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12 giugno – L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – INTRO

L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – intro

Questi “post” sono a corollario di una ipotesi: è molto importante sentire quel che pensa un “osservatore esterno” e prendere in considerazione il suo giudizio – l’idea che ho è che io sia stato uno “straniero”; poi sono diventato funzionale ad un “sistema”; oggi mi sento ancora una volta uno “straniero” – quel che è scritto in questa “intro” è solo davvero un preambolo

intro

Quando arrivi in un posto da lontano, sia questo Bergamo, Feltre o Prato, per starci in quel momento tu credi per sempre, ti nutri di tutti gli aspetti nuovi o diversi, reali o apparenti non importa; ma il tuo sguardo ancor più se sei giovane ed in attesa del “tuo” futuro è scevro da qualsiasi sovrastruttura che si sia già stabilizzata ed hai una grande libertà di giudizio, essendo libero da condizionamenti resi già stretti da più o meno lunghi rapporti e possedendo alla fine dei conti una certa fiducia nelle tue qualità. Alcuni appunti sulla mia presenza all’inizio e poi sulla mia permanenza, breve, meno breve e poi lunga, nell’ordine sopra segnato (Bergamo, Feltre e Prato), li ho conservati. Sono trascritti a mano e si perdono  tra le migliaia di fogli che conservo in luoghi reconditi ed inaccessibili, non solo della memoria che difetta man mano nel corso del procedere degli anni, ma realmente in casse, faldoni, cassetti, ripostigli, soffitte, garage (a tale proposito non riesco ad accedere per mancanza di spazio nel garage di Pozzuoli ed in una parte del garage di Prato).

In questi anni una parte di questi “fogliacci” li ho salvati e pubblicati su questo Blog. In tutti questi anni di permanenza a Prato era abbastanza normale pensare che tra il 1982 ed il 1985 possa essere stato “straniero” con gli occhi aperti sulla “nuova” realtà. Venivo da Feltre, una piccola città, molto importante per me e per la mia famiglia; ma lì sapevo che la mia “estraneità” sarebbe durata per tutto il tempo, anche se ho lasciato molti segnali tra la pratica sindacale e quella politica, sempre contornata da esperienze culturali. Arrivando a Prato portavo con me nella bisaccia una serie di progetti realizzati e tanti da poter realizzare. Era la cultura cinematografica, quella che mi sospingeva, vissuta insieme ad un piccolo gruppo di amici e compagni; e a Prato c’era già in essere il progetto di riconversione degli spazi politici ed associativi di via Frascati; in via Pomeria c’era la sede dell’ARCI (là dove fino a poco tempo fa c’era l’ex caserma dei carabinieri ed ora c’è un complesso residenziale) ed io cominciai a frequentare quegli spazi. Politicamente ero nel PCI, a Feltre avevo cominciato anche ad imparare a fare le campagne elettorali su per le montagne e la diffusione dell’ Unità nelle frazioni più piccole e remote fatta da “stranieri” funzionava alla grande: c’era passione e con essa emergeva la nostra genuinità. A Prato dove la “forza lavoro” di questo settore – intendo la propaganda politica – era sicuramente più numerosa, pur mantenendo l’adesione al Partito Comunista, per un po’ di tempo, tra il 1982 ed il 1992, ho lavorato esclusivamente nel settore della cultura cinematografica ARCI – UCCA a livello regionale, oltretutto. E per l’appunto, in quella prima fase, avendo assunto ruoli dirigenziali, ho messo a frutto alcune impressioni sulla realtà con la quale ero chiamato a confrontarmi, “straniero” tra – per me – “stranieri”.

10 GIUGNO – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) per la 5 vedi 11 maggio

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Resta comunque da aggiungere che in una futura realizzazione occorrerà tener bene presente questo aspetto per evitare che si perda tutto il lavoro di preparazione e di allestimento per una difficoltà che può essere affrontata e superata. Clair ci ha fatto sorridere, e sentir dire che non piace ai cinefili ed ai critici ( la storia è vecchia e si rifà agli Anni Cinquanta) non ha convinto i nostri spettatori, che forse non sono né cinefili né critici (a loro merito, si intenda!). Vedere “A me la libertà”, avendo negli occhi il ricordo più noto, anche se posteriore, di “Tempi moderni”, ha iniettato nelle vene una carica di ottimismo, pur se, considerando la nostra realtà, con le acute difficoltà che attraversa il mondo e il lavoro, a molti di noi ha fatto masticare un po’ d’amaro; ma la libertà è sempre bella!

E così gli spettatori, richiedendo “Le Million”, si sono voluti confondere tra coloro che rincorrono con la fantasia i loro sogni, le loro chimere, che hanno ansia di risollevarsi dalla quotidianità misera. Questo tipico esempio di film clairiano basato sulla struttura circolare di corsa-inseguimento ha anche una ulteriore valenza per conoscere quelli che furono i problemi creati dall’avvento della “nuova” tecnica del sonoro, cui Clair, dopo un iniziale rifiuto, non intende rinunciare del tutto a questa novità. Egli vi aderisce (anche se quando gira “Le Million” ha già girato un altro film “sonoro: “Sous les toits de Paris”), sfruttandone a pieno le potenzialità, pur limitando il dialogo all’essenziale.

Su Renoir si parlerà altrove più a lungo. I film visti (a parte ” La Bête humaine” – L’angelo del male che ha avuto qualche problema per essere compreso) sono bastati al pubblico per rendersi conto dell’impegno realistico e sociale di questo grande maestro e della sua incomparabile arte. Di lui si parla come del padre del “realismo poetico”: di certo non può bastare la sola parola “realismo” per contrassegnare il cinema di Jean Renoir. Il suo modo di rappresentare la vita non si ferma ad un arido mero documentarismo ma approfondisce i sentimenti e gli ideali degli uomini, cogliendo, anche lui come Clair, quell’ansia di elevazione dalla realtà umana colma di angustie e di insoddisfazioni, affidandosi all’immaginazione ed al sogno.

6 giugno – INFER(N)I – Inferni – non solo Dante – Il sogno di Scipione di Marco Tullio Cicerone

Ouverture da “Il sogno di Scipione” Mozart

Tra i tanti testi che affrontano il tema dell’aldilà utilizzando l’escamotage di un “sogno” vi è questo racconto di Cicerone che all’interno di un testo più ampio ci presenta in funzione profetica la Storia delle future imprese di Scipione Emiliano, a lui annunciata in “sogno” dal nonno adottivo Scipione l’Africano. Nel testo che segue che ha una funzione didattica educativa di tipo filosofica troviamo una profonda lezione di etica intesa a valorizzare l’esistenza umana alla quale si impone grande rispetto. Allo stesso tempo vi è la descrizione di questo luogo celeste annunciandogli che gli dei riserveranno a lui, come a tutti gli altri uomini virtuosi l’immortalità dell’anima ospitata in eterno nella Via Lattea: quindi non un luogo oscuro come gli Inferi ma una sede luminosa celeste.

Va proprio in questo caso tenuto presente che agli Inferi (luogo buio nelle viscere della terra, Ade per i Greci – Averno per i Romani) non vi sono distinzioni dal punto di vista del “merito” conseguito in vita. Tutto appare come una destinazione “comune” con la differenza che si tratta sempre di uomini (o donne, ma poche) celebri.

Il testo è tradotto da Fabio Stok


Da parte mia, non appena mi fu possibile soffocare le lacrime e riacquistare l’uso della parola, dissi: «Ti prego, o padre ottimo e veneratissimo, visto che questa è la vera vita, come ho appreso dall’Africano , a che pro rimango sulla Terra? Non è meglio che mi affretti a venire in questo luogo, fra voi? ». «Questo non è il modo – rispose lui –. Non è infatti possibile che ti venga aperto l’accesso a questo luogo, se a liberarti dalla prigionia del corpo non è quel dio di cui tutto ciò che qui vedi è il tempio . Gli uomini, infatti, sono procreati con il compito di custodire quella sfera che vedi al centro di questo tempio, e che è denominata Terra, ed è loro assegnata un’anima derivata da quei fuochi eterni che voi chiamate astri e stelle. Questi fuochi, sotto forma di masse sferiche, percorrono con velocità stupefacente, animati da intelligenze divine, proprie orbite circolari. È per questo, o Publio, che tu e tutti gli uomini devoti dovete custodire l’anima in quella prigione che è il corpo, e non potete lasciare la vita umana se non per ordine di colui che vi ha consegnato l’anima ; diversamente voi sembrereste tradire il compito umano che vi è stato assegnato dal dio. Quindi tu, Scipione, pratica la giustizia e il dovere della pietà, che se è importante nei rapporti con i genitori e con i familiari, è importantissimo nei confronti della patria, e segui così l’esempio di tuo nonno, qui presente, e di me stesso, che sono quello che ti ha generato. Questo tipo di vita costituisce la via che porta verso il cielo e verso questa confraternita di uomini che sono già vissuti e che ora, liberatisi del, corpo vivono in questo luogo che tu stai vedendo (e infatti era un cerchio luminoso, di uno splendore abbagliante, in mezzo ai fuochi astrali) e che voi chiamate, come avete appreso dai Greci, Via Lattea» .

Da quel luogo potevo osservare tutto il resto, che mi appariva di mirabile lucentezza. C’erano infatti stelle che non abbiamo mai visto da qui, ed esse erano tutte così grandi che noi non lo sospettiamo neppure; fra gli astri, il più piccolo era quello che sta più lontano dal cielo e più vicino alla Terra, e che brilla di luce altrui. Le stelle, poi, erano corpi celesti assai più grandi della Terra, e questa mi apparve anzi così piccola che mi venne una stretta al cuore nel vedere che il nostro impero non occupa che un piccolo punto di essa. Continuando io ad osservarla con sempre maggiore interesse, l’Africano intervenne: «Ti prego, quanto ancora la tua mente continuerà a rivolgere lo sguardo verso terra? Non vedi in quali templi sei entrato? Hai qui nove cerchi, o meglio sfere, tutte connesse fra loro, delle quali una è quella del cielo, la più esterna, che contiene tutte le altre; essa è lo stesso dio supremo, che comprende e tiene insieme tutto il resto. In essa sono fissate le orbite eterne percorse dalle stelle in rotazione; ad essa sono sottoposte le sette sfere che ruotano all’indietro, in senso contrario a quello del cielo. Di queste sfere, una è quella occupata dall’astro che sulla Terra chiamano con il nome di Saturno. Quindi viene quello folgorante che prende il nome da Giove e che agli uomini porta prosperità e salute. Poi c’è quello rosso e rovinoso per la Terra, a cui date il nome di Marte. Viene poi la regione all’incirca intermedia, più sotto, che è occupata dal Sole, guida, principe e reggitore degli altri astri, anima del mondo e suo equilibratore; esso è tanto grande da arrivare con i suoi raggi dappertutto. Gli fanno seguito l’orbita di Venere e quella di Mercurio, mentre nella sfera più bassa ruota la Luna, che ha luce dai raggi del Sole. Al di sotto di essa non c’è più nulla che non sia mortale e caduco, con l’eccezione delle anime assegnate quali doni divini al genere umano; sopra la Luna, invece, ogni cosa è eterna. Infatti la nona sfera, quella centrale, cioè la Terra, non è dotata di movimento ed è la più bassa, e verso di essa cadono, per inclinazione naturale, tutti i gravi». Fui preso da meraviglia all’osservazione di tutte queste cose, e quando mi ripresi dallo stupore dissi: «Che cos’è? che musica è questa, così intensa e così piacevole, che riempie le mie orecchie?». Egli rispose: «È quella prodotta dall’energia che muove le sfere stesse, composta da note emesse ad intervalli ineguali, ma tuttavia distribuiti ciascuno sulla base di un rapporto razionale: ne deriva una precisa varietà di armonie, nelle quali i toni alti si mescolano a quelli gravi. Non sarebbe possibile, del resto, che movimenti così ampi si verifichino in silenzio, ed è la natura che fa sì che le sfere estreme producano le une suoni gravi, le altre suoni acuti. Per questa ragione il cerchio più alto del cielo, quello delle stelle, essendo il suo movimento più rapido, produce ruotando un suono alto e acuto; quello della Luna, invece, che è il più basso, emette il suono più grave; la nona sfera, cioè la Terra, resta infatti immobile ed è sempre ferma nella posizione che occupa, al centro dell’universo. Le altre otto sfere, invece, avendo due di esse la stessa tonalità, emettono sette diversi suoni, a diversi intervalli (è questo il numero che sta per così dire alla radice di tutte le cose). Uomini dotti, imitando questo meccanismo con gli strumenti a corda e con il canto, si garantirono così il ritorno in questo luogo, e come loro hanno fatto coloro che nella loro vita terrena affrontarono, grazie alle loro straordinarie capacità, argomenti divini. Le orecchie degli uomini, riempite da questo suono, sono diventate sorde, e nessuno dei sensi è in voi così debole come questo; così accade nella località chiamata Catadupa, dove il Nilo precipita da montagne assai alte: la popolazione di quella località, a causa del grande frastuono, ha perso il senso dell’udito. Anche il suono provocato dalla velocissima rotazione dell’intero mondo, è così forte che le orecchie degli uomini non sono in grado di ascoltarlo; analogamente non potete fissare direttamente il Sole perché il vostro senso della vista è vinto dai suoi raggi.

5 giugno – LE STORIE 2008/2009 e 2013/2014 – 1 (per intro vedi 7 maggio)

Già in altri post, in altri tempi dal giugno 2014 fino ad oggi, ho trattato temi politici “locali”. Alcuni documenti che qui riporterò potrebbero essere stati già da me pubblicati, ma sono utili allo scopo di chiarire,  soprattutto perchè siano di memoria alle generazioni attuali e quelle prossime per comprendere il “disagio” con il quale stiamo vivendo l’attuale crisi di rappresentanza. Come già esposto nell’Introduzione, la “Storia” di cui tratterò in questi prossimi post, utilizzando alcuni miei interventi ed un “carteggio” mail., riguarda due significativi episodi pratesi avvenuti tra il 2008 ed il 2009 e tra il 2013 ed il 2014. Nel primo blocco ci trovavamo verso la conclusione della legislatura 2004-2009, quella che aveva visto Sindaco della città Marco Romagnoli. C’è anche, tra questi documenti, la mia esperienza come Presidente della Commissione Scuola e Cultura nella Circoscrizione Est e come coordinatore delle Commissioni che si occupavano degli stessi ambiti nelle altre quattro Circoscrizioni. Per la cronaca storica, tutti e cinque i Parlamentini circoscrizionali (dal Centro ci si irradiava con l’Est, il Sud, l’Ovest ed il Nord) erano omogenei alla maggioranza che amministrava il Comune.  Per lungo tempo, soprattutto all’Est ed in parte al Centro, il Centrosinistra aveva faticato a conquistare la maggioranza, e questo scenario si era mantenuto, garantendo una certa continuità di visione. In quel periodo, così come Marco Romagnoli per quel che riguarda la sua carica politico amministrativa, anche io mi avviavo alla conclusione della mia esperienza. Era, nel frattempo, nato il Partito Democratico ed io, insieme ad un gruppo caratterizzato da un reciproco rispetto e condivisione, avevo costruito un percorso parallelo ai Democratici di Sinistra ed alla Margherita, costituendo il Comitato di Prato per il Partito Democratico. Le vicende relative a quell’impegno le ho narrate in altri post. Erano in modo oggi lampante foriere delle difficoltà in cui ancor oggi si dibatte il PD. Ed anche quel che avvenne tra il 2008 ed il 2009 ne porta il segno. Consapevole di una parte delle difficoltà già emerse nella fase costituente del Partito Democratico e per il fatto stesso che avrei avuto maggiori difficoltà ad esprimere il mio pensiero in mancanza di una “carica” istituzionale, una volta lasciata la Circoscrizione, avevo fondato un’Associazione di tipo politico culturale. “Dicearchia 2008” aveva molteplici significati: innanzitutto mi collegava alla città nella quale sono nato, Pozzuoli; poi conteneva nella traduzione dal greco, Δικαιάρχεια, due elementi: la “giustizia” del “governo”, un giusto governo, quello che si erano prefissi di conquistare alcuni profughi di Samo, sfuggiti alla tirannide di Policrate e giunti sulle coste campane, in quel tempo (531 a.C.)  dominate da Cuma. Ci si preparava alla “resilienza”? Per i “samesi” profughi fu l’inizio di una grande Storia; molto meno per chi, come me, ha cercato – pur con qualche timidezza, incertezza, forse titubanza o senso pratico – di ricavarsi un ruolo pur marginale in questo tempo.

In realtà avevo anche proposto nel maggio del 2008 un mio specifico impegno di tipo più politico nell’area della Circoscrizione Est. Non mi sarebbe dispiaciuto ed a conti fatti avrebbe potuto anche creare condizioni utili ad evitare la debacle, o perlomeno a renderla meno grave di quanto non accadde.

Nel prossimo post riporterò il “documento” con il quale mi presentavo candidato al Coordinamento politico della Circoscrizione Est per il PD.

28 maggio – IN RICORDO Del “poeta” PIER PAOLO PASOLINI – parte 5 (per la parte 4 vedi 25 aprile)

Parla il Professor Maddaluno – Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est:

<< Devo dire ringrazio immediatamente subito l’Assessore Giugni della Provincia, precisando invece una cosa che evidentemente Paola si è dimenticata, ma anche l’iniziativa di novembre era una iniziativa collegiale. Io ringrazio. La visibilità è chiaro che ce l’ho in massima parte io rispetto agli altri Perché poi lo porto avanti, però rispetto a quello che tu dicevi in relazione ai tagli, noi, come Presidenti delle Commissioni Cultura delle Circoscrizioni, abbiamo evidenziato e dimostrato che si possono fare incontri, giornate di studio o addirittura iniziative come quelle di novembre utilizzando le risorse in maniera, non lo dico Perché l’ho fatto io, intelligente nel senso che cercare di fare le cose più belle possibili con le risorse disponibili e quindi con quello che riusciamo a mettere insieme. Voi vedete che in effetti c’è una collegialità di enti, associazioni ecc, che partecipano a questa iniziativa ciascuno con il proprio contributo. Ecco, quindi io ringrazio l’Assessore Paola Giugni delle sue parole, sono convinto che bisognerà continuare a fare, a mettere in piedi iniziative di questo genere. La prendo come una disponibilità per le prossime occasioni. Passo la parola all’Assessore alla Cultura del Comune di Prato, Professor Andrea Mazzoni. Grazie. >>

Parla il Professor Andrea Mazzoni – Assessore alla Cultura del Comune di Prato:

<< Grazie Giuseppe. Buongiorno a tutti. Anch’io mi unisco subito ai ringraziamenti al collega Maddaluno, collega per lo siamo di scuola, per l’impegno che ha profuso nell’organizzazione di questa intensa

serie di iniziative su Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla sua scomparsa. Spesso ci viene da domandarci se sia giusto utilizzare gli anniversari, i decennali, i ventennali e così via per ricordare, per riportare alla memoria, ogni tanto c’è qualcuno che su questo diciamo ci riflette in maniera critica, ma insomma io credo che, anche per dirla proprio con l’etimologia latina, il ricordo è comunque un ritornare al cuore. Le cose che ritornano al cuore e credo che ci siano sicuramente delle questioni, dei momenti, delle vicende, dei personaggi che è bene che ritornino al cuore. Quindi ben vengano anche diciamo le occasioni “rituali” degli anniversari per riportare al cuore e riandare in qualche modo al cuore delle cose.

Quindi un ringraziamento per tutto questo lavoro, questo impegno. Anch’io sono andato ieri sera a vedere un po’ per curiosità su questo sito di pagine, fra l’altro ho visto appunto quel lungo elenco di iniziative che hanno caratterizzato questi mesi pratesi, pensando un po’, parafrasando un po’ anche il titolo del lavoro di Bertolucci e Gifuni, il nostro è stato una specie di serpentone lunghissimo possiamo dire di iniziative, ma credo che sia stato utile importante averle fatte e anche continuare vedremo in che modo questo tipo di riflessione.

Una riflessione, che concordo anch’io con Maddaluno, che è bene che superi un po’ questo vezzo ozioso, diceva Giuseppe, di chiedersi che cosa avrebbe detto Pasolini. Però intanto è significativa che questa domanda venga fatta al di là della sua oziosità su cui concordo. Perché indubbiamente Pasolini era uno che le cose le diceva e questo tema della parola, del dover prendere posizione, credo che sia indubbiamente il lascito più importante, almeno uno dei lasciti più importanti di Pasolini. Quindi è vero che è ozioso, ma in qualche modo forse su Pasolini si giustifica di più Perché eravamo abituati, insomma io ero molto giovane avevo 18 anni quando Pasolini è morto, già noi che cominciava da tre quattro anni a seguire le vicende della politica del nostro paese ecc, a sentire nella voce di Pasolini un punto di riferimento, a chiedersi che cosa ha detto, che cosa ha scritto.

22 maggio – è trascorso già un mese

Un mese. E’ trascorso già un mese. Quella mattina svolgendo le mie attività abbastanza consuete (il caffè, l’accensione del pc, la cernita delle mie quisquilie sul Blog, l’apertura del social che frequento, Facebook) E sì, Facebook! Dove appaiono poi i post delle amiche e degli amici più assidui, quelli maggiormente presenti. Sono abbastanza attento e anche quella mattina ho immediatamente riscontrato un post, che dire “incredibile” per me è davvero solo un eufemismo. Una compagna ed amica di Pozzuoli annunciava un evento davvero pesante, ricordando che nei giorni precedenti ne aveva postati altri. Pina Lama quella mattina alle 7.20 aveva intitolato il suo post “Triste risveglio” e, poi, aveva scritto

Cari amici, l’altro giorno mi ero ripromessa di non dare più notizie di morte, di amici. Da un po’ di tempo sono troppe… Ma stamattina non posso farne a meno.. È morto Vincenzo Aulitto. Mi fermo qua, non posso andare avanti!

Mi sono letteralmente bloccato, sperando ci fosse un’omonimia. Non so se prima di quella mattina avessi mai chiamato Pina; non so neanche come mai, andando a spippolare la rubrica sul cellulare ho trovato il suo numero. E’ stato un attimo. Saranno state le otto, ma forse anche più presto e l’ho chiamata. Sì. Speravo fosse un’omonimia: invece no. Era proprio Enzo, un amico con il quale già negli anni Settanta, lui più giovane di me, avevamo fatto quelle “follie” creative, un po’ azzardate, come quella volta che siamo andati a suonare “gratis” ad un MakP del Magistrale, prendendoci fischi e pernacchie, ma eravamo convinti delle nostre proposte, molto atipiche, anche originali, probabilmente più adatte per una cantina underground che per quelle ragazze e ragazzi che si agitavano ai primi albori della disco music. Poi ero partito, ero via ormai da Pozzuoli, prima per fare il militare poi per il lavoro e avevo abbandonato la pratica dell’arte teatrale (quella musicale non era fatta per me, era semplicemente uno scherzo “per me”, che non sapevo assolutamente nulla di musica). Enzo, no, insieme ad altri amici, come Salvatore De Fraja, aveva continuato ad allenarsi, lui che di musica invece ne capiva.

Non ci siamo mai persi di vista, però, anche perchè per una serie di coincidenze Enzo con Pina vennero ad abitare nello stesso complesso condominiale di Mariella, mia moglie. E, così, ogni volta che tornavo ci si ritrovava, ci scambiavamo i problemi e i percorsi che ciascuno svolgeva, l’Arte, la Musica per lui, per me il Cinema e la Politica. Vincenzo Aulitto, è difficile spiegarlo per i tanti che non lo hanno conosciuto, è stata una persona speciale, straordinaria, ricca di esperienze. Basta scorrere il suo profilo per comprenderlo; amava la Natura e ne faceva un elemento della Sua Arte. Ogni oggetto anche residuale poteva aspirare a diventare espressione artistica; anche per questo camminava molto per sentieri e spiagge, luoghi pubblici ma anche molto segreti. Ed era impegnato civilmente; non aveva bisogno di esprimersi politicamente: quel che faceva era l’espressione del suo Essere. Ne parlo con forme verbali al passato; ma non penso sia possibile dimenticarlo. Per me Enzo è come un fratello (sono stato figlio unico) e lo ricorderò come ricordo i miei genitori e le persone che sono state per me più care e che non mi appaiono più ma esistono ancora.

19 maggio – INFER(N)I – altri Inferni – non solo Dante – canto XI dell’Odissea (nella traduzione di Ettore Romagnoli) – parte 2 (per parte 1 Odissea vedi 19 aprile)

Prosegue e si conclude l’incontro con Tiresia, il quale ha profetizzato per Ulisse “una morte placida….” quando egli ritornato a Itaca sarà “fiaccato già da mite vecchiezza”. Prima di Tiresia Ulisse ha incontrato tra le innumerevoli anime dei morti insepolti, che vagano al di fuori dell’Ade il suo compagno Elpènore, morto ad Eea (l’isola di Circe), e che attende il ritorno di Ulisse per poter trovare la sua degna sepoltura. In questi versi che seguono, dopo aver salutato Tiresia, Ulisse incontra sua madre e poi una lunga serie di personaggi femminili, così lunga da far dire ad Ulisse, che . non dimentichiamolo – sta raccontando le sue vicende ad Alcinoo, re dei Feaci ” Ma tutte non ti posso narrare, né dirtene il nome,
quante consorti, e quante lì vidi figliuole d’eroi:
pria sfumerebbe la notte divina; e tempo è che si dorma,
sia che recare alla nave mi debba, oppur qui rimanere,
e del ritorno a voi lasciare la cura ed ai Numi”.

Cosí mi disse. Ed io risposi con queste parole:
«Tiresia, i Numi stessi tramaron cosí questi eventi.
Ma dimmi questo, adesso, rispondimi senza menzogna:
io della madre mia già spenta qui l’anima veggo,
ed essa presso al sangue sta senza parola, e sul figlio
non leva pur lo sguardo, a lui non rivolge parola:
dimmi, signore, come potrà riconoscer suo figlio».

Ora, poi ch’ebbe cosí pronunciati i fatidici detti,
tornò l’ alma del prence Tiresia alla casa d’Averno,
ed io fermo colà rimasi, finché sopraggiunse
mia madre
, e il negro sangue fumante bevette; ed allora
mi riconobbe; e, piangendo, mi volse l’alata parola:
«Come sei giunto, o figlio, tra questa caligine buia,
vivo tuttora? E ben arduo, pei vivi, veder questi luoghi:
ché per lo mezzo vi sono gran fiumi ed immani canali:
l’Ocèano, innanzi tutto, che facil non è traversarlo,
chi debba muovere a piedi, chi solido legno non abbia.
Forse da Troia qui dopo lunghi giorni d’errore,
con la tua nave, coi tuoi compagni sei giunto? Toccata
Itaca ancor non hai, non hai vista la casa e la sposa?».
     Cosí mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Necessità, madre mia. m’addusse alle case d’Averno,
ch’io consultar dovevo Tiresia, il profeta di Tebe;
ché giunto ancor non sono vicino all’Acaia, né piede
sulla mia terra ho messo; ma vado soffrendo ed errando

da che prima seguii Agamènnone sangue divino
verso Ilio, di cavalli nutrice, a pugnar coi Troiani.
Ma dimmi adesso ciò, rispondimi senza menzogna:
quale di morie doglioso desiino t’ha dunque fiaccata?
Un lungo morbo. Forse? o Artèmide vaga di strali
te con le miti saette percosse, e ti diede la morte?
E di mio padre dimmi, del figlio che in casa ho lasciato,
se ancora il mio potere ad essi rimase, o se altri
l’ occupa già, per certezza ch’io piú ritornare non debba.
E dimmi della sposa contesa, che pensa e disegna:
se presso il figlio rimane, di tutto fedele custode,
o se l’ha già sposata chi piú fra gli Achivi primeggia ’.
     Cosí dissi. E a me pronta rispose la nobile madre:
«Certo, rimane certo la sposa, con cuore tenace,
nella tua casa; e vede distruggersi l’un dopo l’altro
le notti e i giorni, in pena; né mai si rasciuga il suo pianto
II tuo potere, no, nessuno lo usurpa; ma in pace
vigila sui tuoi beni Telemaco, e parte alle mense
pubbliche prende, come s’addice ad un re: ché ciascuno
lo invita. Ma tuo padre la vita nei campi trascorre,
e mai nella città non scende, né letto possiede,
né manti, né coperte, né vaghi tappeti. L’inverno,
vicino al focolare, tra i servi riman dentro casa,
sopra la cenere, e dorme coperto di misere vesti;
quando l’estate poi sopra giunge, ed il florido autunno,
qua e là sopra le balze, fra i tralci di qualche vigneto,
si sdraia lungo in terra, su letti di foglie cadute;
e qui crucciato giace, gran doglia nutrendo nel cuore,
te desiando; e su lui s’aggrava la triste vecchiaia.

Altri poi figli a Cretèo generò questa donna regale:
Amitaòn. di cavalli maestro, ed Esóne, e Ferète.
     Antíope dopo questa m’apparve, figliuola d’Asòpo,
che tra le braccia di Giove giaciuta era, disse; e dal Nume
due pargoletti aveva concetti, Anfione e Zeto,
che Tebe pria fondaron, città di settemplici porte,
che la munir di torri; perché rimaner senza torri,
per quanto in Tebe fosser gagliardi, possibil non era.
     E dopo lei, la sposa vid’io d’Anfitrione, Alcmena,
che concepí, confusa d’amore con Giove possente.
Ercole, cuor di leone, dall’animo pieno d’ardire.
     E di Creonte l’ardito poi vidi la figlia. Megara.
che sposa fu del figlio d’AIcmena dall’animo invitto.
     E vidi poi la madre d’Edipo, la bella Epicasta,
che si bruttò, ma contezza non n’ebbe, di macchia nefasta:
sposò suo figlio. Ucciso avea questi il padre, e la madre
sposò: sono i disegni dei Superi oscuri ai mortali.
Or ne la bella Tebe costui, molte pene soffrendo,
regnò sopra i Cadmei, pel funesto volere dei Numi;
ed essa, un laccio appeso dall’alto soffitto, discese
nella munita casa d Averno, onde piú non si riede,
vinta dal suo cordoglio, lasciando ad Edipo gli affanni,
tanti quanti ai mortali ne infliggon l’Erinni materne.
     E la bellissima Clori vid’io, che una volta Nelèo
sposò per la bellezza, le offerse moltissimi doni.
la piú giovane figlia d’Anfione figlio di Iasi,
che un dí tendea lo scettro su Orcòmeno, rocca dei Mini.
In Pito essa regnò, partorí bellissimi figli,
Periclimèno, vago di pugne, e Nestore, e Cromio;
e a luce diede Péro, la prode, stupore ai mortali,

cui tutti i confinanti volevano sposa. E Nelèo
a quegli la promise che i bovi ampie fronti lunate
d’Ificle valoroso recassero a lui da Fliàca.
Ben dura impresa; e solo promise di compierla il saggio
vate; ma l’irreti l’avverso destino del Nume: ’
ch’entro dogliosi ceppi lo avvinser selvaggi bifolchi.
Ma quando a compimento poi giunsero i mesi ed i giorni,
quando col volger dell’anno tornaron le nuove stagioni.
Ificle sciolse il vate dai ceppi, poiché gli ebbe detti
tutti i responsi; e cosí fu compiuto il volere di Giove.
     E poi la vaga Leda, la figlia di Tindaro vidi.
Essa allo sposo diede due figli di cuore gagliardo:
Castore di cavalli domatore, e il pugile prode
Polluce: vivi entrambi li chiude la terra ferace.
E, pur sotterra, essi hanno tal pregio da Giove ottenuto,
che, con alterna vece, ciascun vive un giorno, ed un altro
giace defunto: ed onore riscuotono al pari dei Numi.
     Ifimedèa, la sposa d’AIòe dopo quella m’apparve,
che con Posidone re s’era stretta, diceva, d’amore,
e due figli die’a luce, che vissero sol poco tempo:
Oto divino, e, famoso fra tutte le genti, Efialte,
i piú grandi fra quanti la terra datrice di spelta
ne generasse, i piú belli, se il grande Orione tu togli.
Nove anni aveano, e in largo cresciuti eran cubiti nove,
nove orge eran cresciuti d’altezza. Ed allora, minaccia
volsero ai Numi, signori d’Olimpo immortali, che indetta
avrian la guerra ad essi, la tumultuosa battaglia.
E su l’Olimpo l’Ossa pensarono imporre, e su l’Ossa
il frondeggiante Pelio, che al cielo salisse una strada.
E conseguian l’intento, se a lor maturavano gli anni;

ma morte ad essi die’ di Latona e di Giove il figliuolo,
prima che sotto le tempie spuntasse la prima pelurie,
che di caluginè in fiore velasse e fiorisse le gote.
     E Fedrà quindi e Procri poi vidi, e la bella Arianna,
la figlia dell’infesto Minosse, che un giorno Tesèo
volle condurre da Creta al clivo d’Atene la sacra;
ma non potè goderne; ché Artèmide prima l’uccise
in Dia marina: Bacco segnata l’aveva ai suoi colpi.
     Maira e Climène poi, poi vidi Enfila odiosa,
che del marito vendè la vita, n’ebbe oro in compenso.
     Ma tutte non ti posso narrare, né dirtene il nome,
quante consorti, e quante lì vidi figliuole d’eroi:
pria sfumerebbe la notte divina; e tempo è che si dorma,
sia che recare alla nave mi debba, oppur qui rimanere,
e del ritorno a voi lasciare la cura ed ai Numi».

     

9 maggio – ESTATE 2020 – Castagneto e ritorno a Prato -parte 13 ed erroneamente credevo ultima ma non lo era (per la 12 vedi 3 maggio)

ESTATE 2020 – Castagneto e ritorno a Prato – parte 13 ed erroneamente credevo ultima ma non lo era

Ritorniamo davanti alla sede del Comune, dove c’è anche il busto del grande poeta vate, Giosuè Carducci, cui è dedicata la località. C’è ancora un po’ di tempo per scattare qualche foto prima che arrivi a bordo di una classica Vespa 50 della Piaggio la signora con la quale abbiamo interloquito, responsabile dell’Agenzia immobiliare. Con piglio sicuro ci saluta ci dice che non aveva le chiavi in Agenzia ma che sa dove trovarle e subito dopo parte verso la meta (sembra avere molta più fretta di noi, che intanto ci siamo accorti che si va facendo tardi). Ci precede e prima di entrare in un negozio di orologiaio ci fa segno di attendere. Riemerge da questo immantinente con un mazzo di chiavi e si reca altrettanto rapida verso il portoncino adiacente. Dopo aver con sicurezza scelto tra le tante la giusta chiave lo apre. Siamo immediatamente colpiti da un tanfo di umidità. L’ambiente è trascurato, buio. Ma si tratta solo dell’ingresso. E’ a tutta evidenza disabitato da tempo, forse – ma non ne siamo certi – dall’estate scorsa (con il lockdown di sicuro non è stato possibile per tutti noi muoversi). L’appartamento che la signora ci vuole mostrare è al primo piano. Si sale su scale strette e buie. Quel che vediamo è un grande immobile con numerose stanze, che affacciano sia sul Corso principale sia dall’altro lato verso la vallata. La veduta è davvero incantevole, ma l’ambiente è polveroso, scostante per il disordine, la trascuratezza, poco incoraggiante anche per gli scarsi arredi. Più che un appartamento per vacanze, appare essere un immobile da ristrutturare e, soprattutto, rimettere. E’ financo troppo grande per le nostre pretese e sottolineiamo questo aspetto per non apparire ingiustamente scortesi verso la signora, che peraltro ci aveva anche preavvertito di non avere soluzioni adatte. Era l’unica rimasta a sua disposizione; a suo dire la domanda era stata molto superiore all’offerta: c’era un bisogno di evasione dalle angustie pandemiche ed una ricerca di ambienti più ampi e più sani, dato che il contagio in quelle zone non si era diffuso come era accaduto invece nei grandi centri della Toscana a Nord e ad Est.

Prima di salutarci ci fornisce però una ulteriore indicazione di un privato che “forse”, a suo parere, potrebbe avere una disponibilità.

Mentre ritorniamo all’auto che avevamo parcheggiato con difficoltà proviamo a chiamare, ultima chance, quel numero. Non risponde nessuno. Solo dopo qualche minuto, mentre siamo già in auto lungo una strada secondaria imboccata per errore che scende verso l’Aurelia, la persona ci richiama. Ci presentiamo, chiarendo di avere avuto il suo recapito dall’agente immobiliare e spieghiamo il motivo del nostro disturbo. Non ha più alcuna disponibilità; ci conferma anche lui che le richieste quest’anno sono state ben superiori a quelle dei precedenti. Salutiamo scusandoci per l’intromissione e ripartiamo. C’è davanti a noi uno splendido tramonto. Riprendiamo la nuova Aurelia per tornare a casa. Nelle prossime ore decideremo; quasi certamente sceglieremo una delle due proposte di Venturina. Campiglia, anche se non abbiamo potuto vedere l’appartamento che Patrizia ci voleva mostrare, è un po’ fuori mano. A Castagneto non c’era più nulla. Nelle altre località, Baratti e Populonia, non abbiamo nemmeno cercato. La giornata però è stata piena di sorprese e siamo certi che altre ci attenderanno a luglio.

4 maggio – 75 Pulcinella parte 2 (per la 1 vedi 22 aprile)

75 Pulcinella parte 2 (per la 1 vedi 22 aprile)

Nulla lasciava presagire che saremmo andati incontro ad un periodo così lungo di reciproca lontananza. Ed infatti avviammo una discussione intorno a quelli che sarebbero stati i progetti per l’anno che era appena iniziato, il 2020. Le solite iniziative che prendevano corpo e diventavano molto “particolari” ed originali attraverso il coinvolgimento delle classi che vi avrebbero preso parte. Quasi sempre si trattava di attività che si riferivano alle caratteristiche peculiari del territorio flegreo e partenopeo, sviluppavano sensibilità artistiche con l’ausilio di veri protagonisti dell’Arte e della Cultura nel senso più ampio del termine. Con Claudio non mancavano mai di condividere aspre critiche verso gli amministratori locali, non sempre disponibili, se non a chiacchiere e promesse, a sostenere gli sforzi di coloro che “producono” Cultura. Ed anche in quella occasione ciò accadde.

Con lui c’erano nuovi giovani (c’è un turn over di stagisti); negli anni precedenti, quelli in cui avevo presentato alcune delle mie iniziative, avevo fatto amicizia con alcuni di loro e con molti di questi ho continuato a seguirli, mantenendo un rapporto sui social. I “nuovi” mi apparvero più riservati, timidi; ma probabilmente questa impressione era dovuta più che altro ad una mia indisponibilità.

Prima di salutarci, Claudio mi porse in modo del tutto inaspettato il classico panariello per la tombola, quell’oggetto a forma di nuraghe o forse di piramide o di vulcano (visto che nella parte alta c’è una piccola apertura rotonda quanto basta a far uscire un solo pezzo tra i novanta blocchi tondeggianti contenuti nell’involucro), e mi chiese di agitarla e poi estrarne uno. Ero perplesso, ma con Claudio ero abituato alle sorprese e quindi annuii ed eseguii il comando.

Estrassi il 75. Mentre procedevo Claudio era andato in una stanza attigua e ne ritornò con una macchina fotografica elettronica. Mi chiese di porre quel numeretto tra le mie labbra e mettermi in posa. Detto fatto, mi fotografò due tre volte fin quando non fu soddisfatto del risultato. Avevo peraltro notato che nel cestello mancavano molti numeri, e Claudio anticipò la mia curiosità spiegandomi che ogni qualvolta un suo amico in questi primi giorni del 2020 era transitato da quelle parti nell’Associazione, prima di congedarlo, gli aveva chiesto di fare la stessa cosa. Quando sarebbero finiti i numeri, l’ultimo sarebbe toccato a lui, avrebbe raccolto tutte le foto in ordine numerico progressivo da 1 a 90 ed avrebbe realizzato una pubblicazione. Mi chiese di portarlo con me ed io, ancora oggi, lo conservo gelosamente. Trovai geniale l’idea, soprattutto se, abbinando i numeri alle persone e coordinandone significato e storia, si sarebbe potuto produrre un testo originale. A dire il vero, però, andai via, salutando con l’idea di poterci rivedere abbastanza presto ed anche per questo senza dare tanto rilievo al significato del numero che avevo estratto.

…2….

3 maggio – ESTATE 2020 – parte 12 Castagneto – per la parte 11 vedi 28 febbraio

ESTATE 2020 – parte 12 Castagneto

Subito dopo aver lasciato San Vincenzo proseguiamo lungo l’Aurelia vecchia; scarso è il traffico: per fortuna. E sì, perché dopo un paio di chilometri ci si trova di fronte ad uno di quegli spettacoli della Natura inatteso.  Una famiglia di cinghiali, mamma babbo e sei piccolini transitano in fila indiana. Li vediamo abbastanza in tempo, e quasi certamente anche grazie alla bassa velocità “turistica” con cui ci si muove rallento inserendo il lampeggiante per segnalare la forzata sosta ai veicoli che seguono. Sono rapidi anche se la sfilata è davvero una bella sorpresa, che da sola varrebbe un viaggio.

Dopo altri pochi chilometri rientriamo verso la collina girando a destra per la Strada detta dell’Accattapane che porta alle falde del colle sul quale si trova Castagneto. Qui non abbiamo appuntamenti e si conta sulla possibilità di trovare qualche agenzia immobiliare aperta. Ci inoltriamo sulla strada che costeggia il fianco meridionale dell’antico borgo e poi, prima che si innesti la strada Provinciale 329 Passo di Bocca di Valle che porta verso Sassetta saliamo fino al limite alla ricerca di un parcheggio. Una impresa perché non si trova un solo posto libero. Torniamo indietro dove avevamo intravisto un varco e riusciamo a parcheggiare. Attraversiamo il Viale Giovanni Pascoli ed entriamo nel cuore di Castagneto. Adocchiamo subito un’Agenzia, che tuttavia è chiusa ma c’è una indicazione telefonica. C’è il nome di una donna. Provo a chiamare senza fortuna. Lascio tuttavia un messaggio. Proseguiamo il nostro percorso turistico fino al Palazzo Comunale dove si celebra il grande poeta che visse in questi luoghi nella sua fanciullezza. Davanti ad esso c’è una terrazza da cui si vede il Corso Vittorio Emanuele, che con la presenza di molti esercizi commerciali appare essere la parte più viva del paese. Mentre vi ci affacciamo squilla il telefono: è l’agente immobiliare che ha ascoltato il mio messaggio e ci chiede cosa si stia cercando. Un appartamento per il mese di luglio per quattro, cinque persone. Ci dice che, sì, ha qualcosa, non tanto, qualcosa che è rimasto, dice lei. Ci chiede quando lo si voglia vedere e, scoperto che siamo già sul posto, si scusa di non poter essere immediatamente da noi ma farà di tutto per arrivare tra una ventina di minuti. Noi abbiamo da girare ancora per un po’, le diciamo, e così fissiamo di vederci proprio lì dove siamo, che è un posto ovviamente ben identificabile.

A quel punto pensiamo sia opportuno accelerare perlomeno una visita panoramica e ci inerpichiamo per le stradine fino alla parte inferiore del Castello.

L’agente immobiliare è stranamente, al di là degli standard consueti, puntuale, tanto che mi chiama proprio mentre si stava pensando di tornar giù verso il Palazzo Comunale. Mi dice di non affrettarci, tanto il locale che vuole mostrarci è a due passi e tra l’altro non ha ritirato ancora le chiavi per accedervi; lo farà velocemente, dice, tanto l’Agenzia, anche quella, è proprio lì a due passi.

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