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NOI VIAGGIATORI – ALI’ – prima parte

 

 

 

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Noi viaggiatori

ALI’

Alì ha gli occhi scuri, come la sua pelle. Gli occhi brillano di smarrimento e di tristezza. E’ arrivato, solcando le dune del deserto e poi le onde del mare su uno di quei barconi stracolmi di carne che sembrano essere sospinti dalla forza congiunta di centinaia di suoi simili che portano dietro di loro le “storie” di viaggi e di sogni di popoli all’incessante ricerca di una “terra” che prometta loro ospitalità e amore, una terra dove non esista più la parola “straniero”.

Alì ha attraversato il deserto, lasciando la sua terra, diventata sempre più arida fino a seccarsi così tanto da leggervi le “rughe” della vecchiaia come in quei visi di contadine e contadini che con le unghie hanno per decenni scavato la terra all’inseguimento della loro stessa vita nelle campagne rocciose del nostro Mezzogiorno.Alì ha visto morire bambini mai cresciuti e diventati ossa ricoperte da sottili lembi di pelle, bambini tutto occhi. Anche lui è stato bambino ma non ha mai avuto fame, la sua mamma veniva da una famiglia il cui benessere le discendeva da poteri religiosi, il nonno era un capo tribù ed aveva, quando lui era nato, ancora molta forza in quella periferia di Ngaoundéré Dipartimento di Vina nella regione Adamoua nel nord del Camerun. Suo padre era sparito prima che lui nascesse e la sua mamma era morta da più di dieci anni. Ora Alì aveva venti anni, più o meno perché la sua data di nascita nessuno la ricordava con precisione e lui se ne era inventata una. Già da ragazzino quando di età si o no arrivava a quindici si era dato da fare per sopravvivere, visto che la sua famiglia si era disgregata, ed essendo già abbastanza alto e slanciato aveva detto di avere più di diciotto anni per poter trasportare dei piccoli camion sgangherati utilizzati sia per trasportare merci ed oggetti vari sia persone.  I fratelli più grandi (ne aveva solo tre, nati tutti prima di lui) uno alla volta erano partiti, avevano anche loro attraversato il deserto.

 

…fine prima parte

 

ESAMI DI STATO 2015 – EXPO 2015 e LUIGI RUSSI A PRATO – CIRCOLO MATTEOTTI LUNEDI’ 15 GIUGNO ORE 21.00

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Quest’anno tra le tracce della prima prova scritta tutti attendono qualche riferimento a EXPO 2015 – per potersi preparare nulla di più utile sarebbe incontrare Luigi Russi che lunedì sera sarà presente al Circolo “Giacomo Matteotti” in via Verdi 30 a PRATO (di fronte al Teatro Metastasio) – Luigi ha scritto un libro importante su uno dei temi più rilevanti che il genere umano ha di fronte: la sua alimentazione. EXPO 2015 riporta come slogan principale “Nutrire il pianeta – Energia per la vita” ma tutti sanno che tra gli obiettivi di quanti partecipano vi sono prevalenti egoismi di poche società multinazionali che controllano il settore alimentare favorendo cinicamente il loro potere finanziario attraverso meccanismi che non prevedono alcun tipo di attenzione verso i bisogni concreti delle popolazioni.

 

In questo post allego la Prefazione che nel libro è affidata ad Andrea Baranes

Andrea Baranes è presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, della rete di Banca Etica. E’ portavoce della campagna 005 per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie ed è stato responsabile delle campagne su istituzioni finanziarie private presso la CRBM.

E’ autore di diversi libri sui temi dellaFINANZA e dell’economia, tra i quali Finanza per Indignati” (Ponte Alle Grazie), “Come depredare il Sud del mondo” e “Il grande gioco della fame” (Altreconomia) e “Per qualche dollaro in più – come la finanza casinò si sta giocando il pianeta” (Datanews). Collabora con diverse riviste specializzate nel settore economico e della sostenibilità, quali “Valori” e “Altreconomia”, e con i siti Sbilanciamoci.info e nonconimieisoldi.org.

 

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Prefazione

di ANDREA BARANES

La finanziarizzazione del cibo e delle materie prime è forse

l’esempio più evidente e nello stesso tempo più inaccettabile tanto

dell’incredibile espansione della sfera finanziaria quanto della

sua inefficienza. Tramite i derivati è possibile realizzare speculazioni

sul prezzo delle materie prime, andando di fatto a scommettere

sulla fame dei più poveri. Somme gigantesche che ruotano

vorticosamente all’inseguimento del massimo profitto nel

più breve tempo possibile, esasperando volatilità e instabilità.

Nello stesso momento, milioni di piccoli contadini sono esclusi

dall’accesso al credito e dai servizi finanziari.

Se la finanza deve essere uno strumento al servizio dell’economia

per mettere in contatto chi ha dei soldi con chi ne ha bisogno

per le proprie attività, ebbene, non possiamo parlare «unicamente

» di una inefficiente e inefficace allocazione delle risorse,

ma di un vero e proprio fallimento del mercato: domanda e

offerta di soldi non si incontrano, viene meno la stessa idea di un

«mercato finanziario». In altri termini una finanza ipertrofica,

che ha causato la peggiore crisi degli ultimi decenni, non riesce

nemmeno a fare quello che dovrebbe.

Alla stessa conclusione si arriva guardando l’impennata dei

prezzi delle materie prime nel 2008. Il prezzo del grano, o del

mais, è quasi raddoppiato nel giro di pochi mesi. Non c’è stata

però nessuna carestia o siccità che facesse di colpo crollare le

produzioni e quindi l’offerta. Al contrario, sono i giganteschi capitali

in fuga dai mercati finanziari «tradizionali» che con lo

scoppio della crisi si sono riversati alla ricerca di investimenti più

sicuri, quali le materie prime. La domanda puramente finanziaria,

veicolata principalmente tramite i derivati, ha spinto al rialzo

i prezzi, condannando milioni di persone alla fame. Il prezzo

di tutte le principali 25 materie prime, agricole e non, è aumentato

a inizio 2008. Un andamento più unico che raro e a maggior

ragione incomprensibile in termini economici in un momento di

crisi, quindi di calo della domanda che avrebbe dovuto portare

a una diminuzione dei prezzi.

Parliamo quindi di una finanza che da strumento al servizio

dell’economia è diventata fine a se stessa, e arriva fino al punto

di falsare i princìpi fondamentali dell’economia, a partire dalla

legge della domanda e dell’offerta, su cui dovrebbe basarsi.

In questo libro, Luigi Russi spiega in maniera semplice quanto

rigorosa quali sono i principali meccanismi che alimentano

questo sistema, le tappe attraverso le quali si è giunti alla finanziarizzazione

del cibo e delle materie prime, gli impatti sui più

deboli e su chi continua a vedere e a vivere l’agricoltura nei suoi

diversi aspetti sociali e ambientali, ben prima che economici.

Il testo ci permette di capire come la finanza si sia trasformata

in un vero e proprio sistema, per un verso autoreferenziale e

per l’altro capace di condizionare pesantemente le attività

economiche e produttive. Il lettore è guidato a comprendere come

funzionano i derivati e i passaggi che portano all’aumento dei

prezzi, della volatilità e dell’instabilità, come sia possibile essere

arrivati al punto in cui i prodotti agricoli e la stessa terra – tramite

il fenomeno del «furto di terre» – vengono ridotti a semplici

asset finanziari.

Andando ancora oltre, si affronta il problema di come l’intera

catena alimentare e l’intera filiera, dalle multinazionali alla grande

distribuzione, ragionino secondo logiche puramente finanziarie

che nulla hanno a che vedere con gli obiettivi sociali e ambientali

dell’agricoltura. Non è più solo questione di un eccessi-

vo peso della finanza nell’agricoltura, ma di una completa sottomissione

di tutto il processo a logiche di massimizzazione del

profitto Al culmine del paradosso, i piccoli contadini e chi continua

a vivere in modo diverso l’agricoltura vengono progressivamente

emarginati dai «recinti» imposti dalle logiche attuali. È

in questo quadro che si compie fino in fondo il processo di finanziarizzazione

del cibo, o come la definisce l’autore rifacendosi

al Leviatano di Hobbes, la «mostruosità della relazione tra

cibo e finanza».

Il testo da un lato fornisce basi teoriche che vanno dalla teoria

dei sistemi al funzionamento dei derivati, dei fondi d’investimento

indicizzati al prezzo delle materie prime o di altri strumenti.

Dall’altro non mancano gli esempi concreti e i casi studio

– dal mercato del caffè al fenomeno dell’accaparramento di terre

– che attraverso un percorso sia economico sia storico – pensiamo

in particolare alla «Rivoluzione Verde» e al ruolo di Banca

Mondiale, Fmi e Wto – ci portano a capire le progressive tappe

e trasformazioni sia della produzione agricola sia dello stesso

sistema finanziario.

In pasto al capitale

In pasto al capitale non è solo un’importante testimonianza e

uno strumento di apprendimento. Comprendere tali meccanismi

è fondamentale per potere cambiare rotta, per riflettere sugli eccessi

che stiamo vivendo e su come riportare la finanza ad essere

uno strumento al servizio delle attività produttive e della società,

non l’opposto, come avviene oggi. È ancora più importante

alla luce di una crisi causata proprio dalla finanza privata tra

2007 e 2008 e della quale sembra non vedersi la fine, e anche

perché l’Expo di Milano del 2015 vede proprio il cibo come tema

di fondo. Un tema che finalmente torna al centro dell’agenda

politica, ma dove troppo spesso, come Luigi Russi evidenzia,

il rapporto tra cibo e finanza configura «un groviglio nel quale

ogni elemento è combinato in modo da assumere il proprio posto

in una macchina globale che genera profitto fine a se stesso».

Occorre spezzare queste catene. Nel finale del libro sono evidenziati

alcuni possibili percorsi che partono dalle resistenze dei

contadini in tutto il mondo, Italia inclusa. Esempi che mostrano

come una logica cooperativa e non competitiva e l’unione tra

produttori e consumatori possano proporre delle soluzioni locali

e che nascono dal basso.

Ma più in generale è l’intero sistema finanziario a dovere essere

rimesso in discussione dalle fondamenta. Come accennato, il

cibo è forse l’esempio più emblematico degli impatti della finanza

sulle nostre vite, ma non certo l’unico. Pensiamo all’inaccettabile

aumento delle disuguaglianze tra Paesi e all’interno dei

singoli Paesi, pensiamo alla stessa austerità imposta a Stati e cittadini

mentre la finanza continua ad essere inondata di liquidità

nel tentativo di fare ripartire un’economia strangolata proprio

dallo strapotere finanziario. E gli esempi potrebbero essere diversi

altri. Prima ancora dell’imporre delle regole urgenti quanto

necessarie per chiudere una volta per tutte questo casinò finanziario,

è l’intero impianto ideologico a dovere essere rimesso

in discussione.

È semplicemente assurdo che le nostre necessità fondamentali,

a partire dal cibo, debbano adattarsi ai diktat di uno strumento

che dovrebbe accompagnare e sostenere le attività economiche

e rispondere a bisogni fondamentali dell’umanità, e che

oggi pretende, invece, di essere il centro di gravità attorno a cui

devono ruotare tali attività e bisogni. Questo libro ci guida a

comprendere come tale sistema, tale «capitale affamato», non

solo non rappresenti più una parte della soluzione ai problemi

del cibo e dell’alimentazione, ma ne sia diventato uno dei principali

problemi.”

 

 

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IN PASTO AL CAPITALE le mani della finanza sul cibo – Prato 15 giugno 2015 ore 21.00 c/o Circolo Matteotti via Verdi 30

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IN PASTO AL CAPITALE le mani della finanza sul cibo – Prato 15 giugno 2015 ore 21.00 c/o Circolo Matteotti via Verdi 30

 Luigi Russi ha studiato alla Università Bocconi di Milano, dove si è laureato in giurisprudenza. Spinto da una passione per l’analisi economica del diritto, ha  ottenuto un diploma in matematica presso l’Università dell’ Essex, prima di spostarsi sul campo della politica economica (meglio nota come economia eterodossa). Ha coltivato questa inclinazione presso l’International University College of Turin e la City University di Londra. Attualmente insegna “Sociologia rurale” all’Università di Bangalore nel cuore dell’India meridionale. Ha scritto “In pasto al capitale – Le mani della finanza sul cibo” nel quale analizza e denuncia le speculazioni “planetarie” sul prezzo delle materie prime che hanno peggiorato le problematiche della “fame nel mondo”. Il libro è uno studio interessante che apre soprattutto nelle ultime pagine delle prospettive importanti relativamente al ruolo dei “movimenti” e dei “gruppi” (penso al “movimento per la permacultura” ed ai Gruppi di Acquisto Solidale o “Genuino Clandestino”) per recuperare un “protagonismo utile” dal basso, dai territori, “a chilometro zero” e ad alta qualità naturale. Sarà difficile ma occorre provarci se non si vuole accelerare la fine della nostra civiltà. Su questi temi Luigi Russi ha già scritto un nuovo libro, che attende di essere pubblicato.

Luigi Russi sarà a Prato ospite di alcune Associazioni culturali ( Dicearchia 2008 – Circolo “Matteotti” – ADSP Circolo delle Idee – Laboratorio di via del Cittadino – Il Diario del viaggiatore – Left Lab – ‘I GASSE – Succede a Prato – Altroteatro ) e presenterà il suo libro “IN PASTO AL CAPITALE” Edizioni Castelvecchi lunedì 15 giugno ore 21.00 presso il Circolo “Matteotti” in via Verdi 30.

 

Il libro sarà disponibile presso la libreria “GIUNTI al Punto” di Corso Mazzoni da lunedì 15 giugno

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dalla bacheca di FESTIVAL DELLE IDEE POLITICHE DI POZZUOLI – chi è LUIGI RUSSI

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dalla bacheca di FESTIVAL DELLE IDEE POLITICHE DI POZZUOLI riporto la testimonianza di Luigi Russi che ci aiuta a conoscerlo meglio

 

“Ma, in India, di che ti occupi?”
Luigi Russi (Professore Università di Bangalore in India) si racconta

Da poco più di sei mesi vivo e lavoro in India. Qui divido il mio tempo traBangalore, sede della mia università, e Shillong, casa della famiglia della mia compagna. Professionalmente, mi occupo di sociologia culturale; il che, in termini astratti, non vuol dire granché neanche tra sociologi. Concretamente, mi interesso della quotidianità: di come le persone fanno quello che fanno, di come si orientano in mondi che, nel profondo, non mancano mai di stupirmi per la loro elegante complessità.

Il libro di cui vi parlerò a Pozzuoli, In Pasto al Capitale (Castelvecchi, 2014), è nato quasi per caso. Si è fatto largo a partire da una curiosità per la quotidianità della pratica contadina. Ma questo, ebbi modo di realizzare in seguito, non sarebbe stato che l’inizio di un’inchiesta che mi ha portato a scandagliare altre (talora improbabili) quotidianità collegate alla prima, e non sempre per il meglio: dai broker stile ‘lupo di Wall Street’ (dei quali, se vi è capitato di leggere il libro, saprete che mi colpisce soprattutto l’udito), ai produttori di caffè, agli ingegneri che piantano la jatropha in Mozambico, fino all’amico che si prende la tazzina di Nespresso. Insomma: partendo dal quotidiano, si sa dove si comincia, ma non sempre dove si finisce. E questo vale pure adesso: difatti sto divagando… Tornando a noi, mi pare che l’unica cosa che le quotidianità abbiano in comune è di essere, nei loro intricati dettagli, infinitamente diverse. Ed è proprio in questa diversità che le nostre nozioni del ‘normale’ si sciolgono. O dovrebbero sciogliersi.

E qui arriviamo alla domanda con cui ho cominciato questo blog. Da quando mi sono spostato in India, infatti, ho incontrato una curiosa (e sicuramente bonaria) reazione, ma che non ha mancato di colpirmi, in quanto tocca proprio questo nodo. Mi riferisco all’attesa che, siccome mi trovo in India, di ‘India’ mi debba occupare, quasi a ergere un recinto entro il quale intellettualmente io debba essere, per certi versi, prigioniero. ‘Di cosa ti occupi, in India?’ La mia risposta, ormai rodatasi sull’ingenua curiosità di colleghi e conoscenti, è un inelegante ‘Quello di cui mi occupavo anche prima!’ (come a dire: solo mo’ ti interessa quello che faccio?)

Non è curioso tutto ciò? E cioè che, se uno fa ricerca, ci si aspetta da lui automaticamente che sia uno specialista, o anche semplicemente un ‘appassionato’, del sub-continente (nel senso che i suoi interessi debbano avere in un certo qual modo una definizione geografica), ove gli capiti di trovarsi (inIndia). Eppure, quando lo spostamento è fatto verso Ovest, che so, in Olanda,Regno Unito o California, la domanda diventa più aperta: ‘Di cosa ti occupi?’ In quest’ultimo caso manca la pretesa di un fulcro di interesse schiettamente localistico. Io stesso, confesso, per molto tempo sono stato il primo ad avanzare scuse: ‘Mi sto ancora ambientando, non ho molta familiarità con l’India, ma non mancherò!’ Mi sono scusato fino al momento in cui mi sono reso conto delle ambiguità che si annidano in questa inconscia aspettativa, e di come intendevo posizionarmi rispetto ad esse.

Non intendo chiaramente negare l’innegabile, e cioè che uno si faccia trasportare e trasformare culturalmente dalla realtà in cui vive. O che uno non debba avere interessi definiti in termini geografici (ed essere, per esempio, uno studioso di ‘Italianistica’ o di ’Sinologia’). Ma intendo, piuttosto, rivendicare che tutti questi eventi possono aver luogo ovunque (non solo in India), e che il bisogno di appiccicare una tonalità localistica, quasi ad aggiungere ‘colore’, soltanto perché uno si trovi fisicamente in India, presuppone un orizzonte geografico normalizzante. Nel senso che, entro i confini del ‘nostro’ mondo, l’appendice geografica non sembra necessaria, mentre ricompare per posti che a questo ‘nostro’ mondo non appartengono.

La domanda è dunque insidiosa, in quanto suggestiva di un orizzonte limitato ai (e dai) confini nazionali, quasi che uno possa partecipare in India a dibattiti che sono sempre e soltanto ‘Indiani’ (e rivelatrice, al tempo stesso, di come il mondo ‘senza confini’ di cui a volte ci riempiamo la bocca non sia poi concesso a tutti). La distanza, implicita nel modo di articolare la domanda, ti impacchetta inconsciamente come ‘diverso’, ponendoti nella posizione di dover giustificare quella che appare come una deviazione dalla norma. Con questo, ovviamente, non intendo fare la predica a chi la domanda l’ha fatta (o me la farà), sospinto da un interesse genuino. Ma semplicemente rivendicare il senso della quotidianità (e del suo studio) come un invito che è limitato soltanto dalla voglia di abbracciarne l’espansività, al di là di delimitazioni geografiche. In quanto tale, pertanto, l’ambito del quotidiano è anche un naturale antidoto rispetto alle trappole di normalità e alle piccole prigioni intessute di aspettative che a volte, senza volerlo, ci costruiamo tra di noi.

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IL TEMA DELL’ESILIO nella poesia di Carmen Bugan

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IL TEMA DELL’ESILIO nella poesia di Carmen Bugan (da “Sulla soglia della dimenticanza” poesie di Carmen Bugan tradotte da Chiara De Luca, Matteo Veronesi con la collaborazione di Lidia Santonastaso – Edizioni Kolibris)

 

L’unica terra che ci apparterrà sarà quella che coprirà le nostre “ceneri”! Dalla sua origine ogni essere animale si è mosso alla ricerca di “luoghi” e territori da calpestare e si è spostato nomade da una parte all’altra del mondo per insediarsi illudendosi di essere “stabile” ma sempre pronto a trasmigrare per sua volontà o per le condizioni climatiche, sociali e storiche che si verificavano. I nostri antenati sono stati “migranti” e molti di noi lo sono tuttora. La nostra storia ci identifica come “apolidi” senza patria. Spesso lo siamo anche quando non ci muoviamo dal nostro luogo natio; di solito però avvertiamo questa condizione quando ci spostiamo alla ricerca di “mondi” diversi che ci accolgano. I miei progenitori furono “profughi da Samo” 2546 anni fa, esuli per sfuggire ad una “tirannide”. Fondarono Dicearchia sulle coste flegree, ardenti di vulcani diffusi, fertili ed accoglienti. L’umanità si muove e si allontana anche da altre tirannidi. Possono essere tirannidi legate ad inaccettabili sottovalutazioni nei confronti della Cultura oppure connesse a sopraffazioni di carattere politico e sociale.

Carmen Bugan racconta di sé ”

Il 29 ottobre 2009 la mia famiglia e io abbiamo celebrato vent’anni da quando abbiamo lasciato la Romania sotto minaccia di morte se avessimo osato parlare di ciò che ci era accaduto sotto la dittatura di Ceausescu.
Il 17 novembre 1989 fummo accolti all’aeroporto di Grand Rapids, in Michigan, dai nostri benefattori, membri di una chiesa protestante, che sfidarono la prima tormenta dell’anno. Il 14 dicembre 1989 iniziò la Rivoluzione in Romania, che sarebbe terminata appena prima di Natale, con la sommaria esecuzione di Ceausescu e di sua moglie, messi al muro e fucilati. Vedemmo la loro esecuzione, esterrefatti, in un televisore fornitoci dai nostri benefattori. Trascorremmo i primi anni imparando l’inglese e assistendo alle funzioni nella palestra di una scuola, lontano dalle nostre radici Ortodosse. Con il tempo, i Rumeni di Grand Rapids ci trovarono e noi trovammo una casa fra di loro, creando insieme una piccola chiesa tutta nostra. I miei genitori ancora vivono là, mentre i miei fratelli e io abbiamo avuto una vita più errabonda, tanto che io ora scrivo dal confine tra la Francia e la Svizzera, dopo essere passata attraverso Inghilterra e Irlanda.

Nella sua opera questa condizione di “esule” è presente in modo quasi costante.

Ne parleremo ancora nei prossimi giorni….

 

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reloaded IN PASTO AL CAPITALE di e con Luigi Russi – a PRATO prossimamente

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reloaded IN PASTO AL CAPITALE di e con Luigi Russi – a PRATO prossimamente

 

I

Il sesto capitolo affronta “Il caso del caffè” seguendo le tre fasi chiamate “regimi”, il primo dei quali parte dalla seconda metà dell’Ottocento subito dopo la conquista dell’indipendenza dalla Spagna e dal Portogallo da parte dei Paesi dell’America latina. A parte il resto parlando di “caffè” si tratta di una classica monocoltura poco adatta ai “consumi” necessari alla sopravvivenza ed il monopolio attuato ha finito con il non modificare in basso il prezzo dei semi. Il “secondo regime” si colloca poi alla fine della Seconda Guerra mondiale, mentre il “terzo” è quello che arriva fino ai giorni nostri con la liberalizzazione del mercato ed il conseguente calo vertiginoso del prezzo, che ha reso critica la situazione dei produttori. Molto interessante è peraltro il paragrafo dedicato alle nuove tendenze nel mercato del caffè, soprattutto quando si accenna al “commercio equo e solidale” che tende ad aiutare i produttori a mantenere un prezzo congruo alle loro giuste attese, rispettando allo stesso tempo la sostenibilità ambientale e difendendo la biodiversità. In “Il furto di terre” Luigi Russi analizza la tendenza da parte di investitori stranieri (cioè estranei ai territori oggetto di furto) ad utilizzare soprattutto per monocolture la maggior parte delle terre rese incolte dall’abbandono o volontariamente abbandonate da parte dei contadini che non riescono più a governarle a causa dei magrissimi ricavi. Questo atto provoca danni irreparabili alle economie locali arricchendo a dismisura gli investitori molto spesso protetti da anonimati riconducibili a multinazionali. Viene portato l’esempio della jatropha, una pianta che viene utilizzata per la produzione di biocarburanti; è del tutto evidente che anche questa “pianta” non possa essere utilizzata per il consumo essenziale alla sopravvivenza degli individui che intorno a quel terreno agiscono. Ed è chiaro che grandi spazi di terreno vengono sottratti alle produzioni alimentari, senza che vi siano al contempo i guadagni promessi. Nella parte finale cui oggi non accennerò si prospetta il futuro, partendo già dalle buone pratiche che si vanno svolgendo in molte realtà. Anche DA NOI. E questa è una buona notizia.

Il libro è dotato di un apparato di NOTE straordinario e di un’invidiabile Bibliografia

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STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE – seconda parte

STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE – seconda parte

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L’americana detta poi compiti e tempi. A ciascuno la sua storia. Non ne parlerò per rispettare la consegna del “silenzio” anche se qualche indicazione emergerà dal “racconto”. Discutiamo, scambiandoci idee ed opinioni, poi scriviamo. Amo la sintesi: lo so che voi (che leggete) non lo direste, che non siete d’accordo. Molti dicono che sono un “grafomane”. Ma io, in effetti, scrivo molto ma poi taglio: scorcio e taglio.

E così andiamo avanti fino ad ora di pranzo: non tutti però sono pronti e quindi si ripartirà  più tardi per il confronto finale, dopo pranzo.

La scrittura deve essere sintetica (e dagli con questa “sintesi”!) e sincopata per poter poi più agevolmente trasformarsi in uno story board dove le parole e le immagini si mescolino. Mentre le parole sono lì già pronte sul foglio di carta la docente ci invita a reperire quante più immagini possibili da poter collegare.

Dopo il pranzo infatti ciascuno di noi lavora per costituire il proprio esclusivo “database” da cui attingere poi foto e riprese in video da utilizzare.

Dalla prima scrittura a questo punto si passa ad una rielaborazione ad uso di traccia sonora parlata da ciascuno di noi. Dovremo essere noi a leggerla domattina, mercoledì 13 maggio, registrandola su una traccia audio che poi entrerà a far parte del nostro personale bottino.

Si ritorna a casa, però, con un compito da svolgere: cercare una musica da utilizzare, adattandola alle immagini. E’ una delle operazioni che mi coinvolgono a pieno;  il suono musicale deve appartenere alle immagini con il ritmo che acquistano nel mio pensiero; i movimenti delle persone e degli oggetti devono corrispondere nel miglior modo possibile alle note all’interno della loro composizione; devono viaggiare all’unisono come corpi in un amplesso erotico. Ne sono stato sempre convinto: ascoltare musica genera orgasmi mentali.

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“La bellezza espressa da un artista non può risvegliarci un’emozione cinetica o una sensazione puramente fisica. Essa risveglia o dovrebbe risvegliare, produce o dovrebbe produrre, una stasi estetica, una pietà o un terrore ideali, una stasi protratta e finalmente dissolta da quello ch’io chiamo il ritmo della bellezza…..Il ritmo….è il primo rapporto estetico formale tra le varie parti di un tutto estetico oppure di un tutto estetico colle sue parti o con una sola oppure di una qualunque delle parti col tutto estetico al quale questa appartiene”

(da “Dedalus” di James Joyce trad.ne di Cesare Pavese, Frassinelli editore pag. 251)

 

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Tramediquartiere a Prato – “La vita ci vuole come voi”

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Tramediquartiere a Prato – “La vita ci vuole come voi”

Un video delizioso, lieve, dolcissimo, utilissimo a riconciliarci con la realtà. La realtà come sempre è variegata ed è diversa dagli stereotipi che ci convengono molto spesso per semplificare al massimo lo sforzo del nostro cervello. “Gestire la diversità” è una parte molto importante del Progetto che IRIS Toscana sta portando avanti nei quartieri OVEST della città di Prato – San Paolo e Macrolotto Zero – Ieri sera proprio al Circolo ARCI San Paolo di Prato in via Cilea il Presidente di IRIS – Massimo Bressan – coadiuvato dall’antropologa americana Betsy Krause e da Guang Yang Lucio del PIN Polo Universitario di Prato – insieme a Elia Morandi e Marco Toffanin registi del bellissimo film “La vita ci vuole come voi – Storie di immigrazione cinese a Nordest” lo hanno proiettato e presentato davanti ad un pubblico folto che ha affollato i locali del Circolo. In sala erano presenti anche Sara Iacopini e Massimo Tofanelli curatori del Progetto. Non mancavano le “autorità” che tuttavia avrebbero il compito di costruire, incoraggiando quelle esistenti, azioni sui territori che abbiano lo scopo di creare l’humus necessario ad attenuare e superare le “barriere” stereotipiche che condizionano inevitabilmente i rapporti tra le diverse culture in un’epoca che diciamo “globalizzata”.

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