31 luglio – Le bandiere parte 2

Le bandiere parte 2.

Siamo tutti responsabili perché avremmo dovuto fornire segnali più chiari alle leadership; parto da me, dunque, senza autoassolvermi. Ho scelto di star fuori, non riconoscendomi più nè in chi promuove scelte ultrariformistiche e allo scopo di conquistare posti di potere si accorda e compromette con quella parte di forze economiche disponibili ad ogni contratto, a prescindere dalle posizioni politiche; nè tanto più (o tanto meno, fate vobis) con quella parte di politicanti categorici, dogmatici, esclusivi assolutisti, che ignorano alcuna possibilità di confronto e per la quale qualsiasi “deroga” assume l’aspetto di “revisione” assegnando a questo termine solo il significato negativo. A volte, riflettendo, non si rendono conto che finiscono per assimilarsi proprio a coloro che dichiarano di aborrire. Gli estremismi finiscono per assomigliarsi. Ma il tema per cui sono qui a scrivere è ben altro: attiene ad una flebile, sottile “disperata” speranza. Da tempo ormai, abbandonata la tuta dell’educatore militante nelle aule scolastiche, seguo le peripezie delle varie generazioni più giovani, nel progressivo svolgersi degli anni, i primi dieci e poi quelli successivi del Terzo millennio fino a questo inizio del terzo decennio. Molti tra questi “giovani” hanno messo in gioco la loro freschezza solo allo scopo di alzare il prezzo per il loro impegno, dimostrando molta più astuzia rispetto a tanti altri veterani per esperienza e per età. Costoro sono ancor più responsabili per la condizione disperata nella quale tanti di quelli che avrebbero potuto rappresentare il vero rinnovamento si ritrovano a vivere questa fase calante della loro esistenza: penso a me ma anche a tante altre figure più giovani e fresche di quanto io sia. Qualche giorno fa una breve interlocuzione con  uno ( cui accenno nella chiusura del post del 27 luglio ) di questi “giovani” – contornato da altri occasionali compartecipanti al dibattito con commenti e semplici “like”-  si è svolta intorno alla funzione simbolica – e non solo –  delle “bandiere”. E mi è tornato in mente Pier Paolo Pasolini che ne “Le belle bandiere” scrive  «Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti.»   La discussione verteva per l’appunto sull’aver scoperto che, alla manifestazione a sostegno dei “licenziati” della GKN di Campi Bisenzio, mancavano le “bandiere” del PD. Ho ex abrupto “istintivamente” (ed in modo insolito) commentato che “avrebbe potuto portarne lui stesso”. Credo di aver offeso la sua sensibilità, di aver toccato qualche corda irritata, visto che sono anni che non mi degna di alcuna attenzione nè contrapposta nè favorevole (sono stato a volte al suo fianco “fisicamente” e avevo la sensazione che non avvertisse la mia presenza). Mi ha risposto stavolta con una certa supponenza superiore, rilevando che da sempre ha voluto essere rispettoso  ( anche se con amara ironia descrive il “rispetto” come “una brutta abitudine )  delle gerarchie “partitiche”. Ho glissato, scusandomi per l’intromissione ( “avrei potuto stare zitto”), confermando il mio giudizio non lusinghiero sul futuro di questa “new generation” che vuole fare la Rivoluzione (a suo modo, ovviamente) rispettando le “gerarchie”. Senza che appaia come un’offesa: “il loro obiettivo è quello di sostituire semplicemente una vecchia gerarchia con nuove gerarchie”.

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