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16 febbraio – Le aspettative – Parte 3 – il ruolo degli “storici” (con una digressione sulla battaglia dei “generi” in scena nel PD)

Le aspettative – Parte 3 – il ruolo degli “storici” (con una digressione sulla battaglia dei “generi” in scena nel PD)

“Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna!“

Il tempo sarà galantuomo. Lo sapremo o lo sapranno quelli che verranno se e come Mario Draghi avrà realizzato i miracoli di cui, per ora è soltanto virtualmente accreditato (gli si riconosce un credito rispetto a quanto ha prodotto nel suo settore di competenza primaria e ci si “auspica” una capacità di riconversione in una visione politicamente “totale”). Rispetto a tanti altri che, da Sinistra, avanzano critiche già severe e chiaramente pregiudiziali, intendo dare attenzione a quel che realmente riuscirà a realizzare. So perfettamente che questo Governo, essendo opera di Matteo Renzi (non l’ho di certo detto io, eh!?!), non garantisce che molte delle problematiche irrisolte dai precedenti Governi (entrambi gli ultimi, responsabilità del leader di Italia Viva, eh!?!) possano essere realizzate. Il Governo Draghi non aveva emesso ancora il suo primo vagito che già cominciavano a circolare proposte su come affrontare e tappare le falle del sistema scolastico post pandemìa, lanciando peraltro (forse qualche giornalista ci ha ricamato un po’ su e la notizia si è trasformata in una probabile “fake”) accuse sottili al personale docente che ha dovuto invece rapidamente convertirsi ad una pratica che per molti era assolutamente ostica (su questo analfabetismo tecnologico occorrerà avviare una seria riflessione su quanto sia necessario “fare” e quanto sia stato trascurato da parte dei “precedenti Governi”, non solo Conte, soprattutto il “secondo”).

Mi sono molto dilungato sulla profonda incapacità espressa dalla Ministra “uscente”, Azzolina. Ed in precedenza  avevo in diverse occasioni espresso molte perplessità su altre Ministre. Correndo il rischio di essere considerato un misogino, o – se preferite – un maschilista, non mi sono proprio piaciute né la Carrozza, né la Giannini né la Fedeli. E qui, deviando verso un tema attuale “spinoso”, devo rilevare che si tratta di tre “donne” che fanno riferimento alla “quota” femminile del Partito Democratico.   Ritengo che l’attuale “battaglia” dei “generi” non abbia alcun senso “politico” in relazione al nuovo Governo. Il Paese ha bisogno di tutte e di tutti, dalla carica più elevata fino al sessantamilionesimo (e rotti) cittadino. Può ben essere, questa, un’occasione per tutte e tutti per mettere in evidenza le proprie qualità.

Il Paese non ha bisogno di “chiacchiere”, di discussioni che finiscono per apparire “accademiche e fuori luogo” (vedi proverbio napoletano su inserito in grassetto).

Uno “storico” dei nostri tempi, quando leggerà i documenti che parlano di noi dopo aver spulciato tutto focalizzerà la sua attenzione su quel che saremo capaci di “aver realizzato”. Ci sarà spazio per i “rottamatori” ma per sanzionarli mentre saranno esaltati i “costruttori” e non ci sarà alcuna differenza relativamente ai “generi”: si darà merito a donne e uomini che si saranno impegnate/i “a tirare la carretta”.

Piuttosto impegniamo questo “tempo” che ci è dato per realizzare le “riforme” senza le quali continueremo ad essere sempre più marginali nel mondo contemporaneo. E quanto alla Sinistra, partendo da un Partito Democratico che sia consapevole dei suoi limiti, avvii una profonda revisione che porti ad una formazione che abbia chiari riferimenti al mondo dei più deboli, degli emarginati, della parte che ha maggiore e sempre più impellente bisogno di essere aiutata e sostenuta.

Basterebbe per far questo riprendere in mano i principali documenti del periodo fondativo e valutare “storicamente” tutto ciò che non è stato realizzato, giudicando in modo severo i motivi per cui ciò non è accaduto.

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15 febbraio CINEMA – Storia minima parte 15 – anno 1939 (per la parte 14 vedi 31 gennaio)

CINEMA – Storia minima parte 15 – anno 1939

Ritorniamo negli Stati Uniti. Eravamo già entrati a trattare l’anno  1939 parlando de “La taverna della Giamaica” di Alfred Hitchcock, perché fu l’ultimo girato dal grande regista in terra britannica, ma ora tratteremo degli altri grandi film di quell’anno.

Straordinariamente ricco di effetti speciali, sia per le scenografie che per i costumi e i trucchi, “Il mago di Oz”, ispirato al romanzo “Il meraviglioso mago di Oz”, primo tra i quattordici libri di Oz scritto da Liman Frank Baum è indubbiamente un prototipo al quale faranno seguito nel corso del XX secolo fino ai giorni nostri altre rivisitazioni. Questo del 1939 non è il primo film dedicato a questi romanzi, pubblicati tra il 1900 ed il 1920 (si contano già nel periodo del muto altre tre pellicole nel 1910, 1914 e 1925; quest’ultima, per la regia di Larry Semon – “Ridolini”, è la più interessante tra le tre: nel ruolo del boscaiolo di latta troviamo Oliver Hardy).

Il film del 1939 è anche arricchito da una eccellente promessa del cinema, Judy Garland, che nel ruolo di Dorothy si annuncia anche come una delle interpreti maggiori delle commedie musicali.  Notevole anche per il suo significato simbolico di prospettiva (il mondo si stava inoltrando verso uno dei periodi più bui della sua storia) il motivo musicale “Somewhere Over the Rainbow” che lanciava un messaggio di speranza verso il futuro.

La regia è di Victor Fleming, del quale parleremo ancora in questo blocco, essendo l’autore in quello stesso anno di uno dei più grandi successi cinematografici di tutti i tempi, quel “Via col vento” (“Gone with the Wind”)  che già dal titolo trasmetteva un messaggio di speranza, cui si aggiungeva quel “tomorrow is another day”  con cui il film si conclude. Il film venne interpretato da un cast davvero stellare: Clark Gable, Vivien Leigh, Leslie Howard, Olivia de Havilland. La storia narrata è ambientata in un altro dei periodi bui della storia americana, la guerra civile e ciò che ne conseguì con la ricostruzione e la necessità di rivedere i rapporti umani. Il successo del film, riconosciuto come quarto per importanza tra i primi cento, è anche dovuto alla caratterizzazione formidabile dei personaggi, la Rossella O’Hara capricciosa e boriosa del suo “status” sociale che dovrà però fare i conti con la dura nuova realtà e il gretto e scaltro Rhett Butler. La produzione del film fu molto difficoltosa ma il risultato fu egregio.   Di recente, si è voluto fortemente criticare questo film fino a farne paventare la distruzione, perché gli ascriverebbero una sorta di sostegno alla segregazione razziale. Un’opera letteraria, un testo teatrale, un monumento rappresentano momenti della Storia, che – se vogliamo condannare – non possono essere cancellati. 

                                                                                         Molto rilevante è anche la funzione della colonna sonora, a partire da quel “Main theme” ormai reso a noi abituale da una delle sigle di un programma televisivo quasi quotidiano. A “Via col vento” nel 1940 furono assegnati ben 8 Premi Oscar e tantissimi altri premi. Tra gli Oscar va ricordato quello al Miglior film, alla Migliore regia (Victor Fleming) e ad una delle attrici protagoniste (Vivien Leigh).

Non è possibile dimenticare che sempre in questo anno (il 1939) negli Stati Uniti viene realizzato un altro grande film, diretto da un altro grandissimo regista, John Ford, che veniva già da una grande esperienza e che ha segnato indelebilmente la storia del Cinema. quello di cui parliamo è anch’esso al pari dei due precedenti film qui – pur molto minimamente trattati – una pietra miliare. Ne tratteremo però nella prossima parte, la 16.

13 febbraio ESTATE 2020 – parte 10 (per la parte 9 vedi 20 gennaio)

Panorama dalla Rocca

La Rocca di Campiglia è una straordinaria imponente struttura altomedievale dalla quale si domina l’intero territorio della provincia di Livorno. Patrizia rimane giù con Carol e Cloe e noi saliamo su per le scale metalliche per poter osservare il vasto panorama. Fa caldo ed è quasi l’ora del pranzo; noi pensiamo di fare una rapida merenda, in qualche pizzeria. Invitiamo anche Patrizia, che declina, aggiungendo che ha fatto colazione molto tardi e che mangerà qualcosa di leggero intorno all’ora del tè. Scendiamo insieme verso il parcheggio, percorrendo una strada che è contornata da ampie siepi di lavanda fiorita che sprizza un intenso profumo. Ne strappiamo un rametto per appropriarci di quella fragranza. Patrizia si ferma in un negozietto di generi vari che sta per chiudere: non so di cosa abbia bisogno, ma ci saluta con la promessa di un “Arrivederci!”.  Ricambiamo anche con un sorriso verso le due simpatiche cagnette.

Ritorniamo verso Venturina. Prima di salire su avevamo adocchiato una pizzeria, mentre attendavamo l’arrivo della seconda proprietaria ed eravamo lungo via Indipendenza. Ci fiondiamo là direttamente ed è proprio per un pelo che la troviamo aperta. Prendiamo un paio di tranci e due birre e non potendo trattenerci al tavolo ci muoviamo sempre con l’auto verso un Parco vicino, intravisto su Google Maps. Ci sono anche dei tavoli per picnic e accanto due laghetti. L’acqua è calda e proviene dalle zone termali, il Calidario e l’Hotel delle Terme Caldana. Un posto meraviglioso pieno di vegetazione tipica – soprattutto canneti e rovi – e con una fauna molto ricca, non solo avicola ma anche ittica che si sviluppa lungo le canalizzazioni. Il clima è ottimo e si sta davvero bene. Ma abbiamo l’intento di vedere altri appartamenti. In realtà non siamo riusciti a contattare preventivamente altri proprietari o, meglio, così come già esposto nella prima parte di questo blocco dedicato all’Estate 2020 (quella del Coronavirus 19), ci abbiamo provato ma non è stato facile, anche perché gli annunci si riferiscono a portali immobiliari che non consentono un contatto diretto.

Decidiamo dunque di spostarci verso la costa, che non dista in linea d’aria più di un paio di chilometri. Ci spostiamo a naso orientandoci in modo un po’ artigianale e ci ritroviamo in mezzo ai campi senza più una certezza. Riprendiamo lo strumento elettronico che ci dia una migliore resa e così prendiamo una strada molto diritta che passa prima davanti agli Stabilimenti di produzione Petti e poi da un lato e dall’altra grandi appezzamenti di terra coltivati a pomodoro targato con lo stesso marchio.

Usciamo sulla strada provinciale principale della Principessa (il riferimento è alla Principessa di Lucca e Piombino sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte Baciocchi). Collega San Vincenzo a Piombino. Giriamo prima a sinistra e poi a destra per entrare nella località Baratti. In realtà non abbiamo fissato alcun appuntamento né tanto meno avevamo adocchiato qualche proposta. E, poi, a Baratti non vi sono molti insediamenti abitativi: bisognerebbe salire su a Populonia, ma anche quel borgo è piccolissimo. Percorriamo un quattrocento metri e giriamo a destra per andare verso la spiaggia sulla costa che è straordinariamente incantevole, ancor più per noi, gente di mare.

12 febbraio DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 3 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la parte 2 vedi 22 gennaio

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 3 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Una richiesta particolare, una semplice e pura consulenza a noi rivolta dal prof. Valerio Chiarini del Liceo Classico “Virgilio” di Empoli per un ciclo a stretto giro di scuola sul cinema francese degli Anni Trenta e degli Anni Cinquanta: un foglietto scritto su ambedue le facciate con i registi e le opere che interessava loro visionare; questo il vero e proprio “inizio” della nostra avventura empolese di questo anno scolastico. Subito dopo, reperiti i film nelle Cineteche ed all’Ambasciata di Francia, si è pensato di dare un respiro pubblico a questa iniziativa, chiedendo al Comune di Empoli e ad altre Associazioni e Scuole, nonché al C.R.T.C. (Coordinamento Regionale Toscano della attività Cinematografiche) ed al CEDRIC (Centro di Ricerca Cinematografica), di intervenire e partecipare all’organizzazione. Superate quelle difficoltà tipiche della pubblica burocrazia, che non guarda se una proposta realizzativa sia più o meno seria, se ha referenti diversi e naturalmente accreditati (come Scuole, Ambasciate, Cineteche), se ha innanzitutto un serio e coerente bilancio preventivo, si è potuto costruire il programma quasi nella sua stesura definitiva.

Uno degli obiettivi più importanti che il Comitato organizzatore ha imposto a se stesso ed ai suoi partner è stato quello di impegnarsi a costruire e stimolare, con questa occasione, un interesse nelle giovani generazioni e tra i docenti delle scuole medie superiori nei confronti dell’arte cinematografica innestando su conoscenze tecniche e teoriche quelle umane, sociali e storiche di un periodo tutto sommato felice e ricco di speranze, purtroppo molto presto deluse. Proprio per rivolgerci a questi interlocutori, si è pensato di proporre le proiezioni e gli incontri in orario pomeridiano e, per facilitare la loro frequenza le giornate sono state scaglionate nel rispetto di un discorso didattico che li impegnasse (in particolare gli allievi) in pomeriggi diversi, escludendo il fine settimana poco adatto ad un pubblico naturalmente “pendolare”.

Quando poi ci si è confrontati su come impostare il programma è apparso a tutti noi doveroso dare almeno uno sguardo alla fine degli Anni Venti, un periodo che sotto il piano organizzativo (in riferimento alle richieste) non ci interessava, ma che poteva fornirci più di una risposta sulla provenienza tecnica e culturale di maestri del Cinema quali Luis Buñuel, Jean Vigo, René Clair, Jean Renoir e Marcel Carné.

Tutti, come appassionati spettatori, come critici o come diretti operatori provenivano da esperienze che affondavano fermamente le radici negli Anni Venti, gli anni della sperimentazione dell’Avanguardia, una palestra fortemente formativa della tecnica cinematografica che vede impegnati artisti come Fernand Legér e Man Ray, teorici della nuova arte come Germaine Dulac e Luis Buñuel, poeti come Jean Cocteau e Jacques Prévert. Alcuni di essi si appassionarono ad un’arte un po’ più tecnica, “astratta”, geometrica, fondata su giochi del ritmo e della luce, sperimentando una realtà nuova, fino ad allora inesistente, ma che veniva creata proprio in quell’istante e diveniva di poi eterna e vera.

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5 febbraio – IL TEMPO DELLE RESPONSABILITA’ – intorno al MES un preambolo e parte 3

IL TEMPO DELLE RESPONSABILITA’ – intorno al MES un preambolo e parte 3.

Proseguendo fin quando avrò la possibilità di esprimere il mio DISGUSTO

Una NAUSEA profonda verso quella parte della Politica che ha evidenziato un livello alto di irresponsabilità nel tentativo di far prevalere interessi estremamente limitati e personali, non “poco più che” ma “molto meno che” individuali limitati e personali, anche se contrabbandati come “generali” a difesa della gente, del popolo. E’ la sensazione che sto provando in questi giorni, durante i quali la Buona Politica è stata sottomessa a ricatti continui, in una sorta di danza macabra sul corpus debole del Paese. I responsabili di questo sfascio – in primo luogo quel tale Matteo Renzi – hanno continuato a fingere di lottare per il “bene comune” e nel contempo però lo tradivano meditando vendette e rivalse molto lontane dalla Buona Politica. Con uno degli esempi di questa “querelle” faccio ritorno alle posizioni del Movimento 5 Stelle (verso il quale non ho atteggiamenti di sussiego e rivolgo critiche aspre) e cerco di comprendere le ragioni per cui si oppongono a richiedere i fondi del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), anche se collegabili esclusivamente alla emergenza sanitaria del Covid19. Il problema principale è che “proprio per quel motivo” collegato ad una emergenza sanitaria i parlamentari del M5S non si fidano delle strutture amministrative che sovraintendono a quel settore nella sua complessità. Questa scarsa fiducia ci fa ritornare alle colpe “originali” del Movimento, anche se in questo caso emerge un certo livello di consapevolezza dei limiti di azione politica, assenti in quegli altri due temi da me accennati sommariamente nei due post precedenti. In particolare c’è un forte dubbio collegato al recepimento di tali risorse e la preoccupazione che le strutture pubbliche non sarebbero in grado di gestirle con adeguata oculatezza; visti i precedenti e annotati anche alcuni eventi recenti come dar torto a chi si oppone a richiedere quei fondi. Di certo non è un buon segnale: significa che ci si arrende di fronte alla corruzione ed al malaffare e ci si autodenuncia come incapaci di governare.

Pur tuttavia questa presa di coscienza rivela di essersi avviati in un percorso di maturazione che può dare buoni frutti.

Molto lontano da questo è quell’atteggiamento maramaldesco, arrogante e presuntuoso, finanche con aspetti di infantilismo raggiunti nelle dichiarazioni degli esponenti responsabili della crisi delle ultime ore, allorquando dichiarano di essere sempre stati attenti agli interessi del Paese. Peccato che, con questa loro scelta, il Paese è ancor più lontano dai luoghi e dai “cuori” della Politica.

Anche se condivido il pensiero di chi non tiene conto dei sondaggi per avanzare proposte ed idee innovative per migliorare il nostro Paese non si può fingere di non leggerli. Italia Viva non si schioda dal suo limitato consenso (lo “zoccolo duro” del 2 o 3%) e il Premier uscente è sempre più contornato da affetto e stima, a partire da quella che gli ho espresso, senza mai indulgere in piaggerie e senza mai risparmiare critiche all’operato del suo Governo.

4 febbraio IL TEMPO DELLA RESPONSABILITA’ un preambolo e parte 2

IL TEMPO DELLA RESPONSABILITA’ un preambolo e parte 2

Mentre scrivevo, quasi in diretta, si avvertivano i segnali della “crisi politica” che sta portando a soluzioni non del tutto inattese: ovvero “annunciate”.

Quel difetto “originale” (dovrei dire “quei difetti” ma mi sono limitato a tracciarne due, che hanno caratterizzato le “diatribe” degli utlimi giorni) del maggior gruppo politico rappresentato in questo Parlamento sta creando una serie di difficoltà che rendono ancor più tragica la nostra attuale situazione. A conti fatti è il meccanismo di accettazione e reclutamento del personale politico (anche se non è accettata questa accezione da parte del Movimento di cui si parla) ad essere il vero e proprio “problema” da cui trae origine lo spappolamento lento e progressivo di quel gruppo. Molto affascinante da un punto di vista ideale (la possibilità di poter accedere rapidamente a ruoli di primo piano nel “mondo” politico) porta ad un difficile “controllo” (non rigido ma rigoroso, nel rispetto delle regole democratiche) da parte degli organismi dirigenti prescelti in assemblee riservate. Quel difetto iniziale conduce ad una rappresentanza dispersiva nella quale si combinano interessi spesso molto diversi e contrapposti tra loro. Come scrivevo nel primo blocco, il desiderio (il “progetto”)  primitivo era quello di riuscire ad avere una maggioranza che non avrebbe dovuto compromettersi in accordi di vario tipo per poter governare. Non è andato a buon fine. A questo punto, prima lo capiranno, i maggiori dirigenti di quel Movimento, e meglio sarà per tutto il Paese. Ovviamente, dovranno procedere ad una necessaria “revisione” dei fondamentali e scegliere prima di tutto da che parte stare: dire che “si sta dalla parte dei cittadini” non è solo demagogico e populista; è – come dicevamo noi giovani – “qualunquismo d’accatto”.

E’ forse una pia illusione, la mia (e ancora una volta mi ripeto).

Ovviamente, non ci siamo nemmeno fatto mancare altre “follie”. Faccio fatica a riparlare di quel soggetto politico (grandi paroloni di sostegno intorno a lui si continuano a spendere, insieme ad improperi e addebiti negativi) verso il quale ho da sempre assunto un atteggiamento di motivato disprezzo. E negli ultimi mesi ha messo in mostra il peggio di sè, alienandosi molti consensi, alcuni definitivamente perduti altri hanno espresso un dissenso “paterno o fraterno” ipocritamente affermato nell’attesa di capire quale peso potrà avere nell’immediato prossimo futuro.

Ed è proprio in questo momento nel quale “tutti” avrebbero dovuto mettere da parte i loro distinguo che è emerso il peggio del peggio.

Leggo “post” di preoccupazione da parte della Sinistra, quella che crede di essere la sola ed unica depositaria di quella “parte” di verità, che ha di norma  praticato l’arte dello sfasciamento, nei confronti del possibile Governo Draghi. Non ho ancora letto tuttavia proprio da parte di questi ultimi l’assegnazione delle responsabilità, come se da una parte si volesse soprassedere alle irresponsabili azioni di Renzi e il suo gruppetto di sostenitori e dall’altra preferire una contesa elettorale, per la quale si sarebbe destinati ad ulteriori ridimensionamenti: una specie di “cupio dissolvi” del Terzo Millennio.

Ragionare sì, si deve; ma non con i paraocchi.

E comunque, anche se mi rendo conto che entrerò in una forte contraddizione (mi riferisco alla mia richiesta di “moderazione” riflessiva in questa fase di crisi), sono ad auspicare che – nella prossima contesa elettorale – IV, tenendo fede ai suoi comportamenti, sostenga il Centrodestra. Tale è per me la condizione “sine qua non” per poter sostenere un raggruppamento “politico” di Sinistra, in cui non ci sia spazio per quella sigla.

30 gennaio – reloaded mio intervento su Coronavirus – 2 marzo 2020 (a Prato non c’era ancora alcuna evidenza)

LA (NOSTRA) VITA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (DALL’OSSERVATORIO DI PRATO)

2 MARZO 2020 


LA (nostra) VITA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS (dall’osservatorio di Prato)

Sì, certamente! La vita al tempo del Coronavirus va un po’ cambiando. Non credo che avremo l’opportunità di abituarci a questa forma di socialità, anche se, con gli opportuni “tagliandi”, non sarebbe male che ciò si verificasse. Uno degli aspetti su cui punterei potrebbe essere quello dell’essenzialità. E soprattutto – mi sia consentito – modificherei l’uso strumentale di lunghi dibattiti e discussioni intorno a quel che vien detto “sesso degli angeli”. E’ stata, e purtroppo è, l’abitudine che ha contraddistinto molti tra noi – la critica è “autocritica” – appartenenti alla Sinistra.

Ovviamente, la mia è una semplice speranza e nell’auspicare tali cambiamenti mi affido al destino di un’epidemia che possa aiutarci a cambiare. Come dicevano gli avi “Non tutto il male viene per nuocere” ed anche questo Coronavirus potrebbe essere un elemento positivo che ci faccia ritrovare la giusta misura dell’esistenza, minimalistica al punto giusto, facendoci evitare gli sciovinismi ed i bizantinismi pelosi ai quali ci siamo abituati in tutti questi anni.
In questi ultimi giorni si esce meno di casa, ci si riappropria di spazi riflessivi, si dedica più tempo alla lettura. E’ pur vero che tutto questo posso farlo io che sono in pensione e che, tutto sommato, ho più tempo a disposizione. Ed è vero che per la stragrande maggioranza delle persone adulte in età da lavoro, sia esso autonomo o dipendente, la situazione sta provocando nell’immediato dei danni che comporteranno ulteriori difficoltà, soprattutto economiche con tutto quello che ne consegue. Anche se, con gli opportuni accorgimenti, una parte del mondo del “lavoro” potrebbe strutturarsi in modo diverso ed innovativo, utilizzando le modernissime tecnologie informatiche: un primo immediato vantaggio consisterebbe nel minor utilizzo dei mezzi di trasporto e conseguenti risparmi energetici e minor impatto ecologico. Il lavoro sarebbe anche meno stressante e più sereno.

Intanto una lezione di civiltà formidabile ci è stata impartita da questa epidemia: siamo tutti uguali (ve la ricordate “ ‘A livella “ di Totò? ). Ed è così che ci si guarda – al di là delle appartenenze etniche e nazionali – condividendo preoccupazioni e sorridendo partecipi. Facendo la fila alle casse dei supermercati schizofrenici per l’alternanza di affollamenti e saccheggi contemperati da desertificazioni: e già…una volta fatto il pieno delle provviste vi si ritorna solo per l’essenziale di cui semmai si avverte la mancanza; sostando all’esterno dell’ufficio postale – tanto non piove – dopo aver preso il numeretto per l’operazione in scadenza; tenendosi a distanza di un metro come suggeriscono gli epidemiologi; e poi, la mascherina: cosa si fa con la mascherina?
Fino ad ieri non ci si chiedeva mica cosa facessero per la strada principale della Chinatown pratese tanti cinesi con la mascherina. Ora invece siamo là a chiedercelo: fanno un’operazione di puro marketing.
In realtà non sono infettati: a Prato non c’è nemmeno un caso sospetto, nè cinese nè di altra etnia nè tantomeno – come si dice – “nostrano”.
La mascherina, dicono gli esperti, serve a coloro che hanno contratto il virus e devono evitare di infettare le altre persone con cui entrano in contatto. Dunque è una forma di salvaguardia per tutti quelli che vengono incontrati casualmente per strada o che utilizzano dei servizi nei tanti negozi gestiti da personale cinese.
Anche questo comportamento sta contribuendo a far modificare la percezione reciproca in una città nella quale i rapporti tra la comunità autoctona e quella orientale non sono stati sempre facili.
Il caso di Prato potrebbe dunque avere anche su questi temi sociologici una particolare attenzione di studio.

Joshua Madalon

Quel che il “tempo” ci chiede di “fare” parte 1

Quel che il “tempo” ci chiede di “fare” parte 1

“Ho pensato a te!” fa sempre piacere sentirselo dire; anche se, alla mia età, il pensiero non va a toccare temi che avrebbero fatto piacere ad un “uomo-maschio” giovane o appena sulla soglia della maturità. Anzi, c’è la preoccupazione di aver fatto qualcosa di sbagliato e il dialogo, telefonico, non riesce a porre in evidenza il senso di smarrimento dovuto ad una incomprensibilità.

Ma questa volta chi ha “pensato a” me lo ha fatto per un’ottima ragione, auspicabilmente definitiva, anche se inevitabilmente “provvisoria”.

E’ il riconoscimento di aver avuto ragione allorquando sono uscito dal Partito Democratico.

Non so tuttavia se la persona che mi ha dato “ragione” sia uscita anch’ella dal Partito o stia per farlo. Se è vero che ben poco mi importa sarei tuttavia molto perplesso sul livello di coerenza del “suo” pensiero “resipiscente”.

Il suo è il riconoscimento delle buone ragioni che mi spingevano a ritenere finita ogni possibile speranza di rinnovare le pratiche politiche nel segno della democraticità, della partecipazione, della condivisione, dopo l’avvento della fase renziana con tutto ciò che è riuscita a tirar dentro il Partito Democratico. Anche prima che Renzi si presentasse alle Primarie (anche le “prime”) il Partito non godeva di buona salute: molti di noi avevano faticato a costruire il Partito nuovo (non un “nuovo” Partito) e la documentazione di quella parte di Storia è ricchissima; anche su questo mio Blog ripercorro alcune fasi (locali e nazionali), sin dagli albori del PD.

E quel “riconoscimento” era maturato intorno alle ultime vicende nazionali che hanno visto Matteo Renzi, ormai anche lui “fuoruscito” dal PD, mettere in crisi l’attuale Governo per pura vanagloria “personale”. L’ha fatta così “grossa” da spingere il resto della coalizione (M5S, PD e LeU) a dichiarare che “mai più” avrebbero fatto un Governo con la “sua” formazione (“Italia Viva”).

Mi prendo il “riconoscimento” ma temo che quel “mai più” finisca ben presto nel dimenticatoio. “Temo”: perché la lezione della Storia molto spesso ci ha costretti ad affermare che “in Politica non si è mai certi in modo definitivo” delle vie d’uscita.

E’ pur vero che dopo l’uscita dalla “maggioranza”, accompagnata da discorsi furenti e fuori misura “contro” il Presidente del Consiglio, c’è stato un coro unanime di sdegno verso quella scelta da parte soprattutto dei componenti politici nazionali e locali, nonché degli iscritti ed elettori, del PD, forza politica dalla quale sia lui che tutti gli altri membri di Italia Viva furono eletti nel marzo 2018.

Un segnale “per ora” inequivocabile.

Il dibattito è stato fervido. Ciascuno dei partecipanti ha fatto ruotare intorno a sé le ragioni dello sdegno. Non ne sono esente; ed è per questo motivo che sottolineo, per ora, due questioni che mi stanno a cuore e che, prima di analizzarle, sintetizzo.

  1. Se si continuasse a porre in evidenza la differenza di “correttezza” e di “coraggio” tra chi “è uscito” e chi “è rimasto” non potremmo andare avanti verso una ricomposizione del Partito Democratico “post renziana”.
  2. Chi richiama alla necessità di “un pensiero lungo” che mancherebbe all’attuale Partito farebbe bene a riprendere in mano tutti i documenti “ufficiali” della fase di costruzione del PD e avviare una revisione di tutto ciò che non ha funzionato.

….1…..

23 gennaio PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – XIV una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico (per la XIII vedi 3 gennaio)

PER UNA STORIA DEL PARTITO DEMOCRATICO – una serie di documenti del Comitato di Prato per il Partito Democratico

14.

Conosciamo la “fatica” della politica, la pazienza nel costruire le relazioni, nell’intraprendere il confronto ed il dialogo, la capacità di saper ascoltare prima che del saper argomentare: è un lento processo nel quale bisogna far emergere le grandi doti politiche. Ad esso, ed in esso, dobbiamo formare le nuove generazioni di politici ed amministratori del futuro Partito Democratico. E per riuscire a far questo dobbiamo promuovere maggiormente la “partecipazione”.
Per far questo occorrerà che la Politica non presenti idee e progetti pre-confezionati ad uso e consumo dei pochi eletti; anche i programmi non possono essere scritti nel chiuso delle stanze dei Partiti con la partecipazione di qualche illustre professionista dei diversi settori, e basta. Se si continua di questo passo, aumenterà la solitudine di qualche amministratore e di qualche politico e la gente sarà ancor più delusa e frustrata.

Prato è la nostra città, è quella che meglio conosciamo; dunque, in essa dobbiamo impegnarci. Ed il silenzio che la pervade è anche dovuto al fatto che vi è una profonda stanchezza da parte di chi, a volte, più che una risorsa, è visto come un ingombro scomodo se nell’intervenire sottolinea quegli aspetti poco chiari o quelle parti che non lo convincono del tutto o per niente.

Questo stato di cose va affrontato anche all’interno di quel percorso di rinnovamento della Politica e di rinvigorimento del processo democratico che vuole essere il Partito Democratico.

Il Comitato intende da questo punto di vista accreditarsi in modo concreto come elemento catalizzatore di quest’ansia, giusta ed equilibrata, democratica di cambiamento, un elemento catalizzatore di tipo dunque né populistico né demagogico per la società civile.

Il Comitato vuole partecipare da protagonista a questo progetto inserendosi in un percorso di Coordinamento; noi non pensiamo di doverne avere il monopolio, la leadership o il copyright: saremmo felicissimi se a Prato si costituissero altre forme associative come la nostra aventi gli stessi obiettivi.

E’ importante avere gli stessi obiettivi ed infatti nel nostro Regolamento all’art. n.10 abbiamo sottinteso che il mutamento eventuale, laddove con un colpo di mano pur democratico si verificasse, dell’obiettivo equivarrebbe alla conclusione dell’esperienza dello stesso Comitato.

Il Comitato anche per questo intende agire da stimolo sia verso le forze politiche sia verso l’associazionismo organizzato sia verso le singole ed i singoli cittadini, e con tutte queste realtà intende cooperare per il raggiungimento dell’obiettivo. A tale scopo cercheremo di utilizzare tutti gli spazi, tutti i mezzi a nostra disposizione ed alla nostra portata per far procedere in avanti la costruzione del Partito Democratico. Ed è così che nel percorso da compiere verso l’obiettivo principale ribadiamo che non intendiamo affiancare i Partiti perché consideriamo ciò come limitativo della necessaria autonomia, necessaria per poter essere maggiormente entrambi funzionali alla società civile.

…fine parte 14…

21 gennaio – un corto “Il SECCHIO”– e alcune riflessioni sul lavoro “delicato” nei settori della SANITA’ e del SOCIALE

21 gennaio – un corto “Il SECCHIO”– e alcune riflessioni sul lavoro “delicato” nei settori della SANITA’ e del SOCIALE

Nei giorni di “lock down” forzato in primavera  ed in questi ultimi dell’inverno 2021 ci ha fatto compagnia la “memoria” e l’utilizzo di mezzi straordinari come le migliaia di produzioni cinematografiche di cui, attraverso pay tv e piattaforme digitali pubbliche o cataloghi personali disponibili, possiamo disporre. Allo stesso tempo ci aiutano a sopravvivere quelle incombenze inattese nelle quali sia per ragioni familiari sia per motivi amicali ci imbattiamo. Sarà una forma di “ottimismo” sarà un modo per non abbandonarsi alla depressione che di tanto in tanto bussa alle nostre porte, ma finiamo per considerare anche gli aspetti negativi come una “variante” che ci fa essere contenti di “vivere”.

Pur tuttavia non ci si può esimere dal sottolineare che alcuni aspetti – soprattutto quelli che colpiscono altri da noi – non possono e non devono essere sottovalutati nella loro gravità, pur essendo spesso, purtroppo,  elementi di “normalità”. Con ciò intendo dire che non è sopportabile né la maleducazione né la scortesia di chi si occupa di gestione “pubblica” ancor più, come in uno di questi casi, se riguarda il delicatissimo settore della Sanità per patologie – ed in questo caso particolare – oncologiche.

L’ho presa alla larga, ma la questione è davvero seria. E solo in fondo espliciterò il collegamento tra la cruda realtà e il racconto cinematografico.

Qualche anno fa ho trattato di alcuni casi di malasanità in terra toscana. Ovviamente non sempre le cose vanno male, ma è una “fortuna” avere buoni trattamenti. Quello a cui mi riferisco, ormai superato, riguarda il ritardo con cui alcune analisi venivano processate ed inviate al paziente: se si trattasse di esiti “negativi” nulla di male, anche se l’attesa potrebbe creare qualche giusta preoccupazione; ma  di fronte ad un esito “positivo” comunicato sei mesi dopo c’è davvero da denunciare un tale disservizio. Ovviamente davanti a tale situazione non è fuori luogo rivolgersi ad altre strutture in altre Regioni. Nel caso appena accennato fu la Lombardia, Milano e lo IOR. Successivamente una denuncia civile fu rivolta al Tribunale per i Diritti del Malato; pur chiarendo che non ci sarebbe stata alcuna richiesta di recupero dei danni, puntando solo sulla denuncia dei disservizi, gli stessi avvocati del Tribunale dopo aver accolto la protesta sconsigliarono di procedere, essendo nel frattempo stati risolti positivamente (anche se in altra sede) i problemi di salute della persona, che erano in ogni caso “sottovalutati” in modo becero dalla stessa Direzione Generale.

Ma veniamo all’oggi. Una donna dopo una mammografia dalla quale si rileva qualche elemento “sospetto” chiede di poter avere con urgenza una nuova visita ed un approfondimento diagnostico. “La contatteremo” troppe volte si dice ma il futuro non è mai di certo “prossimo”. Ed infatti dopo qualche giorno la donna insiste, sottoponendosi a slalom telefonici che non sempre sono brevi e non sempre riescono ad arrivare alla conclusione. Dopo alcuni giorni di “inutile” attesa la donna si reca al desk ed insiste di avere un appuntamento per le indagini più approfondite, preoccupata per le sue potenziali condizioni, e viene trattata malissimo, scortesia ed arroganza di un “potere” che non si possiede (in modo particolare una “dottoressa” tale P….. = è un cognome non una attività)  e che caratterizzano alcuni operatori. Il risultato dell’analisi è ovviamente “positivo”.  Per di più, non si sente tutelata e sicura, anche per la perdurante scortesia di qualche operatore e, di fronte alla scelta dove farsi operare, la donna sceglie la Lombardia, Milano e lo IEO: chiede alla struttura “toscana” tutta la sua documentazione e “trasmigra”.

Da quanto ci è dato di sapere, allo IEO ha trovato accoglienza, professionalità, efficienza. E soprattutto la “cortesia” e la capacità di essere anche empatici, sentendosi ascoltata e rispettata.

Quel che c’entra il riferimento a quel “corto”, “Il SECCHIO”, di cui la menzione nel titolo, lo potrete scoprire in maniera diretta.

su Primevideo

Il messaggio del filmato è che per svolgere un certo tipo di lavoro non basta saper fare, eventualmente, il proprio dozzinale semplice mestiere. Non si può lavorare nella Scuola, nella Sanità, nel Sociale, ed in genere nei rapporti con il pubblico essendo scortesi volgari presuntuosi ed arroganti. In realtà lo si potrebbe essere quando si è “fuori” dal luogo di lavoro; ma è intollerabile esserlo quando si ha a che fare, soprattutto quando si ha a che fare, con chi è in posizione di oggettiva debolezza.