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NON E’ TEMPO DI NOSTALGIA -iNTERVISTA DI J. Farrell a Franca Rame

Festival Pozzuoli

 

Ho iniziato a leggere il libro di Joseph Farrell, “Non è tempo di nostalgia” – una lunga intervista a Franca Rame prima della sua scomparsa. Lo recensirò subito dopo averlo letto.

Joseph Farrell sarà presente a “Libri di Mare Libri di Terra”  – Festival della Letteratura nei Campi Flegrei dal 26 al 28 settembre p.v.

Farrell e Rame

Subito dopo leggerò anche “Dario e Franca” sempre a cura di Joseph Farrell

Franca Rame e Farrell

 

FESTIVAL DELLA LETTERATURA NEI CAMPI FLEGREI – LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – 26-28 SETTEMBRE 2014

Davide D'UrsoDavide D'Urso 2

Vado concludendo la lettura del libro di Davide D’Urso – fra qualche ora lo recensirò – “Tra le macerie” racconta vicende fondamentalmente ahimè normali di un gruppo di giovani e di uno in particolare, Marco, in una Napoli contemporanea oppressa come gran parte del nostro paese da una profonda crisi lavorativa (nessuno si salva, anche i suoi amici, coetanei tutti trentenni, apparentemente fino a poco tempo prima più fortunati). Alcuni capitoli si inoltrano nell’universo dei call-center con le sue gerarchie e le sue atmosfere da GF orwelliano. Ma le passioni prevarranno? uno spiraglio sembra annunciarsi.  Il “domani è un altro giorno” della Rossella di Mitchell e Fleming verrà anche per Marco? Finisco la lettura e ve lo dico.

LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – ANTONELLA CILENTO – CAMPI FLEGREI 26-28 SETTEMBRE 2014

cilento 2
Caravaggio

E, dunque, il “Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra” si svolgerà fra Pozzuoli e Bacoli dal 26 al 28 settembre. Antonella Cilento ne sarà protagonista.

Una donna che nasce nel Seicento, non importa se nobile o popolana, se ricca o povera (ricordate la manzoniana Gertrude?), non aveva altro sbocco se non in un matrimonio e non aveva alcuna possibilità di acculturarsi al di là di insegnamenti impartiti sulle “buone maniere” e sulla qualità dei cibi e la ricchezza dei vestimenti. Lisario è una bambina, figlia di don Ilario Morales comandante della guarnigione di stanza al Castello di Baia sul Golfo di Pozzuoli, una ragazzina di 11 anni, che si ribella al “potere” della famiglia e dei maschi e si imbeve di letture in segreto, visto che alle donne era negato l’accesso alla Conoscenza ed alla Cultura. La protagonista, che solo per un attimo nel corso del romanzo conosceremo come Bellisaria, è diventata suo malgrado muta e ne conosciamo il punto di vista attraverso le riflessioni scritte segretamente su fogli recuperati qua e là. Antonella Cilento, autrice del romanzo, infatti vi inserisce ad intervalli abbastanza precisi le “Lettere” di Lisario indirizzate “alla Signora Santissima della Corona delle Sette Spine Immacolata Assunta e Semprevergine Maria”. La giovanissima donna, di fronte alla possibilità di andare “sposa di un vecchio bavoso e gottoso”, trova un modo tutto suo di protestare, negandosi provvisoriamente alla vita e cadendo in un sonno profondo. Ed è così che prende avvio il romanzo. Ho già scritto che si tratta di libro avvincente nella sua narrazione rapida e nella sua struttura per capitoli e paragrafi che appaiono, a chi, come me, è avvezzo a trattar di Cinema e Teatro, come Scene pronte ad essere trasformate in immagini. Ma ne parlerò dopo. L’ambientazione è in una Napoli cupa, buia, resa insicura da rivolte ed epidemie, dove si muovono personaggi di alto livello artistico insieme a malfattori, delinquenti, mistificatori ed avventurieri di ogni specie e provenienza; è la Napoli dove c’è il segno di Caravaggio, la presenza di Ribera; è la Napoli dove arrivano artisti come il francese Jacques Israel Colmar, il fiammingo Michael de Sweerts (questi, entrambi protagonisti di primo piano del romanzo di cui si parla), il valenciano Juan Dò; ed è la Napoli di Masaniello e dei Vicerè; la Napoli nella quale si rappresentano melodrammi interpretati da “voci bianche” nelle parti femminili; è la Napoli delle prostitute di basso e di alto rango ed è la Napoli dei “femminielli” e degli ermafroditi; la Napoli che crede ai miracoli non avendo nella realtà molto di cui essere felice. In questo ambiente meschino ancorché  aristocratico e culturalmente, in senso potenziale, elevato si muove la vicenda di Lisario e la profonda incapacità da parte dei maschi di poter accettare l’incredibile scoperta che il catalano, medico di scarsi scrupoli, Avicente Iguelmano compie dapprima spiando la giovane moglie, per l’appunto Lisario (tralascio, benchè significative le modalità con cui Avicente conosce e sposa la giovane), e successivamente leggendo alcune pagine di un libro sui “piaceri solitari” reperito nella ricca Biblioteca di un signorotto locale, Tonno d’Agnolo, degno rappresentante della spregevole classe politica di ogni tempo, rozzo procacciatore di amanti per gli ambienti del vicereame spagnolo.
In quelle pagine per l’appunto si leggevano “cose che gli parevano impossibili. Bugie senza fondamento”. La storia si dipana concedendo deviazioni e colpi di scena coinvolgenti fino alla conclusione. E’ un libro, lo ripeto, che mi ha ridato fiducia verso le nuove generazioni di autori letterari e non è un caso che l’autore in questione sia una donna. Nelle presentazioni pubbliche del romanzo si sottolinea giustamente, in un punto di vista femminile, la modernità dell’argomento: la protagonista, pur oppressa da una società (quella del Seicento) profondamente maschilista, emerge in ogni senso e sconfigge i limiti imposti, prima di tutto quegli stessi relativi alla mancanza della “voce”. Ed è infatti dalla “voce” di Psiche nell’ ultimo paragrafo del romanzo che prenderei il via se dovessi scrivere, come sempre vado pensando mentre leggo, una sceneggiatura. Dalla voce di Psiche che sconvolge il “vecchio e malandato” Avicente inondandolo di infiniti malinconici ricordi farei partire il tutto; perché è quello il momento in cui tutto ha un senso.

L’attualità del romanzo rimanda a temi che, forse da maschio, continuo a considerare ambigui; la violenza sulle donne così frequentemente portata agli orrori delle cronache è il risultato di un’educazione antropologica sbagliata attraverso la quale il “mondo” ha costruito dei ruoli che oggi, nel momento in cui socialmente li mettiamo in discussione, finiscono con il creare confusione e sbandamento nella mente dei più deboli (al di là del livello culturale e professionale) fra i maschi. Aggiungerei che nelle istituzioni educative (la famiglia, la scuola, il consesso civile allargato) non si è ancora riusciti a raggiungere la consapevolezza che la parità dei generi giustamente ricercata a livello legislativo ed istituzionale ha bisogno di tempi lunghi per essere realizzata e le “vicende” traumatiche cui da tempo assistiamo sgomenti ed infuriati sono parte di un percorso che ha tuttavia bisogno di ulteriori sostegni al di là delle giuste manifestazioni pubbliche cui volentieri partecipiamo. La sensibilità non si conquista con le norme legislative ma attraverso percorsi educativi naturali non imposti.

Nel video, un’intervista ad Antonella Cilento sul Seicento al Pio Monte della Misericordia (Napoli, via dei Tribunali 253) dove si trova l’opera di Caravaggio “Sette Opere di MIsericordia”

DOLORI E GIOIE – ritorno nei Campi Flegrei – LUX IN FABULA (prima parte)

Rione Terra 2Rionew TerraAulitto giardinoCORREALE

DOLORI E GIOIE

Era stata una scusa anche abbastanza evidente, quella di chiedere il permesso di pubblicare sul mio Blog alcuni video. Nelle settimane precedenti già in almeno due post avevo utilizzato quel materiale; ma avevo in animo già da qualche mese, da quando ero ritornato sui miei antichi passi, sulle orme giovanili, e si potrebbe dire “per le antiche scale” scomodando Tobino, che tuttavia trattava argomenti un tantinello più seri, di incontrare i responsabili di “Lux in Fabula”, associazione che ha sede proprio lungo le scale delle Rampe dei Cappuccini a Pozzuoli. Di “Lux in Fabula” avevo sentito, dopo le mie prime re-incursioni in terra flegrea, parlare molto bene (e lo avevano confermato i materiali abbondanti e significativi che avevo compulsato ininterrottamente scrivendo su Pozzuoli e la sua storia contemporanea) ma, allo stesso tempo, sentivo dire da amici che, per mancanza di fondi (la sede in cui l’Associazione risiede è in affitto), il rischio di chiusura era incombente. Questa ipotesi mi sollecitava ancor più a prendere contatto con chi in questi anni si è adoperato per costruire e far crescere “Lux in Fabula”. Sono naturalmente curioso ma, in questo caso, avvertivo la profonda necessità intellettuale di incontrare Claudio Correale; un messaggio un po’ ipocrita sulla chat di Facebook “posso utilizzare le immagini del documentario da voi realizzato sul bradisismo del 1970”? E da qui il contatto si è aperto; è arrivata l’”autorizzazione”, ho chiesto di incontrarli e nel giro di poche ore ho anche fissato. Estate 2014, non troppo calda, anzi davvero “irregolare” come tante delle vicende che si accavallano ai nostri tempi; stavolta vengo giù con mia moglie Mariella e ci raggiungeranno poi i figli Lavinia e Daniele. L’estate è quasi sempre avara di contatti umani: di solito le amiche e gli amici rincorrono le loro attività programmate per le vacanze – il mare, la barca, i viaggi. Ma i tempi stanno cambiando e la crisi ci permette di mantenere o riprendere antiche amicizie. E non è un caso che, arrivati sotto il portone freschi di un viaggio che ha avuto i momenti più difficili proprio sulle strade campane e flegree. abbiamo incrociato un amico “storico”, Enzo Aulitto, ed abbiamo cominciato a progettare, come spesso ci è capitati di fare in passato senza entusiasmi da parte mia, consapevole delle distanze e dell’asincronia che costringeva a non impegnarmi. Ma ora abbiamo ritrovato una sintonia diversa; gli parlo di “Lux in Fabula” e dell’appuntamento già preso e lui come al solito rilancia e mi parla di suoi progetti per i quali chiede la mia collaborazione. Ne parleremo. Intanto si fissa per andare da Claudio Correale due pomeriggi dopo…… L’appuntamento con Enzo è nella campagna della casa materna; la presenza della madre è palpabile pur nella sua corporea assenza, ne vedo sul figlio chinato a raccogliere ed ordinare sterpaglie l’ombra eterna, diafana, incorporea ma comunque presente e viva. Filmo le immagini con la mia piccola agile Toshiba sia nel campo disordinato ma fertile (non è dal “caos” che è iniziata la “Vita”?), che per un attimo mi viene da paragonare alla manzoniana “vigna di Renzo” cap.XXXIII dei Promessi Sposi, sia nelle stanze del “Sancta Sanctorum” della produzione artistica nel suo atelier al primo piano. Da lì ci spostiamo a piedi – saranno cinquecento metri tutti in discesa – verso la sede di “Lux in Fabula”. Negli anni precedenti c’ero passato tante volte ed avevo sempre riflettuto su cosa significasse quella scritta su una tavoletta di legno sospesa sul braccio portante di un lampione in una delle curve pianeggianti delle Rampe Cappuccini, presupponendo si trattasse dell’opera di un burlone, non più di questo. Ora sapevo, invece! Si arriva alla porta e si scopre che non esiste un campanello come in tutte le nostre case ma, un po’ all’antica, occorre utilizzare le nocche per annunciarsi. Ci apre una giovane sorridente che sa del nostro appuntamento e ci invita ad entrare. La sede, già dall’ingresso è angusta e vetusta ed è resa ancor più stretta dalla presenza di oggetti vari al di fuori dei mobili già colmi (lo scopriremo dopo) di scatole metalliche contenenti pellicole, oggetti vari utili per lavorare sulle pellicole, strumenti che ricostruiscono i percorsi del pre-cinema. Nella sala principale (presumibilmente un soggiorno), la più luminosa, sedie e tavoli ricolmi di strumenti e di libri con cui i giovani, che poi sapremo impegnati nel “servizio civile”, operano, utilizzando tecnologie moderne per digitalizzare documenti e libri rari mettendoli a disposizione della collettività. Ci accolgono con grande cordialità e ci annunciano a Claudio che dopo pochi secondi è lì con noi. E’ chiaro – almeno per noi – che vogliamo sentire lui, che ci parli dell’Associazione, che ci illustri le attività, dalle più lontane alle più recenti e, soprattutto, ci spieghi quali sono le difficoltà e le prospettive. Claudio è, come tante altre persone e forse più, un fiume in piena nel raccontarci i progetti realizzati e quelli da realizzare ma è anche una persona provata dall’insensibilità (vi prego, cari Amministratori, di credere che vorrei essere smentito!) degli Enti pubblici locali nei confronti del lavoro suo e di tanti giovani cooperanti nel provvisorio “servizio civile”. Il lavoro di “Lux in Fabula” è utilmente sussidiario a quello di un Ente pubblico come un Archivio, una Biblioteca e va difeso e tutelato, soprattutto poi quando alla fin fine ha costi molto limitati. E Claudio, che trovo giustamente “depresso” e demotivato a continuare la sua battaglia in questa realtà, annuncia che quasi certamente si sposterà a Napoli, se la richiesta di essere ospitato in qualche locale dell’ex Albergo dei Poveri andrà a buon fine. Con Napoli ha attivato iniziative in particolare sul “Pre-Cinema” in ambienti prestigiosi come il PAN e “Città della Scienza” e “Lux in Fabula”  è quindi ampiamente accreditata e titolata. Ma a Pozzuoli e nei Campi Flegrei ha costruito un ricco Archivio Audiovisivo e Documentale soprattutto – ma non solo – sugli anni del bradisismo. Gli chiedo di rivederci a breve; Claudio vuole farmi vedere alcune produzioni importanti su Etienne Jules Marey, antesignano del pre-Cinema,  e sui Campi Flegrei ripresi con il supporto di tecniche che utilizzano i droni. Ne parlerò prossimamente.

 
Ho inserito questa riflessione nella serie di “Gioie e dolori” nel far ritorno alla mia terra perché trovo sconvolgente che una classe dirigente sia così miope dal non impegnarsi a valorizzare il lavoro di persone e di Associazioni che si occupano della “memoria” dei nostri territori e costituiscono l’asse portante della Cultura moderna riuscendo ad interessare e coinvolgere realtà anche lontane, ma sensibili e curiose verso la Conoscenza. Bisognerebbe essere in grado di superare le invidie e le gelosie ed osservare senza questi vincoli le diverse realtà operanti; e, per farlo, occorrerebbe guardare questo mondo con occhi primitivi, ingenui e scevri da quelle sovrastrutture che pesano enormemente per consentire a chi si occupa del “bene pubblico” di poter bene operare.

FESTIVAL DELLA LETTERATURA LIBRI DI MARE LIBRI DI TERRA – CAMPI FLEGREI (NA) 26-28 SETTEMBRE 2014

libro di antonella-cilento

 

cilento

 

Questa è solo un’anticipazione; ho finito ieri sera di leggere il libro di Antonella Cilento, “Lisario o il piacere infinito delle donne”. Non mi capita da molto tempo di sentire il desiderio di percorrere le pagine l’una dopo l’altra incuriosito dagli eventi narrati. Il libro è piacevole, avvincente, coinvolgente. E’ una grande gioia per me seguire le storie narrate e sarà un grande piacere poter conoscere l’autrice che dimostra una notevole maestria, portando a compimento le sue “lezioni” di scrittura creativa. Antonella Cilento sarà a Pozzuoli e nei Campi Flegrei (Baia, Bacoli, Fusaro) fra il 26 ed il 28 settembre ospite del Festival della Letteratura organizzato da “Il Diario del Viaggiatore” e da Angela Schiavone.

Nelle prossime ore scriverò una recensione più articolata sull’opera, che consiglio vivamente per la lettura.

reloaded “TERRE(E)MOTI DEL CUORE” – Il racconto del ricordo (sul bradisismo flegreo del 1970 e 1983)

Foto pozzuoli 4   Lux in fabula Rionew Terra Rione Terra 2   Ripubblico un mio articolo pubblicato il 9 giugno u.s. su politicsblog.it per una molteplicità di motivazioni; porre in evidenza alcuni aspetti “positivi” dopo averne elencati negli articoli degli ultimi giorni alcuni espressamente critici sulla realtà flegrea; accennare ad Oscar Poerio che riconobbe l’esigenza di confrontarsi con altre realtà non “viciniori” e venne a trovarmi a Prato; anticipare una mia riflessione “positiva” sull’Associazione “LUX in FABULA” con rilievi critici nei confronti di un’Amministrazione incapace di comprenderne il valore se non con quelle chiacchiere inutili e retoriche che servono solo a far “incavolare” ed amareggiano le persone per bene come Claudio Correale e tanti come lui che si impegnano instancabili (ma fino a quando sopporteranno queste umiliazioni?) a portare avanti progetti importantissimi per la Storia e la Cultura del nostro territorio. I legami con Pozzuoli sono stati, in questi ultimi quaranta anni, essenzialmente episodici. Fondamentalmente ho lavorato con intensità passionale, e ne porto addosso profonde ferite, sul territorio toscano dopo una parentesi veneta che pure ha dato i suoi frutti. Fra questi legami, al di là degli affetti familiari, pongo in posizione prevalente quello con Oscar Poerio che, negli anni Novanta, da Assessore alle politiche Sociali del Comune di Pozzuoli (credo rivestisse anche incarico di vice Sindaco) venne a “studiare” alcuni interventi dell’Amministrazione comunale pratese (allora era, a Prato, Assessore Alessandro Venturi) in materia di edilizia scolastica “primaria”. Oscar notò come da noi in Toscana le scuole fossero state pensate e costruite con delle grandi vetrate che lasciavano intravvedere dall’esterno le attività che si svolgevano all’interno di esse. Non è un caso, dunque, che con Oscar si sia poi mantenuto un rapporto positivo anche se non continuativo ed intenso, e non è un caso che, ritornando di recente più spesso in terra flegrea, è con lui, forse più di altri, che io abbia attivato un legame profondo dal punto di vista culturale. Oscar mi parla dell’Archivio Vescovile e di Città Meridiana; mi parla di un Festival delle Idee Politiche (FIP è l’acronimo identificativo) che, insieme ad alcune amiche ed amici, sta organizzando ed io, che di Pane e Politica oltre che di Cultura ho vissuto finora soprattutto idealmente, accendo su questi temi il mio interesse. Mi piace peraltro questo accostamento a prima vista quasi irriverente fra il sacro dell’ideologia (le Idee politiche) ed il profano del nazional-popolare (Festival). Ed il mio interesse ha radici profonde nell’elaborazione di un Progetto di Sinistra che, partendo dall’esistente, lo superi con una rigenerazione post ideologica che si basi sullo sperimentalismo democratico e sulla mobilitazione cognitiva di cui parla negli ultimi tempi Fabrizio Barca. In effetti mi interessa moltissimo ( I care ) l’idea ma, per una serie di concomitanze, non riuscirò a partecipare. Non rinuncio tuttavia a mandare, via posta elettronica, uno dei progetti su cui sto lavorando. Oscar mi parla anche di un’iniziativa svolta lo scorso anno da Città Meridiana. Conosce la mia passione per il Cinema e per la “documentazione antropologica” e mi accenna ad un filmato, “Sud come Nord” (1957) di Nelo Risi presentato sempre lo scorso anno dalla sua Associazione nel corso di una delle iniziative. Gli dico che non lo conosco, anche se poi, da frequentatore di youtube, ricordo di averlo visto nel mentre ricercavo filmati su Pozzuoli e sull’Olivetti. E poi fa riferimento ad una pubblicazione di cui, dice, mi farà dono. Si tratta di un “percorso nella memoria individuale e necessariamente collettiva riferito agli anni del “bradisismo” (il 1970 ed il 1983). Gli dico di avere già visto di recente alcuni video di “Lux in fabula”, un’associazione molto attiva nel recupero di riprese private e pubbliche audiovisive sul passato flegreo. Riparto per Prato sapendo di ritornare a breve. Ed è così che in questa fine di maggio, dopo l’esaltante vittoria del Centropd, ritornato a Pozzuoli, Oscar e Regina sua moglie, approfittando di una delle mie iniziative, sono venuti a trovarmi. E’ venuto lui; io non sono ancora riuscito ad andare da lui, in Archivio, come più volte ho promesso di fare. E mi ha portato il libro. Il titolo mi colpisce TERREEMOTI DEL CUORE Il racconto del ricordo. CINQUE PAROLE CHIAVE cinque tag fondanti. E dentro nella prima pagina di copertina anche una dedica “significante” che recupera alcuni lemmi e spinge me ad inoltrarmi fra le altre pagine. Ritrovare “fatti, persone e moti del cuore” perché risveglino in me “ricordi mai cancellati”: è questo l’auspicio di Oscar. Con affanno e voracità scorro rapidamente il libro con gli occhi e col cuore innanzitutto alla ricerca di nomi e volti noti collegati ad esperienze comuni, tutte amiche ed amici della “bella gioventù”. Il bradisismo, quello del 1970, sconvolse i nostri destini con una diaspora tentacolare: era, quello, un tempo difficilmente spiegabile a chi soprattutto è nato e vissuto dopo quegli anni. Come si fa a raccontare ai nostri giovani cybernauti e sacerdoti di Android che, per nessun motivo al mondo avremmo avuto modo allora di relazionarci costantemente – come riusciamo a fare adesso – con le amiche e gli amici con cui fin a qualche giorno od ora prima avevamo vissuto gomito a gomito. Anche le diverse lontananze incisero creando storie nuove, nuove amicizie, nuove solitidini e qualche volta nuovi amori. L’evento di bradisismo del 1983 mi ha visto già cittadino di altra Regione, dal 1975 ero andato via da Pozzuoli, dove nel 1972 avevamo festeggiato i 2500 anni dalla sua fondazione, e nel 1983 ho vissuto le “storie”, di cui ho letto nel libro, anche dai racconti dei “miei”, che erano ritornati a Mondragone ma non nella casa dove ero stato con loro nel 1970, quando avevamo abbandonato la nostra abitazione di via Girone soltanto per prudenza. Ma non voglio aggiungere un capitolo al libro che ho trovato estremamente vario e ricco e mi ha consentito davvero di ritrovare in un solo unico contesto quelle sensazioni comuni ma diverse che ciascuno dei protagonisti lì dentro presenti ha vissuto; di ritrovare nomi e volti a volte provvisoriamente dimenticati ma che – ora – vorresti incontrare nuovamente per intrecciare percorsi fertili comuni. Tanti nomi; non posso sceglierne solo alcuni; farei torti incomprensibili, ingenerosi ed ingiusti. Ho una matrice culturale di tipo “antropologico” che mi spinge ad indagare sulle “storie” umane e questa raccolta di “storie” mi ha coinvolto appassionatamente. Non amo da qualche tempo l’approccio meramente politico; lo trovo sempre più arido e colmo di ipocrisie. Ad ogni buon conto concluderei questo “racconto” sotto forma di “commento” (o commento sotto forma di racconto, fate voi!): nel 1972 pubblicai, a mie spese, un lungo racconto accanto ad uno breve, bellissimo ed intenso, del mio amico Raffaele Adinolfi. Era, quello mio, un racconto anomalo fatto di un pretesto di partenza (un breve viaggio a Ponza) ma con una lunghissima serie di rimandi “logici” (per me lo erano di certo, per gli altri ho qualche dubbio lo fossero). In una di queste pagine c’è la mia “memoria” di quel distacco del 1970. La prima parte del documentario sul 1970 a cura di “Lux in Fabula”, su youtube troverete anche le altre   Lux in fabula    

DI NUOVO GIOIE E DOLORI

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DI NUOVO GIOIE E DOLORI
Ritornare nei Campi Flegrei, che sono la mia terra, è fonte di grande piacere e riproposizione di immensi dolori. Il piacere di percorrere una terra piena di Storia, di Cultura, di Arte e di Amore; il dolore per dovermi rassegnare dopo quaranta anni di assenza a verificare che nulla è cambiato e che, pur operando un calcolo di costi e ricavi, i risultati tendono al negativo. . Non vorrei sentirmi accusato di aver abbandonato queste terre rinunciando a cambiarne in senso positivo il corso della sua civiltà; non ho una statura così elevata da essere titolato a realizzare tali “miracoli” ed in risposta a questi rilievi, che a volte ho avvertito – in senso generale – espressi con profonda ipocrisia e, forse, malafede, vorrei alzare il tiro avanzando una proposta molto alta ed importante: perché non provare a portare a valore, come rendita a cui attingere proposte ed idee, proprio le esperienze formative di tipo professionale ed amministrativo che i tanti figli (donne ed uomini) di questa terra hanno accumulato negli anni lontano da essa. Come e cosa fare non spetta di certo a me dirlo; anche perché non è più il tempo di operare da soli, non c’è più spazio per posizioni leaderistiche, autopromozionali ed autoreferenti. Occorre lavorare in equipe: lo dico anche ai miei amici che si arrendono troppe volte ad essere isolati mentre occorre rispondere con generosità ed apertura inclusiva anche a coloro che ti snobbano, spesso per paura o per avvertenza dei propri limiti.
Ma, come ho detto nel post dell’altro ieri, non intendo soffermarmi soltanto sugli aspetti negativi ed, avendo conosciuto una vivacità culturale straordinaria della quale sono protagoniste soprattutto le forze giovani, ne ho già parlato in altri post (“La prima cosa bella” innanzitutto!) e continuerò a parlarne. Ma avviamoci sui crinali degli elementi negativi, che non possono essere taciuti. Accennavo a posizioni prevalenti di alcuni Gruppi che si occupano di Cultura e che non si aprono alle contaminazioni positive; spesso si assiste a reciproche esclusioni per cui molti sforzi che potrebbero fornire risultati eccellenti finiscono per navigare nella mediocrità o nella stretta sufficienza. E questo è un difetto grandissimo soprattutto in tempi di “vacche magre” come i nostri. E, poi, vi sono innumerevoli incertezze in relazione agli spazi da riservare alla Cultura; c’è uno “spreco” di risorse e di tempo sia per le vicende del complesso “Toledo” (alcuni spazi interni al Palazzo sede della Bibilioteca, come quelli “aperti” adiacenti alla proprietà Falanga (?!?) sono ricettacolo di erbacce frammiste a reperti archeologici abbandonati dentro cassette di plastica accumulate l’una sopra l’altra; la Torre che era stata restaurata ed era pronta ad un uso incerto risulta essere abbandonata dopo il passaggio di vandali); c’è uno spreco di risorse ed un’incertezza sull’utilizzo futuro nella parte già restaurata del Rione Terra, a partire dal Palazzo De Fraja Frangipane; c’è un altro spreco di spazi rappresentato dal Mostro di cemento ex Vicienzo ‘a mmare sul cui futuro si addensano nubi minacciose (perché non riproporne un restauro che riporti la struttura nella forma che aveva negli anni Sessanta così come si vede dalla fotografia allegata?). E, poi, un nuovo aspetto negativo che si insedia su una positività è rappresentato dall’incuria, dovuta ad una scarsa manutenzione, in cui versa il bellissimo Lungomare Yalta. Altro elemento negativo molto importante che è da addebitare a responsabilità vicine e lontane da parte della Politica locale è la non utilizzazione delle risorse naturali geotermiche di cui la Natura ha fatto dono a queste nostre terre: gli stabilimenti termali che fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso risiedevano a Pozzuoli sono progressivamente scomparsi e l’ultimo, a parte le Stufe di Nerone che sono a Lucrino e che godono di buona salute, vive a stento (le Terme Puteolane in Corso Umberto I che sono state pochi giorni fa funestate da un crollo). Eppure la Storia ricorda che Pietro da Eboli, uno dei grandi collaboratori di Federico II di Svevia, il grande Imperatore laico, aveva scritto “De balneis puteolanis” un vero e proprio trattato sugli effetti benefici della geotermia. Non sarà un caso che l’ unica struttura funzionante (a parte le Stufe di Nerone di cui parlerò in altro post) in tal senso è condotta da “privati” cui deve essere data grande riconoscenza: si tratta del complesso “La Solfatara”. Ecco, questo può essere un elemento positivo da prendere in considerazione: si tratta di un luogo molto frequentato da turisti provenienti da ogni parte del mondo. Eh sì, i turisti! Ci vuole un bel coraggio ad avventurarsi fra difficoltà infrastrutturali e fregature varie; qui l’Amministrazione comunale ha delle grandi responsabilità: perché, ad esempio, non forma il Corpo della Polizia Municipale pretendendo da loro la conoscenza perlomeno di una lingua straniera (l’inglese soprattutto) e di un’adeguata preparazione per fornire le informazioni minime indispensabili a chi, italiano o straniero, transiti per i nostri luoghi? Chi opera al pubblico in qualsiasi sede dovrebbe – in particolar modo le “nuove leve” – essere in grado di svolgere funzioni rassicuranti per tutti. E, poi, vogliamo chiederci una volta per tutte come mai il turismo preferisce sempre più mete estere come la Croazia, il Portogallo, la Grecia, la Turchia? E’ solo per moda? O perché esiste un rispetto più elevato degli standard minimi di accoglienza per chi si reca in vacanza?
Ahimè, intendevo parlare degli aspetti positivi ed ho posto in evidenza ancora quelli negativi; ma… se osservate fra le righe ci troverete tanti elementi su cui riflettere e da cui prendere il via. Suvvia, parliamone!
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“LA VITA E’ SOLO SOFFERENZA! ma allora fate in modo che cessi la vita che è solo dolore !” (F.W. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”

“LA VITA È SOLO SOFFERENZA! MA ALLORA FATE IN MODO CHE CESSI LA VITA CHE È SOLO DOLORE!”. (F.W.Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”)

di Federica Nerini

Federica Nerini

La sofferenza è la più sublime condizione dell’anima. Uno degli enigmi più difficili ed irrisolvibili per l’uomo come singolo e come umanità è la “conoscenza della coscienza”, ossia il diventare “autocoscienti”. Quando nell’uomo si riesce a raggiungere quel rafforzamento quasi orgiastico della autocoscienza , in cui c’è il contatto sensoriale con l’anima e l’essenza in sé? In quei minuti si ha una delle più alte avventure, perché si ha l’estrema consapevolezza della presenza del nostro essere come sofferenza. Sono istanti memorabili in cui i sentimenti, le passioni, le paure, i rimpianti, le colpe, le tenebre, gli sforzi e gli avvenimenti vissuti ti passano accanto senza poterli sfiorare. È un “momento in cui si può dare tutta la vita”. In altre parole, la coscienza non appartiene all’esistenza individuale dell’uomo, ma alla sua natura; quindi se il genere umano è per natura dolente, significa che la sofferenza è la via per arrivare all’autocoscienza, e all’oggetto cardine della coscienza: “la conoscenza di se stessi”. Comprendere se stessi attraverso le atrocità della vita è un modo per elevarsi e nutrirsi di anima propria. La sofferenza è una delle cose più straordinarie che Dio ci abbia mai dato, grazie ad essa diveniamo consapevoli della nostra esistenza. “Io soffro, quindi esisto”, questo è il nuovo mantra che dovremmo incidere sopra gli usci delle case! Raggiungeremo l’elevazione di noi stessi!
Noi cerchiamo spudoratamente di “attendere il tempo”, poiché prima o poi “qualcosa deve pur arrivare”, qualcosa di evangelico, surreale ed incredibilmente onirico. Siamo schiavi della “sorpresa” tiranneggiante, ma l’uomo non sa che la sorpresa è soffocata da due forze inscindibili ed ambivalentemente affascinanti: “il bene e il male”. Quando si è presi dalla sorpresa si abbandona la monotonia vitale, quella che frequentiamo assiduamente ogni giorno (che genera convenienza e sicurezza), e captiamo la “felicità” o la “sofferenza” del cambiamento generato dall’ indesiderato. È una formula triste e sconsolata quella a cui assistiamo, come quando si osserva in un lungo viaggio un rudere vecchio ed abbandonato; veniamo assaliti dalla melanconia se pensiamo che quest’ultimo prima era un nido familiare, magari vissuto fino all’ultimo mattone e abitato dal tedio giornaliero, forse in un’altra vita…
Felicità e sofferenza sono medicine per malati ingordi ed incurabili: “Solo attraverso la sofferenza si può conoscere l’epifania labile della felicità”. Nietzsche aveva ragione in “Al di là del bene e del male”; infatti la passione per l’ “eudemonia” e la sua incredibile scoperta, si può avere solo attraverso la “conoscenza della sofferenza in tutta la sua essenza”. Nella “Gaia Scienza” egli afferma con estremo zelo: “Sicché oggi, anche troppo volentieri, (gli uomini) sono ormai disposti a sospirare e a non trovare più nulla nella vita, nonché a guardarsi l’uno nell’altro con aria afflitta come se questa vita fosse assai pesante da sopportare. In verità, essi sono enormemente sicuri della loro vita e di essa sono innamorati, e sono pieni di indicibili astuzie e sottigliezze per spezzare quel che non fa piacere, e togliere al dolore e all’infelicità la loro spina. Mi pare che si parli sempre in modo esagerato del dolore e dell’infelicità”. Queste parole possono penetrare l’anima disturbata di qualunque uomo afflitto, sono come fulmini potenti che illuminano l’Olimpo della ragione. I decibel dei tuoni percuotono in frequenza, e sono come sincopati dal ritmo armonico dalla caduta delle lacrime salate: tutti soffrono vivendo.
Allora come faremo noi a cogliere l’attimo e a sfuggire ad un’esistenza che è solo dolore? Utilizzando la “vita come mezzo della conoscenza”: con questo principio nel cuore si può soltanto valorosamente, ma perfino gioiosamente vivere e gioiosamente ridere! Anche se non sappiamo niente della guerra e della vittoria. Si deve imparare ad amare, a soffrire, a vivere e morire, altrimenti non c’è verso. Perché mai dovremmo accettare la nostra vita dissolutamente infelice fino allo stato cronico, aspettando l’ora maligna in cui cambia la “bonaccia” salvifica?
Spinoza diceva: “Non ridere, non piangere, né detestare, ma comprendere!”. Poiché “il comprendere” (ossia, l’ “intelligere” in latino), racchiude in sé con tutto il suo splendore e in maniera straordinariamente evidente i tre verbi all’infinito precedenti. La conoscenza è la forza assoluta per “imparare a vivere”, altrimenti l’ignoranza si impadronirà dei nostri pensieri fino a delirare! L’ignoranza è il più grande male! È questo “intelligere” la summa di tutti i flussi e gli impulsi che il mondo abbia mai creato. Soprattutto attraverso la conoscenza, impariamo ad amare tutte le cose che abbiamo amato fino ad ora, perché le abbiamo prima comprese ed “esplorate con le vele a mezz’aria”, e poi amate. Però purtroppo, un’ enorme passione per la cosa o persona amata porta ad una sofferenza latente e ad una infelicità irrisolta, e solo Dio sa il perché… Si deve imparare da tutto, anche dall’amore. Allora, come affermerebbe Nietzsche: “questo dovrebbe avere come risultato una felicità di un Dio colmo di potenza e di amore, di lacrime e di riso, una felicità, che come il sole alla sera, non si stanca di effondere doni della sua ricchezza inestinguibile e li sparge in mare, e come il sole, soltanto allora si sente assolutamente ricca, quando anche il più povero pescatore rema con un remo d’oro!”. Questo sentimento è la felicità? No, è l’ “umanità”, ed è più grande di qualunque sofferenza. Dovremmo comportarci come i grandi “uomini giapponesi” verso chi ci ferisce. Questi ultimi, quando ricevono un oltraggio si squarciano il ventre di fronte al nemico che li ha offesi, dicendo: “Solo io ho il diritto di farmi soffrire!”. Noi di fronte alla nostra sofferenza urleremo con “voluttà e peccato”: “Non hai il diritto a non farmi vivere!”.
Forse noi dovremmo trascorrere ogni giorno, vedendo la nostra storia con gli occhi di un condannato a morte che poi verrà graziato solo nell’ultimo istante, così vivremo la nostra vita “tenendo conto”, afferma Dostoevskij di “ogni minuto”, sebbene si perdano degli “istanti preziosi” sempre. Negli ultimi cinque minuti prima dell’esecuzione capitale dovremmo esaltare l’intera nostra essenza esistenziale: due li utilizziamo per salutare i nostri pensieri più sofferti ed irrisolti; gli altri tre li lasciamo per noi, sì, solo per noi stessi, perché dovremmo pur pensare alla nostra colpevole esistenza! Ma se noi siamo dei lestofanti destinati alla gogna, allora la vita è un palcoscenico tetro in cui si recita la ripetitiva ed indomata “tragoedia” latina? Che tristezza, viviamo saggiamente! Così se in un giorno lontano mi urleranno: “Sei felice?”; io risponderò: “Non lo so, devo aspettare i miei ultimi cinque minuti!”.
Una volta caduti nell’abisso crudele della sofferenza, bisogna rialzarsi attraverso una rinascita dei sensi e del corpo. Solo la “speranza” ci può far vivere felice! Questo è il concetto preponderante per ricoprire degli istanti di una vita beata e serena. Ringrazio il mio chirurgo, colui che mi ha operato d’urgenza: Diego Cuccurullo. Poiché a volte la tua esistenza ti offre dei fiori che prima o poi devi cogliere ed adorare. Io sono ancora qui.

Sofferenza

GIOIA E DOLORE ( ritornando a Pozzuoli )

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San Celso, vista da Via Pesterola
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La gioia del ritorno ed il dolore nel vedere che (quasi) nulla è cambiato!
Ritornare nei Campi Flegrei, che è la mia terra, dopo tanti anni di “esilio” lavorativo durante i quali non sempre avevo voglia di riannodare antichi rapporti e costruirne di nuovi ad ogni mio ritorno, preso – come di norma deve essere – da affari piccoli e grandi di “famiglia”, deve essere un “piacere”. E, per tanti motivi, di cui ho già più volte parlato, soprattutto afferenti alla vivacità culturale che vi si respira, un “piacere” lo è. Ma qui, oggi, ahimè, voglio affrontare gli aspetti negativi collegati all’incuria che permane diffusa su tanta parte del territorio e che non può essere sempre e solo accreditata allo scarso senso civico della gente “comune” ma va assegnata alla classe dirigente politica ed amministrativa di questo paese, che troppe volte ritiene di poter rappresentare la propria città solo attraverso momenti di esteriorità mondana arricchiti da sermoni accattivanti e solenni che si mantengono lontani dai problemi della gente e soprattutto dalla dilagante maleducazione travestita da aspetti etnici.
Parlo di Pozzuoli. Ci ritorno più frequentemente e riesco a cogliere alcune piccole trasformazioni positive che tuttavia finiscono per scomparire di fronte al peggioramento (negli anni Sessanta e Settanta della mia adolescenza molti aspetti di sciatteria e maleducazione venivano già denunciati) del livello educativo soprattutto nei rapporti sociali. Alcuni di questi difetti forse appartengono al “mondo” ma dalle nostre parti si avvalgono di molti “bonus” peggiorativi. E le Amministrazioni si impegnano, con la loro assenza o con la loro presenza a facilitarne la diffusione. Comincio con un esempio: inizio Agosto, torno a Pozzuoli con l’auto (per fortuna, in autunno ci ritornerò con il treno); risparmio i lettori dall’accanirmi verso i colleghi conducenti che mi hanno accompagnato llungo la Tangenziale (un miglioramento c’è, ma è dovuto alle multe salatissime comminate ai “piloti” di Formula 01 che zigzagavano imperturbati fra gli inermi timidi conducenti rispettosi dei limiti e dei vincoli civili) ma, usciti a via Campana, imbocco la rotonda che mi fa tornare indietro verso la variante Solfatara. Che dire? Sono esterrefatto dalla grande confusione della segnaletica di fronte ad un Progetto che sicuramente ha grande valore ma che evidenzia in questa fase l’incapacità (perlomeno l’incapacità) di far interloquire amministratori e progettisti, progettisti e realizzatori: la “logica” acclarata dai fatti è che si deve procedere in una direzione che viene negata dalla segnaletica per cui procedendo si corre l’enorme rischio di incontrare una vettura di fronte che vanti i medesimi tuoi diritti. Mentre procedo a tentoni (le indicazioni sono carenti e testimoniano sciatteria ed incuria di chi deve amministrare, cui tocca il compito di verificare “scientificamente” – ma forse è chiedere troppo! – sulla carta e sul terreno le modalità di attuazione dei Progetti, ancor più in una strada ad elevato scorrimento come quella di cui si parla) e riesco a sfangarla indenne noto poco più avanti uno strano individuo davanti ad un cassonetto della spazzatura estrarre dal cofano della sua auto e riversare in quello ogni ben di Dio, ivi compreso un televisore maxischermo che certamente non era funzionante. Non doveva essere il primo visto che i cassonetti erano già stracolmi grazie alle “donazioni” di altri “passanti”. Mi sono chiesto quali motivi potessero condurre a tale gesto e sono addivenuto al numero di tre: ignoranza, maleducazione, strafottenza. A pochi metri dal “fattaccio” c’è una splendida isola ecologica in via Vecchia delle Vigne e poi si può contattare direttamente chi si occupa di “RIFIUTI INGOMBRANTI” ai numeri di telefono 0813009111 e 0813000023 o su Internet consultare il sito http://www.elenchi.com/aziende/manutencoop-facility-management-spa-pozzuoli
Dimenticavo di aggiungere che il giovanotto che ha commesso il “reato” se denunciato con documentazione fotografica dovrebbe essere perseguito dall’Amministrazione. A Prato, dove io abito, chi si permette di trasgredire viene redarguito dai cittadini ma perseguito a dovere dalla pubblica Amministrazione. In tutta evidenza ci sono più Italie ed a me dispiace constatarlo. Tuttavia allo stesso modo andrebbero redarguiti e sanzionati quei Dirigenti ed Amministratori “incapaci” di compiere il loro dovere. E non è consolazione per me giustificarsi con “Il pesce puzza dalla testa” perché lo Stato è un “corpus” unico nel quale i diritti ed i doveri di ciascuno devono trovare la loro realizzazione. PURTROPPO non è finita qui! Ma toccherò anche elementi “positivi” che appaiono evidentemente tali a chi, come me, ritorna; mentre sembra che chi su quella terra “felice” vive da anni non se ne accorge o “NON” se ne vuole accorgere (il rapporto con la Cultura mette – forse – in evidenza le contraddizioni?).