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IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 26 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 26

Quindi, diciamo, è proprio mettendoci in una condizione di accettazione-rifiuto al tempo stesso che noi possiamo venire a capo del problema Pasolini non prendendolo come un classico o peggio ancora come un santino. Questo diciamo è quello che volevo dire per così dire in appoggio alle tesi di Tricomi.

E poi volevo fare una domanda a Costa, di cui ho apprezzato il documentario, tra l’altro la citazione finale su cui si interrompe non è per esempio di Pasolini, ma è una cosa che lui ha preso da Bashlah, esattamente così nella Poetique della Reverì e lo dico semplicemente per fare vedere come Pasolini era uno che si muoveva tra varie cose e le utilizzava. Ma la domanda che io volevo fargli è questa: lui ad un certo punto ha parlato e sicuramente c’è questa dimensione diciamo di centralità della questione del montaggio su cui ha detto delle cose assolutamente (parola non comprensibile), una sintesi della posizione di Pasolini sul montaggio assolutamente condivisibile. Una domanda che vorrei fargli invece sul piano sequenza: cioè lui ha parlato, Costa ha parlato di un piano sequenza ininterrotto il che potrebbe diciamo essere messo in relazione con l’idea di un’opera aperta che non si conclude mai, che è sempre un’opera mancata Perché programmaticamente mancata. Quindi una sorta di piano sequenza ininterrotto. Però poi io ricordo che Pasolini, proprio a proposito mi pare de “Il Fiore delle mille e una notte” intervenendo così in risposta alle critiche che gli erano piovute addosso aveva detto: ma vi rendete conto che questo film è girato con un rifiuto continuo del piano sequenza? E’ girato invece appunto con tutte inquadrature fisse che dovrebbero dare una dimensione di estraneamento che non è assolutamente tipica del piano sequenza? Beh, allora una osservazione come questa di Pasolini su sé stesso, quindi come di uno che faceva film anche attraverso il rifiuto proprio del piano sequenza, come si concilia appunto con l’idea di una centralità del piano sequenza nell’opera finita generale. Grazie. >>

Parla il Professor Sandro Bernardi:

<< Forse si può rispondere volta per volta in modo che sia più diretta la cosa, altrimenti poi il discorso si finisce per generalizzare. >>

Parla voce non identificata:

<< Direi che questa figura dell’ossimoro che è stata rievocata riguarda un po’ anche questa sezione in Pasolini che, a proposito di queste due cose, prende delle posizioni che possono sembrare contraddittorie una rispetto all’altra. Io ho evocato quella che mi ha colpito di più, questa idea che la morte realizza un improvviso montaggio rispetto a quel piano della sequenza che è (parola non comprensibile), ed allora questa idea quella chiusura del senso che Pasolini non avrebbe mai voluto chiusa. Questa è una posizione generale in cui il montaggio, il piano sequenza sono da prendere in termini metaforici.

Poi invece per quello che riguarda la tecnica di realizzazione di Pasolini, Pasolini forse è il registra cinematografico che più integralmente ha applicato il principio del montaggio verticale, ed il montaggio non è solo il collegamento tra….>>

* L’INTERVENTO SI INTERROMPE IMPROVVISAMENTE. DALLA REGISTRAZIONE RISULTA LA PROIEZIONE DI UN FILMATO.

…26……

IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – i versi di un altro grande POETA, “Eduardo De Filippo” – una collaborazione “mancata”

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la “spalliera” di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la “spalliera”,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la “spalliera”
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 25 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

Il prossimo 5 marzo sarà il centenario dalla nascita del grande intellettuale italiano. Qui continua la trascrizione “difficoltosa” (lo sbobinamento non è mai stato verificato) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 25

PARTE 25

Ma nello stesso tempo però c’era anche qualche cosa che coinvolgeva molto fortemente. Con il tempo e soprattutto quando è uscito “Petrolio, che io considero un romanzo molto importante, anche se come sapete è nient’altro che un progetto di romanzo, beh lì allora lo spostamento di me come lettore, come fruitore è stato piuttosto dall’altro lato della contraddizione, cioè dal lato della accettazione. Ora con il tempo io credo che bisogna tenere presente ambedue questi poli accettazione e rifiuto. Questo significa non consegnare Pasolini ad una classicità alquanto, come dire, sciocca, alquanto conciliatoria in senso troppo placido, proprio mantenendo questa dimensione che è di distacco e di avvicinamento.

Noi non possiamo accettare alcune delle tesi di Pasolini e lo dico francamente. Non sono accettabili Perché non è immaginabile la difesa ad esempio della famiglia tradizionale, della maternità di tipo tradizionale nei confronti della questione dell’aborto. Voi sapete che aveva preso una posizione così chiaramente contro l’aborto che è qualcosa di non accettabile. Era sicuramente anche una provocazione che lui faceva, però questo non vuol dire che una tesi come quella si accettabile. L’idea di una omosessualità che è tutta all’interno di una dimensione maschile, diciamo un recupero ma attraverso alcune mediazioni della dimensione di una omosessualità greca in cui c’è un rapporto come dire da discepolo, da docente a discepolo nei confronti dell’amasio o appunto del giovane. Una diciamo lettura dell’omosessualità estremamente riduttiva e poi a lui veniva anche diciamo da una tradizione letteraria. Anche qui c’è una tradizione letteraria pensiamo a Jeed che ha una posizione sull’omosessualità molto simile. Beh, anche questo non è accettabile, soprattutto oggi noi vediamo che è una visione estremamente estetizzante della omosessualità, tra l’altro anche con una dimensione sadomasochistica esplicita. Quindi ci sono delle cose che non sono accettabili e che ci devono mettere in una situazione di rifiuto.

Al tempo stesso però poi, proprio elementi di questo tipo, condotti così o ricondotti con forza all’interno di un’opera aperta nel senso in cui Tricomi ha parlato di opera aperta, cioè non nel senso della neo avanguardia, ma nel senso di una letteratura che cerca una sua strada quale che sia la verità. Beh, allora questo diventa un elemento di contraddizione che può essere produttivo di qualche cosa proprio Perché ci mette in uno stato di contraddizione. Quindi, ad esempio, le tesi sul consumismo che vengono ormai citate in maniera diciamo quasi quotidiana come qualche cosa che Pasolini aveva già visto e che ci ha come dire consegnato con una profezia che si è realizzata, anche lì una tesi

come quella estremamente interessante nel momento in cui veniva svolta, veniva tirata fuori, cioè negli anni settanta in Italia soprattutto, anche quella va presa con un atteggiamento che è io direi di un sì e anche di un mah Perché non si è verificata nel mondo una omologazione generale delle culture, quelle culture che Pasolini andava riscoprendo e che cercava come qualche cosa che ancora manifestavano una resistenza alla omologazione delle culture, ma che in breve sarebbero sparite proprio quelle culture, quelle culture del terzo mondo ecc, hanno manifestato poi come abbiamo visto un qualcosa di più di una capacità di resistenza. Si sono reinventati una tradizione al punto che oggi noi non possiamo parlare di una omologazione delle culture sul pianeta, un discorso diverso andrebbe fatto per l’Italia, però anche lì ci sarebbe da diversificare l’analisi che faceva.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

continua la trascrizione “difficoltosa” (lo si comprende dal testo riportato proprio in questo blocco) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 24

* PROIEZIONE DI UN DOCUMENTARIO

FINE LATO B PRIMA CASSETTA

SECONDA CASSETTA INIZIO LATO A

Parla voce non identificata:

<< Io vorrei, in questo intervento molto breve, dire qualcosa sul discorso che ha fatto Tricomi e poi rivolgere una domanda, una semplice domanda a Costa che non nasconde inibizione, ma è proprio una domanda. Per quanto riguarda la relazione di Tricomi che si rifà a due libri che ha pubblicato in questi ultimi tempi su Pasolini, io devo dirvi innanzitutto che trovo la tesi, che lui ha presentato qui, che appunto ha discusso ancor meglio in questi volumi, assolutamente convincente. A me sembra che si possa dire che tutto quello che Tricomi fa, ma lo fa con una grande dovizia di documentazione sia in sostanza svolgere dispiegare quello che era un giudizio critico di Franco Cortini su Pasolini, che Pasolini accettava peraltro, e cioè la possibilità di leggere Pasolini, l’opera di Pasolini secondo la figura retorica della sineciosi o dell’ossimoro. L’ossimoro sapete è una figura retorica in cui due contrari sono unificati all’interno di una stessa formula, come per esempio quando si dice un morto vivente. Questo è un ossimoro e un po’ tutto Pasolini è un ossimoro. Io credo che questo lo si veda bene proprio attraverso la tesi di Tricomi del sadomasochismo, no? Questo rapporto che Pasolini ha con la tradizione letteraria, con il potere, con la sessualità anche che è un rapporto di contraddizione perenne in cui non si arriva mai ad una sintesi, quindi ad una conciliazione degli opposti, ma al contrario si ha una configurazione in cui gli opposti sono presenti e si scontrano continuamente. Quindi non una soluzione del conflitto, ma un conflitto esibito in maniera costante. Allora questa cosa, questa dimensione per esempio della accettazione rifiuto di una tradizione letteraria, questo è secondo me visibilissimo se vediamo ad esempio la svolta che appunto conduce Pasolini dalle prime prove che si possono in qualche modo, sia pure con una certa approssimazione, considerare neorealistiche o almeno realistiche fino poi alla diciamo sperimentazione piuttosto forsennata degli anni ’70, questo si vede per esempio in un libro come “Petrolio”, beh questa dimensione di accettazione e rifiuto di una tradizione letterariami sembra una cosa che viene esibita continuamente.

Ma l’idea che io ho e che è in qualche modo una sorta corollario della tesi di Tricomi è che il lettore stesso debba mettersi in una condizione di ossimoro quando si avvicina ad un’opera come quella di Pasolini. Cioè la dimensione dell’accettazione e del rifiuto devono convincere, altrimenti non si coglie veramente il punto. Devo dire anche che questa cosa può procurare, come dire, degli sbalzi di umore nella lettura di Pasolini. Io li ho sentiti molto, molto fortemente anche Perché così per età anagrafica faccio parte proprio di quella generazione di giovani nevrotici, pallidi, forse anche brutti che lui aveva così fortemente criticato. Quindi la dimensione del rifiuto era sicuramente prevalente quando ero un ragazzo e anche veniva fuori in maniera molto forte quando vedevo un suo film ecc.

….24….

un recupero per una nuova riproposizione

STORYTELLING (digital) e METANARRAZIONE – proseguendo il lavoro in TRAMEDIQUARTIERE


Scrivevamo l’altro giorno: “Stamattina piove. Le prime gocce tamburellando sulle tettoie mi hanno svegliato: che ore sono? Dieci alle sette; tra qualche minuto anche il telefono sussulterà, vibrerà e poi suonerà. Decido di staccare la “sveglia”, non ne ho più bisogno e non voglio disturbare gli altri che continuano tranquillamente a dormire; mi alzo e vado in cucina a prepararmi il solito caffè. C’è meno luce del solito. Eppure siamo già al 15 di maggio. Con la tazzina di caffè fumante vado davanti all’ampia vetrage del salone attraverso la quale osservo la vasta pianura che va verso il mare, al di là delle colline pistoiesi che nascondono la piana di Montecatini e tutto il resto verso occidente. Le nuvole sono basse e continua a piovere. Ieri mattina a quest’ora la luce era così intensa e sono riuscito a fare una serie di buone riprese ed ottime foto.
Meno male, mi dico e continuo a dirlo mentre accedo al balcone esterno che guarda verso il Montalbano e si affaccia sul giardino e sulla vecchia Pieve. Sul balcone i fiori di cactus che ieri mattina erano aperti e turgidi si sono afflosciati, altri ne stanno nascendo e quando saranno pronti, come sempre faccio, li fotograferò. I colori della natura tendono in prevalenza al grigio, grigio-verdi, e la pioggia copre con il suo cadere a tratti i suoni ed i rumori della vita della gente che va a lavorare: è ancora presto per il “traffico” scolastico che tra poco si materializzerà. E continuo a pensare tra me e me: “Meno male che ieri mattina sono riuscito a fare le foto e le riprese di cui oggi avrò bisogno. Stamattina sarebbero state così cupe!”.
Da martedì insieme a pochi altri seguo un corso intensivo di soli quattro giorni: lavoriamo su “temi e storia” di questo territorio. Siamo a Prato. Quartiere San Paolo, periferia Ovest della città post-industriale. E’ piacevole ed interessante, forse anche utile. Siamo soltanto in sei suddivisi equamente quanto a genere ed età anagrafica. Il primo appuntamento è in una delle scuole della città appena alla periferia del nostro territorio. Mi sono presentato come uno scolaretto per l’appello del primo giorno. Molte le facce a me già note: in definitiva ad occuparci di Cultura ci si conosce. Sento subito che ci divertiremo, insieme. Handicap assoluto è la mia profonda impreparazione linguistica con l’inglese. La docente anche se in possesso di un curriculum internazionale di primissimo livello dal suo canto non capisce un’acca della nostra lingua: e questo mi consola ma non giustifica entrambi. C’è grande attenzione in tutti ma il più indisciplinato è colui che dovrebbe , per età soprattutto e per la professione che ha svolto, essere da esempio, cioè io. Mi distraggo, chiacchiero, insomma disturbo come un giovane allievo disabituato alla disciplina. L’americana mi guarda con severità e con quel solo sguardo impone il silenzio. Ciascuno viene chiamato poi a confessare in una sorta di autoanalisi, della quale non parlerò, le origini del proprio nome e della propria storia familiare. Io scherzo sul significato del mio cognome che richiama atmosfere donchisciottesche e sulle attività “carpentieristiche e marinare” di mio nonno paterno.

L’americana detta poi compiti e tempi. A ciascuno la sua storia. Non ne parlerò per rispettare la consegna del “silenzio” anche se qualche indicazione emergerà dal “racconto”. Discutiamo, scambiandoci idee ed opinioni, poi scriviamo. Amo la sintesi: lo so che voi (che leggete) non lo direste, che non siete d’accordo. Molti dicono che sono un “grafomane”. Ma io, in effetti, scrivo molto ma poi taglio: scorcio e taglio.

E così andiamo avanti fino ad ora di pranzo: non tutti però sono pronti e quindi si ripartirà  più tardi per il confronto finale, dopo pranzo.

La scrittura deve essere sintetica (e dagli con questa “sintesi”!) e sincopata per poter poi più agevolmente trasformarsi in uno story board dove le parole e le immagini si mescolino. Mentre le parole sono lì già pronte sul foglio di carta la docente ci invita a reperire quante più immagini possibili da poter collegare.

Dopo il pranzo infatti ciascuno di noi lavora per costituire il proprio esclusivo “database” da cui attingere poi foto e riprese in video da utilizzare.

Dalla prima scrittura a questo punto si passa ad una rielaborazione ad uso di traccia sonora parlata da ciascuno di noi. Dovremo essere noi a leggerla domattina, mercoledì 13 maggio, registrandola su una traccia audio che poi entrerà a far parte del nostro personale bottino.

Si ritorna a casa, però, con un compito da svolgere: cercare una musica da utilizzare, adattandola alle immagini. E’ una delle operazioni che mi coinvolgono a pieno;  il suono musicale deve appartenere alle immagini con il ritmo che acquistano nel mio pensiero; i movimenti delle persone e degli oggetti devono corrispondere nel miglior modo possibile alle note all’interno della loro composizione; devono viaggiare all’unisono come corpi in un amplesso erotico. Ne sono stato sempre convinto: ascoltare musica genera orgasmi mentali.

“La bellezza espressa da un artista non può risvegliarci un’emozione cinetica o una sensazione puramente fisica. Essa risveglia o dovrebbe risvegliare, produce o dovrebbe produrre, una stasi estetica, una pietà o un terrore ideali, una stasi protratta e finalmente dissolta da quello ch’io chiamo il ritmo della bellezza…..Il ritmo….è il primo rapporto estetico formale tra le varie parti di un tutto estetico oppure di un tutto estetico colle sue parti o con una sola oppure di una qualunque delle parti col tutto estetico al quale questa appartiene”

(da “Dedalus” di James Joyce trad.ne di Cesare Pavese, Frassinelli editore pag. 251)

CINEMA parte 28

Un altro film importante del 1945 fu “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock, interpretato da Ingrid Bergman, che venne scelta per il ruolo di una dottoressa che lavora in una clinica psichiatrica. I temi trattati sono stati caratteristici della filmografia del regista, che si volle avvalere anche dell’arte visionaria di uno dei più straordinari interpreti del Surrealismo, Salvador Dalì, che disegnò alcune delle sequenze oniriche che dovevano rappresentare gli incubi dell’altro protagonista, interpretato da Gregory Peck. La presenza dell’artista spagnolo, che si ispirò ad opere precedenti da lui stesso realizzate non fu ben accolta dal produttore David O. Selznick che tra l’altro riteneva di essere in possesso di ottime conoscenze nell’ambito della psicanalisi e pretese di inserire la sua personale psichiatra come consulente del film. Il film ottenne un grande successo, anche se alcune delle sequenze ideate da Dalì, una delle quali abbastanza importante e significativa, non vi entrarono a far parte.

Rimanendo negli Stati Uniti e nello stesso anno, il 1945, ma con uno sguardo tipicamente europeo troviamo il miglior film dell’ avventura americana di uno dei più grandi autori del Cinema, di cui abbiamo già trattato in altri blocchi, Jean Renoir, che, come altri registi, era espatriato alle prime avvisaglie belliche naziste. Diversamente da Renè Clair (di cui tratteremo più avanti in questo stesso blocco), forse per un carattere meno incline a soddisfare i gusti del pubblico statunitense, faticò non poco a farsi strada, anche se “L’uomo del Sud” è stato riconosciuto dalla critica come una delle più importanti sue opere. Sempre attento alle problematiche dell’esistenza umana, egli nel film riesce ad interpretare, attraverso le vicende di una famiglia tipicamente americana che per riuscire a recuperare la propria dignità, non esita a confrontarsi anche se a mani nude con gli elementi avversi della natura. Come si addice allo stile americano, anche in questo caso, l’orizzonte è promettente anche se la quotidianità è precaria.

Sempre nello stesso anno, l’altro grande cineasta francese, René Clair, realizza un film che ancora oggi è presente nei palinsesti delle televisioni nostrane. Egli aveva già ottenuto alcuni successi, inserendosi nel filone della “commedia fantastica”, e si accostò con questa sua predilezione anche al testo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani”, riuscendo ad inserirvi con buon esito il suo particolare umorismo nero, anche se non riuscì completamente a convincere il pubblico francese, che lo accolse tiepidamente.

Saltando all’anno successivo, il 1946, ritorniamo a parlare della produzione del grande maestro Alfred Hitchcock, che in quest’anno realizza uno dei suoi più acclamati capolavori, “Notorious”. Il film è sia un Thriller psicologico che un classico film sentimentale. Interpretato da due ormai consacrati mostri sacri, come Cary Grant e Ingrid Bergman che contribuiscono a creare il mix giusto per la buona riuscita del prodotto. L’attrice svedese naturalizzata ormai statunitense da alcuni anni aveva già ottenuto grande successo con film come “Casablanca” e “Per chi suona la campana” ed era stata confermata, dopo il successo di “Io ti salverò” come attrice preferita da Hitch. Grant era già ai vertici della notorietà avendo partecipato come protagonista a film diretti da grandi registi come Hawks, Cukor e Frank Capra, oltre che con lo stesso Hitchcock, con cui aveva girato nel 1941 “Il sospetto”.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 23 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 23

Prosegue (e si conclude) l’intervento del Professor Antonio Costa – Docente all’Università di Venezia in storia e critica del cinema

Quindi in questo documentario non c’è nessuna parola mia, ma tutto quello che sentirete, tutte le parole che sentirete sono parole di Pasolini e riguardano cosa? Riguardano questa passione figurativa che riguarda tutta l’opera di Pasolini, quella che Pasolini appunto chiama e lo dedica a Roberto Longhi che c’è all’inizio di “Mamma Roma”, Roberto Longhi al quale io devo la mia (parola non comprensibile) figurativa. Quindi, come dire, una passione per l’immagine è il tema che riguarda appunto questo documentario che parte da una recensione che Pasolini scrive nel 1973 all’edizione ne “I Meridiani” degli scritti di Roberto Longhi. In questa recensione ha questo volume, quindi un critico d’arte, un grande critico d’arte che entra nella collana dei classici, più classica che c’è nella nostra editoria, curata questa raccolta di scritti da Gianfranco Contini. E Pasolini, scrivendo questa recensione, rende omaggio a quelli che considera i suoi due maestri: Contini, che è stato uno dei primi critici che si è occupato delle sue poesie in friulano, e Longhi Perché in una auletta appartata di Via Zamboni, mostrando diapositive ovviamente rigorosamente in bianco e nero, della pittura di Masaccio e di Masolino, gli ha dato una prima idea, una prima come dire intuizione di cosa poteva essere il cinema, che cosa poteva essere il montaggio e dice: la mia passione figurativa, anche la mia passione cinematografica non deriva dal cinema, ma deriva da questa esperienza.

Quindi è una pagina che è anche autobiografica degli anni appunto della formazione, della formazione universitaria di Pasolini. E partendo da lì con delle citazioni poetiche o con brani per esempio da un romanzo come “Amato mio” nel quale c’è una delle più belle descrizioni, che la letteratura ci abbia mai dato, di una sala cinematografica. Una sala cinematografica ovviamente neorealista a Caorle dove Pier Paolo facendo queste gite da Casaccia a Caorle di domenica, si fermavano poi fino a sera tarda a vedere questi film all’aperto ed uno di questi film appunto è un film con Rita Heiworth dove lei canta Amato mio. Ecco quindi c’è la descrizione di questa visione cinematografica. Oltre a questo, ad esempio, c’è un passo poetico di un film che Pasolini ha fatto insieme a Guareschi e che poi ha studiato, un film che si chiama “La rabbia” in cui c’era una descrizione della storia d’Italia, della storia d’Italia del dopoguerra fatta da un intellettuale di Destra e da un intellettuale di Sinistra. Ad esempio da questo film abbiamo preso il passo che è letto da Giorgio Bassani dedicato a Marilyn Monroe.

Quindi abbiamo, come dire, un percorso che riguarda tutti gli aspetti della passione per l’immagine di Pasolini. Una passione di natura essenzialmente manieristica che nel momento in cui Pasolini, l’essenza forse del manierismo è proprio questa di accompagnare come dire la relazione con un determinato oggetto, una possibile configurazione storica, con il suo commento cioè fare assieme un’opera che è riflessione e nello stesso tempo (parola non comprensibile). Ecco questo, appunto, si è cercato di mostrare in questo documentario. Documentario che finisce un po’ bruscamente senza trattare un ultimo capitolo, che sarebbe stato importante, sarebbe stato quello “Salò Shaad” e quello dello sfregio all’opera poetica precedente. In omaggio al principio perfettamente enunciato da Fellini: “quand’è che un film finisce?” E il grande maestro disse: “un film finisce quando sono finiti i soldi.”

E anche noi avevamo finito i soldi e quindi manca l’ultimo capitolo, però non è male Perché così il documentario finisce con questa stupenda frase che pronuncia il pittore giottesco, interpretato da Pasolini stesso, nel finale di “Decameron” dove dice: “Perché realizzare l’opera quando è così bello sognarla suonando”.

Naturalmente poi sono a disposizione di critiche, lanci di pomodori ed eventuali domande. >>

POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE parte 6 – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti (e questa è “Il saluto del curatore” della X edizione, del 2010)

POESIA SOSTANTIVO FEMMINILE parte 6 – 2022 – un recupero dei testi di presentazione, introduzioni e Saluti (e questa è “Il saluto del curatore” della X edizione, del 2010)

Il saluto del curatore

Questa è la decima Edizione di un’iniziativa nata nel 2001 in modo del tutto improvviso e casuale per motivi che io stesso ho spiegato nell’introdurre la seconda Edizione.

Quest’anno intendo ringraziare in maniera particolare la Circoscrizione Est degli anni 1999/2009 per la capacità che ebbero Presidenti (Fulvia Bendotti e Anna Maria Berti) ed Esecutivi attenti alle tematiche culturali e sensibili nei confronti di iniziative come queste che mettono insieme la Poesia e le Donne all’interno di un contenitore di qualità, ottenuto attraverso la compartecipazione di tante persone (donne ed uomini) animate da una straordinaria sensibilità creativa e da una passione forte per la parola poetica.

Ma intendo allo stesso tempo ringraziare l’attuale Circoscrizione (n. d. trascrittore: nel 2009 Prato vide per la prima volta nella sua storia la vittoria della coalizione di Centrodestra e tre Circoscrizioni, tra le quali quella Est, furono amministrate da quella parte politica) che, con la scelta di non mantenere più nella propria programmazione culturale questa iniziativa mi (e ci) ha concesso l’opportunità di assumerla fra gli obiettivi politici e culturali di una parte importante del governo di questo territorio e di questa città; ed allo stesso tempo involontariamente ne ha decretata la continuità e lo sviluppo verso esiti che neanche io avevo pensato di poter raggiungere.

Infatti in questa Edizione, come avete potuto direttamente già comprendere, “Poesia Sostantivo Femminile”, utilizzando strumenti telematici di nuovissima generazione – quale Facebook – e mezzi consueti – cellulari, sms e mail -, ha potuto ricevere il contributo culturale di tante poetesse e poeti di altre città ed anche da altri Stati. Questa Edizione – la decima – è caratterizzata dalla forma austera necessitata dalla nostra caparbietà nel volerla a tutti i costi realizzare nel miglior modo possibile senza fondi pubblici. E’, anche questa, la riprova che il rapporto fra costi e benefici da un punto di vista culturale è tutto a favore dei secondi rispetto ai primi.

Un ringraziamento speciale a tutte le donne ed a tutti gli uomini che, partecipando, rendono possibile questa manifestazione ed a quelle/i che – da amministratrici ed amministratori – credono ancora in essa.

Ringrazio infine l’Amministrazione Provinciale di Prato che, attraverso l’Assessore alle Pari Opportunità, Loredana Ferrara, ha voluto. dimostrando grande attenzione e altrettanta sensibilità , concedere – oltre al patrocinio – l’uso degli spazi istituzionali per la serata dell’8 marzo del 2010.

Il curatore dell’iniziativa – presidente dell’Associazione Dicearchia 2008

prof. Giuseppe Maddaluno

GLI INTELLETTUALI E SANREMO 2022(SAN REMO TUTTO ATTACCATO PER INDICARE IL FESTIVAL) dopo il recupero di due post del 2020

GLI INTELLETTUALI E SANREMO 2022(SAN REMO TUTTO ATTACCATO PER INDICARE IL FESTIVAL) dopo il recupero di due post del 2020 – parte 1

Sono sempre più convinto che trascorrere circa 5 ore per cinque giorni (farebbero 25 ore) davanti allo schermo televisivo per seguire le evoluzioni del Festival di Sanremo sia una straordinaria perdita di tempo per chiunque abbia un minimo di buon senso; ma non ho alcuna intenzione di offendere. Forse in qualche minima parte le invidio, quelle persone, in quanto a tutta evidenza non hanno altro di meglio o più utile e necessario da fare. Ho ripreso l’altro ieri un post di due anni fa, proprio per aiutare la mia memoria: nel 2020 il Festival si è svolto proprio mentre in Italia apparivano i primi casi di Covid. Il popolo italiano era ancora inconsapevole dell’immane tragedia che di lì a poco avrebbe travolto il mondo intero.

Lo scorso anno eravamo ancora in piena pandemia ed era appena stata avviata la campagna di vaccinazione. Era in vigore ancora il divieto di partecipare ad eventi culturali e il Festival si è svolto in modo spartano senza pubblico in sala ma con le stesse identiche modalità del varietà, le stesse lungaggini, la stessa vacuità, intervallata con rari interventi memorabili. Ragion per cui ho ancora una volta scelto di utilizzare la modalità Replay cui Rayplay ci consente di accedere. E anche quest’anno sto utilizzando lo stesso meccanismo. Devo tuttavia aggiungere che, quest’anno, un po’ come nel 2020,  ci sono ricascato con la stessa identica reazione comune                                                                                                                                         (riporto nel virgolettato quello che ho scritto nel primo dei due post scritti da me e riproposti insieme l’altro giorno)                                                                                                                                                                                                    “E così accade che, in un momento di sconforto dico a me stesso, l’ultima sera, ed a mia moglie: “Dai, guardiamo com’è!”. Dopo tre esibizioni le palpebre tendono a chiudersi pesantemente.”

Con grande probabilità una delle responsabilità è da addebitare ad un imperfetto funzionamento dei microfoni di sala, inadatti soprattutto per le canzoni più moderne, che rappresentano infatti la maggioranza, oppure c’è  l’età che avanza ed il malfunzionamento dell’udito di un settantenne che rifiuta di recarsi ad un controllo, pur gratuito, dell’udito; o ancora l’incapacità di comprendere le novità musicali che non tengono più conto del gradimento di una popolazione che invecchia. A tale proposito, anche se potrà apparire una digressione, mi ritornano in mente i commenti delle mie nonne e delle vecchie zie di campagna di fronte ai prmi “urlatori” e capelloni nostrani che partecipavano ai Festival tra la fine degli Anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta. In quel periodo però eravamo tutti attratti dai nuovi mezzi di comunicazione; lo schermo televisivo era esclusiva di qualche bar e di qualche famiglia fortunata, che ospitava nugoli di giovani e meno giovani negli appuntamenti canonici come il Festival (mitici furono in modo particolare “Lascia o raddoppia” e “Il Musichiere”).

Se considero una perdita di tempo seguire le 25 ore del Festival, non per questo – come ho in qualche modo accennato prima – non sono attratto dalle performance di comici intellettuali e artisti che vi approdano. Negli intervalli di alcuni momenti impegnativi e seri della mia giornata smanetto su Raiplay e vado a cogliere gli estratti. Recupero anche qualche performance canora…..

I REGALI DI NATALE – p.4

I REGALI DI NATALE – p.4

Nella capitale dell’area flegrea ci sono vari altri luoghi dove si svolgono le attività mercantili. Pozzuoli deve essere stata sin dall’antichità un luogo in cui si svolgevano scambi di merci. Lo testimoniano i resti archeologici del “Macellum”, una sorta di ipermercato ante litteram, che si trova proprio davanti alla linea destra del porto e che ha subìto l’affronto antistorico di essere confuso con un “Tempio” solo per il fatto che negli scavi era stata ritrovata una statuina del dio greco egiziano Serapis. Da parte loro i geologi hanno utilizzato le residue colonne che caratterizzano l’ampiezza e l’altezza di questo sito per misurare i livelli del fenomeno bradisismico, cui è sottoposta la terra flegrea. Tra il Serapeo e il mare al di là di una strada sempre molto trafficata c’è uno spazio sul quale si svolge il mercato dell’usato e delle mercerie varie. Oggi ci sono pochi banchi; quasi certamente la crisi pandemica ha ridotto il livello di scambio e in un giorno prefestivo come questo, unico nel corso dell’anno, c’è più attenzione verso i prodotti tipici alimentari. Dopo un rapido sguardo decidiamo di andare verso quello che ricordiamo essere il mercato ittico – sia quello all’ingrosso che si svolge di prima mattina prima dell’alba che a dettaglio – e quello poi della frutta e verdura al dettaglio (gestito da commercianti) e ci sorprendiamo nel notare uno scarso afflusso. Ci accorgiamo che non c’è più alcun banco e alcuni addetti ai parcheggi, che per sostenere il commercio sono stati resi liberi dall’Amministrazione comunale nel limite di due ore, ci avvertono che i banchi si sono spostati tutti poco più sopra, dove c’è il mercato coperto. In realtà qualche anno prima si erano insediati lì ma poi, se ben ricordo, erano ritornati verso la linea del mare. Ci avvertono però che il mercato è chiuso; c’è stato per tutto ieri fino a notte fonda. Ora tutti stanno nelle loro case a preparare il cenone. Ecco perché – ci diciamo Mary ed io – non c’era tanto movimento.

E così superata la villa Comunale, che è da sempre molto ridotta e non ha molto a che vedere con quelle che si chiamano allo stesso modo ma hanno la fortuna di esistere in altri luoghi, ci inoltriamo attraverso le stradine che portano verso la piazza della Repubblica. Attraversiamo quello che i puteolani hanno chiamato con una certa esagerazione – alla pari con il concetto di “Villa” – “Canal Grande”, ‘o Cannalone” memori del fatto che a causa dei fenomeni bradisismici il mare fino ai primi anni del secolo scorso lo percorreva, costringendo gli abitanti ad utilizzare passerelle simili a quelle che a Venezia adoperano quando c’è l’acqua alta. Ve ne è una testimonianza nel film “Assunta Spina” (tratto dal dramma scritto da Salvatore Di Giacono) di Gustavo Serena e di Francesca Bertini, che ricopre anche il ruolo della protagonista (la potete vedere dal minuto 6 e 40″ del film che vi inserisco in coda a questo blocco).

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