizzati nella loro attività. Nondimeno però gli apparati continuavano a predicare la necessità di un rinnovamento.  Lentamente poi si è prodotto un “gap” sempre più forte che ha allargato le distanze; in un territorio come quello di Prato alcune vicende hanno messo in evidenza lampante questa discrasia. In una di queste il PD si è lacerato, arrivando addirittura a mettere in discussione un candidato alla carica di “primo Cittadino” che era stato eletto dalle Primarie “aperte” creando in pratica le condizioni per consegnare la stessa città alla Destra; in un’altra occasione la ricerca del consenso per raggiungere il successo nelle Amministrative si è spinta ad accogliere qualsiasi voto, anche da parte di gruppi chiaramente di Destra. Nel frattempo un sostegno a questa deriva è stato fornito dalla ascesa di Matteo Renzi che, insieme a vecchi e nuovi sostenitori, ha progressivamente mortificato la partecipazione critica propositiva delle periferie, non solo quelle “territoriali”. Un po’ alla volta i Circoli si sono desertificati, a causa della frustrazione diffusa: a cosa possono servire i dibattiti, i confronti intorno alle idee ed alle proposte se poi non solo non se ne tiene conto, ma addirittura le si combatte sotterraneamente, anche se non solo?

Oggi potrebbe apparire a molti ingenui (anche questo termine deve essere inteso in modo positivo) che, essendo Matteo Renzi uscito dal PD, ci siano meno “lacci” per coloro i quali volessero riprendere a dialogare semmai con due piedi fuori e l’anima leggermente “dentro”. Non è affatto così; la realtà è che quei “veleni” introdotti hanno lasciato segni indelebili, dolori, che potrebbero anche essere leniti ma con atti concreti nei metodi, nello stile, negli approcci diretti. Per capirci; non bastano più le “parole” (anche quelle scritte), ne abbiamo sentite (e lette)  tante anche da parte di chi poi le tradiva nei fatti.

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17 marzo – TEXPRINT di Prato – una “storia” esemplare e…paradossale – parte 2

TEXPRINT di Prato – una “storia” esemplare e…paradossale – parte 2.

Il ruolo delle organizzazioni sindacali, ed in modo particolare quelle collegate storicamente alle strutture ideologiche politiche, quelle che chiamiamo confederali, dovrebbe essere maggiormente attento alla costruzione di meccanismi di difesa dei lavoratori a prescindere dalla loro adesione o meno attraverso iscrizione e pagamento di una quota per avere le necessarie tutele. Questa “forma” di tutela è ambigua, soprattutto allorquando nel rapporto “umano” tra datore di lavoro e prestatore d’opera viene meno la fiducia. Beninteso, non dovrà mai trattarsi di un rapporto padronale/servile; ma è ormai acclarato che la fiducia genera condivisione, partecipazione, un afflato positivo per tutti.

In realtà un Sindacato storicamente nasce per la difesa degli “interessi” de propri iscritti. E’ la Politica che invece deve cercare ed esperire le soluzioni per appianare le vertenze. Ma molto spesso il ruolo della Politica si blocca sulla soglia degli interessi di parte e per lo più sono i più deboli a rimetterci; e “i più deboli” sono sempre “i prestatori d’opera”.

Anche in un “mercato” come quello del nostro tempo, considerato “libero” (soprattutto a favore dei “datori di lavoro”), esistono delle regole, che tuttavia vengono trasgredite, eluse a volte in modalità “border line”, affinché vi sia la possibilità di difendersi in sede giudiziale. E’ per l’appunto il contratto “part time” che tuttavia nasconde un prolungamento orario spesso indefinito, solitamente mal pagato e senza il versamento dei relativi contributi.

Da quel che sento è un trattamento molto diffuso, su cui occorre intervenire.

Ovviamente il ruolo di controllo dello Stato deve marciare di pari passo con gli altri “attori” della problematica.

E lo si può fare mettendo insieme le forze, soprattutto quelle che appaiono contrapporsi, allo scopo di perseguire una “pace” sociale ancor più necessaria e, aggiungerei, utile in questa fase di grandi incertezze.

Personalmente sin dai primi giorni difficili del marzo 2020 mi sono accodato ad un coro positivo di auspici che propugnava la tesi che  “da questa tragedia saremmo usciti tutti migliorati”; questo “entusiasmo” si è poco a poco affievolito fino a trasformarsi in una profonda disillusione.

La vicenda da cui ho esemplarmente preso il via in questi due blocchi non è affatto diversa da altre precedenti nelle quali si è verificato uno scontro duro, che ha visto virtualmente contrapporsi visioni diverse tra loro su come dirimere le vertenze. 

Il ruolo della Politica è “centrale” anche a livello locale. Dopo la “denuncia” consapevole del reale problema   da parte di alcuni rappresentanti (sui social i Giovani Democratici e qualche altro rappresentante del Partito Democratico)  che hanno riconosciuto le ragioni della protesta, non ci si deve e non ci si può fermare.

Molte volte è accaduto che un evento sia diventato esemplare per tutto il nostro Paese ed abbia prodotto una vera e propria trasformazione. E’ di certo più facile attivarsi in realtà periferiche (rispetto ai grandi centri industriali) per avviare una sorta di sperimentazione. E’ necessario però che tutti gli “attori” intervengano in prima fila e partecipino a questo tentativo.   Diversamente tutto ciò che appare positivo ora, finirebbe per essere ancora una volta un tremendo e dannoso “gioco delle parti” contrapposto ideologicamente.

16 marzo – TEXPRINT di Prato – una “storia” esemplare e…paradossale – parte 1

TEXPRINT di Prato – una “storia” esemplare e…paradossale – parte 1

Questa “storia” della Texprint di Prato potrebbe assumere un significato esemplare ma rischia di diventare paradossale l’approccio, da parte soprattutto dei politici difensori della legalità, che appare (intendo riconoscere la buona fede da parte soprattutto dei “giovani” democratici) non del tutto convinto, per una sorta di naturale gioco delle parti, di cui si legge in modo diffuso da qualche tempo in qua nella cronaca locale.

Ho in più occasioni sottolineato la necessità di accostarsi all’argomento con spirito critico, mantenendo una certa distanza di tipo ideologico. Ho applicato questo sistema di frequente utilizzando la visione storica; l’ho fatto anche per non incorrere in errori dovuti a quelle forme di sciovinismo che portano a difendere a prescindere le persone e gli ambienti di cui ci si fida ciecamente, a partire da quelle proprio più vicine e non sempre sono stato compreso in questo sforzo, prendendomi sulle piattaforme dei “social” accuse inaccettabili: non mi ergo a difensore dei “datori di lavoro/padroni” ma non posso non rilevare che, laddove i luoghi di lavoro chiudessero per fallimento, a rimetterci sarebbero soprattutto i “prestatori d’opera/operai”.

Molti sono gli errori che si compiono, agendo in modo palesemente “partigiano”. Ed utilizzo questo termine in un’accezione contemporanea, non di certo collegabile alle nefandezze del periodo nazifascista.

In questa vicenda vi sono molti attori. In primo luogo, gli operai; poi bisogna tener conto dei datori di lavoro; dei sindacati; dello Stato, nel suo complesso.

Non si può partire dalla considerazione che gli unici ad essere oggetto di ingiustizia siano gli operai. C’è un meccanismo perverso che in definitiva pone sullo stesso piano tutte e quattro le posizioni. In una struttura del mercato del lavoro e della produzione come è quella contemporanea si finisce per essere tutti in possesso di armi spuntate. Quando si accenna (purtroppo il verbo è drammaticamente rivelatore della timidezza con cui ci si va muovendo a livello politico sindacale) alla necessità di modificare nel profondo il modello di sviluppo si finisce semplicemente per fare un’attività accademica “di scuola”, sterile.

In questo “agone” occorrerebbe la volontà di portare a galla i veri problemi senza arroccarsi in posizioni precostituite in un gioco delle parti davvero inefficace nel concreto.

A questo punto bisognerebbe partire da una delle posizioni. Quella degli “operai” è ovviamente la più delicata: appartiene alla parte più debole perché il loro lavoro molto spesso consente di poter avere per sè e la propria famiglia un reddito minimo per la sopravvivenza. In questa direzione sarebbe auspicabile che per tutti coloro che prestano opera vi sia un minimo garantito assoluto, sotto il quale non si può scendere. Allo stesso tempo ogni operaio dovrebbe avere la garanzia dei versamenti contributivi corrispondenti perlomeno al minimo garantito da una Legge dello Stato. Ovviamente per  creare diffusamente un trattamento in regola da parte del datore di lavoro il controllo dello Stato deve essere attento ed efficace dappertutto; questo si deve verificare  in quanto in un contesto “drogato” nel quale ad un controllo “a campione” non ne seguano altrettanti in tutte le strutture operative manifatturiere si finisce per condannare al fallimento le sole aziende interessate a quelle attente e minuziose verifiche.

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14 marzo 75 – un preambolo

75 – un preambolo

Le facevo di corsa quelle scale sia nella discesa che a risalirle. A Pozzuoli, che ha una struttura storica a livello del mare e poi residenziale man mano che ci si inerpica verso la collina di San Gennaro fino alla Solfatara, quando si usciva di casa tra il Rione Palazzine, che da tempo è stato raso al suolo per far posto ad un orrendo parcheggio, e la ferrovia Metropolitana – si arrivava alla Piazza del Carmine e, per andare verso la zona Cappuccini e via Napoli, si passava davanti al complesso dell’Immacolata e poi davanti ai Carabinieri che avevano la sede in una struttura aristocratica; si girava a sinistra e si scendeva lungo la strada che costeggiava le sue mura perimetrali ricche di vegetazione mediterranea – soprattutto capperi – e si imboccavano di corsa le Rampe Cappuccini. Da ragazzetto le facevo in velocità sia nella discesa che a risalirle, orgoglioso delle mie capacità atletiche. Si andava e si tornava dal mare, nei mesi estivi, sulla scogliera. Da giovane negli anni dell’Università si andava da alcuni amici che abitavano proprio davanti alla stazioncina della Cumana e ci recavamo al “nostro” Circolo “Maiuri” in quella palazzina prospiciente la scogliera a pochi metri dalle Terme Puteolane. Da adulto insieme a mia moglie con un passo più lento scendiamo e saliamo quelle scale ponderando le forze. Lo facciamo quasi sempre per motivazioni terapeutiche – dobbiamo muoverci per migliorare l’apparato circolatorio; non dobbiamo correre – perché quelle “scale” per la loro ampiezza orizzontale ci consentono di scendere giù e venir su senza affaticarci troppo, mentre altre hanno una verticalizzazione poderosa e non si addicono a coloro che ormai hanno una “certa età”. Nell’ultimo periodo della mia permanenza “in servizio” a Prato ci ritornavo d’estate e verso sera, quando il sole si spingeva verso ovest dietro Capo Miseno, Bacoli, Procida e Ischia, scendevamo, Mary ed io, a goderci un po’ di fresco, giù per il nuovo Lungomare intitolato al Presidente Pertini. Sulle Rampe Cappuccini avevano impiantato una nuova illuminazione ed a metà percorso appeso ad uno di questi lampioni di metallo satinato c’era una piccola insegna di legno con su scritto “LUX IN FABULA”. Prima di far ritorno in modo più frequente ed intenso alla mia terra avevo interpretato quell’oggetto semplicemente come una intelligente trovata filosofica di stampo neoilluminista. Quando poi nel 2014 sono entrato a far parte della schiera dei “quiescenti” dal lavoro, avendo maggiore tempo e disponibilità in periodi non scolastici, scendendo lentamente mi sono soffermato a scrutare anche le pulsantiere delle abitazioni ed ho capito che quel “LUX in Fabula” era un’Associazione culturale che utilizzava quella variazione lessicale per evidenziare alcune delle sue proposte così come si legge sul suo sito web http://www.luxinfabula.it/
Il Laboratorio Lux in Fabula inizia infatti il suo percorso nel 1981 svolgendo attività di ricerca e di produzione sui temi dell’arte, della favola, del teatro e della multimedialità. L’attività si è sviluppata parallelamente nelle scuole, nelle università, nei centri sociali e nei luoghi di attività culturale.

…fine del preambolo

14 marzo – PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico parte 16 (per la 15 vedi 19 febbraio)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico parte 16.

Più giovani più donne

Il ricambio generazionale ed il riequilibrio dei generi può essere utile a patto che non sia né affrettato né rispondente a criteri che non abbiano valutato il reale merito, le capacità, la preparazione. In questa doppia direzione va la proposta del Forum dei giovani che abbiamo proposto di svolgere a Prato nel corso dell’Assemblea di Montecatini: lo avevamo pensato su scala metropolitana o poco più (volevamo coinvolgere al massimo Lucca e Fiesole, oltre Pistoia e Firenze) ed è stato invece accolto come ipotesi nazionale da svolgersi quanto prima. Il Comitato ovviamente chiede la collaborazione delle forze politiche per la riuscita del Forum; tale collaborazione si può adeguatamente estrinsecare con la presenza di personalità politiche o del mondo della Cultura, che intervengano a trattare argomenti che interessano il mondo giovanile.
Allo stesso tempo il Comitato, organizzando direttamente o sollecitando indirettamente iniziative di carattere politico – culturale attraverso la presentazione di Forum settoriali, si segnala come Agenzia formativa di tipo politico sul territorio proprio per le giovani generazioni.

Le Primarie

Al comma 5 dell’art.4 del nostro Regolamento sottolineiamo l’importanza fondamentale del metodo delle Primarie. Come Comitato intendiamo contribuire a far passare nella società tale metodo come quello maggiormente “democratico” a nostra disposizione per la scelta dei candidati a ricoprire cariche politiche ed amministrative nel nuovo Partito Democratico. Siamo disposti a discuterne regole e modalità di effettuazione insieme a tutti i soggetti interessati.

I Forum

Essi devono essere uno strumento aperto, libero di dibattere, discutere e confrontarsi su tematiche sia locali sia nazionali. L’obiettivo è quello di essere propositivi concretamente sia per sostenere le Amministrazioni locali o il percorso della politica locale sia per accompagnare la realizzazione del Programma di Governo nazionale dell’Unione. Ritornando ad argomenti prima trattati occorre saper accogliere il pensiero e la riflessione diversa come una vera e propria risorsa non come un inutile e pericoloso ingombro. Anche in questo modo si rinnova la democrazia, si rinnova la politica.

Conclusione

Infine alle forze politiche del Centrosinistra chiediamo di contribuire alla diffusione di un dibattito aperto, chiaro, franco sui percorsi da intraprendere per costituire, partendo anche dalle sedi amministrative decentrate, gruppi unici dell’Ulivo o del Partito Democratico. Chiediamo anche di affrontare con decisione tutti i nodi da sciogliere: una discussione franca ed aperta, scevra da pregiudizi ideologici superati dalla Storia, sui valori comuni che sono tantissimi, sulle differenze che sono invece molto poche, sulla collocazione europea del nuovo soggetto politico, per la quale occorre quel coraggio che è proprio dei grandi protagonisti della Storia, senza i quali oggi non avremmo avuto né il percorso del socialismo né quello del cattolicesimo sociale.

Prato li 12 dicembre 2006 – Dopolavoro Ferroviario di Prato

13 marzo – una “storia” apparentemente lontana – I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 21 ( per la parte 20 vedi 25 febbraio)

21. Una delle cose che mi viene da dire è che l’eccezionale disponibilità a ristrutturare (a proposito i costi ed i tempi sono alti gli uni, lunghi gli altri e condizionerebbero troppo a lungo l’attività didattica) l’edificio del “Gramsci” per ospitare il “Dagomari” è un grande onore che non è stato riservato al “Dagomari” allorquando si prospettava la possibile ospitalità del “Gramsci”: è molto strano tutto questo, davvero. Come l’arrampicarsi sugli specchi relativamente ai capannoni della FIL: prima c’era l’amianto; poi, quando si è fatto notare che gli stessi identici capannoni erano utilizzati da alcune classi del “Datini” l’amianto è sparito come per incanto e sembra che debba essere smantellati da un momento all’altro. Quei capannoni avrebbero avuto la colpa di poter ospitare laboratori, uffici e qualche magazzino per consentire al “Gramsci” di essere collocato insieme al “Dagomari”. Ma i progetti erano altri, e dunque non si poteva proprio fare. Eppure, anche lì con qualche magico ritocco se si voleva si poteva.

 Si dice poi che il “Dagomari” è in una struttura troppo grande per lui.

Qui si scontrano due diverse “scuole di  pensiero”:  la prima di tipo ottocentesco e per questo da ritenere un po’, come dire, un po’ vetusta sarebbe quella che parla di “scolari” tutti bellini seduti nei loro banchini, ad ascoltare il Verbo dei dotti docenti senza alcun bisogno di Aule, Laboratori, Mense, Palestre, Biblioteche, ecc…ecc…ecc… 

La seconda è quella ultramoderna, che invece prevede meno Aule Normali e più Aule Speciali: ma, si sa, quella non riguarda alcuni, solo quegli altri.

C’è una CULTURA con le maiuscole ed una cultura con le minuscole: al “Dagomari” dovrebbe toccare quest’ultima.

Se qualcuno può pensare che chi lavora al “Dagomari” ed i fruitori di quel servizio si fermino davanti a decisioni che evidenziano un tale segno di ingiustizia, ha fatto davvero molto male i propri conti.

Dunque, si potrebbe dire che in viale Borgovalsugana 63 debba venire il “Copernico”. Si dice che, nell’arco di tre quattro anni dovrebbe riequilibrarsi ai livelli massimi (intorno a 900 allievi). Qualcuno mi deve spiegare allora che senso ha questa scelta, se fra tre quattro anni avremo il problema del “Dagomari” in chiara difficoltà, il problema del “Gramsci-Keynes” che più che una scuola apparirà un mostro di 1350 ragazzi, il problema del “Copernico” che ballerà dove prima ballava il “Dagomari”, con la differenza che ho prima sottolineato.

Non aspetto risposte, aspetto scelte concrete. Nessuno sfuggirà alle sue responsabilità, ma occorre anche che non vi sia solo il coraggio dell’incoscienza: si stanno commettendo errori madornali, forse per far piacere a qualcuno forse no solo per le difficoltà connesse al reperimento di strutture; ma allora fermiamoci. Quello che si va facendo, ve lo dico in maniera convinta, è un gravissimo errore e qualcuno lo pagherà. E’ già un errore quello che sta succedendo ora. Mi ritroverò con la solidarietà dell’opposizione e l’ottusaggine della maggioranza che vuole difendere l’establishment. Non l’ho certo voluto io: avete fatto di tutto perché questo avvenisse, ed eccoci qua. 

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12 marzo – CINEMA – Storia minima – parte 16 – 1939 – per la XV vedi 15 febbraio

CINEMA – Storia minima – parte 16 – 1939

Il film di cui si tratta in coda alla parte 15 è “Ombre rosse”

“Ombre rosse” (“Stagecoach” – La diligenza) si basa su un racconto di Ernest Haycox e narra il viaggio tra un gruppo di sconosciuti rappresentativi di una eterogeneità (una prostituta, un venditore di superalcolici, un alcolizzato, una donna incinta che intende raggiungere il marito che è un ufficiale di cavalleria, un giocatore d’azzardo, un banchiere, un maresciallo chiamato a difendere il convoglio dal suo postiglione, preoccupato non solo del pericolo di poter incrociare un ricercato ma anche dall’annuncio della discesa sul “sentiero di guerra” da parte di Geronimo e degli Apache. Il film inaugura un percorso western in una delle location classiche di quel genere, la Monument Valley, scelta da John Ford in altre opere altrettanto significative (come “Sentieri selvaggi”) nelle quali il grande regista volle anche proseguire la sua collaborazione con John Wayne, che in “Ombre rosse” interpreta il ruolo del “ricercato” Ringo Kid. Tra gli interpreti dobbiamo ricordare Claire Trevor – la prostituta – e John Carradine – il giocatore d’azzardo.

Il film pur avendo avuto molte candidature agli Oscar ne ottenne solo due di secondo piano, per il Miglior attore non protagonista a Josiah Boone (l’alcolizzato) e per la Migliore Colonna Sonora. Pur tuttavia “Ombre rosse” è rimasto nella Storia del Cinema come uno dei più grandi straordinari capolavori di tutti i tempi ed è costantemente oggetto di studio per la tecnica adottata e la capacità narrativa espressa.

Approdando in Europa fermandoci per ora in Francia ritroviamo due tra i giovani ma già affermati cineasti più attivi in quel periodo, Marcel Carné e Jean Renoir.

Il primo gira un nuovo capolavoro, anche questo, come il precedente “Il porto delle nebbie”, di cui abbiamo brevemente accennato nella parte 13, interpretato da Jean Gabin, che pian piano confermerà di poter essere una icona fondamentale del cinema francese e non solo. Il nuovo film,“Alba tragica”, si avvale anche di una sceneggiatura di altissimo livello, dovuta a Jacques Prévert. Accanto a Jean Gabin troviamo Arletty, che aveva lavorato con Renoir l’anno prima in “Hotel du Nord”. Il film è riconosciuto come uno dei capisaldi del realismo poetico. La storia è come nel caso dei due precedenti, ambientata in parti degradate, ben collegate simbolicamente alle vicende umane di amore e morte cui sono destinati i loro protagonisti: in “Alba tragica”, François è un operaio orfano che ha appena commesso un omicidio; nel film precedente era Jean, un disertore dell’esercito coloniale francese. Entrambi degli autentici “dropout”, scartati dalla società o destinati a diventarli.

Il secondo, Jean Renoir, continua ad alternare nei suoi film ambientazioni popolari e medioalte, borghesi e aristocratiche, mettendo in evidenza le contraddizioni della società del suo tempo. Molto vicino agli ideali del Fronte Popolare francese, aveva girato pellicole di denuncia sulle ingiustizie sociali con “Toni” del 1935 e “La vita è nostra” del 1936 accanto a film che trattano la tranquilla vita della società borghese in quadretti deliziosi che si rifanno all’esperienza dell’altrettanto celebre genitore in “Une partie de campagne” del 1936. Nel 1939 è la volta di questa commedia “con delitto” “La regola del gioco”, il cui titolo rimanda inequivocabilmente anche se indirettamente al nostro Pirandello. Anche in questo delizioso film, che è considerato ai vertici dei valori mondiali, non mancano i contrappunti critici tra le diverse classi sociali ed al loro interno (mi ricordano in modo specifico i temi trattati ben più di due secoli prima da Carlo Goldoni nella “Trilogia della Villeggiatura”). Da notare l’interpretazione di uno dei personaggi chiave, Octave, da parte dello stesso regista.