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“Al mio Paese, perché” di MELANIA PETRIELLO che sarà a PRATO – CIRCOLO MATTEOTTI – venerdì 17 aprile – ore 18.00

A Prato avremo il piacere e l’onore di ospitare Melania Petriello, che ho conosciuto nel corso del Festival della settima Edizione del Festival della Letteratura nei Campi Flegrei – Libri di mare libri di terra svoltosi a fine settembre del 2014 tra Pozzuoli, Bacoli e Monte di Procida – Melania ti colpisce prima inevitabilmente con la sua giovinezza bionda e poi per la sua “forza” per la sua “energia” vitale per l’impegno “civile” che traspare e si impone nel sapiente e concreto uso della “parola”.
Noi – Dicearchia 2008 – Circolo “Matteotti” – Il Diario del viaggiatore -Laboratorio di via del Cittadino – Succede a Prato – Altroteatro e ADSP Circolo delle Idee – abbiamo organizzato questa sua presenza per continuare a parlare del nostro comune impegno culturale, politico e civile – per superare i silenzi per diffondere la condivisione attraverso il confronto culturale e superare l’omologazione che appiattisce e mortifica.
Parleremo di “Al mio Paese. Sette vizi una sola Italia” edito da eDimedia e scritto da Melania Petriello insieme ad altri 10 giornalisti ed uno storico ma ci inoltreremo anche sul futuro con “Manipolati”, la nuova sfida lanciata dalla Petriello.

CI VEDIAMO – E VI ASPETTIAMO – VENERDI’ 17 APRILE ALLE ORE 18.00 PRESSO IL CIRCOLO MATTEOTTI IN PRATO VIA VERDI 30 – NON MANCATE

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Al mio Paese, perché

Al mio Paese è nato in un giorno di ordinaria sopportazione, aprendo il cassetto dei sogni possibili. Ideificio diventato viaggio inedito nelle viscere di un Paese viziato e virtuoso.
Il libro “Al mio Paese – Sette vizi. Una sola Italia”, terzo esperimento per l’illuminata collana PensieroLento della casa editrice Edimedia, nasce come sfida alla sottocultura della disaffezione della demagogia. Dalla necessità di dare ossigeno alle notizie che smettono di essere cronaca e ancora non sono memoria, dalla volontà di unire penne diverse e complementari per un affresco giornalistico e irriverente dell’Italia che siamo, dalla tenacia delle storie di una storia più grande che non vogliono silenzio.
Raccontato da nove eccellenti giornalisti italiani – Vanni Truppi, Carlo Puca, Luciano Ghelfi, Luca Maurelli, Carlo Tarallo, Tiziana Di Simone, Giuseppe Crimaldi, Fausta Speranza e Gianmaria Roberti con la prefazione di Franco di Mare (nella foto qui sopra alla presentazione partenopea) e la postfazione dello storico Fabrizio Dal Passo – il nostro libro parla di coralità e di sforzi condivisi.
È tutto profondamente italiano. Di un’Italia riletta attraverso lo spettro dei vizi capitali.
Sette sono infatti i famigerati vizi, infinite le loro declinazioni: nella storia, nella cultura sociale, nell’eredità identitaria che ci portiamo dietro.
Abbiamo preso in prestito personaggi e illusioni, spazi e tempi delle convivenze nazionali per ricomporre pennellate dal cromatismo nuovo, pescando dall’abisso. Con sentimento.
Dalla strage di Capaci al Concilio Vaticano II, passando per il delitto Pasolini, il colera del ’73, il nuovo meridionalismo e il Codice Da Vinci, i rigurgiti postunitari e il crollo della diccì, la spinta orgiastica del potere e la corruzione come metastasi genetica.
E se un libro rivive nel movimento del suo “altro”, non potevamo fermarci al libro.
“Al mio Paese” ha ispirato anche lo short film omonimo di Valerio Vasteso, con le musiche del maestro Vanni Miele, oggi in proiezione nelle più importanti rassegne di corti e video-arte italiane e un grande lavoro teatrale, scritto e diretto da Paolo Vanacore, con Sebastiano Nardone (produzione Itaca), in cartellone per la stagione 2012-2013 del Teatro Eliseo.
Abbiamo ancora molto da dire. Al mio paese, si chiama cultura.

Melania Petriello

Un’anticipazione: il 17 e 18 aprile a Prato MELANIA PETRIELLO presenterà il suo “AL MIO PAESE. SETTE VIZI UNA SOLA ITALIA” eDimedia Edizioni – eccone l’introduzione

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Dall’introduzione di Melania Petriello

In un pomeriggio di ordinaria (auto)sopportazione, ho aperto il cassetto dei sogni possibili: l’ideificio che avete in mano è la prima cosa balzata fuori.
Al mio Paese è il viaggio dell’occhio che guarda per raccontare, utilizzando il filtro della lingua, della catarsi, della identificazione.
Della dissomiglianza. Della coralità.
È uno sforzo. Un rigurgito. Il ticchettio delle lettere sulla tastiera. L’abat-jour che fa compagnia perché scaccia lo spettro del buio.
Il paradigma della frattura tra ricerca e giornalismo, che attiene alla necessità storica di ricontestualizzare la memoria. E che abbiamo il dovere di raccontare, per vincere la resistenza della demagogia e della disaffezione.
La cultura è la sola risposta. Magari altra. Magari molteplice. Magari capovolta.
Abbiamo preso in prestito personaggi e illusioni, spazi e tempi delle convivenze nazionali per ricomporre pennellate dal cromatismo nuovo, inforcando la lente d’ingrandimento, che pesca dall’abisso la metafora dei vizi capitali.
Sette espedienti, radicati nell’animo, per mettere a nudo il Paese nostro.
Sempre in bilico tra cronaca e narrazione tout court. Io sono l’Italia. I nove, eccellenti giornalisti che hanno impreziosito queste pagine, sono le tante Italie che in essa si celano.
(…)
La sfida etica, oltre che estetica, del foglio bianco che partorisce storie, si vince ad occhi chiusi. E con il cuore aperto. Ho lasciato il cuore lì, sospeso tra i segni, perché intercettasse suggestioni, per riplasmarle.
La destinazione di questo libro è stata il suo viaggio, brulicante di bellezza.
Felicità è strappare un’idea al tempo, sapendo che nella corsa hai qualcuno accanto che sorride di complicità.
A me, hanno sorriso i migliori.
Buona lettura.

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VA’ PENSIERO – Storie ambulanti – PERCORSI DI ANTIRAZZISMO IN CLASSE a cura dell’AMM – Archivio delle memorie migranti – GIUNTI Scuola – una presentazione all’ITES “Paolo Dagomari” di Prato -VENERDI’ 27 MARZO –

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VA’ PENSIERO – Storie ambulanti – PERCORSI DI ANTIRAZZISMO IN CLASSE a cura dell’AMM – Archivio delle memorie migranti – GIUNTI Scuola – una presentazione all’ITES “Paolo Dagomari” di Prato

Venerdì 27 marzo durante la mattinata all’ITES “Paolo Dagomari” la casa Editrice GIUNTI Scuola presenterà un kit, composto da una guida per l’insegnante e un DVD, a docenti ed allievi.
Il materiale è stato consegnato nei mesi scorsi ai Dirigenti delle scuole superiori di Prato.
L’unico Istituto che ha risposto positivamente alla proposta è stato proprio il “Dagomari” che si conferma essere all’avanguardia sul fronte della multiculturalità e dell’accoglienza.
Un grazie dunque alla Dirigente scolastica, Maria Josè Manfré ed ai suoi collaboratori Gianfranco Alberti e Gabriella Pimazzoni.

Durante l’incontro si prevede la proiezione del film Va’ Pensiero. Storie ambulanti preceduta da una breve presentazione del film e del kit didattico a cura dell’Archivio delle memorie migranti. La proiezione sarà seguita fino all’intervallo da una discussione con studenti e docenti. Nell’ultima parte dell’incontro, magari al termine dell’intervallo, si propone un momento laboratoriale con i docenti interessati dedicato all’utilizzo del kit in classe.
La suddivisione alunni/docenti tiene conto della natura del kit come strumento didattico che ogni docente può scegliere di sperimentare in modo autonomo e originale con i loro alunni. AMM ritiene che la sperimentazione di singole attività del kit vada condotta con gruppi limitati di alunni in seguito a un lavoro di approfondimento graduale con ogni gruppo-classe.

Programma dell’incontro

10,40 Alessandro Triulzi Presentazione di AMM e del film
10,50 Monica Bandella Presentazione del kit didattico Percorsi di antirazzismo in classe

11,00 Proiezione del film Va’ Pensiero. Storie ambulanti

12,00 Discussione con studenti e docenti sui temi e le storie narrate nel film

12,30 Intervallo

12,45 Incontro operatori Giunti e AMM con docenti interessati

1) Alessandro Triulzi/Monica Bandella e docenti 20’
Brainstorming collettivo sul film e le tematiche che affronta

2) Alessandro Triulzi/Monica Bandella 60’
Incontro-microformazione con docenti

Da Ruby a Lupi – la “lezione” di Craxi e la deriva italiana del 2015

Da Ruby a Lupi – la “lezione” di Craxi e la deriva

Intorno alle “dimissioni” del ministro Lupi mi viene da esprimere alcune riflessioni; e partirei da due elementi a questo punto “incontrovertibili”: innanzitutto il fatto che non sia “ancora inquisito” e di poi la certezza che il figlio di Lupi abbia ricevuto indubbi vantaggi da parte di chi è invece “già inquisito” almeno per ora.
Perché Lupi si dimette? E’ del tutto evidente che il livello di IPOCRISIA della Politica italiana abbia raggiunto limiti oramai da Guinness. E quindi da una parte c’è chi in questo gesto trova motivi di santificazione, dall’altra parte c’è chi tira un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo di una mozione di sfiducia che rischiava di trascinare sulle secche la navicella del Governo, resa fragile dalle pressioni forti interne al PD e dalla volontà di vendetta da parte della Destra e di giustizialismo a tutto tondo di altre parti del Parlamento.
Ci troviamo dunque di fronte ad un gesto che andrebbe interpretato mettendolo in correlazione con quanto ebbe a dire (vedi video) Craxi in quel memorabile discorso del 3 luglio 1992 alla Camera quando chiamò alla correità i suoi “amici” ed i suoi “avversari”, entrambi ipocriti e silenti.
Non avevo alcuna simpatia per Craxi e non ne sono affatto pentito. Ma provo rabbia e pena e mi sforzo di razionalizzare ciò che è sempre più difficile ricondurre ad una giustificazione assolutoria pur minima. Il marcio è sempre più diffuso ed è complicato pensare a proporre dei ragionamenti. La gente per bene, forse, non esiste nemmeno fra noi che ci affanniamo ad attaccare questa deriva; abbiamo costruito una società che sta procedendo in modo progressivo verso la distruzione: è lo stesso concetto di Stato che sta naufragando. Gruppi di potere , sia piccoli che grandi, se ne vanno impadronendo in modo sempre meno subdolo e contribuiscono a svenderlo agli amici ed agli amici degli amici: non è infatti neanche più necessario costituire “lobby segrete”; la Massoneria è un circolo dopolavoristico al confronto di questi Gruppi. E cosa volete che sia, di fronte a ciò, una “raccomandazione”, un “regalino”, la concessione di un posto di lavoro privilegiato al figlio di un personaggio così importante? E’ una modalità corrente, una pratica normale di intrattenere rapporti e relazioni cui pochissime “mosche bianche”, idealisti d’antan, che a questo punto fatico di molto ad identificare, si sottraggono.
E allora di che parliamo?

G.M.

“GIOVANNA” di Gillo Pontecorvo extra – un tentativo di metanarrazione ad uso personale – un recupero della memoria collettiva sulle conquiste che ci stanno rubando – terza parte

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“GIOVANNA” di Gillo Pontecorvo extra – un tentativo di metanarrazione ad uso personale – un recupero della memoria collettiva sulle conquiste che ci stanno rubando – terza parte

Il primo degli appuntamenti con Armida-Giovanna è per domenica 1° marzo. Manca una settimana; prima di salutare ho chiesto ad Armida il numero telefonico di casa: lo ritrovo sulla rubrica del cellulare e chiamo. Mi risponde la signora che le tiene compagnia e la accudisce e mi fa comprendere, non senza difficoltà da parte mia, che non è possibile che “Giovanna” esca né qui a Prato né dopo, ancor più, a Napoli. Sono confuso, e la mia interlocutrice lo intuisce e mi dice che ad ogni modo sarebbe meglio parlarne con le figlie. Mi faccio dare il numero di telefono di una di loro e poi saluto, lasciandone tanti anche per la “signora”. Men che mai voglio intromettermi nelle questioni private ma non posso fare a meno di chiarire la mia richiesta a persone che conosco fin da ragazze. “Purtroppo non è in grado di stare fuori casa se non per il minimo necessario per qualche visita medica; la mamma non esce più. In apparenza, sì è vero, sta bene, ma non è davvero il caso di insistere…”.
E, così, aspetto qualche ora per parlarne con le compagne ed i compagni.
Sono rammaricate ma comprendono.
Porterò “Armida-Giovanna” così come l’abbiamo registrata nel 1990, Pippo ed io, all’interno del suo luminoso salotto con le rigogliose ortensie con quella sua nobile figura con il suo capo leggermente inclinato verso sinistra mentre ci racconta la sua adolescenza già dedicata al lavoro e l’invidia che provava verso coloro che potevano studiare, lei che a tredici anni ogni mattina all’alba veniva giù dal Mugello fino a Prato a lavorare prima in tipografia poi in una ditta di cordami della famiglia Suckert (per intenderci, quella del “Malaparte”) e poi di sera, al buio, faceva ritorno a casa.
Domenica 1° marzo arrivo al Circolo di Figline un po’ prima del pranzo, come d’accordo, perché ho bisogno di provare le tecnologie. Mirko e le compagne più qualche altro maschietto sono impegnati a preparare il pranzo: leggo il menu ed il primo mi incuriosisce perché lo hanno voluto dedicare all’Armida; ma saluto senza entrare in cucina, altrimenti che sorpresa è? Le tecnologie non sono adeguate: i “comunisti”, soprattutto quelli “d’antan” sono ancora legati al passato, anche se si considerano “progressisti”. Ma i due giovani compagni che se ne occupano si danno da fare per superare le difficoltà e partono per recuperare dei cavi più adatti; altrimenti il rischio di non riuscire a vedere né il film di Gillo né le mie interviste sarebbe molto alto. Tra un problema e l’altro si decide però di cominciare il pranzo. Intanto è arrivata la Paola che è “Assessora” al Comune di Cascina, in provincia di Pisa; è con il marito e con il nipotino di circa sei anni, che è giustamente più attratto dal biliardino; avrà tempo per scegliere i suoi impegni “seriosi”: chissà che fanno oggi quei bambini che negli anni Settanta conoscevano a menadito la sequenza dei Segretari del PCI. In quale “Destra” saranno andati? E’ pur vero che “oggi” è più difficile distinguere la collocazione: sembra che la visione del conservatorismo e del ritorno al passato sia “vincente” aiutata da un “riflusso” generale che fa impallidire quello poderoso degli anni Ottanta. Ma il bambino di oggi è prudentemente tenuto ai margini delle discussioni politiche; ed è un bene. Tempo al tempo!

 fine terza parte…. continua

NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

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NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato via Cilea e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE – seconda ed ultima parte

Viabilità
Il Quartiere di San Paolo è collocato ed è stretto, da una parte, a ridosso della linea ferroviaria FirenzePratoPistoia, dall’altra dall’asse viario di percorrenza veloce della strada detta “Declassata” che conduce a Firenze o a Pistoia e dall’altro asse che è la Tangenziale che porta verso la Vallata. Nel corso degli anni ed in particolar modo negli ultimi sei il territorio di San Paolo è stato compresso per la lungaggine dei lavori non ancora a tutt’oggi terminati per la costruzione del nuovo Ospedale. Tutto ciò ha notevolmente aggravato e compromesso il senso di Sicurezza da parte della popolazione residente. L’incuria delle ultime Amministrazioni ha prodotto un abbassamento non solo percettivo della qualità della vita e della percezione di Sicurezza. Avanzare proposte che affrontino queste tematiche servirebbe a creare un clima di maggiore tranquillità (si pensi soltanto al fatto che a pochissime centinaia di metri dall’abitato di San Paolo è stato costruito il nuovo Ospedale di Prato ma per accedervi per gli abitanti di questo territorio vi sono più difficoltà rispetto a prima quando il nosocomio cittadino era a due chilometri di distanza) per tutti.

Anche in questo caso struttureremo i nostri interventi allo scopo di ottenere risultati tangibili; abbiamo già avviato delle riflessioni sul disagio che una viabilità inadeguata ha prodotto sui cittadini di San Paolo (2012 e 2013); ora proseguiremo con un’attività di critica propositiva a chiedere che alcune questioni vengano affrontate ed alcuni nodi vengano sciolti.
Il tema della viabilità sarà affrontato in tre fasi:
– Studio sulle cartine e discussione con esperti, tecnici e cittadini;
– prime proposte alternative all’attuale viabilità;
– studi sulla fattibilità e prime progettazioni.
Relazioni economiche
Il tema delle relazioni economiche è fortemente condizionato da quello dell’evasione fiscale e dello sfruttamento dei lavoratori da parte degli imprenditori cinesi. Sono fra i temi più attuali collegati al lavoro all’interno dei capannoni laddove in special modo la comunità cinese opera e vive per tutto l’arco delle ventiquattro ore, sottoposta a ritmi di lavoro che essa accetta in cambio di guadagni che consentano loro di poter innanzitutto liberare i loro “passaporti” e poi di riuscire diventare imprenditori in proprio o in patria o fuori di essa. Oltre alle problematiche di ambiente malsano e di igiene vi è tutta la partita dell’evasione fiscale e contributiva che pesa gravemente sulle spalle della nostra comunità; occorre trovare vie d’uscita che non siano solamente quelle repressive attuate dall’Amministrazione di Centrodestra che non vuole ascoltare le critiche che una parte avveduta della città non obnubilata da forme xenofobe e razziste le rivolge e continua imperterrita a proporre blitz ed incursioni hollywoodiane che non producono poi effetti reali sull’economia. Il Circolo propone dunque di incontrare funzionari della Guardia di Finanza, imprenditori e commercialisti attivi nell’ambito dell’imprenditoria straniera locale e confrontarsi anche con le categorie sociali e sindacali locali.
Ascoltando le opinioni della gente spesso prevale la sensazione che l’evasione o elusione dei diversi oneri sia prevalentemente ascrivibile alla comunità cinese; noi vorremmo capire meglio cosa accade. Ascoltando altre opinioni verifichiamo se dietro questo comportamento illegale si celino interconnessioni la cui responsabilità ricada su parte della comunità italiana che lucra sulla manodopera straniera a bassissimo costo, anche perché troppo spesso quasi costretta alla vita clandestina.
Noi vorremmo dimostrare che non è affatto “buonismo” la ricerca della verità e l’utilizzo di forme di intervento che tengano in massimo conto della complessità dei fenomeni e che non continuino ad accanirsi in modo irrazionale e generalmente unidirezionale come ha fatto l’attuale Amministrazione di Centrodestra di Cenni e Milone.
Il lavoro si svolgerà attraverso incontri nei Circoli e nei luoghi comuni (Giardini, piazze, sedi parrocchiali) allo scopo di confrontarsi in modo ampio con la maggior parte dei cittadini. Suddivideremo in tre fasi il nostro intervento:
– Scelta degli interlocutori “esperti” e primi approcci con le problematiche attraverso incontri “riservati” agli operatori di questo progetto;
– incontri pubblici nei Circoli con discussioni sui dati a disposizione e sulle possibili “exit strategies” da proporre alla prossima Amministrazione comunale;
– applicazione di parte delle strategie evidenziate nella pratica amministrativa locale.

TRAMEDIQUARTIERE E METANARRAZIONE – un nuovo esempio – “I giardini di via dell’Alberaccio” – seconda parte

TRAMEDIQUARTIERE E METANARRAZIONE – un nuovo esempio – “I giardini di via dell’Alberaccio” – seconda parte

…Il quartiere fra gli anni Sessanta e i Settanta si era affollato a dismisura; vi erano arrivati nuovi immigrati – molti dal Sud altri dal Centro e dal Nord, i primi soprattutto i primi qui li chiamavamo “marocchini”. L’affluenza era stata così massiccia in un periodo di tempo molto limitato al punto che il Comune non ebbe modo, in effetti non volle, di verificare e seguire progettazioni e realizzazioni urbanistiche e i “palazzoni” sorsero come funghi, senza criteri prestabiliti e senza alcun controllo. Era tutto necessario ma ovviamente qualcuno ne approfittò.
A quel tempo ero ormai adulto; avevo altri amici con i quali ero cresciuto, Giuseppe, Vincenzo, Elda, Sirianna, Michelangelo e con loro si andava a ballare nei Circoli e nelle Case del Popolo; ce n’era uno al Centro ben frequentato, il Circolo “Rossi”, a due passi dal Castello dell’Imperatore e proprio sotto la sede del Partito Comunista. Con loro ero anche iscritto al Partito, tutti lo eravamo ed io insieme a Giuseppe ero nel Direttivo locale; e c’era anche una struttura di Quartiere con un Presidente ed un Comitato tutto di non eletti. in tutta quella confusione innescata da quegli arrivi “di massa”, nessuno – nemmeno noi che eravamo nel Quartiere e lavoravamo nelle Sezioni – sapeva quel che stava per accadere. In verità nessuno aveva mai saputo molte delle non-scelte urbanistiche che l’Amministrazione aveva attuato nel corso degli ultimi anni.
E così una mattina… ero appena rientrato dal turno di notte della tessitura che fu proprio Michelangelo a scampanellare dal portone. Mi affacciai per vedere chi fosse il disturbatore mattutino: “Oh vieni giù! ci sono già le ruspe…” Non capii bene cosa volesse dirmi ma mi riaggiustai i pantaloni alla meglio ed ancora in pantofole e con la tazzina di caffè tra le mani scesi per le scale e rapidamente, senza nemmeno badare alle ultime gocce la lasciai sul bordo del primo finestrone, fui giù. “Che succede, Michelangelo?” In effetti non ci avevo capito granché anche se mi ero reso conto della gravità della situazione. “Là in quello spiazzo dove noi abbiamo sempre pensato di farci un giardino ci sono le ruspe e gli operai lo stanno transennando…Saranno arrivati con il buio!” Rientrai in casa con la stessa velocità con cui ero sceso, misi le scarpe senza nemmeno allacciarle e volai giù. “E allora, andiamo!”
“Il sonno, Andrea, mi era passato ma allora non ci pensavo nemmeno. Lungo il percorso ci si fermò a chiamare altri compagni, altri amici cui spiegavamo il motivo della nostra concitazione: ed in men che non si dica anche questi ne chiamarono altri. Le donne accorsero con i bambini che avrebbero dovuto accompagnare a scuola, gli anziani sollecitati dalle donne informate da un tam tam mediterraneo erano confluiti tutti davanti a questo spiazzo, proprio qua dove ora ci troviamo, caro Andrea. E proprio io, insieme a Michelangelo ed Elda che ci aveva raggiunti, con questa folla alle spalle – più di centocinquanta forse duecento persone – andai a parlare con il capomastro, chiedendogli di sospendere i lavori. Era a tutta evidenza che volevano tirar su un altro “palazzone”! Lui però ci disse che non ci poteva fare nulla.
La gente diventò irrequieta e ci toccò calmarla facendo ragionare quelli che sembravano più agguerriti ma anche capaci di comprendere. Poi io e Elda andammo a casa del Presidente del Quartiere che dopo una nostra breve illustrazione ci accompagnò al Palazzo Comunale dove, grazie soprattutto a lui, al suo credito, fummo subito ricevuti dal Sindaco che, informato delle intenzioni “ragionevoli” della gente, telefonò ai vigili chiedendo che facessero sospendere, perlomeno in quella giornata, i lavori. Noi, però, chiedemmo al Sindaco di venire ad ascoltarci; mentre con la 500 del Presidente andavamo verso il Centro avevamo concordato con lui di convocare un’Assemblea urgente; ed era giusto che vi fosse invitato il Sindaco…. E tu lo vedi, come è andata a finire. I lavori non ripresero, anche se per più di un mese le ruspe ed altri attrezzi per gli scavi delle fondamenta e materiali vari rimasero minacciosi sul posto difesi da un doppio recinto di metallo e di legno.
A quel tempo Ginotto era andato già via, credo in Belgio ma non ne ho più avuto notizie ed alcuni dei miei amici sono partiti per sempre. Tu, Andrea, ricorda che gli interessi dei poveri come noi che pure stiamo ancora bene non sono quasi mai gli stessi dei ricchi, soprattutto quelli che hanno il brutto difetto di volere sempre di più, perché hanno una gran paura di diventare come noi o peggio di noi. E per noi un giardino conquistato ci fa stare bene, ci fa vivere meglio. Loro non ne sentono il bisogno o, forse, e questo è triste, non sanno nemmeno più di cosa hanno bisogno”.

FINE

NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo e dall’ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE di Prato – prima parte

LE IDEE NON VIAGGIANO MAI DA SOLE – AIUTIAMOLE A MUOVERSI

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NON PROTESTE MA PROPOSTE – dal Circolo ARCI San Paolo di Prato e dall’ ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE all’interno di TRAMEDIQUARTIERE – Progetto seguito dall’IRIS Ricerche (Massimo Bressan, Massimo Tofanelli e Sara Iacopini) nell’ambito del PROGETTO PRATO della Regione Toscana (Andrea Valzania e Vinicio Biagi. “Gestire le diversità” è uno degli obiettivi da perseguire in una realtà come “questa” di San Paolo che è una vera e propria frontiera.
Ne avevamo parlato in altre occasioni e qui riproponiamo alcune parti di quelle elaborazioni che sono superate nelle “etichette” ma non nella necessità e nella nostra volontà (alcune parti possono essere “datate” riferendosi a nominativi oggi per fortuna “obsoleti” come quelli di Cenni e di Milone).
Ecco alcuni brani di un testo che avevamo preparato alcuni mesi fa:

OBIETTIVI E INTERVENTI INTEGRATI
L’obiettivo generale del nostro progetto è il cambiamento del clima nelle relazioni sociali ed economiche, nel quartiere dove operiamo, nella direzione della distensione e dell’accoglienza. La complessità dei temi da affrontare nel territorio di San Paolo-Macrolotto Zero impongono la scelta di interventi integrati che riguardino diversi campi d’azione: l’inter-cultura, l’ambiente, l’urbanistica e gli spazi pubblici, la viabilità, le relazioni economiche, la partecipazione dei cittadini (con le loro diverse origini culturali) alla gestione del territorio.
Inter-cultura
In una realtà così composita notevoli sono i fenomeni di disgregazione, di isolamento e di spaesamento. Per essere felici in un posto occorre avvertire il territorio nel quale si vive come luogo amico e per raggiungere questo obiettivo occorre conoscerlo nella sua storia nelle sue trasformazioni nelle sue caratteristiche sociali ed antropologiche. San Paolo è stato da tempo luogo di presenze di diversa provenienza territoriale: negli ultimi decenni forte è stata l’immigrazione interna a supporto dell’’industria tessile mentre negli ultimissimi anni notevole è stato l’afflusso di extracomunitari di origine soprattutto cinese, tanto è che il problema più rilevante è diventato proprio il rapporto fra la comunità pratese già di per sé composita ed i cinesi con le loro abitudini, i loro particolari stili di vita e la difficoltà di comunicare in modo agevole. Non è facile ma bisogna attivare ogni sforzo per ottenere anche piccoli risultati in positivo.
………………………………….

Riteniamo che il coinvolgimento della Scuola, insieme ad altre agenzie culturali, sia uno dei pilastri su cui basare un intervento efficace per mettere in collegamento i mondi diversi del territorio. Ci proponiamo di attivare i seguenti progetti:
– Percorsi di conoscenza storica, sociale e culturale in una scuola importante di San Paolo (via Toscanini).
Avvieremo incontri con i dirigenti scolastici ed i rappresentanti delle diverse etnie residenti sul territorio.
Costruiremo relazioni attraverso momenti di discussione e di “festa”.
Lavoreremo per costruire sul territorio di San Paolo occasioni per approfondimenti inter-culturali con agenzie culturali che supportano questo progetto (IRIS, ADSP – CIRCOLO DELLE IDEE, Associazione “Dicearchia2008”) e le varie comunità.
Si accompagnerà il lavoro di ricognizione e studio che l’IRIS di Prato, in modo specifico il suo Presidente Massimo Bressan, va proponendo per un’analisi approfondita delle diverse trasformazioni sociali ed antropologiche che si sono presentate sul territorio del Macrolotto Zero e di San Paolo. Verranno coinvolti anche altri Circoli presenti, come il “Curiel” di via Filzi e la Cooperativa “Aurora” di via Ciardi. Saranno organizzate giornate di studio, seminari, incontri con esperti (etnologi, sociologi, antropologi, architetti); saranno allestite mostre fotografiche ed una vera e propria Mediateca delle testimonianze in video che saranno il risultato del progetto “Gestire la diversità” che IRIS attiverà utilizzando tecniche di “digital story telling” che coinvolgerà cittadini del quartiere delle diverse etnie.

……………………………….

Ambiente, urbanistica e spazi pubblici
Ci concentreremo su due aspetti distinti e paralleli. Il primo di carattere storico e culturale collegato al punto precedente tenderà ad una conoscenza degli studi accurati ed approfonditi che l’architetto urbanista Bernardo Secchi ed i suoi collaboratori, alcuni dei quali già disponibili a partecipare alla realizzazione di questo Progetto, avevano prodotto alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso e che vedevano come luogo di primaria rilevanza proprio il territorio di San Paolo e quello specifico del cosiddetto Macrolotto Zero. Il secondo aspetto sarà più specificatamente collegato alle questioni ambientali sociali e sanitarie si dovrà occupare degli stili di vita e delle condizioni abitative e lavorative della comunità cinese, anche allo scopo di evitare poi spiacevoli conseguenze nel rapporto con la popolazione italiana e con gli organismi di controllo istituzionali. Le due parti potrebbero avere come titolo:
1) Dal Piano Secchi al Piano strutturale: cosa recuperare e cosa modificare – Come rendere lo spazio vitale e comune più accogliente per tutti.
2) Acquisizione delle conoscenze in materia di rispetto dell’ambiente ed in materia sanitaria da condividere ed applicare.

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NIENTE E’ COME SEMBRA – cronaca di un sopralluogo per TRAMEDIQUARTIERE – Prato 19 gennaio 2015 – una metanarrazione

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L’immagine in evidenza è esemplificativa!

PER CHI LO AVESSE PERSO O PER CHI E’ PIGRO E NON VUOLE AFFATICARSI A RICERCARE LE TRE PARTI DEL RACCONTO DA ME PUBBLICATO SU QUESTO BLOG eccolo per intero

NIENTE E’ COME SEMBRA – cronaca di un sopralluogo per TRAMEDIQUARTIERE – Prato 19 gennaio 2015 – una metanarrazione

1920 gennaio – “un po’ per celia, un po’ per non morire”
Quella parte della macchina fotografica che inquadra il soggetto – o l’oggetto? – che decidi di riprendere collocandolo in un suo attimo eterno di fissità assoluta non poteva essere chiamato in maniera così distante dalla sua concreta essenza. L’ “obiettivo” è infatti ciò che più lontano non può essere rispetto alla reale “obiettività”. Tutto è fuorché “obiettivo”!
E, pur volendo rappresentare la realtà, la verità, non può che rappresentarne, sulla linea infinita del tempo, una minima minuscola infinitesimale parte di esso.
La dimostrazione pratica di quel che si scrive è data dalla impossibilità di fornire un’unica spiegazione logica “obiettiva” di qualsiasi fotografia.
Ecco, dunque, quel che accade quando ci troviamo, come persone comuni, di fronte agli oggetti che vogliamo fotografare: anche l’attimo che scegliamo e che riusciamo ad ingabbiare, che impropriamente chiamiamo “istantanea”, è inevitabilmente successivo a quello che avremmo voluto fermare. In questo caso l’obiettività ricercata sfugge a noi stessi che la intendevamo invece accogliere come unico ed essenziale punto di vista.

I ragazzi hanno percorso le strade di San Paolo. I ragazzi – ma sono soprattutto ragazze – che seguono il Progetto delle Trame li abbiamo indirizzati ed accompagnati ed hanno così potuto interrogare le varie realtà del quartiere con i loro strumenti, a partire da quelli fisiologici, gli occhi e le menti. Tutto è, dunque, relativo: al momento, alla persona che inquadra ed a ciò che viene inquadrato. Il momento della giornata, delle stagioni e del clima diverso, della luce che cambia. Ed anche le contingenze storiche e sociali di una minima realtà condizionano sia i risultati che le loro interpretazioni in modo emotivo. Diversamente.
Dal Circolo di via Cilea partiamo e chissà perché mi vengono in mente Pirandello ed Imperiali, in particolar modo quella storia “pirandelliana” che quest’ultimo narra ne “La fontana del Comune”. Sarà un presagio? Sarà un presagio!
Un gruppo va verso il “pallaio”, luogo di incontro soprattutto di anziani ( ma i giovani non mancano anche se sono una eccezione)che giocano o solo osservano giocare a bocce e mentre trascorrono il loro tempo al coperto ed al riparo dalle intemperie discorrono sulle malefatte dei Governi e su qualche maldicenza locale.
Accompagno Valeria alla CONADDE mentre Gino e Siria con gli altri, una parte se ne è già andata subito dopo pranzo, va verso l’area Baldassini. C’è un grande giardino attrezzato ed una quinta di archeologia industriale di esaltante bellezza, tanto è che l’urbanista, lo storico ed il costruttore difficilmente condividerebbero un unico pensiero.
Con Valeria corriamo, le chiedo se il mio passo sia troppo rapido per lei: lo faccio anche per marcare il mio segreto desiderio di non essere considerato quel che oggettivamente sono, un anziano troppo spesso rammollito e pantofolaio. Parliamo; in verità parlo soprattutto io per tutto il tempo, chissà che non annoi come fanno con me alcuni. Ma siamo veloci a ritornare dopo pochi minuti. E ci ricongiungiamo al gruppo, dopo aver scartato , solo in parte, l’incontro con uno strano tipo che, chissà perché, aveva sbagliato il tempo di un appuntamento con Saverio, il nostro coordinatore di Circolo Piddì, e mi tampinava. Bye Bye, gli dico, e fatti rivedere un altro giorno. Mi sento un verme, ma non sono in grado di essere migliore se mi si limita.

Parte 2
……Gli altri sono già agli “orti sociali”, una bella realtà, non c’è che dire: e di spazi così, abbandonati e ricettacolo di sterpi, rettili e qualche oggetto di arredamento fuori posto ma ancora degno di essere esposto in qualche “mercatino dell’usato” o in qualche “installazione di arte contemporanea”, ve ne sono altri qui in giro. Spazi che potrebbero essere utilizzati proprio come “orti sociali” destinati ad anziani, a famiglie, a bambini. I giovani del workshop si sbizzarriscono nel chiedere e nell’impostare inquadrature di uomini e natura. E qualcuno vi si perde e smarrisce. E il gruppo lo perde, proseguendo il suo viaggio pomeridiano tra strade, giardini privati, spazi verdi ordinati e spazi grigio-verdi disordinati e polverosi, antiche fabbriche dagli eleganti sontuosi aristocratici contorni architettonici che emanano sensazioni vetuste ma ancora caratterizzate da una certa nobiltà: quante operaie ed operai vi hanno agito? Quali tragedie quante e quali sofferenze e quante e quali festose ricorrenze hanno vissuto? Dentro esse abita la Storia di questa città e ne respira ora solo un lontano sentore colei o colui che vi transita riconoscendone i profondi valori storici che da lì promanano. Ora esse, pur rimanendo ancora erette con grande signorile apparente dignità, rischiano di essere destinate dall’incuria dei contemporanei ad essere abbandonate al degrado. Qualche espressione da “terzo paesaggio” attira le attenzioni dei giovani fotografi ed in particolare una struttura muraria che divideva gli spazi fra San Paolo e quello che era al di là di San Paolo, che poi solo di recente è stato identificato da Bernardo Secchi come “Macrolotto Zero”, mostra ad ogni modo di possedere una sua peculiare storica distinzione. Fra un’area coltivata ed uno spazio dove il disordine regna indisturbato si giunge al grande Giardino di via Colombo, luogo di incontro e raduno dal mattino alla sera della pacifica e disciplinata comunità cinese – con orari scanditi da ordinanza sindacale dopo le vibranti assurde proteste di un cittadino che lamentava la confusione ingenerata dagli strumenti che accompagnano la pratica del Tai-chi. Altre etnie – Prato ne è piena e ne conta più di cento – frequentano questo luogo. Ci sono anche gli italiani, ma provate per credere e venite pure a vedere, i cinesi – ebbene sì – sono la maggioranza. E ce ne sono davvero tanti, cosicché Valeria si appresta a rubare istantanee con le quali intende dimostrare ( e ce lo dirà solo dopo ) che è pur sempre un lunedì pomeriggio e c’è ancora luce e dunque non può essere del tutto vero che i cinesi lavorino soltanto, che lavorino tanto come si dice così spesso. Racconto a chi mi sta vicino l’esperienza di Emma Grosbois, una giovane fotografa che installa provocazioni artistiche e narro del comportamento dei cinesi, la loro compostezza, la ritrosia, la timidezza su cui però poi, quando Emma aveva completato l’installazione e se ne allontanava, prendeva corpo e forza la curiosità. Andiamo oltre e Valeria si diverte a fotografare i panni stesi dentro e fuori i terrazzini delle abitazioni cinesi lungo il nostro percorso. Li ricerca con curiosità: utilizzano gli “stand” industriali non potendo, per limiti regolamentari dei condomini, esporli all’esterno alla maniera delle famiglie mediterranee; ma non tutti in effetti sono rispettosi e Valeria di questo non può che essere contenta: riprenderà questi tessuti colorati che creano una sarabanda cromatica di straordinaria bellezza.

J.M.

Parte 3
Lungo il tratto – via Puccini via Respighi via Rota, tutti grandi musicisti – che porta verso via Pistoiese, si incrociano etnie orientali islamiche, donne velate e bardate da drappeggi variopinti di gran buongusto. Anche io fotografo qualche scorcio e privilegio la figura umana e la documentazione del lavoro dei nostri giovani. Inquadro infatti la realtà in movimento e per questo temo sempre che vi sia qualcuno che possa non gradire queste mie intromissioni. Ecco infatti che da un auto ferma c’è qualcuno dall’interno, che a me sembra proprio un cinese, che mi apostrofa – lo vedo agitare la mano – e suona per tre volte anche se non in modo imperativo il clacson: faccio finta di nulla, potrei non essere io il destinatario, anche se sembra proprio il contrario, di tale protesta; ma il tizio insiste ed un signore dai tratti occidentali che gli è accanto all’esterno mi fa segno di avvicinarmi. Diamine, che vorrà da me, ora; e temo per la mia incolumità. Ma no! E’ un amico che ha voglia semplicemente di scherzare, dal momento che mi vede in mezzo a tanta bella giovane compagnia. Lo saluto con cordialità, rinfrancato. Una parte della bella compagnia se ne va verso la Stazione di Porta al Serraglio. Rimaniamo in cinque e ci inoltriamo nel cuore di quella che chiamano “Chinatown” un guazzabuglio di corpi e linguaggi in luoghi pittoreschi ma maleodoranti. Procediamo in questi ambienti e ne cogliamo alcuni aspetti conservandoli nei nostri “aggeggi” elettronici: ristoranti, pescherie, ortofrutta, supermercati caotici, sale giochi e per la strada avventori, passanti casuali, garzoni di bottega, signori ben vestiti con valigette e computer accesi ed operanti si mescolano in ambienti degradati. In una di queste strade, leggermente più riservata, accanto ad un’officina meccanica chiaramente italiana ( in questo settore i cinesi non si sono mai inseriti) c’è una chiesa cristiana rivolta ad ospitare parte della comunità cinese (è in un capannone industriale ) e di fronte ad essa si nota un asilo nido anche questo in tutta evidenza – oltre che per le insegne esterne bilinguistiche dalle decorazioni interne – al servizio delle famiglie cinesi, che attualmente sono le più prolifiche.
Si va facendo sera e così si ritorna verso il Circolo. Attraversiamo di nuovo via Pistoiese e per via Umberto Giordano (ritorniamo ai musicisti!) costeggiamo le mura ben mantenute della vecchia fabbrica Forti. Ne ammiriamo alcune parti soprattutto gli spazi antistanti via Colombo che ne evidenziano l’abbandono. La luce sta venendo meno ed è sempre più difficile fotografare; ci limitiamo a documentare ed infatti riprendo alcuni atti del gruppo residuo sulla “rotonda” di via Giordano/ via Colombo con la cornice bassa delle fabbriche abbandonate. E poi in un’istantanea Siria è con Valeria ed in fondo lungo la recinzione Gino leggermente voltato indietro verso un auto della Polizia Municipale “apparentemente” ferma allo Stop.
Diciamoci la verità: quell’auto si era messa in posa per essere fotografata! La foto “istantanea” casuale scattata senza una vera e propria volontà non avrebbe alcun significato. E non avrei potuto scattarne altre per documentare i fatti per non aggravare la situazione del “povero” Gino, malcapitato. L’auto era ferma, proprio, non apparentemente, ferma, ben piantata sullo Stop. Così come fermo era Gino, impietrito e stupito.
Cosa era accaduto? Fa parte della relativizzazione di cui accennavo soprattutto nell’avvio. Ciò che si vede può essere realtà ma anche impressione, suggestione. Questo lo sapevo, ma vaglielo a spiegare ai due solerti vigili urbani.
Lo dico sempre a mia moglie quando la sento imprecare contro quel tizio che ha parcheggiato malissimo ed ha occupato parte del posto nel quale lei dovrebbe parcheggiare. Ma cosa succede al ritorno? La macchina dell’autista che le ha maledetto è andata via ed ora è inevitabile che sia proprio la sua, quella di mia moglie, ad essere parcheggiata “da bestia”. Apparenza ma anche parte di realtà! Anche ai due vigili urbani era parso che il nostro Gino avesse divelto quel reticolato rugginoso ed incerto che si sbriciolava a pezzi solo a toccarlo: il nostro amico a tanti tipi può somigliare ma non di certo all’incredibile Hulk. Oppure sì? È forse un altro esempio di “relativizzazione” della realtà? Siamo di nuovo a chiederci se sia o meno “reale” quel che vediamo, quel che percepiamo? O soltanto ci illudiamo? Forse sì, la vita davvero è un sogno, bello a volte brutto in altre, ma pur sempre un sogno.

G.M.