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Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato. Che fare? Mah!CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

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CHE FARE? (e non mi sento un Lenin) – sulle sorti della Sinistra

Oggi sabato 8 giugno, giorno che precede la convocazione elettorale per la scelta del Sindaco della città di Prato.
Il sabato è giornata di “riflessione”, non si può fare campagna elettorale. C’è il “silenzio”.
http://www.maddaluno.eu/?p=9546
Nei giorni che precedevano la manifestazione antifascista del 23 marzo scorso in Piazza delle carceri – manifestazione di risposta a quella di Forza Nuova – ed in quelli ad essa seguenti avviavo una riflessione intorno alle scelte politiche che stavamo approntando in vista delle elezioni amministrative – oltre che politiche europee – di fine maggio.
Preparando il percorso di “Prato A Sinistra” prima e “Prato in Comune” dopo avevo posto molta attenzione intorno a quel che avrebbe dovuto significare la nostra essenza di “Sinistra”. Prima o poi la riflessione personale dovrebbe trasformarsi in una consapevolezza sempre più ampia e condivisa. Pena la inconsistenza progressiva del contenitore. I nodi se non sciolti, o avviati a sciogliere, vengono prima o poi al pettine, ed il rischio è quello di finire in un buco nero. In una serie di miei post forse autoreferenziali ed inascoltabili, vista la pochezza e l’inaffidabilità dell’autore, ho avviato la denuncia di una parte delle contraddizioni della Sinistra, soprattutto di quella fortemente identitaria, radicale, antagonista, che si pone autonomamente sullo scranno più alto dell’ortodossia divenendo elitaria.
Basterebbe guardare appena al di là del proprio naso, oltre il piccolo orto di casa, per capire non solo che il mondo è cambiato, che è una forma lapalissiana utile per tutte le stagioni della vita, ma soprattutto che la Sinistra – così come da quella parte si intende – si è fermata più o meno agli anni Settanta del secolo scorso. La Sinistra così come è in gran parte ora non riesce a distinguersi, pur presupponendo di farlo, da altri soggetti assai diversi e lontani ideologicamente da essa. Non riesce soprattutto ad affrontare le emergenze strutturali del mondo contemporaneo, non riesce nemmeno a provarci, ròsa dal dubbio di compromettersi: preferisce rimanere nel proprio guscio asfittico ed improduttivo considerandosi superiore a tutto il resto del mondo.
Sarà che nelle mie frequentazioni di Sinistra ho incontrato solo dei “geni”, di quelli che hanno il Verbo “incorporato” e non si pongono domande, non hanno mai dubbi (il rischio è quello di dover poi vivere tra poche persone che ritengono di sapere e tante altre che acquisiscono come “unico e assoluto” quel sapere), e finiscono per costruirsi il proprio recinto, tronfi di poterlo governare. Anche se in una progressiva emarginazione.
Rigetto peraltro l’idea che non ci sia più la Sinistra. Fatemi utilizzare una forma anch’essa “lapalissiana”, ovvia. Se c’è la Destra ed è del tutto evidente che ci sia, non può non esserci la Sinistra. Certamente non è quella di cui troppo spesso si tratta sui mass-media; non è quel centrosinistra pallido targato PD, che mostra tanti limiti da non essere più riconoscibile nella sua accezione parziale di Sinistra. “Sinistra” essenzialmente è in questo periodo quella di cui parlo sopra, che se non si adegua al nuovo mondo finisce certamente per essere emarginata. Abbiamo bisogno di gente che si interroga, che riesce ad emergere dagli angoli, che sia disponibile a ragionare fuori dagli schematismi meramente ideologici. il mondo non è mai stato di chi si ferma agli “assiomi” senza procedere verso i “postulati”.
Per oggi basta; forse ho già scritto troppo. Forse si capirà anche quale sarà il mio “voto” di domani. Ma non ve lo dico in modo chiaro, anche perché non mi è consentito.

Joshua Madalon
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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – seconda parte

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – seconda parte

L’intervento del prof. Giuseppe Panella continua, davanti (lo ricordo) ad una platea composta da studenti e docenti, oltre che da un pubblico formato da amministratori pubblici ed intellettuali. Il luogo era la Sala riservata alle conferenze, quella ampia al piano superiore del Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”, il cui direttore era allora Bruno Corà.

Dicevo che Pietro Leopoldo era il secondogenito ed era fratello di quel Giuseppe II primogenito di Maria Teresa la cui opera riformistica soprattutto intesa alla trasformazione dell’Austria in uno stato moderno ma anche a controbattere e combattere duramente lo strapotere della legislazione che favoriva i beni ecclesiastici, e comunque il predominio degli ecclesiastici e dei gesuiti, passerà nei libri di storia (almeno nei manuali che voi usate a scuola) con il nome di giuseppinismo.

Quando Giuseppe II morirà nel 1791, sarà chiamato Pietro Leopoldo al trono con il nome di Francesco I e lascerà la Toscana per diventare Imperatore d’Austria. Il problema è che quello che gli era riuscito in Toscana, cioè l’abolizione della pena di morte e di tutte le pene ancora di derivazione medievale, non riuscì nell’ambito del grande Regno Asburgico, dove la proposta di abolizione della pena di morte, pur avallata dallo stesso Beccaria nel 1792, non incontrò quel successo che invece aveva avuto nella riforma della legislazione toscana, non solo, ma nonostante Beccaria stesso richiamasse la legislazione toscana come esempio di contemperamento tra severità della pena e mitezza della punizione, nonostante questo, l’intento di abolire la pena di morte anche nell’ambito del regno austriaco non riuscì per la decisa opposizione da parte di una serie di Consiglieri del nuovo Imperatore.

L’editto, il proemio dell’editto, continua così:

“Con la più grande soddisfazione del nostro paterno cuore, abbiamo finalmente riconosciuto che la mitigazione delle pene congiunta con la più esatta vigilanza per prevenirne le reazioni, e mediante la celere spedizione dei processi, e la prontezza e sicurezza della pena dei veri delinquenti, invece di accrescere il numero dei delitti, ha considerevolmente diminuiti i più comuni, e resi quasi inauditi gli atroci, e quindi siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della legislazione criminale con la quale abolita per massima costante la pena di morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla società nella punizione dei rei, eliminato affatto l’uso della tortura, la confiscazione dei beni dei delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità del delitto, e sbandita dalla legislazione la moltiplicazione dei delitti impropriamente detti di lesa maestà con raffinamento di crudeltà inventati in tempi perversi, fissando le pene proporzionate ai delitti, ma inevitabile nei rispettivi casi, ci siamo determinati ad ordinare con la pienezza della nostra suprema autorità quanto appresso”.

In sostanza, qual è il proposito di Pietro Leopoldo, del suo paterno cuore? E’ quello di abolire la pena di morte come non necessaria alla prevenzione e al ristabilimento dell’ordine, abolire del tutto la tortura perché inadeguata alla conoscenza ed all’accertamento della verità nei processi criminali e l’abolizione di alcune norme fortemente vessatorie presenti nei codici medievali e non solo, l’abolizione dell’istituto della confisca dei beni ai danni delle vittime e soprattutto delle famiglie delle vittime di questa confisca a vantaggio dell’erario. Era tradizione che i beni di famiglia e personali dei condannati a morte o dei condannati a lunghe pene detentive venissero incamerati dall’erario dello stato e, di conseguenza, il rischio, questo salta agli occhi, era quello di un incameramento di questi beni e della creazione di una pena che rendesse suscettibile questo incameramento. Tipico esempio della tirannide è appunto quello di inventare un reato che permetta di condannare un supposto reo per poterne sussumere ed incamerare i beni. Il codice criminale è molto lungo, la versione attualmente riprodotta ed analizzata da Dario Zuliani è oltre 12 pagine in folio, di conseguenza non mi sembra opportuno leggerla integralmente; si può però leggere, e lo farà qui gentilmente il prof. Giuseppe Maddaluno, il paragrafo 51 del codice criminale che è quello relativo all’abolizione della pena di morte, dopo di che io continuerò con il commento.

…seconda parte…..

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – intro e prima parte

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“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo – intro e prima parte

“Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene – e l’influenza che questa opera ebbe”

Nel 1995 fui eletto al Consiglio comunale di Prato. Fu una grande bella avventura quella campagna elettorale; una vera e propria “palestra” di vita politica. Dopo i fasti della vittoria del campionato del Mondo di calcio spagnolo del 1982, l’anno in cui arrivai a Prato e partecipai quasi da clandestino ai festeggiamenti in onore di Paolo (Pablito) Rossi “pratese doc”, eravamo poi arrivati ai fasti di Jury Chechi, altro “pratese doc” e grande ginnasta specialista degli anelli (“il signore degli anelli”), che poi otterrà la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Nella lista dei DS c’era anche lui. Come sia finita la contesa tra compagni e per quel che riguarda la mia personale “performance” vi rimando ad uno dei miei racconti metanarrativi (“Altri tempi?” del luglio 2016).
Ma oggi volevo parlare di quell’altra esperienza svolta nella Circoscrizione Est. Era il 1999. Una delle iniziative più significative di quella legislatura avvenne nel 2000, un anno dopo il mio insediamento come Presidente della Commissione Scuola e Cultura. La Regione Toscana aveva avuto una straordinaria intuizione nell’indire la Festa della Toscana per il 30 novembre in ricordo dell’abolizione della pena di morte voluta dal Granduca Leopoldo di Toscana promulgata con atto formale nel Codice Penale il 30 novembre 1786.
Il 30 novembre 2000 fu dunque indetta la prima Festa della Toscana.
In qualità di coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni (c’era ancora la condizione favorevole dell’omogeneità amministrativa che si perse purtroppo dal 2009) ebbi l’onore di gestire le iniziative cittadine organizzando la struttura di un Convegno su “Pace e Diritti Umani”, temi molto sentiti universalmente in relazione anche all’applicazione ancora vigente in tantissimi paesi della “pena di morte”.
Tra i relatori che ebbi modo personalmente di contattare ci fu il professor Giuseppe Panella, che conoscevo già da tempo avendolo incrociato in alcune occasioni nelle sue lezioni di epistemologia applicata soprattutto all’arte cinematografica, lezioni riservate ad allievi particolarmente curiosi interessati e dotati di senso critico.
Avevo annunciato qualche giorno fa di voler dedicare uno spazio a Giuseppe, venuto a mancare da poco prematuramente. Ed avevo ripescato il testo del suo intervento riportato in un piccolo dossier pubblicato nel novembre del 2002. La sala più grande del “Pecci” è stracolma di giovani e docenti.

….omissis mio intervento di presentazione….

Parla il professor Giuseppe Panella

Non vedo altro modo che quello di iniziare leggendo l’Editto del 30 novembre 1786 sulla riforma del codice criminale, proemio.

“Fino al nostro avvenimento al trono di Toscana riguardammo come uno dei nostri principali doveri l’esame e riforma della legislazione criminale, ed avendola ben presto riconosciuta rtroppo severa, e derivata da massime stabilite nei tempi meno felici dell’impero romano o nelle turbolenze dell’anarchia dei bassi tempi, e specialmente non adatta al dolce e mansueto carattere della Nazione, procurammo provvisionalmente temperarne il rigore con istruzioni ed ordini, ai nostri tribunali e con particolari editti, con i quali vennero abolite le pene di morte, la tortura e le pene immoderate e non proporzionate alle trasgressioni ed alle contravvenzioni alle leggi fiscali, finchè non ci fossimo posti in grado di mediante un serio e maturo esame e con il soccorso dell’esperimento di tali nuove esposizioni , di riformare interamente la detta legislazione”.

Chi parla in prima persona e dichiara questo proposito di riforma è il Pietro Leopoldo Granduca di Toscana. Pietro Leopoldo era il secondo figlio di Maria Teresa d’Austria e di Stefano di Lorena, che governavano la Toscana a partire dalla caduta dei Medici.
L’ultimo discendente della famiglia Medici, Gian Gastone, era morto nel 1761 senza lasciare eredi e lasciando la Toscana in condizioni di grande abbandono e fatiscenza come stato nazionale, uno stato ancora legato agli statuti medioevali, malgovernato e soprattutto uno stato povero.
Il primo compito che i Lorena si assunsero fu quello di riformare drasticamente sia la legislazione sia l’economia del Granducato, in modo da portarlo a livello europeo e di acclararne e consolidarne i processi di riforma e di modernizzazione che sembravano necessari ad un inserimento della Toscana nell’ambito dell’allora fiorente Regno Asburgico. Grazie.

….continua….fine prima parte

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Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Perchè sono pratese, ancor più quando vado giù a Napoli, dove sono nato e vissuto per molti anni

Per 25 anni sono stato puteolano (Pozzuoli è la città dei miei genitori; io sono nato a Napoli), per cinque anni sono stato feltrino (Feltre è stata la città nella quale ho svolto il mio primo impegno collettivo: docente, sindacalista, politico, cinefilo), per tutto il resto della mia vita (trenta e più anni dal 1982 ad oggi) sono stato pratese.

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A Feltre sono tornato un paio di volte, ma ci manco da venti anni ed ho contatti solo attraverso un paio di amici che qualche volta tornano a trovarci qui a Prato. Altri li sento sporadicamente attraverso i moderni canali di comunicazione (i social) ma non ci vediamo da tempo.

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A Prato ho lavorato in una sola scuola, il “Dagomari”, e mi capita molto spesso di incontrare miei allievi, che si sono impegnati nella costruzione di una loro identità e provo un grande piacere nell’essere stato parte, pur minimamente, della loro formazione. Quando sono arrivato in questa città portavo con me l’esperienza bellunese, quel complesso di cui sopra sinteticamente accennavo. In via Frascati c’era il PCI, in via Pomeria l’ARCI, in Piazza Mercatale la CGIL. Furono i luoghi di un altro periodo formativo. Scuola, Politica, Sindacato, Cinema: tutto insieme. L’impegno nell’UCCA, in prosecuzione del lavoro svolto a Feltre con la fondazione di un Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” (un omaggio a Ferreri), l’impegno nel PCI e nella CGIL sui temi di raccordo tra “Cinema e Lavoro”, la fondazione del Cinema “TERMINALE Movies”, prima vera e propria “sala d’essai polivalente” della città, l’attenzione avuta verso il mondo del lavoro con l’esperienza indiretta delle “150 ore” a Feltre insieme ad un grande compagno il cui cognome impropriamente richiama una delle iatture della nostra recente storia repubblicana, Renzi (ma se ben ricordo lui si chiamava – è da tanto tempo che non ci si sente – Saverio). Con il PCI ho poi operato mantenendo per un breve periodo la conduzione della Commissione Scuola e Cultura sotto la segreteria di Daniele Panerati. Ho fatto per un breve periodo anche delle “prove” di giornalismo nella fase di partenza della redazione cittadina de “Il Tirreno”. Ho realizzato anche alcuni video coordinando vari gruppi. Ho collaborato a costruire eventi come “Film Video Makers toscani”. Ho prodotto format culturali come “La Palestra delle Idee”, “Il Domino letterario” e “Poesia sostantivo femminile”.
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Sono stato in Consiglio comunale per cinque anni dal 1994 al 1999 e Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est dal 1999 al 2009. In questo ultimo ambito sono stato coordinatore delle Commissioni Cultura delle cinque Circoscrizioni. E di sicuro dimentico qualcosa.

Con questo complesso di attività, mentre la famiglia cresceva, ho avuto modo di conoscere tante persone. A Prato che pure rispetto a Feltre e Pozzuoli è una metropoli (pur sempre è la terza città più popolosa dell’Italia centrale) mentre cammino incontro gente che conosco ed essendo “animale sociale” ne provo piacere: non ho ancora il desiderio di isolarmi completamente dal mondo, che tanti miei coetanei hanno scelto di intraprendere.

Molto diversamente mi accade quando torno a Pozzuoli. Lì riconosco purtroppo sempre meno persone. Il mio tempo si è fermato agli anni settanta del secolo scorso. Le generazioni successive non le ho incrociate; anche quando si ritornava con i bambini il nostro tempo era dedicato esclusivamente alla famiglia ed agli immediati rapporti di vicinanza. Quando ci ritorno può accadere di rivedere amici di un tempo, ma è raro ed a volte la memoria non mi aiuta e provo grande difficoltà (anche ieri un caro amico mi ha scritto: “Quando torni?” ho risposto la verità: “Non lo so”).
E, dunque, che dire? Sono “pratese” storicamente.

Joshua Madalon

Crudele…questa campagna elettorale…non soltanto per i risultati

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dedicato a Mario GIANSANTI e Giuseppe PANELLA

Crudele…questa campagna elettorale…non soltanto per i risultati.
Durante questa campagna elettorale a Prato abbiamo incrociato due eventi amari con la perdita di due persone impegnate nell’ambito della CULTURA.
Nei primissimi giorni di maggio è mancato Mario Giansanti, una delle figure più note, anche se profondamente schiva e riservata, del panorama culturale cinematografico. Mario era arrivato a Prato e si era immediatamente inserito nella storia del Cinema “Terminale”, gestendone la programmazione. Dobbiamo certamente a lui e a pochi altri il merito di aver portato il Cinema Terminale fuori da una crisi storica. Su di lui parlerò in un prossimo post.

Poco prima della fine della campagna elettorale l’annuncio della perdita di un’altra splendida figura di intellettuale filosofo, appassionato dell’arte cinematografica: Giuseppe Panella. Lo ricorderò pubblicando nelle prossime ore un suo intervento su “Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene e l’influenza che questa opera ebbe” svolto il 30 settembre del 2000 al Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci” in occasione della prima edizione della FESTA DELLA TOSCANA.

l’immagine in evidenza è riferita ad un luogo amato da entrambi i due amici che ci hanno lasciato in questo periodo di tempo durante il quale molti di noi sono stati impegnati in modo troppo totalizzante in una campagna elettorale frenetica e snervante.

PRATO IN COMUNE – una realtà in cammino

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PRATO IN COMUNE – una realtà in cammino

PRATO IN COMUNE ha rappresentato in questa recente competizione elettorale una novità nel panorama generale asfittico ed abitudinario della Politica pratese. Non possono essere considerate delle novità formule “civiche” come quella della Garnier, che fondamentalmente aveva occhieggiato già da un po’ di tempo la Lega; nè tantomeno può ritenersi nuova la formulazione di “Comunisti” o quella delle varie liste che hanno appoggiato i due più forti ed accreditati contendenti che si sfideranno nel ballottaggio del 9 giugno: Biffoni per il centrosinistra e Spada per la Destra.

PRATO IN COMUNE ha lavorato nel corso degli ultimi mesi a mettere insieme un progetto di ricostruzione della Sinistra, in un tempo nel quale troppe volte gli stessi valori fondamentali di quella parte sono apparsi strumentalizzati per l’ottenimento di forme di potere estranee ad essi. Quei valori non appartengono esclusivamente al “popolo”: sono patrimonio di tutti coloro che li praticano, siano essi rappresentanti delle classi operaie o assimilate oppure delle classi borghesi ed intellettuali. Non è d’altronde fuori luogo ritenere che nel corso dell’ultimo quarto del secolo scorso sia avvenuto un profondo rimescolamento all’interno delle diverse classi sociali e non è mai stato appannaggio esclusivo di una sola classe l’elaborazione filosofica e culturale.

Quel Progetto ha tempi medi e lunghi e dunque non avrebbe potuto realizzarsi in un periodo tanto breve perché condizionato da un appuntamento elettorale contingente. Pur tuttavia ha preso forma costruendo una sua specifica distinta identità, proponendo come candidato Sindaco Mirco Rocchi, un vero e proprio alieno in un contesto politico nel quale il conformismo è imperante. La stessa composizione della lista ha rappresentato un unicum: si è scelto di avere un perfetto equilibrio tra i generi, a fronte della indicazione prescrittiva dei 2/3.

Nel preparare la lista si è guardato soprattutto ad aprirsi ad un mondo nuovo, allo scopo di costruire un riferimento al futuro. Molte e molti delle candidate e dei candidati non avevano mai avuto esperienze partitiche ed amministrative, molti i volti nuovi, potremmo dire “nuovissimi”. Questa modalità di approccio può avere costituito un limite ma è stata fondamentalmente voluta in prospettiva.

La campagna elettorale è stata affrontata da un piccolo gruppo operativo, che si è sobbarcato gli oneri organizzativi. Il lavoro ricognitivo per le candidature, la messa a punto degli aspetti programmatici, quella relativa ai compiti burocratici, la raccolta delle firme per la presentazione della lista, l’organizzazione di incontri ed eventi, la presenza nelle piazze e nei mercati, ha visto il coinvolgimento e la partecipazione di un gruppo sempre più sostanzioso, che ha utilizzato il proprio tempo libero per questi obiettivi.

Passione ed entusiasmo hanno accompagnato l’impegno civile e politico di questo gruppo. Ne è testimonianza la foto che è stata scattata la sera del 24 maggio: un gruppo allegro, sorridente, consapevole di avere realizzato un inizio di percorso, di un viaggio che prosegue insieme a tutti quelli che vorranno condividerlo. Durante la campagna elettorale abbiamo raccolto ulteriori contributi, abbiamo incontrato realtà che non conoscevamo, approfondito temi che ci hanno appassionato, abbiamo interloquito con persone con le quali vogliamo continuare il nostro dialogo. Abbiamo bisogno di andare avanti. I motori sono ancora accesi e funzionanti.

Joahua Madalon

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LA SOLITA MENATA DEL “NON E’ IL MOMENTO!” se non ora quando?

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a chi si sorprende come “La bella addormentata” suggerisco di andarsi a leggere, non per mia vanità ma per correttezza storica (sono quelli scritti i “documenti”!), tutti i miei post “politici”

LA SOLITA MENATA DEL “NON E’ IL MOMENTO!” se non ora quando?

Cosa ne sanno tante di quelle persone che criticano le scelte che PRATO IN COMUNE ha fatto, in primo luogo le ragioni per cui non è stato sostenuto il candidato a Sindaco del PD?
Dove erano in tutti questi anni?
Noi di PRATO IN COMUNE c’eravamo e abbiamo lavorato per mettere insieme un progetto che riunisse le diverse realtà della SINISTRA.

Non se ne sono accorte quelle persone che oggi criticano le nostre scelte?
Può darsi che avessero qualcosa di meglio da fare.
Ma di certo se ne sono accorti i dirigenti del PD che hanno fatto finta di niente ed hanno continuato a praticare politiche non adeguate ad affrontare e portare a soluzione le diverse urgenze amministrative locali a sostegno dei più deboli.

Joshua Madalon ( e ci metto la faccia )

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IN VIAGGIO VERSO NAPOLI – un’umanità in cammino – il racconto per intero

IN VIAGGIO VERSO NAPOLI – un’umanità in cammino

Ottima compagnia su un Intercity che mi porta a Napoli. Quando sono salito su con una valigia pesantissima due giovani mi hanno aiutato a sollevarla; poi ho pensato bene, essendo liberi tre posti su quattro, per concedere un provvisorio spazio maggiore ad uno dei giovani che mi aveva sorretto il peso del bagaglio nell’ultimo sollevamento pesi mi sono seduto nel posto libero di fronte a lui. Una signora che intanto era seduta nell’altra fila ha voluto farmi notare giustamente che era il suo posto ma che volentieri me lo cedeva. Dopo poco a Firenze è arrivata una giovane ragazza che aveva prenotato il posto dove era seduta la signora di cui prima parlavo. Le abbiamo spiegato quel che era avvenuto e le ho concesso di occupare intanto il mio posto, che ora si trovava di fronte a quello dove ero seduto. E’arrivato il controllore che con una straordinaria bonomia ed un eloquio partecipe ha benedetto questo nostro “tourbillon”. Nel frattempo ad Arezzo è salita una di quelle coppie da film della classica “commedia all’italiana”, un omino ed una donnina esile esile, tipicamente “napoletana”, aggressiva, che trascinava sia i bagagli che l’omino alla ricerca dei loro posti. Accortasi che erano occupati da due signori che semplicemente vi erano seduti ma avevano in ogni caso proceduto semplicemente ad uno scambio provvisorio, più o meno come me e gli altri, in modo scortese e violento tipico del popolo cialtrone, si è allontanata alla ricerca di altri posti liberi più spaziosi per poter ospitare il bagagliume disordinato che si trascinava dietro. “Alla faccia del piffero!” ho esclamato tra me e me; altro che tourbillon, pensando a chi quei posti avrebbe dovuto occupare in una delle prossime fermate.
Intanto la giovane di fronte a me aveva aperto il suo portatile e di tanto in tanto sorrideva per qualcosa che mi era ignota. Il controllore moderno ha la piena padronanza sulla collocazione dei viaggiatori ma si guardò molto, avendone fiutato il caratterino, dal far notare ai due nuovi arrivati che si erano seduti in posti peraltro lontani da quelli di loro pertinenza.

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Ed infatti a Orte è salita una maxifamiglia di americani con valigie enormi e lucide che con precisione ed un certo qual imperio (ditelo a loro: “prima gli italiani”! non vi faranno una “pernacchia” ma basterà il loro sguardo a rendervi esplicito cosa sia l’ordine) hanno preteso di occupare i posti che avevano prenotato. E così la signora con il suo omino hanno traslocato nei loro posti assegnati. A Roma Tiburtina, dove il treno sosta il tempo necessario per il cambio della squadra di ferrovieri, che è più o meno quattro-cinque minuti, mi sono accorto che la signora si preparava per scendere a fumare e mi sono permesso di farle notare che stava rischiando di rimanere a terra. Non l’avessi mai detto; mi ha aggredito con veemenza confermando la sua volgarità. In cuor mio l’ho mandata a benedire, ma alla fine ha seguito il mio consiglio.
Due, i senior marito e moglie, degli americani si sono seduti accanto a me ed alla giovane, occupando i posti loro assegnati accanto al finestrino.

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La giovane veniva da Reggio Emilia e quando dal treno ci si è affacciati sul Tirreno ha esclamato “Il mare!” come una bimba e si è illuminata nel volto; allo stesso modo ma più maturo e disincantato i due americani, che evidentemente sapevano che l’Italia si allunga sul mare si apprestarono ad aprire i loro smartphone per riprendere il magnifico panorama del golfo di Gaeta. Avevo anche pensato poco prima di fare mostra delle mie conoscenze ed indicare ai miei provvisori compagni di viaggio l’altura del Circeo, che si erge a dominare l’area di Sabaudia e di Terracina ed era un’isola al tempo, se ci fu un “tempo”, di Ulisse e della maga. Ma non lo feci. Non potei trattenermi tuttavia allorquando miracolosamente grazie a congiunture climatiche favorevoli mi accorsi che con inusitata chiarezza si intravedevano le isole dell’arcipelago pontino, soprattutto Ponza e Ventotene. E gliele mostrai, utilizzando anche Google Maps. Nulla di emozionante avvenne poi fino a pochi minuti prima dell’arrivo a Napoli. Avevo anticipato un po’ tutti gli altri passeggeri, smontando i voluminosi bagagli dalla griglia superiore e sistemandomi nella parte anteriore del treno pronto a scendere non appena fossimo arrivati a destinazione. Il treno di solito si ferma per attendere il segnale di via libera e così lanciai uno sguardo verso la montagna che sovrasta il golfo: era cupa e minacciosa dalle nuvole nere che la sovrastavano. Mi ritornava alla mente il Leopardi de “La Ginestra” che riflette sulle condizioni dell’uomo pur con un sottile filo di speranza residua. Non appena il treno si è mosso, ho rivolto lo sguardo dalla parte opposta: un aereo decollava da Capodichino e mi ricordava che il giorno dopo sarei andato con metropolitana e navetta ad aspettare Lavinia che verrà da Parigi per una sua nuova incursione nella cultura storica dell’ateneo partenopeo; subito dopo ho rivisto la struttura esterna del Cimitero di Poggioreale, il Cimitero monumentale della città, una egregia summa della grande Cultura di questa città, dove riposano tra gli altri Benedetto Cairoli e Benedetto Croce, Francesco De Sanctis e Salvatore Di Giacomo, Vincenzo Gemito e Saverio Mercadante, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani e il grande incommensurabile Antonio de Curtis; poco distante dall’altro lato ho intravisto il Rione Luzzatti, assurto a memoria culturale nazionale – ed internazionale – grazie alla penna di quella misteriosa persona che è Elena Ferrante (donna? o uomo?) con le vicende della sua opera “L’amica geniale”; e lo skyline del Centro Direzionale che sovrasta come una Gotham City casareccia tutta l’umanità diversa per tanti motivi che sotto di esso si arrabatta alla meglio per sopravvivere.
Gli americani intanto si sono affacciati con i loro bagagli immensi come le loro praterie e le distanze e mi chiedono da che parte si scenderà “Mah, chi lo sa!” faccio con la mia mimica e capiscono perfettamente il mio muto linguaggio. Sorridono quando capiscono che toccherà loro scendere per primi, visto che mi trovo dalla parte opposta, ma sono gentili e forse sono anche un po’ pragmatici: d’altra parte anche se mi lamento ho molto meno bagagli di loro.

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E così mi permettono di scendere; anzi, mi aiutano a farlo. Li saluto e riassettandomi così come posso visto che la valigia non riesce a reggersi in posizione eretta mi avvio verso l’uscita. Avevo programmato di fermarmi a chiedere alcune informazioni ma con quei pesi da trasportare mi servirebbero almeno altre due braccia per stare comodo. Per fortuna avevo già fatto il biglietto della Metropolitana. Lo custodivo abbastanza nel profondo di una tasca interna della giacca pronto ad esibirlo al controllore sul treno, ma sorprendentemente Trenitalia si era decisa ad impedire ai portoghesi partenopei di entrare sulle banchine senza il titolo di viaggio e c’era un blocco invalicabile formato da tre giovani. Con cortesia per evitare le attese di frettolosi passeggeri, segnalo loro che mi facciano passare e che mostrerò loro il mio biglietto subito dopo averli superati ed aver riposto i miei bagagli. Con qualche lieve difficoltà motoria riesco ad estrarre il foglio su cui avevo stampato il doppio viaggio della giornata, e devo faticare non poco a farglielo interpretare: sono ancora un po’ inesperti.
C’è la solita umanità rumorosa anche se condizionata sempre più fortemente dalla modernità ad una solitudine dialogante. A volte mi chiedo se tutta questa moltitudine, nella quale mi inserisco, non sia connotata da follia. Fatico a scoprire sprazzi di felicità, ancor più in questo indaffararsi frenetico e non riconosco nemmeno più quel fatalismo ben tipico dei partenopei, sintetizzato in quel defilippesco “Hadda finì ‘a nuttata”. La “nuttata” è ancora lunga e non finisce mai; a volte sembra quasi che neanche la guerra sia finita: le macerie sono ancora tutte in attesa di una perenne ricostruzione.
Come sempre, quando un treno è appena partito le banchine sono vuote ma poi man mano che si attende il prossimo si rimpinguano e ti viene in mente il traghettatore infernale della “Commedia”.
Montare sul treno è un’altra impresa sia per la folla che per il peso dei bagagli e la distanza a cui sollevarli. Il treno della Metro non è fatto per turisti come noi: non c’è un posto dove sistemare i bagagli; non c’è un posto sicuro. Hai sempre la percezione che possano sparire ed allora dai fondo a tutti i tentacoli possibili a disposizione per abbrancarli, sostenerli, difenderli da un pericolo che in generale poi non c’è.
Chi sale e chi scende, chi scende e chi sale. A telefono sberciano, dialogano amorevolmente senza ritegno alcuno, stringono accordi non sempre chiari, si danno appuntamenti.
In uno di questi vani c’è qualcuno che risponde e “Sì, siamo sul treno che sta arrivando adesso a Mergellina, tra qualche minuto saremo a Campi Flegrei. Tu, dove stai?…Ah, allora ci vediamo, ti aspettiamo…”
Accanto nell’altro vano c’è una signora sola che snocciola i grani di una coroncina da preghiera e legge un librettino con immagini sacre da cui attinge speranze per la sua eternità.
A Campi Flegrei di solito il treno si ferma qualche minuto. Gli ingegneri ferroviari hanno scoperto che per far viaggiare i treni in orario basta allungare i tempi.

Alla fermata sale un signore segaligno.

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Festose accoglienze da parte dei due viaggiatori al sopraggiungere dell’attempato nuovo arrivo, che ricambia con affettuose dimostrazioni d’affetto. Da quel che appare si tratta di un loro parente. Eloquio tipicamente contrassegnato dall’appartenenza autoctona, l’anziano descrive la fatica che ha fatto per venire a piedi dal cimitero, un altro tra i diversi luoghi sacri della città, quello di Fuorigrotta. La statura e la portatura magra gli consentono certamente di poterlo fare: ha una lunga capigliatura bianca che riduce in una lunga treccia, della quale è evidentemente orgoglioso nel mentre la scuote come un giovane puledro ribelle. Il suo slang strascicato un tantino nobile e affettato ne rivela la femminilità patente, anche questa sbandierata apertamente. Anche i commenti verso giovani corpi maschili di passaggio sono coloriti da un desiderio incorrotto, incoraggiato dai suoi conoscenti con parole sorridenti e ammiccanti. Tutte queste notazioni sono rese possibili da una sosta prolungata e finiscono per essere considerate fastidiose dalla pia dama, che lanciandomi uno sguardo di disgusto e disapprovazione decide di lasciare la carrozza. I commenti salaci ma non volgari del signore colpivano la sua sensibilità.
Dopo qualche minuto di sosta c’è un moto di insofferenza per un ritardo inspiegabile. E ci sono commenti coloriti e acidi da parte dell’anziano vivace signore, che si alza e va verso la testa del convoglio per protestare. Ne fa ritorno senza avere ottenuto risposte data l’assenza di personale: siamo senza nocchiero, dunque. E protesta per il fatto che le toilette di servizio sono chiuse. E’ seduto in diagonale rispetto a me, che ne riesco ad osservare le movenze femminee. Incrocia il mio sguardo “Il treno non è in ritardo…le ferrovie allungano i tempi…se osserva il display si renderà conto che non è ancora l’ora di partenza!” gli faccio per placare un’ira irrazionale. Capisce, dal modo con cui interloquisco, che non sono più napoletano “Bello signore, di dove siete?” mi fa ed io corrispondo. Intanto il treno con soli tre minuti di ritardo parte. “Sono nativo di Napoli ma da più di quaranta anni sono fuori, a Prato” rispondo “Ah addo’ ce stanno i cinesi” Ecco, il solito stereotipo, penso. “E so’ cattive” “No” ribatto “per nulla, sono come tanti altri: ci sono i buoni e i cattivi!” “Ma vuie site in pensione?” mi fa, proseguendo un dialogo con me, tralasciando la sua compagnia, che tuttavia segue con attenzione. “Sicuramente, ‘na bbona pensione!” e “pecchè nun me sposate? Site nu bbuono partito”. “Grazie!” gli dico “io sono già sposato!” “Mah, lasciatela ‘a muggliera vosta e vvenite cu ‘mme!”. “Io vi ringrazio ma non penso di volerlo fare. Scusatemi!”. Non sono certo che la sua fosse una proposta solo amena; forse ci provava, forse era una provocazione. Tuttavia, arrivammo a Bagnoli e il gruppo si alzò per scendere. Le due persone più giovani sorrisero e salutarono con una certa affabilità, consapevoli forse che – chissà – avrei potuto diventare un loro parente, avessi accettato la proposta.
Ci si stava ormai avvicinando a Pozzuoli, termine di corsa, e a Bagnoli salirono due giovani ragazze.

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“ ‘I ci aggie ditto…gliel’ho detto ‘o dottore al dottore ca nun me senteve bbona, ma chille manco p’’a capa mi ha voluto dare ‘o certificato”
Era rammaricata di non aver ricevuto quel che desiderava e lo esprimeva in un linguaggio misto tra un napoletano ed una sorta di traduzione simultanea in italiano.
Una delle due ragazze era evidentemente piccata dal rifiuto del suo medico curante di concederle qualche giorno di malattia. L’altra ascoltava forse distratta anche da suoi pensieri e sembrava non dare peso al dramma dell’amica.
In effetti non appariva sofferente, forse insofferente sì, e nervosa.
Erano due operatrici sanitarie, forse dipendenti da una cooperativa; parlavano di bambini e di colleghi non sempre disponibili al rispetto delle regole. Lo fecero in quella modalità ibrida e ripetitiva come se avessero bisogno allo stesso tempo orgogliosamente di sentirsi autoctoni ma anche italiani. Un’umanità in movimento come il treno che mi conduceva di nuovo verso la mia infanzia, la mia adolescenza e parte considerevole della mia giovinezza. Uscimmo dal tunnel e la luce intensa del sole ci colpì ed illuminò il golfo; come un sipario che si apre davanti a noi lo spettacolo della natura prese tutta la mia attenzione. Nisida, Capri, Miseno, Procida, Ischia, Bacoli, Monte di Procida, Baia, il Monte Nuovo ed il Gauro tutto davanti a me rimandava alla memoria ricordi lontani e vicini. Al di sotto di noi, la città bassa di Pozzuoli con la sua Terra murata; al di sopra il vulcano Solfatara.
Ero a casa. C’era il sole. Mi mossi con i bagagli pesanti a scendere le scale dopo tutti gli altri. Incrociai due sguardi smarriti di extracomunitari e pensai a cosa potesse significare il sentirsi stranieri. Uscii dalla stazione e lessi un graffito sul muro “Salvini unico straniero” e lo fotografai. Pensai “Lo invierò ai compagni che sono impegnati nella campagna elettorale per incoraggiarli. E’ un buon primo saluto civile della mia città”.

Joshua Madalon
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CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – con PRATO IN COMUNE – Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO come candidato di PRATO IN COMUNE di Joshua Madalon

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CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – con PRATO IN COMUNE

Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi

PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO come candidato di PRATO IN COMUNE
di Joshua Madalon

Non conoscevo il Mirco autore del film “La ballata del sacco di Prato” fino a quando, insieme a tante altre persone, non si è avviato un percorso ricognitivo intorno alla Sinistra dispersa in mille rivoli tra gruppi organizzati e singole figure (la cosiddetta “società civile”) alla ricerca di un nuovo approdo. Dopo l’esperienza del referendum del 2016 – 4 dicembre – quella galassia che aveva ritrovato una unità prima non praticata provò sin dalle prime albe del 2017 a riproporsi come un nuovo possibile soggetto politico. E fu, dunque, nelle stanze dello Spazio Aut ed in alcuni Circoli (San Giusto, San Paolo, Paperino) che, lavorando intorno a questa nuova idea, ebbi l’occasione di incontrare Mirco Rocchi e, conoscendolo, di apprezzare le sue doti umane, artistiche, culturali. Fu lui a preparare alcune bozze per il simbolo di quel Progetto che alcuni di noi volemmo, ascoltati da una straordinaria maggioranza assembleare, chiamare “Prato A Sinistra”.
Da quella “storia” sono emerse molte riflessioni di valore politico che ci hanno accompagnato per alcuni mesi. L’idea che ci sorreggeva era riferita alle Amministrative del 2019 ma “Prato A Sinistra” naufragò sulle scogliere delle elezioni politiche del 2018, 4 marzo. Ci si divise, a Prato con naturalezza senza polemiche, tra Liberi e Uguali e Potere al Popolo. Mancò la possibilità di una decisione diversa da quella nazionale, dato che quel rassemblement detto “Brancaccio”, il cui scopo era proprio lo stesso che aveva animato “Prato A Sinistra”, nel novembre del 2018 chiuse definitivamente I battenti.
A Prato alcuni di noi, rappresentanti soprattutto del “civismo”, avendo ormai da tempo abbandonato l’appartenenza a forme partitiche, decisero di rimanere ai margini, pur preferendo agire in modo collaterale all’interno di un percorso più moderato e disponibile ad un dialogo basato su un confronto dialettico. Si sceglieva LeU pur rispettando PaP, i cui aderenti apparivano tradizionalmente meno disponibili a rimettere in discussione strutture del loro pensiero categorizzate come imprescindibili. In un certo senso, l’assolutizzazione del pensiero rendeva impossibile un dialogo, anche se la speranza di una possbilità futura ci sorreggeva.
Ad ogni buon conto la presenza di alcuni, come me, all’esterno di LeU, poneva una condizione sine qua non per la quale non sarebbe stato accolta una scelta di appoggio al Partito Democratico, in particolar modo a quel Partito che non rimettesse in discussione molte delle scelte centriste e molto più consone ad un’Amministrazione di Centrodestra.
L’implosione di LeU, successiva all’esito catastrofico del 4 marzo ed in vicinanza del nuovo appuntamento amministrativo locale del 2019, è stata provocata proprio da questa profonda ambiguità.


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Mirco Rocchi nel frattempo continuava ad occuparsi della sua attività principale, lo spettacolo, il teatro, il cinema ma non ci si perdeva del tutto di vista. Di tanto in tanto ci si sentiva a telefono, a volte ci si incrociava in qualche occasione “culturale”. Intanto, alcune ed alcuni di noi ci si organizzava per riproporre quel percorso unitario alternativo ad un PD che aveva progressivamente perduto (è la mia idea, non condivisa da quanti ritengono che non l’abbia mai posseduta) la sua visione democratica di una Politica al servizio dei più deboli. Abbiamo lavorato insieme, in modo intenso nella seconda parte del 2018, rappresentanti ufficiali di un mondo politico strutturato di Sinistra, come Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista (Potere al Popolo forse osservava ma non partecipava), e singoli appartenenti ad ex forze politiche e persone sensibili elettrìci senza mai avere aderito ad alcuna compagine.
Il 6 ottobre abbiamo presentato il nostro Manifesto in un incontro al Cinema “Terminale”. In quell’occasione sia Andrea Martinelli che io chiamammo Mirco. Ricordavo che sui temi della Cultura aveva preparato un suo intervento articolato e connotato da una visione originale dei temi già ai tempi di Prato A Sinistra ed avendone un file lo ristampai, chiedendogli di proporlo all’Assemblea. Mirco venne ed intervenne con la sua straordinaria capacità comunicativa, aggiungendo nuove elaborazioni ai contenuti del documento di un anno prima.
Da quell’incontro poi presero il via alcuni Gruppi di Lavoro e sulla Cultura, pur avendo io delle esperienze pregresse e mai del tutto abbandonate, pensammo di affidarne la guida a Mirco, che tuttavia era spesso in giro per I suoi impegni lavorativi. Su quei temi infatti abbiamo tardato. Ci siamo occupati di Urbanistica, di Scuola, di Welfare, di Democrazia partecipata, di Lavoro e di tante altre questioni. Sulla Cultura pensavamo sempre che se ne dovesse occupare Mirco Rocchi e così a metà dicembre 2018 convocammo un primo incontro organizzativo sulle tematiche culturali al Circolo ARCI di Coiano. In quell’occasione – con Mirco e Marzio, unici presenti oltre me – emerse l’idea di organizzare un vero e proprio evento programmatico sul tema “Le Culture nella città che vogliamo”, proponendo a Mirco di condurlo. Avremmo noi strutturato, attraverso il coinvolgimento di altre figure rappresentative delle varie forme di Cultura (quella giovanile, quella di genere, del mondo del lavoro, antroposociologica, sportiva, artistica, teatrale, e altro) quella serata, che si svolse con grande partecipazione e successo il 16 gennaio del 2019 presso il Circolo “Curiel”. L’idea, che si è rivelata vincente era che la Cultura sia elemento fondamentale dell’attività amministrativa e che dovesse sostanziare di contenuti ogni altra tematica.

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A quell’incontro del 16 gennaio era stata invitata anche un’altra persona, una giovane donna rappresentativa anche dell’universo culturale e civile della Sinistra, alla quale avevamo mostrato interesse affinchè fosse lei a guidare la lista (o le liste, nell’eventualità che si fosse costruita una coalizione) del nostro soggetto politico. Non c’era stato un rifiuto anche se non c’era stato nemmeno un assenso: diciamo che il nostro era, come si suol dire, un “cauto ottimismo” verso un’accettazione di questa proposta. Non ho una documentazione certa su come davvero siano andate le cose, ma sono molto sicuro invece sul fatto che la sua candidatura venisse letta da una parte come “escludente” rispetto a quel che erano le attese di “una parte” minoritaria che aveva già in modo separato una propria candidatura da proporre. Anche per questo motivo, come potete ben capire, taccio sull’identità della nostra prima proposta.
Di fronte al naufragio di una proposta che consideravamo “sintesi” del Progetto di Prato in Comune, alcuni di noi hanno pensato a Mirco, con il quale avevamo nel frattempo instaurato un rapporto molto più denso e continuativo. La storia di Mirco cominciavamo a conoscerla un po’ alla volta e ci convinceva vieppiù la sua appartenenza ad una realtà culturale che metteva insieme tutta una serie di elementi politici ad una parte di noi molto vicini (essere lui un chiaro appartenente agli immigrati interni, avere sostenuto con il voto sempre forze di Sinistra senza mai avere aderito ad un Partito, guardare alla realtà pratese con uno sguardo libero da pregiudizi annosi, occuparsi dei giovani in modo specifico attraverso il Teatro, il Cinema e l’Arte collaborando con l’Università, essere particolarmente attento ai temi ambientalistici, urbanistici e sociali), la qual cosa ci aiutava a realizzare al meglio l’obiettivo di creare un collegamento con il mondo al di là delle forze partitiche strutturate e quello di aprirsi a quella parte della Sinistra delusa dalle politiche neocentriste ed ambigue, dal punto di vista ideologico, del Partito Democratico.
Mirco Rocchi è una persona che possiede una preparazione culturale derivante dalla sua apertura mentale e grande disponibilità al confronto. Sin da subito, dopo aver accettato di partecipare alla sfida insieme a noi, si è messo a lavoro, facendo contemperare i suoi numerosi impegni lavorativi, prevalentemente artistici, a quelli nuovi ai quali noi con un “tour de force” incessante lo stiamo sottoponendo.

Joshua Madalon

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aspettando TOMASO MONTANARI lunedì 6 maggio ore 18.00 presso il Ridotto del TEATRO METASTASIO – CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – 12 con PRATO IN COMUNE

aspettando TOMASO MONTANARI lunedì 6 maggio ore 18.00 presso il Ridotto del TEATRO METASTASIO – CAMPAGNA ELETTORALE qui Prato, Toscana, Italia, Europa e Mondo – 12 con PRATO IN COMUNE

IL VERO FASCISMO E’ PROPRIO QUESTO POTERE DELLA SOCIETA’ DEI CONSUMI CHE STA DISTRUGGENDO L’ITALIA (1974)

Quando penso ai temi della valorizzazione e della conservazione del paesaggio e dei beni culturali ritorna alla mente la figura di Pier Paolo Pasolini e delle sue battaglie, in primo luogo quella per la difesa del paesaggio della rocca – città di Orte, e quella di Sabaudia.

Il timore che abbiamo leggendo tra le pieghe del Piano Operativo del Comune di Prato, laddove non si ferma l’aggressione alle parti verdi della città, è che il futuro non è declinato sui temi dell’ambientalismo, così come a chiacchiere si dichiara, sventolando la bandiera di 180.000 nuove piantumazioni, ma sull’altare degli interessi immobiliari su territori che potrebbero essere invece utilizzati come parchi e come luoghi sperimentali di agricoltura.
La Grazia di Prato, quella forma diffusa di città che è stata costruita nel corso dei secoli, dal Medioevo ai giorni nostri, potremmo dire dai tempi etruschi se pensassimo a quella straordinaria realtà venuta alla luce poco meno di venti anni fa, Gonfienti, finirebbe per essere ulteriormente sfigurata da interessi di pochi, che non rispettano la Storia forse ignorandone i percorsi.
La Grazia di Prato è nelle Pievi diffuse sul territorio anche e soprattutto quello lontano dal centro; è nelle ville signorili delle colline; è nei luoghi del lavoro otto e novecenteschi semi o del tutto abbandonati; è nei giardini segreti recintati; è nella storia immateriale dei nostri vecchi; è nella gioiosa inventiva dei nostri giovani.

Joshua Madalon

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