CINEMA – 1946 – parte 29

Sempre nel 1946 due di questi registi, Frank Capra e Howard Hawks, saranno gli autori di due capolavori di genere diverso tra loro, “La vita è meravigliosa” e “Il grande sonno”. Il primo fa parte di quella particolare predilezione del cinema americano dei buoni sentimenti che si innesta nella condizione umana in un ambiente piccolo borghese nel quale il protagonista agisce quale esemplare del self made man che, operando in contesti provinciali e dotato di un grandissimo senso etico nei confronti della famiglia e dei suoi compaesani, si ritrova in un momento di profonda crisi, fino a meditare di togliersi la vita. Il film fa percorrere la “storia” di George Bailey, interpretato da un grande James Stewart in piena ascesa, grazie ad un escamotage narrativo, attraverso il quale un angelo, inviato da Dio per sostenere moralmente il protagonista affinché rinunci al proposito di suicidarsi, viene informato da San Giuseppe su tutte le buone azioni di cui George si è distinto. Il film non ebbe un grande successo di critica nell’immediato ma ancora oggi è uno dei film più presenti nelle programmazioni festive dei nostri canali televisivi, pubblici e privati.

L’altro film si collega al genere del giallo poliziesco noir che tanto lustro renderà alla produzione statunitense. Basato su uno dei romanzi del prolifico Raymond Chandler con protagonista il detective Philip Marlowe, “Il grande sonno” è interpretato da una coppia di attori che sarà a lungo molto presente sulla ribalta cinematografica, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, che si erano conosciuti da poco sul set di “Acque del Sud”, diretti dallo stesso Hawks. L’interpretazione del detective Marlowe da parte di Bogart sarà memorabile e segnerà per sempre nel ricordo dei cinefili e degli appassionati dei libri polizieschi (solo in Italia vi è la dizione “gialli” collegata al colore delle copertine della produzione mondadoriana.

Un altro film americano che segnerà il destino anche dell’inteprete è “Gilda” di Charles Vidor. Si tratta di un’altra grande diva, Rita Hayworth, che in questo film, sempre accreditabile al genere “noir”, fa coppia con un altro importante protagonista del Cinema quale è stato Glenn Ford. La grande attrice, reduce da una serie di riconoscimenti soprattutto da parte dell’esercito americano impegnato in Europa, incarna in “Gilda” una delle icone indelebili della produzione filmica, dando un’interpretazione superba aiutata non solo dalle forme sinuose ma dalla capacità di fare spettacolo grazie alle sue performance canore, quali “Put the Blame on Mame” e “Amado mio”, nelle quali mostra anche abilità straordinarie sia nelle danze che nella sua vocalità.

Nel prossimo blocco ci dedicheremo a trattare del cinema italiano che nel 1946 raggiunge le massime vette anche sul palcoscenico internazionale.

I REGALI DI NATALE – parte 7

Questa serie di post ha un titolo che difficilmente può essere spiegato se non si comprendono le ragioni primarie che li hanno ispirati.

Recupero un estratto dall’ introduzione (vedi 10 gennaio e 26 febbraio)

Scendere giù per Natale, da Prato a Pozzuoli (ecco il motivo del riferimento al bradisismo), dopo un’assenza di circa 22 mesi, un anno e tredici mesi a dir la verità, ci ha posto davanti ad una condizione inattesa, anche se avremmo potuto prevederla: il vecchio apparecchio televisivo era “off” per le “ovvie” ragioni che tutti dovrebbero ormai sapere, collegate al passaggio al digitale terrestre. A dir la verità, l’antenna aveva sempre mal funzionato ma una decine di canali fino al gennaio 2020 riuscivamo a intercettarli, e ci bastava per seguire le vicende del Paese e del Mondo. E poco più.

Cerco di recuperare con una deviazione doverosa:

Tra le mie passioni della vita c’è il Cinema; anche su questo Blog ne troverete indizi. E quasi sempre quando viaggio per un periodo medio lungo porto sempre con me qualche film. Di solito poi me ne vedo una parte solo “in solitario”, recuperando anche la “memoria” classica.

Ma questa volta con la penuria di immagini ho poche soluzioni; una di queste, al di là dei dispositivi drive compatti, è il cellulare attraverso il quale collegarsi con la Rai e con qualche network privato come La7 per vedere o rivedere qualche programma. Lo utilizzo io la sera quando si è a letto per seguire le principali vicende che si sono verificate: ancora la pandemia fa da protagonista. Pur tuttavia c’è qualche bella promessa come ad esempio una nuova serie de “La penisola dei tesori” condotta da Alberto Angela. E’ annunciata la prima puntata della quarta stagione, dedicata in buona parte all’isola di Procida (anche questo tema, lo sa chi mi segue, mi è molto caro) e non vogliamo perdercela.

Guardare un programma sul cellulare è una fatica immane. Resistiamo giusto il tempo nel quale si tratta della nostra isola, quest’anno che verrà (il 2022) capitale italiana della Cultura. Poi pensiamo che potremo rivedere quella puntata con più calma a casa a Prato quando torniamo.

Ma in una delle serate successive non demordiamo e quindi vado a pescare un altro prodotto. Si tratta dell’opera originale di uno straordinario operatore culturale, un giovane che ha già realizzato molti programmi di grande qualità. La serie “Caro marziano” ne è un esempio. Si tratta di Pierfrancesco Diliberto, del quale ho apprezzato anche “La mafia uccide solo d’estate” e “In guerra per amore”. Ma non avevo ancora visto il nuovo “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”.

Una nota “contemporanea” alla stesura del post (oggi 13 marzo): trovo il titolo “profetico”, disarmante e disperato.

Proseguirò nel prossimo blocco…..

LE STORIE 2008/2009 – parte 19 (per la 18 vedi 10 febbraio)

LE STORIE 2008/2009 – parte 19 (per la 18 vedi 10 febbraio)

Proseguendo nella pubblicazione di alcuni documenti, quella che segue è la “Dichiarazione” (la scesa in campo) di disponibilità da parte di Massimo Carlesi a candidarsi a Sindaco di Prato per la legislatura 2009/2014

1.2. OBIETTIVI PER SCUOLA E FORMAZIONE

Se prendiamo come riferimento gli obiettivi fissati dalla Conferenza Europa di Lisbona per l’Europa del 2010 nel settore della scuola e della formazione per valutare la situazione della scuola e della formazione nel Comune di Prato, possiamo notare come essa si discosti progressivamente dagli standard richieste con il progredire dei livelli scolastici.

Nei servizi alla prima infanzia, la situazione è molto positiva: per la fascia compresa tra i 0-3 anni, nell’a.s. 2006/2007 il grado di copertura della domanda è stato del 24,75%, non molto al di sotto dell’obiettivo europeo del 33%; il livello risulta invece addirittura superiore per la scuola dell’infanzia: a Prato sono oltre il 94% i bambini iscritti, a fronte del 90% richiesto dalla Comunità Europea.

Per quanto riguarda la dispersione scolastica, i dati dell’Osservatorio provinciale indicano come sia quasi assente fino al compimento della Secondaria di I°, ma precipiti oltre il 13% nella Secondaria di II°, un livello ancora al di sopra della soglia del 10% richiesta a Lisbona. Nel complesso, risulta ancora difficile nel nostro territorio il raggiungimento dell’obiettivo dell’85%  di  diplomati  nella  popolazione  dei ventiduenni. Nell’a.s. 2006/2007 erano 8.878 (2006) gli iscritti alla scuola secondaria di 2° su 13.137 residenti, ovvero il 67%. Anche aggiungendo gli studenti che frequentano scuole secondarie di 2° in altri Comuni (es. Firenze), il numero degli iscritti non è sicuramente elevato. Preoccupante il dato che indica come la percentuale di non ammessi al secondo anno è pari al 10,2% nei licei, al 23,9% nei tecnici e raggiunge il 34,1% negli istituti professionali (uno studente su tre).  Anche la maggior parte degli alunni in ritardo si concentra negli istituti professionali (è già in ritardo il 53,3% degli iscritti al primo anno), verso i quali si orientano gli alunni più deboli scolasticamente, provenienti dalla scuola media o da altre scuole secondarie (dopo esiti negativi). Ciò produce un effetto moltiplicativo sul ritardo, tanto che nelle classi prime dei tre istituti professionali oltre la metà degli studenti è in ritardo di uno o più anni. Tra gli alunni ritardatari, quasi l’80% sono stranieri.

A livello universitario, la conferenza di Lisbona propone agli Stati di aumentare del 15%  il  numero  dei  laureati  nelle  facoltà  scientifiche  e diminuire -anche in questa area- il differenziale di genere. In base alle statistiche del MUR, gli studenti immatricolati nel 2007 con provenienza dalla provincia di Prato sono 155, ma solo 37 hanno scelto facoltà scientifiche (23%); tra i 232 studenti che hanno concluso positivamente il corso di studi nel 2007, solo 57 hanno conseguito la laurea presso in facoltà scientifiche (24%).

La conferenza di Lisbona aggiunge altri due obiettivi che, pur non interessando direttamente il sistema scolastico, contribuiscono sicuramente ad elevare il livello di preparazione culturale della popolazione: diminuire di almeno il 20% la quota di quindicenni con basso livello di lettura (i risultati della recentissima indagine del Sole 24 ore colloca la provincia di Prato all’ultimo posto in Italia per libri acquistati) e  coinvolgere  almeno  il  12,5  per  cento  della  popolazione  adulta  in iniziative di educazione/formazione permanente/ricorrente.

una riproposizione da post di un anno fa – per segnare il cambiamento (!!!)

LE “STORIE” DEL NOSTRO TEMPO  

Le “storie” vanno sempre raccontate esaminando ogni punto di vista ed in modo particolare vanno presi in considerazione gli sviluppi nel percorso, quello prossimo quello a medio e quello a lungo termine. Inevitabilmente noi assistiamo agli eventi in modo progressivo inserendo nel giudizio che ne facciamo molti elementi sentimentali, passionali ideologici, spesso connotati da una certa partigianeria.

In breve analizziamo alcuni episodi recenti: 1) le dimissioni del Governo “Conte”; 2) la formazione del nuovo Governo “Draghi”; 3) la crisi del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico 4) la partecipazione di Matteo Renzi al Future Investment Initiative; 5) la sostituzione di Domenico Arcuri commissario straordinario emergenza antiCovid.

I primi due episodi sono stati già trattati in altri miei post. Ma è opportuna una rivisitazione con la quale si possa meglio comprendere alla luce degli sviluppi “attuali” lo stato delle cose. Sulle “crisi” tratterò in modo contestuale ai primi due aspetti elencati. Sul quarto episodio di questa “telenovela” sono qui a notare la “pittoresca” boutade dell’autointervista dell’ameno leader di “Italia Viva”. Sul quinto, essendo la notizia “fresca” di stampa (scrivo alle ore 16 del 1 marzo 2021), adotterò una prima possibile valutazione previsionale.

Le “luci” e le “ombre” del Ministero Conte 2 le abbiamo già trattate “in itinere” in questo ultimo anno e mezzo. Non mi ripeterò. Addolorato per la rinuncia indotta “voi tutti sapete come” ho cominciato nell’immediatezza dell’alternanza a valutare la nuova formazione onnicomprensiva, annotando giorno dopo giorno l’assenza di una nuova era, così come annunciata. E’ ancora presto, di certo, ma le prospettive non appaiono affatto positive. Anzi, verrebbe da supporre che la attuale recrudescenza dei contagi sia essenzialmente dovuta proprio al rilassamento generale derivato dalla “speranza” di un ruolo miracolistico del nuovo Ministero, pressoché immediato.

A più di qualcuno, indotto da una “propaganda” irresponsabile, sembrava ormai giunto il momento di recuperare la “libertà perduta”. 

Verrebbe da dire, riflettendo, che la “nuova” era laddove iniziata sia poco diversa se non peggiore della precedente.

  L’ex Primo Ministro, il professor Giuseppe Conte, facendo esclusivamente ritorno al proprio ruolo di docente di Diritto privato, si eliminava dal contesto “politico” e lentamente spariva dai sondaggi, che lo avevano più volte visto in vetta alle preferenze dei cittadini italiani. Mentre accadevano questi eventi, il M5S, principale forza politica di riferimento di Conte, si spaccava in mille rivoli, arrivando addirittura a perdere il ruolo di primo Partito rappresentato in Parlamento, così come uscito dalle urne nelle elezioni di tre anni fa, quelle del 4 marzo 2018. Le varie operazioni volute da Beppe Grillo, vera anima del Movimento, forse ancora uno che fa lavorare il cervello, pur non dandolo a vedere, hanno negli ultimi mesi lasciato il segno. Anche quello che è accaduto ieri è opera sua. Da quel che sappiamo, ha riunito un gruppo di lavoro a Roma quasi certamente per sviare i giornalisti che si attendevano un incontro nella sua villa al mare di Bibbona, con lo scopo di coinvolgere più rapidamente possibile Giuseppe Conte in un progetto di rilancio del Movimento. L’obiettivo è perlomeno duplice: da una parte fare in modo che Conte non venga “bollito” in una lunga inazione; dall’altra rivitalizzare le forze che afferiscono al Movimento 5 Stelle spossate dai tanti sconvolgenti mutamenti, cui naturalmente non sono abituati.

Ed è infatti stata già ventilata l’ipotesi che, acquisendo un ruolo primario nel nuovo Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte dovrebbe adoperarsi per ricucire i rapporti con la maggior parte di coloro che si sono allontanati, in particolar modo coloro che lo hanno deciso come non adesione al nuovo Governo. Personalmente lo avevo auspicato prima che in qualche modo fossero confermati i “rumors” in tale direzione. A tarda sera del 1 marzo, nei consueti sondaggi del lunedì che La 7 propone, l’idea di un impegno in prima persona dell’ex Primo Ministro sembra essere piaciuta al corpo elettorale, anche se è presto per comprendere se ciò avrà una sua stabilità o è il semplice entusiasmo iniziatico: come ho scritto sopra “la Storia va analizzata nei suoi sviluppi”.           

Anche per questo motivo non si può assegnare ad alcuno la palma del vincitore (peraltro in questa occasione come in tante altre i “concorrenti” sono più di uno) e non è mica detto che l’essere stati costretti a rinunciare a quell’alto incarico debba avere conseguenze negative. Così di riflesso non è mica scritto già con inchiostro indelebile che al nuovo Primo Ministro il Paese riconosca grandi meriti, così come annunciato in grande pompa. Se qualcuno ha dei dubbi si vada a rivedere l’arrivo di un altro gran Salvatore della Patria, che si chiamava (l’imperfetto è utilizzato solo per collocarne la figura in un tempo distante – anche se non molto: il personaggio è ancora in vita e gli auguro di campare ancora molto a lungo, affinché sia di buon esempio) Mario Monti. Accolto da grandi aspettative, ritengo non abbia lasciato un buon ricordo del suo Ministero. In realtà, l’altro Mario, quello più vicino a noi, ha un drammatico vantaggio a suo favore, “grazie” alla pandemìa non ancora debellata. Avendo più o meno molto identiche le “compagnie” finanziarie, i due potrebbero assomigliarsi negli esiti, in modo particolare nel settore economico finanziario; potrebbero (qualche timido annuncio, forse qualche “timore”, è stato già avanzato) farne le spese i ceti medi, ancora una volta, costretti a cedere potere economico ai grandi “squali” che continuerebbero la loro ascesa,  e rischierebbero seriamente di dover rivedere al ribasso il loro tenore di vita, finendo per essere trascinati nel fondo, dove potrebbero confrontarsi con una massa immane di nuovi poveri, come una neo Corte dei Miracoli di hughiana memoria. Ovviamente vorrei sperare di essere considerato “distopico” anche se giorno dopo giorno sono sempre più estremamente convinto che quanto “temo” possa avverarsi.  A meno che non ci si risvegli da questo grande letargo della “Ragione” e non si avvii una profonda revisione intorno a ciò che non si è fatto colpevolmente per evitare questo grande disastro umano cui sciattamente ed accidiosamente stiamo assistendo.

“Chi?” dovrebbe recuperare questo ruolo di difesa delle classi emarginate, cresciute a dismisura negli ultimi anni ed ancor più in questo ultimo anno?

A questa domanda cercherò di avanzare un timido consiglio nel prossimo post. Anche se ho sempre meno speranze.

Utilizzando la parte più ottimistica della mia visione politica, valuto questo periodo come una interlocuzione provocatoria che solleciti ad un risveglio delle coscienze di tutte quelle persone che sono state sospinte a mantenersi in zona neutra, costrette a sostenere progetti politici non convincenti e non condivisi o scegliere l’astensione. Di questi tempi un elettore, la cui Storia e  le cui passioni civili progressiste ed egualitarie si sono radicate nella Sinistra, non ha un punto di riferimento al quale ancorarsi. Nel corso degli anni si è confusa, annebbiata, liquefatta l’idea della Sinistra; è avvenuta una suddivisione parcellizzata progressiva in varie forme, tutte sedicenti depositarie dei valori fondamentali della Sinistra, ma “tutte” in fin dei conti traditrici di essi. A partire da quei gruppi che vivono esclusivamente nell’ortodossia delle regole, spesso condizionate da interpretazioni parziali e personali, che si autoescludono dal resto del mondo reale in una classica “turris eburnea”; per andare a quei “rassemblement” di tipo riformistico, molto aperti ai condizionamenti di un mercato essenzialmente avido e arido, solo a tratti ed in apparenza ipocritamente interessato ad occuparsi dei problemi universali. In mezzo a queste due “sponde” non vi è un terreno di confronto: non c’è mai stato. E in ogni caso, nelle condizioni in cui abbiamo vissuto, non avrebbe potuto avere alcun riconoscimento, visto il permanere surrettizio di una sorta di autosufficienza da parte di chi avrebbe dovuto disporsi a rivedere alcune forme paraideologiche paralizzanti, onde consentire una ripartenza nuova.

Ovviamente, parlo della Sinistra che non c’è ma che vorrei ci fosse. Una Sinistra concreta, non dottrinale, da mettere in moto sulle principali questioni civili, sulle ingiustizie sociali, sui temi che ci consentano di vivere dignitosamente in una realtà molto diversa da quella che, è bene dircelo con chiarezza, è responsabile dei disastri attuali. La mia risposta alla domanda finale della seconda parte di questo post è dunque: una SINISTRA nuova capace di collegare le diverse anime in una unica coalizione o federazione, pur che sia SINISTRA.

Ritornando agli “episodi” recenti su cui ragionavamo e facendo in qualche modo seguito al “discorso” di sopra sono qui a sperare che il travaglio che sta attraversando il Partito Democratico lo possa spingere  a far emergere un nuovo progetto che consenta di fare dei passi in avanti e non indietro. Certamente non si può non prendere in considerazione le “storie” pregresse; sono utili “zibaldoni” che dovrebbero permettere di non commettere gli stessi errori che lo hanno portato ai più bassi livelli della sua Storia. Allo stesso tempo ritengo sia corretto da parte mia esplicitare il mio giudizio negativo sulla posizione che ha espresso Sinistra Italiana, cui peraltro guardo con molta attenzione da qualche anno in qua, sulla formazione del nuovo Governo. Essersi autoesclusa in un momento così drammatico per me vuol dire non volersi  assumere delle responsabilità. Governare insieme a tutti quelli che sono stati “avversari” implica per tutti il dover fare un passo indietro in vista dei principali risultati su temi estremamente trasversali come la Salute pubblica e la Ripresa economica. Starsene “fuori” non produrrà un gran guadagno in termini di consensi.

Esercitando la “memoria” mi vien da ricordare che, a inizio “pandemìa”, in uno dei Paesi europei l’opposizione tese la mano a coloro che governavano. Si tratta del Portogallo; in Italia sarebbe stato impossibile, visto il clima acido, livido, rancoroso che si è instaurato da qualche tempo in qua. Sempre rincorrendo la memoria, grazie anche al “gesto” inusuale per drammaticità di Zingaretti, mi viene da ricordare come fosse accolta da molti “difensori ad oltranza” dell’integrità del corpus PD, già canceroso, la mia proposta di “scioglimento e rifondazione” di quel Partito. Temo che costoro non siano in grado di ricordarselo, ricorrendo semmai alla “rimozione convenzionale”. Il tema è riferibile al punto 3 dove si accomuna la crisi del M5S a quella del PD. Il segretario di quest’ultimo ha profferito parole di fuoco, inaudite, che potrebbero aprire spazi di rinnovamento. “Potrebbero” ma ho molti dubbi in merito alla capacità del quadro dirigente, in modo particolare quelli locali, che hanno purtroppo consolidato i loro blocchi di potere, tradendo con la complicità di molte persone per bene  (tante delle quali ancora si dispongono supinamente a turarsi il naso ed inforcare occhiali scuri), i valori fondamentali di una forza politica nata con una spinta poderosa di “popolo”, ormai però espressi su carte  quasi del tutto illeggibili.   Anche in questo caso, la Storia dovrà essere scritta per bene solo dopo aver preso in considerazione tanti di quegli aspetti che sfuggono “oggi” ai più: si dovrebbero prendere in considerazione anche tutti i “travagli” propedeutici a questa “altisonante” denuncia del Segretario Zingaretti. Il Partito Democratico ha mostrato sin dai suoi primi passi la sua profonda ambiguità: è accaduto più o meno quello che capita agli umani, quando si accoppiano e serbano ricordi segreti di amori irrisolti o di vizi particolari difficili da rivelare, pena lo scioglimento precoce, anche se poi….. Sono rimasti in piedi solo i meri interessi dei gruppi dirigenti, delle caste, delle lobby di riferimento diretto ed indiretto che hanno fatto “cartello”. Su questo corpo debilitato si è insediato il virus renziano, che ha introdotto altre forme malefiche del tutto estranee alla Sinistra, con un progetto di smantellamento progressivo e spostamento dell’asse verso un Centro con inclinazioni conservatoristiche, che hanno svilito, mortificato, marginalizzato la partecipazione democratica espressa nei lavoro periferico dei Circoli. Con queste ultime “turbolenze” (oltre agli eventi “sanitari”) sarà difficile continuare a trattare di quell’incontro tra il senatore italiano in carica con il principe saudita; ma a  noi quell’ “amarcord” è utile per segnalare ancora una volta il carattere del nostro personaggio, che presume di essere alla pari di altre figure come Barack Obama, Bill Clinton, Michail Gorbaciov e via dicendo, dimenticando la differenza tra lui e loro, che solo dopo aver concluso in modo definitivo e con successo la loro esperienza (direi anche ”dopo essere entrati a pieno titolo nei libri di Storia”) girano il mondo a svolgere la loro funzione catalizzatrice di valori che giustamente possono rappresentare. Matteo Renzi ha certamente molta responsabilità in merito a quanto sta accadendo: a lui, e forse a qualche altro, potrà apparire “positiva” la deriva degli eventi. Ma – qui mi ripeto per necessità – vedremo fra molto tempo (forse, direi meglio, altri “vedranno”) quel che davvero emergerà da questa bolla magmatica con cui ci troviamo in questi giorni a fare i conti. Apparentemente rimane, per ora, di scrivere intorno al punto 5, e cioè la “sostituzione” di Domenico Arcuri al ruolo di “Commissario straordinario emergenza Covid”. In realtà, questa operazione era nell’aria da qualche settimana. Con l’avvio del nuovo Governo, Arcuri era rimasto silente ed aveva lasciato spazio ad altre figure. Pesavano su di lui molte critiche, ed in modo particolare il cumulo di responsabilità che gli erano state assegnate: indubbiamente uno degli aspetti per conto mio meno comprensibili del Governo precedente. Nondimeno la scelta dell’attuale Presidente del Consiglio, Mario Draghi, contiene degli aspetti che dovrebbero preoccupare al di là delle ideali divisioni tra bellicisti e pacifisti: affidare l’incarico ad un esponente di primo livello del mondo militare come il Generale Figliuolo mette in evidenza il livello di degrado degli apparati civili, considerati inadeguati a seguire efficacemente il decorso della pandemia.E’ una vera e propria resa incondizionata, una dichiarazione di impotenza da parte dello Stato anche se in un “tempo” di alta ed urgente drammatica emergenza. La gestione Arcuri forse ha peccato di superbia ma la responsabilità più alta risiede nell’assenza di un controllo adeguato da parte del Governo. Il generale Figliuolo si presenta ad ogni buon conto con un ottimo curriculum, soprattutto quello più recente, che fa riferimento alla gestione logistica dell’emergenza Covid nella prima fase pandemica (era sotto la sua guida la gestione di quelle lunghe meste file di camion militari che un anno fa aiutavano a smaltire le salme a Bergamo). Pur tuttavia a me ha fatto impressione vederlo nel suo esordio seduto al tavolo del Coordinamento con la sua divisa militare con nastrini e distintivi vari. L’ho considerata una forma di scarso rispetto per il ruolo “nuovo” che sta svolgendo, di tipo esclusivamente “civile”: basta una giacca ed una cravatta; non occorre altro. Difficile concludere, mentre il quadro si evolve aggiungendo temi su temi. Ritorno per quest’ultimo motivo alla questione PD e alla sua crisi, di fronte alle dimissioni di Nicola Zingaretti, irrevocabili.

Ne ho parlato con alcuni miei interlocutori. Considero la scelta del Segretario PD come una vera propria provocazione: per me l’appello sottinteso è ai “suoi” non a coloro che sono di fatto i suoi “interni” avversari. Zingaretti chiede – è un mantra molto diffuso in Politica in questo periodo – “un cambio di passo” e probabilmente anche una “nuova” iniziativa politica. Semmai anche una iniziativa altrettanto provocatoria, come la occupazione degli spazi associativi. In ciò sono stato preceduto dalle “Sardine”, anche se mi sono subito chiesto “a che titolo lo avrebbero fatto”. Su di loro ho sospetti che non sono mai stati fugati: cosa fanno nella vita? Chi li “sostenta”? come mai spuntano così all’improvviso senza essersi mai fatti sentire in questo tempo nel quale avremmo avuto bisogno “anche” del loro contributo?

Un’iniziativa forse sarebbe molto utile per la “Democrazia”. Avviare con procedura d’urgenza la revisione dello Statuto del PD nella parte che non ha consentito la ricomposizione degli organismi territoriali nel rispetto delle nuove maggioranze all’indomani della tornata di Primarie dello scorso 3 marzo 2019, allorquando Zingaretti ottenne il 66% dei consensi. Da allora, mentre l’Assemblea Nazionale è composta in modo da rispettare tali risultati, nelle Assemblee ed organismi territoriali tutto è rimasto come prima: a decidere e scegliere vi sono maggioranze irrispettose del voto “democratico” di tanti iscritti e simpatizzanti di quel Partito. Quello Statuto così come è è “antidemocratico” ed “anticostituzionale”!

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 26 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 26

Quindi, diciamo, è proprio mettendoci in una condizione di accettazione-rifiuto al tempo stesso che noi possiamo venire a capo del problema Pasolini non prendendolo come un classico o peggio ancora come un santino. Questo diciamo è quello che volevo dire per così dire in appoggio alle tesi di Tricomi.

E poi volevo fare una domanda a Costa, di cui ho apprezzato il documentario, tra l’altro la citazione finale su cui si interrompe non è per esempio di Pasolini, ma è una cosa che lui ha preso da Bashlah, esattamente così nella Poetique della Reverì e lo dico semplicemente per fare vedere come Pasolini era uno che si muoveva tra varie cose e le utilizzava. Ma la domanda che io volevo fargli è questa: lui ad un certo punto ha parlato e sicuramente c’è questa dimensione diciamo di centralità della questione del montaggio su cui ha detto delle cose assolutamente (parola non comprensibile), una sintesi della posizione di Pasolini sul montaggio assolutamente condivisibile. Una domanda che vorrei fargli invece sul piano sequenza: cioè lui ha parlato, Costa ha parlato di un piano sequenza ininterrotto il che potrebbe diciamo essere messo in relazione con l’idea di un’opera aperta che non si conclude mai, che è sempre un’opera mancata Perché programmaticamente mancata. Quindi una sorta di piano sequenza ininterrotto. Però poi io ricordo che Pasolini, proprio a proposito mi pare de “Il Fiore delle mille e una notte” intervenendo così in risposta alle critiche che gli erano piovute addosso aveva detto: ma vi rendete conto che questo film è girato con un rifiuto continuo del piano sequenza? E’ girato invece appunto con tutte inquadrature fisse che dovrebbero dare una dimensione di estraneamento che non è assolutamente tipica del piano sequenza? Beh, allora una osservazione come questa di Pasolini su sé stesso, quindi come di uno che faceva film anche attraverso il rifiuto proprio del piano sequenza, come si concilia appunto con l’idea di una centralità del piano sequenza nell’opera finita generale. Grazie. >>

Parla il Professor Sandro Bernardi:

<< Forse si può rispondere volta per volta in modo che sia più diretta la cosa, altrimenti poi il discorso si finisce per generalizzare. >>

Parla voce non identificata:

<< Direi che questa figura dell’ossimoro che è stata rievocata riguarda un po’ anche questa sezione in Pasolini che, a proposito di queste due cose, prende delle posizioni che possono sembrare contraddittorie una rispetto all’altra. Io ho evocato quella che mi ha colpito di più, questa idea che la morte realizza un improvviso montaggio rispetto a quel piano della sequenza che è (parola non comprensibile), ed allora questa idea quella chiusura del senso che Pasolini non avrebbe mai voluto chiusa. Questa è una posizione generale in cui il montaggio, il piano sequenza sono da prendere in termini metaforici.

Poi invece per quello che riguarda la tecnica di realizzazione di Pasolini, Pasolini forse è il registra cinematografico che più integralmente ha applicato il principio del montaggio verticale, ed il montaggio non è solo il collegamento tra….>>

* L’INTERVENTO SI INTERROMPE IMPROVVISAMENTE. DALLA REGISTRAZIONE RISULTA LA PROIEZIONE DI UN FILMATO.

…26……

parte 9 – POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE – parte 9 – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti (e questa è “La presentazione” della VIII edizione, del 2008)

La nona Edizione di cui abbiamo trattato lo scorso 1 marzo si svolse domenica 8 marzo 2009 presso l’Aula Magna dell’Istituto “Tullio Buzzi” (g.c.) in Viale della Repubblica 9 e le letture dei versi furono accompagnate da uno spettacolo di poesia e musica, “Quando la donna canta…” a cura di Lisetta Luchini

In questo nuovo blocco parliamo dunque dell’ VIII a Edizione riportando il testo della presentazione, un po’ insolita rispetto a tutte le altre.

Mi accorgo sempre più spesso che il tempo fugge e non riusciamo a fare tutto quel che vorremmo, anche le cose più necessarie, le più impellenti, le più urgenti, a volte le più belle ed interessanti. Devo, dunque, concentrarmi ed avviare questa ottava introduzione al libretto di poesie che ogni anno, con la Circoscrizione Est, preparo in omaggio all’universo femminile. Mi rivolgo in modo particolare a quelle donne libere, le tante donne che in questi anni sono state punto di riferimento delle nostre iniziative e chiedo loro di non lasciarsi imbrigliare dal potere e di essere sempre costantemente se stesse, con la loro autonoma capacità critica che è la loro principale forza. Il titolo è ormai straconosciuto anche fuori della nostra città e ne ho spiegato la genesi. La modalità ampliamente collaudata: non un concorso, non un premio, ma una vera e propria Festa della Poesia, parola che é di per sé – grammaticalmente parlando – un “sostantivo femminile”.

Mi accorgo sempre più spesso che l’uomo ha un profondo bisogno di POESIA; ha la necessità di approfondire temi legati alla sua esistenza, attingendoli alla sfera dei ricordi, delle sensazioni, delle sofferenze. La POESIA àncora di salvezza rispetto alle miserie della vita politica incapace sempre più di rispondere alle reali domande, di capire davvero la realtà; una Politica sempre più ancorata a sua volta ad una navigazione a vista di piccolo cabotaggio che si riempie la bocca solo di parole. Non ho ancora davanti a me tutte le poesie di quest’anno; fino a qualche giorno fa sembrava quasi che ne mancassero all’appello tante. Poi, all’improvviso, quasi per un miracolo laico (esistono anche questi) molte poesie sono arrivate, si sono materializzate, tante da parte di persone che per la prima volta hanno deciso di partecipare. E’ stupendo pensare che la “POESIA” sgorghi così all’improvviso in modo carsico dai nostri animi.

Abbiamo dunque nuovamente questa straordinaria occasione di vederci, di parlare, di esprimere le nostre sensazioni in forma sia individuale che corale. Stasera – tutti insieme – riconosceremo che si può realizzare un momento così bello, così importante, così coinvolgente con i nostri poveri mezzi, con la nostra immensa ricchezza interiore, quella che tante volte purtroppo scarseggia altrove.

Mi accorgo sempre più spesso che non siamo soli mi accorgo che la condivisione della parola poetica aiuta tutti noi a vivere meglio Mi accorgo che in questi anni noi come Circoscrizione Est siamo riusciti a mettere insieme tante donne e uomini che hanno scelto di parlarci, con cui noi abbiamo parlato e cantato

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Concludevo il post del 4 marzo ponendo una domanda scomoda:
può, e aggiungo oggi, un (“vero”) pacifista accettare che sia una soluzione l’eliminazione fisica violenta del “despota”?

La scesa in campo così numerosa di “pacifisti” nelle manifestazioni di questi giorni è solo la cartina di tornasole del senso di colpa profondo che tanti di costoro, forse inconsapevolmente, avvertono nell’aver sottovalutato la pericolosità della presenza antidemocratica di alcuni personaggi sulla scena contemporanea, a partire ma purtroppo non solo da quella di Putin. Sulla sua figura da molto tempo vi erano delle forti perplessità relative al comportamento dispotico che aveva evidenziato soprattutto contro i suoi oppositori, non solo quelli che avrebbero potuto avere un ruolo di concorrenza politica, ma anche tutti coloro che, senza distinzione di classe sociale e di età, avevano provato a dissentire su piccole o grandi scelte. E’ – ed era – a tutti ben nota l’idiosincrasia verso i dissenzienti, che avevano anche portato ad eliminazioni fisiche, come è accaduto alla giornalista Anna Politkovskaja uccisa con un colpo di pistola il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca; e a tentativi più o meno falliti di eliminazione come nel caso di Alexei Navalny, attualmente in carcere. 

Non si può pensare di alzare barricate di bandiere con proclami semplicistici come il “Fermiamo la guerra, no all’invio di armi”; non si può pensare di avviare una trattativa, allorquando il fragore delle armi è priva di una forma razionale minima di disponibilità da una delle parti, mentre le altre, forse troppe e probabilmente non così unite come vorrebbero sembrare, cincischiano, pensando ad ottenere qualche piccolo vantaggio per sé nell’immediato futuro.

Anche se è vero, profondamente, che non ci si possa oggi fermare a tracciare le linee di demarcazione delle responsabilità della situazione, non di meno bisogna che ciascuno di noi comprenda che da quella consapevolezza occorre ripartire. La qual cosa significa anche che l’alternativa alla guerra potrebbe essere una trattativa nella quale dover riconoscere le ragioni della Russia, ma promuovere allo stesso tempo l’elaborazione di una strategia democratica di collaborazione tra popoli. Detta così è una grande formulazione utopica, a dimostrazione anche che tutte le buone volontà, di pace disarmo fratellanza, finiscono per naufragare di fronte alle velleità di quei pochi che spingono per far prevalere i loro specifici personali interessi.

E ce ne sono tanti, troppi ancora anche tra di noi; oltre ai tanti che fingono ora di essere contrari a Putin e che invece ne hanno esaltato lo stile fino all’altro giorno. E non mi riferisco solo ai nazionalisti nostrani, ma ai tanti che ancora si ostinano ad esaltare l’ex Unione Sovietica e i suoi successori, dimenticando che in quelle realtà “prima durante e dopo” non c’era libertà di pensiero e soprattutto di parole. In soldoni, non c’era la Democrazia. E vale a poco sussurrare che anche nella nostra realtà spesso i livelli democratici vacillano.

IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – i versi di un altro grande POETA, “Eduardo De Filippo” – una collaborazione “mancata”

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la “spalliera” di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la “spalliera”,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la “spalliera”
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Attenti alla guerra – arma di distrazione di massa – il prosieguo di una introduzione ai temi attuali

Il 28 febbraio scrivevo un post sottolineando la debolezza degli Stati europei, della Nato e degli USA, ma non mancavo di cominciare ad esporre le mie perplessità intorno alla inadeguatezza e alla sempre più scarsa credibilità di un fronte pacifista, che finisce per avere connotati ideologici improduttivi. Non basteranno questa volta raduni oceanici a far girare la ruota della Storia; così come in altre occasioni “storiche” non è la bandiera della Pace che può fornire una giusta risposta ai problemi dell’Ucraina e del suo popolo. Piuttosto sarebbe opportuno chiedersi davvero cosa significhi l’invio di armi ai resistenti; solo un atto pietoso simbolico, dopo il quale occorrerà uno sforzo maggiore da parte delle potenze internazionali, UE e Cina comprese, nel perseguire una linea di trattative credibili, che possano concedere a tutti i concorrenti elementi di soddisfazione. Se questo non accade, e ci si limita a mettere in campo personalità in declino come Macron, significa praticamente che finiscono per prevalere posizioni molto personali dei grandi protagonisti, non solo Putin ma anche Biden, che giocano una battaglia poco nobile sulla testa di inermi cittadini e combattenti diversamente armati.

Molto spesso siamo condizionati da punti di vista veicolati dal Potere nostrano, per cui – sì davvero – Putin appare il demonio e Biden l’angelo del Bene. Non è così, a parte quelle che sono le caratteristiche personali di facciata, per cui Putin rappresenta il “machismo” e Biden il “buon padre di famiglia”. Poi è del tutto evidente che chi utilizza le armi (ma gli USA hanno brillato in tal senso) non può avere consensi tra la stragrande maggioranza della gente comune; ma quest’ultima parte della società conta davvero molto poco e prevalgono ristrettissime oligarchie sia tra gli uni (la Russia, per noi i “cattivi”) che tra gli altri (USA, Nato e UE, per noi i “buoni”).

Partendo dalla consapevolezza che non è così netta la distinzione tra buoni e cattivi, bisognerà anche ragionare intorno ad un dilemma che dovrebbe essere motivo di turbamento da parte di coloro che, risvegliandosi dal letargo, ergono il vessillo della Pace, a tutti i costi. Una delle condizioni migliori per loro sarebbe che, toccato da un effetto miracoloso, il despota russo ritorni anche solo parzialmente sui suoi passi e si disponga ad un accordo, facendo fermare e retrocedere l’esercito. Ma questa soluzione appare oggi improbabile utopia. L’altra possibilità potrebbe essere che una parte del gruppo di oligarchi politici e militari che circonda Putin lo convinca a desistere, a farsi da parte in modo pacifico con un suon “buen retiro” una sorta di prepensionamento (ma, visto il lungo tempo di permanenza al Potere, sarebbe cosa buona e giusta) come è accaduto per alcuni suoi predecessori, a partire da Gorbaciov, e di converso si avvii una fase nuova di trattative, che potrebbero essere anche più vantaggiose per la stessa Russia (estromesso Putin, ciò non sarebbe impossibile). Una terza ipotesi tuttavia potrebbe essere elemento di “turbamento” per le menti pacifiste. Ed è il principale dilemma di cui accennavo poco qui sopra: può un pacifista accettare che sia una soluzione l’eliminazione fisica violenta del “despota”?

Questa non è un’ipotesi peregrina, visto il cumulo di odio che si è addensato sulla testa di Putin.

I REGALI DI NATALE – parte 6

I REGALI DI NATALE – parte 6.

E’ una consuetudine passeggiare lungo il viale che ai miei tempi (e per molti ancora oggi è così) era noto come via Napoli. Ci si veniva anche d’estate per fare il bagno, in alternativa a Arco Felice, Lucrino, Baia, Bacoli e Miliscola. Ora il Lungomare è stato intitolato a Sandro Pertini. Da qualche anno c’è stato un prolungamento esterno che sembra voler circumnavigare il promontorio del Rione Terra. Non sempre i giardini che nell’intenzione iniziale dell’amministrazione dovevano essere ridenti, lo sono rimasti. A volte li si trova abbandonati e trascurati, in altre occasioni nei nostri sporadici ritorni li abbiamo ritrovati accoglienti. Dopo i ruderi postmoderni del vecchio ristorante (quello originale era in legno con palafitte ed era balzato agli onori nazionali come “location” per qualche film; i residui di ora sono soltanto gli effetti di un tentativo di illecito non riuscito) c’è un porticciolo turistico popolare con barchette che alternano l’uso dei remi a quello del motore. Ricordo di esserci passato e di esserc

mi inoltrato in un ameno rustico boschetto fatto crescere per ripararsi dal sole qualche anno addietro quando nostra figlia fece una serie di foto ad ambienti e pescatori con la sua Rolleiflex.

2487,0,1,0,356,256,333,2,2,186,50,0,0,100,0,1972,1968,2177,370784

Procediamo fino in fondo là dove poi una struttura in muratura intervallata da una serie di recinzioni metalliche limita il passaggio; ma è molto rilassante fermarsi lì e ascoltare in silenzio lo sciabordio delle onde che si infrangono sulle scogliere e le penetrano. E’ uno dei riti di riappropriazione della nostra terra, noi che siamo esuli volontari mai tuttavia pentiti di essere appartenuti a questi luoghi. Per noi è uno dei “regali” che ci facciamo ogni volta che ritorniamo qui.

2487,0,1,0,365,256,328,2,2,201,51,0,0,100,0,1973,1968,2177,25726

Dopo il rito dell’ascolto, aiutato da una presenza discreta di altri che forse come noi rivivono le medesime sensazioni, facciamo ritorno e risaliamo per delle scalette che conducono verso la Chiesa di San Vincenzo (noi la conosciamo così anche se, andando su Google Maps troviamo innanzitutto “Chiesa di Gesù e Maria” e solo tra parentesi “Ss Rosario e San Vincenzo Ferrer). Negli anni “giovani” c’era un parroco molto attivo tra i giovani; ma purtroppo ci ha lasciato molto presto. Notiamo un certo movimento e leggiamo che nei sotterranei è stato installato un presepe; ci dicono che è un presepe stanziale messo su nel corso degli anni, ma ovviamente aperto solo nel periodo natalizio: a noi non era mai capitato evidentemente di passare da quelle parti nelle nostre fuggevoli presenze festive e quindi non ne sapevamo alcunché. Decidiamo di visitarlo e scendiamo in uno stretto cunicolo dall’interno della Canonica. Questi spazi li conosciamo perché d’estate una volta siamo stati coinvolti da una sorta di sagrestano senior che decise di illustrarci parti storiche e leggendarie della città di Pozzuoli e di tutta l’area flegrea, portandoci sulla terrazza che dà proprio sul golfo. Ma in quell’occasione nulla ci disse della presenza del presepe.

Prima di entrare notiamo che c’è un banchino gestito da due signore anziane con una sorta di raccoglitore libero di offerte. Parlano tra loro; noi con un cenno procediamo disponibili al ritorno a fermarci per offrire un nostro contributo.

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