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14 giugno – L’OCCHIO DELLO STRANIERO – 2

L’OCCHIO DELLO STRANIERO – 2

Non che sia stato silente in questi mesi. Ho espresso il mio pensiero, forse “limitato” dalla difficoltà di un  riscontro, anche sapendo di essere “parte” di una “parte”. Anche in periodi “normali”  gestendo la mia anima “politica” ho dissentito da una certa forma di dogmatismo, secondo la quale il “rosso” è sempre e solo “rosso” (e deve essere “così…e così…e così” – ricordate “Filumena Marturano”?) e il “nero” è sempre e solo “nero”.

Ciononostante ho la presunzione, tipicamente dogmatica, di possedere una “parte”, almeno, di verità. Non quella assoluta ed indiscutibile, ma pur sempre “verità” (una “parte”, però!).  C’è stata nel periodo del blocco totale dovuto alla pandemìa una sorta di frenesia, una specie di reazione schizofrenica mai pericolosa, una messa in prova di una forma di resilienza che ci faceva sperare un “cambiamento”, necessariamente “in meglio”, si intende! Anche perché l’amnesia sui “tempi” appena precedenti a quelli che si vivevano non poteva ancora colpire la nostra memoria. E non erano stati giorni, settimane e mesi positivi per la nostra economia e conseguentemente per il mondo del lavoro. E quindi fondatamente si sperava che peggio di come era prima difficilmente poteva essere; “ne usciremo tutti migliori” si favoleggiava, e d’altra parte era comprensibile il desiderio di un corrispettivo consolatorio alle restrizioni.

Il “mondo” produttivo era semi paralizzato; chi possedeva un contratto di lavoro veniva aiutato dalle previdenze strutturali, ovviamente in base a quanto ufficialmente dichiarato. Non dico altro; tanto anche in questo caso tutti sanno che la mia è solo una visione di “parte”, di “parte” di una “parte” e quindi molto minoritaria. E continuando a vivere questa esperienza un po’ alla volta ne stiamo emergendo, ma – a me sembra – non vi è stato un cambiamento in positivo. Anzi! Pur tuttavia, voglio “sognare”!

Da osservatore libero e scevro da sovrastrutture mi sono permesso di argomentare intorno ai temi del lavoro in un’area come quella del Distretto pratese dove, come ben si sa, da sempre e dappertutto il rapporto tra committente e prestatore d’opera (padrone e operaio) è stato improntato su un piano di profonda ed immensa correttezza nel rispetto delle regole in tutto e per tutto. Qui l’operaio, anche quello apparentemente meno garantito(l’apprendista, quello in prova, quelli che svolgono le mansioni più umili, i dipendenti delle cooperative), è profondamente rispettato e dignitosamente remunerato. Laddove c’è un dubbio per una presunta possibile ingiustizia, tutti (al di là dei padroni, i Sindacati e gli Enti locali, in primo luogo i Sindaci, no?) si prodigano per ascoltare  e si impegnano a chiarire il tutto e a farsi in quattro per risolvere le problematiche. E già, anche perché le “macchine” sono state ferme per tanto tempo ed un po’ di ruggine anche loro l’hanno accumulata, e potrebbero non funzionare a dovere. Ma su tali questioni c’è chi ha specifiche funzioni, sorveglia con grande cura e sollecitudine su queste inefficienze e certamente non permetterà che un operaio possa correre il rischio di ferirsi o, peggio, perdere la vita.

Vi chiedo di non considerare la mia riflessione come ironia. Piuttosto è una indignazione ed un atto di accusa contro l’Ipocrisia al Potere (Imprenditoria, Sindacati, Potere locale).

13 giugno – L’OCCHIO DELLO STRANIERO – 1

L’occhio dello straniero – dopo una prima introduzione ecco la seconda

Da “straniero” lo sguardo è certamente reso più libero da quei condizionamenti cui invece chi è nato e vissuto in alcuni ambienti è sottoposto, molto spesso con naturalezza, inconsapevolmente. Amicizie, inimicizie, complicità, interrelazioni, compromessi, sopportazioni appartengono in modo più ampio a chi  ha deciso di non allontanarsi dal proprio ambiente ed ha voluto, e potuto, costruire la sua storia e quella del suo ambito familiare e di lavoro nei luoghi dove i nonni – e a volte altre generazioni – e i genitori hanno potuto e voluto trascorrere la loro vita, installare le proprie attività private. Quindi lo “straniero” si va ad inserire in una realtà consolidata, nella quale tutto scorre in modo naturale ma con una distinzione quasi sempre abbastanza evidente per chi dall’esterno ne osserva il corso, possedendo cultura e capacità interpretativa dei percorsi umani attraverso la conoscenza della Storia, della Letteratura e della Cultura.

Proprio perchè ciò che è stato permane ma la vita continua a fluire con quelle modalità acquisite e si va consolidando nella trasformazione impercettibile, allo “straniero” non è data altra possibilità che l’iniziale acquisizione dell’ hic et nunc, come un fotogramma o una serie di questi ma cristallizzati nell’immanenza provvisoria. Per la descrizione e l’elaborazione di tali scenari, lo straniero viene apprezzato per la sua capacità di saper cogliere alcuni aspetti che, all’interno di percorsi ormai abitudinari, gli “autoctoni” hanno troppe volte perso di vista. Ma assai spesso tali approfondimenti finiscono per far emergere aspetti, a volte lievi ed in apparenza insignificanti che si vorrebbero allontanare, esorcizzare, trascurare perchè tante volte fa male riconoscerli. E’ a questo punto che avviene una divaricazione tra ciò che fa piacere e ciò che dispiace e lo straniero finisce per essere apprezzato ma anche odiato: il primo sentimento è palese, il secondo rimane invece sotto traccia e provoca alla lunga veri e propri disastri. Qualcuno conferma e rafforza in modo sincero la stima riconoscente, qualche altro nasconde sin dai primi confronti un sentimento di odio, preferendo celare a se stesso una parte della verità che gli appartiene nel mentre apprezza con ipocrisia; qualche altro ma pochi con franchezza e disprezzo si allontanano.

Ebbene, è una parte della mia storia, questa dello “straniero”. Per un periodo sono stato meno “estraneo” ai percorsi di questa città, parlo di Prato; oggi, ma ormai da un po’ di anni, sono ritornato ad essere essenzialmente un apolide, uno “straniero” in Patria, perché “italiano” lo sono, ma….

Osservare dall’esterno ha certamente dei vantaggi ma si corre il rischio di essere portatore “inconsapevole” di quella forma di ipocrisia che si vorrebbe combattere. Ma la “funzionalità del pensiero libero” non può farsi limitare da sovrastrutture ideologiche o di appartenenza ed è per questo che avverto sempre più la lontananza da chi si dichiara di appartenere ad una “parte” del pensiero ideologico ma limita la sua libertà condizionandola a quegli schematismi. Ecco il motivo per cui su alcuni aspetti dissento dalle valutazioni generiche della Sinistra dogmatica. Nel prossimo post andrò dritto all’argomento, partendo da quel che si è verificato negli ultimi due mesi qui a Prato.

12 giugno – L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – INTRO

L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – intro

Questi “post” sono a corollario di una ipotesi: è molto importante sentire quel che pensa un “osservatore esterno” e prendere in considerazione il suo giudizio – l’idea che ho è che io sia stato uno “straniero”; poi sono diventato funzionale ad un “sistema”; oggi mi sento ancora una volta uno “straniero” – quel che è scritto in questa “intro” è solo davvero un preambolo

intro

Quando arrivi in un posto da lontano, sia questo Bergamo, Feltre o Prato, per starci in quel momento tu credi per sempre, ti nutri di tutti gli aspetti nuovi o diversi, reali o apparenti non importa; ma il tuo sguardo ancor più se sei giovane ed in attesa del “tuo” futuro è scevro da qualsiasi sovrastruttura che si sia già stabilizzata ed hai una grande libertà di giudizio, essendo libero da condizionamenti resi già stretti da più o meno lunghi rapporti e possedendo alla fine dei conti una certa fiducia nelle tue qualità. Alcuni appunti sulla mia presenza all’inizio e poi sulla mia permanenza, breve, meno breve e poi lunga, nell’ordine sopra segnato (Bergamo, Feltre e Prato), li ho conservati. Sono trascritti a mano e si perdono  tra le migliaia di fogli che conservo in luoghi reconditi ed inaccessibili, non solo della memoria che difetta man mano nel corso del procedere degli anni, ma realmente in casse, faldoni, cassetti, ripostigli, soffitte, garage (a tale proposito non riesco ad accedere per mancanza di spazio nel garage di Pozzuoli ed in una parte del garage di Prato).

In questi anni una parte di questi “fogliacci” li ho salvati e pubblicati su questo Blog. In tutti questi anni di permanenza a Prato era abbastanza normale pensare che tra il 1982 ed il 1985 possa essere stato “straniero” con gli occhi aperti sulla “nuova” realtà. Venivo da Feltre, una piccola città, molto importante per me e per la mia famiglia; ma lì sapevo che la mia “estraneità” sarebbe durata per tutto il tempo, anche se ho lasciato molti segnali tra la pratica sindacale e quella politica, sempre contornata da esperienze culturali. Arrivando a Prato portavo con me nella bisaccia una serie di progetti realizzati e tanti da poter realizzare. Era la cultura cinematografica, quella che mi sospingeva, vissuta insieme ad un piccolo gruppo di amici e compagni; e a Prato c’era già in essere il progetto di riconversione degli spazi politici ed associativi di via Frascati; in via Pomeria c’era la sede dell’ARCI (là dove fino a poco tempo fa c’era l’ex caserma dei carabinieri ed ora c’è un complesso residenziale) ed io cominciai a frequentare quegli spazi. Politicamente ero nel PCI, a Feltre avevo cominciato anche ad imparare a fare le campagne elettorali su per le montagne e la diffusione dell’ Unità nelle frazioni più piccole e remote fatta da “stranieri” funzionava alla grande: c’era passione e con essa emergeva la nostra genuinità. A Prato dove la “forza lavoro” di questo settore – intendo la propaganda politica – era sicuramente più numerosa, pur mantenendo l’adesione al Partito Comunista, per un po’ di tempo, tra il 1982 ed il 1992, ho lavorato esclusivamente nel settore della cultura cinematografica ARCI – UCCA a livello regionale, oltretutto. E per l’appunto, in quella prima fase, avendo assunto ruoli dirigenziali, ho messo a frutto alcune impressioni sulla realtà con la quale ero chiamato a confrontarmi, “straniero” tra – per me – “stranieri”.

GIUGNO 2021 – Reloaded di un mio post dell’8 giugno 2020 L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA – VERSO UNA CRISI (AL BUIO PESTO)

Reloaded di un mio post dell’8 giugno 2020                                             L’IMPORTANZA DELLA MEMORIA – VERSO UNA CRISI (AL BUIO PESTO)

Se continuiamo a dire che “da questa tragedia ne usciremo tutti migliorati” che “andrà tutto bene”, dobbiamo tuttavia avere ben presente quelle che erano le nostre condizioni nel periodo appena precedente allo scoppio della pandemia.
Basterebbe andare a consultare una Rassegna stampa del 2019 per capire che il nostro Paese era in piena fase di “decelerazione”, che la previsione del PIL era davvero deprimente (lo 0,3 in più rispetto al precedente anno); basterebbe andare a consultare i dati ISTAT per capire che in Italia la “povertà” era un vero e proprio problema da affrontare. E non lo si poteva fare attraverso gli slogan o i “peana” del Governo Lega-M5S (“Abbiamo sconfitto la povertà” disse Di Maio, alzando indice e medio nel segno della Victory), ma con una serie di interventi coraggiosi e severi nei confronti dell’illegalità diffusa nel settore del mondo del lavoro. In primis infatti occorreva sconfiggere la pratica criminale del “lavoro nero”; poi – anche contemporaneamente – tappare la falla della povertà attraverso sussidi come il “reddito di inclusione” ed il “reddito di cittadinanza”. Tutti coloro che osservavano la realtà attraverso le proprie conoscenze e sensibilità, pur in possesso di garanzie personali e quindi non direttamente interessati, e denunciavano l’incongruità dell’intervento venivano visti come “gufi rosiconi” o “disfattisti antipentastellati” per pregiudizi ideologici, e – allorquando affermavano che quegli interventi “non” avrebbero risolto il dramma della povertà, avrebbero creato più danni se non fossero stati accompagnati da un serio progetto di contrasto all’evasione ed al lavoro nero, un progetto di “giustizia sociale” – venivano attaccati.

Per rendere meglio quello che è il dato di riferimento cui accenno sopra vi inserisco i link di riferimento ai siti dell’Istat

Le prospettive dell’economia italiana nel 2019

https://www.istat.it/it/files/2019/05/Previsioni_mag19_fin1r.pdf

Le prospettive dell’economia italiana nel 2019-2020

https://www.istat.it/it/archivio/236396

per capire meglio i dati sulla “povertà” consultare sempre il sito dell’Istat con tag “povertà”

https://www.istat.it/it/archivio/povert%C3%A0

Ritornando all’assunto dell’avvio del post “Saremo migliori?” “Andrà tutto bene?”, ho la sensazione che si tratti di affermazioni banali puerili utili a rassicurare i più deboli, sia per età che per condizione economica e culturale.
In realtà quel che vediamo, di fronte alla reale incapacità di fronteggiare gli aspetti negativi che si sono aggravati nel corso degli eventi drammatici in cui siamo stati tutti – chi più chi meno – coinvolti, non è per niente rassicurante, ben al di là della ventilata possibilità di un ritorno epidemico nel prossimo autunno-inverno. In questo periodo c’è stata una parte del mondo economico che ha accumulato guadagni ingenti; c’è una parte del mondo economico che, pur avendo sofferto in parte la crisi, ha preparato interventi di carattere politico clientelare (si parla di grand commis dell’economia e della finanza) tesi all’accaparramento di risorse senza fornire tuttavia le opportune garanzie (non mi riferisco soltanto alla pretesa della FCA di poter ricevere a fondo perduto contributi, permanendo nel suo progetto aziendale che privilegia i rapporti economici con paradisi fiscali e non rispetta le regole fiscali del nostro Paese).
In questo stesso tempo non si sono visti interventi “seri” e legalmente “severi” nei confronti del “lavoro nero”; anzi, nel marasma legislativo, che ha intorbidato le acque ancor più rispetto a prima, i furbi hanno avuto più forza e vigore rispetto alla povera gente, disposta ancor più di prima a sopportare angherie retributive. Di tutti questo poco o nulla si dice; soprattutto non si avverte nella compagine di governo – anche di quella parte di “Sinistra” che dovrebbe essere maggiormente sensibile – la giusta attenzione. Sembra quasi che i problemi siano altri. Ma non è così e purtroppo andiamo verso un periodo in cui chi avrà bisogno sentirà difendersi proprio da coloro che hanno obiettivi destabilizzanti, pericolosi per la Democrazia.

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10 GIUGNO – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) per la 5 vedi 11 maggio

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Resta comunque da aggiungere che in una futura realizzazione occorrerà tener bene presente questo aspetto per evitare che si perda tutto il lavoro di preparazione e di allestimento per una difficoltà che può essere affrontata e superata. Clair ci ha fatto sorridere, e sentir dire che non piace ai cinefili ed ai critici ( la storia è vecchia e si rifà agli Anni Cinquanta) non ha convinto i nostri spettatori, che forse non sono né cinefili né critici (a loro merito, si intenda!). Vedere “A me la libertà”, avendo negli occhi il ricordo più noto, anche se posteriore, di “Tempi moderni”, ha iniettato nelle vene una carica di ottimismo, pur se, considerando la nostra realtà, con le acute difficoltà che attraversa il mondo e il lavoro, a molti di noi ha fatto masticare un po’ d’amaro; ma la libertà è sempre bella!

E così gli spettatori, richiedendo “Le Million”, si sono voluti confondere tra coloro che rincorrono con la fantasia i loro sogni, le loro chimere, che hanno ansia di risollevarsi dalla quotidianità misera. Questo tipico esempio di film clairiano basato sulla struttura circolare di corsa-inseguimento ha anche una ulteriore valenza per conoscere quelli che furono i problemi creati dall’avvento della “nuova” tecnica del sonoro, cui Clair, dopo un iniziale rifiuto, non intende rinunciare del tutto a questa novità. Egli vi aderisce (anche se quando gira “Le Million” ha già girato un altro film “sonoro: “Sous les toits de Paris”), sfruttandone a pieno le potenzialità, pur limitando il dialogo all’essenziale.

Su Renoir si parlerà altrove più a lungo. I film visti (a parte ” La Bête humaine” – L’angelo del male che ha avuto qualche problema per essere compreso) sono bastati al pubblico per rendersi conto dell’impegno realistico e sociale di questo grande maestro e della sua incomparabile arte. Di lui si parla come del padre del “realismo poetico”: di certo non può bastare la sola parola “realismo” per contrassegnare il cinema di Jean Renoir. Il suo modo di rappresentare la vita non si ferma ad un arido mero documentarismo ma approfondisce i sentimenti e gli ideali degli uomini, cogliendo, anche lui come Clair, quell’ansia di elevazione dalla realtà umana colma di angustie e di insoddisfazioni, affidandosi all’immaginazione ed al sogno.

9 giugno – PACE E DIRITTI UMANI – parte XXXIII e ultima – per la parte XXXII vedi 20 maggio

PACE E DIRITTI UMANI – parte XXXIII

Io ringrazio, prima di avviare la lettura di questa solenne dichiarazione, il Provveditorato agli Studi, la Provincia di Prato, lo stesso Comune di cui siamo emanazione e rappresentanza, per l’appoggio convinto fornito all’iniziativa e ringrazio anche la sezione locale di Amnesty International che sarà rappresentata dalla signora Liviana Livi che non è ancora presente ma che ha promesso di intervenire per aggiornarci, purtroppo un aggiornamento in negativo, con tutti i dati sulla situazione della pena di morte nel mondo. ringraziamo il centro “Pecci”, ed ovviamente, anche in questo caso lo faremo direttamente non appena sarà arrivato il Vicepresidente il professor Attilio Maltinti che parlerà più tardi come già precedentemente da me precisato.

Ecco, ora davvero mi appresto a leggere l’annunciata dichiarazione solenne, quella firmata dai massimi esponenti della Regione Toscana:

“30 novembre 1786, nel Granducato di Toscana per la prima volta al mondo viene abolita la pena di morte. A partire dal 30 novembre 2000 per ricordare quell’evento, si celebrerà la Festa della Toscana. Quella data mostra come l’impegno per la promozione dei diritti umani e della pace risieda nella storia della Toscana ed appartenga alla sua cultura. Non è solo una memoria storica quella cui ci si vuole richiamare, ma il fondamento stesso dei principi che fanno della Toscana una delle terre più civili. Nel corso dei secoli, la Toscana è stata punto di incontro e di dialogo tra Occidente e Oriente, tra Europa e Mediterraneo. Dall’abolizione della pena di morte alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dalla Costituzione italiana alla Carta dei Diritti dei cittadini dell’Europa, uno straordinario viaggio si è compiuto e la Toscana ne è stata protagonista. E’ giunta a maturazione una comprensione nuova della dignità della persona; sono stati tutelati i diritti della donna, dei bambini e di tutte quelle persone che si trovano in condizioni di difficoltà e di minorità; alla affermazione del diritto alla vita si è accompagnato il riconoscimento delle libertà fondamentali: di pensiero, di coscienza, di espressione, di culto, di informazione, di associazione, di riunione. Anche quando, nel ventesimo secolo, la storia si è incamminata lungo pericolosi crinali ed ovunque si sono costruiti muri, la Toscana è rimasta fedele ai suoi principi originari e, con creatività, è stata capace di gettare ponti tra civiltà e culture diverse tra l’est e l’ovest, tra le due rive del Mediterraneo, tra le grandi religioni. Questo patrimonio di valori civili e spirituali rappresenta l’identità più profonda e autentica della Toscana ed indica la sua vocazione storica a contrastare ogni localismo settario, ogni nazionalismo egoista, ogni forma di xenofobia e di razzismo. Questa identità e questa vocazione devono essere consegnate ai giovani di questa Regione, come seme di speranza e di futuro. La Festa della Toscana è la solenne occasione annuale per meditare insieme sulle nostre radici di pace e di giustizia, per coltivare la memoria della nostra storia, per attingere con entusiasmo alla tradizione di diritti e di civiltà che si è radicata nella coscienza dei cittadini, prima ancora che nelle leggi. Nel tempo del federalismo, questa è l’identità che la Toscana mette in comune con le altre Regioni dell’Italia e dell’Europa; per unire e non per dividere, per accogliere e non per escludere, secondo uno stile di vita che da sempre caratterizza i cittadini di questa terra”.

Vi ringrazio per l’attenzione, vi ringrazio per la partecipazione e, visto che non vedo ancora la vicepresidente della Provincia Gerardina Cardillo, passo la parola al Professor Giuseppe Panella che aprirà nella maniera più seria possibile dal punto di vista storico questa giornata con un approfondimento su queste tematiche il ci titolo abbiamo prima espresso: “Cesare Beccaria: “Dei delitti e delle pene” e l’influenza che questa opera universalmente ebbe”.

G.M.

8 GIUGNO – Può darsi, ma….La questione della vaccinazione per i giovani e la riapertura delle scuole -seconda parte

Parte 2 sulla scuola

L’invito a fermarsi e riflettere vale soprattutto per me e, probabilmente, ancor più per i tanti esperti che sollecitavano ad “aprire, aprire, aprire” le scuole, luoghi strasicuri. Qualcuno lo faceva  senza averne diretta cognizione di causa; qualche altro probabilmente pensando in modo onesto ai danni che i giovani avrebbero subìto; altri per solleticare i bisogni legittimi delle famiglie, la stragrande maggioranza delle quali non possiede spazi sufficienti a gestire le problematiche di un lockdown così protratto nel tempo, per un anno e mezzo circa, per quasi due anni scolastici. Tra i “primi” (quelli che parlavano a vanvera) c’erano i fomentatori di mestiere e i loro servitori sciocchi. E poi c’erano tra gli “esperti” scienziati alcuni, che probabilmente appartenevano alla prima categoria o, negando la scientificità che avrebbero dovuto privilegiare, si affrettavano a ribadire la sicurezza delle aule scolastiche. Gran parte poi del corpo docente, dirigenti ed insegnanti, difendevano tali asserzioni, basandosi esclusivamente sui pareri diffusi a sostegno della stragrande sicurezza degli ambienti scolastici. Per rafforzare tale ipotesi, venivano limitate le diffusioni di notizie sui tanti focolai di Covid di cui pur si sentivano notizie “ufficiose” qua e là.

Ovviamente quel che è stato interessa ben poco oggi, a parte voler annotare quell’abitudine antropologica che prima ti fa sostenere l’impossibile e poi ti spinge a cambiare opinione con grande nonchalance.

Infatti in questi giorni il sostegno “bipartisan” ampio alla vaccinazione dei più giovani è sollecitato in modo deciso dagli stessi difensori dell’apertura “senza se e senza ma” giustificandolo con la assoluta esigenza di poter riaprire le scuole “in sicurezza”, visto che le scuole non sono luogo sicuro ed indenne dalla diffusione del contagio. Come dire? Quando c’era una gran diffusione del virus le scuole erano strasicure, ora che ci sono tantissimi vaccinati “invece” le scuole diventano luogo dal quale si potrebbero diffondere nuovi contagi.

Volevo annotare questa incoerenza, alla quale non è stato corrisposto un minimo segno di giustificazione, per non dire di pentimento, un “mea culpa” generico.

Continueremo a seguire le peripezie del mondo scientifico e politico italiano e credo che continueremo a vederne delle belle.

7 giugno – CINEMA Storia minima – parte 19 (per la parte 18 vedi 12 maggio)

“Il grande dittatore” rappresenta una delle pietre miliari  della Storia del Cinema. Chaplin mostra al mondo intero la follia del Nazifascismo: nel film non c’è solo una parodia di Hitler -Adenoid Hynkel dittatore della Tomania – ma anche quella di un Mussolini – Bonito Napoloni dittatore di Batalia –  molto verosimile all’originale nella sua goffaggine e nella sua servile sottomissione al Fuhrer. Vista la data di realizzazione, balza immediatamente agli occhi la capacità critica dell’autore, consapevole dei gravi rischi che l’umanità stava correndo. Solo dopo gli eventi drammatici di Pearl Harbour nel dicembre del 1941 gli Stati Uniti entreranno in guerra per combattere Nazifascisti e loro alleati. E il messaggio finale di Chaplin era un inno alla pace che è da allora in poi utilizzato per contrastare la violenza nel mondo. Il film, pur essendo meritevole più di altri, ed avendo avuto cinque candidature agli Oscar del 1941, non ne conseguì alcuna, anche se in seguito è stato ampiamente rivalutato.

Ben diversamente accadde per il primo film americano di Alfred Hitchcock, tratto da un celebre romanzo di Daphne du Maurier, “Rebecca, la prima moglie”, che vinse due premi Oscar (era stato candidato a ben dodici statuette), uno per il Miglior film e l’altro per la Fotografia in Bianco e Nero. Senza dubbio lo stile e la raffinata tecnica di narrazione cinematografica  del grande cineasta inglese contribuisce a rendere ancora più intricata e misteriosa la vicenda della prima moglie del ricco ed aristocratico Massimo de Winter, interpretato da Laurence Olivier. Di Rebecca sentiremo raccontare come di un fantasma incombente, senza mai vederla, mentre Joan Fontaine che interpreta la “seconda moglie” praticamente anonima (il suo nome non verrà mai menzionato) avrà tutto lo spazio ed il ruolo narrativo che le compete nel film e verrà anche candidata all’Oscar senza ottenere il premio.

Sempre nel 1940 viene realizzato un altro grande film tratto da un’opera letteraria. Si tratta di “Furore” di John Steinbeck, The Grapes of Wrath “I grappoli dell’ira”, pubblicato appena un anno prima, romanzo simbolo dell’America della Grande Depressione vista con gli occhi di coloro che in quegli anni persero tutto quel che avevano e furono costretti a rimettersi in gioco. Anche questo film è collegato alle vicende storiche degli Oscar: “Furore” ottenne sette candidature e due Premi: uno per la migliore regia, quella del grandissimo John Ford, che l’anno precedente non era riuscito ad agguantarla con l’altra sua grande realizzazione di cui abbiamo già trattato, “Ombre rosse”; l’altro premio toccò a Jane Darwell come attrice non protagonista. Il nome potrebbe dire poco ma non appena la vedrete in questa breve clip vi renderete conto che si tratta di una delle più note “caratteriste” del Cinema.                   

Da ricordare l’interpretazione del personaggio principale, Tom Joad, da parte di un ancora giovane Henry Fonda e quella di un allampanato John Carradine (già segnalato per l’interpretazione del giocatore d’azzardo e gentiluomo del Sud Hatfield in “ombre rosse”) nella parte di Casy, un ex predicatore che di fronte alle tragedie della vita  ha perduto la sua fede.

Ma la Storia del Cinema che narriamo corre di pari passo con quella degli Oscar.

6 giugno – INFER(N)I – Inferni – non solo Dante – Il sogno di Scipione di Marco Tullio Cicerone

Ouverture da “Il sogno di Scipione” Mozart

Tra i tanti testi che affrontano il tema dell’aldilà utilizzando l’escamotage di un “sogno” vi è questo racconto di Cicerone che all’interno di un testo più ampio ci presenta in funzione profetica la Storia delle future imprese di Scipione Emiliano, a lui annunciata in “sogno” dal nonno adottivo Scipione l’Africano. Nel testo che segue che ha una funzione didattica educativa di tipo filosofica troviamo una profonda lezione di etica intesa a valorizzare l’esistenza umana alla quale si impone grande rispetto. Allo stesso tempo vi è la descrizione di questo luogo celeste annunciandogli che gli dei riserveranno a lui, come a tutti gli altri uomini virtuosi l’immortalità dell’anima ospitata in eterno nella Via Lattea: quindi non un luogo oscuro come gli Inferi ma una sede luminosa celeste.

Va proprio in questo caso tenuto presente che agli Inferi (luogo buio nelle viscere della terra, Ade per i Greci – Averno per i Romani) non vi sono distinzioni dal punto di vista del “merito” conseguito in vita. Tutto appare come una destinazione “comune” con la differenza che si tratta sempre di uomini (o donne, ma poche) celebri.

Il testo è tradotto da Fabio Stok


Da parte mia, non appena mi fu possibile soffocare le lacrime e riacquistare l’uso della parola, dissi: «Ti prego, o padre ottimo e veneratissimo, visto che questa è la vera vita, come ho appreso dall’Africano , a che pro rimango sulla Terra? Non è meglio che mi affretti a venire in questo luogo, fra voi? ». «Questo non è il modo – rispose lui –. Non è infatti possibile che ti venga aperto l’accesso a questo luogo, se a liberarti dalla prigionia del corpo non è quel dio di cui tutto ciò che qui vedi è il tempio . Gli uomini, infatti, sono procreati con il compito di custodire quella sfera che vedi al centro di questo tempio, e che è denominata Terra, ed è loro assegnata un’anima derivata da quei fuochi eterni che voi chiamate astri e stelle. Questi fuochi, sotto forma di masse sferiche, percorrono con velocità stupefacente, animati da intelligenze divine, proprie orbite circolari. È per questo, o Publio, che tu e tutti gli uomini devoti dovete custodire l’anima in quella prigione che è il corpo, e non potete lasciare la vita umana se non per ordine di colui che vi ha consegnato l’anima ; diversamente voi sembrereste tradire il compito umano che vi è stato assegnato dal dio. Quindi tu, Scipione, pratica la giustizia e il dovere della pietà, che se è importante nei rapporti con i genitori e con i familiari, è importantissimo nei confronti della patria, e segui così l’esempio di tuo nonno, qui presente, e di me stesso, che sono quello che ti ha generato. Questo tipo di vita costituisce la via che porta verso il cielo e verso questa confraternita di uomini che sono già vissuti e che ora, liberatisi del, corpo vivono in questo luogo che tu stai vedendo (e infatti era un cerchio luminoso, di uno splendore abbagliante, in mezzo ai fuochi astrali) e che voi chiamate, come avete appreso dai Greci, Via Lattea» .

Da quel luogo potevo osservare tutto il resto, che mi appariva di mirabile lucentezza. C’erano infatti stelle che non abbiamo mai visto da qui, ed esse erano tutte così grandi che noi non lo sospettiamo neppure; fra gli astri, il più piccolo era quello che sta più lontano dal cielo e più vicino alla Terra, e che brilla di luce altrui. Le stelle, poi, erano corpi celesti assai più grandi della Terra, e questa mi apparve anzi così piccola che mi venne una stretta al cuore nel vedere che il nostro impero non occupa che un piccolo punto di essa. Continuando io ad osservarla con sempre maggiore interesse, l’Africano intervenne: «Ti prego, quanto ancora la tua mente continuerà a rivolgere lo sguardo verso terra? Non vedi in quali templi sei entrato? Hai qui nove cerchi, o meglio sfere, tutte connesse fra loro, delle quali una è quella del cielo, la più esterna, che contiene tutte le altre; essa è lo stesso dio supremo, che comprende e tiene insieme tutto il resto. In essa sono fissate le orbite eterne percorse dalle stelle in rotazione; ad essa sono sottoposte le sette sfere che ruotano all’indietro, in senso contrario a quello del cielo. Di queste sfere, una è quella occupata dall’astro che sulla Terra chiamano con il nome di Saturno. Quindi viene quello folgorante che prende il nome da Giove e che agli uomini porta prosperità e salute. Poi c’è quello rosso e rovinoso per la Terra, a cui date il nome di Marte. Viene poi la regione all’incirca intermedia, più sotto, che è occupata dal Sole, guida, principe e reggitore degli altri astri, anima del mondo e suo equilibratore; esso è tanto grande da arrivare con i suoi raggi dappertutto. Gli fanno seguito l’orbita di Venere e quella di Mercurio, mentre nella sfera più bassa ruota la Luna, che ha luce dai raggi del Sole. Al di sotto di essa non c’è più nulla che non sia mortale e caduco, con l’eccezione delle anime assegnate quali doni divini al genere umano; sopra la Luna, invece, ogni cosa è eterna. Infatti la nona sfera, quella centrale, cioè la Terra, non è dotata di movimento ed è la più bassa, e verso di essa cadono, per inclinazione naturale, tutti i gravi». Fui preso da meraviglia all’osservazione di tutte queste cose, e quando mi ripresi dallo stupore dissi: «Che cos’è? che musica è questa, così intensa e così piacevole, che riempie le mie orecchie?». Egli rispose: «È quella prodotta dall’energia che muove le sfere stesse, composta da note emesse ad intervalli ineguali, ma tuttavia distribuiti ciascuno sulla base di un rapporto razionale: ne deriva una precisa varietà di armonie, nelle quali i toni alti si mescolano a quelli gravi. Non sarebbe possibile, del resto, che movimenti così ampi si verifichino in silenzio, ed è la natura che fa sì che le sfere estreme producano le une suoni gravi, le altre suoni acuti. Per questa ragione il cerchio più alto del cielo, quello delle stelle, essendo il suo movimento più rapido, produce ruotando un suono alto e acuto; quello della Luna, invece, che è il più basso, emette il suono più grave; la nona sfera, cioè la Terra, resta infatti immobile ed è sempre ferma nella posizione che occupa, al centro dell’universo. Le altre otto sfere, invece, avendo due di esse la stessa tonalità, emettono sette diversi suoni, a diversi intervalli (è questo il numero che sta per così dire alla radice di tutte le cose). Uomini dotti, imitando questo meccanismo con gli strumenti a corda e con il canto, si garantirono così il ritorno in questo luogo, e come loro hanno fatto coloro che nella loro vita terrena affrontarono, grazie alle loro straordinarie capacità, argomenti divini. Le orecchie degli uomini, riempite da questo suono, sono diventate sorde, e nessuno dei sensi è in voi così debole come questo; così accade nella località chiamata Catadupa, dove il Nilo precipita da montagne assai alte: la popolazione di quella località, a causa del grande frastuono, ha perso il senso dell’udito. Anche il suono provocato dalla velocissima rotazione dell’intero mondo, è così forte che le orecchie degli uomini non sono in grado di ascoltarlo; analogamente non potete fissare direttamente il Sole perché il vostro senso della vista è vinto dai suoi raggi.

5 giugno – LE STORIE 2008/2009 e 2013/2014 – 1 (per intro vedi 7 maggio)

Già in altri post, in altri tempi dal giugno 2014 fino ad oggi, ho trattato temi politici “locali”. Alcuni documenti che qui riporterò potrebbero essere stati già da me pubblicati, ma sono utili allo scopo di chiarire,  soprattutto perchè siano di memoria alle generazioni attuali e quelle prossime per comprendere il “disagio” con il quale stiamo vivendo l’attuale crisi di rappresentanza. Come già esposto nell’Introduzione, la “Storia” di cui tratterò in questi prossimi post, utilizzando alcuni miei interventi ed un “carteggio” mail., riguarda due significativi episodi pratesi avvenuti tra il 2008 ed il 2009 e tra il 2013 ed il 2014. Nel primo blocco ci trovavamo verso la conclusione della legislatura 2004-2009, quella che aveva visto Sindaco della città Marco Romagnoli. C’è anche, tra questi documenti, la mia esperienza come Presidente della Commissione Scuola e Cultura nella Circoscrizione Est e come coordinatore delle Commissioni che si occupavano degli stessi ambiti nelle altre quattro Circoscrizioni. Per la cronaca storica, tutti e cinque i Parlamentini circoscrizionali (dal Centro ci si irradiava con l’Est, il Sud, l’Ovest ed il Nord) erano omogenei alla maggioranza che amministrava il Comune.  Per lungo tempo, soprattutto all’Est ed in parte al Centro, il Centrosinistra aveva faticato a conquistare la maggioranza, e questo scenario si era mantenuto, garantendo una certa continuità di visione. In quel periodo, così come Marco Romagnoli per quel che riguarda la sua carica politico amministrativa, anche io mi avviavo alla conclusione della mia esperienza. Era, nel frattempo, nato il Partito Democratico ed io, insieme ad un gruppo caratterizzato da un reciproco rispetto e condivisione, avevo costruito un percorso parallelo ai Democratici di Sinistra ed alla Margherita, costituendo il Comitato di Prato per il Partito Democratico. Le vicende relative a quell’impegno le ho narrate in altri post. Erano in modo oggi lampante foriere delle difficoltà in cui ancor oggi si dibatte il PD. Ed anche quel che avvenne tra il 2008 ed il 2009 ne porta il segno. Consapevole di una parte delle difficoltà già emerse nella fase costituente del Partito Democratico e per il fatto stesso che avrei avuto maggiori difficoltà ad esprimere il mio pensiero in mancanza di una “carica” istituzionale, una volta lasciata la Circoscrizione, avevo fondato un’Associazione di tipo politico culturale. “Dicearchia 2008” aveva molteplici significati: innanzitutto mi collegava alla città nella quale sono nato, Pozzuoli; poi conteneva nella traduzione dal greco, Δικαιάρχεια, due elementi: la “giustizia” del “governo”, un giusto governo, quello che si erano prefissi di conquistare alcuni profughi di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate e giunti sulle coste campane, in quel tempo (531 a.C.)  dominate da Cuma. Ci si preparava alla “resilienza”? Per i “samesi” profughi fu l’inizio di una grande Storia; molto meno per chi, come me, ha cercato – pur con qualche timidezza, incertezza, forse titubanza o senso pratico – di ricavarsi un ruolo pur marginale in questo tempo.

In realtà avevo anche proposto nel maggio del 2008 un mio specifico impegno di tipo più politico nell’area della Circoscrizione Est. Non mi sarebbe dispiaciuto ed a conti fatti avrebbe potuto anche creare condizioni utili ad evitare la debacle, o perlomeno a renderla meno grave di quanto non accadde.

Nel prossimo post riporterò il “documento” con il quale mi presentavo candidato al Coordinamento politico della Circoscrizione Est per il PD.