11 aprile – PIU’ GIOVANI PIU’ DONNE – sesta parte – le amare conclusioni

PIU’ GIOVANI PIU’ DONNE – sesta parte – le amare conclusioni

Questa serie di “post” è un vero e proprio pretesto per sviluppare quella che potrebbe apparire una mia forma di misoginia  e di sottovalutazione del ruolo dei giovani, ma che, io,  in verità, considero un modo per essere meno ideologico e più concreto di guardare alla realtà dei fatti. Quanto all’importanza di una maggiore e più qualificata presenza delle donne in funzioni direttive di primissimo livello e al bisogno di guardare al rinnovamento dei metodi della Politica incentivando e qualificando la presenza dei giovani – donne e uomini – sono stato sempre tra coloro che non solo lo hanno teorizzato con le “chiacchiere” banali dei documenti e delle discussioni accademiche ma lo hanno cercato di mettere in pratica, contribuendo all’inserimento di queste figure nei meccanismi amministrativi locali. Si è rivelato, questo mio impegno, quasi sempre, ma per mia diretta esperienza troppo spesso fino ad oggi, una delusione immensa. Quella nota del  mio ultimo interlocutore (“è vero i giovani assomigliano sempre più agli adulti…. quelli peggiori…. “)    conteneva una profonda verità, valida per tutti, addirittura, mi sento di aggiungere, a partire da chi scriveva. Ho la netta sensazione che sia ormai una regola, secondo la quale i “giovani” che si accostano alla Politica e se ne rendono asserviti allo scopo di utilizzarne gli aspetti utilitaristici a proprio esplicito vantaggio, perdono contestualmente quella forza creativa innovativa rivoluzionaria che dovrebbe essere appannaggio di quella condizione esistenziale. Finiscono per avviare uno scimmiottamento dei modi adulti, fino a diventare parte integrante di quel meccanismo che essendo condizionato da diverse forme compromissorie ne blocca le spinte che potevano essere considerate tipicamente “giovanili”. Già in questa fase la presenza dei “generi” è fortemente squilibrata, ma abbastanza meno che nel prosieguo e su questo “passaggio” ovviamente dovrebbe essere posta maggiore attenzione ma senza alcun “bilancino” meccanico come a volte accade con il sistema delle “quote”. E’ orribile e mortificante quella sorta di “caccia” che dalle sedi politiche parte molto spesso alla ricerca di “figure” che possano equilibrare i “generi” nelle liste. Ogni forza politica dovrebbe prevedere tali presenze in modo “organico” e qualificato, non ridursi agli ultimi attimi per tale scelta, correndo il rischio di fermarsi molto all’apparenza e poco alla consistenza. Una volta “inserite” la frittata è fatta!

Tornando al tema dei “giovani” in Politica e per giustificare al massimo il senso della mia delusione, vi aggiungo un fulgido esempio, il più elevato che io possa utilizzare. Il nostro Paese ha conosciuto nell’ultimo decennio l’ascesa ed il declino del più “giovane” Presidente del Consiglio (tralascio giudizi su quel che è ora) ed a me non è apparsa, quanto all’ equilibrio di “genere”, molto qualificata (al di là di una affidabilità verso il “capo”) la presenza femminile dei rappresentanti del suo Partito nel suo Governo.

Aggiungo infine che, diversamente da tanti altri che si sono entusiasmati davanti alle discese in campo delle “Sardine”, ho espresso da subito molte perplessità su quel “movimento” e mantengo verso di esso una distanza, pronto a ricredermi, anche se permango in ciò dubbioso, conoscendo i costi della Politica e allo stesso tempo considerando impossibile un impegno politico di quel peso, scevro da introiti riferibili ad attività di lavoro in proprio.

Ciononostante spero che i “giovani” possano mantenere intatto il loro potenziale di rinnovamento di cui fino ad ora non ho trovato e non trovo, ahimè purtroppo, alcuna traccia.

Ne riparleremo, di certo.

10 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – quinta parte

“Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – quinta parte

prosegue il mio commento al tema “I giovani” del 2005 in un
testo di una mia mail di corollario a quella precedente, anche questa rivolta ai medesimi interlocutori…

Da educatore mi è sempre più difficile, anche se ci provo (altri educatori – a volte con l’alibi dell’estraneità – ormai non ci provano più), sollecitare attenzione verso la politica attiva, stimolare i nuovi cittadini alla conoscenza dei propri diritti – in primo luogo quello di pensare ed esprimere tale pensiero liberamente. Non è facile e non è politicamente corretto, ma bisogna dircelo e, per essere in tema, non mi attendo applausi dall’establishment politico. Cosa facciamo, allora? Ci sediamo ed aspettiamo? il proverbio maoista serve solo per la cultura cinese. A noi toccano compiti più attivi; cominciamo a proporre, sapendo che non sarà facile. Ed innanzitutto parliamo fra di noi, camminando simbolicamente per non stare fermi ad aspettare che tutto scorra, portato dalla piena travolgente di un fiume.

a queste mail rispose uno dei miei interlocutori “giovani”

“Caro Giuseppe scusa se non ti ho risposto subito ma sabato e domenica sono stat* impegnat* alla festa dell’unità in pizzeria dove ti devo dire ho trovato la presenza di tanti giovani come me… è stata una esperienza bellissima… faticosa ma divertente… ci sentivamo parte di un qualcosa… avevamo uno scopo comune (“fare le pizze e velocemente perché i clienti reclamavano”)… forse è proprio questo spirito che la gioventù di oggi ha perso… e credo ti riferissi a questo quando hai parlato di noi giovani. … e hai ragione, in parte… è vero i giovani assomigliano sempre più agli adulti…. quelli peggiori…. ma non è sempre così… sabato e domenica me ne sono res* conto… e condivido pienamente le tue riflessioni… si deve fare qualcosa… anche e soprattutto nel campo della cultura…. dobbiamo ritrovare quello spirito e quella voglia di combattere, soprattutto tra di noi che facciamo parte dello stesso schieramento politico… ma non è solo una battaglia politica quella che dovremmo intraprendere… è soprattutto una battaglia culturale, di mentalità… cominciare ad esempio a porci delle domande… perché i giovani sono così oggi? e cosa possiamo fare (nel nostro piccolo) per invertire questa tendenza sempre più dilagante verso il “menefreghismo”… il progetto su Pasolini ad esempio è un buon punto di partenza per dare avvio a queste riflessioni

Io e….. avevamo anche pensato di organizzare una Commissione Cultura congiunta tra le due nostre Circoscrizioni invitando i maggiori rappresentanti delle istituzioni sia politiche che culturali proprio per discutere del tema della Cultura a Prato… credo che potremmo estendere tale progetto anche alle altre Circoscrizioni trovando un luogo adatto che, come ipotesi, potrebbe essere il “Magnolfi”… dovremmo iniziare sin da ora a preparare questo incontro per poterlo mettere in calendario per settembre… fammi sapere cosa ne pensi… forse non servirà a niente…o forse può essere solo un piccolo ma significativo primo passo per avviare una riflessione seria e approfondita…. dobbiamo pure iniziare da qualche parte… Un saluto affettuoso… firmato….

…5….

“Passiamo alle conclusioni!” un po’ come dice Paolo Mieli in coda alle puntate di “Passato e presente”…..

9 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – quarta parte

“Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – quarta parte

…questo è il testo di una mia mail di corollario a quella precedente, anche questa rivolta ai medesimi interlocutori… Una volta i giovani avevano il coraggio o forse la sfrontatezza di guardare la realtà con occhi liberi e sgombri per lo più da sovrastrutture politiche e culturali; la contestazione dei padri era nell’ordine delle cose, o forse così appariva (era un tempo “nuovo” e diverso rispetto a quello vissuto dai nostri genitori, che, anche se avessero voluto, non hanno avuto molto tempo per contestare in un periodo di repressione e guerra).

Oggi dove sono quei giovani? La domanda è retorica se per essi vogliamo parlare di tutti noi, a partire da me e ……che giovani siamo stati ed abbiamo occupato il mondo con le nostre utopie negli anni Sessanta e nei Settanta; ma non lo è affatto se proviamo a guardarci intorno e nel buio cerchiamo con il nostro diogenico lanternino quei giovani che oggi dovrebbero contestarci proponendo qualcosa di diverso. No, sempre più i giovani di adesso finiscono in modo pedissequo per assomigliare a noi che abbiamo i capelli bianchi ed abbiamo abbandonato quasi del tutto i nostri sogni e le nostre utopie. E’ triste riconoscere che già più o meno da bambini ci si comporta con quella avvedutezza, con quella scaltrezza, con quella – diciamocelo – ipocrisia tipica del peggiore dei peggiori mondi politici. Pur non essendo più giovane non ho mai smesso di credere alla politica alta, fatta di confronti aperti, aspri ma franchi e sinceri e non credo alla politica dei compromessi ad ogni costo interpretata da quei bravi “yes man” di cui è pieno il nostro Paese. Eppure in definitiva sono questi quelli che riescono a fare carriera, non che mi importi più di tanto, ma non può essere questo il metodo “meritocratico” per accedere alla “Politica”, anche perché poi “tutti i nodi vengono alla fin fine al pettine” e son dolori per tutti. Questo meccanismo perverso è alla base della nostra realtà politico amministrativa; le difficoltà provengono dai percorsi tracciati nelle stanze ben chiuse delle segreterie politiche, che hanno portato tante volte a scelte discutibilissime, i cui effetti si intravedono adesso ma saranno tossiche se non si provvede al più presto a cambiare registro. Ho purtroppo la sensazione che sia già troppo tardi: gli errori politici si riconoscono quasi sempre di fronte ad una sonora sconfitta, che di certo nessuno di noi vorrebbe profetizzare anche se non ci è impedito di paventare. Gli errori politici di ieri e dell’altro ieri sarebbero poca cosa se oggi non si continuasse a preannunciarne molti altri nelle numerose azioni pratiche e teoriche dichiarazioni.

In pratica si è seminato male e ci si deve preparare ad un gramo raccolto. Non è facile e non è politicamente corretto dire che i “nuovi giovani” che si sono di recente affacciati alla Politica hanno avuto uno spazio soltanto se erano funzionali ad un dato e già ben tracciato percorso; sono stati osteggiati se tendevano ad affermare la loro identità, il loro pensiero. Se questo è un metodo normale della Politica di ogni luogo e di ogni tempo, non può essere però considerato dal punto di vista civico ed educativo il giusto percorso per poter davvero procedere verso un “cambiamento” da tanti, forse a chiacchiere, auspicato.

…..4…..

7 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – terza parte

“Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – terza parte

Avvio questa terza parte con la ripubblicazione di una “tranche” di un post pubblicato lo scorso 14 marzo su questo Blog il cui titolo era

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico parte 16.

da un documento del 2006

Più giovani più donne

Il ricambio generazionale ed il riequilibrio dei generi può essere utile a patto che non sia né affrettato né rispondente a criteri che non abbiano valutato il reale merito, le capacità, la preparazione. In questa doppia direzione va la proposta del Forum dei giovani che abbiamo proposto di svolgere a Prato nel corso dell’Assemblea di Montecatini: lo avevamo pensato su scala metropolitana o poco più (volevamo coinvolgere al massimo Lucca e Fiesole, oltre Pistoia e Firenze) ed è stato invece accolto come ipotesi nazionale da svolgersi quanto prima. Il Comitato ovviamente chiede la collaborazione delle forze politiche per la riuscita del Forum; tale collaborazione si può adeguatamente estrinsecare con la presenza di personalità politiche o del mondo della Cultura, che intervengano a trattare argomenti che interessano il mondo giovanile.
Allo stesso tempo il Comitato, organizzando direttamente o sollecitando indirettamente iniziative di carattere politico – culturale attraverso la presentazione di Forum settoriali, si segnala come Agenzia formativa di tipo politico sul territorio proprio per le giovani generazioni.

Riprendo a trattare il tema con il riportare alcune riflessioni con l’annunciato scambio di mail tra me ed alcuni “giovani” E’ il 3 luglio del 2005. E’ in corso la Festa de “l’Unità”. Tra i temi trattati c’è quello sul ruolo dei “giovani”. Sono in carica come Presidente della Commissione Cultura nella Circoscrizione Est. Come “veterano” (non più “giovane”) avverto la responsabilità di trattare l’argomento e così scrivo ad altri (tra i quali due ancora anagraficamente “giovani”):

….. ometterò i nomi delle persone …..

“Carissimi, continuo, in questo “deserto” del luglio ad inviarvi “riservate” per riflettere insieme su quello che accade, e perché accade. Una delle questioni che abbiamo da anni e che non riguarda certamente una sola forza politica della nostra maggioranza è quella dei giovani. Sto riflettendo, a dire il vero lo faccio da anni, ma – come dico – “arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine ed allora son dolori!”. Vado riflettendo sui “nostri” giovani, così vecchi dentro, così scaltri, così pronti ad aggregarsi ai “provvisori” carri dei vincitori. Anche in questo senso sarà bene riprendere l’analisi di Pasolini, quando soprattutto parlava dell’imborghesimento progressivo della società: sono passati degli anni da quell’analisi e quei “nodi” così profeticamente annunciati stanno “venendo al pettine”.  Che facciamo? Intanto se possibile, diamine, discutiamo e poi operiamo: altrimenti sarà davvero ben più dura di quanto per ora si possa pensare. Il mondo non va in una progressione costante; a volte ci si blocca ed altre volte si può anche tornare indietro, e chi conosce la Storia dovrebbe ben sapere cosa significhi “tornare indietro”. Rileggiamo Pasolini.

Quando parlo di “giovani” so perfettamente che in mezzo a noi, penso a……, a …….., ve ne sono alcuni. Non vorrei creare equivoci, ……. e ………si guardino dentro, ed io non redo che assomiglino ai giovani di cui parlo, ma è allo stesso tempo molto importante che si autoanalizzino. Io per quanto mi possa riguardare lo faccio: d’altronde poichè continuo a dire che i giovani alla fin fine assomigliano sempre più a noi anziani, a me e a …… per esempio, vorrei anche io e, credo, ……., smarcarmi da questa identità e sentirmi – e sentirci – davvero un po’ come i giovani che eravamo, con una certa capacità di essere liberi, di avere ancora un po’ di quella “passione” che ci consentiva di osservare la realtà con uno sguardo critico ed allo stesso tempo pieno di progetti, quando avevamo i nostri venti, trenta anni. Aspetto riscontri.

…3… prosegue il post con un’altra mia mail

6 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – seconda parte

6 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? – seconda parte

Proseguendo una mia sintetica analisi dei due temi (più giovani più donne) vorrei ricordare che, in occasione delle “prime” Primarie, quelle “costitutive” nazionali del Partito Democratico, sostenni la candidatura di Rosy Bindi ed all’interno di quella fui tra i più convinti sostenitori, a livello locale, di alcuni “giovani”, tra cui Massimiliano Tesi e Salvatore Bruno.    Riandando con la mente alla mia “storia” personale vorrei ricordare che a Prato nei primi anni di questo secondo millennio tre Circoscrizioni su cinque, in una delle quali – la Est – presiedevo la Commissione Cultura,  erano presiedute da donne e che nelle cinque Commissioni Cultura e Istruzione c’erano due “donne” su cinque, due donne “giovani”, che ancora oggi sono attive in Politica (una è stata Assessore al Bilancio, l’altra è nell’attuale Giunta Assessore alla Città curata.  Nel 2005, anno al quale mi riferisco nell’avviare queste riflessioni, c’erano ancora i Democratici di Sinistra (DS), e fu poi nel 2007 alle Primarie costitutive nazionali del Partito Democratico (PD) che sostenni l’onorevole Rosy Bindi; nel 2010 nelle Primarie del Partito Democratico di Prato ho poi sostenuto Ilaria Bugetti e successivamente ho sostenuto la stessa nella prima sua competizione Regionale. Ovviamente, non è stato sempre facile sostenere delle “donne” o dei “giovani” semplicemente per il loro particolare “genere” o “status” esistenziale. E nel corso della mia esperienza ho potuto verificare che non è auspicabile sic et simpliciter l’affidamento prioritario di spazi amministrativi sulla base dell’appartenenza di genere o di “status” esistenziale.  Nell’agone politico occorre esperienza, soprattutto per evitare principalmente due rischi “contrapposti” tra loro: 1) essere ostaggio di personaggi stabili, come vecchie volpi politiche ed amministrative; 2) lasciarsi prendere da una smania di potere aliena dall’esperienza pratica e meramente ideologica.                                                                                                                                                     Così come i “giovani” tout court anche le “donne” in generale non hanno esperienza politica basata esclusivamente sul “genere”. Indubbiamente dal punto di vista storico ed antropologico le donne subiscono il limite storico di non essere state prese in considerazione, e di questo i “maschi” portano la responsabilità;  ancora oggi è in ogni caso una percentuale molto bassa di donne rispetto a quella dei maschi ad essere realmente interessata a partecipare in modo diretto alla “pratica” politica ed amministrativa. Anche per questo motivo ho trovato fuori luogo l’insistenza al perseguimento “acritico” della “parità di genere” da un punto di vista legislativo. Pur tuttavia trovo che sia ottima l’idea espressa di mettere in piedi un procedimento virtuoso, che provi a risanare questi “gap”,  inserito nel Vademecum lettiano di cui ho trattato in coda alla prima parte di questo post (“E’ auspicabile un maggiore impegno ed una più forte partecipazione e presenza femminile nell’agone politico ed in tal senso andrebbe incentivata la ricerca di una modalità di accesso “paritario” che divenga propedeutica all’attività politica ed amministrativa, una sorta di “Università Democratica per formare la classe dirigente” (vedi punto 6 del recente Vademecum lettiano)”” e spero che in quella direzione si possa procedere. 

Come ben si comprende, sono ancora nel “preambolo” rispetto all’intento iniziale. Nel prossimo post riporterò il “Documento” formato da un dialogo per mail del luglio 2005 tra me e una rappresentante “donna” e “giovane” sul tema dei “giovani”. Concluderò con un esemplare riferimento ad un “giovane” (uomo) e ad una “giovane” (donna) perché sia più esplicito il mio ragionamento.

…2…

5 aprile – “Più giovani più donne” quindici anni fa – e ora? (un pretesto) – prima parte

“Più giovani più donne” quindici anni fa, e ora? (un pretesto) – prima parte

Quando non c’erano i social. E non è tanto tempo fa. Personalmente sono un veterano di Facebook sin dal 2008 ed in realtà sono soltanto tredici anni anche se sembrano “una vita”.

Con Facebook abbiamo avviato a condividere, discutere, controbattere, polemizzare e, se il troppo è troppo, anche bannare. In questi tredici anni abbiamo utilizzato le chat pubbliche ma anche quelle riservate a gruppetti, a grupponi, molto spesso collegati a specifici provvisori o ben consolidati interessi (si sono svolte campagne di sostegno a questo o quel candidato nelle Primarie, nelle competizioni amministrative o politiche; si sono coagulati interventi di tipo sociale, culturale e, qualche volta, anche economico. Per capirne qualcosa basta aprire un account ed aspettare che il “fiume” scorra. C’è proprio di tutto ed in questo senso è bene stare anche attenti! Non mancano trabocchetti di tutti i tipi.

Certamente capitava anche prima di incappare in qualche oscena proposta, utilizzando la rete con il sistema delle mail, la posta elettronica, ma era un tempo preistorico, quello, come quasi certamente sarà per questo in cui stiamo vivendo. Le tecnologie stanno avanzando anche in questo tempo “fermo”, solo apparentemente bloccato e non sarà difficile trovarci ad uscire dal bunker ed avvertire un profondo disagio.

Ho deviato dall’obiettivo che mi ero proposto e mi sono dilungato in uno sproloquio “introduttivo” ad un argomento che è solo apparentemente “nuovo”: quello dei “giovani” richiamato da Letta, nuovo segretario del Partito Democratico dopo la rinuncia di Nicola Zingaretti.  Non mi si creda irriverente, ma credo che il “tema” dei giovani sia ancora una volta una sorta di simulacro, un fantoccio, un tentativo di distrazione dai temi e problemi più urgenti. A dire il vero, però, il VADEMECUM stilato da Letta per far ripartire il dibattito interno prima di proiettarlo all’esterno non si sofferma molto su quel tema, se non al punto 3. nell’auspicio che “dalla pandemia” nasca “un nuovo, più profondo e autentico, rapporto tra giovani e anziani”.

In realtà la mia intenzione era proprio parlare dei “giovani”, che di volta in volta sono stati oggetto di discussione nella Sinistra che ho praticato io (PCI, PDS, DS, PD), riportando nel prossimo post alcune tranches di un dialogo tra me, che nel 2005 non ero, ormai da qualche anno, “giovane”, ed alcuni giovani “compagni” amministratori nelle Circoscrizioni di Prato. Nei nostri “programmi” di allora grande spazio era dedicato sempre a “più giovani più donne”, non più né meno di quanto si dica ora.

Anche questa insistenza sulle “donne” la trovo sempre più stucchevole; e l’ho detto e l’ho scritto in alcune occasioni. Questo giudizio non è irriguardoso verso le “donne” in senso generale; è, preferisco connotarlo in tale direzione, “severo”. E’ auspicabile un maggiore impegno ed una più forte partecipazione e presenza femminile nell’agone politico ed in tal senso andrebbe incentivata la ricerca di una modalità di accesso “paritario” che divenga propedeutica all’attività politica ed amministrativa, una sorta di “Università Democratica per formare la classe dirigente” (anche in questo caso ne approfitto e vedi punto 6 del recente Vademecum lettiano).

…1….

4 aprile – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 4 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la parte X/3 vedi 12 febbraio

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 4 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Altri, partendo da un sostanziale rifiuto del Cinema come surrogato, appendice, diretto successore del Teatro, delle Arti e della Letteratura sperimentale da cui derivava di assumere tipici generi e stilemi, affrontava un discorso di più ampio respiro e di rinnovamento di questa nuova forma di Arte attraverso la ricerca di tecniche che la potessero meglio caratterizzare (gioco di luci – molteplicità degli angoli di ripresa – ritmo delle inquadrature nel montaggio ) con un più forte legame con la società e con i problemi connessi alla storia dell’esperienza umana (ricerca della libertà – della felicità – di un ideale assoluto). Questa offrì al Cinema ispirazione e lezioni e lo riempì di ideali insostituibili, rinnovandolo ampiamente. Mentre, se pensiamo agli esiti dei “tecnici” di cui ho detto prima, non riusciamo a distoglierci dall’impressione che siano all’origine del moderno cinema elettronico.

Per analizzare questa parte abbiamo pensato di dedicare la giornata di apertura all’Avanguardia, invitando a parlarne l’architetto professor Carlo Montanaro, docente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e cinefilo benemerito (per tanti di noi) collezionista di materiale filmico preziosissimo. Dobbiamo soprattutto a lui se siamo riusciti a vedere “Taris ou la natation” di Jean Vigo, altrimenti reperibile solo presso la Cinemathèque Française ( ma con estrema difficoltà – vedi Postilla al testo di Maurizio Grande dedicato a JEAN VIGO dalla casa editrice Nuova Italia – Il Castoro Cinema, n.64 pagina 124).

Allo stesso relatore dobbiamo se, con la sua chiarezza e competenza, il pubblico presente è riuscito a comprendere sia le complesse difficili rapporti tra le diverse immagini nel film “L’Age d’or” di Luis Buñuel, sia molte delle problematiche non sempre di facile intelligibilità che pone allo spettatore “ingenuo” un film d’Avanguardia, proprio per quel concetto di “precedenza”, di “anticipazione” che la stessa parola “Avanguardia” ha dentro di sé, per cui molti di questi film in breve tempo e spazio racchiudono tutte le conoscenze tecniche e culturali del mezzo cinematografico.

Poi, per segnare proprio il passaggio dall’Avanguardia, come ricerca comunque intesa, ad un realismo poetico, non ancora riferito però a quello tipico di Renoir, anche se non meno significativo ed importante, si è dedicata una intera sessione a Jean Vigo.

Questo personaggio, amato e venerato non solo dai cinefili ma anche da un pubblico più vasto, soprattutto per la sua vita piena di questioni avvolte nel mistero e sconvolgenti (la storia del suo padre chiaramente anarchico, la sua infanzia travagliata, l’adolescenza peregrina, la sua malattia ed infine la sua morte), ci ha indotti a pensare ad un “poeta” delle immagini ed abbiamo così voluto presentare la sua esigua produzione in forma completa, per poterne capire profondamente la poetica, legata alle sofferenze esistenziali, espressa attraverso vicende che vanno ben al di là di una mera sequenza di versi, pur belli e sonanti.

3 aprile – Una maxi quarantena per tutti coloro che sottovalutano i rischi attuali della pandemia

Una maxi quarantena per tutti coloro che sottovalutano i rischi attuali della pandemia

Sono stato da sempre perplesso intorno al comportamento politicamente irresponsabile di coloro i quali propendevano per “aperture” incondizionate ed il mio giudizio, se rileggete i miei post, non aveva connotazioni di tipo ideologico: ce ne era per tutti!  La Destra alzava polveroni senza alcuna regola, incurante degli inviti a riporre le armi temporaneamente (antropologicamente era comprensibile l’astio ed il livore da parte della Lega, sbeffeggiata da Conte & Co.; ricordate il tempo del “Papeete”!?); il Centrosinistra attraverso qualche Sindaco “ganzo” apriva gli spazi non appena l’aria malsana del contagio sembrava essersi attenuata; la Sinistra sberciava contro le limitazioni delle libertà.

E questa “solfa” di un “gioco delle parti” conduceva verso un massacro eugenetico, dove i più forti avevano la meglio sui più deboli.

Il “virus”, unico vincitore, se la rideva della dabbenaggine umana. E continua ancor oggi a farlo, nascondendosi dietro “maschere” con altre forme, altre “varianti”.

In questi giorni, con un Governo “nuovo” che non ha fatto altro che proseguire nell’azione del “vecchio” (chi dice il contrario mente quasi certamente sapendo di mentire; e lo fa solo per giustificare la propria scelta scellerata, visto che quella crisi ha fatto perdere circa un mese di operatività al Paese contro la pandemia) alcune angolature sono state smussate; ciò è la riprova che l’avversione verso il Governo precedente era molto personalmente diretta al suo Premier, Giuseppe Conte, avvocato e neofita nell’agone politico. Tanto è che uno dei suoi principali avversari tace, per lo più, soddisfatto. Un altro di tanto in tanto alza il ditino accusatore, ripetendo sempre lo stesso “mantra” a sostegno di quella parte di “popolo” che non vede l’ora di ritornare a fare confusione, quella parte che dimostra ogni giorno di più di essere incapace di comprendere che da ieri in avanti il mondo non sarà più lo stesso e, se non è “game over” poco ci manca. Non è un modo di dire: è la realtà intorno alla quale bisogna avviare una revisione profonda di comportamenti e stili di vita.

Sberciano ancora e minacciano; cercherei per tutti questi un “buen retiro” nel quale confinarli: uno spazio ampio per contenerli tutti, vicini vicini, a respirare la stessa aria, semmai con qualche virus birichino che si occupi di fare il buon lavoro. Si capisce: non una costrizione ma una scelta volontaria, visto che i “lockdown” da costoro sono considerati eccessivi e che, probabilmente, fino ad ora, non hanno sofferto mancanze personali, familiari e amicali. Una sorta di “maxi lazzaretto” come quello milanese di manzoniana memoria, una grande festa di “quarantena” in cui farsi finalmente passare la voglia di criticare in maniera irrazionale le scelte del Governo, condizionate dall’andamento della pandemia.

2 aprile – DUE POST di un anno fa – a futura memoria! La vita al tempo del Coronavirus (dall’ osservatorio di Prato)

2 marzo 2020 Sì, certamente! La vita al tempo del Coronavirus va un po’ cambiando. Non credo che avremo l’opportunità di abituarci a questa forma di socialità, anche se, con gli opportuni “tagliandi”, non sarebbe male che ciò si verificasse. Uno degli aspetti su cui punterei potrebbe essere quello dell’essenzialità. E soprattutto – mi sia consentito – modificherei l’uso strumentale di lunghi dibattiti e discussioni intorno a quel che vien detto “sesso degli angeli”. E’ stata, e purtroppo è, l’abitudine che ha contraddistinto molti tra noi – la critica è “autocritica” – appartenenti alla Sinistra.

Ovviamente, la mia è una semplice speranza e nell’auspicare tali cambiamenti mi affido al destino di un’epidemia che possa aiutarci a cambiare. Come dicevano gli avi “Non tutto il male viene per nuocere” ed anche questo Coronavirus potrebbe essere un elemento positivo che ci faccia ritrovare la giusta misura dell’esistenza, minimalistica al punto giusto, facendoci evitare gli sciovinismi ed i bizantinismi pelosi ai quali ci siamo abituati in tutti questi anni.
In questi ultimi giorni si esce meno di casa, ci si riappropria di spazi riflessivi, si dedica più tempo alla lettura. E’ pur vero che tutto questo posso farlo io che sono in pensione e che, tutto sommato, ho più tempo a disposizione. Ed è vero che per la stragrande maggioranza delle persone adulte in età da lavoro, sia esso autonomo o dipendente, la situazione sta provocando nell’immediato dei danni che comporteranno ulteriodi difficoltà, soprattutto economiche con tutto quello che ne consegue. Anche se, con gli opportuni accorgimenti, una parte del mondo del “lavoro” potrebbe strutturarsi in modo diverso ed innovativo, utilizzando le modernissime tecnologie informatiche: un primo immediato vantaggio consisterebbe nel minor utilizzo dei mezzi di trasporto e conseguenti risparmi energetici e minor impatto ecologico. Il lavoro sarebbe anche meno stressante e più sereno.

Intanto una lezione di civiltà formidabile ci è stata impartita da questa epidemia: siamo tutti uguali (ve la ricordate “ ‘A livella “ di Totò? ). Ed è così che ci si guarda – al di là delle appartenenze etniche e nazionali – condividendo preoccupazioni e sorridendo partecipi. Facendo la fila alle casse dei supermercati schizofrenici per l’alternanza di affollamenti e saccheggi contemperati da desertificazioni: e già…una volta fatto il pieno delle provviste vi si ritorna solo per l’essenziale di cui semmai si avverte la mancanza; sostando all’esterno dell’ufficio postale – tanto non piove – dopo aver preso il numeretto per l’operazione in scadenza; tenendosi a distanza di un metro come suggeriscono gli epidemiologi; e poi, la mascherina: cosa si fa con la mascherina?
Fino ad ieri non ci si chiedeva mica cosa facessero per la strada principale della Chinatown pratese tanti cinesi con la mascherina. Ora invece siamo là a chiedercelo: fanno un’operazione di puro marketing.
In realtà non sono infettati: a Prato non c’è nemmeno un caso sospetto, nè cinese nè di altra etnia nè tantomeno – come si dice – “nostrano”.
La mascherina, dicono gli esperti, serve a coloro che hanno contratto il virus e devono evitare di infettare le altre persone con cui entrano in contatto. Dunque è una forma di salvaguardia per tutti quelli che vengono incontrati casualmente per strada o che utilizzano dei servizi nei tanti negozi gestiti da personale cinese.
Anche questo comportamento sta contribuendo a far modificare la percezione reciproca in una città nella quale i rapporti tra la comunità autoctona e quella orientale non sono stati sempre facili.
Il caso di Prato potrebbe dunque avere anche su questi temi sociologici una particolare attenzione di studio.

3 marzo 2020

Mentre rileggo il mio post di ieri seguo uno dei programmi di informazione del canale La7, Tagadà, e sono preso da un desiderio di esprimere pubblicamente il mio profondo disgusto verso un giornalista, tale Francesco Borgonovo, che pretende anche di esprimere “La Verità” ( è questo il nome del giornale di cui è caporedattore ). Nazionalista e sovranista convinto, non perde occasione, anche in questi frangenti critici, di lanciare attacchi alla comunità cinese e a coloro che in occasioni diverse ne hanno sottolineato la civiltà. Più o meno, egli dice che come nel momento della crisi più acuta vissuta in Cina qualcuno ha solidarizzato con la comunità in Italia entrando nei locali gestiti da quella, ora quelle stesse persone dovrebbero riempire i locali dei nostri connazionali, che invece sono vuoti. Lo fa con acredine: d’altra parte è la sua prossemica naturale che esprime tale sentimento: a mio parere, dovrebbe avere una grande difficoltà a reggere il suo stesso sguardo allo specchio.
Ebbene, ritorno su temi già trattati: il nostro Paese non si risolleverà dalla crisi profonda già precedente a questa “tragica” situazione epidemica. Ho la sensazione che se non si ritroverà uno spirito unitario, umile e rispettoso della libertà di ciascuno, limitata solo dagli accenti violenti e minacciosi, nei quali la forma critica oppositiva non possiede elementi di razionalità e di opportunità (non “opportunismo” come purtroppo è solitamente appannaggio di personalità politiche alla ricerca di consensi).
Una delle formulazioni sciovinistiche nazionali recita che “di fronte alle difficoltà emerge il carattere degli italiani”. A volte quel che si intravede è la parte buona, la migliore; in altre occasioni, invece, è quella peggiore. Nel caso di personaggi come Salvini e Borgonovo, che – credo – sia un collega molto stretto del primo, quel che viene fuori è proprio il peggio. E, dunque, se ne ricava che siano proprio queste esternazioni a rivelarne la vera natura.
Allo stesso tempo, da un osservatorio molto particolare che è quello della città di Prato, zona piena Chinatown (via Filzi e via Pistoiese con annessi e connessi), emerge un atteggiamento di profondo rispetto verso la comunità cinese, in grado autonomamente di regolarsi, dimostrando profonda cura e osservanza per le regole restrittive che comunemente dobbiamo seguire.
Bisognerà pure studiare sociologicamente questo periodo, quando arriveremo in fondo; credo che solo a quel punto potremo confermare le nostre opinioni che in questo momento sono “libere” e comprovarle o metterle in discussione. Per ora, ho la sensazione che questa esperienza ci consentirà di avere una migliore interlocuzione tra le due comunità maggiori della città.

1 aprile – REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) intero

REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 1

Di tanto in tanto vado a rileggere alcuni tra i miei post degli anni precedenti; non è una forma di egocentrismo vanaglorioso ma – all’incontrario – una debolezza congenita, un certo qual senso di finitezza che mi spinge a verificare i miei percorsi “diretti”, quelli soprattutto che mi hanno portato gradualmente ad allontanarmi dal Partito che ho contribuito a fondare da coordinatore “in seconda” di un Comitato.

Sinceramente avverto “sempre” un senso di frustrazione, una disillusione profonda nel vedere confermate tutte le critiche che in modo filiale, fraterno, paterno rivolgevamo sin dagli inizi a coloro che – seduti sugli scranni degli “apparati” o loro sostenitori pedissequi (il termine, quest’ultimo, non deve essere interpretato in modo negativo, erano “acritici” ma convinti: in maggioranza con la “buona fede” in tasca) – volevamo che condividessero il nostro bisogno di creare  un “Partito nuovo più aperto, inclusivo e partecipato”, un Partito, come lo chiamammo noi, “Davvero Democratico”.                                                                                                                      Molta documentazione di quel periodo è stata da me pubblicata qui. Ma immensa è la Rassegna Stampa di allora, tra il 2006 ed il 2007 e ricca la produzione territoriale.

I segnali di un malessere che sarebbe poi diventato profondo c’erano già allora, allorquando coloro che si arrogavano un potere democraticamente aperto ai contributi, illudendosi di poter anche dare una svolta ai metodi politici, affinchè tenessero conto principalmente dei bisogni e delle richieste che provenivano dalla base, furono deliberatamente contrastati nelle loro istanze e marginalizzati nella loro attività. Nondimeno però gli apparati continuavano a predicare la necessità di un rinnovamento.  Lentamente poi si è prodotto un “gap” sempre più forte che ha allargato le distanze; in un territorio come quello di Prato alcune vicende hanno messo in evidenza lampante questa discrasia. In una di queste il PD si è lacerato, arrivando addirittura a mettere in discussione un candidato alla carica di “primo Cittadino” che era stato eletto dalle Primarie “aperte” creando in pratica le condizioni per consegnare la stessa città alla Destra; in un’altra occasione la ricerca del consenso per raggiungere il successo nelle Amministrative si è spinta ad accogliere qualsiasi voto, anche da parte di gruppi chiaramente di Destra. Nel frattempo un sostegno a questa deriva è stato fornito dalla ascesa di Matteo Renzi che, insieme a vecchi e nuovi sostenitori, ha progressivamente mortificato la partecipazione critica propositiva delle periferie, non solo quelle “territoriali”. Un po’ alla volta i Circoli si sono desertificati, a causa della frustrazione diffusa: a cosa possono servire i dibattiti, i confronti intorno alle idee ed alle proposte se poi non solo non se ne tiene conto, ma addirittura le si combatte sotterraneamente, anche se non solo?

Oggi potrebbe apparire a molti ingenui (anche questo termine deve essere inteso in modo positivo) che, essendo Matteo Renzi uscito dal PD, ci siano meno “lacci” per coloro i quali volessero riprendere a dialogare semmai con due piedi fuori e l’anima leggermente “dentro”. Non è affatto così; la realtà è che quei “veleni” introdotti hanno lasciato segni indelebili, dolori, che potrebbero anche essere leniti ma con atti concreti nei metodi, nello stile, negli approcci diretti. Per capirci; non bastano più le “parole” (anche quelle scritte), ne abbiamo sentite (e lette)  tante anche da parte di chi poi le tradiva nei fatti.

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REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 2

Cercare voti a destra era purtroppo necessario per poter vincere, visto che una parte sempre più corposa di elettori di Sinistra si allontanava, in parte correndo dietro all’attivismo verbale pentastellato in parte contribuendo ad aumentare il voto di astensione o quello “disperso” a volte anche in controtendenza (non è sempre facile per tutti in questi tempi comprendere quale sia la differenza tra Sinistra e Destra). E allora perchè mai non camuffarsi da Zelig se questo torna a vantaggio?

Quelli che conoscono i miei percorsi politici sanno perfettamente che non è mai stato tra i miei obiettivi il lucrare sul tipo di impegno che profondevo; ovviamente ho sempre più agito in modo disinteressato, soprattutto man mano che la mia età avanzava. La specificità con cui mi sono mosso è stata quella di un federatore e dunque è stata proprio quest’ultima funzione a non essere accolta, perché implicava l’accoglimento di figure che si sarebbero potute porre in concorrenza con quanti aspiravano a ricoprire incarichi. In realtà proprio quelle “poltrone” di cui ha trattato il segretario del PD, Nicola Zingaretti, nell’annunciare le sue irrevocabili dimissioni. Il campo d’azione è stato sempre quello della Sinistra, ed in modo netto quella Sinistra democratica, progressista, moderatamente riformista, non di certo meramente identitariamente ideologica. Fino a quando sono rimasto nel Partito Democratico ho lavorato per far costruire progetti, per consentire elaborazioni comuni aperte agli esterni volenterosi e condivise. Di certo partivo dalla consapevolezza dei limiti del “progetto originario” non tanto sui “fondamentali espressi” quanto sulle “pratiche attivate”. “Palestra delle Idee”, adesione ai “Luoghi ideali”, partecipazione a “Trame di Quartiere” sono state alcune tappe che hanno fatto del territorio nel quale ho operato, Quartiere San Paolo di Prato, un luogo di elaborazione riconosciuto da molti, in senso positivo nonchè negativo, come esemplare.

Dopo essere uscito non ho mai smesso di adoperarmi nella costruzione di una forma di coalizione dei soggetti della Sinistra, sempre più escludendomi da posizioni apicali che avessero lo scopo di ottenere riconoscimenti che non fossero quelli di tipo morale. Ho tentato di operare all’interno di quel raggruppamento che ha fondato “Liberi e Uguali” con molti dubbi, soprattutto alcune ambiguità mai sciolte; per cui avvertendo l’inutilità del mio contributo, o addirittura un senso di fastidio, ho scelto di muovermi per costituire un soggetto federativo dei residui della Sinistra con la creazione di “Prato in Comune”. Ovviamente non sono riuscito, insieme ad altri “compagni” a federare – per evidente incompatibilità (come già espresso) – la parte maggiormente dogmatica della Sinistra.

In questi ultimi giorni, complice la marginalità indotta dal virus, ho continuato ad osservare in solitudine lo scorrere degli eventi. In modo particolare mi hanno attratto alcune vicissitudini nazionali collegate alla crisi del Governo Conte 2 ed alla nascita del nuovo Governo Draghi. L’esito del percorso del dimissionario Segretario nazionale del PD e l’arrivo del “nuovo” che tuttavia nelle sue prime uscite non ha espresso nuovi esiti, rimanendo nel vago della solita retorica politica, fatta di “parole d’ordine” sempre le stesse, mi spingono a chiedere di “vedere le carte”, a partire dal “locale”.

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3. REPETITA IUVANT (alcune cose da ricordare, da “non dimenticare”) parte 3 In questa nuova “palestra” ci sono passi indietro e passi avanti. Se per davvero si vuole cambiare, occorre che vi sia chi fa dei passi indietro e chi abbia la possibilità di fare dei passi avanti. Se si annunciano cambiamenti, occorre agire di conseguenza. Diversamente, sarebbe una nuova buona occasione perduta.

E’ solo una “metafora”, quel “vedere le carte”, ovviamente! Innanzitutto perché per troppo tempo le abbiamo vedute sempre così identiche a se stesse e non abbiamo mai avuto un riscontro con ciò che sarebbe stato realizzato. Tante “parole” pochissime “conferme”; tanto che di volta in volta le si sono ripetute come se fossero “nuove”, ma erano vecchie e stantie. E’ una pessima abitudine della “Politica” che ha avuto bisogno di “rinnovarsi” continuamente proprio perché non riusciva a rinnovarsi per niente.

Di certo ci siam cascati anche noi, che abbiamo i capelli bianchi. Ed è davvero molto difficile che ci si ricaschi senza avere  la necessaria prudenza.

E’ possibile oggi attivare un nuovo percorso virtuoso? La “ragione” mi dice di NO, ma la passione mi sospinge. Gli elementi positivi possono avere la prevalenza solo se per davvero si avvii a considerare questo “tempo” così sospeso ad un passo dal precipizio come bisognoso di una cura molto energica e speciale.

L’equiparazione tra pandemìa e vaccini e crisi profonda e ricerca di una soluzione appare a me molto carica di significati e molto appropriata.

Quel che occorre non sono altre “vecchie” parole rielaborate in modo abborracciato pur con un nobile e sincero intento.

Non si può far finta di niente, come se in questi anni non fossero accadute vicende che hanno ridotto il livello di democraticità, hanno mortificato la partecipazione diffusa, hanno svenduto gli ideali in cambio di un potere accentrato sempre più nelle mani di pochi. Occorre costruire forme politiche che si occupino prioritariamente delle realtà umane ed economiche, culturali e sociali, attenuando le differenze  ed incentivando le uniche forme di ricchezza che siano utili a migliorare la società, distribuendo gli utili nella creazione di occasioni di lavoro “stabile” anche se diversificato. Occorre far tesoro per davvero di questo dramma che stiamo vivendo; dobbiamo impegnarci a far sì che per davvero da questa tragedia si esca tutti migliori. Ce lo siamo detto ma non sembra che queste affermazioni siano state considerate come sacrosante verità da realizzare.

In questa nuova “palestra” ci sono passi indietro e passi avanti. Se per davvero si vuole cambiare, occorre che vi sia chi fa dei passi indietro e chi abbia la possibilità di fare dei passi avanti. Se si annunciano cambiamenti, occorre agire di conseguenza. Diversamente, sarebbe una nuova buona occasione perduta.