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La scuola al tempo del Governo Berlusconi – sesta parte (per la quinta vedi 17 giugno)

La scuola al tempo del Governo Berlusconi – sesta parte (per la quinta vedi 17 giugno)

– Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) – sesta parte
E’ un tempo questo, di cui tratto nell’intervento, in cui è in atto una vera e propria trasformazione del quadro politico nazionale –abbiamo governi “quadripartiti” (Giuliano Amato dal 28 giugno 92 al 29 aprile 93) e di unità nazionale (Carlo Azeglio Ciampi 29 aprile 93 – 11 maggio 1994) seguito dal primo Governo Berlusconi che durerà 9 mesi fino al 17 gennaio 1995

Quel che sta accadendo negli ultimi mesi mette in evidenza anche un grosso rischio: alcuni settori, meno appetibili all’interno dell’opinione pubblica corrente, come la scuola primaria e la scuola media inferiore finiscono per essere sacrificati ed emarginati nelle scelte, mentre avrebbero bisogno di corposi interventi fondamentali per la loro crescita.
A Prato va ripreso il lavoro del Forum, anche perché sono convinto che i problemi della dispersione e dell’abbandono non saranno suerati con l’abolizione degli esami di riparazione.
Nella nostra città si assiste, negli ultimi anni, ad un notevole (non so se progressivo ed esponenziale abbassamento del livello culturale generale. I dati esposti dai compagni che lavorano nella Formazione Professionale erano a me già noti, ed è bene però che di tanto in tanto qualcuno ce li ricordi.
Non condivido per niente l’atteggiamento trionfalistico di chi considera Prato come il posto migliore di questo mondo: se c’è qualcosa di buono (ed anche io dico che non è poco!) manteniamolo e miglioriamolo ma procediamo in avanti in modo critico. E’ comunque assente un progetto culturale-educativo che coinvolga la città, partendo non dal suo centro, ma dalle sue periferie. Occorre pensare ai giovani, stimolarli ad essere sempre più soggetto politico collettivo pur mantenendo una loro autonomia e produrre per loro e con loro progetti che li coinvolgano e li vedano protagonisti. Occorre pensare ai meno giovani per un ampliamento ed una diffusione di una educazione permanente che non sia solo ricreativa e poco più che ludica. Occorre realizzare, o contribuire a farlo con gli organismi competenti, un orientamento che consenta di operare al meglio non solo nel passaggio dalla fascia dell’obbligo alle superiori ma anche successivamente.
Occorre costruire un saldo – e franco – rapporto con il mondo delle imprese e dell’industria che non si appiattisca sul settore della formazione professionale così come essa è attualmente, ma che preveda l’istituzione di nuovi percorsi formativi.
A livello generale direi che occorrerebbe 1) innescare un trend positivo che porti alla soluzione complessiva del problema asilo nido-materne, utilizzando, anche se con la necessaria cautela, le strutture private; 2) proseguire ed ampliare il progetto continuità, affrontando e risolvendo i problemi che sorgono; 3) razionalizzare e distribuire equamente le strutture sul territorio, dando loro un respiro largamente provinciale; 4) utilizzare a pieno le strutture ed il personale per diffondere cultura e conoscenza sul territorio.
Fine del documento
Un annuncio: nel rovistare tra le carte di quel periodo ho trovato dei dati sulla dispersione scolastica, un articolo de “Il Tirreno” ed alcune lettere tra noi di Prato ed i vertici nazionali del PDS tra il febbraio del 1993 e l’agosto del 1994. In uno dei prossimi post ne parlerò.

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8 luglio un reloaded di un mio post del 7 marzo u.s. TEMPI NUOVI ….ci risiamo

8 luglio un reloaded di un mio post del 7 marzo u.s.
TEMPI NUOVI ….ci risiamo

Tempi nuovi. Lo dicevo ieri; lo ripeto oggi. Sicuramente questo grande evento cosmico (la “pandemia” non è stata ancora annunciata, ma di ciò si tratta) sconvolgerà le nostre esistenze. Inatteso come è giusto che sia, anche se le avvisaglie c’erano tutte ma fa parte dell’essere umani non riconoscerle o quantomeno, fingendo di non curarsene, esorcizzarne gli esiti.
Bisognerà in ogni caso resettare molta parte delle nostre giornate e guardare al futuro con una grande disponibilità a rivedere continuamente e progressivamente le nostre attività.
Ho di certo, per l’età, bisogni diversi da quelli dei miei figli e degli amici più giovani; ma sento il dovere di contribuire a far sì che anche per loro questa revisione possa essere meglio sopportabile, costruendo alternative utili, con la speranza che, poi, proseguano a praticarle.
Nel 2020 ci troviamo davanti alla chiusura delle scuole per un periodo – per ora – previsto di 11 giorni, ma che si annuncia essere molto più lungo (a cosa servirebbero 11 giorni? Forse è il “tempo” utile per avviare un resettaggio delle modalità didattiche): d’altronde è il 2020 ed in tantissime altre occasioni la letteratura distopica ha tentato di porci di fronte alle responsabilità che nel futuro sarebbero state necessarie di fronte ad eventi simili – ben peggiori – a questi.
In “tempi” diversi, alcuni anni addietro, in situazioni di “non emergenza”, ho anche io utilizzato le nuove tecnologie ( sono ancora presenti dei “gruppi” su Facebook che afferivano a classi di ragazze e ragazzi con cui si interloquiva annunciando temi, proponendo argomenti corredati da link: avevano dei “limiti” collegati essenzialmente al fatto che non tutti accedevano, per motivi diversi, a quelle piattaforme ) e ritengo che – nel pieno rispetto dei ruoli e dell’età – funzionassero come stimoli, pur nei limiti sopra esposti.
Da allora è trascorso poco meno di un decennio (le prime erano del 2010-2011, una terza, una quarta ed una quinta A ed una terza B) e le tecnologie sono migliorate. Guardate cosa fanno alcuni docenti (nella foto collegata all’articolo de “Il Tirreno” riconosco Marcello Contento) nella scuola dove ho insegnato per trenta anni.

https://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2020/03/07/news/il-dagomari-non-si-ferma-lezioni-a-distanza-grazie-a-un-applicazione-1.38559565

Dagomari
Quel che è importante è che ciascuno dei membri (sia docenti che allievi) possa partecipare in modo attivo e propositivo.
Tra le altre questioni che mi preme mettere all’attenzione è la consapevolezza “positiva” dei limiti umani di fronte ad eventi così drammatici (utilizzo il termine nella sua accezione catartica senza negatività). Gli stessi cinesi utilizzano lo stesso ideogramma per i concetti di “crisi” ed “opportunità”. Dunque, perchè non approfittarne in questo comune travaglio per coglierne insieme il senso?
E’ per questo motivo che la lettura dell’articolo del Corriere – sull’inserto culturale “7” – del 25 gennaio scorso sembra tagliato proprio intorno alle riflessioni che da qualche tempo ci perseguitano, al di là del Coronavirus. Quell’articolo merita un supplemento di indagine, partendo dalla mia realtà contingente, casualmente collegata all’epidemia in corso. Da un po’ di tempo trascorro ore ed ore, senza tuttavia trovare il bandolo della matassa, per mettere ordine nelle mie cose. Anche io ho accumulato fogli e fogli, libri e libri, immagini ed immagini.
Ne riparleremo, poprio a conferma dell’impossibilità di tale impresa.

https://www.corriere.it/sette/opinioni/polito/20_gennaio_25/pulizie-morte-diventare-grandi-quando-scompaiono-genitori-6255f93e-3fb7-11ea-9d81-62d1a4802e12.shtml?fbclid=IwAR3sqY59xB7grK0ts7TukWI5EMkDNdSLS1La_-Ocx2qRDTWJ3pVHQ1iJb90

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – seconda parte (per la prima parte vedi 30 giugno)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO a Prato – seconda parte (per la prima parte vedi 30 giugno)

Dopo alcuni mesi di discussioni “accademiche” su cosa dovesse essere il futuro Partito, la sensazione diffusa era sempre più che avrebbero contato solo i numeri dell’aggregazione (la quantità e, forse, la qualità) e non ci sarebbe mai stato un contributo di elaborazione, cosa che invece interessava ad alcuni di noi, in primo luogo a me ed a Tina Santini. A questo punto decisi di agire e di preparare un’Assemblea per la costituzione di un vero e proprio Comitato per il Partito Democratico a Prato.
Quelle che seguono solo alcune delle interlocuzioni che ci furono (siamo a metà dell’ottobre 2006): questa è una mail del 21 ottobre 2006 ore 19.14. Il titolo è “Incontro sul futuro di quello che sarà un/una…..per il Partito Democratico (ovviamente a Prato)”

1) Gentilissimi amici ritengo sia importante vederci per riflettere insieme sulla necessità di costituire un punto di riferimento chiaro qui a Prato che si occupi di sostenere l’idea del Partito Democratico al di fuori ma in ogni caso accanto – e per qualcuno dentro – i Partiti che lo vorranno preparare e realizzare. Per me è necessaria la creazione di una struttura – un Comitato (non quello “aereo” che finora io stesso ho contribuito a mantenere in piedi) con una sede, un sito, un gruppo “aperto” che ne organizzi gli aspetti “esterni”. Chiedevo a qualcuno di voi, nei giorni scorsi cosa potrebbe fare un cittadino che non si riconosce nei Partiti già presenti ma che voglia contribuire a costruire il futuro Partito Democratico, a chi si rivolge (non di certo ai Partiti di cui non condivide l’attuale struttura, ad esempio, o dei quali apprezza soltanto parziali aspetti) per mettersi a disposizione? Come si fa a coinvolgere la società civile? Non me ne voglia chi predilige le cene o i brindisi ma non è certo in quel modo che possiamo andare avanti. Con spirito assolutamente costruttivo e con profonda onestà mentale, sono a chiedervi di ricavarvi un paio d’ore martedì prossimo 24 ottobre dalle ore 21.00 per vederci. Chi sarà presente discuterà e, spero, deciderà cosa fare. Ribadisco da parte mia che trovo inutile impegnarmi all’interno del Comitato così come è adesso, inutile e velleitario (d’altra parte essendo iscritto ad un Partito potrei portare in quella sede il mio impegno, ma vedo tiepidezza e difficoltà anche nelle forze politiche locali, che avrebbero bisogno di essere sollecitate da qualcosa di serio e di consistente e non da un “gruppo di volenterosi” come ci ha chiamato il segretario Del Vecchio). Scriverò altro nelle prossime ore: il luogo lo fisserò domani e vi informerò. Vi ringrazio: conto di vedere tutti e se possibile allargate l’invito ad altri.

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UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

…VIII….

CINEMA –una storia minima – seconda parte degli Anni venti prima del sonoro (vedi 15 giugno)

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CINEMA –una storia minima – seconda parte degli Anni venti prima del sonoro (vedi 15 giugno)

Ritornando ai grandi autori tedeschi, Murnau in quell’anno (1926) realizza “Faust”, utilizzando varie edizioni (Goethe e Marlowe in primo luogo) della leggenda medievale dello scienziato che vende la sua anima al diavolo. In questo ruolo Emil Jannings dà il meglio di sè.

Già affermato da più di un decennio, aveva interpretato ruoli fondamentali in altri film dello stesso Murnau, come “Tartufo”(1925) tratto dalla celebre opera di Moliere e in quella stessa “L’ultima risata”(sempre del 1925) di cui abbiamo dato notizia sopra.

Nel 1926 dobbiamo ricordare anche una riedizione de “Lo studente di Praga”. Nel 1913 era già stato realizzato il film di Stellan Rye, che aveva aperto la strada al Cinema espressionista, utilizzando il tema del “doppio” ed anticipando atmosfere faustiane. La riedizione è opera di Henrik Galeen ed è dotata di scelte tecniche certamente migliori rispetto all’opera originaria.

Affacciandoci sul resto del panorama internazionale, ma rimanendo in Europa, sempre nel 1926 troviamo la prima grande opera di Jean Renoir, figlio del già celebre Pierre Auguste, uno dei massimi esponenti dell’Impressionismo. Aveva esordito due anni prima con “Catherine” seguito da “La Fille de l’eau” nel 1925, entrambi interpretati da Catherine Hessling, vera e propria musa artistica e punta di riferimento costante del regista nonchè modella preferita del grande autore impressionista, che la immortalerà in varie opere, tra le quali l’ultima, “Le bagnanti”. Anche in “Nanà”, versione del celebre romanzo di Emile Zola, la protagonista sarà sempre lei, Catherine Hessling, che diventerà poi moglie del regista.

Dopo il successo di “Nanook l’esquimese” nel 1926 Robert Flaherty realizza un altro dei suoi capolavori di documentazione, “Moana”. La casa produttrice gli aveva commissionato un film vero e proprio, un dramma di maniera ambientato nei mari del Sud, ma Flaherty scelse l’impianto che più lo coinvolgeva, quello di tipo socio antropologico con il quale si è poi distinto definitivamente.

Riprendendo poi il filo della cinematografia sovietica nel 1926, Vsevolod Illarionovič Pudovkin, che fu uno dei principali punti di riferimento delle basi teoriche della cinematografia russa, quella che fa capo a Kulesov, e che dà molta importanza alla tecnica del montaggio, realizza il primo film di una trilogia che appartiene di diritto alla Storia del Cinema mondiale.

Si tratta de “La madre” (1926) cui poi faranno seguito “La fine di San Pietroburgo” (1927) e “Tempeste sull’Asia” (1928), di cui accenneremo in seguito. “La madre” è basata su un romanzo di Gorkij e narra la storia di una presa di coscienza rivoluzionaria, anticipatamente “femminista”.

In Italia continua la passione per il cinema di impianto storico mitologico. Sempre nel 1926 esce una nuova edizione de “Gli ultimi giorni di Pompei” di Carmine Gallone. Il film, costato una vera fortuna per l’epoca (circa sette milioni) fu un insuccesso dal punto di vista commerciale ma attirò in ogni caso l’attenzione ed il compiacimento del regime fascista, che era in piena ascesa. Non mancano incursioni in territori “misti”, epico mitologico e comico: Guido Brignone, un autentico specialista del genere, gira “Maciste all’Inferno”, mostrando grandi capacità nell’utilizzo di effetti speciali e contando sull’uso di inventive scenografiche di sicuro impatto artistico e puntando su un personaggio che infonde sicurezza e vigoria, elementi fondamentali dell’ideologia in auge.

J.M.

PERCHE’ LA SINISTRA SI DIVIDE? UN APPELLO ALL’UNITA’ (DELLE SINISTRE)

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PERCHE’ LA SINISTRA SI DIVIDE? UN APPELLO ALL’UNITA’ (DELLE SINISTRE)

In primo luogo perché alla fine dei conti, dopo una Storia lunga più di settanta anni la maggioranza di chi si dice di Sinistra non fa “politiche di Sinistra”. Ha acquisito il “peggio” della Prima Repubblica, ereditandolo dagli ultimi epigoni di essa, che pur andavano affermando di rappresentare la Sinistra, pur in quell’accezione che era un riconoscimento della propria inautenticità, il Centrosinistra. Indubbiamente chi voleva occupare quella posizione avrebbe dovuto gestirne la doppiezza, ed in questi ruoli si ritrovarono a proprio agio personaggi di indubbio valore politico, come Andreotti e Craxi.
In questi giorni, sciaguratamente pre elettorali per una scelta davvero irresponsabile di tutto l’arco dei Partiti, ciascuno dei quali presume di poterla avere vinta, incuranti delle tragedie umane attuali ed annunciate cui dovrebbero prioritariamente fornire risposte, in molte Regioni già impazza la campagna elettorale.
Parliamo della Toscana? In questa Regione il maggiore Partito del Centrosinistra (leggere quel che scrivo sopra per confermare il mio giudizio) ha scelto molto prima che scoppiasse il Covid19 il proprio candidato con un mandato ben delineato e indisponibile ad un’apertura a quella parte cui, in quota, riterrebbe di poter appartenere. Ma la stessa scelta così netta e decisa in segrete stanze, sia del candidato che del Programma, ponendo seri dubbi sulla volontà di un confronto (che c’è stato ma in forma unilaterale si è chiuso così come si voleva che fosse), sta ad indicare la volontà di emarginare le Sinistre, contando poi in ultima analisi di sospingere ad un voto “utile”(!?!per chi?) una parte degli elettori, tenuti sotto il ricatto morale di doversi sentire nell’eventualità della vittoria leghista (che sarebbe una sciagura – ma che sia così lo dovrebbero ben sapere anche questi signoroni del PD!), diretti ed assoluti responsabili di quella débacle.
A Sinistra c’è da tempo una formazione che si è distinta già nella legislatura che si chiude ed è SI TOSCANA A SINISTRA con un candidato storico alla Presidenza, Tommaso Fattori. C’è poi SINISTRA ITALIANA che ha perduto del tempo a rincorrere il candidato del PD, senza però avere il conforto della base, i cui ragionamenti probabilmente sono gli stessi che ora io sto formulando. Al di fuori di questi c’è una galassia indistinta con formazioni che vantano solo un pallido pedigree, come Rifondazione Comunista o il “Partito Comunista”. Sembra che vi sia qualcosa di nuovo nell’aria e qui non ne voglio far parola. Tuttavia intendo rilevare come sia necessario lo sforzo unitario da parte dei candidati che rappresentano la Sinistra. In un post recente ho detto la mia (che è tuttavia poco originale, ma l’ho detta per non sentirmelo chiedere ogni volta: cos’è la Sinistra?) e non intendo ripetermi. Trovo molto ambigua la scelta dei residui dell’esperienza di LeU che hanno ben pensato di scendere a fianco di Giani: buon viaggio. E, ad ogni modo, quando parlo di “unità delle Sinistre” ovviamente parlo di un progetto comune alternativo al quale potrebbero contribuire, ripartendo da zero, facendo punto e a capo, anche quelle parti di PD e di ex LeU, che faticano a scrollarsi di dosso i residui renziani.

Joshua Madalon

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA “a breve” (reloaded di un mio post 31 marzo 2020)

L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA “a breve” (reloaded di un mio post 31 marzo 2020)

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in piedi una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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VALORI E PRINCIPI NON NEGOZIABILI

VALORI E PRINCIPI NON NEGOZIABILI

E’ davvero molto scomoda la posizione di chi, in questo spazio di tempo nel primo quarto del secolo ventunesimo si ritrova ad avere uno spirito critico autonomo da appartenenze partitiche, pur mantenendo ben fermi gli ideali collegati ai valori progressisti, democratici, solidali, egualitari e libertari: semplicemente “di Sinistra”. Da molto tempo, ma in modo particolare dall’inizio di questo nuovo millennio, non ci convincono le scelte di quella Sinistra di Governo che si è troppe volte lasciata sedurre da progetti riformistici disponibili ad una serie di accordi con il mondo della Finanza e dell’Impresa, contrabbandati come necessari alla creazione di nuove ed importanti opportunità lavorative ma troppe volte rivelatisi tranelli allestiti per far crescere a dismisura le differenze sociali; una sedicente Sinistra che con inganno e simulazione sventola una sua presunta anima verde ma non rinuncia ad inquinare con tantissimi piccoli medi grandi e devastanti interventi infrastrutturali quali la nuova Pista aeroportuale di Firenze.
Quest’ultimo sciagurato proponimento in questa terra di Toscana sarà più che simbolicamente l’emblema del distacco ulteriore tra me ed il Partito Democratico. E’ in assoluto il discrimine poichè in quella scelta si coglie proprio l’elemento di contraddizione che si evince dall’uso di termini ecologici che si dicono essenziali e le attività imprenditoriali che si vogliono intraprendere in una realtà territoriale comunque delicata e fragile come la Piana fiorentina. Il candidato alla Presidenza della Regione Toscana non ha mai fatto mistero sulle sue idee in proposito e non ha mai fatto un passo indietro nè ha mai fatto esprimere su questi temi coloro che maggiormente vi saranno coinvolti. Questa sua “insensibilità” tradisce che per lui gli interessi delle imprese coinvolte in questo progetto sono più importanti dei cittadini che in quei luoghi vivono o che hanno inteso difendere tout court gli ecosistemi sotto scatto.
Questa candidatura, emersa al di fuori di qualsiasi normale condivisione anche interna, è l’espressione di gruppi di potere economico finanziario molto più forti rispetto alla stessa massa – sempre più esigua ma abbastanza consistente – degli stessi militanti attivisti, molti dei quali condividono il mio disappunto, anche se avvertono forte il ricatto insito nella possibilità che a vincere non sia il Centrosinistra ma i suoi avversari più temuti, rappresentati in questo caso dalla Lega, sempre più un Partito di Destra. Verso di loro, intendo i militanti di base, ci sarà una grande provvisoria interessata convergenza da parte dei dirigenti e dei loro accoliti portaborse e cortigiani senza colore che si impegneranno a portare acqua a quel mulino sfasciato cercando di dimostrare l’inverosimile pur di poter avere un piccolo momentaneo consenso.
Noi non siamo più dei giovani virgulti rampanti con tanta prospettiva davanti. Ed è anche questo uno dei motivi per cui “tertium non datur”, non c’è alternativa: o il sedicente centro(Sinistra) si chiarisce al suo interno in relazione al “modello di sviluppo” che intende scegliere (per ora, quello prospettato, non è adatto ad una Sinistra che voglia davvero essere ambientalista) e parlo di un complesso di scelte ineludibili come la gestione dei rifiuti, la Sanità eminentemente “pubblica”, la legalità economica ed il rispetto rigoroso delle regole nel mercato del Lavoro, un modello di servizi sociali che sia per tutti a partire dagli “ultimi”, un blocco strategico del consumo di suolo e di spazi (c’è un surplus di appartamenti nuovi non affittati e non venduti mentre si continuano a costruire “mostri” di cemento) a vantaggio del restauro e risanamento conservativo dei vecchi edifici, adeguandoli alle norme antisismiche e semmai riconvertendoli ad usi pubblici o privati “nuovi”, collegati anche ai bisogni insorti dopo gli eventi pandemici.

Joshua Madalon

PELLE E ANIMA – parte quarta e ultima (per la terza vedi 18 giugno)

PELLE E ANIMA – parte quarta e ultima (per la terza vedi 18 giugno)

A pagina XIII del libro due frasi a epigrafe svelano le ragioni del titolo.
La prima è di André Bazin, figura fondamentale per gli autori della Nouvelle Vague, in modo particolare per Francois Truffaut, ed è riferita ad uno degli autori più importanti della Storia del Cinema, non solo quello francese, Jean Renoir. “I film di Renoir sono fatti con la pelle delle cose”
La seconda frase è invece di uno degli autori più colti e raffinati tra quelli che arricchirono la Nouvelle Vague, Eric Rohmer ed è riferita ad un altro dei grandi cineasti cui guardarono con particolare attenzione i giovani autori di quel periodo, Roberto Rossellini. “…come se “Europa ‘51”, solo con la forza di ciò che fa vedere….si proponesse di provare l’esistenza dell’anima stessa.”
Come avevo specificato a conclusione della parte terza, riporto solo una pagina, la XIII, dell’Introduzione di Giovanna Grignaffini

“La pelle e l’anima. Titolo provocatoriamente anacronistico, senza dubbio. Indubbiamente omologo però rispetto ai materiali che compongono questa antologia: materiali dentro a cui quei termini affiorano e rimbalzano con un’insistenza che diventa vera e propria ossessione. E riproporli non significa solo mettere in scena il desiderio di liberarsi di questa ossessione. Qualcosa di più. Innanzitutto la dichiarazione esplicita di non voler rimuovere lo sfondo in cui questi materiali si collocano e che non è semplicemente un generico “idealismo diffuso”, ma arriva a sfiorare quel cattolicesiomo che in Francia negli anni Quaranta Cinquanta si muoveva in bilico tra spiritualismo e fenomenologia. Nella convinzione, ovviamente, non che lì bisogna arrivare ma che da lì bisogna partire. La nostra intende dunque porsi come ricognizione che tenta il più possibile di stare a ridosso del proprio oggetto, nel tentativo non di cercarne alcune, fin troppo facili, modernizzazioni a posteriori, ma di farne emergere, lavorando sulla superficie dei testi, se non l’anima, almeno una qualche parziale verità. Ed è solo una speranza. Secondariamente, la convinzione che quei due termini siano in grado di significare, o almeno evocare, il nucleo teorico più originale e unitario che scorre attraverso la diversità dei materiali raccolti. Meno provocatoria, e più direttamente ancorata a paramteri storicisti, potrà apparire la seconda articolazione del titolo: Intorno alla Nouvelle Vague, che tende ad istituire un rapporto di derivazione tra questi testi di critica e teoria e l’esperienza cinematografica affermatasi in Francia verso la fine degli anni Cinquanta. Una derivazione questa, che la stessa “Mappa cronologica del nuovo cinema”, proposta in apertura di questa raccolta, sembra accreditare. A parte il fatto che quella “Mappa” parla di “Nuovo cinema” e non di Nouvelle Vague in senso stretto (e la cosa, come vedremo, non è affatto irrilevante), va sottolineato (come cerca di fare la stessa definizione “Verso la Nouvelle Vague. Dentro al cinema) che i testi presentati possono disporsi ad un doppio livello di lettura, potendosi riferire cioè innanzitutto ad un discorso generale sul cinema e secondariamente a quella esperienza cinematografica specifica. E si tratterà anche di stabilire le forme e i modi attraverso cui far scattare l’ipotesi della derivazione…………..

(introduzione di Giovanna Grignaffini)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Prato

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

Nel 2006 ero Presidente della Commissione Scuola e Cultura della Circoscrizione Est del Comune di Prato. Ero alla seconda legislatura che si sarebbe conclusa nel 2009. Nella prima delle due legislature ero stato eletto nei “Democratici con Prodi” (ovvero “l’Asinello” dal simbolo acquisito in Italia dai “Democrats” statunitensi); poi, nella fase calante dell’esperienza di quel raggruppamento (vi avevano aderito, oltre a spiriti liberi, fuorusciti dai Democratici di Sinistra e dal Partito Popolare) che si era poi diviso tra Margherita (ex Popolari) e DS, ero ritornato in quest’ultimo Partito, forte di nuove passioni e progetti politici. Uno di questi apparve essere la costituzione di un nuovo soggetto, che avesse visto la cooperazione tra le due forze riformistiche dei cattolici e dei progressisti con lo scopo di mettere in moto un processo di forte rinnovamento della Politica nel Paese, ormai attraversata da spinte conservatrici reazionarie di Destra, avviate dall’avvento sorprendente di Silvio Berlusconi alla guida del Paese dal 1994. Sembrava allora necessaria la formazione di un bipolarismo, i cui raggruppamenti guardassero tutti alla conquista del Centro, la Destra con un Centrodestra e la Sinistra con un Centrosinistra. Nella seconda parte del 2006 si intensificarono gli incontri nello studio dell’avvocato Rocca, che appariva interessato a porre in cantiere un soggetto che fosse propedeutico alla nascita della nuova forza politica. Ad alcuni di noi, in primo luogo la compagna Tina Santini ed io, gli incontri ai quali partecipavamo apparivano sempre più accademici ed autoreferenziali ed in linea di massima si sottraevano a quel compito che noi ritenevamo dovesse essere prioritario: la formazione di un nuovo Partito costruito sulle due forze principali, aperto a 360 gradi oltre che ai cattolici democratici ed ai riformisti di Sinistra, democratica, ecologica antifascista anche a quella parte di Sinistra radicale che avesse voluto scommettere su quel Progetto, superando le ambiguità e le contraddizioni che avevano prodotto larghe insoddisfazioni e rifiuti nel corpo elettorale democratico del Paese. La discussione era sempre più vaga, improduttiva. Può darsi che questa fosse solo la sensazione a quanti tra noi partecipavano già con l’idea di dover rivedere molti aspetti della pratica politica: eravamo degli utopisti, degli illusi, degli inguaribili sognatori! I nostri sogni erano infatti tali, non più nè meno come quelli che ci hanno poi sospinto ad altre scelte nel corso dei venti anni successivi. Una cosa è certa, tuttavia: nessuno di noi ha mai operato per migliorare le proprie posizioni, nè tanto meno quelle dei pochi amici e sodali più fidati.
Nei prossimi post riporterò una parte del dibattito di quei giorni, utilizzando alcuni materiali che sono in mio possesso, a partire da una serie di mail che intercorsero tra me e Alberto Rocca, dalle quali non emerge uno scontro, ma un confronto franco ed aperto, dialettico. Ad Alberto riconosco una concretezza che io non ho mai avuto, una profonda onestà mentale e professionale. Alberto aveva previsto molto più chiaramente gli esiti; noi ci illudevamo di poter cavalcare la passione per modificare gli assetti. Tutti sanno come è andata, poi.

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