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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – ottava parte (vedi post 29 marzo 2020)

Allora nel contesto della formazione e della costruzione del contratto sociale e della costruzione delle società umane, l’unica cosa che si può richiedere ai componenti della società è la cessione di una parte della loro libertà a favore di quella di tutti, questa parte di libertà di cui viene richiesta la cessione è in realtà quella relativa all’arbitrio individuale cioè appunto, come Beccaria poi più volte ripete, a fare il male, etc…
Di conseguenza se gli uomini si riuniscono in società sulla base di un principio di unione che è necessario per assicurarne la sopravvivenza è del tutto improponibile o comunque impensabile che invece che la minima porzione si ceda la massima ovverosia la vita, e che in questo contesto sia permesso a qualcuno di decidere sulla base di un principio esteriore, esterno rispetto alla convenzione del patto sociale chi debba vivere o chi non debba vivere, non solo, se la pena di morte non è un diritto della società, cioè qualcosa che la società ha il diritto di comminare a coloro i quali si sono posti contro di essa, è in realtà una espressione di una condizione di guerra da parte della società nei confronti di coloro i quali vengono considerati contrari o avversi alle sue necessità.
Di conseguenza la possibilità di dare la morte a qualcuno per Beccaria è possibile soltanto in quelle situazioni (questo è fedelmente ripreso nel proemio dell’editto di Pietro Leopoldo), cioè solo in quelle situazioni di rivoluzione o di anarchia ed incompatibili con uno stato saldamente fondato. Pietro Leopoldo dice, nelle turbolenze dell’anarchia e dei bassi tempi e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della nazione. Beccaria dice, la morte di un cittadino può avvenire soltanto quando la nazione recupera o perde vla sua libertà nel tempo dell’anarchia. Pietro Leopoldo fa scrivere per mano del suo ministro Gianni che la pena di morte è qualcosa che deriva da massime stabilite nei tempi meno felici dell’Impero Romano, come nell’incipit folgorante di “Dei delitti e delle pene” e che alcuni avanzi di leggi di un antico popolo conquistatore fatte compilare da un principe che dodici secoli fa regnava in Costantinopoli, cioè l’allusione è all’impero bizantino e soprattutto a Giustiniano autore di quel celebre e formidabile meccanismo di leggi che è il “Corpus Iuris Iustinianei”, “frammischiate poscia tra i riti longobardi ed involte in farraginosi volumi di privati oscuri interpreti”, formano quella tradizione di opinioni che da una gran parte dell’Europa ha tuttavia il nome di legge ed è cosa funesta quanto comune al dì di oggi, che un’opinione di Carvozio, cioè un oscuro giurista del ‘600, un uso antico accennato da Claro un tormento con iraconda compiacenza suggerito da Farinaccio, siano le leggi a cui con sicurezza obbediscono coloro che tremando dovrebbero leggere le vite e le fortune degli uomini. Voglio dire che come vedete da questa breve comparazione, proprio Pietro Leopoldo sembra aver accettato in pieno l’indicazione critica, fortemente critica di Beccaria nei confronti di una legislazione radicata da un punto di vista dell’uso della consuetudine, ma che Beccaria ritiene assolutamente inadeguata e soprattutto non conseguente al libero esercizio della ragione degli uomini.

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Coronavirus

riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Un mondo diverso, dicevamo, deve essere possibile. Ma perché si realizzi, bisogna essere in grado di analizzare le cause della diffusione massiccia del virus in aree altamente industrializzate come quelle della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Occorre farlo in modo scientifico e senza avere soggezioni settoriali. Abbiamo detto “altamente industrializzate” e questo può essere un dato di partenza. Vorrei, però, davvero, non farmi condizionare da una posizione pregiudiziale di tipo para ideologico: vorrei accantonare la mia formazione anche se , lo so già, non potrò farne a meno. Ed allora bisogna che ci si misuri a livello democratico; bisogna agire nelle sfere politico-culturali senza temere lo scontro. Mi riferisco allo scontro delle idee, utilizzando le sinapsi aiutate dai dati scientifici e comprovati a disposizione: troppi “guru” a libro paga girano sui social e nei salotti televisivi difendendo soprattutto gli interessi macrofinanziari, fingendo di avere a cuore il bene comune. Ovviamente per aiutarci a procedere si deve – è inevitabile – partire dagli errori, soprattutto da quelli “madornali” riconoscibili a occhio nudo, cioè senza bisogno di alcune lenti. Come quello che si è diffuso nelle prime avvisaglie della bassa letalità del virus, paragonato a “la classica ricorrente influenza stagionale”, di cui si facevano portavoci luminari illustri come la dottoressa Gismondo, microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano, alla quale faceva eco il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

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https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/coronavirus-sacco-1.5042749

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https://ilmanifesto.it/fontana-pompiere-il-covid-19-e-poco-piu-di-uninfluenza/

E’ del tutto evidente che l’insistenza con cui ci si incaponiva a mantenere “aperta” la città di Milano mentre la tempesta già imperversava ben oltre “l’influenza stagionale” era molto collegata all’impianto economico industriale di quell’area. E non è un caso che tra coloro che erano stati reclusi tra le mura di Codogno alcuni proprietari di seconde case in Versilia – non di certo poveri operai – siano evasi (ed è solo uno degli esempi che la stampa ha riportato).

https://www.lanazione.it/massa-carrara/cronaca/coronavirus-marina-1.5052442

Come dire che “il virus si è mosso sulle gambe di persone che non avevano di certo bisogno della pura sussistenza” ed è arrivato sulle sponde tirreniche della Toscana. Avrebbero fatto meglio, quei signori, a rendersi conto molto prima, quando avevano scelto la loro seconda casa da quelle parti, ad emigrare allontanandosi dall’aria putrida venefica di quelle lande lombarde inquinate dai fumi incontrollati dell’industria. Quell’aria ha contribuito non poco alla sopravvivenza del virus e i dati oggi sono impietose attestazioni scientifiche del disastro ambientale fin troppo tollerato dallo Stato a difesa non dell’integrità dei lavoratori e dei cittadini ma della rendita finanziaria tout court.
La stessa insistenza, più volte vincente (le cui conseguenze epidemiologiche si sono vieppiù evidenziate), a “non chiudere” le attività e quella a voler riaprire senza garanzie per l’integrità fisica ed umana non solo delle maestranze ma dell’intera popolazione è un atto che potrebbe essere riconosciuto come criminale. Ci stiamo chiedendo in questi giorni quando ne verremo fuori, ma è più urgente sapere “come” ne usciremo. Il distanziamento potrà essere allentato, ma non del tutto annullato; ed alcune regole dovranno permanere a lungo, dovremo abituarci a queste modalità comportamentali tarando dunque il nostro stile di vita in tale direzione. Molto lavoro soprattutto quello amministrativo di segretariato può proseguire ad essere svolto da casa con periodici momenti assembleari online; nelle aziende artigiane o industriali si potrà anche riprendere a lavorare ai macchinari garantendo però la sicurezza (distanza, areazione, uso di protezioni) molto più di quanto non fosse prima. E via dicendo.

Joshua Madalon

COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in pidei una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 9

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 9

…Ma è ora di parlare anche dei film, e della giuria. Se in un qualsiasi altro festival quest’ultima avesse deciso, come ha fatto la giuria di Giffoni, di premiare un film come “Il principe dietro i sette oceani”, si sarebbe scatenato un putiferio di polemiche e di accuse. In effetti, tutti sono apparsi molto sorpresi dalla decisione di questa giuria, certamente però la più democratica e meno condizionabile di qualsiasi altra, formata come era da un centinaio di bambini e ragazzi provenienti da Mantova, Bari, Genova e dalla stessa Giffoni. C’erano da assegnare premi per il migliore film in senso assoluto; per il migliore film a soggetto (o di finzione); per il migliore film d’animazione; per il migliore film a medio o cortometraggio. Inoltre v’era da assegnare la medaglia del Presidente della Repubblica al film scelto dalla giuria popolare, il premio AGIS-BNL (che consiste solitamente in un premio in denaro, al distributore del film sul territorio nazionale), il premio ACEC-ANCCI (una targa e la segnalazione ai cineclub consociati per la programmazione), nonchè il Premio “Nocciola d’oro” che l’anno scorso andò a Truffaut e che, essendo riservato alla carriera, era quest’anno già destinato a Eduardo De Filippo e Ingmar Bergman.
Le giurie hanno assegnatoil Grifone d’argento a “Il principe dietro i sette oceani” (RDT) di Walter Beck: una sorpresa per tutti – come già dicevo prima – perchè il film non aveva entusiasmato, essendo fondamentalmente una favola un po’ “rétro” con incantesimi e magie a far da protagonisti; forse proprio questo ha influito notevolmente sulla scelta ed i ragazzi hanno preferito a storie realistiche, molto più vicine al mondo degli adulti, un tuffo nella fantasia creativa. Infatti anche il Grifone di bronzo al miglior film d’animazione ha sconcertato il pubblico dei grandi: è stato scelto un film polacco “Le avventure del cavaliere blu” di Lecoslaw Marszalek, una specie di Ape Maia in cui si ritrovano un po’ tutti gli ingredienti di un film del genere. Leggermente più prevedibile e condivisibile la scelta degli altri due Grifoni di bronzo. L’australiano “Trascorrendo il Natale nella boscaglia” di Henry Safran , miglior film a soggetto, ha entusiasmato tutti gli spettatori con i suoi inseguimenti e la conseguente punizione, del destino e degli uomini, riservata ai cattivi, le cui avventure si concludono però in maniera non del tutto negativa e fortemente ironica; l’altro Grifone di bronzo è andato a “La nonna elettrica” (USA) di Noel Black, miglior mediometraggio nel quale viene presentata una moderna Mary Poppins, governante nonna sotto forma di robot per i bambini soli e trascurati. Il film, tratto da una storia di Ray Bradbury, è magistralmente interpretato da Maureen Stapleton che con questo lavoro ha guadagnato un Oscar. La medaglia del Presidente della Repubblica è stata assegnata a “I suoni della primavera” della Repubblica Popolare Cinese, diretto da Shi Xiaohva, che ha colpito per la freschezza della storia e dei protagonisti.

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

Pace e diritti umani

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – settima parte (vedi post 27 marzo 2020)

…Rinunciando al diritto di fare male agli altri permette però che il proprio diritto alla vita venga salvaguardato e questa è l’unica concessione di libertà che gli uomini sono disposti a fare. Di conseguenza per esempio la pena di morte è assolutamente assurda rispetto a questo principio, perché nessuno volontariamente cederà mai non solo una libertà superiore a quella di non fare il male ma non cederà mai a nessuno il diritto di decidere sulla possibilità di spegnere e di distruggere la sua vita, cioè nessuno cederà mai liberamente la libertà di disporre ad altri della propria vita, per cui la pena di morte già dal punto di vista teorico è illecita, perché nessuno permetterà mai agli altri di farlo in maniera spontanea, e di conseguenza la morte esercitata come pena altro non è che il ripristino di quel primitivo Stato di guerra, in cui tutti gli uomini si coalizzano, in cui tutti gli appartenenti alla società si coalizzano come a dire “sono in guerra” contro un elemento di essi che venga reputato nocivo o comunque molto pericoloso per le sue sorti. E’ questa poi la giustificazione della pena di morte precedente a Beccaria,per i teologi come San Tommaso d’Aquino o i filosofi che possono essere anche grandi esponenti della cultura filosofica dei secoli precedenti, da Bacone a Spinoza e che consideravano la pena di morte lecita proprio come strumento di difesa dalla parte della società.
Il paragone più frequente che viene fatto e viene poi ripreso è proprio quello del cane rabbioso, del cane ammalato di rabbia che va soppresso perchè il suo morso può contagiare e rendere gli altri a loro volta ammalati, quindi una funzione profilattica, una funzione di difesa della società nei confronti di un suo membro che sia negativamente inteso a minacciarne l’assetto, la struttura e la possibilità di propagazione e sviluppo.
L’obiezione di Beccaria è che appunto da un lato nessuno e vi leggo il passo dal paragrafo 28 di “Dei delitti e delle pene” nessuno accetterà mai di essere giustiziato in nome di un interesse pubblico così rilevato. Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui risulta la sovranità e le leggi, esse non sono che una somma di minime porzioni della privata libertà di ciascuno, esse rappresentano sia la volontà generale che l’aggregato delle particolari, chi è mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini l’arbitrio di ucciderlo?
Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto come si accorda un tale principio con l’altro che l’uomo non è padrone di uccidersi e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? Non è dunque la pena di morte un diritto, mentre si è dimostrato che tale essere non può, ma è una guerra della nazione con un cittadino, perché giudica necessario ed utile la distruzione del suo essere.

“Ma, se dimostrerò non essere la morte né utile, né necessaria avrò vinto la causa dell’umanità” dice Beccaria.

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

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…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – sesta parte (vedi post 22 marzo 2020)

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…(“Dei delitti e delle pene”) è il primo trattato, il primo caso di legislazione criminale nel quale viene limitato contemperato ed arginato quello che era uno dei punti dolenti della pratica della giustizia non solo del ‘700, l’arbitrarietà dei giudizi e la discrezionalità del potere dei giudici; quindi abbiamo un piano di legislazione criminale, un’analisi dei meccanismi di punizione e di controllo della società non solo molto precisa o rispondente ad un piano generale che è quello appunto della ricerca della felicità come fine ultimo del consorzio sociale, ma anche l’idea di un patto sociale che si sviluppi e si articoli fra uomini che sono in certa misura eguali gli uni agli altri e questa idea di fondo è quella che scandalizzò i contemporanei e che appunto attirò a “Dei delitti e delle pene” il consenso entusiastico dei filosofi, non so, pensate che Voltaire scrisse nel 1765 un commentaire di “Dei delitti e delle pene” quindi non solo aderì in pieno a questo spirito ma si sentì in dovere di farlo conoscere al pubblico francese attraverso la propria opera di commento; dicevo non solo suscitò l’entusiasmo dei filosofi ma suscitò anche però l’acredine e la violenta risposta, la violenta ripulsa da parte di pensatori non solo reazionari ma anche legati ad esempio alle gerarchie ecclesiastiche; pensate che “Dei delitti e delle pene” nel 1771 viene messo all’Indice dei libri proibiti cioè fino al 1980 come un libro maledetto anche se nessuno si è mai curato molto di questa proibizione, il libro è stato tranquillamente letto ed utilizzato dai penalisti e dagli uomini di governo, però devo dire che questa permanenza all’Indice fa pensare e pensare male appunto dello spirito di tolleranza che regnava almeno negli anni finali del ‘700 nelle gerarchie della Chiesa.
Il libro veniva visto come un libro eretico che infrangeva e metteva fine o comunque dichiarava come caduto un principio fondamentale della legislazione ma soprattutto uno dei principi su cui si reggeva la natura degli stati sovrani, cioè l’idea dell’investitura diretta da parte di Dio del potere del Sovrano. Il patto sociale, la convenzione tra gli uomini che rende possibile la convivenza tra di essi è qualcosa di oggettivamente umano ed è legato alla sanzione di un contratto sociale che interviene tra gli uomini per necessità e per convenienza. In questo Beccaria riprendeva anch’esso in pieno l’insegnamento del suo maestro, di quello che considerava il suo maestro, cioè Jean Jacques Rousseau ed al contratto sociale di Rousseau cui Beccaria continuamente si rifà, si rifà dal punto di vista generale per cui se la natura del patto sociale del contratto sociale è quella di una cessione di libertà da parte di ognuno dei suoi membri nei confronti di un’unica volontà o centro di governo, di modo che questa cessione di libertà impedisca la caduta e l’impossibilità di ogni forma di controllo e soprattutto di convivenza civile. La cessione di libertà avviene per dare agli uomini la possibilità di vivere sicuri e di non essere all’interno di quella situazione di guerra di tutti contro tutti, che contraddistingueva lo stato di natura, cioè se lo stato di natura è contraddistinto dal conflitto di tutti contro tutti l’unico modo per mettere fine a questa guerra tra tutti gli uomini è quella che ognuno di essi rinunci al diritto di far male agli altri.

No alla pena di morte

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 8

Ho più volte parlato della mia passione per il Cinema ed in una serie di post intitolati “Da giovane…. etc etc etc” ho riportato alcuni articoli da me scritti sempre collegati però alle mie attività di cinefilo. Tra le tante c’è stata anche una mia provvisoria collaborazione con una rivista tra le più prestigiose ancora in auge, “SegnoCinema”, ai suoi albori.
Uno dei miei scritti è nel n. 10 (attualmente siamo al numero 222) e si riferisce ad un Festival che celebrava la 13° Edizione (attualmente siamo alla 49°): mi riferisco al Giffoni Film Festival che da quest’anno si chiamerà “Giffoni Experience 2020”. In quegli anni (siamo nel 1983) viaggiavo per Festival (Venezia, Pesaro, Cattolica, Firenze) per conto dell’ARCI UCCA (Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI) e sviluppavo alcune mie passioni. Il lavoro – quello più importante per me della scuola – e la famiglia mi impegnarono in una direzione diversa, anche se poi cercai di essere utile a Prato ed alla vita sociale culturale e politica di questa città.
L’articolo di cui riporto ora il testo è a pagina 41 del numero 10 di “SegnoCinema” datato novembre 1983.
Il Festival di Giffoni è nato dall’idea di costruire in una realtà prevalentemente agricola nell’entroterra salernitano una occasione per un Cinema prevalentemente dedicato al mondo giovanile. L’idea venne ad un ragazzo, Claudio Gubitosi, che ancora oggi lo cura in prima persona, anche se è diventato adulto e maturo, un po’ di più il suo ideatore molto meno il Festival.

“Quel piccolo grande festival” a Giffoni Valle Piana

Un piccolo centro nell’entroterra della provincia di Salerno ospita ormai da ben 13 anni una rassegna cinematografica fra le più interessanti ed importanti, anche se scarsamente conosciuta e poco valorizzata. Giffoni Valle Piana punta la sua attenzione sin dal 1971 (anno della 1° Rassegna) sulla produzione per i ragazzi ma questo Festival si ritrova ad essere scarsamente valorizzato anche e soprattutto per colpa della miopia (o cecità) di gran parte degli uomini politici che sinora hanno sovrinteso alle problematiche , alle scelte ed alle aspettative della nostra cinematografia. In questa edizione del 1983 l’Italia addirittura non solo era assente dalla competizione (il che non sarebbe nemmeno tanto grave), ma aveva nelle iniziative di contorno una scarsa ed irrilevante importanza: gli unici film italiani erano “Colpire al cuore” di Gianni Amelio, “State buoni se potete” di Luigi Magni, “Corri come il vento Kiko” di Sergio Bergonzelli ed alcuni audiovisivi di carattere didattico.
Grande merito va agli organizzatori del Festival (ed in particolare al direttore artistico, Claudio Gubitosi), che con caparbietà, professionalità ed entusiasmo perseguono da alcuni anni l’obiettivo di favorire la realizzazione di un cinema che, fatto per i ragazzi, sia gradito anche agli adulti e di divulgare la conoscenza di questa produzione ampliando sempre più la partecipazione di nuovi paesi (quest’anno è toccato alla Repubblica Popolare Albanese ) per un totale di 22 nazioni partecipanti – in concorso e fuori – alla 13° Rassegna). Il disinteresse, di cui prima parlavamo, è stato evidenziato dallo scarso successo di partecipazione ottenuto dal convegno “Le parole mancate”, organizzato nell’ambito della Rassegna: lo stesso E.G. Laura che doveva figurare come conduttore è arrivato in ritardo e si è accontentato del ruolo di “personaggio muto” facendo solo numero tra i pochissimi critici e giornalisti presenti in sala. Il convegno, invece, è apparso sostanzialmente centrato sui problemi reali della cinematografia per i ragazzi. Interessanti sono apparsi i contributi di Maria Luisa Negriolli dell’ ANCCI, di Pasquale Sabbatino dell’ Avanti! e del presidente dell’ ANEC, Luigi Grassi che ha svolto un duro attacco alla politica delle televisioni private.

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Nel tempo del Coronavirus – alcune attività e riflessioni

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Nel tempo del Coronavirus – alcune attività e riflessioni

Non c’è dubbio: nel tempo del bisogno si riconoscono le amicizie lunghe, quelle che – comunque vada – conteranno. Ovviamente, parlo di “bisogno” reciproco, collettivo, condiviso. Sotto questo aspetto, molto utili sono i “social”. Nessuno può sentirsi solo con questi strumenti: si comunica più di quanto non si facesse prima ed a nessuno verrebbe in mente “ora” di sottolineare l’inutilità dell’uso di essi; anche quello parossistico di cui spesso sono stato accusato – devo dirlo? – ingiustamente.
In questi giorni di reclusione forzata, incolpevole, abbiamo molto da fare: che strano? Non ce ne eravamo accorti prima: non ci si annoia, per niente, e fondamentalmente, finisce per piacerci questo ritmo che non è per niente lento, anche se meditato e pieno di belle sorprese. A dirla pienamente cominciamo a renderci conto che la nostra vita fino a qualche settimana fa era scandita da ritmi inutilmente infernali.
A me, poi, cui piace il Cinema, rivedo vecchi capolavori e vado alla ricerca di nuovi prodotti di livello medio-alto. Prima erano le sale cinematografiche a partire da quelle fumose dei “cinemini” di periferia e le “matinèè” festive ed estive, queste ultime soprattutto “arene” vicine al mare come quella di “Nuovo Cinema Paradiso”.
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Poi vennero le proiezioni domestiche di materiali in 16 mm che mi venivano spediti dalle varie Ambasciate, il Canada e la Germania Ovest; c’era una vecchia credenza veneta, dal quale facevo scendere un lenzuolo e furono i tempi e la scoperta di Murnau, Wegener, Lang, Vigo, Clair, Carné, Renoir e McLaren. Poi la passione per i Festival e per le sale d’essai, a partire dalla “Giovanni XXIII” di Bergamo bassa per andare allo Spazio Uno di Firenze ed alla nascita del Terminale qui a Prato. Oggi – poi – riesco a vedere di tutto. Ho migliaia di file (non riesco più a contarli e chissà che in questo periodo non li catalogherò tutti); e posso segnalare all’attenzione un po’ di prodotti. Può servire, questo, a diluire la tensione di un tempo che a tanti può apparire pesante da sopportare.

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Guardo anche la TV. Forse è la parte meno esaltante: mette in evidenza l’eroismo di tanti, ma anche la sottolineatura delle sconfitte, della incapacità a fornire una spiegazione valida su tanti aspetti. Ci girano e ci rigirano intorno ed a volte si ha la sensazione che in qualcuno vi sia un perfido cinismo, quasi una rivalsa sulle proprie dicutibili competenze. L’ho letta nel sogghigno di una tra le più quotate scienziate italiane, che non ha ancora chiesto scusa agli italiani per la sottovalutazione dell’epidemia valutata né più né meno a livello di una sindrome influenzale. E la “signora” in una recente sortita, di poche ore fa, ha preteso di poter parlare del “dopo”, affidandosi ad uno sciovinismo “femminista” di dubbio – anche questo – valore, andando ad affermare che il “futuro” sarebbe da affidare – ho avuto la sensazione che fosse un occhiolino all’imprenditoria famelica ed alla finanza ottusa – alle donne, visto che percentualmente sono di gran lunga le meno colpite da questo “virus”.
Imprenditoria e finanza che mal digeriscono il blocco delle attività, dimostrando una fortissima sensibilità al guadagno ed un’insensibilità verso i problemi che stanno colpendo la parte più debole del Paese, si ergono, entrambi, insieme ai loro sostenitori politici, come se fossero difensori dell’Economia e del Lavoro, anche se finora non lo hanno mai evidenziato, in realtà a difesa dei propri limitati interessi.
Certamente l’Impresa quando è soprattutto ad evidenza sociale va tutelata e difesa ed in questi settori la mano del pubblico deve essere protettiva.

A questo proposito ricordo il dettato costituzionale all’
Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

CORONAVIRUS: e dopo?

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CORONAVIRUS: e dopo?

Occorrerà stare ben attenti a quel che succederà dopo: le prospettive, a leggere alcuni post di gente che un po’ di sale nella zucca dovrebbero averlo, non sono affatto rosee. In tanti, troppi, che pure stanno rispettando – anche se a malincuore – le restrizioni “domiciliari”, le accettano nell’attesa che “tutto” ritorni come prima.

Dopo questa esperienza l’umanità – anche quella parte di essa che ci appartiene in modo più vicino e diretto – dovrà rivedere molti dei suoi comportamenti. Ovviamente, anche per l’età che ho, ciò riguarderà la parte che ora è più giovane: ma non mi sottraggo ad un ruolo che mi appartiene di diritto e cercherò di impartire lezioncine ai sopravvissuti, sperando comunque di poter essere ancora per un po’ tra questi ultimi.
Comprendo pienamente che si andrà incontro ad una riduzione della socialità così come l’abbiamo finora conosciuta e dovremo limitare gli assembramenti oceanici che tanto appassionavano i leader politici di ogni schieramento. Allo stesso tempo bisognerà salvaguardare la Democrazia, il rispetto delle regole comuni democratiche condivise tra le diverse classi sociali, utilizzare strumenti per mantenere questi equilibri adattati in un tempo di post crisi che non si annuncia breve e che potrebbe diventare “normale”.
Dobbiamo porci questi obiettivi in modo preventivo e questi giorni di riflessioni più o meno imposte anche dalla sedentarietà dovrebbero e potrebbero essere meglio utilizzati proprio in tale direzione.
In realtà in questi giorni si continua a discutere di tutti i temi: la Sanità, il Lavoro, la Scuola, l’Economia, la Cultura, il Turismo, le Infrastrutture, i Rapporti con il resto del Mondo sono tra quelli che mi vengono in mente solo a pensarci un attimo. E ne discutiamo con un “prima”, un “durante” ed un “dopo”, anche se l’urgenza ci fa privilegiare soprattutto il secondo ed il primo dei “tempi”, mentre poco si riesce a discutere intorno al “terzo tempo”: quello del “futuro”. Ed invece sarebbe opportuno avviare delle serie riflessioni su come, sulla scorta delle esperienze concrete, lavoriamo intorno alle prospettive.
Può, ci viene da chiederci, l’Economia e l’Imprenditoria e la Finanza continuare ad egemonizzare i ritmi dell’umanità? Soprattutto potrà esimersi dall’ assumersi la responsabilità di una disumanizzazione dei processi produttivi; potranno continuare, i suoi sacerdoti, a non riconoscere la prevalenza dei fattori umani nella creazione di ricchezza?

THE MEDIATOR BETWEEN HEAD AND HANDS MUST BE THE HEART!
IL MEDIATORE FRA MENTE E BRACCIA è IL CUORE!

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