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UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984 Parte 4 (per la terza parte vedi 12 luglio)

UN PROGETTO PER IL CINEMA 2 gennaio 1984
Parte 4

Ne deriva che non vi è alcun bisogno comprovato di aprire una nuova sala cinematografica, che affronti in maniera banale e solita la gestione della sua programmazione, riuscendo anche, perché non augurarcelo, ad ottenere un certo successo quanto all’affluenza del pubblico e, di riflesso, alla generosità degli incassi, ma senza fornire alcuna risposta seria ed adeguata alle attese nuove che un pubblico più studiato da vicino, maggiormente coinvolto e stimolato ad esprimere le proprie esigenze, i propri interessi culturali, potrebbe mettere in evidenza con laggiore forza e chiarezza che nel passato.
Due livelli di proposta
Esistono dunque due livelli di intervento: il primo che chiameremo “minimo” si potrebbe identificare, ad esempio, con il “BORSI d’essai” e, peggio, con una sla di tipo parrocchiale, dove unico interesse imperante è programmare, anche se lo si fa in maniera soggettivamente intelligente e funzionale ad un proprio progetto di intervento; il secondo che chiamremmo “massimo” dovrebbe invece comprendere una forma culturale più complessiva, aperta alle istanze ed alle sollecitazioni esterne, quando esse si caratterizzino particolarmente per essere interessanti dal punto di vista sociale e politico e legate ad uno specifico intento culturale, soprattutto nel quadro di interventi di educazione permanente rivolti ai più diversi soggetti sociali (studenti, operai, giovani e giovanissimi, anziani, etc…); occorre altresì essere capaci di creare un centro di studi cinematografici che abbia anche la possibilità di fornire materiali filmografici e critici di prima mano e che sappia diffondere, oltretutto, il gusto e la passione per l’arte cinematografica, riuscendo a diventare centro di raccolta e di diffusione delle iniziative più importanti e culturalmente più convincenti. E’ a questo ultio livello di intervento cui il nostro gruppo deve pretendere di pervenire, non può accontetarsi di raggiungere l’obiettivo “minimo”. Certamente, non intendo nè trovare la soluzione della crisi cinematografica, nè assumere il compito di insegnare agli altri come si fa a costruire e sorreggere l’attività di un circolo di cultura cinematografica che funzioni; intendo solamente “sfondare porte aperte” che molti non riescono a vedere e spero non siano un semplice e personale miraggio; cioè vorrei capire e ricercare insieme a voi, come si è già da qualche tempo, ma sporadicamente e disorganicamente, cominciato a fare, come si può e si deve lavorare per ottenere risultati dignitosi ed interessanti in un circolo di cultura cinematografica, ben altro dunque rispetto a tutto quello che finora è stato fatto dalle nostre e dalle altre Associazioni qui a Prato.
Potremmo accennare anche, e perché no, ad un progetto “intermedio”, ma forse non ne vale la pena, soprattutto perché mirare al progetto “massimo”, che comunque potrebbe essere utopistico, ci garantisce parzialmente nella convinzione che, vada come vada, si potrà pervenire ad una posizione “media” del tutto nuova, anche se non ottimale, in questa nostra realtà.
Le “assenze”
Occorrebbe dunque “in primis” innestarsi sulle cosiddette “assenze”: ne ho voluto evidenziare cinque, ma possono essere nè così tante nè così poche, sarete voi a confermarlo. Le assenze: un problema che pomposamente ed in maniera particolarmente ristretta si potrebbe chiamare “di scenario”. Uno scenario molto poco esaltante, in verità leggermente squallido e deludente.

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Il 23 luglio del 2014 scrivevo AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)

Oggi 23 luglio 2020 ripropongo un mio post del 23 luglio 2014

Il 23 luglio del 2014 scrivevo

AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)
Estate del 1992. Sono a Forlì in un caldo giugno impegnato in Esami di Maturità come Commissario esterno di Italiano e Storia. Campionato di calcio europeo senza l’Italia. La famiglia è a Riccione in una residenza che chiamiamo “casetta Ariosa”. Di mattina mi sveglio presto e prendo il treno; con me ho una borsa capiente per i documenti ed un piccolo registratore portatile con alcuni nastri musicali. Ho stretto un impegno, con il Comune di Prato, che ho chiamato “Laboratorio dell’Immagine” e da alcuni anni ho prodotto materiali audiovisivi coinvolgendo gli studenti di alcuni Istituti medi superiori nell’ideazione, scrittura e realizzazione di video; ne abbiamo prodotti già tre: “Capelli”, “L’ultimo sigaro” e “I giorni e le notti – parte prima”. Con gli studenti abbiamo discusso anche quest’anno, dopo una parte teorica, ma non sono venute idee particolarmente brillanti; tuttavia da parte dell’Assessorato alla Cultura, che si occupa anche dell’Educazione per gli Adulti, è venuta una sollecitazione a collegare l’impegno produttivo del Laboratorio a quel settore. A maggio mi è stato dunque chiesto di lavorare su dei prodotti che pubblicizzino i Corsi di Educazione degli Adulti che il Comune sta attivando per l’anno scolastico 9293 ed è logico che debbano essere preparati ed approntati per settembre. Ma non c’è nulla di pronto e, dunque, devo pensare a cosa proporre. Ho in mente qualcosa che si colleghi ai miei amori…cinematografici; penso in particolare a Francois Truffaut e ad uno dei suoi film, “L’uomo che amava le donne”.

 

Truffaut

 

 

E’ un film del 1977, nel quale un ingegnere di Montpellier è attratto dalle donne, in particolar modo dalle loro gambe. “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.” dice e poi: “Per me non vi è nulla di più bello che guardare una donna mentre cammina purché sia vestita con un abito o con una gonna che si muova al ritmo del suo passo”. Ecco: il ritmo! Immaginavo infatti due giovani, seduti sugli scalini del Duomo di Prato mentre fumano e bevono qualcosa che loro aggrada, nell’atto di osservare seguendole, accompagnati da una musica che arrivi a loro attraverso un auricolare, gambe di donne che circolano davanti ai loro occhi. Una battuta potrebbe suonare così chiudendo lo spot: “Voi, non fate come loro, non indugiate: iscrivetevi ai Corsi di Educazione degli Adulti organizzati dal Comune di Prato”. L’idea c’è, un invito a non perdere tempo, a non bighellonare; manca la musica adatta. Sono sempre stato maniacalmente portato a scegliere musiche “speciali” per i video che ho prodotto. E non è affatto il caso di smentirmi: e dunque ascolto di continuo musiche, le ascolto e le riascolto, soprattutto nei tempi morti; soprattutto quando mi tocca attendere i treni, notoriamente non sempre puntuali. Ed allora, mentre osservo varie gambe femminili nel loro movimento inserisco “varie” colonne sonore che aspirano a diventare “la colonna sonora” di quello spot che ho immaginato. “It’s a jungle out there” cantata da Bonnie Tyler è la prescelta. Provate anche voi ad ascoltarla mentre osservate gambe di donne che si muovono davanti ai vostri occhi e fatemi sapere se siete d’accordo. Il video funziona; così come funzionano gli altri spot per i quali penso di utilizzare musiche meno ricercate. In uno coinvolgerò alcuni studenti del corso serale dell’Istituto “Dagomari” (a quel tempo era ancora in viale Borgovalsugana 63); in questo caso il messaggio partirà da una realtà positiva: i protagonisti hanno già scelto e bisogna fare “come loro”! In un altro spot protagonista è una casalinga annoiata che trascorre il suo tempo bevendo alcoolici mentre in poltrona con un telecomando nervosamente fà zapping fra programmi televisivi di scarso valore: in questo caso siamo tornati ad un punto di partenza “negativo” e ad un invito in “positivo” a non ingaglioffirsi davanti alla tv. Il quarto spot si svolge in una realtà bucolica un po’ paradossale; i protagonisti sono galline e pulcini cui sovrintende un gallo sotto l’occhio stanco di un cane da caccia affacciato alla sua cuccia. Il tutto avviene in un vecchio cascinale storico ed il messaggio parte dalla consapevolezza che “loro” (gli animali) non potranno iscriversi ai corsi ma, ed ecco il gallo che “canta”, è il momento di darsi una mossa per tutti gli altri. Gli spot sono dunque pronti nella loro ideazione; occorre realizzarli. Lo farò fra luglio, al ritorno dagli Esami, e agosto con i pochi allievi disponibili. Ma spero che siano un successo. Era l’estate del 1992.

UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – sesta parte per la quinta vedi 10 luglio

UCCA 1985 – PROGETTO DI ATTIVITA’ dell’ UCCA Prato Firenze martedì 23 aprile 1985 – sesta parte per la quinta vedi 10 luglio

Per quanto è legato all’alfabetizzazione degli allievi si possono avanzare più proposte: quella fra tutte che ci convince maggiormente è la costituzione, laddove questo sarà reso possibile dalla volontà congiunta degli operatori culturali e degli amministratori locali, di Laboratori dell’Immagine, con lo scopo di sensibilizzare i giovani ad una conoscenza del cinema non solamente a scopo culturale, ma anche con una funzione di primo approccio alla padronanza delle tecniche di realizzazione. In questo campo la nostra esperienza toscana è molto ricca ed è provvista di validi elementi, nonchè acquista un certo interesse la presenza ll’interno del nostro Coordinamento del responsabile nazionale dell’alfabetizzazione e della formazione, che fra i principali obiettivi enunciati nel documento presentato all’Ufficio di Presidenza nazionale ha inserito dandovi rilievo proprio la costituzione di Laboratori dell’Immagine sul territorio nazionale, tenendo comunque ben presente la realtà toscana.
Nella scuola, con diversificazioni legate alle fasce d’età ed al grado di istruzione, il nostro intervento per gli allievi sul piano culturale sarà impostato su piani diversi, comprendendo un approccio iniziale sulla lettura dell’immagine filmica, fatta tramite la presentazione di grandi capolavori del cinema di tutti i tempi; inoltre va considerata con molta attenzione la conoscenza delle varie fasi di realizzazione di un film, acquisita attraverso l’incontro con i tecnici (sceneggiatori, scenografi, fotografi, montatori, ecc…). proporremo ai Territoriali la realizzazione di corsi che tengano presente come oggetto i vari aspetti della Storia del Cinema (i periodi – i generi – gli attori – i registi – le nazioni e le scuole), così come presenteremo un progetto dedicato agli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori di secondo grado, che abbia come scopo quello di costituire un supplemento di preparazione all’esame di maturità e che veda l’elemento filmico abbianto all’intervento critico sia storico che letterario, senza che esso abbia una funzione di predominanza su questi ultimi, cercando però di non cadere nella banalità e nell’ovvietà o nella ricerca di un’originalità a tutti i costi. Un’altra proposta da collegare al mondo della scuola è relativa alla scomposizione del film: si prende un film e lo si suffivide nelle varie fasi, utilizzando testimonianze dirette e foto di scena, con il fine ultimo di realizzare una mostra visiva del percorso di un film, tenendo quindi presenti tutte le problematiche connesse alla costruzione della narrazione filmica.
b) Nel settore delle rassegne, le proposte che io farò sono da considerarsi comunque “aperte” (d’altra parte anche quelle precedenti sull’alfabetizzazione e formazione sono da considerarsi tali) e cercheranno di non essere vaghe ma di apparire in generale “orientative” oltre che concrete. Dobbiamo essere in grado di proporre alle realtà territoriali delle rassegne, attivando nell’ambito locale una serie di stimoli che invoglino i nostri operatori culturali a realizzarle poi in maniera autonoma. Io penso alla possibilità che esperienze particolarmente interessanti, come quelle di Empoli intorno al cinema francese, debbano vedere da parte nostra una sorta di collaborazione e di “sponsorizzazione” culturale. Non possiamo limitarci ad accettare esclusivamente rassegne importate dalla struttura nazionale (vedi Cinema svedese, Fassbinder, e Pasolini), anche se il giudizio su quelle proposte è ben più che positivo.

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SCUOLA disastro prossimo venturo

il ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti al Miur durante  presentazione terza edizione di Fiera Didacta, Roma 19 settembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI
il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti al Miur durante presentazione terza edizione di Fiera Didacta, Roma 19 settembre 2019. ANSA/GIUSEPPE LAMI

21 luglio ’20
Perchè la Scuola sarà il banco di prova generale per la vera tenuta del Governo? C’è una profondissima inadeguatezza a fronteggiare la complessità degli effetti del tutto prevedibili della crisi pandemica. Lo avevamo detto più volte e sarebbe stata un’ottima cosa da parte del Governo Conte, quello giallo rosso, saper riconoscere i limiti attribuibili soprattutto agli errori del passato ed alla dabbenaggine di una parte considerevole del quadro politico istituzionale governativo – fin troppo ideologica pur nella contraddizione delle consuete e perduranti affermazioni post-ideologiche – e qui mi riferisco in particolare al Movimento 5 Stelle incapace di rapportarsi alla concretezza. Eppure, l’occasione paradossale del periodo pandemico, con il suo condizionamento, il suo sottinteso invito verso la “riflessione” non è stata colta, nemmeno “al minimo”, da parte di un ceto politico in gran parte “incolpevole” dello stato di degrado del mondo della scuola. In alcuni miei post ho rilevato, e continuo a farlo, come la responsabilità dei gravi problemi che “oggi” al vaglio delle difficoltà dell’emergenza sono apparsi pur nella forma di “iceberg” per cui affiorano solo gli aspetti più eclatanti, è da addebitare perlomeno alla fase ventennale del berlusconismo ed alla pur breve parabola renziana (ricordate i tagli e gli attacchi al mondo della scuola ritenuta troppo democratica e le “visite” renziane all’avvio della sua legislatura?). Tuttavia, dalla non colpevolezza si passa alla irresponsabilità allorquando, sottovalutando la conoscenza del percorso storico del mondo della scuola italiana (o ignorandola), si ometta la sacrosanta denuncia delle colpe recidivanti del mondo politico italiano degli ultimi trenta-quaranta anni, da quando cioè hanno prevalso i sostenitori dell’apparenza a svantaggio di quelli dell’essenza. Grandi responsabilità ha avuto il Centrosinistra, incapace di dare una svolta virtuosa al mondo della Cultura e della Conoscenza, che ha continuato ad essere ingabbiato in modelli utilitaristici a favore della Finanza e del profitto.
Non aver compreso – o forse colpevolmente ignorato – tutto questo finirà per decretare una ulteriore serie di sconfitte democratiche pericolosissime per il sistema, sulle ceneri del quale alle nuove generazioni, che purtroppo appaiono inevitabilmente condizionate da quei perniciosi modelli (vedi “le Sardine”), dovrebbe – ahimè – toccare il compito di riprendere un cammino civile.

Ritornando ovviamente a trattare su quel che si dovrebbe fare e non si fa, a me dispiace “sentitamente” dover alzare critiche verso questo Governo: la Ministra Azzolina mostra fin troppa sicurezza (è mal consigliata?) e sembra voler continuare a dire che “Andrà tutto bene!”. Di sicuro molti lo dicevano a scopo terapeutico, qualcuno lo pensava davvero (poveri illusi!), altri lo ripetevano così per dire. Ma il tempo in cui “Tutto dovrebbe andar bene!” è scaduto o sta per scadere e non sono alle viste situazioni rosee, non solo per l’Economia del Paese cui molti dedicano continui “De profundis”, ma in modo concatenato anche la Cultura e la Conoscenza e con queste la Scuola vivrà tempi difficili, ancor più di quanto già prima del Covid19 soffriva.
Meglio sarebbe, ma ho timore che “oggi” sia già troppo tardi a far retromarcia, alzare il tiro e mirare con oculatezza verso i veri responsabili di quel disastro: oltre Berlusconi, anche la Lega che ha organicamente fatto parte dei governi di Centrodestra, e i Governi del Centrosinistra che hanno proceduto a tagli poderosi su corpo vivo della Scuola, ignorando le disfunzioni strutturali e ribadendo oltre misura la riduzione degli interventi economici con tagli progressivi ed aumento del numero di allievi per classe.
Il Ministro continua a dire che tutto funzionerà a meraviglia e si fa forte di alcune situazioni “modello” che ben poco hanno a che vedere con la stragrande maggioranza delle altre realtà sparse su un territorio molto vasto e variegato dal punto di vista socio economico.

per intero “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut Intorno alla Nouvelle Vague

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su “La pelle e l’anima” – Astruc, Bazin, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, Truffaut
Intorno alla Nouvelle Vague

Una delle mie passioni cinematografiche è stata quella per la Nouvelle Vague, il Free Cinema ed il Nuovo Cinema Tedesco. Da giovane, la mia voglia di indagare, scoprire, essere disponibile alla contestazione ma attento anche alla riflessione, mi spinse verso i movimenti cinematografici giovanili e sperimentali, ma anche narrativi. E fu così che mi accostai al cinema di Truffaut e Godard, a quello di Lindsay Anderson e di Karel Reisz fino a Wenders, Herzog e Fassbinder. La passione si affinò nel periodo “feltrino” a contatto con alcuni studiosi del Cinema, dal collezionista cinefilo Carlo Montanaro al prof. Antonio Costa alla docente di Cinema Cristina Bragaglia ai critici cinematografici come Maurizio Grande, Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini, che avevano appena contribuito in prima fila alla redazione della “Storia del Cinema” a cura di Adelio Ferrero per la Marsilio Editori.
Una volta trasferito in Toscana alla fine del 1982, tra Prato, Firenze ed Empoli proseguii a coltivare la mia passione.
Alcuni aspetti della mia presenza a Prato in quei primi anni sono già stati oggetto di analisi su questo Blog (il lavoro nell’ARCI, l’attività cinefila nell’UCCA, la fondazione del Cinema “Terminale”). Oggi credo sia molto importante ricordare l’attività del Cinema d’essai ad Empoli svolta con il compagno cinefilo, conosciuto alle varie edizioni del Festival del Cinema di Venezia negli anni precedenti, Jaurés Baldeschi. Accanto all’Unicoop di Empoli c’era uno spazio Cinema. Era non molto lontano dalla sede dell’Istituto (il Tecnico Commerciale “Enrico Fermi”) nel quale insegnavo ed infatti nelle ore libere, prima o dopo le lezioni, mi trattenevo tra l’Unicoop e la Biblioteca Comunale, dove lavorava sia Baldeschi sia Franco Neri, che ne era il Direttore (Franco poi è stato per lungo tempo alla “Lazzerini” di Prato con lo stesso incarico), ed insieme ad altri amministratori comunali e membri del Cineclub Unicoop si organizzavano inziative culturali, una delle quali peraltro produsse anche un volume preziosissimo di materiali critici cinematografici. Di questo intendo da oggi per qualche giorno attraverso più post trattare. Il tema che trattammo fu proprio la Nouvelle Vague. L’esperta di quel periodo era Giovanna Grignaffini. La contattai e la coinvolsi.
Nella parte organizzativa, insieme al citato Baldeschi, che è tuttora molto attivo sempre nell’ambito della cultura cinematografica in quel di Castefiorentino, a Bruno Berti, un medico appassionato di Cinema, e Giulio Marlia, che ha continuato ad occuparsi di Cinema come docente a Pisa, ebbi un ruolo primario (d’altra parte ero responsabile regionale dell’UCCA e membro nazionale del direttivo dello stesso organismo); non potetti essere molto partecipe nella parte finale del progetto, poichè in quelle settimane si annunciò la nascita di mia figlia Lavinia, che avvenne l’8 gennaio, e mi impegnò notevolmente nelle settimane decisive.
Su indicazione di Giovanna Grignaffini trovammo molto centrato il titolo della Rassegna “Verso la Nouvelle Vague”: l’intento era infatti di ricostruire la genesi cinefila che aveva prodotto la passione dei protagonisti di quel periodo, nata – quella passione – accrescendo la sua Cultura tra i locali cinematografici ed alcune riviste, una su tutte i “Cahiers du Cinéma” di André Bazin, suo protettore e mentore.
E, come già scritto sopra, cooperammo nella composizione di un libro denso di materiali di prima mano appositamente tradotti per la prima volta: “La pelle e l’anima – Intorno alla Nouvelle Vague”.

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PELLE E ANIMA — seconda parte
Il libro, edito da Casa Usher – Biblioteca dello spettacolo – Cinema a pagina IV portava una sintesi:
“Questo volume viene pubblicato con il contributo del Comune di Empoli, Assessorato alla Cultura, in occasione della rassegna “Fino all’ultimo Godard – 25 anni di Nouvelle Vague”, tenutasi ad Empoli dal 24 gennaio al 18 aprile 1984, allestita a cura di Jaurès Baldeschi, Bruno Berti, Giuseppe Maddaluno, Giulio Marlia, con la collaborazione di Regione Toscana, Amministrazione Provinciale di Firenze, Cineclub Unicoop, ARCI Empoli, Distretto scolastico n.25, Istituti scolastici superiri, Consorzio Toscano Cinematografico, Ambasciata di Francia.”
A pagina VII una breve presentazione da parte dell’Assessore alla Cultura del Comune di Empoli, Lucano Ferri (che aveva seguito in prima persona tutte le fasi ideative ed organizzative della Rassegna):
Da qualche anno oramai, ad Empoli, si è sviluppato un nuovo interesse nei confronti del cinema, grazie al prezioso lavoro svolto dal cineclub Unicoop e dall’ARCI e da un nuovo e costruttivo rapporto che si è sviluppato con il mondo della scuola. Sono questi i presupposti che ci hanno stimolato a raccogliere questi maeriali di studio sulla Nouvelle Vague che ci sembrano di interesse, non solo nel nostro ambito locale, ma un più ampio respiro di carattere nazionale. L’interesse per il cinema transaplino è partito dalla primavera del 1983, quando, su specifiche richieste della scuola, il Comune di Empoli promosse una serie di incontri sul cinema francese degli anni trenta che ottennero un discreto successo e a cui parteciparono vari studiosi dell’arte cinematografica. Da qui lo stimolo per continuare l’analisi su una realtà cinematografica come la Nuovelle Vague che ha finito per influenzare e sconvolgere il panorma cinematografico mondiale. Pertanto, gli scritti e i materiali, inediti in Italia, che vedono la luce vogliono essere un modesto contributo al dibattito e alla riflessione su questo importante fenomeno.”

A pagina IX troviamo una Nota introduttiva curata da Jaurés Baldeschi:
“Tra il gennaio e l’aprile del 1984 il Comune di Empoli, attraverso il comitato comunale per le attività cinematografiche, ha realizzato una ampia rassegna cinematografica dedicata alla Nouvelle Vague con la presentazione di una quarantina di film, alcuni dei quali inediti in Italia. Perché una rassegna cinematografica, e di ampia portata, dedicata alla Nouvelle Vague? Per moda, per una trovata estemporanea, per snobismo culturale? Niente di tutto questo. La Nouvella Vague ha rappresentato uno dei momenti più alti di riflessione del cinema su se stesso, ha puntato uno sguardo molto attento sul mondo sociale e politico, ha vuto un notevole sviluppo nell’acquisizione di linguaggio, tecniche e tematiche, che anche se non del tutto originali perché mutuate dalla letteratura e dall’arte in genere, sono state approfondite sensibilmente e fatte proprie dai “nuovi maestri” del cinema. Se nel panorama cinematografico di oggi troviamo numerosi autori, più consapevoli del mezzo che usano, si deve soprattutto a quella stagione cinematografica. Se pensiamo a un film pregevole come “Lo stato delle cose” di Wenders, con la sua affascinante riflessione sul rapporto tra finzione e realtà nel cinema, sul senso del raccontare delle storie, non possiamo fare a meno di andare con il ricordo al Godard di quindici o venti anni fa (“Pierrot le Fou”, “Week-end”)….

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PELLE E ANIMA terza parte
…Questa iniziativa ha teso ad essere un tentativo di opposizione al riflusso politico ed ideologico dominante ed al massiccio revival del cinema hollywoodiano favolistico ed incantatore. In ultima analisi, un nvito a pensare criticamente il cinema.
L’interesse degli organizzatori era soprattutto quello di rivolgersi a due specifici settori di pubblico: la scuola e il “pubblico normale”. Per il primo si sono presentate diverse articolazioni nel modo seguente: il primo intervento è stato rivolto esclusivamente agli studenti con la preparazione di alcuni materiali propedeutici alla conoscenza del periodo e della tecnica cinematografica, l’altro diretto particolarmente ai docenti , ma senza escludere gli allievi, che tendesse a mostrare la rivoluzione linguistica e teorica della Nouvelle Vague, ad analizzare le valenze ed i significati del linguaggio filmico. Un terzo momento rivolto ad insegnanti e studenti con la presentazione in moviola (usando il videoregistratore) di alcuni film fondamentali della Nouvelle Vague. Per il “pubblico normale”, naturalmente non esclusi studenti e insegnanti, è stata allestita la visione di film e la fornitura dei materiali informativi. L’intervento si è articolato in più sezioni: al mattino cinque incontri nelle scuole superiori con una presenza media di quaranta studenti e due insegnanti. Venti proiezioni pomeridiane con una media di venticinque/trenta spettatori ciascuna, introdotte da un telegrafico commento e accompagnate da una scheda informativa. L’aspetto nuovo e interessante è stato l’inserimento nella normale programmazione del cineclub Unicoop di otto film di autori della Nouvelle Vague che hanno avuto ( e hanno ancora) un vivo successo, oltre che di critica, anche di pubblico, dal Godard di “Fino all’ultimo respiro” al Resnais di “La vita è un romanzo”. La partecipazione media a questi film ha oscillato tra le centottanta e le duecento presenze per ogni proiezione. L’iniziativa prevedeva inoltre, con una programmazione a incastro, una serie di sezioni monografiche così suddivise: film di autori che piacquero ai registi della Nouvelle Vague (Hawks, Hitchcock, Ray, Rossellini); film di autori attivi nello stesso periodo che in qualche modo furono influenzati e influenzarono la Nouvelle Vague. A completamento di questo lavoro abbiamo ritenuto utile proporre una serie di scritti inediti che, presentando una certa autonomia e completezza, non pretendono certo di porsi come esaustivi. L’idea di raccogliere questi interventi voleva rispondere ad una duplice esigenza, da un lato offrire agli interlocutori dell’iniziativa nel suo complesso anche un materiale più “specialistico”, e dall’altro individuare anche un interlocutore più generalizzato che è dato da quanti lavorano e studiano di aspetti cinematografici.
In questo senso la struttura stessa del volume ha tenuto presente quanto già edito in Italia su questo fenomeno, e soprattutto i materiali in corso di preparazione, legati all’iniziativa che il secondo Festival Internazionale Cinema Giovani di Torino dedicherà nel mese di ottobre all’esperienza della Nouvelle Vague.
Jaurés Baldeschi
Subito dopo a pagina XI del libro “La pelle e l’anima” c’è il frontespizio interno con l’Introduzione di Giovanna Grignaffini; ne riporterò qualche pagina per dare un’idea del valore del testo.
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PELLE E ANIMA – parte quarta
A pagina XIII del libro due frasi a epigrafe svelano le ragioni del titolo.
La prima è di André Bazin, figura fondamentale per gli autori della Nouvelle Vague, in modo particolare per Francois Truffaut, ed è riferita ad uno degli autori più importanti della Storia del Cinema, non solo quello francese, Jean Renoir. “I film di Renoir sono fatti con la pelle delle cose”
La seconda frase è invece di uno degli autori più colti e raffinati tra quelli che arricchirono la Nouvelle Vague, Eric Rohmer ed è riferita ad un altro dei grandi cineasti cui guardarono con particolare attenzione i giovani autori di quel periodo, Roberto Rossellini. “…come se “Europa ‘51”, solo con la forza di ciò che fa vedere….si proponesse di provare l’esistenza dell’anima stessa.”
Come avevo specificato a conclusione della parte terza, riporto solo una pagina, la XIII, dell’Introduzione di Giovanna Grignaffini

“La pelle e l’anima. Titolo provocatoriamente anacronistico, senza dubbio. Indubbiamente omologo però rispetto ai materiali che compongono questa antologia: materiali dentro a cui quei termini affiorano e rimbalzano con un’insistenza che diventa vera e propria ossessione. E riproporli non significa solo mettere in scena il desiderio di liberarsi di questa ossessione. Qualcosa di più. Innanzitutto la dichiarazione esplicita di non voler rimuovere lo sfondo in cui questi materiali si collocano e che non è semplicemente un generico “idealismo diffuso”, ma arriva a sfiorare quel cattolicesiomo che in Francia negli anni Quaranta Cinquanta si muoveva in bilico tra spiritualismo e fenomenologia. Nella convinzione, ovviamente, non che lì bisogna arrivare ma che da lì bisogna partire. La nostra intende dunque porsi come ricognizione che tenta il più possibile di stare a ridosso del proprio oggetto, nel tentativo non di cercarne alcune, fin troppo facili, modernizzazioni a posteriori, ma di farne emergere, lavorando sulla superficie dei testi, se non l’anima, almeno una qualche parziale verità. Ed è solo una speranza. Secondariamente, la convinzione che quei due termini siano in grado di significare, o almeno evocare, il nucleo teorico più originale e unitario che scorre attraverso la diversità dei materiali raccolti. Meno provocatoria, e più direttamente ancorata a paramteri storicisti, potrà apparire la seconda articolazione del titolo: Intorno alla Nouvelle Vague, che tende ad istituire un rapporto di derivazione tra questi testi di critica e teoria e l’esperienza cinematografica affermatasi in Francia verso la fine degli anni Cinquanta. Una derivazione questa, che la stessa “Mappa cronologica del nuovo cinema”, proposta in apertura di questa raccolta, sembra accreditare. A parte il fatto che quella “Mappa” parla di “Nuovo cinema” e non di Nouvelle Vague in senso stretto (e la cosa, come vedremo, non è affatto irrilevante), va sottolineato (come cerca di fare la stessa definizione “Verso la Nouvelle Vague. Dentro al cinema) che i testi presentati possono disporsi ad un doppio livello di lettura, potendosi riferire cioè innanzitutto ad un discorso generale sul cinema e secondariamente a quella esperienza cinematografica specifica. E si tratterà anche di stabilire le forme e i modi attraverso cui far scattare l’ipotesi della derivazione…………..

LA SCUOLA AL TEMPO DEL GOVERNO BERLUSCONI parte 7 per la sesta parte vedi 9 luglio

LA SCUOLA AL TEMPO DEL GOVERNO BERLUSCONI parte 7 per la sesta parte vedi 9 luglio

Come avevo annunciato, c’è un “extra” a quelle riflessioni che puntavano una certa attenzione sui temi della “dispersione e dell’abbandono” scolastico.
Protocollato 26.3 del 28.01.1993 un Comunicato Stampa del Partito Democratico della Sinistra Federazione di Prato – Dipartimento Scuola e Cultura analizza i dati allarmanti che subito dopo riporterò in modo analitico intorno all’abbandono ed alla dispersione scolastica nelle scuole superiodi di secondo grado della città. Per fare questo utilizzerò “in parte” un articolo che uscì il giorno dopo, 29 gennaio 1993, su “Il Tirreno” Cronaca di Prato a firma di Fabio Barni.
COMUNICATO STAMPA
Il Ministero della Pubblica Istruzione, guidato dalla signora Rosa Russo Iervolino si sta caratterizzando per l’ottica bigotta e codina, impedendo la diffusione nelle scuole di un manuale di prevenzione dell’AIDS per l’uso che ivi viene fatto della parola “profilattico” (come se i bambini ed i ragazzi, le bambine e le ragazze non dovessero conoscere quell’oggetto a forma di palloncino cilindrico che molto spesso vedono, oltre che in televisione, nei cassetti dei loro genitori!); si è altresì caratterizzato di fronte alla crisi economica, con scelte contraddittorie ma parimenti miranti a rendere più squilibratoe difficoltoso il percorso formativo nell’ambito della scuola italiana: ci si riferisce in particolare al blocco del contratto per il personale della scuola (che impedisce di fatto ogni possibile rinnovamento) , all’evidente volontà di far fallire ogni ipotesi di reale riforma della scuola, ed in particolare della scuola media superiore (con il proliferare di sperimentazioni, per le quali si parla di entrata prossima in ordinamento!), all’incapacità di affrontare gli enormi sprechi (esami di maturità, esami di riparazione, corsi di aggiornamento speciali, convenzioni costose ed improduttive, ecc…). il Ministero della P.I. non interviene invece su quelli che sono i problemi più acuti del percorso formativo dei giovani: l’abbandono e la dispersione, legati soprattutto al settore della scuola media superiore. Il Dipartimento Scuola del PDS di Prato ha analizzato alcuni dati provenienti dall’Assessorato alla P.I. del Comune di Prato ed intende lanciare un primo allarme sulla situazione cittadina, in materia particolarmente di dispersione, che si attesta su livelli superiori (anche di molto) alle percentuali nazionali. Nei prossimi giorni il Dipartimento attiverà una seria riflessione per ricercare le possibili soluzioni e culturali per far sì che nei futuri anni scolastici sia sensibilmente ridotto il tasso di dispersione.
Il tasso di dispersione è dato dal rapporto fra allievi iscritti e promossi nell’arco di un anno scolastico o di un quinquennio. Risulta evidente che il dato reale è da considerare in ogni caso ben superiore a quello espresso, in quanto fra i promossi ed i maturati non vengono conteggiati i ripetenti la cui condizione è da annoverare già fra i “dispersi” di un anno precedente o di un quinquennio appena precedente. Allo stesso modo non vengono espressi gli “abbandoni” che si sommano dunque al numero dei dispersi. Ad una prima riflessione occorre dire che ci si trova di fronte ad un sistema di orientamento che non funziona; ad una scuola ancora troppo “squilibrata” nei suoi comparti; ad un’organizzazione scolastica complessivamente fallimentare.
Si allega prospetto sui dati finora pervenuti

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte terza (per la seconda parte vedi 7 luglio)

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PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO (a Prato) – parte terza (per la seconda parte vedi 7 luglio)

A quella mail inviata ad un numeroso gruppo di compagne/i ed amcihe/amici, che avevano in gran parte seguito le vicende del Comitato e che condividevano – quasi tutte/i – la proposta di costituire un Comitato vero, istituzionalizzato come un organismo con Statuto e Direttivo riconosciuto democraticamente, risposeo rapidamente in tanti, ma in modo particolare rispose Alberto Rocca, che del Comitato già esistente ma considerato da tante e tanti insufficiente, era il promotore. Questa la sua mail, molto precisa, articolata ed in larga parte anche condivisibile nei toni ed anche nella sostanza prevalentemente arricchita dalla capacità culturale di Alberto:
Caro Giuseppe, ti rispondo volentieri e con la franchezza che prediligo come metodo nelle relazioni politiche. Partiamo dalla critica più dura. Quella di velleitarismo verso l’agire, di noi del comitato, in termini “aerei”. E’ vero che è stato seguito siffatto metodo che definirei “fluido” più che “aereo” (quest’ultimo termine evoca un qualcosa che sta per aria ed evoca ingenerosità aristofanesche). *

Sono convinto, e penso che riprove di vario genere e natura le si possan cogliere tutti, che la fluidità del nostro agire abbia dato frutti importanti, adeguati alla attuale fase nella nostra città: confronto, stimolo, aggregazione (estemporanea, ma aggregazione). Ritengo onesto rivendicare queste tre funzioni da noi svolte in meno di un anno di serena presenza. Altrettanto voglio sottolineare che il dibattito ha una vasta area di attenzioni e le idee sono penetrate oltre argini e cancelli. Così consentendo a molti di riconoscersi in esse superando apriorismi e reticenze nostalgiche. E’ vero che oggi (dalla ripresa post-agostana) nulla più abbiamo fatto. E’ nella natura del Comitato (formula felice per sintetizzare uno scopo e la non velleità: di assomigliare ora ad un partito) di essere fluido ed incostante, è un torrene non un fiume. Pertanto agiamo con umiltà per superare l’inerzia. In questa logica apprezzo la Tua iniziativa. Dobbiamo proseguire ad essere “volenterosi” ma costituendo un riferimento più certo ed attivo; questo cercherei di offrirlo più che con una sede e delle cariche mediante uno strumento agile come un sito internet di iniziativa e discussione (essenziale, aperto e che svolga la funzione di consentire le massime interrelazioni).
Dobbiamo però tener presente l’importanza dell’obbiettivo PD e di un percorso molto concreto. Per questo riprendo la proposta palesata in occasione del dibattito con Del Vecchio e Gestri: si invitino coloro che hanno votato per le primarie ad eleggere un numero di rappresentanti utili ad interloquire con i rappresentanti dei partiti con pari dignità per tracciare, in via sperimentale ed in sede locale, un percorso. Si abbia presente che il percorso dovrà essere efficace per una costituzione corrispondente ai bisogni di unitarietà massima, effettiva democraticità dei metodi, coinvolgimento delle nuove generazioni.
Negli ultimi giorni ho tenuto contatti che mi appaiono fertili in questa direzione ed ho ribadito la proposta in sede di pubblico dibattito a Mezzana perché sono convinto che sia il percorso più corretto e corrispondente anche a quelle esigenze da Te evidenziate. Cercherò di presenziarev Martedì sera, ad ogni buon conto Vi prego e Ti prego di tener presente nel dibattito questa proposta.
Per parte mia mi impegno a precisarla meglio ed a darle forza mediante un appello che costringa a pronunciarsi tutti senza infingimenti!!!
Alberto Rocca
*è del tutto evidente il riferimento al “Pensatoio” de “Le Nuvole”

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CINEMA storia minima fine anni Venti prima parte (parte precedente vedi 5 luglio)

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CINEMA storia minima fine anni Venti prima parte (parte precedente vedi 5 luglio)

Il 1927 è l’anno di “Metropolis”. Ma nel cinema tedesco vi sono anche altre presenze, come quella di Henrik Galeen che in quello stesso anno realizza una delle opere minori più importanti del cinema tedesco espressionista, “Alraune” (La mandragora), una creatura nata dal seme di un criminale impiccato, che finirà per essere il simbolo assoluto del “male”. Galeen aveva esordito con il “botto” insieme a Paul Wegener ( “Il Golem” ) nel 1915. Ma ancor più importante è il documentario che Walter Ruttmann presenta in quello stesso anno, dopo una serie di pellicole sperimentali come “Opus I” (1921), “Opus II” (1922), “Opus III”(1924) e “Opus IV” (1925).

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Si tratta di Berlin – Die Sinfonie der Großstadt (Berlino – Sinfonia di una grande città) che sarà uno dei film più studiati ed imitati dai documentaristi. In esso Ruttmann mette insieme la narrazione con la tecnica, utilizzando in modo magistrale il montaggio. Si diceva di “Metropolis” all’inizio di questa parte: con questo film Fritz Lang inverte in qualche modo la direzione “temporale”: non il passato che incute timori e preoccupazioni ma rimane lontano, non il presente con l’analisi cruda di una società in decadimento sociale ed economico, oltre che morale, ma il “futuro” ricco di incognite, oppressivo ma anche promettente di soluzioni positive per una concordia tra le classi sociali, che in ogni caso apparirà solo consolatoria, utopistica.

L’altro grande autore tedesco, Murnau, in quell’anno, gira il suo primo film americano. Dopo i successi in patria, era stato notato dal produttore americano William Fox che lo invitò negli Stati Uniti, garantendogli una grande libertà artistica. “Aurora” (“Sunrise”), pur non ottenendo il successo che avrebbe meritato, e per lungo tempo sottovalutato, è oggi considerato alla pari, se non addirittura per alcuni aspetti migliore, dei suoi film precedenti. Rimanendo negli Stati Uniti dobbiamo ricordare che in quel paese continua la produzione di Kolossal, le cui storie narrate si richiamano ai valori religiosi comuni, come “Il re dei re” di un esperto Cecil B. De Mille (ricordiamo il primo “I dieci comandamenti” di cui abbiamo detto già brevemente).

una breve clip da “Il re dei re”

Sempre in quello stesso anno in Unione Sovietica, oltre alla seconda parte della trilogia di Pudovkin, “La fine di San Pietroburgo”, di cui abbiamo accennato nella sua complessità, troviamo la ricostruzione delle giornate della Rivoluzione d’Ottobre, messo in cantiere proprio per celebrarne il decennale. “Ottobre” consente a Sergej Eisenstein di affinare ulteriormente le sue tecniche teoriche cinematografiche attraverso un uso del montaggio sempre più attento a costruire una narrazione dei fatti reali fluida e ritmata, utilizzando connessioni e rimandi.

Altre eccellenti sperimentazioni si muovevano in Francia sulla scorta dei grandi autori sovietici e tedeschi. Tra gli autori francesi va segnalata la presenza di una donna, antesignana del femminismo , Germaine Dulac, che proprio in quell’anno realizza un film abbastanza originale, che attira anche molte attenzioni da parte della censura, “La coquille et le clergyman”.

Grandissima rilevanza per il grande sforzo profuso deve essere assegnata alla grande opera di ricostruzione storica che Abel Gance dedicò alla figura di Napoleone Bonaparte.
“NAPOLEON” Nel film, che dura sei ore, egli fece uso di tutta una serie di innovazioni tecniche tra le quali quella che è stata considerata come l’anticipazione del Cinemascope, e cioè l’uso di riprese contemporanee che proiettate poi su tre schermi normali dessero l’idea di una complessità di azioni.

PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 (per la 17 vedi 28 giugno)

PACE E DIRITTI UMANI parte XVIII 18 /strong>
Prosegue l’intervento della prof.ssa Anna Agostini, che rappresenta il Provveditorato agli Studi di Prato
Ecco, stasera sono state costruite, secondo me, le condizioni perchè la riflessione sia più profonda e perchè si tenti una attualizzazione di quello che è stato e soprattutto si riscopra il fatto che certi prodotti non maturano nel vuoto. Se voi guardate, se voi fate un’analisi attenta di quel periodo vi rendete conto che i prodotti sono diversi e vi ripeto ancora una volta che si può fare una politica buona soprattutto se le idee circolano, soprattutto se ci si ferma un attimo, soprattutto se si fanno delle riflessioni. E’ il modo migliore, credo, per difendere i nostri diritti e quelli degli altri, non tanto con le manifestazioni di piazza, anche quelle sono una cosa che quando ci vogliono sono necessarie. I modi migliori rimangono soprattutto una riflessione seria ed attenta ed una interiorizzazione di quello che la storia ancora oggi ci può comunicare. Quindi grazie al professor Maddaluno ed a quelli che insieme a lui hanno in qualche modo realizzato questo omento di riflessione.
Riprende a parlare il Professor Maddaluno
Grazie, io penso che la professoressa Agostini abbia colto nel segno perché se non altro questi sono i nostri obiettivi; vogliamo dare degli stimoli, partecipare a questo dibattito anche noi, solo così renderemo utile la nostra presenza qui in questo momento, il 30 novembre dell’anno 2000. Una piccola precisazione, perché c’è qualcuno che evidentemente forse mi vede solo come il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est quale veramente sono, ed è bene invece precisare che noi stiamo svolgento questo dibattito all’interno della Circoscrizione Est ma in una struttura che appariene alla città intera e non solo, essendo essa uno dei pochissimi Centri per l’Arte contemporanea in Europa. In effetti e per la verità, questa è un’iniziativa congiunta delle cinque Circoscrizioni del Comune di Prato; insieme a me che contemporaneamente sono il coordinatore delle Commissioni Cultura, in sala c’è la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Ovest, Cristina Sanzò, ed il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Centro, Matteo Aiazzi, che in questa iniziativa hanno collaborato allo stesso livello, meglio di me per tanti versi. Non sono presenti, ma hanno ugualmente lavorato per realizzare questa giornata il Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Sud, Gabriele Zampini e la Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Nord Laura Castagni. Ho fatto questa precisazione per dovere nei confronti di chi coopera a pari merito in questo progetto: come avevo preannunciato, passo la parola alla Signora Liviana Livi che è un membro delegato da Amnesty International di questa città e che credo abbia dei dati molto interessanti ed importanti da fornirci.
Parla la Signora Liviana Livi, delegata di Amnesty International di Prato:
Allora, diciamo subito che Amnesty International è contro la pena di morte, in quanto incompatibile con la difesa dei diritti umani; siamo convinti che la pena di morte renda brutale qualsiasi società la utilizzi ed incoraggia un clima di vendetta e violenza, distogliendo l’attenzione dalla ricerca di migliori e più efficaci rimedi alla criminalità….

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IX. UN MIO AMPIO INTERVENTO (PER L’OTTAVA PARTE VEDI 6 LUGLIO)

IX. UN MIO AMPIO INTERVENTO PER L’OTTAVA PARTE VEDI 6 LUGLIO

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.

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