CINEMA – storia minima – parte 27

CINEMA – storia minima – parte 27

Avevo annunciato nel precedente blocco che, seguendo in modo cronologico la Storia dell’arte cinematografica, ci saremmo spostati con il nostro sguardo in Italia, dove la grande stagione del Neorealismo tocca nuovi vertici con un film che consentirà al mondo intero di prendere consapevolezza del livello cui la cinematografia italiana era pervenuta, “Roma città aperta” di Roberto Rossellini. Il film si snoda tra una sorta di documentazione di fatti realmente accaduti pochi mesi prima che venissero girate alcune scene (gli abitanti della Capitale d’Italia assistettero sgomenti a quelle riprese, in quanto non pochi di loro credettero che fossero ritornati gli scenari di guerra che avevano vissuto) e le storie umane di una parte dei borgatari, alcuni dei quali impegnati nelle file della Resistenza al Nazifascismo. Il film ottenne vari e alti riconoscimenti a partire dal Gran Prix al Festival di Cannes del 1946 e pose in evidenza l’interpretazione di Anna Magnani e di Aldo Fabrizi. La narrazione degli eventi è in grado di coinvolgere ancor oggi spettatori di tutte le età. Qui di seguito una delle dichiarazioni di Roberto Rossellini sul film.



Insieme a “Roma città aperta” – presentato nel 1945 – nello stesso anno, il 1946, ad ottenere uno dei premi più prestigiosi al Festival di Cannes furono, tra altre nove opere, “Breve incontro” del britannico David Lean e “Giorni perduti” dello statunitense Billy Wilder. Il primo è una storia intima nella quale si racconta di un tradimento non finalizzato tra due che occasionalmente si incontrano ma, pur scoprendo di essere innamorati, rinunciano a portare avanti la relazione per evitare di veder naufragare le loro legittime relazioni familiari. Il titolo si riferisce alla parte finale quando i due decidono di troncare quella esperienza, incontrandosi brevemente nello stesso bar della stazione dove per la prima volta si erano conosciuti.

L’altro film, “Giorni perduti”, approfondisce un tema sociale molto rilevante, riscontrabile soprattutto negli ambienti artistici, spesso soggetti a profonde e cocenti delusioni rispetto alle aspettative: la dipendenza dall’alcool e dalla droga. Un tema questo molto complicato anche perché si rischiava di toccare corde molto sensibili in tal senso proprio negli ambienti letterari e cinematografici. Non fu facile trovare un sostegno all’idea che Billy Wilder aveva tratto dalla lettura di un romanzo di Charles R. Jackson e dopo essere riuscito ad ottenere i diritti per trasformarlo in una sceneggiatura cinematografica ebbe molte difficoltà con il produttore della Paramount Pictures, Young Frank Freeman, che si convinse soltanto dopo aver capito che il film dello stesso Wilder, “La fiamma del peccato” di cui abbiamo accennato nel blocco 24 e che usciva in quel periodo si annunciava come un grandissimo successo. La decisione non fu certamente improduttiva, in quanto il film dopo aver ottenuto il riconoscimento di ben quattro Golden Globe (Miglior film drammatico, Miglior regista, Miglior attore protagonista e Migliore sceneggiatura non originale) riuscì ad accaparrarsi altrettanti Premi Oscar (Miglior film – produttore a Charles Brackett; Miglior regista a Billy Wilder; Miglior attore a Ray Milland; Migliore sceneggiatura non originale a Charles Brackett e Billy Wilder). Tra le altre note va ricordato il contributo per la colonna sonora di Miklo Rosza.

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