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“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE (Pasolini) di Federica Nerini

Federica Nerini

 

 

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE” (Pasolini)

Di Federica Nerini

“Malinconia” di Eduard Munch rappresenta la prima opera simbolista del pittore norvegese. Il quadro è stato dipinto nel 1892 dopo una difficile delusione d’amore, la quale procurò all’artista una delle tante crisi depressive e di panico. L’uomo in primo piano rappresenta l’eroe moderno per eccellenza, che patisce le sofferenze e i sentimenti provati ogni giorno dall’intera umanità. I pensieri si tramutano in sassi pesantissimi, che circondano in modo asfissiante il protagonista; i granelli di sabbia simboleggiano il “tempo incalcolabile”: ore, minuti e secondi indistinguibili gli uni dagli altri, una volta bagnati e miscelati dalla spuma marina. La spiaggia si confonde con la riva, fondendosi con essa diventa un’unica sostanza e forma. Il cielo riprende gli stessi colori delle acque nordiche e glaciali, riecheggiando l’algida amarezza che il pittore aveva nei confronti della vita e del destino. Munch era un uomo che aveva sofferto tanto: solitario, infelice, inerme e sfibrato, aveva provato fino alla morte a realizzare il desiderio di rottura con quella “Solitudine” tanto odiata ed agognata, non riuscendoci. Ecco perché il Pensatore “munchiano”, come la statua “rodiniana” è avvolto da un flusso cementario, che non gli permetterà mai di raggiungere una dinamicità flessibile, per cogliere l’effimera felicità dei due personaggi appena percettibili sullo sfondo.

Ed è proprio la solitudine la condizione ineffabile che trascina l’uomo nel mondo della sofferenza e della drammaticità. La solitudine si sa, non possono assaporarla tutti allo stesso modo, ognuno reagisce in maniera diversa: per alcuni è rigenerativa, si pensi (ad esempio) agli “anacoreti zarathustriani”; per altri è insopportabile, basti ricordare i depressi colpiti dal disturbo bipolare. Ovviamente, la domanda sorge spontanea: “Come è possibile che una condizione dell’anima donata dal Signore, nella sua più complessa ed inverosimile “unicità relativa” non è uguale per tutti?”. La risposta è molto semplice, perché come dice Pasolini: “bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune”. È necessario “avere buone gambe”, poiché l’uomo deve camminare “solo et pensoso i più deserti campi” sempre con “passi tardi et lenti”, fino a percorrere le zone più sconosciute di questo universo impercettibile, pur di far staccare la solitudine dall’anima, come un’ostrica da una conchiglia. Inoltre, è giocoforza avere “una resistenza fuori dal comune”: solo “resistendo”, si può sopportare ed amare l’emarginazione volontaria.

Ma dopo “una camminata senza fine per le strade povere”, declama Pasolini, “bisogna essere disgraziati e forti” come i “fratelli dei cani”. Proprio nell’ultimo verso, il poeta bolognese utilizza il simbolo emblematico del “cane”, l’animale per antonomasia che personifica con grande orgoglio e condanna l’imperitura solitudine. Ed ecco che il mondo governato dall’umanità si trasforma nel canile più insopportabile, dove ogni “disgraziato” ama fugare dal proprio corpo, quando invece ognuno deve elaborare i pensieri per essere libero (o forse no).

Francesco Petrarca nella sua celeberrima poesia “Solo et pensoso” afferma che nonostante non sappia cercare “sì aspre vie né sì selvagge”, non c’è nessun luogo “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui”. Sebbene ricerchiamo la solitudine in ogni piccolo attimo della nostra esistenza e in ogni luogo, è umanamente impossibile abbandonare i pensieri che ci affliggono quotidianamente, poiché ci sono forze psichiche ben più forti dell’isolamento, come l’amore (che tanto tormenta il Petrarca), o semplicemente la straordinaria essenza della riflessione della nostra mente. Per sillogismo aristotelico, quindi, non siamo mai soli, pensiamo di esserlo, mentre non lo siamo minimamente.

Ci solo alcuni poeti, scrittori e filosofi famosi che se non fossero stati soli per tutta la vita, non avrebbero ricevuto quella sfavillante “eternità letteraria” che tengono ben stretta tra le mani, le stesse con cui hanno scritto fiumi di parole memorabili. Non conoscendo la solitudine, non avrebbero mai capito chi erano veramente. “Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?”, questi versi che appartengono a  Giacomo Leopardi urlano di dolore, un dolore: esistenziale, interno, immenso, pieno di angoscia libidica e ricco di un tormento spaesante. Attraverso l’isolamento esistenziale c’è la scissione tra l’istanza del suo “Io” fragile e la sua essenza; Leopardi si è perso nei meandri concentrici della sua anima vulnerabile, per questo non conosce più se stesso. Allora può la solitudine creare questo effetto? Prima ci demolisce e poi ci ordina di capire chi siamo veramente? Io penso di sì, altrimenti un genio indiscusso come Leopardi non si interessava mai a lei. D’altronde è un modo non facile per conoscersi.

Cosa si può trovare attraverso la solitudine? Proust ha ricercato il suo “tempo perduto”, Kafka il suo “silenzio rigeneratore”, Joyce il suo “flusso di coscienza”, Flaubert le sue bramate “metafore”, Tasso la sua “follia”, Ariosto il suo “Orlando”, Dante la sua “Commedia”, Shakespeare il suo “Amleto”, Schnitzler il suo “doppio sogno”, Conrad il suo “cuore di tenebra”, Bulgakov la sua “Margherita”, Stevenson il suo “doppio”, Woolf il suo “suicidio”, Baudelaire il suo “Spleen”, Sartre la sua “nausea”, Pirandello sua “moglie”, D’Annunzio la sua “vecchiaia”, Svevo la sua “ultima sigaretta”, Nabokov la sua “Lolita”, Dostoevskij la sua “bellezza conquistatrice”, Tolstoj la sua “Anna”, Goethe il suo “Mefistofele memorabile”, Foscolo la sua “Patria”, Petrarca la sua “Laura”, Leopardi il suo “Ego”, ed io la mia fine, perché: sto “sola sul cuor della terra trafitta da un raggio di sole”. Sarà subito sera.

Auguste_Rodin_fotografato_da_Nadar_nel_1891Il pensatore

Auguste Rodin ed “Il pensatore”

 

Leggi il contributo di Massimo Sannelli su      pasolini.net

http://www.pasolini.net/contr_sannelli-solitudine.htm

Pierpaolo Pasolini
Senza di te tornavo
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE (Pasolini) di Federica Nerini

Federica Nerini

 

 

“BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE” (Pasolini)

Di Federica Nerini

“Malinconia” di Eduard Munch rappresenta la prima opera simbolista del pittore norvegese. Il quadro è stato dipinto nel 1892 dopo una difficile delusione d’amore, la quale procurò all’artista una delle tante crisi depressive e di panico. L’uomo in primo piano rappresenta l’eroe moderno per eccellenza, che patisce le sofferenze e i sentimenti provati ogni giorno dall’intera umanità. I pensieri si tramutano in sassi pesantissimi, che circondano in modo asfissiante il protagonista; i granelli di sabbia simboleggiano il “tempo incalcolabile”: ore, minuti e secondi indistinguibili gli uni dagli altri, una volta bagnati e miscelati dalla spuma marina. La spiaggia si confonde con la riva, fondendosi con essa diventa un’unica sostanza e forma. Il cielo riprende gli stessi colori delle acque nordiche e glaciali, riecheggiando l’algida amarezza che il pittore aveva nei confronti della vita e del destino. Munch era un uomo che aveva sofferto tanto: solitario, infelice, inerme e sfibrato, aveva provato fino alla morte a realizzare il desiderio di rottura con quella “Solitudine” tanto odiata ed agognata, non riuscendoci. Ecco perché il Pensatore “munchiano”, come la statua “rodiniana” è avvolto da un flusso cementario, che non gli permetterà mai di raggiungere una dinamicità flessibile, per cogliere l’effimera felicità dei due personaggi appena percettibili sullo sfondo.

Ed è proprio la solitudine la condizione ineffabile che trascina l’uomo nel mondo della sofferenza e della drammaticità. La solitudine si sa, non possono assaporarla tutti allo stesso modo, ognuno reagisce in maniera diversa: per alcuni è rigenerativa, si pensi (ad esempio) agli “anacoreti zarathustriani”; per altri è insopportabile, basti ricordare i depressi colpiti dal disturbo bipolare. Ovviamente, la domanda sorge spontanea: “Come è possibile che una condizione dell’anima donata dal Signore, nella sua più complessa ed inverosimile “unicità relativa” non è uguale per tutti?”. La risposta è molto semplice, perché come dice Pasolini: “bisogna avere buone gambe e una resistenza fuori dal comune”. È necessario “avere buone gambe”, poiché l’uomo deve camminare “solo et pensoso i più deserti campi” sempre con “passi tardi et lenti”, fino a percorrere le zone più sconosciute di questo universo impercettibile, pur di far staccare la solitudine dall’anima, come un’ostrica da una conchiglia. Inoltre, è giocoforza avere “una resistenza fuori dal comune”: solo “resistendo”, si può sopportare ed amare l’emarginazione volontaria.

Ma dopo “una camminata senza fine per le strade povere”, declama Pasolini, “bisogna essere disgraziati e forti” come i “fratelli dei cani”. Proprio nell’ultimo verso, il poeta bolognese utilizza il simbolo emblematico del “cane”, l’animale per antonomasia che personifica con grande orgoglio e condanna l’imperitura solitudine. Ed ecco che il mondo governato dall’umanità si trasforma nel canile più insopportabile, dove ogni “disgraziato” ama fugare dal proprio corpo, quando invece ognuno deve elaborare i pensieri per essere libero (o forse no).

Francesco Petrarca nella sua celeberrima poesia “Solo et pensoso” afferma che nonostante non sappia cercare “sì aspre vie né sì selvagge”, non c’è nessun luogo “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co llui”. Sebbene ricerchiamo la solitudine in ogni piccolo attimo della nostra esistenza e in ogni luogo, è umanamente impossibile abbandonare i pensieri che ci affliggono quotidianamente, poiché ci sono forze psichiche ben più forti dell’isolamento, come l’amore (che tanto tormenta il Petrarca), o semplicemente la straordinaria essenza della riflessione della nostra mente. Per sillogismo aristotelico, quindi, non siamo mai soli, pensiamo di esserlo, mentre non lo siamo minimamente.

Ci solo alcuni poeti, scrittori e filosofi famosi che se non fossero stati soli per tutta la vita, non avrebbero ricevuto quella sfavillante “eternità letteraria” che tengono ben stretta tra le mani, le stesse con cui hanno scritto fiumi di parole memorabili. Non conoscendo la solitudine, non avrebbero mai capito chi erano veramente. “Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?”, questi versi che appartengono a  Giacomo Leopardi urlano di dolore, un dolore: esistenziale, interno, immenso, pieno di angoscia libidica e ricco di un tormento spaesante. Attraverso l’isolamento esistenziale c’è la scissione tra l’istanza del suo “Io” fragile e la sua essenza; Leopardi si è perso nei meandri concentrici della sua anima vulnerabile, per questo non conosce più se stesso. Allora può la solitudine creare questo effetto? Prima ci demolisce e poi ci ordina di capire chi siamo veramente? Io penso di sì, altrimenti un genio indiscusso come Leopardi non si interessava mai a lei. D’altronde è un modo non facile per conoscersi.

Cosa si può trovare attraverso la solitudine? Proust ha ricercato il suo “tempo perduto”, Kafka il suo “silenzio rigeneratore”, Joyce il suo “flusso di coscienza”, Flaubert le sue bramate “metafore”, Tasso la sua “follia”, Ariosto il suo “Orlando”, Dante la sua “Commedia”, Shakespeare il suo “Amleto”, Schnitzler il suo “doppio sogno”, Conrad il suo “cuore di tenebra”, Bulgakov la sua “Margherita”, Stevenson il suo “doppio”, Woolf il suo “suicidio”, Baudelaire il suo “Spleen”, Sartre la sua “nausea”, Pirandello sua “moglie”, D’Annunzio la sua “vecchiaia”, Svevo la sua “ultima sigaretta”, Nabokov la sua “Lolita”, Dostoevskij la sua “bellezza conquistatrice”, Tolstoj la sua “Anna”, Goethe il suo “Mefistofele memorabile”, Foscolo la sua “Patria”, Petrarca la sua “Laura”, Leopardi il suo “Ego”, ed io la mia fine, perché: sto “sola sul cuor della terra trafitta da un raggio di sole”. Sarà subito sera.

Auguste_Rodin_fotografato_da_Nadar_nel_1891Il pensatore

Auguste Rodin ed “Il pensatore”

 

Leggi il contributo di Massimo Sannelli su      pasolini.net

http://www.pasolini.net/contr_sannelli-solitudine.htm

Pierpaolo Pasolini
Senza di te tornavo
Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.
Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.
Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.
E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

“EN ATTENDANT” la riflessione di Federica

PasoliniLeo FerrèGABER

“EN ATTENDANT” la riflessione di Federica Nerini che fra poco pubblicherò vi anticipo, dietro i formidabili stimoli che essa contiene, alcuni elementi. Il titolo del suo intervento è basato sul primo verso di una poesia di Pier Paolo Pasolini “BISOGNA ESSERE MOLTO FORTI PER AMARE LA SOLITUDINE” ed è piena di rimandi culturali, artistici e filosofici che non dovrebbero mancare di essere approfonditi anche da altri lettori. Come son solito fare, arricchisco con video ed immagini i nostri post, col rischio di soffocarli. A questo punto, mi sono detto: “Perché non anticipare con video, scritti ed immagini alcuni di questi rimandi coinvolgendo dei “miti” che appartengono a generazioni diverse oltre la mia?” Ed è questo il senso della proposta che vi sto facendo. Sono solo degli esempi: oltre al testo di Pasolini letto da me (ne riproporrò un altro in coda all’articolo di Federica), ho inserito Leo Ferré, chansonnier poeta e scrittore che amava le contrade toscane (dal 69 all’83 anno della sua morte visse fra Firenze, San Casciano e Castellina in Chianti) e Giorgio Gaber su cui non si dirà mai troppo vista l’incommensurabile grandezza del suo stile. A più tardi. (G.M.)

Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
– e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
E’ il mondo così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente: allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe essere più soddisfatto
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’è cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.


Je suis d’un autre pays que le vôtre, d’un autre quartier, d’une autre solitude.
Je m’invente aujourd’hui des chemins de traverse. Je ne suis plus de chez vous.
J’attends des mutants. Biologiquement je m’arrange avec l’idée que je me fais de la biologie: je pisse, j’éjacule, je pleure.
Il est de toute première instance que nous façonnions nos idées comme s’il s’agissait d’objets manufacturés.
Je suis prêt à vous procurer les moules. Mais…

La solitude…

Les moules sont d’une testure nouvelle, je vous avertis.
Ils ont été coulés demain matin.
Si vous n’avez pas dès ce jour, le sentiment relatif de votre durée, il est inutile de regarder devant vous car devant c’est derrière, la nuit c’est le jour. Et…

La solitude…

Il est de toute première instance que les laveries automatiques, au coin des rues, soient aussi imperturbables que les feux d’arrêt ou de voie libre.
Les flics du détersif vous indiqueront la case où il vous sera loisible de laver ce que vous croyez être votre conscience et qui n’est qu’une dépendance de l’ordinateur neurophile qui vous sert de cerveau. Et pourtant…

La solitude…

Le désespoir est une forme supérieure de la critique. Pour le moment, nous l’appellerons “bonheur”, les mots que vous employez n’étant plus “les mots” mais une sorte de conduit à travers lesquels les analphabètes se font bonne conscience. Mais…

La solitude…

Le Code civil nous en parlerons plus tard.
Pour le moment, je voudrais codifier l’incodifiable.
Je voudrais mesurer vos danaïdes démocraties.
Je voudrais m’insérer dans le vide absolu et devenir le non-dit, le non-avenu, le non-vierge par manque de lucidité.
La lucidité se tient dans mon froc.

LA SOLITUDINE

Io vengo da un altro mondo, da un altro quartiere, da un’altra solitudine.
Oggi come oggi, mi creo delle scorciatoie. Io non sono più dei vostri.
Aspetto dei mutanti; Biologicamente me la cavo con l’idea che
mi sono fatto della biologia: piscio; eiaculo; piango.
Innanzi tutto noi dobbiamo lavorare le nostre idee come se fossero dei manufatti.
Io sono pronto a procurarvi gli stampi. Ma…

la solitudine…

Gli stampi sono di una materia nuova, vi avverto.
Sono stati fusi domani mattina.
Se voi non avete di questo giorno il senso relativo della durata, è inutile guardare davanti a voi perché il davanti è il dietro, la notte è il giorno. E…

la solitudine…

Innanzi tutto le lavanderie automatiche, agli angoli delle strade, sono imperturbabili così come il rosso o il verde dei semafori.
I poliziotti del detersivo vi indicheranno dove vi sarà possibile lavare ciò che voi credete sia la vostra coscienza e che non è altro che una succursale di quel fascio di nervi che vi serve da cervello. E pertanto…

La solitudine…

La disperazione è una forma superiore di critica. Per ora, noi la chiameremo “felicità”, perché le parole che voi adoperate non sono più “parole”, ma una specie di condotto attraverso il quale gli analfabeti hanno la coscienza a posto. Ma…

la solitudine…

Del Codice Civile ne parleremo più tardi.
Per ora, io vorrei codificare l’incodificabile.
Io vorrei misurare il pozzo di San Patrizio delle vostre democrazie.
Vorrei immergermi nel vuoto assoluto e divenire il non detto, il non avvenuto, il non vergine per mancanza di lucidità.
La lucidità me la tengo nelle mutande.

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.

Uno c’ha tante idee
ma di modi di stare insieme
ce n’è solo due
c’è chi vive in piccole comuni o in tribù
la famiglia e il rapporto di coppia
c’è già nei capitoli precedenti,
ormai non se ne può più.

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.

Certo, vivendo insieme
se chiedi aiuto
quando sei disperato e non sopporti
puoi appoggiarti.
Un po’ di buona volontà
e riesco pure a farmi amare
ma perdo troppi pezzi e poi
son cazzi miei, non mi ritrovo più.

[parlato] Vacca troia!… dove sono?… Eccoli lì che se li mangiano i miei pezzi… cannibali!… Troppa fame, credimi… gli dai una mano ti mangiano il braccio… Ve la dò io la comune!… Cannibali… Credimi, da soli si sta bene… In due? È già un esercito.

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.

Uno fa quel che può
per poter conquistare gli altri
castrandosi un po’
c’è chi ama o fa sfoggio di bontà, ma non è lui
è il suo modo di farsi accettare di più
anche a costo di scordarsi di sé
ma non basta mai.

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.

Certo l’eremita
è veramente saggio
lui se ne sbatte e resta in piedi
senza appoggio.
Ha tante buone qualità
ma è un animale poco sociale.
Ti serve come esempio e poi
son cazzi suoi, non lo rivedi più.

[parlato] Vecchia troia!… Se ne frega lui… che carattere… Sì, va bene, ci ha del fascino, ma è un po’ coglione, credimi… Che provi, che provi lui a fare un gruppo… come noi! Giù dal monte… porca vacca!… No, eh… si rifiuta… che individuo. Meglio noi… credimi: sempre insieme, che costanza, uniti… attaccati… sempre attaccati… come i ciglioni…

La solitudine
non è mica una follia
è indispensabile
per star bene in compagnia.

COSA RESTERA’ DI QUESTI ANNI?

FOTO per Blog

Cosa resterà di questi anni?
Difficile saperlo; legittimo supporlo! Da qualche tempo, però, ho la sensazione che stiamo procedendo verso un vero e proprio “disastro”. Quelli che la pensano come me vengono etichettati come “gufi” e come “quelli che dicono sempre NO” ma intanto la “prova di forza” avviene su questioni che, sì, sono molto importanti ma che non attengono ai veri interessi del Paese. Sono “importanti” direi anche importantissime ma non producono effetti tangibili se non l’amor proprio di un gruppo di Potere che potrà dichiarare di avere piegato alle proprie scelte la “minoranza” di turno! E sono importanti, anzi tremendamente serie, le scelte che si vanno a compiere e che dovrebbero contare su una maggioranza molto ampia che vede convergere alle proposte del PD anche la Destra di Forza Italia che, nei dibattiti televisivi, attraverso suoi incontestati ed incontestabili leaders, appare molto più convinta di quanto lo siano gli stessi “Democratici”. Ciò che vedo io non è di certo quello che altri non vedono e c’è ben poco da interpretare se tu vedi a difesa delle scelte della Boschi e di Renzi in primo piano la Gelmini, la Ravetto e compagnia “bella”. E’ mai possibile che si sia smarrita la capacità analitica della realtà, obnubilati da un incantatore di serpenti emule di un venditore di tappeti? Sinceramente non mi piace per molti motivi il leader che si è appropriato grazie a voti di non iscritti del Partito Democratico a cui ancora tengo: 1) non siamo di certo ai suoi ordini ed il nostro cervello non è in vendita; 2) è un Presidente del Consiglio la cui provvisorietà è legata ad un’investitura “discutibile”; 3) la vittoria alle Europee (così come si è delineata) non lo autorizza a considerare modificato il peso del Partito Democratico a livello parlamentare.
Le modalità con cui si propone appartengono ad ambienti che non abbiamo mai amato e temiamo che di questi anni, dopo il “disastro” renziano ci rimarrà la sua irriverenza, la sua sfrontatezza, l’arroganza di un giovane che non possiede nessuna capacità di riconoscersi come fra i principali responsabili dell’attuale crisi, perché figlio di quella classe dirigente che solo a parole dice di voler superare ma della quale si è servito e si serve per mantenersi in sella.
Dico quello che penso e forse lo faccio anche per coloro che pensano e non dicono; ma, si sa, c’è chi la coerenza la esprime nei fatti e nelle parole e chi di tanto in tanto la utilizza per nascondersi.
G.M.

DUOMO DI SAN PROCOLO MARTIRE al Rione Terra di Pozzuoli (NA).

 

 

Stemma Pozzuoli 2

 

Stemma araldico di Pozzuoli

Foto pozzuoli 2

Palazzo Migliaresi

 

Foto pozzuoli 3

Fianco Est del Tempio d’Augusto – Duomo

 

Foto pozzuoli 4

Via Vescovado – parallela

 

Foto Pozzuoli 5

Via Vescovado

 

Foto Pozzuoli 6

Il Seminario con la chiesetta del Coretto

Foto Pozzuoli 7

Lato Est con le colonne Corintie

Foto Pozzuoli 8

Interno con colonne Corintie – Lato Ovest

 

Foto Pozzuoli 9

Interno, controfacciata in cristallo con serigrafie delle colonne mancanti e soffitto a cassettoni
Foto Pozzuoli 10

Interno restaurato, con soffitto a cassettoni
Foto pozzuoli 11

Interno con volta a botte e lunette unghiate, con Coro e Presbiterio

 

Foto pozzuoli 13

Resti del Portale d’ingresso originale

 

San Procolo- A. Gentileschi

San Procolo_A. Gentileschi       

Foto Pozzuoli 12

Decollazione di San Gennaro, Agostino Beltramo 1635

Ringrazio Enzo per questo splendido contributo – fra aprile e maggio scorso ho potuto assistere alla riapertura di questo vero e proprio tesoro dell’arte. Pozzuoli ha una storia plurimillenaria che non può essere annullata dall’incuria – dobbiamo difenderla così come dobbiamo difendere la STORIA di migliaia di altre realtà che ci sono state lasciate dai nostri avi come patrimonio culturale su cui far crescere il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti. (J.M.)

La Cattedrale-Duomo, è dedicata al martire cristiano Procolo, patrono di Pozzuoli, formata dall’unione di tre chiese alquanto vetuste: l’antico Duomo, la chiesa della SS. Trinità e la piccola chiesa del Corpo di Cristo detta anche Coretto adiacente al Tempio, dalla cui Porta Santa si accede al suo interno. Essa fu edificata intorno al VI sec., sui resti dell’antico Capitolium detto “Tempio di Augusto”, e che l’incendio del 1964 portò alla luce le Colonne in stile Corintio, che prima erano coperte dalle mura. L’edificio, in seguito ai terremoti del 1538, (eruzione del Monte Nuovo) fu restaurato nel 1544 e in seguito verso la metà del XVII sec., con la sapiente abilità di Cosimo Fanzago che lo trasformò in uno splendido edificio barocco. Risale a questo periodo l’ampliamento della struttura, a cui veniva annessa l’adiacente chiesa della SS. Trinità (già presente nel sec. XII). L’interno, si presenta maestoso e scenografico, a una sola navata coperta da una volta a botte unghiata e con cappelle laterali. Ospita notevoli capolavori della pittura del ‘600 napoletano – (tra cui dipinti di Massimo Stanzione, Artemisia Gentileschi (San Procolo e la madre, San Gennaro nell’Anfiteatro, Martirio di San Procolo, l’Adorazione dei Magi), , Giovanni Lanfranco (Martirio di Sant’Artema, Arrivo di San Paolo a Pozzuoli), Cesare Fracanzano (l’Adorazione dei pastori, Gesù nell’orto degli ulivi), Agostino Beltramo (Decollazione di San Gennaro e martirio dei suoi confratelli nei pressi della Solfatara, opera posta nell’Abside sull’Altare Maggiore), Giacinto Diano il Pozzolano, (28/marzo/1731- Napoli, 13/08/1803), suoi sono gli affreschi del soffitto dello scalone del seminario di Pozzuoli (1755) , le tele di S. Raffaele (Martirio di s. Caterina, (1758); Incoronazione della Vergine; Guarigione di Tobia, 1760, sul soffitto della sagrestia; nonché il Ritratto di don Domenico d’Oriano, che mostra una stampa tratta dal dipinto di N. M. Rossi del 1749 raffigurante Tobiolo e l’angelo). Il Duomo, venne dichiarato Monumento Nazionale dal 1940 e dal 1949, divenne Basilica Minore Pontificia ad opera di papa Pio XII.
Il vescovo della diocesi di Pozzuoli, Gennaro Pascarella, ha inaugurato domenica 11/maggio/2014, la riapertura e la conseguente restituzione ai fedeli della Cattedrale-Duomo di San Procolo Martire del Rione Terra, a cinquant’anni dall’incendio, che nella notte tra il 16 e il 17/ maggio/1964, la distrusse completamente. Ancora da ristrutturare e recuperare sono la Sagrestia e il Campanile. Il Duomo si presenta con una facciata esastila in stile Corintio, di cui solo 2 colonne (laterali) ci sono pervenute quasi intatte, mentre le altre 4 centrali, sono serigrafie su cristallo, i due fianchi si presentano con un aspetto maestoso e in forma octastila, sempre in Stile Corintio. La parte restaurata anteriore si presenta in bell’aspetto con dei cristalli giganteschi, tenuti magnificamente insieme con delle strutture a tiranti d’acciaio, che ben si sposano con il magnifico restauro. Il restauro è opera progettata dal prof. Marco Dezzi Bardeschi, che vinto il concorso internazionale, bandito dalla Regione Campania e dalla Sovrintendenza, iniziò i lavori. Le prime attività di restauro iniziarono nel 1968, dopo l’incendio divampato tra il 16 e il 17 maggio del 1964 che distrusse l’edificio in stile barocco come precedentemente detto. La costruzione della chiesa, avvenne tra il 1632 ed il 1649, su commissione del vescovo Martín de León y Cárdenas, innalzata sulle rovine dell’antico tempio romano preesistente. Il fenomeno del bradisismo che colpì Pozzuoli nel 1970 e, poi, quello più grave nel 1983, costrinse il governo centrale “all’allontanamento forzato”-(1970)- dell’intera popolazione dalla rocca del Rione Terra, all’insaputa dell’allora sindaco-prof. Angelo Nino Gentile. L’intervento di restauro che, seguendo il principio delle carte internazionali sul restauro del “minimo intervento”, ha consentito la salvaguardia del monumento e la sua corretta conservazione che ha restituito alla chiesa la sua originaria funzione di luogo di culto, e di Monumento di eccezionale valore storico-artistico e culturale. L’apertura del Duomo e del percorso archeologico rappresentano solo una minima parte dell’acropoli puteolana, intervento realizzato grazie ai fondi dello Stato e dell’Unione europea. Una speciale menzione va a Maria Pia Corsale  che ha curato, sotto la direzione dei lavori dell’Ing. Magliulo,  il restauro dei marmi e della conservazione delle tele del Duomo-Tempio. 

Alcune notizie storico-artistiche, sono state tratte da fonti riconducibili alla Treccani editore.

Prof. Vincenzo Neri, docente di Disegno e Storia Dell’arte in pensione.

Alcune notizie storico-artistiche, sono state tratte da fonti riconducibili alla Treccani editore.

Le foto che illustrano il Duomo e le sue opere interne ed esterne, sono di proprietà del sottoscritto, coperte da proprietà intellettuale.

Notizie di carattere informativo:
Il Duomo-Cattedrale di San Procolo Martire di Pozzuoli, potrà essere visitato ogni sabato e domenica (ingresso gratuito). Sabato, dalle 9,30 alle 13,00 e dalle 16,00 alle 19,00 con la celebrazione della Messa nel Duomo alle 19,00, Domenica, dalle 9,30 alle 12,00 e dalle 16,00 alle 21,00 con la celebrazione della Messa alle ore 12,00.
La visita all’interno della Rocca del Rione Terra è libera e gratuita.
Se il viaggiatore lo desidera, per le visite guidate, può rivolgersi all’associazione culturale di volontariato NEMEA: telefax 081.853.06.26 – cell. 388.112.71.88 – 388.101.97.12 e-mail: assnemea@hotmail.com .
Per raggiungere la Rocca del Rione Terra di Pozzuoli (NA), si può utilizzare il servizio metropolitano per chi viene da Napoli, mentre, per chi proviene da fuori e munito di mezzo di locomozione privato o pubblico (autobus), è presente sul territorio l’AutoTerminal, sito in via Vecchie delle Vigne, nei pressi della Solfatara dove è possibile parcheggiare.

reloaded GLI ESAMI (DI STATO) NON FINISCONO MAI

http://www.maddaluno.eu/?p=228
Chiamerò questo post “reloaded Gli esami (di Stato) non finiscono mai” in attesa delle riflessioni su alcuni argomenti specifici emersi nel corso degli Esami.
Il link di sopra è riferito al mio post del 4 luglio dal titolo “Gli Esami (di Stato) non finiscono mai”, nel quale scrivevo sui motivi per cui non ho mai rinunciato a partecipare agli Esami di Stato quando potevo fare “domanda”: anzi, quelle rare volte (un paio a mia memoria) che non mi hanno convocato ci sono rimasto un po’ male. Ed ho esplicitato le motivazioni principali, che sono di tipo umano e culturale relative all’ansia per una conoscenza che si amplia grazie ad esperienze e risultati diversi posti a confronto con le esperienze ed i risultati propri del rapporto con i giovani.
Fino allo scorso anno abbiamo avuto la possibilità di essere nominati in altre province della nostra Regione; mentre alcuni anni fa potevamo scegliere anche sedi fuori Regione. Quest’anno la “spending review” ha limitato il nostro raggio d’azione sul territorio provinciale di servizio o di residenza.
Niente male: la conoscenza si amplia anche se la sede è a pochi passi da casa nostra; e la prova di quel che dico è nei fatti.. intanto in simili occasioni ci si riconcilia con i giovani, che pur con qualità diversificate dimostrano quanto ingenerosi e malevoli siano i giudizi che la società (e moltissimi dei loro rappresentanti istituzionali) formula su di loro) i livelli di preparazione sono comuni al loro background familiare e culturale, agli ambienti sociali praticati, alle capacità acquisite nella vita ed a scuola, volontarie ed involontarie. Ciascuno ha una sua propria storia inglobata ed impastata nei diversi contesti di riferimento (famiglia, gruppo, classe, scuola, circolo, oratorio, etc.) e noi docenti lavoratori fortunati li incontriamo in una serie di giorni importanti, fra quelli che potrebbero rimanere indelebili nella loro memoria per sempre. E per noi che siamo lì è un “miracolo” che non si ripeterà più nella stessa forma, un “unicum” straordinario nel quale devono essere loro i protagonisti.
Odio quei docenti che vogliono dimostrare quanto, e quello che, sanno; quanto sono bravi! Personalmente so di non sapere tantissime delle cose che sanno i giovani che ho incontrato e so di “non sapere” tout court. Lo ripeto sempre: ho insegnato per imparare e vivo per sapere. E la partecipazione all’Esame di Stato come membro esterno mi permette di imparare; certo, si impara anche di fronte a punti di vista diversi, verso i quali occorre avere rispetto e chiedere a tua volta che si usi lo stesso rispetto verso chi la vede in altro modo.
La prova nell’insieme serve ad accertare non solo le mere conoscenze ma il metodo di analisi dei temi e la capacità di elaborarli e ricondurli a sintesi attraverso approcci interdisciplinari. I “ quiz” tanto cari ai cultori della televisione non sono ammessi. Non ci si trova di fronte a macchinette ma ad esseri pensanti cui dobbiamo consegnare le prime piccole chiavi del futuro.
A scanso di equivoci la Commissione d’Esame che ho appena presieduto ha operato in modo serio e corretto; mi riferisco ad esperienze “altre” in altre realtà ed in altri anni.
Parlerò in prossimi post di alcuni spunti non i più importanti non i più interessanti, ma quelli che hanno sollevato in me curiosità e stimoli, richiamandone alcuni che erano sopiti, e non mi riferirò soltanto agli studenti.
Gli Esami ti fanno incontrare colleghi ed è un momento di confronto “alto” che colgo volentieri partendo dal mio livello più “basso”.

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AMORI…E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)

AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)
Estate del 1992. Sono a Forlì in un caldo giugno impegnato in Esami di Maturità come Commissario esterno di Italiano e Storia. Campionato di calcio europeo senza l’Italia. La famiglia è a Riccione in una residenza che chiamiamo “casetta Ariosa”. Di mattina mi sveglio presto e prendo il treno; con me ho una borsa capiente per i documenti ed un piccolo registratore portatile con alcuni nastri musicali. Ho stretto un impegno, con il Comune di Prato, che ho chiamato “Laboratorio dell’Immagine” e da alcuni anni ho prodotto materiali audiovisivi coinvolgendo gli studenti di alcuni Istituti medi superiori nell’ideazione, scrittura e realizzazione di video; ne abbiamo prodotti già tre: “Capelli”, “L’ultimo sigaro” e “I giorni e le notti – parte prima”. Con gli studenti abbiamo discusso anche quest’anno, dopo una parte teorica, ma non sono venute idee particolarmente brillanti; tuttavia da parte dell’Assessorato alla Cultura, che si occupa anche dell’Educazione per gli Adulti, è venuta una sollecitazione a collegare l’impegno produttivo del Laboratorio a quel settore. A maggio mi è stato dunque chiesto di lavorare su dei prodotti che pubblicizzino i Corsi di Educazione degli Adulti che il Comune sta attivando per l’anno scolastico 9293 ed è logico che debbano essere preparati ed approntati per settembre. Ma non c’è nulla di pronto e, dunque, devo pensare a cosa proporre. Ho in mente qualcosa che si colleghi ai miei amori…cinematografici; penso in particolare a Francois Truffaut e ad uno dei suoi film, “L’uomo che amava le donne”.

 

Truffaut

 

 

E’ un film del 1977, nel quale un ingegnere di Montpellier è attratto dalle donne, in particolar modo dalle loro gambe. “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.” dice e poi: “Per me non vi è nulla di più bello che guardare una donna mentre cammina purché sia vestita con un abito o con una gonna che si muova al ritmo del suo passo”. Ecco: il ritmo! Immaginavo infatti due giovani, seduti sugli scalini del Duomo di Prato mentre fumano e bevono qualcosa che loro aggrada, nell’atto di osservare seguendole, accompagnati da una musica che arrivi a loro attraverso un auricolare, gambe di donne che circolano davanti ai loro occhi. Una battuta potrebbe suonare così chiudendo lo spot: “Voi, non fate come loro, non indugiate: iscrivetevi ai Corsi di Educazione degli Adulti organizzati dal Comune di Prato”. L’idea c’è, un invito a non perdere tempo, a non bighellonare; manca la musica adatta. Sono sempre stato maniacalmente portato a scegliere musiche “speciali” per i video che ho prodotto. E non è affatto il caso di smentirmi: e dunque ascolto di continuo musiche, le ascolto e le riascolto, soprattutto nei tempi morti; soprattutto quando mi tocca attendere i treni, notoriamente non sempre puntuali. Ed allora, mentre osservo varie gambe femminili nel loro movimento inserisco “varie” colonne sonore che aspirano a diventare “la colonna sonora” di quello spot che ho immaginato. “It’s a jungle out there” cantata da Bonnie Tyler è la prescelta. Provate anche voi ad ascoltarla mentre osservate gambe di donne che si muovono davanti ai vostri occhi e fatemi sapere se siete d’accordo. Il video funziona; così come funzionano gli altri spot per i quali penso di utilizzare musiche meno ricercate. In uno coinvolgerò alcuni studenti del corso serale dell’Istituto “Dagomari” (a quel tempo era ancora in viale Borgovalsugana 63); in questo caso il messaggio partirà da una realtà positiva: i protagonisti hanno già scelto e bisogna fare “come loro”! In un altro spot protagonista è una casalinga annoiata che trascorre il suo tempo bevendo alcoolici mentre in poltrona con un telecomando nervosamente fà zapping fra programmi televisivi di scarso valore: in questo caso siamo tornati ad un punto di partenza “negativo” e ad un invito in “positivo” a non ingaglioffirsi davanti alla tv. Il quarto spot si svolge in una realtà bucolica un po’ paradossale; i protagonisti sono galline e pulcini cui sovrintende un gallo sotto l’occhio stanco di un cane da caccia affacciato alla sua cuccia. Il tutto avviene in un vecchio cascinale storico ed il messaggio parte dalla consapevolezza che “loro” (gli animali) non potranno iscriversi ai corsi ma, ed ecco il gallo che “canta”, è il momento di darsi una mossa per tutti gli altri. Gli spot sono dunque pronti nella loro ideazione; occorre realizzarli. Lo farò fra luglio, al ritorno dagli Esami, e agosto con i pochi allievi disponibili. Ma spero che siano un successo. Era l’estate del 1992.

RELOADED “GIOVENTU’ BRUCIATA: NICHILISMO, ABBANDONO, DECADIMENTO ESISTENZIALE E MANCANZA DI APPARTENENZA” di Federica Nerini

di Federica Nerini

Federica Nerini

Nell’attesa del prossimo prezioso intervento di Federica su “La solitudine” vi riproponiamo un suo intervento apparso su politicsblog.it lo scorso 6 giugno dal titolo
“GIOVENTU’ BRUCIATA: NICHILISMO, ABBANDONO, DECADIMENTO ESISTENZIALE E MANCANZA DI APPARTENENZA”.

FEDERICA NERINI
“Ettore e Andromaca” è uno dei quadri più belli del periodo metafisico di Giorgio De Chirico ed ha come tema preponderante l’abbandono e l’intangibilità spaziale. Entrambi i manichini sognano e desiderano un abbraccio impossibile, visto che il loro sadico e crudele disegnatore li ha creati senza gli arti superiori. De Chirico utilizza simboli allegorici per esprimere l’inesorabile destino perturbante a cui nessuno può sottrarsi e nello stesso tempo l’accettazione, rassegnata e melanconica, da parte dell’eroe Ettore, che preferisce una morte mitica rispetto ad una vita vile ed inutile come la nostra. L’artista greco si sarà sicuramente ispirato al sesto libro dell’Iliade: gli automi privi di anima, esistenza, fisionomia ed espressione sentimentale simboleggiano immobilismo, l’innata propensione al rigetto dell’essere e il male di vivere nei confronti degli avvenimenti giornalieri, che si succedono nel “teatro irreale” del quotidiano, alludendo allo stesso spazio fantastico in cui sono avvolti i due manichini.
In realtà parte della gioventù di oggi è propensa all’ “abbandono” più che al vivere secondo “ambizione”. Ci facciamo trasportare dall’estrema relazione dell’altro, non riusciamo ad accettare, e lasciarci attraversare da essa, la penetrante ed imperitura solitudine: ci leghiamo alla personalità estranea con pulsione ambivalente, per la paura di essere soli. Allora il soliloquio dell’esistere diventa dialogo decadente e senza senso. La nostra sfera personale è altamente limitata, nessun giovane si conosce, vive e comunica con gli altri e con se stesso, ispirandosi inconsciamente all’isolamento psicotico. Ed è proprio questa “incomunicabilità” di fondo, che ci fa pensare a come ogni individuo sia un’eterna landa desolata, rispetto a questo “sputo” di universo. La solitudine sta nell’accettazione del vivere secondo consapevolezza dell’abbandono. Noi giovani d’oggi affrontiamo la vita passivamente, senza essere noi padroni del tempo interiore, non cavalcando i secondi, i minuti, gli anni: con gli occhi bendati, non percepiamo il flusso vitale che ci accarezza i capelli e ci “abbandona” crudelmente. Sì, lo scirocco è come l’eroe troiano di De Chirico, che lascia per sempre la moglie, il figlio e la vita pur di salvare il suo popolo; la torre dove incontra la sua consorte verrà distrutta, così come il “pneuma” vitale neutralizza il precipitato delle molecole metafisiche, appartenenti all’ “animus” interno ed insondabile.
Il “nulla” ci appartiene, angosciandoci di ogni sensazione materiale, non riuscendo a reagire ci inabissiamo in una realtà distorta ed aleatoria senza via di fuga. Il futuro è un’immagine lontana ed oscura, nessuno può visitare l’isola deserta della verità mai solcata dall’ombra dell’uomo. I valori sono giunti ormai al crepuscolo, vengono bistrattati, sono sconosciuti, inariditi ed inesplorati senza l’evidente conoscenza affermata. I sentimenti che sono alla base dell’abitudine umana non sono realmente personificati, e rappresentano l’anello debole del decadimento generale. Trovare un’amicizia con basi profonde è come trovare un senso all’inutilità della guerra: impossibile. Dell’amore non si conoscono le radici profonde: la sensualità viene utilizzata come mercificazione, l’attrazione come inganno, l’adorazione come opportunismo, il piacere come desiderio; così si nasconde la vera essenza della vita amorosa, la corrispondenza sensoriale non diventa il risveglio della “joie de vivre”, tanto decantata dal francese Émile Zola e dall’espressionismo di Matisse.
La vita è una malattia senza speranza: più si pensa di guarire l’incurabile, più c’è il senso di colpa legato alla condizione di malessere giornaliero. La “gioventù bruciata” odierna non pensa al senso della vita, all’insensata vuotezza umana, all’imprescindibile fato del volere divino, all’incomunicabilità generale e all’ “eterno ritorno” del nichilismo crudele. Non è il tempo di mangiare le fragole, di contemplare il cielo azzurro senza nuvole, o di assaporare il profumo dei mandorli in fiore, non dobbiamo lasciarci assoggettare passivamente dalle bellezze effimere, dalle felicità soporifere, poiché si finisce per accettare l’oblio.
Siamo una gioventù apolide, senza meta e bandiera, senza il ricordo ineffabile del passato, che ci può far rivivere momenti estremi ed emozionanti: seppellite la speme morente! Ma dopo tutte queste analisi disfattiste, ciò che manca al mondo giovanile è un punto di riferimento, un “mito” su cui confidare le proprie ispirazioni ed aspettative; eppure qualcuno ce l’ha, ed è anche evidente, solo che prima o poi farà decostruire tutte le certezze dilaganti, e adotterà come tutti la pratica dell’abbandono. Ed ecco che l’immagine del fanatismo mitico, è in analogia con il “panegirico”, pedante ed esaltato di Ettore, l’eroe del distacco familiare. E’ come osannare un assassino: chi abbandona è reo di ogni suo peccato.
In conclusione, spero solo che questa favola: brutta, apocrifa e melensa finisca, poiché non c’è niente di più malvagio di essere illusi fino alla fine. “D’altronde tutto incomincia, perché deve finire”.
Federica Nerini

LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – POZZUOLI – (ANTEFATTO) INCONTRO CON G.M.GAUDINO A PRATO

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LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – L’ANTEFATTO dell’incontro con Giuseppe Mario Gaudino

“Professore, c’è qui un giovane che la cerca” la segretaria dell’Assessore aveva un tono ilare insolito e lo esplicitò subito dopo. “Ha chiesto di essere ricevuto dall’Assessore Maddaluno”. Ora, a parte la perplessità generica e lo sbandamento relativo al fatto che avrei potuto supporre che l’equivoco fosse stato generato da una mia bugia, mi venne da sorridere. In effetti non ero Assessore e non conoscevo in maniera diretta questo giovane anche se ne avevo sentito parlare negli ambienti culturali e cinematografici come “promessa” della produzione di ricerca: in quegli anni (la metà degli anni Ottanta) più di ora mi occupavo di Cinema seguendo in particolare le giovani generazioni ed ero in contatto con molti fra i rappresentanti dell’arte cinematografica sia nei settori della produzione che in quelli della realizzazione. Avevo già progettato “Film Video Makers toscani” e di questo giovane avevo visto “Aldis”, che mi aveva colpito particolarmente per la fotografia ed il montaggio, oltre che per la scelta di girare la maggior parte del video sul Lago Fusaro e nella Casina vanvitelliana che è collocata su quel Lago dei Campi Flegrei e vi si accede attraverso un pontile. Era chiaro che Giuseppe arrivasse da Roma con un’informazione ricevuta da amici comuni di Pozzuoli che gli avevano segnalato la mia presenza a Prato come “collaboratore” esterno dell’Assessorato alla Cultura e nel passaggio comunicativo si era prodotta una distorsione del tutto evidente. Conoscevo, dunque, alcuni elementi della sua storia e sapevo di avere amici tra i suoi parenti che non sentivo né vedevo da alcuni anni. Avevo lasciato Pozzuoli nel 1975 ed i fratelli Tegazzini (Silvio e Giancarlo), cugini di Giuseppe, erano stati fra i migliori amici che avessi frequentato in modo continuativo. Alla Segretaria (non ricordo se fosse Dori, Carla o Enrica) dissi di farlo attendere, scusandomi per l’equivoco che era stato creato e che – lo ribadii – non dipendeva di certo da me, anche se non saprò mai se fossi stato convincente. In una mezzora fui in via Cairoli (l’Assessorato alla Cultura del Comune era nel Palazzo Buonamici poco prima dell’Hotel Flora); Giuseppe mi aspettava nell’ingresso del Palazzo e, dopo una breve presentazione, mi disse che non poteva trattenersi e mi consegnò un pacchetto che, prima di salutarlo, aprii: c’era la sceneggiatura di un suo film che andava preparando. “Giro di lune tra terra e mare”; già dalle prime pagine che mi apparvero, accompagnate da fotocopie in bianco e nero di fotografie “di scena”, notai che, in continuità con “Aldis”, permaneva lo stile, visionario ed onirico, basato su ricerca ambientale collegata ad un mondo per me “comune” di esperienze vissute. Le immagini descritte per circa trenta pagine appartenevano agli ambienti naturali che ben conoscevo e rievocavano in me sensazioni riposte abbandonate da circa un decennio. Salutai Giuseppe Gaudino e mi ripromisi di ricontattarlo (c’era un indirizzo sul frontespizio, ed un numero di telefono). A dire il vero ho sempre avuto con me quella sceneggiatura ed ho sempre pensato con piacere a Giuseppe ma per molti anni, troppi, non ero riuscito ad incontrarlo; quando scendevo a Pozzuoli i miei impegni erano quelli “di famiglia”: anche gli amici “comuni” e quelli che per me avevano avuto un significato fortissimo nella mia formazione non venivano da me contattati. E non so di certo dire perché mai mi comportassi così; c’era un muro che non riuscivo a valicare, anche perché sapevo di non poter condividere percorsi comuni, dato che il mio lavoro non mi consentiva di spostarmi a piacimento. So bene di ricercare una giustificazione al mio atteggiamento a dir poco superificiali ma i miei impegni professionali, culturali e politici – che erano un tutt’uno con quelli familiari – mi impedivano davvero di poter pensare a costruire qualcosaltro, anche se nel mio luogo di crescita esistenziale. Dal 2013, pur essendo più vecchio, qualcosa è cambiato; con l’età della pensione ho scelto di ritornare a Pozzuoli – non stabilmente ma con maggiore assiduità. In effetti sono stanco della vita politica; è diventata insopportabile! La Cultura per me rimane l’unica ancora di salvezza; e gli antichi amori e le amicizie sono per me elemento di recupero di una dimensione umana necessaria per poter sopravvivere a questo disastro. Ed è venuto dunque il tempo per riprendere contatti. E così, dopo poco meno di trenta anni da quell’incontro, mi lancio alla ricerca del tempo perduto e dei passi smarriti. I recapiti sul frontespizio della sceneggiatura non sono più utili; il tempo anche per Giuseppe Gaudino è passato. Ma sono determinato ad incontrarlo di nuovo, stavolta possibilmente più a lungo. Ho bisogno di sapere quello che non so. Gaudino ha realizzato ovviamente in tutti questi anni non solo “Giro di lune…”, ha lavorato come scenografo, ha costituito una casa di produzione (la Gaundri) con Isabella Sandri, sua compagna di vita e di lavoro, ed il mio desiderio di recuperare parte, anche minima, di quanto avremmo potuto fare è fortissimo.

Gaudino

 

CARO MICHELE SERRA, LA TUA (FORSE) E’ UNA RESA, UN PATETICO TRAMONTO!

Patetico tramonto 2Patetico tramonto Tramonto sul mare

Immagine mia

Caro Michele Serra, la tua (forse) è una “resa”, un patetico tramonto! di J.M. Non è facile, di questi tempi, intrattenere una discussione su “ Le magnifiche sorti e progressive” della gente… in un tempo come quello che ci è toccato in sorte di vivere. C’è una profonda stanchezza di una parte della popolazione che non ha più speranze se non quel timido lumicino della veemenza di una “nuova” classe dirigente che sembra ottenere ampi consensi. Questi sono soltanto delle vere e proprie “cambiali in bianco” difficili da onorare. Sull’ultimo numero del “Venerdì” di “Repubblica” del 18 luglio nella rubrica “Per Posta” Michele Serra risponde ad una lettrice che espone le sue profonde perplessità sulle attività del Governo Renzi soprattutto in materia di “Riforme” affermando che, anche se per lui Renzi incarna, come Berlusconi, un sogno fatto di semplificazione e per questo ne condivide l’alto tasso di “rischio”, nondimeno lo ha votato. E lo ha fatto perché stanco politicamente di se stesso e della sua generazione. Michele Serra riconosce che Renzi è soprattutto “gigione”, possiede un ego sovrastimato e mostra eccessi di disinvoltura ma difende la sua scelta perché stanco del deja vu del deja entendu e gli si abbassano le palpebre. Ora, ecco quel che ci rivela Serra affermandolo solo in parte: stanco di se stesso e dei suoi non trova altra soluzione che affidarsi alla sicurezza delle parole di un demagogo, tale anche se appartiene ad una delle “correnti” che fondarono il PD. Non è diverso da altri, Michele Serra, e per la soddisfazione di chi amministra il Partito sono tanti come lui a sentirsi tranquilli, “sereni” come voleva lo stesso leader che si fosse. Sono tanti che non hanno più tanta voglia di discutere e si affidano con fiducia nelle mani di un leader e di pochi altri; sono tanti coloro che non chiedono altro che l’economia riprenda, a partire dai posti di lavoro ancor meglio se quelli riservati a se stesso o a propri congiunti ed amici, e si pone in attesa fiduciosa, infischiandosene di sapere se verranno rispettati davvero ( a chiacchiere se ne fa gran parlare) i termini di regolarità riferiti soprattutto al merito. Ora, a dire il vero, non c’è da meravigliarsi se tante di queste persone “disperate” (è uno stato molto diffuso, infatti, ed è pericoloso perché si abbina ad “ultima spiaggia”, il richiamo alla quale non mi convince tuttavia ad affidarmi ad un “bamboccio” dispettoso e rancoroso, oltre che profondamente irrispettoso nei confronti di chi non condivide il suo “pensiero”) vogliano affidarsi ad un predicatore capace di trascinare le masse. Lo è, a meno che non si debba pensare ad interessi personali, per uno come Michele Serra. E’ possibile – mi chiedo – che vi sia una “linea editoriale” collegata anche ai rapporti molto forti fra il “padrone” di “Repubblica” ed il Governo Renzi? Ed ancora, quali sono gli interessi che legano queste due entità? Devo pensare che lo stesso “affaire Barca” con quella telefonata misteriosa (c’è stata o non c’è stata?) fra lui e De Benedetti che lo contattava per proporgli un Ministero sia riferibile a qualcosa di molto ma molto misterioso; e la scomparsa, dalle principali colonne editoriali, di Fabrizio Barca, che pure sta portando avanti esperienze in molte parti d’Italia, ne potrebbe essere una riprova. Se la questione è di tipo “personale” credo che quella di Michele Serra sia una vera e propria resa, un patetico tramonto nel quale non intendo essere coinvolto. Per fortuna ci sono personaggi importanti come Gianfranco Pasquino che non si lasciano coinvolgere da questo appiattimento. Su un Blog che credo sia riconducibile a lui stesso il cui link è il seguente (http://www.gazebos.it/ElencoArticoli.aspx?autore=1209) Pasquino scrive un articolo dal titolo “La luna in cielo e la coscienza in Senato” nel quale analizza la situazione caotica che stiamo attraversando rilevandone la pericolosità e denuncia la pretesa di un Governo non eletto nell’ affrontare il nodo delle Riforme di non voler riconoscere la libertà di coscienza ai parlamentari dissenzienti. L’articolo si apre con un riferimento ad un episodio che coinvolse “cento parlamentari laburisti che una decina di anni fa scattarono in piedi uno ad uno a Westminster per negare il voto al loro popolarissimo giovane e veloce Mr Prime Minister che imponeva al Regno Unito di andare in guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. No, quella guerra non era stata decisa in nessun Congresso di partito. Non era stata preannunciata in nessuna campagna elettorale. Non era neppure (sic) soltanto un problema di coscienza, che, secondo la vice-segretaria del PD non si può chiamare in causa quando si riforma quel piccolo particolare che si chiama Costituzione. I parlamentari laburisti che, senza ombra di dubbio, ne sanno più di Serracchiani, Guerini e Moretti, sostenevano la loro coscienza con la scienza: non c’erano prove convincenti dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq. Sarebbero arrivate con gli americani di quel genio di Bush. Non siamo inglesi. Qualcuno, però, potrebbe, studiando, cercare di diventarlo.” Ho riportato la prima parte dell’articolo. Il resto lo potete trovare cliccando il link che vi ho allegato. Buona fortuna!