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14 gennaio 2021 STATI GENERALI – una variazione di CTS – parte 8 (per la parte 7 vedi 29 novembre) per mero errore ho pubblicato in anticipo la parte 9 e ultima il 26 dicembre: in un prossimo post pubblicherò entrambi i blocchi in un unico post)

STATI GENERALI – una variazione di CTS – parte 8

Cosa ci può interessare l’elenco delle iniziative programmate dall’Assessorato se non possiamo partecipare alle decisioni? Siamo o non siamo amministratori di secondo livello all’interno di un’unica città? Siamo trattati più o meno come dei giornalisti (“absit iniuria verbis”, con l’immenso rispetto per la categoria!) chiamati ad una Conferenza stampa (detto tra noi e proprio a questo proposito: molto spesso – per non dire abitualmente – anche quando partecipiamo, con le nostre idee e proposte, a rimpinguare di appuntamenti ed iniziative il Programma generale del Comune (festività natalizie e Estate), non siamo nemmeno invitati poi alle Conferenze stampa relative). Siamo dunque considerati esclusivamente dei manovali, dei portatori d’acqua senza una specifica identità.

Qualcosa di simile avviene praticamente con l’Assessorato alla Pubblica Istruzione: un esempio su tutti. Tutto il complesso, consistente, rilevante per qualità e quantità, delle attività formative che è in capo alle Circoscrizioni non ha trovato spazio nei depliant informativi redatti dall’Assessorato e diffusi sul territorio per informare i cittadini. E’ stata una disattenzione o una mancanza voluta? La differenza tra l’una e l’altra è davvero poca: è il segnale di una sottovalutazione del ruolo delle Circoscrizioni, che a tutta evidenza vengono trattate con fin troppa sufficienza (ed esprimendo tale giudizio, sono cortese).

Mi rendo ben conto che per qualcuno che in tali procedimenti ha operato in buona fede (penso ai funzionari e gli istruttori che controllano il tutto) questi miei rilievi potranno apparire ingenerosi; ma vi pregherei, perlomeno, amici e colleghi amministratori, di non volerci alla fine concederci quella mera paternalistica e paziente “pacca sulle spalle” che proprio a nulla servirebbe: servono, invece, davvero fatti e atti concreti in controtendenza che permettano alle Circoscrizioni di cooperare, se possibile tutte insieme, ad un Progetto comune per tutta la città e di poter costruire progetti strutturali complessivi che non siano condizionati alla precarietà e in questo modo non siano destinati a morire quasi subito dopo aver visto la luce.

Ora, diciamocelo con infinita chiarezza, quanto è avvenuto ieri, con le dimissioni dell’Assessore alla Cultura (n.d.t.: il 12 febbraio del 2002 Giuseppe Vannucchi, grande giornalista della RAI in pensione e Assessore alla Cultura nella seconda legislatura Mattei, si dimette), che spero fortemente e sinceramente possano nel più breve tempo rientrare, esige con urgenza che si proceda ad aprire una seria riflessione su come, a livello istituzionale, ci si debba muovere per non incorrere in errori, omissioni, malintesi ed occorrano regole precise, certe, che consentano la più ampia trasparenza.

Voi, caro Sindaco, cari Amministratori, gentilissimi Dirigenti, ci dovreste far sapere una buona volta per tutte cosa volete davvero che siano le Circoscrizioni.

Noi stiamo dicendo tutto questo in un contesto, questo degli Stati Generali, creato (almeno spero e credo sia stato pensato in tal senso) appositamente per un confronto il più ampio possibile, per un dibattito propositivo, per riuscirci a dire apertamente – e pubblicamente – tutto quello che di positivo o di negativo noi quotidianamente verifichiamo; abbiamo tutti bisogno di fare qualche passo in avanti, lento se pensate e desiderate ma in ogni caso “in avanti”. La nostra preoccupazione è ovviamente quella di essere costretti, all’interno delle enormi difficoltà strutturali create dall’attuale Governo (n.d.t.: il Berlusconi 2), a fare dei passi indietro molto mortificanti.

….8……

13 gennaio – I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 19 (per la XVIII vedi 2 dicembre)

I CONTI NON TORNA(VA)NO parte 19

19. Si ricordava prima il percorso seguito dalla Provincia. Non è diverso, direi addirittura in un certo modo, mi sia consentito, peggiore il percorso realizzato dal Comune di Prato. Lo dico senza mezzi termini, anche se il risultato può considerarsi apprezzabile. Ma a decidere questo Piano per l’obbligo (è curioso ma è così si parla di due piani) ci hanno pensato quasi esclusivamente i Direttori Didattici ed i Presidi, con l’accordo ovviamente dell’Assessore ed immagino del Provveditore. Fatto sta poi che solo nella riunione di maggioranza di lunedì scorso, se non sbaglio, è stato possibile visionare quella proposta.

Io credo, assessore Frosini, che  tutta questa vicenda sia  stata condotta in contrasto con le ideologie fondanti alle quali la sua forza politica, che non è poi la sola, si richiama. Manca nel suo lavoro il concetto di solidarietà: è stato prodotto un Piano bello ma separato dal resto e si è lasciato che in questa città famiglie intere si dividessero, amici in qualche modo si contrastassero, si verificasse qualcosa, che, per carità, non è paragonabile a Sarajevo, ma è comunque fortemente spiacevole, che si potrebbe protrarre nel tempo. Tutto questo, senza che da parte del Comune si dicesse: Vediamoci, verifichiamo quel che è possibile fare; cerchiamo insieme qualche soluzione. Anzi! si diceva proprio il contrario: non dipende da noi, non dipende da me. Che dire? Si è insensibili? Non ci credo. Ma  certamente si è corresponsabili di questa situazione, e lo si è in modo profondamente politico.

In questa corresponsabilità voglio ricordare che se si verificassero nel tempo (un tempo credibile, ad esempio nella prossima legislatura) le “voci” che non sono stato certo io a produrre, ma che vengono anche da queste stanze, su possibili presidi “supermanager”, i costi politici di questa operazione ricadrebbero a maggior ragione sulle vostre spalle. A maggior ragione perché questo modo dissennato, irrazionale di affrontare i problemi della scuola o è stato partorito da una mente diabolica e perversa o da qualcuno che non conosce come funziona, cosa significhi, cosa è una “scuola”.  E tutto questo produrrà i suoi contraccolpi politici: non ne ho il minimo dubbio. Ve lo dico tranquillamente, anche abbastanza presto.

Era inevitabile in questa situazione che ci fossero delle proteste, solitamente garbate, a volte un po’ sopra le righe. In generale non si potrà mai dire  che chi ha finora protestato non lo abbia fatto con signorilità, ed abbia finora avuto tanta pazienza.

Anche gli insegnanti hanno dimostrato tanta pazienza: soprattutto dal momento in cui hanno capito di avere di fronte a sé non Amministratori ma “maestri di vita” che sapevano bacchettare a dovere quei docenti attaccati al loro posticino, al loro quartierino, quei docenti che in fondo non capivano proprio niente, passi per i metri quadrati del sottoscritto, non capivano proprio niente della vita.

Vedete, ci sono delle questioni che proprio non tornano.

Non tornano i conti.  Infatti non si capisce più di un elemento.

Intanto, ci si spieghi qui come il “Dagomari” farà ad essere ospitato nell’attuale struttura del “Gramsci”. Qui non ci vuole uno scienziato e non sono necessari i “maestri di vita” per capire che, così come è ora, il “Dagomari” non ci riesce a stare; perlomeno non ci può stare con tutta intera l’offerta formativa attuale: questo si configura come un vero e proprio attentato al diritto allo studio. 

12 gennaio COVID 19 – parte 6 “Tempi difficili e Tempi facili ”

COVID 19 – parte 6 “Tempi difficili e Tempi facili ”


Ieri (scrivo l’11 gennaio 2021) ho pubblicato un sondaggio (attraverso un Comunicato stampa integrale dell’INAPP), che evidentemente è tenuto segreto, visto che non ha trovato alcun riscontro nel dibattito giornalistico (se fosse una delle tante “false notizie” che circolano mi piacerebbe saperlo ma per ora sembra tutto passare sotto silenzio), tranne un timido sporadico accenno attraverso l’intervista ad una coraggiosa docente di scuola media superiore, che ha espresso dubbi sulla sicurezza nelle scuole ed ha difeso l’utilizzo della “Didattica a distanza” come elemento di superiore modernità ed innovazione nei metodi di iinsegnamento ed apprendimento.

Di fronte a questo silenzio compensato da un battage sempre più intenso ed aggressivo a favore di chi, in modo nettamente acritico ed  ideologico, prosegue a difendere la “Didattica in presenza” assicurando – senza peraltro avere nè contezza nè competenza in materia – che non vi siano rischi per la “sicurezza”, sono sempre più preoccupato per la tenuta democratica del Paese. Non credo di esagerare, di fronte al “silenzio” reale e forzato di una larga parte degli stessi fruitori del servizio scolastico. “Reale” perché ormai sfiduciati e si preferisce a questo punto “tacere”; “forzato” perché non considerato dagli organismi di stampa sempre più collegati ai “poteri forti” siano essi “governativi” o “di opposizione”.

Gli stessi eventi statunitensi, che accanto alla drammaticità ed alla serietà hanno abbinato aspetti folcloristici e grotteschi, aiutano a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, puntando più sui secondi aspetti, davvero secondari e scarsamente significativi, che sui “primi” che svelano la “miseria umana dilagante e l’ignoranza diffusissima” in una popolazione che, al di là delle “paillettes et cotillons” mostrate dai pochi sempre più ridotti per numero, sta vivendo una profondissima pericolosissima crisi di identità accompagnata da un depauperamento del ceto medio non sostenuto tuttavia da una ripresa della parte più emarginata, miserabili per reddito e per cultura.

Su questi temi dovremo necessariamente far ritorno nei prossimi giorni: la Democrazia va difesa partendo  dal sostegno ai diritti primari, Salute Istruzione Dignità di un Lavoro equamente retribuito. Questo vale per gli States ma anche per il Vecchio Mondo.

Ho preso avvio in questi blocchi accennando a quelle che mi sono apparse inadempienze strutturali, dovute alla incapacità funzionale di un ceto politico nel suo complesso nel saper fronteggiare con decisione i morsi della crisi, prima sanitaria e poi economica, nella sua parte iniziale (che non è peraltro terminata). Rimango basito ancora una volta di fronte ai tentennamenti ed alle sottovalutazioni “colpose”, perché invece di rispondere alla necessaria soluzione dei problemi finiscono per crearne altri. Nel gioco abbastanza paternalistico ed infantile del “limitare ma concedere allo stesso tempo un pochettino” di certo non si è fatta la felicità delle varie categorie ma si è acuita l’acredine verso l’apparato governativo.

Sui temi della Scuola non posso che proseguire a condividere umanamente le preoccupazioni espresse di continuo intorno a quanto di bello di utile e di buono è stato perso, e lo sarà ancora, con il mancato rapporto educativo docente discente, e con il deficit di socialità. Ma allo stesso tempo non posso che ribadire che questi sono i tempi che ci è dato di vivere e forse occorrerebbe con saggezza riferirsi ai nostri predecessori che, davanti alle difficoltà, hanno ritrovato la strada per migliorare se stessi ed il loro mondo futuro.

“Tempi difficili creano uomini forti, uomini forti creano tempi facili.
Tempi facili creano uomini deboli, uomini deboli creano tempi difficili.”

11 gennaio CINEMA – Storia minima 1937-38 parte 13 (per la parte 12 vedi 24 dicembre 2020)

CINEMA – Storia minima 1937-38 parte 13

Sempre nel 1937 conta dar merito alla trasposizione di un’ importante opera della scrittrice Pearl S.Buck, che con “La buona terra” scritto nel 1931 vinse il Premio Pulitzer nel 1932 e la medaglia di riconoscimento dall’Accademia americana delle arti e delle lettere. La scrittrice si avvale della sua esperienza diretta in Cina, dove ella visse dai tempi dell’infanzia. Il film, la cui regia fu di Sidney FranklinSam WoodGustav Machatý e la sceneggiatura della stessa autrice Pearl S. Buck, insieme a Owen Davis e Donald Davis è tutto basato sulla vita di alcuni contadini ed è un vero e proprio trattato etno antropologico su quella realtà (il duro lavoro, le varie fasi della vita, il dramma della carestia, della siccità e della conseguente miseria). Esso ebbe numerose nomination e vinse l’Oscar alla migliore attrice ( Luise Rainer ) e l’Oscar alla migliore fotografia ( Karl Freund ).

Ancora nel 1937 ci piace ricordare una delle edizioni (ve ne erano state alcune anche nel periodo del cinema muto nel 1913 e nel 1922) di un film tratto anch’esso da un romanzo di Anthony Hope, “Il prigioniero di Zenda”. Ve ne saranno altrettante in seguito. Quella di cui parliamo fu diretta da John CromwellW. S. Van Dyke ed interpretato da Ronald Colman, Douglas Fairbanks Jr., Madeleine Carroll e da un giovane già esperto David Niven. La storia è incentrata su uno scambio di persone somigliantissime. Ronald Colman le interpreta entrambi.

Nel 1991, il film è stato scelto per la conservazione dal National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Facciamo un piccolo salto ed entriamo sia nell’anno successivo ma anche in Europa sulle sponde occidentali, in Francia. Qui proseguono il loro percorso artistico Jean Renoir e Marcel Carné. Il primo gira uno dei suoi capolavori, tratto da “La bestia umana” romanzo di Émile Zola. Una storia torbida di passioni e pulsioni malefiche interpretata in modo egregio da uno dei più grandi artisti cinematografici, Jean Gabin. E’ infatti “L’angelo del male”, Severine, donna intrigante e seduttiva, interpretata da Simone Simon a portare Jacques Lantier, macchinista di locomotive, sull’orlo dell’abisso omicida. Da notare la presenza sullo schermo dello stesso regista, che interpreta il personaggio di Cabouche. Il film fu un successo immediato e decretò in modo definitivo il successo di Renoir.

In quello stesso anno sempre il grande interprete, Jean Gabin, insieme ad un’altra straordinaria figura del divismo cinematografico francese, Michèle Morgan, danno vita ad un altro dei grandi film cult, “Il porto delle nebbie” (Le Quai des Brumes) di Marcel Carnè, scritto da Jacques Prévert tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Mac Orlan. Anche in questo caso gli ambienti sono degradati e fumosi e prefigurano violenze e delitti. Il film ebbe il riconoscimento ufficiale al Festival di Venezia del 1938, la sesta edizione dell’importante vetrina, con la  Medaglia di segnalazione per la regia.

In quella stessa edizione, vinsero il primo premio – la Coppa Mussolini – un film italiano celebrativo del regime, “Luciano Serra pilota” di Goffredo Alessandrini, interpretato da Amedeo Nazzari e sceneggiato anche da un giovane Roberto Rossellini, ed un film documentario straordinariamente diretto da una giovanissima fotografa e regista la cui attività si è protratta per l’intero ventesimo secolo, Leni Riefenstahl nata a Berlino, 22 agosto 1902 –  e morta a Pöcking, 8 settembre 2003. Si tratta di “Olympia” vero capolavoro del genere, con il quale la giovanissima artista seguì tutte le fasi dei Giochi Olimpici di Berlino 1936, utilizzando tecniche innovative che sarebbero diventate punti di riferimento da lì in avanti per i documentaristi e non solo.

10 gennaio 2021- IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte terza (per la seconda parte vedi 7 dicembre)

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 Parte terza

Giovedì 17 novembre alle ore 21.00 siamo ritornati negli ambienti sotterranei del Dopolavoro Ferroviario in Piazza della Stazione il cui Circolo era gestito da Lucio La Manna e Nicola Verde e con la Compagnia Teatrale “Altroteatro” diretta da Antonello Nave è stato presentato il loro lavoro “Amico di Pasolini: Omaggio al poeta Massimo Ferretti”. Il professor Nave aveva curato già qualche anno prima una riduzione teatrale, rappresentata a Chiaravalle, tratta dalle opere di Massimo Ferretti dal titolo “Sopra il cuore”.

Venerdì 18 novembre alle 14.30, orario che consente agli studenti realmente interessati di partecipare al di fuori dell’orario di lezione siamo ritornati all’Auditorium dell’Istituto “Gramsci-Keynes” nel Polo scolastico di via Reggiana per un incontro dal titolo “Che cosa sono le nuvole: analisi di un cortometraggio” curato dal dott. Riccardo Castellacci ricercatore dell’Università di Firenze.

Con le stesse modalità lunedì 21 novembre ore 14.30 ci siamo spostati nell’Aula della Biblioteca del Liceo “Copernico” in viale Borgovalsugana 63 per un incontro sul tema “La sceneggiatura nel cinema di Pier Paolo Pasolini: dalla teoria alla pratica” a cura della dottoressa Costanza Julia Bani ricercatrice dell’Università di Pisa.

Martedì 22 novembre il nutrito cartellone presenta un altro incontro curato dalla dottoressa Stefania Cappellini presso l’Auditorium dell’Istituto “Gramsci-Keynes” nel Polo scolastico di via Reggiana, sempre alle ore 14.30 sul tema “Uccellacci e Uccellini: analisi ed approfondimenti del film”.

Il giorno successivo mercoledì 23 novembre sempre nello stesso Auditorium alla identica ora si è tenuto un incontro sul tema “La rappresentazione dell’adolescenza: percorsi fra cinema e letteratura e viceversa”, curato dalla dottoressa Costanza Julia Bani.

Venerdì 25 novembre alle 14.30 abbiamo previsto di replicare nell’Auditorium del “Gramsci-Keynes” particolarmente adatto per eventi teatrali il lavoro di Antonello Nave già rappresentato nella sede del Circolo del DLF.

Nello stesso giorno alle ore 21.00 curato dalla Circoscrizione Ovest presso il Circolo ARCI “Renzo Grassi” di Narnali in via Pistoiese 500 viene presentato il documentario “Pasolini: una disperata vitalità” collage di testi poetici di Pier Paolo Pasolini, recitati da Laura Betti che nel 1996 ne ha curato la regia teatrale. L’incontro coordinato dalla Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Ovest, Monia Faltoni, è condotto da Riccardo Castellacci.

Martedì 29 novembre alle ore 21.00 siamo poi ospitati dal Teatro “Magnolfi” in via Gobetti dove, in collaborazione con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) viene presentato un video di Carlo Di Carlo “Primo Piano: Pier Paolo Pasolini” e un nuovo libro di Italo Moscati “Pasolini Passione”. Regista e autore sono presenti. Il coordinamento è di Giuseppe Maddaluno.

Venerdì 2 dicembre a cura della Circoscrizione Nord presso l’Auditorium della Scuola Media “E. Fermi” in via Gherardi 66 un altro nuovo evento teatrale “Dedicato a Pier Paolo Pasolini un poeta contro” con Giovanni Fochi che ne cura la regia e con la musica originale orchestrata da Alessandro Cecchini. Coordina l’evento Mario Barbacci presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Nord.

Il denso programma si conclude martedì 6 dicembre alle ore 21.00 presso la Sala “don Lorenzo Milani” della Circoscrizione Est in Viale De Gasperi 63 dove il gruppo teatrale del Lieco “Copernico”, “Poetar Teatrando” diretto dalla professoressa Angela Pagnanelli presenta “”Passione vs Ideologia” un collage di testi tratti dalle opere di Pier Paolo Pasolini.

Nell’occasione i Presidenti delle Commissioni Cultura coordinate da Giuseppe Maddaluno annunciano l’intendimento di organizzare nel corso della prima metà dell’anni successivo un Convegno dedicato al tema che è stato posto nel titolo della Rassegna di fine 2005, “L’universalità dell’opera di Pier Paolo Pasolini . non una commemorazione, non un banale rimpianto ma tanto desiderio di capire e di riappropriarsi del suo pensiero a trent’anni dalla sua morte”.

10 gennaio COVID 19 – parte 4. Memoria corta e persistente amnesia 9 gennaio – COVID 19 – parte 5 – un po’ di luce sulle questioni della SCUOLA


COVID 19 – parte 4. Memoria corta e persistente amnesia COVID 19 – parte 5 – un po’ di luce sulle questioni della SCUOLA

Circa un’ora fa sono transitato davanti ad una sede di Scuole elementari della città dove vivo. Per la cronaca, ora sono circa le 17.15 del 7 gennaio 2021. C’era un assembramento “motivato” dall’uscita dei bambini che frequentano il “tempo pieno”. Avevo annunciato che avrei parlato di “Scuola” e lo farò ancora una volta, senza peli sulla lingua e disponibile a farmi considerare un impenitente cocciuto.

Il titolino che ho postato serve anche a me stesso come promemoria, perché ritengo che sia una patologia comune di noi tutti una “memoria corta” ed un’ ”amnesia persistente”. Un brutto difetto che ci fa dimenticare rapidamente anche momenti bui della nostra Storia che vengono superati allegramente: ne è prova drammatica il sorprendersi nella ripresa di temi come quelli della “stagione delle stragi” o di “Mani pulite”. Ma, vivaddio, sono momenti lontani, perlomeno lo sono per un paio di generazioni: avverto i “critici costanti” di non considerarmi un fautore dei “colpi di spugna”. Anzi! Dico che sono “momenti lontani” semplicemente perché qualche lieve amnesia ci può anche stare! E, qui, se avessi un emoticon, inserirei una strizzatina d’occhi per evidenziare una sorta di complicità.

Ma è ben diversa la realtà di cui andiamo trattando: qui si tratta di tempi molto vicini a noi. Le scuole, gli edifici scolastici fatti di ambienti strutturali (atri, aule, corridoi, luoghi comuni: bagni, spogliatoi delle palestre, uffici in genere) erano in gran parte inadeguati ad affrontare una situazione sanitaria problematica. E lo sono ancora, a prescindere  dalla straordinaria buona volontà di tutto il personale scolastico. La si smetta di mandare in onda riprese televisive “solo” di scuole con spazi ampi.                                        Ricordiamolo: nel corso dei tempi a noi molto vicini ma prima dell’inizio del 2020 non erano infrequenti servizi giornalistici televisivi intorno allo sfascio dell’edilizia scolastica in varie parti del nostro Paese. Anche nella città dove vivo che ha tuttavia una situazione che potrebbe apparire oggettivamente rosea ci sono molte scuole che sono state insediate in ambienti non del tutto adatti, e dove in ogni caso le presenze erano più numerose al di là degli spazi disponibili. Fino all’avvio dell’anno scolastico 2019/20 si è lottato per avere maggiori spazi ed in gran parte sono stati reperiti; ma non sono ugualmente adatti a garantire la sicurezza necessaria a fronteggiare la pandemìa. Ci si consola esclusivamente basandosi su sondaggi che attesterebbero la scarsa probabilità di contagi nelle fasce dei giovanissimi. A dirla meglio, “tra i giovanissimi”! perchè non è mica chiaro del tutto se siano asintomatici ma contagiosi. Ma questa, da parte di un totale insesperto di “medicina”, è solo un’indebita “illazione”.

D’altra parte, comprendo pienamente tutte le preoccupazioni genitoriali; sarebbe stato molto bello per tutti che questa “disgrazia” collettiva non ci capitasse. Purtroppo dobbiamo “tutti” – chi più chi meno, chi in una modalità chi in un’altra – farci i conti. Ma di certo non si può scaricare tante delle responsabilità “politiche ed amministrative” su chi opera e rischia di persona in quegli ambienti.  C’è – tornando al tema dell’ “amnesia” – da sperare che chi abbia sbagliato fino a “ieri” (2019) sia in grado di riconoscerlo e si attrezzi a rendere quegli ambienti maggiormente adatti allo sviluppo cognitivo sociale e culturale delle giovani generazioni. La si smetta di piangere come “coccodrilli” pentiti solo ipocritamente e ci si attivi con progetti che recuperino “spazi” ampi per la fruizione delle culture e delle conoscenze.

Allo stesso tempo, non riesco a condividere la posizione di chi si ostina a porsi unilateralmente a sostegno di una richiesta di “ritorno alla normalità”, come se nulla di serio e grave fosse accaduto – e continua ad essere incombente – nel nostro Mondo. Mi riferisco a quei “gruppuscoli” di studenti, che ad ogni modo non mi sembrano per nulla  “dilettanti del web” ma piuttosto aristocratici ideologici (laddove le motivazioni si contrappongono alle, pur timide ed insufficienti, scelte governative). Per fortuna, oggi (8 gennaio ore 14.30 circa) su Rai Tre è riuscita ad essere intervistata pur fugacemente, e quasi emarginata come una vana appendice, una docente che ha espresso un’opinione che non è per nulla marginale, essendo stata rappresentata da una maggioranza percentualmente qualificatissima di docenti in una ricerca proposta da INAPP, che non è un Ente privato sostenuto da figure poco qualificate ma un  “Ente pubblico di ricerca” vigilato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali;  è la trasformazione dell’ISFOL, l’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori, nato nel 1973 con il compito di offrire un sostegno tecnico e metodologico al Governo e alle Regioni nel campo della formazione professionale”(il virgolettato è riferito a quel che dichiara sul sito ufficiale dell’Ente il presidente prof. Stefano Sacchi).

Secondo la ricerca collegata al policy brief “La scuola in transizione: la prospettiva del corpo docente in tempo di Covid-19” promosso dall’Ente “PER IL 70% DEI DOCENTI INTERVISTATI LA SCUOLA VA TENUTA CHIUSA FINO A TERMINE EMERGENZA SANITARIA”.

Ovviamente, quello che è il “mio” allarme appartiene ad un singolo docente in pensione, che ha sviluppato una modesta attenzione verso le problematiche politiche nel corso della sua esistenza. Parlo per me, dunque, ma non posso non condividere molte delle posizioni espresse dalla maggioranza dei docenti intervistati.

Per poter essere maggiormente incisivo vi riporto il Comunicato Stampa dell’Ente a proposito di questo sondaggio. Il documento è firmato dal Portavoce del Presidente INAPP. Tralascio nome e cognome – numero telefonico e recapito mail che potete tuttavia trovare digitando  

https://www.inapp.org/it/inapp-comunica/sala-stampa/comunicati-stampa/5012021-scuola-inapp-%E2%80%9C-il-70-dei-docenti-intervistati-va-tenuta-chiusa-fino-temine-emergenza-sanitaria%E2%80%9D

COMUNICATO STAMPA

I risultati del policy brief “La scuola in transizione: la prospettiva del corpo docente in tempo di Covid-19”

SCUOLA, INAPP: “PER IL 70% DEI DOCENTI INTERVISTATI VA TENUTA CHIUSA FINO A TERMINE EMERGENZA SANITARIA”

Promossa la didattica a distanza anche se è necessario uno standard unico e serve più formazione per il nostro corpo docente che resta quello con la maggior presenza di over 50 fra i paesi OCSE

FADDA: “LA DAD E’ SERVITA A SALVARE L’ISTRUZIONE PERCHE’ TUTTI, DOCENTI E STUDENTI, HANNO REMATO NELLA STESSA DIREZIONE, MA SONO EMERSE ANCHE TANTE CRITICITA’: DALLA CARENZA DEGLI ORGANICI ALLE DEBOLI COMPETENZE DEGLI INSEGNANTI”

Roma, 6 gennaio 2021 – Le scuole e le Università si devono tenere chiuse fino a emergenza sanitaria rientrata per il 70,4% dei docenti ciò che è necessario è avere uno standard unico per la Didattica a distanza (lo sostengono l’82,4% degli insegnanti) con relativa formazione specifica ai docenti per oltre il 90%. Sono questi alcuni dati che emergono dal Policy brief dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche “La scuola in transizione la prospettiva del corpo docente in tempo di Covid-19”. L’indagine, a cui hanno partecipato oltre 800 docenti, ha riguardato gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado (asili nido, scuole dell’infanzia, scuola primaria, scuola secondaria di I e II grado) e Università e corsi AFAM, pubbliche, private e paritarie, in servizio al momento della chiusura delle Scuole e delle Università, e si inserisce all’interno dello studio più ampio “Il lavoro di uomini e donne in tempo di Covid: una prospettiva di genere” curato dall’INAPP.

“Dalla nostra indagine emerge che il corpo docente promuove la didattica a distanza come una giusta soluzione per fronteggiare il problema della pandemia – ha spiegato il presidente dell’INAPP, prof. Sebastiano Fadda – al punto che 2 insegnati su 3 pensano che sia giusto tenere chiuse le scuole fino a quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata. In pratica il sistema dell’istruzione, trovandosi nella burrasca del mare aperto dell’emergenza sanitaria, ha utilizzato la “scialuppa” della didattica a distanza per rientrare in un porto sicuro con tutto il proprio carico di lavoratori e studenti. Aver remato nella stessa direzione, docenti e studenti, è servito a salvare il ciclo di studi ma è chiaro che sono emersi allo stesso tempo molteplici problemi come gli organici insufficienti, l’inadeguata dotazione strumentale, la scarsa padronanza dell’utilizzo dell’ICT da parte del nostro corpo docente, un corpo docente con la maggior presenza di over 50 fra i paesi OCSE (il 59% degli insegnanti dalla scuola primaria alla secondaria di II grado ha più di 50 anni )e con la percentuale più bassa di insegnanti con età compresa fra i 25 e i 34 anni (0,5%). Nonostante questo, il corpo docente ha espresso la volontà di continuare ad utilizzare le tecnologie ICT anche quando, si spera presto, la pandemia sarà sconfitta”.

Dall’indagine INAPP emerge in particolare come sul versante tecnologico i docenti hanno confermato “le difficoltà di connessione causate da una rete Internet inadeguata anche in conseguenza della condivisione della banda con conviventi che contemporaneamente hanno avuto l’esigenza di lavorare da remoto o seguire le lezioni online. Il 40,7% dei rispondenti ha dichiarato di convivere con una persona che aveva necessità di telelavorare e il 32,5% di convivere con uno studente in didattica a distanza. La percentuale è del 20,3% se le persone in telelavoro sono più di una, e del 35,3% se gli studenti sono più di uno”.

“La carenza tecnologica – si legge nel report – ha probabilmente contribuito a elevare i fattori di stress dei docenti, che in DAD è stimato significativamente accresciuto rispetto al lavoro tradizionale anche in una situazione non compromessa dal punto di vista della connessione alla rete internet. La necessità di avere una connessione stabile per portare a termine efficacemente le attività di didattica online ha incoraggiato molti docenti ad attivare nuove tipologie di accesso alla rete più performanti, tuttavia, il 12% degli insegnanti rispondenti affermano che la connessione casalinga non è stata sufficiente per gestire la didattica online”.

Sei d’accordo con le seguenti affermazioni? (v. % di sì) AFFERMAZIONI SI

Le Scuole/Università si devono tenere chiuse fino a emergenza sanitaria rientrata 70,4

Gli studenti devono svolgere attività di recupero estive 30,2

Occorre uno Standard unico o Linee Guida per la DaD 82,4

Occorre una Formazione specifica ai docenti sulla DaD 91,2

La DaD ha svecchiato la didattica e accorciato il digital divide nel corpo docente 58,5

I miei studenti sono stati più solidali e collaborativi fra loro e più responsivi e solleciti con me con questa metodologia 32,1

Con la DaD alcuni miei studenti più isolati o taciturni o poco motivati si sono rivelati più partecipativi e coinvolti 52,2

Vorrei continuare a usare la tecnologia per attività come i colloqui con studenti; colloqui con genitori; consigli di classe; ecc 46,5

Vorrei continuare a usare la tecnologia anche nella didattica in presenza 73,6

Altro tema affrontato è la variazione del carico di lavoro in DAD rispetto alla didattica tradizionale. Il corpo docente esprime un giudizio polarizzato a seconda del grado scolastico: carico diminuito per chi lavora nei nidi, invariato per chi lavoro nel terzo ciclo dell’istruzione, è aumentato per chi lavora negli altri ordini di scuola. “Verosimilmente gli educatori e le educatrici dei nidi dell’infanzia – si legge nello studio – hanno beneficiato, nel periodo di sospensione della frequenza scolastica, di una ridotta richiesta di interazione con la propria utenza a causa della loro giovanissima età, mentre i docenti universitari, presumibilmente, hanno potuto contare sull’elevato grado di autonomia dei loro studenti che ha condizionato il loro carico di lavoro in maniera limitata”.

Se si vanno a focalizzare gli ambiti in cui l’incremento del carico di lavoro è stato maggiormente avvertito dal corpo docente, si osserverà che gli insegnanti del primo ciclo scolastico – la scuola primaria e la scuola secondaria di I grado – sono coloro che hanno maggiormente risentito di questo passaggio per un combinato disposto: la limitata autonomia dei loro allievi e la necessità di efficacia nella didattica. Gli insegnanti della secondaria di II grado, invece, se hanno sperimentato un incremento del carico di lavoro durante la preparazione delle lezioni, questo si è attenuato nella realizzazione delle lezioni stesse. I docenti universitari, infine, fanno registrare una crescita del proprio carico di lavoro soprattutto per ciò che riguarda la realizzazione degli esami (in forma orale o scritta) a causa della necessità di garantire la privacy, la sicurezza, l’idoneità e la veridicità delle prove.

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7 gennaio – COVID 19 – parte 3 – I conti con la Storia – Una mancanza di maggioranza di Governo- L’assenza di strutture istituzionali sulla parte periferica dei territori urbani

3. Una mancanza di maggioranza di Governo

Uno dei più seri problemi che il nostro Paese ha è che non vi è una “maggioranza” di Governo veramente coesa; e la crudezza della realtà ci mostra una Opposizione per niente interessata sul serio ad affrontare i drammi della crisi in modo “pur temporaneamente” partecipe: piuttosto cerca di lucrare sulle “difficoltà” per lo più “oggettive” che l’Esecutivo incontra sulla sua strada, solletica il ventre molle di quella parte che sta subendo i contraccolpi più forti ed aizza la rabbia nei vari settori, che hanno conosciuto limitazioni che, come ho scritto prima, avrebbero potuto essere ridotte con un Esecutivo più “forte e coraggioso”. Un Esecutivo che scriva e detti le regole, imponga per un tempo limitato relativamente alle esigenze il loro rispetto con rigore, sanzioni le inadempienze in modo severo. Non c’è bisogno di un Governo di Destra per realizzare questo road map; basterebbe che fosse un GOVERNO in grado di assumersi questo compito sapendo bene che tali “limitazioni delle libertà” sono temporanee e condizione sine qua non per raggiungere gli obiettivi di uscire fuori del tutto da questo tunnel. In realtà nella prima parte del lockdown la maggioranza assoluta degli italiani ha appoggiato l’azione del Governo: era forte la speranza che  quei sacrifici sarebbero stati molto utili. Quello che segue è il link relativo ad un articolo di ansa.it del 7 aprile u.s..  

https://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/04/07/sondaggio-piepoli-cresce-la-fiducia-nel-governo-e-nel-premier-conte_64dd4114-b8c1-4430-9197-0a6c4d06c353.html

Barometro1

In quel tempo sarebbe stato molto utile la mano tesa dell’Opposizione, ma il leader del Partito di maggioranza della Destra, Matteo Salvini, era fin troppo invelenitonei confronti del Governo ed in modo specifico del Premier per tutte le vicende “assurde” dell’estate  del 2019 – quella per capirci del “Papeete” di Milano Marittima – e non è stato in grado di fare marcia indietro, fosse pure per una nobile causa.

Ritornando ai temi attuali ma con un “occhio alla Storia”, quella locale soprattutto. Nelle realtà periferiche delle medie e grandi città (superiori ai 100.000 abitanti) sarebbe stato utile avere un front office periferico istituzionale in un periodo di difficoltà come quello che abbiamo incontrato. Lo si è paragonato ad un “tempo di guerra” ed anche se, per fortuna, la maggior parte di noi non ha mai vissuto l’esperienza della guerra, alcuni tra i più esperti della materia sanitaria, come il Consigliere del Ministro della Sanità, Roberto Speranza, il dott. Walter Ricciardi, utilizzano questa “metafora”.

La presenza di strutture istituzionali sulla parte periferica dei territori urbani avrebbe permesso di ridurre lo stress di quella parte più debole della popolazione (anziani, malati cronici, indigenti) e di aiutarla in modo più ravvicinato, tenuto conto della difficoltà da parte proprio di costoro ad utilizzare e comprendere le moderne tecnologie, quelle che – pur considerate largamente disumanizzanti – permettono di essere connessi con il resto del mondo.

Questo ultimo rilievo ci permette di ritornare a parlare della grave insufficienza da assegnare alla Scuola italiana in materia di informatizzazione nonchè delle inadeguatezze strutturali ormai congenite ed assai diffuse (vi sono di certo “isole felici” ma di “classi pollaio” si parlava fino a pochissimi giorni prima del “primo lockdown”), del tutto inadatte  allo svolgimento di un corretto rapporto docenti-allievi e tra questi ultimi tra loro.

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6 gennaio – COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale

COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale   .

Trovo che sia semplice da parte di un singolo cittadino avanzare proposte che difettano molto spesso nella visione della complessità. Pur tuttavia fino a quando non venga negata a ciascuno la capacità di intendere e di volere occorre mettere in moto le sinapsi ed esercitarsi alla ricerca di soluzioni possibili, anche se realisticamente, in queste particolari condizioni, possano apparire rivoluzionarie.

Tra le altre cose, non possiamo non prendere in considerazione che la pandemìa si sia rivelata nelle nostre contrade già da poco meno di un anno. E l’emergenza, se è tale, non può durare tanto. La sensazione è che si sia dato troppo potere ad un organismo tecnico scientifico senza un vero e proprio coinvolgimento delle categorie professionali “in toto”. Non posso negare che il ruolo del Comitato T.S. non sia (e sia stato) utile; e non posso negare che molto spesso l’organismo governativo abbia agito in parziale autonomia (come è in ogni caso logico che sia), calibrando gli interventi intorno alle necessità di singole e differenti categorie. La qual cosa, però, invece che affrontare e risolvere i problemi,  ha provocato un trattamento differente creandone ancor di più nella società, aumentando i costi sociali in maniera inverosimile: la diatriba intorno alle discoteche in estate, la telenovela della Scuola, l’aprire e chiudere gli esercizi commerciali ha messo in difficoltà intere catene produttive.

Lo ripeterò ancora una volta: dopo il tempo dell’emergenza (febbraio, marzo, aprile 2020) sarebbe stato logico attivare una struttura parallela che non fosse limitata alla parte sanitaria scientifica. Ora, forse, non è tardi. “Forse!”. Anche perchè si addensano nubi fosche sulla compattezza del Governo ed in ogni caso, non essendoci un’alternativa alle viste, è ben difficile procedere con una unità di intenti dell’intero Paese, di cui abbiamo urgente bisogno.  Anche per questo, ritornando ai luoghi dell’Arte e della Cultura (Biblioteche, Musei, Teatri, Cinema, Circoli e altro), non si è avuto il coraggio di riorganizzarli mantenendoli in funzione, attraverso sistemi di prenotazione obbligatoria contingentata al minimo. Il mondo amministrativo è andato “in vacanza”; in modo particolare, quello legato alla Cultura, che si è rivelato incapace di gestire il post-emergenza. Avrebbe dovuto progettarlo da subito ma è andato “in vacanza”. Una Biblioteca, un Teatro più che un Cinema, dipendono chi più chi meno dalla struttura pubblica (ci sono Teatri “privati” che tuttavia accedono anche a fondi pubblici) ed un Ente locale avrebbe potuto stabilire le modalità operative per l’accesso. Non è stata proposta altra soluzione al di là della “chiusura” totale. Un Cinema ha la possibilità di limitare l’accesso attraverso l’utilizzo di prenotazioni online o in ogni caso anche al botteghino. Non è stata proposta altra soluzione che la “chiusura”. Questo poteva essere sopportato in periodo di alta emergenza; non più di tanto. Ovviamente se non è stato provveduto fino ad ora ciò non significa che non lo si possa fare adesso.

Nel prossimo blocco proverò a sottolineare in modo critico ma propositivo la necessità di far ripartire le strutture periferiche istituzionali laddove, come per esempio a Prato, siano state smantellate.

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5 gennaio – COVID 19 – E’ l’ora di fare i conti con la Storia – parte 1

COVID 19 – E’ l’ora di fare i conti con la Storia – parte 1

Io non so se la classe politica, al di là delle diatribe di basso profilo “ideologico”, abbia avviato un percorso di riflessione seria intorno a quel che è avvenuto in questo ultimo anno. La sensazione mi fa rispondere di no. Ho l’impressione, per l’appunto, che stia ancora a rincorrere l’emergenza, che aveva un senso nella fase iniziale, quando si era complessivamente sorpresi ed impreparati.

E lo si era in definitiva “strutturalmente”.

In pratica l’organizzazione generale della Sanità a livello nazionale e regionale aveva puntato essenzialmente verso una creazione di un servizio “misto” tra pubblico e privato, dove quest’ultimo comparto ha agito concorrenzialmente fornendo servizi, pur se a pagamento (a volte con scarti minimi di convenienza), molto più rapidi ed efficienti.  Questa modalità è stata più volte denunciata dalle Sinistre (ivi compresa quella parte di aderenti al Partito Democratico che mal sopporta l’involuzione riformistica accentuata del suo stesso Partito) verso i quali rilievi critici tuttavia – allorquando si risponde (e cioè rarissimamente) – ci si trincera in opposizione con la bollatura di “ideologismi”.

Di fronte a questo “scenario” non è stato difficile comprendere che si fosse impreparati a fronteggiare un’emergenza così acuta e improvvisa (d’altronde le “emergenze” continuano ad imporsi in una realtà tendenzialmente riferibile ad interventi poitici caratterizzati da una visione disorganica e costruita con inganni) e non è stato un “mistero” neanche dover assistere a delle polemiche intorno ai “dossier” taroccati o spariti del tutto che hanno coinvolto il numero due dell’OMS oppure la sorprendente “farsa” del Commissario alla Sanità calabrese, che poco o nulla sapeva di quali fossero i suoi ruoli e le sue competenze e responsabilità.

Le denunce su quel che è avvenuto e che poteva essere in gran parte affrontato in modo più organico ed incisivo sono piovute da ogni parte: io stesso su questo Blog non ho risparmiato critiche, pur considerando la “colposità” degli organismi politici e governativi attuali.

Andiamo avanti ma con uno sguardo più attento a quel che abbiamo – e non abbiamo – fatto prima.

La Storia – quella nostra recente – deve farsi “maestra di vita”. Lo deve fare in modo urgente; non ci possiamo sottrarre ad avviare una sorta di “elaborazione del lutto” che ci consenta di superare la “crisi” e si attrezzi per riuscire a condurci verso tempi maggiormente sicuri, anche nel caso, per ora annunciato ma del tutto realistico, di nuove forme pandemiche. Lo deve fare assicurando la continuità delle attività produttive e commerciali “in toto”. Lo deve fare lasciando aperte le strutture scolastiche e quelle artistiche nel loro complesso.

Intorno a queste ultime vi è stata una palese sottovalutazione dei problemi insieme alla incapacità di procedere verso una organizzazione che poteva contemperare il prosieguo delle attività “in sicurezza”. Penso in particolare al settore artistico museale, teatrale e cinematografico.

Abbiamo assistito (non posso evitare toni polemici) ad una forma sciovinistica di esaltazione del ruolo del Ministro Franceschini, che a mio parere poco o nulla ha fatto per difendere quei settori di sua competenza in questa fase pandemica.

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4 gennaio 2021 – PACE E DIRITTI UMANI – XXIX (per la parte XXVIII vedi 9 dicembre)

Questi post vogliono fare da “corollario” utile a mantenere alta l’attenzione sui temi dei “Diritti umani” operando sulla ricorrenza “toscana”del 30 novembre.

Il 30 novembre del 1786 fu promulgato e pubblicato il “Codice Penale Leopoldino” voluto dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo d’Asburgo. Il 30 novembre del 2000 per la prima volta la Regione Toscana indisse la Festa della Toscana, collegandola a quello straordinario evento:
per la prima volta nella storia del mondo moderno venivano abolite la tortura e la pena di morte . Questi post riportano la trascrizione degli Atti di un Convegno molto importante che si svolse in quella occasione presso il Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” di Prato

Parte XXIX

La battaglia incentrata su quel particolare episodio ha visto tra i protagonisti in prima fila uno dei nostri rappresentanti istituzionali più attivi e sensibili, il deputato onorevole Mauro Vannoni, che ha fatto parte anche della delegazione italiana che si è recata a Emporia in Virginia per chiedere il riesame del DNA di Derek Rocco Barnabei, allo scopo di poter creare le condizioni per uno scagionamento totale del condannato. Questo caso ha visto tanti cittadini, soprattutto tantissimi toscani, esprimere con una firma il ripudio di questa forma di ingiustizia, che si caratterizza sempre più come una barbarica legge del taglione. L’impegno intenso avrebbe potuto, con la tragica conclusione della vicenda Barnabei, produrre una forma di riflusso, di rientro, di ripiego. Invece andando dietro agli ultimi, specifici, inviti, le ultime preghiere dello stesso condannato a morte, a continuare nella battaglia abolizionistica negli Stati Uniti e nel mondo, la Regione Toscana ha voluto attivarsi utilizzando come punto di partenza storico quella iniziativa di Pietro Leopoldo di Lorena, Granduca di Toscana, che nel 1786 pubblicò il nuovo codice penale con quelle caratteristiche prima riportate: tre anni prima dell’inizio della Rivoluzione francese e dodici anni dopo la pubblicazione di una delle opere più famose e più rappresentative dell’Illuminismo europeo, di certo la più importante di quello italiano, vale a dire “Dei delitti e delle pene” pubblicato a Livorno nel 1764 da Cesare Beccaria.

Che questa opera, con la sua Introduzione, dove Cesare Beccaria si chiede “la morte è ella una pena veramente utile e necessaria per la sicurezza e per il buon ordine della società, la tortura ed i tormenti sono egli non giusti e ottengono egli il fine che si propongono le leggi?” e con i capitoli 12 e 16, rispettivamente dedicati alla tortura e alla pena di morte, appunto quell’opera, questa opera sia stata la fonte principale della Leopoldina ce lo spiegherà molto più nel dettaglio e meglio di me subito dopo il Professor Giuseppe Panella.

Ma ad un primo esame superficiale di quel famoso editto del 30 novembre 1786 ed in particolare dell’articolo 51 ci elimina ogni dubbio.

Alla fine di quell’articolo si dice:

“Siamo venuti nella determinazione di abolire come abbiamo abolito con la presente Legge, per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo, sia presente sia contumace, ed ancorché confesso, e convinto di qualsivoglia Delitto dichiarato Capitale dalle Leggi fin qui promulgate, le quali tutte Vogliamo in questa parte cessate, ed abolite”.