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AGOSTO FLEGREO 2018 – 2

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AGOSTO FLEGREO 2018 – 2

 

E ce ne stavamo seduti su queste assi, mentre di fronte a noi su un banco colmo di oggetti indistinti e non particolarmente invitanti alcune donne svolgevano il ruolo di organizzatrici di una “Pesca di beneficenza” certamente allo scopo di coprire parte delle spese dei vari eventi previsti. Erano molto indaffarate e questo deponeva a favore del successo della loro iniziativa. Avevo intravisto tra loro un volto familiare di tempi molto lontani: una signora  che all’apparenza evidenziava il suo essere a capo del gruppo; tutte le altre signore infatti si riferivano a lei ed anche i ricavi affluivano sotto il suo diretto controllo. Dai miei ricordi ad oggi sembrava  non essere trascorso molto tempo: segno che l’età oggettiva non aveva prodotto cambiamenti nella fisionomia.

“Ciao. Ti ricordi di me?” rivolgendomi a lei ho allungato la mano, dopo essermi alzato ed essere andato sul davanti del banco. “Certamente! Come stai? Abiti al Nord?” “Sì, a Prato ma di tano in tanto ora che sono in pensione ritorno qui” e “Allora? Hai trovato la nostra città migliorata?” Di fronte a questo tipo di domanda mi sento disorientato e rispondo vagamente, genericamente con un “Sìììì…” strascicato seguito da un “Insomma!”. Per fortuna, a salvarmi da questo imbarazzante quesito si è affacciato un altro volto per me noto, avendolo già incontrato in altre mie occasionali puntate flegree.  Me lo presenta come suo marito ed a quel punto mi sovviene che avrei dovuto ricordarmene ma mi mancavano i punti di riferimento: per me erano tutte facce note ma difficilmente accostabili per parentele ed affini. “Sì, ci siamo già incontrati al Circolo; a proposito come stanno i miei amici di infanzia e di gioventù?”   mi riferisco a due fratelli che vivevano nella mia prima abitazione in via Campana 25, quella in cui sono arrivato dopo essere nato a Napoli e ad un grande artista dal volto di pescatore, un po’ stanco ed invecchiato già qualche anno fa, a cui risale l’ultima volta che l’ho incontrato. “Sì, qualche volta lui (l’artista) viene giù ma il maggior tempo ormai lo dedica alla sua famiglia”.

Le campane suonano e gli altoparlanti lanciano a tutto volume i salmi a significare che a secondi uscirà la processione. Ed infatti i fedeli sciamano già per collocarsi in posizione utile ad essere in prima fila sia ai lati che alle spalle della statua. Lascio il dialogo e recupero Mary che intanto aveva trovato degli amici che le ricordavano gli anni dell’Alto Veneto. Li salutammo e “Mi ha chiesto se avessi trovato dei miglioramenti nella città…!” e Mary “E tu? Le potevi chiedere in che senso!”.   “Ma in che senso vuoi che te lo chiedano? A me sembra semplicemente un modo come l’altro per non dire niente. Vale un “come va? Stai bene?” così giusto per dire qualcosa di inutile ad una persona che non vedi da decenni”.

Il problema vero è che questa città opera come una Penelope, che di giorno fila la tela e di notte ne smonta le trame. In più e diversamente dalla donna di Ulisse a Pozzuoli quel che si fa o di giorno o di notte si disfa negli stessi periodi indistintamente e progressivamente, con il risultato che quel che poteva essere un abbellimento  finisce per diventare più brutto e tremendo di quel che c’era prima.

 

J.M.

 

 

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AGOSTO flegreo

 

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AGOSTO flegreo

Intorno alla metà di agosto di solito avviene un cambiamento del clima: “di solito” significa anche “non sempre”. Ma quest’anno la tradizione si è confermata e già un giorno prima del Ferragosto c’è stata un’intera giornata con temporali, fulmini e tuoni possenti con acqua che veniva giù dritta e copiosa. Indubbiamente non è dappertutto così, ma qui nell’area flegrea la ricorrenza della festività della Madonna Assunta che è tradizione consolidata è stata – quest’anno – colpita non solo dalla immane tragedia genovese ma anche dall’inclemenza naturale del clima nelle ore precedenti allo svolgersi delle funzioni laiche (il tradizionale “Palo a sapone”) e religiose (la Processione della Madonna).

Don Antonio ci aveva accolti qualche giorno prima, descrivendo con il giusto orgoglio come si sarebbe svolta la funzione e la processione; ma non aveva potuto tener conto degli eventi futuri. Aveva accennato ad una Messa all’aperto nello spazio ben più ampio antistante la piccola chiesa sul lieve declivio del “Valione”  ma poi il 14 agosto per l’intera giornata e nottata dello stesso 15 si era scatenato Giove pluvio e non era stato possibile né consigliabile allestire il palchetto esterno, per cui tutta la funzione religiosa  era stata ricondotta all’interno, come peraltro era avvenuto negli anni passati. Nel pomeriggio invece la popolare competizione del  “Palo a sapone” era stata rinviata in segno di rispetto per il lutto nazionale per il quale anche le navi da diporto che solitamente usano lanciare il proprio saluto sonoro in omaggio alla Madonna erano state tristemente  silenti.

Mary ed io ci eravamo confusi tra la folla del popolo e le autorità che seguivano in modo distratto dall’esterno lo svolgimento della funzione religiosa. Solo una minima parte riusciva a lanciare lo sguardo all’interno.  Dopo un po’ abbiamo cercato un posto dove sederci e lo abbiamo trovato sotto il portico del Laboratorio dei Vallozzi, Maestri d’ascia di grande valore storico e culturale, che purtroppo hanno dovuto chiudere per stanchezza e consunzione fisica (uno dei due fratelli è venuto meno e l’altro non se la sente più di continuare in assenza di discepoli: è la storia che si ripete purtroppo in relazione ad attività artigianali specifiche e speciali). La loro era un’impresa portata avanti con genialità, della quale ha parlato Dario Antonioli in un film documentario  di qualche anno fa, “Una città in barca” che purtroppo non ho ancora visto. Me ne aveva accennato in un sopralluogo per una location di tipo teatrale un amico di gioventù, Enzo D’Oriano, che è stato l’ideatore di quel film. Sulla porta chiusa c’è una formula “però a comm’stann’ca capa” a segnalare che quell’attività è collegata non tanto alle necessità economiche ma alla libera espressione dell’ingegno umano.

Mary ed io ci siamo però ricordati che qualche mese prima eravamo passati di là e ci eravamo affacciati per curiosare ed avevamo  interloquito con un signore anziano che ci aveva accolti in modo cortese e gentile. L’ambiente presentava già i segni dell’abbandono anche se vigeva un certo ordine. Di tanto in tanto spuntava da qualche segreto nascondiglio qualche gatto impaurito da presenze estranee. In ambienti marinari è consuetudine avere comunità feline per difendersi dai roditori; in cambio ricevono doni ittici, siano residui interi o parziali di un possibile pescato. Non ci trattenemmo molto, però; ed ora che seduti su una delle basi per la costruzione delle barche attendevamo l’uscita della statua della Madonna Assunta  davanti alla porta chiusa ce ne rammaricavamo.

J.M.

 

 

NAPOLI è……

 

 

 

 

 

 

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NAPOLI E’ TANTO, UNA CITTA’ RICCHISSIMA DI STORIA, DI CULTURA NEL SENSO PIU’ AMPIO DEL TERMINE

LE IMMAGINI SONO RIFERITE AL COMPLESSO DI SAN GIOVANNI IN CARBONARA, A QUELLO DI SANTA MARIA LA NOVA ED A PANORAMI FLEGREI

NON MANCA L’OMAGGIO A PULCINELLA ED A PINO DANIELE

 

J.M.

reloaded 19 e 20 aprile 2018 da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1 e 2

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Lo scorso 19 e 20 aprile avevo pubblicato queste parti 1 e 2 del blocco 7 dedicato alle mie esperienze giovanili. Oggi, 14 agosto le ripropongo e darò loro un seguito da domani.

 

Grazie per la vostra attenzione

 

Joshua Madalon

 

 

19 e 20 aprile —-  da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1

Alla fine degli anni Sessanta la mia formazione culturale era stata legata ad una profonda libertà; mi scrollavo di dosso ciò che mi veniva imposto dagli altri e cominciavo a rendermi conto di quale sarebbe stato il mio “tempo”. Amavo il mio territorio senza retoriche scioviniste. Lo scrutavo, analizzando i comportamenti umani che lo deturpavano, incoraggiati da un Potere corrotto come da eterno copione.
Nei post precedenti ho ripercorso alcuni aspetti della mia formazione, solo pochi e solo epidermicamente. Ho cercato di utilizzare l’ironia, quando mi sembrava utile, ma non sempre riuscendoci a pieno. Nella vita capita a ciascuno di noi di avere occasioni varie che ci sospingono. A volte è necessario il coraggio, altre volte invece è una vera e propria Fortuna che ti accoglie tra le braccia. Mi è stato consentito di nascere e di vivere in un posto ed in un tempo nel quale la Storia ci consentiva di ricordare un Anniversario straordinario tondo tondo: 2500 anni, un doppio millennio e mezzo; questo è quel che avveniva nel 1972 a Pozzuoli, l’antica Dicearchia greca, poi Puteoli al tempo dei Romani. E sono stato davvero fortunato perché quella città dal 1953 fu scelta da Adriano Olivetti per insediarvici una delle sue fabbriche (per capirci quella di “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, romanzo del 1959). Il luogo dove essa fu costruita è una delle straordinarie terrazze panoramiche sul golfo di Pozzuoli. La fabbrica costituiva per l’organizzazione una grande scommessa per il mondo del lavoro del nostro Paese: purtroppo diventerà un caso da manuale e poco più.
Grazie alle mie “amicizie” di cui ho accennato in altri post “da giovane” fui inserito in un contesto celebrativo dei 2500 anni di Dicearchia. Il Comune ed altri enti di cui oggi poco ricordo sponsorizzati da Olivetti avviarono sin dall’autunno del 1970 la progettazione e mi chiesero di produrre un libretto da diffondere nelle scuole, quelle medie inferiori e le ultime due della primaria. Partecipai ad una serie di incontri del Comitato organizzatore come giovane studente che aveva mostrato attenzione verso i problemi ecologici, che dalle nostre parti erano già acuti, abbinati ad una conoscenza dei territori storici e geologici. Nei prossimi post mi dedicherò alla riproposizione di quei temi così come riportati nel testo del libretto.
da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 2

Gabbiani o viandanti medievali pellegrini alla ricerca del loro destino, avrei voluto essere! I secondi alla fin fine mi assomigliavano di più perché non potevo volare se non che con la fantasia ed in anticipo sui tempi mi inventai il “drone”.

D’altronde non possiamo sceglierci il luogo né la famiglia; ma l’uno e l’altra sono due delle mie grandi fortune. Solo la fine della nostra esistenza ci renderà piatti ed un luogo varrà l’altro così come una famiglia.
Nascere e “vivere” nei Campi Flegrei è stato ed è straordinario. Non esiste un luogo nel quale la leggenda, il Mito e la Storia si sono intrecciate in modo così continuativo ed intenso. Le abbiamo respirate tutte quelle vicende e le portiamo dentro di noi. Non c’è altro luogo che possa contenere tutta la “bellezza” che qui trasuda dalle zolle sulfuree e dalle onde che emanano profumo di salsedine ineguagliabile nella sua composizione vulcanica. Viviamo tra e dentro i vulcani e la nostra terra ribolle come il nostro sangue sempre caldo.

Joshua Madalon

RITORNO A POZZUOLI estate 2018

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RITORNO A POZZUOLI estate  2018

“No, la signora a fianco non c’è. E non c’è neanche il cane!” è stato  più o meno il primo messaggio, forse preceduto da un cenno di saluto forse no non ricordo, la prima forma comunicativa complessa che l’amico del piano di sopra ci ha riservato non appena ci siamo incontrati “da vicino”. In realtà “da lontano” ci avevano sonoramente salutati dall’alto del terzo piano, non appena abbiamo messo piede nel cortile, scendendo,  affaticati dal viaggio, dopo sei ore di traffico agostano intenso ma non tanto quanto si temeva. Quel primo saluto era inatteso, perché di solito gli occhi vigili si nascondono dietro le tapparelle ma non si palesano: forse siamo arrivati proprio dietro l’ora di pranzo e nel corso dello scotimento della tovaglia da tavolo per la goduria di qualche piccione residuo, dopo che i gabbiani li hanno spodestati, e le maledizioni dei condomini sottostanti.

Poi abbiamo avuto il nostro daffare per svuotare l’auto che stavolta non era così ingolfata ma non meno faticoso è stato il trasbordo fatto velocemente anche per evitare il timore del tutto assurdo di qualche lestofante convinto di aiutarci nel trafugare qualche pacchetto e reale di qualche bestiola, tipo gattini vari incuriositi ed attratti dalla loro atavica fame, che si intrufolava nel passaggio tra una consegna e l’altra;  era infatti accaduto in un’altra occasione che tra una corsa e l’altra in tre di loro si erano fiondati dentro, forse attratti dal profumo di cibi . Occorreva  puntare a record sempre più improponibili con l’avanzare dell’età. Ma con quel caldo ed a quell’ora i pericolosi lestofanti presunti erano al mare ed i gatti sonnecchiavano all’ombra  tra le siepi di due ampie aiuole e sotto altre due auto che sostavano in quel piazzale, cercando di digerire quel poco che mani pietose avevano loro preparato.

Dopo aver sbagagliato dovevamo sistemare il tutto, ma di tempo ce ne avevamo e la stanchezza superava l’appetito che pure non era stato soddisfatto nel corso del viaggio. Per cui decidemmo di “saltare” ambedue le incombenze e ristorati da una doccia fredda, visto che non avevamo neanche riattivato la caldaia ci siamo adagiati direttamente sul copriletto. Abbiamo lasciato tutto nel pieno disordine. Poco più di un’ora di riposo in un ambiente straordinariamente fresco a dispetto delle temperature esterne e senza ausili tecnologici è bastata. Questo, grazie anche al silenzio che non ti aspetti, visto che siamo in  realtà tradizionalmente chiassose; ma, e già, saranno tutti al mare oggi che è un lunedì, il 6 di agosto 2018.

“Scusate il disordine! Abbiamo deciso di lasciar tutto in giro ma in cucina è tutto libero. Venite qui!” gli amici del piano di sopra erano impazienti di rivederci da vicino e “blin blon” avevano suonato alla porta. E non avevamo dubbi che fossero loro quando abbiamo sentito quel suono.  In realtà non vorrei dare la sensazione che fossero  indesiderati;  ben altro: è sempre stato ed è un piacere dialogare con loro.

E, poi  “La signora a fianco a noi, quella che di notte ossessiona i vostri sonni con tacchi e rumori vari non c’è. E’ in vacanza. E non c’è neanche il cane! C’è la figlia”.

…parte 1…continua

 

Joshua Madalon

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 7

 

 

 

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 7

 

Tornare a casa dalla zona Mercato-Porto di Pozzuoli a quella collinare della Solfatara significava dover salire di quattrocento metri  e qualche centimetro ad una distanza di  poco più di cinquecento metri.  Avevamo rinunciato a prendere in considerazione i mezzi “pubblici” del tutto inaffidabili; peraltro in un impeto di fiducia avevamo anche acquistato i titoli di viaggio, incuranti in quel momento di poter essere sbeffeggiati dai compagni di avventura che ci avrebbero degnati di commiserazione osservando il nostro tentativo di obliterarli in macchinette quasi sempre in tilt.

“Saglite, saglite, signo’” aveva detto il conducente del bus a Marietta, quando in uno dei suoi viaggi di ritorno nella sua terra aveva mostrato  che non aveva i biglietti e “Cosa ha detto il signore?” le aveva controbattuto l’amica Angela, incredula, avendo ben compreso l’invito alla trasgressione civile. Ed allo stesso modo insieme alla delegazione di un’Amministrazione in visita al territorio gemellato avevo fatto io sulla linea della Cumana nel tratto “Terme puteolane – Bagnoli”. Ricordi di annata, ormai. Oggi, maturi ultrasessantenni, ci apprestavamo a pagare il fio delle birbonate, scegliendo di far ritorno a piedi, con una differenza sostanziale nella forza fisica e nella sopportazione di una umidità elevata.

La più agevole tra le salite ci sembrò quella dei Cappuccini e così ci avviammo, scegliendo tra l’altro di percorrere un tunnel  che attraversa la collina della Terra murata. Fino a più di settanta anni fa (io non l’ho mai visto in funzione) c’era la linea del tram che arrivava da Napoli lungo la litoranea.

Il percorso ci consentiva di ridurre il cammino e di avere una discreta ombra, anche se mista a qualche scarico di motorette rombanti.

Passammo a fianco della vecchia struttura del Cinema Mediterraneo, chiuso ormai da trenta anni, del quale però si vedeva ancora l’Uscita di Sicurezza e poi cominciammo lentamente a salire sulle comode larghe scale.

Attraversata la sede ferroviaria della Cumana cominciò la nostra ascesa e  “Village of Hope & Justice Ministry (onlus)” vedemmo scritto al termine della prima rampa.   Curioso ma il caldo, l’ora e il desiderio di “elevarci” prima possibile ci sconsigliò l’approfondimento.  Anche perché, girato l’angolo, fummo attratti da voci giovanili e da uno strano lampione sotto il quale c’era  una scritta amena ma molto attraente, “Lux in Fabula”, accompagnata dall’immagine della “lampada di Aladino”, così come trasmessa dalla nostra infanzia di visionari. Sarà stata pure la stanchezza ma quei due curiosi che siamo rimasti si spinsero a chiedere qualche informazione in più. I ragazzi furono molto contenti di accontentare il nostro desiderio di sapere. “Claudio, ci sono questi due signori che vogliono sapere di cosa ci occupiamo” uno dei giovani si era rivolto a qualcuno che era dentro, in uno spazio apparentemente angusto e colmo di oggetti e libri. Marietta ed io con il peso delle nostre “provviste”  e la leggerezza  della curiosità avevamo allungato il collo per capire chi fosse Claudio, mentre il parlottare dei giovani si era acquietato, forse anche in attesa di sapere chi fossimo noi, così curiosi ed interessati sia alla sosta in un ambiente più fresco sia alla possibile nuova scoperta di mondi a noi ignoti.

 

…fine parte 8….continua

 

Joshua Madalon

 

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PASSEGGIATE FLEGREE Giugno 2018 – parte 6

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PASSEGGIATE FLEGREE Giugno 2018 – parte 6

La città di Pozzuoli è adagiata in una conca vulcanica che parte dalla periferia di Bagnoli, frazione nota nell’antichità come luogo di turismo termale (da “balneis”) e poi dall’inizio del Novecento sede di attività industriali (c’era l’ILVA fino agli anni ’90 di quel secolo), per poi comprendere, dopo l’insediamento cittadino, la frazione di Arco Felice – Lucrino, Baia, luogo anch’esso che rimanda alla cultura romana e Bacoli, fino al capo Miseno. La città si è strutturata nei secoli e soprattutto nell’ultimo con insediamenti collinari che arrivano a toccare quasi 500 m. sul livello del mare.
Marietta ed io abitavamo alle pendici della Solfatara (458 m slm) e da lì quella mattina, con il fresco, eravamo scesi giù prima verso il cimitero e poi al porto. Ora ci toccava rifare il percorso in salita con un clima che, nel frattempo era diventato insostenibile: oltretutto eravamo partiti leggeri ed ora dovevamo far ritorno con un carico di qualche chilo in più.
I mezzi pubblici sono tra le note dolenti di una realtà così ricca di stimoli culturali ma così povera e sprovveduta dal punto di vista imprenditoriale. “Sopportare” cristianamente o meno e “tirare a campare” sembrano imperativi categorici negativi persistenti in questa porzione di mondo.
Scartata l’idea di aspettare lì altri quaranta minuti nell’incertezza che ciò fosse vero, dovevamo scegliere a quale albero impiccarci; ovvero quale percorso in salita privilegiare. Ci fermammo un po’ nella “villa”. Altro aspetto dolente di questo luogo è la quasi assenza di spazi verdi. In verità le colline, ancorchè punteggiate da manufatti abusivi “di necessità”, erano abbastanza verdi; ma la città è stata costruita riempiendo tutti i vuoti e la “villa comunale” è un appezzamento di cemento di circa 500 metri quadrati con qualche panchina, una fontana centrale contesa da bambini e cani e alcune aiuole con pochi alberi. Nella città medio-alta c’è un altro parco giardino acquisito alla fruizione pubblica negli anni Ottanta ma non c’è molto altro. Anche quella che chiamavamo da ragazzetti “la selva” è stata riempita dalla Tangenziale.
Dal mercato alla villa sono trecento metri: decidemmo che nella sosta avremmo vagliato le ipotesi per la salita.
Mentre eravamo seduti a goderci il traffico che era intenso, visto la concomitanza di arrivi e partenze dei traghetti per le isole ed il contemporaneo spostamento degli acquirenti che dal mercato si dirigevano nella parte superiore della città per l’elaborazione dei cibi, si palesò uno dei miei amici teatranti che non vedevo da anni.
“Non sei proprio cambiato, diamine!” “E tu, hai fatto il patto col diavolo?” battute più o meno simili per segnalare l’esatto contrario. Il tempo passa e i segni si vedono. Lo spirito però, quello sì, non è cambiato e probabilmente anche la sveltezza intellettiva, visto che entrambi non ci siamo adagiati: io un docente impegnato nella scuola superiore lui un piccolo imprenditore attivo nella politica.
Non palesammo la nostra stanchezza ed orgogliosamente – ahimè – salutammo l’amico e declinammo l’invito ad utilizzare un passaggio, essendo del tutto convinti delle nostre forze e della capacità di adeguarle all’impresa.

fine parte 6….continua

Joshua Madalon

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 5

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 5

Staccarono il gancio che limitava il ristretto passaggio alle persone e tutti insieme da una parte e dall’altra fluimmo. Avevamo pensato di fare una puntatina al “mercato generale al dettaglio” più per godere della vista della molteplicità dei colori e dei prodotti agricoli ed ittici. Superato il passaggio a livello c’è il Tempio di Serapide, una sorta di centro commerciale archeologico risalete al periodo tra il I° ed il II° secolo dopo Cristo. In realtà era un mercato con vari spazi e piani; il nome è legato alla statuina dedicata alla divinità egizia Serapis di cui nel 1750 fu rinvenuta una traccia. Pozzuoli era una base fondamentale del commercio romano: fu il porto principale romano, sia commerciale che militare prima di essere sostituito in modo innaturale, artificiale, da quello di Ostia, che indubbiamente aveva altri vantaggi, essendo a pochi chilometri da Roma. Non è affatto strano che possedesse due anfiteatri e strutture commerciali a livello internazionale; e dunque non sorprende che vi fossero culti diversi all’interno di un sincretismo religioso invidiabile ai nostri giorni.
Andammo oltre verso la riva del porto dove avevamo intravisto una sfilza di banchi; vi ci dirigemmo, io con accondiscendenza passiva e disinteressata, Marietta con il desiderio femminile di acquistare oggetti e vestiario a prezzi oltremodo convenienti. Ne venimmo via senza acquisti: il sole cominciava a picchiare e ci inoltrammo attraverso il parcheggio del Mercato ittico generale verso il Mercato al dettaglio.
“Peppino!” una voce mi ricordò che mi chiamavo Giuseppe. Una voce femminile con l’accento puteolano. Una signora piccolina che non aveva rinunciato a chiamarmi con vigore pur essendo impegnata in una conversazione telefonica. “T’he fatte ‘e solde?” una modalità idiomatica per sottolineare la mia lunghissima assenza nei rapporti umani con lei. “Saie cu cchi sto parlanno? Peppino, ‘o figlie ‘e Rafele, ‘o cuggine nuosto” intuii che stesse parlando con il fratello Salvatore che da più lungo tempo non avevo incontrato. Baci ed abbracci e promesse di rivederci presto, scambio di telefono (forse già fatto in precedenza ma ripetuto a scanso di equivoci). Saluti con il desiderio sincero di rivedersi, ma…
Il mercato è sempre attrattivo ed alcuni banchi sono affollatissimi. A noi sono sempre piaciuti quelli solitari, appartati, dove puoi meglio scegliere i prodotti. E facemmo così anche quella volta con il risultato che avevamo acquistato quattro cinque chili di roba e dovevamo salire su da dove eravamo scesi. Ed il caldo era ormai asfissiante.
A pochi metri dal mercato c’è una sorta di “Terminal” degli autobus locali. Decidemmo di andarci. Ci fermammo a fare i biglietti e chiedemmo dove avremmo potuto prendere il mezzo per salire verso la Solfatara: una signora gentile bucò il muro con il suo dito per mostraci la direzione.

Pochi metri oltre alcuni autobus sostavano sonnolenti, in una controra certamente anomala, insieme ai loro conducenti. Nessuno di loro sapeva, e non intendevano sforzarsi troppo al di là di un cenno negativo. Decisi di rincorrere un autobus che stava miracolosamente spostandosi e mi rivolsi al conducente che emise il responso: “Signo’ avite aspittà quaranta minute”.

Marietta ed io ci guardammo scoraggiati e ci dicemmo che “forse” a quell’ora potevamo anche essere già a casa.

…fine parte 5…continua

Joshua Madalon

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 4

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PASSEGGIATE FLEGREE giugno 2018 – parte 4

Girata la balaustra che affacciava sul salottino collegato ad ambienti che noi, per memoria, presupponevamo essere collegati alle vecchie terme ed ai locali di un Cinema che da giovani avevamo frequentato da artisti filodrammatici e e da spettatori molto attenti alle opera dei grandi registi europei ed americani, ci eravamo così diretti verso le “voci”.

Un ufficio dove sedevano tre persone, due donne giovani ed un signore attempato ma di un’eleganza professionale indubbia, mentre di spalle sulla soglia dell’ufficio un altro signore altrettanto elegante in piedi questionava intorno a temi probabilmente organizzativi.

Al nostro saluto doveroso, si girò verso di noi; e fu allora che lo riconobbi. Quando ero all’Università, lo conoscevo appena, essendo solo il fratello di un altro mio coetaneo, che partecipava in modo costante alle nostre organizzazioni culturali, oltre che ricreative. Sapevo che poi aveva fatto carriera nella Democrazia Cristiana, arrivando a ricoprire incarichi prestigiosi fino a quello di primo cittadino puteolano.

“Ciao” con reciproca cordialità. Una stretta di mano vigorosa. “Sei te che ti occupi di questo spazio?” “Sì, da alcuni anni…” “Ma eravamo passati e sembrava tutto in perfetto ordine, ma non in attività!” “Sì, certo, da qualche mese ci siamo dati da fare. C’è l’albergo, il ristorante, la beauty farm con le terme e poi delle iniziative culturali…”. Procedemmo nella visita, ora accompagnati da uno chaperon esclusivo che ci spinge verso la terrazza panoramica, dalla quale si gode nel pieno del calore già estivo uno splendido panorama sul golfo, a partire dal Serapeo sottostante. L’ambiente è però algido, indistinto; manca un vero e proprio tocco artistico che non sarebbe male: la terra flegrea è per sua natura semantica vulcanica, calda impetuosa ed in quella realtà invece ci si trova di fronte ad un luogo che, pur nella sua indubbia eleganza, potrebbe essere tra le fredde valli delle Alpi.

Ovviamente il nostro amico vantava professionalità di ottimo livello come collaboratori e collaboratrici e su questo non potevamo che assentire. Lasciammo che decantasse anche quelli che erano importanti collegamenti con bagni esclusivi raggiungibili con facilità dalla Ferrovia sottostante, la Cumana, esempio di fatiscenza ormai consolidata e disperata. Non riuscimmo a visitare gli altri ambienti; volevamo accedere a qualche camera per saggiarne le caratteristiche, ma non fu possibile. Andammo via insesauditi. Perplessi sul futuro di un’attività nella quale la passione è sovrastata da un’indolenza caratteristica di una parte della mentalità meridionale, che sembra affidarsi più nelle mani della dea “fortuna” piuttosto che nell’attivismo umano. “Dio gliela mandi buona. Dio perchè non altri!” pensammo all’unisono.

Scendemmo le scale del vicoletto sempre lurido di residui corporali ed acque indistinte che cascano da tubature pendenti, quella stretta viuzza che conduce verso il piccolo passaggio a livello della Cumana che si affaccia sul lato interno del Tempio di Serapide. Giusto allora dei rintocchi segnalavano l’arrivo del treno impedendo l’attraversamento pedonale. Di lì a poco un treno reso cadente anche dall’impeto graffittaro di anonimi artisti, che ne avevano letteralmente coperto tutti i finestrini, abbuiando gli interni, sopraggiunse fischiando forse semplicemente per salutare gli addetti del casello che corrisposero con un cenno delle loro mani.

 

J.M.

 

…fine parte 4….continua

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reloaded dal 15-18 e 19 marzo 2018 PRIMA GLI ITALIANI! Un’introduzione socio-antropologica al tema….

reloaded dal 15-18 e 19 marzo 2018

PRIMA GLI ITALIANI! Un’introduzione socio-antropologica al tema….

Questi sono “inevitabilmente” giorni di riflessione conseguenti ai risultati elettorali. E’ per questi motivi che ho utilizzato come titolo il proclama-mantra di larga parte della Destra, che per qualche breve rigo di questo post condividerò.
Le compagne ed i compagni della Sinistra stiano tranquille/i. O, meglio, si preoccupino anche loro di quel che dirò, perché siamo tutti coinvolti: ve la ricordate la “Canzone del Maggio” di Fabrizio De André?
E siamo coinvolti in quanto italiani! Mio Dio, non vorrei che ci si riferisse ad uno stereotipo generico come ve ne sono a iosa: il napoletano, il siciliano, il calabrese, il toscano, il genovese, il milanese ed il veneto. Ciascuno certamente rappresenta nella vulgata antropologica diffusa un tipo, un carattere, una predilezione quasi sempre pittoresca e oggetto di maldicenze simpatiche. C’è qualcosa che ci accomuna, tutti: oltre alla simpatia, alla giovialità scoppiettante, si rileva un difetto che consiste nella induzione alla trasgressione con naturalezza estrema. E questa la si rileva in particolare tra coloro che dovrebbero far rispettare le regole prescritte, sancite in precedenza attraverso atti legislativi, con una forma di eccessivo lassismo che crea nell’applicazione pratica una generale anarchia intervallata da interventi istituzionali a volte isterici ed improduttivi.
Porterò esempi concreti semplicissimi anche allo scopo di mettere in evidenza come si possa partire dal “basso” per profilare un “cambiamento”.

Il primo. Alla fine dello scorso anno all’interno della Legge di Bilancio del Ministero dei Trasporti è stato approvato un emendamento per sanzionare non solo chi telefona al volante, ma anche chi lo sta semplicemente consultando ad un semaforo rosso con multe salatissime e sospensione della patente in modo progressivo alla reiterazione dell’infrazione. Si è data poi una roboante pubblicità durata due tre settimane relativamente ai controlli “serrati” da parte di agenti – alcuni dei quali anche in borghese; dopodichè tutto è calato nell’oblio. Basta osservare mentre si cammina o si guida quante persone continuano pericolosamente per sè e per gli altri a trasgredire.

Il secondo. Altro esempio “pratico” e verificabile nella città di Prato: la raccolta differenziata “porta a porta”. ASM (poi sostituita come sigla da ALIA) nel far partire il progetto distribuisce ai cittadini un opuscolo nel quale viene indicata la modalità di conferimento delle varie qualità di rifiuti. Si legge: “Esporre sacchi e contenitori fronte strada dalle 21.00 del giorno precedente ed entro le 5.00 del giorno di raccolta” in italiano, in inglese, cinese e arabo. Parte la raccolta porta a porta e a volte durante le prime settimane sul cassonetto condominiale viene apposto un modulo plastificato ed adesivo con una sorta di “avviso di sanzione” per evidenti trasgressioni. Dopodichè tutto è nell’oblio. Nè altre apposizioni minacciose nè sanzioni. Caos e sporcizia diffuse in tutta la città senza rispetto minimo delle regole.

 

 

Un terzo. Ora, in attesa di un nuovo Governo, siamo “alle porte coi sassi” sulla questione “vaccini”. Il tempo è scaduto e si contano molti inadempienti; passerà tutto “in cavalleria”? forse no perchè il tema “appare ed è” serio; ma non auguriamoci che ciò accada soltanto a causa dello scoppio di una mini-epidemia (me la augurerei, se ci fosse, molto “mini”). Le “regole” anche quando a qualcuno non piacciono vanno rispettate e, come ho detto in altre occasioni, eventualmente modificate, annullate in modo democratico e responsabilmente, accollandosi poi le conseguenze, con la speranza che siano ottime.

…continua…

Joshua Madalon

 

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PRIMA GLI ITALIANI! Un’introduzione socio-antropologica al tema…. (seconda parte)

Un preambolo reso necessario dalla difficoltà che hanno mostrato alcuni lettori (i pochi che mi seguono) a comprendere il senso del titolo. Ho la sensazione anche che non abbiano però avuto la pazienza di leggere tutto il post fino in fondo. Allora vi dirò pensando di parlare davvero a pochi che c’è dell’amara ironia in quel titolo che richiama lo slogan preferito dalla Destra sovranista. In fin dei conti, sono convinto che nulla cambia se non cambiano gli italiani!

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Le due foto riportano un’indicazione relativa al divieto di “sputare per

terra” – norma igienica necessaria in un consesso civile. A Prato con l’arrivo dei cinesi che utilizzano questa pratica a loro modo necessaria molti nostri concittadini la rilevano come forma tipica di inciviltà “etnica”. Tuttavia quella stessa pratica è molto diffusa tra i ceti popolari autoctoni. Anche in questo caso occorrerebbe sanzionare complessivamente e non in linea unidirezionale tale comportamento!

La nostra “italianità” va difesa, certamente, ma sarebbe anche più urgente impegnarci a costruire una società maggiormente rispettosa delle regole, meno incline a valorizzare le furbizie e le trasgressioni, meno isterica nei rapporti con le altre comunità, alle quali spesso “indebitamente” richiediamo che rispettino quelle regole che noi stessi non siamo sempre pronti ad osservare diligentemente.

E’ quasi ovvio che qualora una forza politica avanzasse la proposta di sviluppare un’azione pedagogica che riducesse fino al limite massimo gli elementi negativi di carattere quasi ormai connaturati nella cosidetta “italianità”, l’insuccesso sarebbe inevitabile. Ed è per questo che nessuna delle forze politiche che conosciamo prova a proporre nulla che possa essere perlomeno accostato a quell’idea.
E’ evidente che utilizzo un paradosso, ma è anche molto chiaro che la mia è una visione pessimistica globale. Non nutro peraltro fiducia alcuna nelle attuali forze politiche egemoni all’indomani delle elezioni. Ed allo stesso tempo non sono in grado di riprendere fiducia pensando a Partiti presenti e futuri che rappresentino idee ed ideologie che siano a me congeniali.
Assumo per dimostrare l’impossibilità di un cambiamento uno degli aspetti che ha permesso al Movimento 5 Stelle di raggranellare migliaia e migliaia di voti: la proposta del “reddito di cittadinanza”. Non intendo pormi in opposizione netta e ottusa come farebbe un bambino nel rifiutare pregiudizialmente un cibo, ritenuto gustoso e nutriente da parte dei genitori. Ma comincio il mio ragionamento chiedendo a me stesso: “Perché mai una soluzione così “intelligente” del problema della sopravvivenza di chi si trova temporaneamente in indigenza non è stata approvata da chi ha finora governato?”. Risponderei da cialtrone dicendo che non trovo “intelligente” tale proposta ed urterei doppiamente la sensibilità delle persone che ci hanno creduto e di quelle che lo hanno proposto, anche se per queste ultime nutro scarsa stima, e lo spiegherò meglio, riportando l’attenzione su quanto dicevo nell’Introduzione. Allo stesso tempo assegno la patente di “intelligente” a chi finora, affidandosi al pragmatismo, non ha provato ad affrontare il problema dell’indigenza con quella modalità. Non credano – questi ultimi però – di cavarsela senza essere redarguiti. E lo capiranno subito dopo.

….continua….

Joshua Madalon

ansa - lavoro - Un ragazzo davanti a una agenzia interinale, in una foto del 31 maggio 2010. Sarà un autunno nero per l'occupazione: anche se l'emorragia dei posti di lavoro registra un rallentamento, il saldo a fine 2011 per le imprese con almeno un dipendente (circa 1,5 milioni) mostra ancora il segno meno: 88mila i posti in uscita - dice Unioncamere - pari a un calo dell'occupazione dipendente dello 0,7%. Più a rischio il lavoro nelle piccole e medie imprese e, a livello geografico, è il Sud a mostrare un deciso affanno. Nel 2010 il saldo negativo era stato di 178mila unità, -1,5%. Peggio ancora era andata nel 2009, anno clou della crisi: 213.000 i posti bruciati, pari a -1,9%.               ANSA/ FRANCO SILVI
ansa – lavoro – Un ragazzo davanti a una agenzia interinale, in una foto del 31 maggio 2010. Sarà un autunno nero per l’occupazione: anche se l’emorragia dei posti di lavoro registra un rallentamento, il saldo a fine 2011 per le imprese con almeno un dipendente (circa 1,5 milioni) mostra ancora il segno meno: 88mila i posti in uscita – dice Unioncamere – pari a un calo dell’occupazione dipendente dello 0,7%. Più a rischio il lavoro nelle piccole e medie imprese e, a livello geografico, è il Sud a mostrare un deciso affanno. Nel 2010 il saldo negativo era stato di 178mila unità, -1,5%. Peggio ancora era andata nel 2009, anno clou della crisi: 213.000 i posti bruciati, pari a -1,9%. ANSA/ FRANCO SILVI

PRIMA GLI ITALIANI! Un’introduzione socio-antropologica al tema…. (terza parte)

Il “reddito di cittadinanza” funziona con un meccanismo burocratico apparentemente semplice. Intanto occorre avere avuto un “lavoro” ma non “in nero”, averne uno “sottopagato” ma non “in nero”, non averne avuto ma essere comunque alla ricerca di esso, utilizzando i “Centri per l’impiego”. Ora, qualche “Centro per l’Impiego” funziona ma non come dovrebbe, anche perché spesso, con i meccanismi legislativi, agli imprenditori (che, diciamocelo, sono “in gran parte” onesti!) non conviene assumere attraverso strutture che in qualche modo potrebbero procedere a verifiche ed in ogni caso risulta più utile assumere sotto banco contrattando direttamente con il prestatore d’opera. Ed è proprio per lo stesso motivo che non sarà facile controllare che funzioni il “processo” delle tre chiamate, oltre le quali – se non accolta perlomeno una – si perderebbe il diritto all’assegno di cittadinanza. Per non parlare della parte dove si accenna a “Iniziare un percorso per essere accompagnato nella ricerca del lavoro dimostrando la reale volontà di trovare un impiego”: e qui ritorno alla funzionalità dei “Centri per l’Impiego”. Così come appare ridicolo (ed i moralisti si astengano dal commentare che “ci vuole rispetto” per chi attraversa momenti di difficoltà) il riferimento alle due ore giornaliere durante le quali si dovrà svolgere una “ricerca attiva del lavoro” da parte del detsinatario del reddito. Quanto ad “Offrire la propria disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (8 ore settimanali)” sarebbe interessante capire chi li organizza e con quali ulteriori fondi da assegnare a tecnici e funzionari di vari livelli si coprirebbero queste spese. Quanto poi al “Comunicare tempestivamente qualsiasi variazione del reddito” riterrei che vuole fare “le nozze con i fichi secchi” e rimando al post di Introduzione dove si tratta dell’inveterata abitudine degli “italiani” alla “furbizia”.

Non vorrei far torto all’intelligenza dei miei pochi lettori, ma non riesco a fare a meno di sottolinearvi come tantissime strutture pubbliche, private o partecipate, in modo particolare nel Sud (là dove la “protesta” a favore dei 5 Stelle è stata più forte), sono oberate da presenze e pratiche illegali (che, alla lunga, sono state viste come consolidate e dunque “necessarie”).

In Sicilia, inaugurando l’anno giudiziario della Corte dei Conti Gianluca Albo ha tra l’altro scritto:

“Un insidioso fenomeno che caratterizza la gestione delle risorse in Sicilia, ma, non dubito, anche altrove, è quello della metabolizzazione dell’atto illecito In sostanza, la condotta amministrativa vietata ma non immediatamente perseguita viene reiterata nel tempo divenendo prassi amministrativa ove la percezione di illiceità si affievolisce sempre di più nel tempo, tanto poi da suscitare addirittura sorpresa (o simulazione di sorpresa) l’intervento della Procura contabile volto a reintegrare le conseguenze della condotta illecita. Ipotesi emblematica al riguardo è la vicenda dei milioni di euro con disinvoltura elargiti extrabudget agli enti di formazione professionale. Un approccio serio e sereno con la sana gestione finanziaria delle risorse siciliane non può, quindi, prescindere da una convinta adesione ai principi di legalità e ragionevolezza, presidi democratici imprescindibili, sia nella fase di indirizzo politico che nella fase di gestione delle risorse pubbliche. In questa ottica, va da sé, non possono ipotizzarsi deroghe riconducibili all’autonomia statutaria o parlamentare”.

Lo riporto dal seguente link http://www.palermotoday.it/politica/inaugurazione-anno-giudiziario-corte-dei-conti-2018-regione.html

E qui mi fermo.

Ho tuttavia un aneddoto, un vero e proprio apologo da riportare, per avvalorare drammaticamente le mie riflessioni.

Nella mia giovinezza ho incontrato tante persone che si impegnavano nel loro lavoro: una di queste era mio padre. Ha avuto anche lui periodi di disoccupazione, ma erano altri tempi, ma non è di lui che voglio parlarvi.

Non farò nomi, ma è “gente in carne ed ossa” che rappresenta una parte della nostra popolazione.
Allorquando il figlio A. ormai in età da aspirare ad un lavoro ne trovò uno in Germania, il padre lo chiamò e, premuroso ed affettuoso, gli disse:

“Tu, quando sei insieme agli altri, fatti valere; non appena, però, sei in disparte e nessuno ti controlla, riposati!”

Il ragazzo acquisì tale lezione e dopo poche settimane ritornò forzatamente alla sua casa.
Ebbe un’altra occasione e, memore della sollecitudine paterna, non si comportò diversamente.
Il risultato fu uguale.

Con questi presupposti maligni il Movimento 5 Stelle avrà gioco facile a dire che “non è colpa loro” se il meccanismo non avrà funzionato.
E’ del tutto evidente che non basta “cambiare” le facce e qualcosaltro dei politici per far cambiare le cose. E’ necessario anche questo, intendiamoci!
In realtà occorre cambiare gli “italiani”. PRIMA GLI ITALIANI!

Joshua Madalon