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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Coronavirus

riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Avevo scritto quel che segue prima che da parte della società che proponeva, qui a Prato, di fare i tamponi a pagamento (circa 100 euro) si facesse “marcia indietro”. Tranne che per quest’ultima “scelta”, forse suggerita anche dalla situazione drammatica verificatasi all’interno di una Casa di Cura, dove la richiesta di “tamponi” era stata inevasa per circa un mese (il 9 marzo erano stati rilevati i primi casi positivi), è necessario tenere alta la guardia su ogni caso “sospetto” si verifichi. Se proprio dobbiamo usare quel modo di dire che a me non piace per niente, “non è il momento”, applichiamolo in questa direzione: non abbandoniamo l’impegno ed il coraggio!

Il richiamo a “tempo di guerra” che si va diffondendo da diverse parti – se confermato soprattutto da chi detiene “potere” anche se in un ambito democratico – dovrebbe far emergere delle risposte efficaci nei confronti di quanti vanno approfittando dei disagi per lucrare in modo scorretto sulle spalle dei propri concittadini. Ci devono essere dei limiti per tutto e per tutti, oltre i quali è indegno l’agire di chicchessia. Ciascuno di noi sta vivendo delle limitazioni, soprattutto alla propria libertà di movimento e di azione, ma non è accettabile che vi sia chi, sull’onda delle preoccupazioni di ognuno verso se stesso ed i propri parenti ed amici, ne approfitti per costruire vantaggi personali “privati”.

Parlo sia di chi commercia già sui limiti, travalicandoli pure, della borsa nera con mascherine e prodotti alimentari sia di chi nella confusione generale si propone di attuare screening a pagamento con quei tamponi che, in regime speciale, dovrebbero essere affidati solo ad una struttura pubblica. Questi eventi ci fanno dubitare sull’assioma anche da molti di noi proclamato per il quale “questa emergenza ci renderà migliori”!

Il “pubblico” (Comune, Regione, Stato) faccia sentire la sua voce con appositi atti legislativi e ci eviti questa ulteriore ingiuria. Non bastano dichiarazioni che finiscono per essere tutte inserite nella categoria delle “ipocrisie”; occorrono scelte ancor più coraggiose di quanto finora messo in campo. Si è ancora una volta forti con i deboli lasciando che i forti “privati” continuino ad aggiudicarsi spazi che progressivamente sono stati portati via al “pubblico”. La rendita finanziaria, l’accumulazione progressiva di risorse economiche non ha nulla a che vedere con la “democrazia”: spesso ne è la negazione perchè si sottrae ai controlli.

Non facciamoci illudere da chi genericamente ci parla di “tempi migliori futuri”.

Facciamo in modo che il “dopo” sia davvero migliore ma, badate bene, non come intendono coloro che già “prima” comandavano e che vorrebbero addirittura aumentare le loro fortune sulla nostra pelle. E’, questo, un accorato appello rivolto a tutti, siano giovani che maturi ed anziani. Dobbiamo impegnarci anche per chi in questa vicenda triste ci ha lasciati: sono state vittime incolpevoli di un’incuria generale, dell’abbassamento dell’attenzione intorno alla Salute pubblica, a cominciare dalle grandi cattedrali ospedaliere delle regioni più ricche, quelle che, prima di tutte le altre, vantandosi di possedere le migliori strutture, hanno svenduto ai privati quel che doveva invece appartenere per storia e tradizione democratica a tutti noi.

Un appello urgente dunque a chi governa questo Paese: ne prenda in mano le sorti e con energia eviti che vi sia una deriva. Mentre la stragrande maggioranza del Paese nella consapevolezza della gravità della situazione va rispettosamente applicando le regole limitative ma necessarie ve ne è una parte che invece tende ad avvantaggiarsene illegalmente. Questi ultimi vanno colpiti e sanzionati non solo moralmente. Evitiamo che il cittadino onesto sia lasciato solo nel momento del bisogno.

Joshua Madalon

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Le amiche e gli amici dei social e quelle persone con cui ho un frequente contatto telefonico, in queste giornate un po’ turbinose, rese tali non tanto dai nostri ritmi usuali ma dal tam tam mediatico televisivo, impietoso elenco di infettati e deceduti, hanno, sin dal primo momento in cui è partita la regola del distanziamento, avviato ad affermare che “dopo questa esperienza occorrerà rivedere molti aspetti del nostro stile di vita”.
Su quel “dopo” bisogna riflettere prima possibile,
non si può aspettare il “dopo” anche perché, in questo “mentre”, altre figure collettive forse più forti dal punto di vista politico ed economico non perderanno del tempo per agire,
soprattutto in modo poco evidente e chiaro, allo scopo di accaparrarsi posizioni di privilegio ben superiori a quelle fin qui già possedute.
In un contesto di pre-involuzione dovremo ritornare a parlare di “lotte di classi”.
Su questo Blog ho cominciato a ragionare su alcune questioni che l’emergenza Coronavirus ha messo a nudo, rendendole evidenti ben oltre quanto non lo fossero state da me prima.

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Si parla dell’Ambiente ed anche se ho più volte criticato l’approccio un po’ snobistico ed elitario sensazionale della Greta non ho nascosto lo sdegno per le posizioni arroganti ed intrise di vera profonda ignoranza, accompagnate dalla difesa nemmeno tanto velata degli interessi delle grandi compagnie industriali mondiali, espresse da Trump.
Oggi voglio qui cominciare a ricredermi rispetto alla Greta, senza tuttavia indulgenze per il sistema “mediatico” fin qui utilizzato, portandomi a sostenere l’evidenza dei danni che l’incuria dell’Ambiente ha provocato sulla Salute della popolazione mondiale. In realtà, non ho mai pensato che non si dovesse aprire una vertenza globale intorno al tema dell’Ambiente, ma continua a darmi fastidio tutta la “liturgia” che ha caratterizzato l’immenso apparato che ha sostenuto le campagne della giovane svedese.

Per operare sul “concreto” chiederei più attenzione intorno alla questione ambientale ed alle fondamentali partite che si giocheranno nei prossimi mesi collegate al tema delle grandi opere (semmai pubblicizzate come necessarie per la “ripresa” economica” del nostro Paese), soprattutto quelle che avranno un impatto fortemente negativo sui territori anche in quest’epoca di pandemie: sarà molto significativa la posizione che prenderanno coloro che hanno programmato di ampliare l’area aeroportuale di Firenze, incuranti dei danni macroscopici che quella scelta arrecherà alla Piana, sconvolgendo l’ecosistema naturalistico ambientale in modo irreversibile.
Purtroppo, in questi momenti, nei quali la riflessione sui danni dell’inquinamento, nella loro complessità, sembrerebbe per tanti di noi urgente (e ne è prova quel che scriviamo, quel che diciamo), ai “signori della Politica affaristica” non interessa e, mentre ancora andiamo piangendo le conseguenze di una serie di scelte scellerate, continuano ad impegnare il loro tempo per difendere i loro progetti (la Regione Toscana in queste ore ha disposto un via libera per riscrivere il Pit relativo, incurante delle diverse bocciature collezionate).

Aggiungo una nota molto personale: in questi giorni di forzata permanenza nelle mura domestiche soprattutto nelle giornate più calde dalla mia privilegiata prigione sosto sul balzo di un mio terrazzino dal quale godo una veduta ampia e straordinaria; il silenzio è accompagnato da una nitidezza dei contorni che vanno dalle colline fiorentine a quelle del Montalbano e pistoiesi. Mi sono ritrovato a pensare che in tutto questo “dramma” l’ecosistema si avvantaggerà a favore del mondo animale (a Ponte a Mensola nelle ville de “I Tatti” su per Settignano sono arrivati i cinghiali con i loro cuccioli)

e, non vedendo più aerei operare ho pensato anche a quanta parte di inquinamento acustico ed atmosferico si stanno risparmiando i cittadini di Scandicci.

E queste riflessioni vengono a confermare l’insipienza e la voracità, la rapacità e l’incapacità amministrativa di questa gente, che non meritava la mia attenzione e non la merita tuttora.

Joshua Madalon

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riprendo a trattare COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Coronavirus

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Un mondo diverso, dicevamo, deve essere possibile. Ma perché si realizzi, bisogna essere in grado di analizzare le cause della diffusione massiccia del virus in aree altamente industrializzate come quelle della Lombardia e dell’Emilia Romagna. Occorre farlo in modo scientifico e senza avere soggezioni settoriali. Abbiamo detto “altamente industrializzate” e questo può essere un dato di partenza. Vorrei, però, davvero, non farmi condizionare da una posizione pregiudiziale di tipo para ideologico: vorrei accantonare la mia formazione anche se , lo so già, non potrò farne a meno. Ed allora bisogna che ci si misuri a livello democratico; bisogna agire nelle sfere politico-culturali senza temere lo scontro. Mi riferisco allo scontro delle idee, utilizzando le sinapsi aiutate dai dati scientifici e comprovati a disposizione: troppi “guru” a libro paga girano sui social e nei salotti televisivi difendendo soprattutto gli interessi macrofinanziari, fingendo di avere a cuore il bene comune. Ovviamente per aiutarci a procedere si deve – è inevitabile – partire dagli errori, soprattutto da quelli “madornali” riconoscibili a occhio nudo, cioè senza bisogno di alcune lenti. Come quello che si è diffuso nelle prime avvisaglie della bassa letalità del virus, paragonato a “la classica ricorrente influenza stagionale”, di cui si facevano portavoci luminari illustri come la dottoressa Gismondo, microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano, alla quale faceva eco il Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana.

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https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/coronavirus-sacco-1.5042749

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https://ilmanifesto.it/fontana-pompiere-il-covid-19-e-poco-piu-di-uninfluenza/

E’ del tutto evidente che l’insistenza con cui ci si incaponiva a mantenere “aperta” la città di Milano mentre la tempesta già imperversava ben oltre “l’influenza stagionale” era molto collegata all’impianto economico industriale di quell’area. E non è un caso che tra coloro che erano stati reclusi tra le mura di Codogno alcuni proprietari di seconde case in Versilia – non di certo poveri operai – siano evasi (ed è solo uno degli esempi che la stampa ha riportato).

https://www.lanazione.it/massa-carrara/cronaca/coronavirus-marina-1.5052442

Come dire che “il virus si è mosso sulle gambe di persone che non avevano di certo bisogno della pura sussistenza” ed è arrivato sulle sponde tirreniche della Toscana. Avrebbero fatto meglio, quei signori, a rendersi conto molto prima, quando avevano scelto la loro seconda casa da quelle parti, ad emigrare allontanandosi dall’aria putrida venefica di quelle lande lombarde inquinate dai fumi incontrollati dell’industria. Quell’aria ha contribuito non poco alla sopravvivenza del virus e i dati oggi sono impietose attestazioni scientifiche del disastro ambientale fin troppo tollerato dallo Stato a difesa non dell’integrità dei lavoratori e dei cittadini ma della rendita finanziaria tout court.
La stessa insistenza, più volte vincente (le cui conseguenze epidemiologiche si sono vieppiù evidenziate), a “non chiudere” le attività e quella a voler riaprire senza garanzie per l’integrità fisica ed umana non solo delle maestranze ma dell’intera popolazione è un atto che potrebbe essere riconosciuto come criminale. Ci stiamo chiedendo in questi giorni quando ne verremo fuori, ma è più urgente sapere “come” ne usciremo. Il distanziamento potrà essere allentato, ma non del tutto annullato; ed alcune regole dovranno permanere a lungo, dovremo abituarci a queste modalità comportamentali tarando dunque il nostro stile di vita in tale direzione. Molto lavoro soprattutto quello amministrativo di segretariato può proseguire ad essere svolto da casa con periodici momenti assembleari online; nelle aziende artigiane o industriali si potrà anche riprendere a lavorare ai macchinari garantendo però la sicurezza (distanza, areazione, uso di protezioni) molto più di quanto non fosse prima. E via dicendo.

Joshua Madalon

COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

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COME SARA’ IL MONDO DOPO QUESTA TEMPESTA – come dovrebbe essere per essere migliore

Ovviamente quello che scrivo è quel che io penso, ciò che mi appartiene come indomito inguaribile utopista. L’ utopia però non è sempre nella sua interezza irraggiungibile chimera. Accade però che là dove è fissato l’orizzonte da raggiungere ne appaia subito un altro e un altro ancora e, a volte, la compagnia con cui ci si muove verso quella meta non è delle migliori o, in altre occasioni si arricchisce di incogniti soggetti o di eventi inattesi il cui obiettivo, come in alcuni giochi da tavolo, spinge ad arretrare.
Ad ogni modo, quella che chiamo “utopia” oggi ha la possibilità di essere praticata molto diversamente da come accadde agli uomini della fine del Trecento che emersero con enormi difficoltà dalla “peste nera” di cui parla Boccaccio nel suo “Decameron”. Su quei “fatti storici” vi sono eccellenti esempi di trattazione. A quelli occorre riferirsi quando dovremo avviare ad emergere. Ma non è mai troppo presto per farlo. Anche in questo caso, come in tanti altri – forse meno seri e gravi – bisognerà urlare sulla faccia di tutti quelli che, nel mentre, insieme ai loro sodali, ci diranno che “non è il momento” (che è un “mantra” drammatico) pregustando vantaggi per sè (semmai trasfigurandoli come interessi generali), decidiamo noi “ORA” quando sia il momento e cominciamo a discuterne.
Che si sopravviva o meno – e qui “scongiuri vari” da grattatine ad uso di amuleti – bisognerà essere in grado di osservare il “prima” ed il nostro “durante” e progettare il “dopo”. Partendo dalla consapevolezza che, come sta accadendo adesso, non riusciremo a farlo se non “insieme”, tutti indistintamente a prescindere dagli interessi personali limitati e limitanti.
Abbiamo di fronte a noi un “mondo” che non ci piaceva, che volevamo cambiare; anche se, nel progettare tali cambiamenti partivamo inevitabilmente dal nostro “particulare” e ci arroccavamo a difesa di questo, utilizzando troppi “distinguo”. Quante volte, anche nel nostro “piccolo”, abbiamo superato le discussioni chiudendoci a riccio: lo abbiamo fatto più volte dividendo e non aggregando.
Abbiamo denunciato le ingiustizie ma non siamo stati in grado di creare rapporti virtuosi con quella parte della società che avrebbe potuto sostenere le nostre posizioni. Il mondo che conosciamo è troppo legato alla forma delle fortune finanziarie e questo ha condizionato anche l’esito di questa crisi pandemica che ci assale. I grandi imperi finanziari non conosceranno la crisi che oggi fingono di temere: sanno perfettamente che, come è accaduto nel passato, saranno loro a dettare le leggi delle ricostruzioni. Nessuno potrà impedirlo; è una pia illusione quella di chi lo prevede, minacciando fulmini e saette. Toccherà tuttavia alla parte più colta dei paesi mettere in pidei una task force intellettuale che tenda a limitare l’arroganza e la prosopopea, la presunzione di poter agire senza “cultura” se non quella del Dio denaro intorno alle macerie.
Un mondo diverso deve essere possibile; un mondo in cui prevalga la giustizia sociale e dove la ricchezza sia distribuita al di là delle differenze tenendo conto in modo specifico dei reali meriti e delle concrete competenze.

Joshua Madalon

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 17

…E’ necessario che si ricredano un po’ tutti sulle opinioni che si hanno su Pozzuoli paese poco pulito che, anche se vere fino ad oggi, da domani con la nostra volontà, con il nostro impegno dovranno naturalmente essere ritrattate. Bisogna costruire la nuova società e Pozzuoli, più di tutti gli altri paesi ne ha bisogno perché la sua dignità che deriva da una storia plurimillenaria non può permettere che i suoi abitanti non ne sentano completamente il peso, non ne avvertano l’eredità. Dobbiamo ulteriormente impegnarci, noi e voi, con l’esempio, con la persuasione, a fare della nostra Pozzuoli una città oltre che pulita anche civile, dove il turista che arriva non si debba sentire turlupinato o beffeggiato, ma si trovi come e, perché no, meglio che a casa propria.

Quest’anno Pozzuoli si prepara per festeggiare il suo 2500° compleanno. Perciò facciamo che quest’anno 2500 dalla fondazione passi alla storia come una svolta importante. Mostriamo a noi stessi, ai nostri insegnanti, ai nostri genitori, ai nostri colleghi, a tutti coloro che ci guarderanno realmente o soltanto con il pensiero, quale deve essere il comportamento civico di chi si senta erede di una tradizione che data già venticinque secoli.

Facciamo gli auguri a Pozzuoli e come nel giorno del compleanno di un nostro caro talvolta siamo soliti fare promesse di essere buoni ed ubbidienti, così facciamo per Pozzuoli, la nostra città. E ricordiamoci che essere buoni ed ubbidienti non significa essere lenti e pigri e stare senza far niente. Il nostro impegno costante sarà quello di rispettare e di far rispettare tutto quello che riguarda la salvaguardia della natura, del verde, del paesaggio, dei ritrovamenti archeologici, il rispetto verso il turista, la lotta contro i rumori, la pulizia delle strade e dei vicoli cittadini.
Ricordate che qui a Pozzuoli, così come in tutta la zona dei Campi Flegrei, ovunque si scavi si trova qualche reperto archeologico più o meno interessante. Talvolta quel che si trova è poco ed allora ci si rassegna, dopo le opportune verifiche e documentazioni, a perderlo. Molto più spesso quel che si perde, soprattutto per incuria, senza che nemmeno se ne conosca il valore, è molto. Dunque, stiamo attenti. Nella vostra campagna, nello scavo di fondamenta di nuove costruzioni, dovunque si scavi insomma può venir fuori anche un’opera d’arte d’inestimabile valore storico e culturale. Noi non vogliamo, non dobbiamo perderla ed essa deve essere ritrovata perché assolva la sua funzione di testimone.
Dopo un anno di grande impegno forse la nostra sensibilità sarà tale da fare di questo impegno un nostro modo di vita costante. Ed è questo il migliore augurio che formulo per tutti noi e massimamente per la nostra città: Pozzuoli.

Pozzuoli, novembre 1971

Il lavoro, pur attenendosi a nozioni elementari, non può fare a meno dell’uso di vocaboli leggermente più difficili, che in effetti sono quelli propri delle materie trattate.
Sarà quindi opera dei vostri insegnanti rendervi facile la comprensione del libretto, laddove dovesse risultare un po’ difficile.
Esso, per gli elementi più interessati curiosi e diligenti, può essere integrato attraverso la lettura degli opuscoli che l’Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo di Pozzuoli ha edito in precedenza e che possono essere ritirati gratuitamente presso la sua attuale sede.
Alla buona volontà di maestri e professori è affidata la continuità pratica di questo libretto.

G.M.

VIGNE

…17…. prosegue con un ultimo blocco di “revisione” dopo circa 50 anni (poco meno ma “quasi”).

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 16

…La presenza delle terme a Pozzuoli (ed esse erano numerosissime), importante fattore economico e culturale, trova nella penna appassionata di Pietro da Eboli la sua collocazione letteraria nel tempo. Pozzuoli viveva allora un’atmosfera allegra nel ricordo dei suoi più bei giorni, alloraquando sulle sue coste approdava gente appartenente ad ogni ceto, ad ogni nazione. Durante tutto questo tempo sappiamo che Pozzuoli, il cui significato etimologico del nome è ancora incerto, alternò periodi di benessere a quelli di crisi in massima parte dovuti proprio ai sopraccennati lenti movimenti del suolo (è questo il significato della parola “bradisisma” derivata dalla lingua greca dove bradys è “lento” e sismos “movimento, scossa, terremoto”). Non va dimenticato che anche noi viviamo uno di questi periodi di crisi.

Pozzuoli-Stemma

Nello stemma di Pozzuoli vi sono sette teste. Di aquile o di galli, questo è il problema. Qui diciamo che sono aquile, anche perché tra galli e aquile preferiamo che siano queste ultime in quanto rappresentano di certo una maggiore nobiltà e una più nobile virtù rispetto a quanto non faccia il simbolo dei galli. Ma in questo campo, data l’ambiguità dello stemma riguardo alla parte superiore delle teste dove c’è chi ha voluto vedere teste di galli e chi, al contrario, corone di aquile reali tutto viene lasciato all’immaginazione e, per dir così, all’intuizione. Ma “sette teste” cosa potrebbero significare? Poichè nei testi di storia leggiamo che sette furono i martiri cristiani, forse addirittura puteolani, condannati a morte e giustiziati ( essi sono: Sosio, Gennaro, Desiderio, Festo, Acuzio, Eutichete e Procolo, attuale protettore della città di Pozzuoli ), possiamo arguire che ad essi si riferisca lo stemma e che le teste siano dunque di aquile, capaci di volare a maggiori altezze dei galli. Ma la storia ed altre varie supposizioni parimenti credibili ci parlano delle sette famiglie nobili puteolane e forse, ad una lettura più laica, questa è la più valida tesi, in quanto molto probabilmente furono queste famiglie a voler riunire nello stemma le loro forze. Le due tesi ad ogni buon conto si fronteggiano parimenti.

Se Napoli è la città che vive nei vicoli e se questi, quasi da soli, bastano a darle un senso di vita, Pozzuoli che pur le è vicina è tutta nei paesaggi, nelle sue incantevoli bellezze, nel suo verde ancora tale. Ma allorquando ci spogliamo del vestito di turista e ritorniamo a guardare con occhi scanzonati questa nostra cara città, passeggiando per le sue strade e discorrendo con la sua gente, della quale anche noi facciamo parte, ci accorgiamo che non tutto è perfetto, che anzi tante cose vanno male.
Le nostre strade troppe volte sono sporche, e non bastano gli spazzini comunali. Ma la colpa, a badarci bene, non è del Comune, non è degli spazzini. Siamo noi, gente del posto, a non avere un adeguato senso civico, a non aver capito che Pozzuoli per la sua storia appartiene al mondo intero e che per questo deve essere rispettata e salvaguardata da tutti i possibili pericoli di speculazioni (i cui esempi oggi non mancano) che deturpano il paesaggio occultando, ogni volta che lo possono, preziosi documenti architettonici archeologici.

….16….

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 14

Tempio di Augusto e Morghen

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 14

Vaso di Odemira

…Nascosto dal mare al di sotto del nuovo Molo puteolano si trova l’antico Molo Caligoliano che è dipinto sul famoso vaso di Odemira, reperto archeologico importantissimo per la conoscenza storica topografica della nostra città. Il molo caligoliano è riportato anche da una stampa del Morghen e per quel che si vede e che si sa doveva essere imponentissimo. Sul vaso di Odemira sono riportati tutti i più famosi monumenti puteolani, fra i quali anche il primo Anfiteatro, più piccolo di quello che oggi noi ammiriamo, e il teatro. Sull’ubicazione del teatro non abbiamo ancora notizie sicure, ma del primo Anfiteatro dove si tenevano solitamente spettacoli gladiatorii possiamo vedere i ruderi ai lati dei binari della Metropolitana subito dopo la stazione andando verso Napoli o facendo una passeggiata per via Vigna.

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Dopo l’incendio che distrusse la Cattedrale della nostra città nella notte tra il 16 e il 17 maggio 1964 vennero fuori colonne e capitelli di ordine corinzio facenti parte di un antico tempio, quello detto “di Augusto”. Oggi è impossibile accedere senza uno speciale permesso all’interno di questo tempio, dato che i lavori di restauro sono tuttora in corso. I ritrovamenti sono indubbiamente interessanti e non sono stati pochi. L’aspetto dell’antico tempio si può vedere da una delle stampe del ‘700 fatta da Raffaello Morghen anche se affidata alla libera immaginazione, non potendo più l’incisore in quel tempo controllare direttamente dalla realtà il tempio nascosto sotto uno stile diverso di costruzione.

Duomo Pozzuoli

Antro Cuma

Nelle vicinanze di Pozzuoli Cuma resta una delle più importanti città dell’antichità. I suoi resti sono ben più cospicui di quelli di Pozzuoli e non ancora è stata portata completamente alla luce. Ingresso alla città è il famoso “Arco Felice” (cosa ben diversa e più lontana dalla località che oggi porta lo stesso nome), denominazione data dagli antichi Romani anche alla fertile terra campana: “Campania Felix”.

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L’Anfiteatro, fuori dalla cinta muraria, e l’Antro della Sibilla sono, accanto ai templi dell’Acropoli, le cose più interessanti da vedere. La fortuna di questa città fu grande e la ragione per cui essa decadde e finì è dovuta alla palude e all’aria malsana che infestò questa zona verso il 1200 d.C.. Da non molti anni il territorio di Cuma è stato liberato da questo gravoso incubo.

Cuma verso il litorele

Altra località da ricordare è Baia, così detta dalla forma che assume la sua costa, che rende ospitale la sosta alle navi con la sua rientranza naturale che la pone al di fuori del gioco dei venti più furiosi. Famosa nell’antichità per i suoi bagni termali, era qui che la parte più nobile ed intellettuale di Roma trascorreva le sue vacanze. Ci restano di quel tempo le Terme, grandiose per estensione e per tecnica, che danno una chiara visione di quel che poteva essere la Baia romana. Una strada ora sommersa dai movimenti bradisismici la collegava a Pozzuoli. Il mare ora la nasconde insieme ad una parte cospicua dell’antico centro abitato.

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 13

Anfiteatro

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 13

CENNI ARCHEOLOGICI
La zona dei Campi Flegrei possiede anche altre ricchezze oltre al paesaggio naturale.
Le antiche vestigia dell’Anfiteatro Flavio, ora in restauro (il testo si riferisce al novembre 1971, data della pubblicazione del libretto “Passeggiata nei CAMPI FLEGREI – POZZUOLI”), si presentano subito al viaggiatore che arrivi nella nostra città, lungo la Domiziana. Sede di spettacoli gladiatorii, né più né meno nel modo in cui vengono descritti nelle trasposizioni cinematografichw, era fornito di posti distinti per ogni ceto sociale. Ma esso era più adatto in realtà alle cacce con tigri, leoni, pantere (le cosiddette “venationes”). Con speciali e per il tempo davvero sorprendenti ed avveniristici meccanismi le fiere venivano tirate su nell’arena dalle gabbie che si trovavano giù nei sotterranei, riportati in modo integro, e splendidamente conservati, alla luce da pochi anni. E’ fra i pezzi più noti della raccolta che si trova nell’Anfiteatro Flavio il famoso “Santo Mamozio” cosiddetto a causa della storpiatura popolare di un’incisione “MAVORTIO” sotto la statua acefala di un senatore romano (mancando la testa, essa fu sostituita con un’altra ben più piccola, la qual cosa spinse a collegare tale dissonanza scultorea alla demenza o stupidità, cosicchè “Mamozio” assunse il significato di “storpio” o semplicemente “brutto”: uno scarabocchio per intenderci.
Soggetto ora (ricordarsi sempre che siamo nel 1971) alla fase ascendente (negativa) ed ora alla discendente (positiva) del bradisisma, il Tempio di Serapide ha agito nel tempo, fin che ha potuto, da mareografo segnalatore. i piccoli buchi che si notano sulla superficie delle tre colonne ancora in piedi (la quarta giace supina nell’acqua) sono opera di alcuni animaletti marini detti “litodomi” (abitatori della pietra). Il suo nome è improprio in quanto si trattava certamente di un grande magazzino mercato forse anche a due piani e con una disposizione alternata degli ingressi nei vari reparti. Al centro, in un tempietto, fu rinvenuta la statua del dio fenicio Serapide che dunque impropriamente diede il nome al presunto Tempio.

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IL RISCHIO DELLA DIMENTICANZA parte 1

IL RISCHIO DELLA DIMENTICANZA parte 1

Ho imparato nel corso del tempo a saper ascoltare le persone più grandi; l’ho imparato – come tutti i “giovani” quando erano tali – un po’ tardi. Ma negli anni non ho incontrato tanti saggi “accademici”, a fronte di coloro che, senza titoli o lauree, erano in grado di suggerirti non necessariamente in modo diretto la strada da percorrere.

Senza dover ricorrere alle figure morettiane di “un pastore abruzzese”, “un bracciante lucano”, “una casalinga di Treviso”, mi soffermerò su realtà a me più vicine, riferite in ogni caso a persone reali, non personaggi, rappresentativi della capacità pratica: il primo, senza sorprese, è stato mio padre. Nato nel 1916 aveva con difficoltà superato la terza elementare ma era in grado di fare calcoli alla pari con geometri ed ingegneri e di organizzare la gestione di cantieri importanti come quello della Funicolare di Montevergine e di tanti complessi abitativi nella Provincia di Napoli e di Caserta e Avellino. Aveva vissuto la parabola del Fascismo senza mai compromettersi con quello ed aveva acquisito una particolare idiosincrasia per il mondo politico, che in definitiva non stimava.

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Un secondo personaggio al quale tengo molto è il proprietario della casa di Feltre nella quale ho vissuto anni intensi di apprendistato per il mio lavoro didattico educativo. Dopo un primo contatto caratterizzato da un certo sospetto pregiudiziale unilaterale (ero pur sempre un “terrone” e quelli erano gli anni che non solo nell’Alto Veneto “non si affittava a terroni”) la simpatia ma soprattutto il desiderio reciproco di essere “come un figlio ed un padre” hanno prodotto un rapporto di fiducia reciproca. Da lui ho imparato che non esistono differenze insormontabili e che la dignità degli uomini è un bene prezioso di cui essere fermamente difensori e custodi.

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Un terzo personaggio da cui ho imparato ascoltando le storie della sua vita avventurosa è un signore che accoglieva nella sua fattoria i nostri bambini qui a Prato ed aveva grande disponibilità. Credo di avere da qualche parte una serie di testimonianze audio che la mia bimba maggiore volle registrare e non appena le ritroverò proverò a riportarle su questo Blog.
Sia il secondo che il terzo non avevano titoli di studio così come il primo, cioè mio padre. Ma possedevano quella capacità pratica di saper raccontare in modo preciso e con una forma letteraria congenita molti eventi storici: tutti avevano vissuto gli anni della seconda guerra mondiale in realtà così diverse e lontane tra loro (la Campania, il Veneto nord asburgico, la Toscana) e riuscivano da punti di vista eterogenei a raccontarne le sfumature.
Storie fondamentali di vita che sarebbe molto bello raccontare in modo più profondo.
Scrivere questo post, oggi 11 marzo 2020, significa anche dover avviare una riflessione sulla necessità di utilizzare tutti i tasselli di una vita nel momento del declino; ma in particolare sono spinto a farlo perché ritengo indispensabile dover ripetere di non dimenticare mai ogni piccolo aspetto dell’esistenza e della storia – quella massima e quella minima – in un periodo nel quale c’è il rischio di non ricordare anche elementi molto vicini a noi. In tempi di “coronavirus” c’è il rischio di essere afflitti anche da una epidemia di “oblio”.

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“Qui sono tutti matti” a partire da me

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“Qui sono tutti matti” a partire da me

Qualche giorno fa commentando alcuni dati sull’incidenza del Coronavirus rispetto ad altre patologie una mia amica oncologa concludeva: “Qui sono tutti matti!”. Ricevendo questo messaggio, non riuscivo però a comprendere chi fossero i “matti”. In realtà non avrei potuto comprenderlo, avendo io involontariamente (la mia non è una scelta condizionata dalla diffusione del virus) utilizzato una sorta di “quarantena” culturale: me ne sto per gran parte della giornata in casa in mezzo a migliaia di stimoli culturali, che mi distraggono dalla “catastrofe” mediatica. L’altra mattina Mary, svegliandosi un po’ più tardi del solito mi chiedeva i dati aggiornati sul contagio ed io le ho risposto che “non se ne può più…non c’è uno spazio libero dai bollettini di guerra…la tv non fa altro che questo…e io stamattina non l’ho proprio accesa!”.
Così, un po’ alla volta, sto comprendendo a cosa si riferisse la dottoressa, parlando di “matti”. Sono perfettamente convinto che quel che sta accadendo sia molto serio e grave: pur tuttavia occorre mantenere la calma e non farsi prendere dal panico, contribuendo ad aumentare così il numero dei “matti”.
Le isterie colletive non aiutano a superare la crisi. Occorre certamente rispettare le norme igieniche, anche se sarebbe stato bene farlo da sempre; ma non è mai troppo tardi per imparare. Sono quelle cose che ci aiutano a giustificare quel che ci appare come un sacrificio insormontabile. Ovviamente alcune indicazioni, come quella della “distanza di uno o, meglio, due (facciamo uno e mezzo) metri” non vanno interpretate in modo rigoroso: sarebbe molto comico vederci zigzagare per la strada o nei corridoi del supermarket alla ricerca di uno spazio di sicurezza. Intanto si evitino i luoghi pieni e si privilegino quelli meno affollati. Bene, perciò, aver chiuso le scuole; così, con l’accortezza di uscire poco, e con gli strumenti tecnologici sempre più avanzati utilizzati soprattutto dalle nuove generazioni, si potrebbero studiare forme alternative di trasmissione del sapere, sperando tuttavia di non dover corrispondere alle assurde pretese di quel Dirigente (!) preoccupato per il fatto che la chiusura straordinaria delle scuole avrebbe comportato un danno alla preparazione didattica dell’Istituto. A proposito di “matti” ci sono anche queste tipologie, che assestano un colpo di credibilità fortissimo alla validità della preparazione scolastica dei nostri studenti: basta lavorare sul “sapere” in modo esclusivo ed avviare invece un “saper fare”, che nella scuola italiana è fortemente carente. In Italia c’è ancora troppa accademia e troppi parrucconi vetusti a dettar legge. Chissà che un “virus” anche tanto pericoloso non ci aiuti in quella direzione.
E poi la grande confusione che alberga sovrana è dovuta proprio a questo analfabetismo civile che caratterizza il momento. L’altra sera ho ricevuto la richiesta da parte di una giovane amica supplente temporanea di farsi accompagnare alla Guardia medica. Forse non era necessario ma la solitudine fa brutti scherzi e quindi mi sono prestato per accontentarla. Aveva seguito le indicazioni prescritte dal giorno prima, per cui per accedere occorreva prenotare telefonicamente l’appuntamento. Ed era tutto in regola: niente di che, solo un mal di gola persistente, qualche linea di febbre. Ma mentre attendevo che uscisse dall’ambulatorio sono passate altre persone che non avevano tuttavia prenotato e le Guardie giurate le informavano su come fare, commentando in modo improprio che “la legge non ammette ignoranza”. Purtroppo non di “legge” si trattava, ma di una prescrizione temporanea di tipo organizzativo tesa ad evitare assembramenti pericolosi per la diffusione della patologia virale; e poi solo da poche ore era stata comunicata: fino al giorno prima chi aveva bisogno in giorno festivo o feriale notturno di un controllo ne poteva usufruire senza alcun preavviso. Ecco, dunque, che – guardandosi intorno – i matti li scopriamo un po’ dappertutto, a partire da noi stessi, ovviamente.

Joshua Madalon

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