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UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza


UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO
20 OTTOBRE 1995
(nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Care compagne, cari compagni questa piccola Assemblea dovrà servire in maniera esclusiva a far emergere dal dibattito una posizione chiara anche se non necessariamente univoca del nostro Partito sulle problematiche culturali.
Era da tempo necessario incontrarci per riflettere e discutere insieme sulle problematiche inerenti la politica culturale della nostra città e della nostra Provincia.
Non intendo minimamente sottrarmi ad un’assunzione di responsabilità relative al ritardo con cui ci si incontra anche se appare utile fare alcune precisazioni che poi singolarmente e tutti insieme potremo valutare: 1) nel corso di questi ultimi mesi ho comunque prodotto una serie di interventi scritti sulle tematiche culturali, uno dei quali è stato consegnato al candidato Mattei, su esplicita sua richiesta; 2) dalle elezioni amministrative ad oggi per motivi più diversi (gli impegni di tutto, o quasi, il gruppo dirigente, le scadenze elettorali e referendarie) non solo il Dipartimento Scuola e Cultura, ma molti altri settori del Partito non hanno lavorato e solo negli ultimi giorni c’è stato qualche segnale diverso, e questo ne è un esempio.
Gli interventi scritti di cui parlavo, anche quando prodotti direttamente dal sottoscritto, si sono sempre rifatti sinteticamente al confronto con quanti, nel mio lavoro quotidiano, mi sono stati vicini ed hanno con me attivamente collaborato.
Ed è quindi da questi documenti che traggo ancora oggi la massima ispirazione, ritenendo opportuno, in particolare, che il partito di maggioranza assoluta in questa città (21 consiglieri su 40 in Comune) debba far sentire la propria voce e far pesare il proprio orientamento anche in fatto di politica culturale.
Lo deve perché rappresenta poco meno della metà degli elettori e soprattutto deve far sentire la sua voce, affinché non siano altri poteri a dire come questa città debba essere governata.
Contare non significa decidere, voler contare non significa voler decidere, è evidente che l’autonomia di chi amministra con le nuove regole deve essere mantenuta, ma è anche evidente che non si possa amministrare come se si fosse del tutto svincolati dal resto della realtà politica e culturale, non si può amministrare contro o a prescindere dal confronto con il maggior Partito di Governo di questa città.
La 142 stabilisce gli ambiti di competenza del Sindaco (art. 36) e quelli del Consiglio Comunale (art. 32) ma è evidente che la conduzione dell’Amministrazione debba tener conto di un consenso che non si basi su criteri di puro fideismo e neanche di cieca fiducia ma che si alimenti con un confronto continuo aperto e leale.
Bisogna che io faccia delle precisazioni “a monte” per poter meglio comprendere il senso di quel che poi dirò. C’è la sensazione che questa legislatura sia partita con una forte sottovalutazione delle problematiche culturali e con una sottovalutazione altrettanto seria delle idee che venivano esprimendo donne ed uomini che si occupano da anni di problematiche culturali in questo Partito: questo è apparso e appare frutto di presunzione che non ha ragion d’essere; o se ne ha, allora occorre capirne le motivazioni. Intanto, l’evento straordinario in questi primi di governo nel campo culturale in questa città è stato il riconoscimento e la valorizzazione istituzionale dell’opposizione: una cosa assurda, inutile e profondamente dannosa; che non porterà vantaggi né politici né istituzionali a nessuno né al nostro Partito né alla coalizione della quale facciamo parte: un dono “istituzionale” incomprensibile e scellerato che, se fosse il risultato di un accordo, sarebbe un vero e proprio scandalo, una vera e propria offesa al ruolo della cultura in questa città ed ai suoi cittadini che hanno scelto chi doveva governare e chi stare all’opposizione.
Appare allo stesso modo incomprensibile, almeno a prima vista, il motivo che ha spinto una parte del nostro Gruppo a scegliere questo percorso della quale cosa io spero ci si penta al più presto.
L’altra questione che occorre precisare è legata al taglio complessivo dell’intervento: non mi interessa in alcun modo costruire un progetto culturale che abbia come punti di riferimento soltanto le due megastrutture e poco altro.
Queste devono essere, come tante altre, gli strumenti, i mezzi attraverso i quali mettere in pratica un progetto complessivo di politica culturale, esse devono porsi quale obiettivo l’assunzione di un preciso ruolo di guida culturale in questa città.
Allo stesso tempo non mi galvanizza affatto l’uso di un metodo che molto spesso è stato adottato nel procedere alle nomine nel settore culturale e non solo, che è consistito nello scegliere prima i menbri nominati e poi gli orientamenti di fondo.
Mi sembra opportuno e corretto procedere all’inverso: prima si discute ampiamente sulle prioritarie scelte di politica culturale e poi si reperiscono le figure giuste da collocare all’interno delle diverse strutture perché possano adeguatamente funzionare.
Proprio per questo è necessario guardare la nostra città con occhi impietosi ed obiettivi.

Prato

La nostra città ha vissuto negli ultimi quindici anni una serie di mutamenti, messi in evidenza peraltro da alcune indagini scientifiche, quali quella dell’IRIS per il nuovo PRG. Scorrendo quelle pagine, tuttavia, la sensazione è che il punto di riferimento degli studiosi che le hanno redatte sia stato, in primo luogo ed in maniera preponderante, l’imprenditoria pratese nel suo complesso, con qualche accenno numerico alle altre componenti sociali. Io non dispongo di altri dati scientifici ma, per motivi professionali e politici, es essendo un immigrato interno, arrivato a Prato solo alla fine del 1982, ho cercato di essere particolarmente attento a quelle trasformazioni sociali ed ambientali che si possono toccare e vedere direttamente, che si avvertono, che si annusano, si sentono. In questi anni, di fronte ad un processo produttivo dell’industria pratese che ha avuto un notevole sviluppo qualitativo, c’è stato un fortissimo calo del livello culturale generale, misurabile sulla base dei dati che si riferiscono alla bassissima percentuale di laureati ed allo stesso tempo di una elevatissima percentuale di abbandoni scolastici nel post-obbligo, dati che assumono rilevanza notevole nella periferia.
Grande attenzione andrebbe dunque rivolta alle zone periferiche, che appaiono sempre più come quartieri-dormitorio, mentre il centro non riesce nel contempo ad assolvere pienamente, ed anche giustamente perché lì risiedono molte delle principali strutture culturali della città, ad una sua funzione propulsiva e propositiva di carattere positivo sul piano della Cultura.
Molto spesso sono stato invitato negli ultimi anni a guardare in particolare a ciò che in questa città funzionava, a quello che di buono c’era, senza soffermarmi troppo sugli aspetti “negativi”.
Non sono uno stupido, posso anche capire da solo che Prato è, rispetto a tante altre città, molto più avanti; ma il nostro obiettivo, compagne e compagni, almeno fra di noi diciamocelo, è quello di portarla ancora più avanti e, per poterlo fare non possiamo migliorare soltanto ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che “non” funziona, anche per un motivo, che è poi molto vicino a quello che enunciavo pocanzi che a Prato da alcuni anni in qua se un miglioramento c’è stato esso è collegato alle alte tecnologie, alla media e grande produzione, all’imprenditoria privata da quella artigiana a quella industriale, ma per gran parte dei ceti medi le difficoltà sono aumentate e nel settore culturale in generale si è speso da parte di tutti sempre meno e sempre peggio. Occorre affermare proprio in riferimento a ciò che appare fuori luogo un certo tipo di lavoro sull’immagine di Prato fatto esclusivamente di luccichii, perché tenderebbe a fornire di essa solo l’aspetto positivo, portando anche molti di noi al convincimento dell’assenza di questioni problematiche che invece continuerebbero a nostro dispetto ad esistere e non troverebbero facile riconoscimento.
Non vorrei, dunque, che ci si comportasse come i cicisbei che tendevano ad annullare la loro “puzza” (aborrivano notoriamente l’uso dell’acqua e sapone) con litri di profumi. Allo stesso tempo credo sia opportuni rilanciare l’immagine di Prato fra la gente di questa nostra città che, abituata a ritmi di lavoro quasi “cinesi”, non ne conosce la complessa ricca realtà culturale.
Prato ha vissuto anche nel suo apparato politico diffuso una crisi progressiva dalla fine degli anni Settanta ad oggi contrassegnata dall’assenza prolungata di passione civile, di impegno sociale che occorrerebbe recuperare.
I fenomeni negativi dello yuppismo e del rampantismo non ci sono stati del tutto estranei, lasciando spazio anche in noi ad una superficialità antropologica, un decadimento culturale ed un appannamento dei valori ideali. Si è celebrata anche da parte nostra troppo in fretta la morte delle ideologie ed a queste è stato sostituito un pragmatismo arido che ha teorizzato un modo di vivere giorno dopo giorno senza progetti senza futuro.
E’ evidente che di tanto in tanto ci si è risvegliati ma lo è stato sempre per brevi periodi, quasi tutti collegati a contese elettorali o a questioni contingenti del tutto passeggere. Le tematiche della solidarietà e dell’accoglienza non più intese come negli anni Sessanta e Settanta come esclusivo sostegno alle famiglie bisognose ma collegate in particolare all’inarrestabile fenomeno cosmico delle migrazioni extra-comunitarie non possono essere lasciate solo all’iniziativa dei cattolici, non possono essere affrontate nè con la chiusura tipica della Destra nè con il cinismo “piccolo borghese” di una società che, ancorchè opulenta e soddisfatta, è in profondissima crisi di valori ed in declino morale ed è incapace di risolvere i propri problemi e di affronatre le questioni, partendo in particolare dal rispetto umano e dalla tolleranza.
E’ altresì evidente che sussistono negli ambienti degli immigrati fenomeni di delinquenza e di illegalità diffuse che vanno accuratamente controllati e, dove possibile, prevenuti; ma questo, come per tutti, non deve pregiudicare in nessun modo il nostro rapporto con la maggior parte di questa gente. Allo stesso modo vanno perseguiti anche gli sfruttamenti cui queste persone vengono sottoposte da proprietari di fondi e da datori di lavoro senza tanti scrupoli.
Diverso, anche se di poco, è il problema dei nomadi che a Prato sono peraltro in generale in possesso di residenza con i quali occorre attivare un rapporto reciproco che consenta di pervenire ad una soluzione idonea a tranquillizzare la popolazione “stabile” e permettere ai nomadi una vita comunque degna di questo nome, pur nel rispetto degli usi e costumi di questi popoli. Quello che va accadendo negli ultimi giorni è un segno inequivocabile della caduta di tensione anche nella Sinistra, una Sinistra che a Prato (vale la pena ricordarcelo) è numericamente fra le più forti di Italia.

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C’è in ogni caso qualche segnale positivo di risveglio negli ultimi giorni, e questo ci conforta.
Ma altri problemi che attengono al mondo culturale, nel senso più vasto del termine, ci preoccupano. Non ultima la questione ambientale con le scelte decisive relative allo smaltimento dei rifiuti. E’ necessario, dopo aver assunto impegni nella maggioranza (e questo è formalmente in parte già avvenuto) fornire le dovute garanzie alla popolazione, trattando, nel limite delle possibilità anche vantaggiose contropartite.
In ogni caso bisogna dire a qualche alleato di governo che non si può sottoscrivere un accordo e recedervi in meno di 24 ore per puri calcoli personali o per amene bizzarrie.
Si può essere ambientalisti in una realtà come la nostra costruendo uno o più impianti, garantendone tuttavia lo stretto controllo quanto ad impatto ambientale e verificando oculatamente già in anticipo costi e ricavi non solo di tipo economico.
Non è neanche trascurabile il problema generale dei giovani, le ragioni del cui disagio sono complessivamente assenti dalle nostre analisi politiche, mentre dedichiamo più tempo ed energie ad altri argomenti più tattici e solo in apparenza più urgenti; senza affrontare le questioni si creano così sorprendenti miscele esplosive che si evidenziano in atteggiamenti di frustrazione, di violenza, di nichilismo, in scelte complessivamente negative (alcool, droga, superstizione, ecc…) dalle quali è molto difficile tornare indietroe che determinano un generale disorientamento nella società che, incapace di affrontare i problemi, si avvia a sua volta verso forme di frustrazione o, quel che è peggio, di cinismo, creando un circolo vizioso. Occorre, anche nel nostro piccolo, affrontare le questioni della disoccupazione giovanile e dare risposta soprattutto alla richiesta di nuove opportunità, connesse in particolare al settore della cultura, dell’ambiente, del turismo e del tempo libero.
In questa direzione mi è apparsa personalmente molto interessante la scelta della General Video e di Cecchi Gori di impiantare a Prato un’attività avanzata di produzioni video, particolarmente nel settore didattico. Allo stesso modo e nella stessa direzione è stato indicativo qualche tempo l’intervento della Casa Editrice Giunti.
Tantissimi altri problemi attendono una soluzione e fanno di Prato un’isola non del tutto felice: dai problemi della casa a quelli sociali, che sono in attesa anche di una scelta di tipo istituzionale forte che garantisca il proseguimento del lavoro che era stato avviato in particolare nella passata legislatura.
Sarebbero veramente tante le questioni checoncernono le problematiche culturali, e non ci sarebbe il tempo per elencarle ed esporle tutte, figuriamoci per analizzarle! Un altro argomento che tuttavia ci coinvolgerà pienamente e ci costringerà a discutere sin dalle prossime settimane sarà il Piano Regolatore Generale. Noi tutti sappiamo quale importanza rivesta per la nostra città e quanta importanza vi ripongano in ogni senso numerose categorie professionali (più che gli stessi politici ed amministratori nel loro complesso).

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Molte delle tematiche culturali diffuse sono legate alla struttura del PRG: ed è dunque ad esso che occorrerà guardare con particolare attenzione, in special modo per conoscere le caratteristiche della vivibilità in particolare nelle nostre periferie, le identificazioni dei “luoghi per lo svago ed il tempo libero, per la cultura sia come fruizione che come produzione, i cosiddetti loghi centrali”.
Per i temi squisitamente culturali mi rifarò in gran parte per mia comodità al testo che avevo consegnato al candidato a Sindaco Fabrizio Mattei. Risulta evidente che il “Metastasio” è trattato in questo primo ambito a monte della “querelle” degli ultimi mesi, ma vi si può lo stesso notare una profonda coerenza con quanto vado affermando adesso: il resto (non so se è un bene o un male) mi sembra ancora attuale. Nell’ambito di un progetto culturale complessivo per il governo della nostra città terremo presenti alcune linee essenziali: a) concedere maggiore forza e dignità, con un conseguente incentivo di bilancio, all’Assessorato alla Cultura;
b) realizzare progetti culturali integrati che vedano come soggetti attivi, oltre alle due grandi strutture, anche quelle importanti strutture intermedie così radicate e diffuse sul territorio pratese;
c) portare a compimento il processo di trasformazione del “Metastasio” da Consorzio a Fondazione, particolarmente per quel che concerne la produzione e la formazione, senza tuttavia trascurare il “cartellone”, che deve avere un supporto didattico in senso ampio, ovverosia deve essere conosciuto più diffusamente, superando alcune difficoltà che si sono presentate nella scorsa stagione;
d) mettere in evidenza il ruolo peculiare del Museo “Pecci”: quello di essere una struttura sia pubblica che privata, in cui per il suo funzionamento c’è uno sbilanciamento forte, quasi a totale carico della parte pubblica; proprio per questo, occorre che l’Amministrazione faccia sentire maggiormente la sua presenza per far valere il suo ruolo, garantendo anche l’uso “pubblico”, nel senso più ampio del termine, di questa struttura;
e) invertire il senso di marcia della “politica culturale”, che non significa sguarnire il “centro” e valorizzare la “periferia” a scapito del “centro” ma costruire un progetto di “cultura” che sia strategicamente rivolto all’innalzamento del livello qualitativo della cultura in modo lento e progressivo, particolarmente nella periferia, ascoltando anche le esigenze che sono espresse dai nuovi Quartieri ai quali va realmente garantita la prevista autonomia ma anche va data la possibilità di incidere concretamente sulla programmazione e di essere propositivi attivamente nell’elaborare un progetto culturale complessivo che parta dal loro territorio almeno a partire dalla condivisione degli indirizzi generali;
f) valorizzare e dare consistenza alle richieste che provengono dal mondo giovanile, che lamenta l’assenza di luoghi di fruizione del tempo libero: si pensi al già progettato Palazzetto dello Sport, ad un possibile Teatro Tenda, alla costruzione di una nuova Piscina ed all’adeguamento di altre strutture di carattere sportivo; allo stesso tempo occorrerebbe sapere se nella definitiva stesura del PRG si riuscirà a tenere presenti queste richieste, affinché in ogni Quartiere siano reperiti spazi per la fruizione e la produzione di Cultura;
g) valorizzare al massimo (ed incentivare) tutte le potenzialità culturali di base espresse dalla gente di Prato: si pensi ai gruppi teatrali (in particolare il TPO, che ha gestito e curato con meriti particolari tutto il settore del Teatro Ragazzi, conseguendo risultati eccellenti in campo nazionale e non solo); si pensi alle corali, ai gruppi musicali, ai singoli musicisti così tanti e diffusi; agli innumerevoli artisti a volte organizzati in scuole o gruppi associativi, a volte individualmente presenti; si pensi ai film video makers, che a Prato sono tanti;
h) valorizzare il patrimonio artistico ed architettonico della città, sul solco di quanto già fatto dalla precedente Amministrazione, con un occhio più attento anche alla conservazione di qualche elemento di “archeologia industriale”.
Tutto questo noi lo scrivevamo già prima delle elezioni e riteniamo siano in gran parte ancora molto attuali ed attuabili. Noi pensiamo che nel corso di questi primi mesi del nuovo governo di questa città tutti, a partire soprattutto da noi, avremmo potuto fare qualcosa di più, avremmo dovuto soddisfare da tempo l’esigenza di farci ascoltare prima delle decisioni allo scopo, mi si creda, soprattutto di confrontarci e di evitare così spiacevoli equivoci e contrasti. Non è mai troppo tardi, certo! Io spero in ogni caso che stasera non si celebri un rito ma che ci sia un vero confronto, reciproca disponibilità all’ascolto e comprensione ma anche che si arrivi a fissare comuni obiettivi. Diciamo questo senza avere noi la presunzione di indicare quali strade debba obbligatoriamente compiere un Assessore o lo stesso Sindaco, ma allo stesso tempo non vogliamo esimerci da diritto dovere prima di tutto come cittadini di fornire qualche modesto semplice consiglio e dal diritto dovere di estrinsecare, più o meno pubblicamente, quello che sono le nostre principali preoccupazioni, a partire da un clima non sempre sereno in contrasto con quel Governo dolce, quel Governo amico che si vorrebbe fosse il nostro Governo. Ritornando su alcuni punti esposti in precedenza noi riteniamo che il concedere maggiore forza e dignità all’Assessorato alla Cultura sia da collegare oltre che ad un incentivo di bilancio soprattutto ad una progettualità che tenga conto delle priorità espresse. Nessuno di noi ritiene che ogni evento, ogni momento collegato allo spettacolo ed alla Cultura debba obbligatoriamente produrre e lasciare segni del suo passaggio ma non si può pensare ad una cultura di evasione di tipo effimero per la maggior parte: occorrerebbe che per una buona percentuale la fruizione sia pensata anche come occasione di stimolo e di crescita, creando essa stessa altre occasioni di produzione e di fruizione; un progetto complessivo deve assolutamente contenere quelle che sono le linee programmatiche, gli indirizzi entro cui si muove la politica culturale dell’Assessorato, non essere frutto di occasionalità nè dipendere troppo da influssi sporadici e disarticolati esterni nè dalle scelte unicamente personali di chi ha la resposnabilità di quel settore. C’è invece la sensazione che non si persegua una politica delle “progettazioni complesse”, che non sono tuttavia dei “patchwork” ai quali partecipino più soggetti ma occasioni per lasciare il segno, procurando piacere e “fabbricando” cultura, una cultura permanente, non gli eventi, l’evento fondamentalmente fine a se stesso.

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.
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Tutti voi sapete poi quel che è accaduto in questi ultimi mesi. C’è stata una particolare attenzione sul Met con un fuoco concentrico al quale ho partecipato anche io perché ho avvertito questo attuale Consiglio di Amministrazione troppo lontano dal territorio e troppo chiuso in se stesso.
La mia opinione critica si è fermata a queste considerazioni, perchè comunque ritengo che questo CdA abbia ancor oggi le carte in regola per operare e che non abbia bisogno di essere posto sotto tutela. Le dimissioni di Veronesi da Presidente hanno solo minimamente modificato questo mio modo di vedere, perché credo che il CdA possa ancora sopperire da solo alle necessità in questa fase così delicata. Stiamo attenti a non inserire senza le opportune riflessioni in un meccanismo reso già debole dalla situazione pregressa elementi che possano portare ad una conflagrazione, che non mi auguro, ma che è ritenuta molto prevedibile e, ritengo a giusta causa, anche da qualcuno, ricercata. Sinceramente è questo che mi preoccupa di più in tutta questa faccenda. Mentre avverto negli interventi di qualcuno vecchi rancori, ansia di rivincita e quanto altro, io vi assicuro che tendo esclusivamente a salvare la situazione, senza sentirmi il “padrino” di chicchessia.
Va dato atto a questo CdA di essersi incamminato sulla strada giusta, allestendo un programma di notevole spessore culturale e molto stimolante; ed all’Assessore alla Cultura di aver offerto una certa disponibilità ad un lavoro comune che, più che sui programmi, si appunti sugli indirizzi e gli obiettivi, a partire dalla produzione. Ma, secondo me, ben altro è il ruolo di Assessore da quello di Presidente del Met. Sono due figure, soprattutto poi in questo passaggio, non intercambiabili, in quanto lo stesso Assessore non ha mai nascosto in particolare nella fase delicata della sua genesi di aver molto poco gradito la Fondazione e la scelta della produzione; inoltre ritengo che con difficoltà la sua presenza si combinerebbe efficacemente con quella di Massimo Castri. Devo aggiungere che non trovo convincenti neanche le motivazioni che l’Assessore adduce di tanto in tanto per porre in discussione la produzione (“l’Assessore Regionale non si è impegnato….non è poi così certo che Prato possa mantenere la produzione….”), che non è per me un “tabù” come conquista assoluta ma che difenderò strenuamente fin quando proseguirò a considerarla come scelta “vincente”.
Nello stesso documento presentato in Consiglio comunale sulla produzione l’atteggiamento dell’Assessore è tiepidamente difensiva, mentre ( se la convinzione fosse reale) occorrerebbe dire che il progetto produttivo non si tocca, se non che per migliorarlo e collegarlo maggiormente alla nostra realtà territoriale locale e regionale e non si aspetterebbero, praticamente da fermi, le scelte della Regione. L’Assessore Regionale può anche aver cominciato a cambiare idea sotto la pressione di altre realtà territoriali; di certo la cambierà definitivamente se non si interviene in modo convincente per difendere questa nostra scelta.
E se non vi dispiace, vi invito a considerare questa evenienza come una perdita secca di immagine oltre che di mezzo miliardo l’anno più un altro mezzo miliardo se ci venisse riconosciuto, come sembra sia, il “progetto speciale”.
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

La polemica si è poi incentrata sullo Statuto. Lo si vuole modificare per ridurre l’autonomia del CdA, forse lo si vuole modificare anche per adeguarlo maggiormente alle nuove leggi (vedi “designazione del Presidente”), forse lo si vuole modificare per garantire un peso maggiore del principale Socio fondatore, qualche altro vorrebbe intervenire sulle indennità, considerate troppo elevate. Trovo legittime tutte le necessità, a patto che non si finisca per stravolgere le ragioni fondamentali dell’Istituzione. Considero meno importanti – per me – la prima e l’ultima, in quanto ritengo che chi si occupa in maniera seria e professionale di un Ente così rilevante non possa farlo bene ed in modo sereno se non è incentivato anche con una dignitosa indennità. Allo stesso tempo credo che, senza stare a ripetermi troppo, non sia poi così straordinaria l’autonomia del Consiglio di Amministrazione se ci si capisce, se ci si confronta, se si riesce a ragionare tra uomini ragionevoli e assennati, tra persone competenti che abbiano quale scopo principale uno spirito di servizio costruttivo. Ho sentito, in questi giorni che anche tra i compagni ce ne è qualcuno che alimenta la polemica su questo Consiglio di Amministrazione. Anche io ho perso la pazienza, una volta, ma invito tutti a leggere bene quell’intervento nella stesura originale non quella riportata dalla stampa: avevo lanciato messaggi (forse non in maniera abbastanza chiara) affinchè questo CdA comprendesse che vi era la necessità che da parte dei membri si facesse un passo verso il nuovo Consiglio Comunale, che si aprissero in questo modo alla città. Lo dico ancora una volta, anche al Sindaco, anche all’Assessore: la nuova legge elettorale dà poteri straordinari al Sindaco e alla Giunta, ma sul fronte ci siamo anche noi piccoli consiglieri che dobbiamo alzare la manina per approvare o disapprovare per cui le strategie non si possono discutere soltanto tra un CdA e il Sindaco e l’Assessore, altrimenti non ci si può sorprendere se c’è qualche dissenso. Anche io ho ritenuto opportuno dire la mia su un Consiglio di Amministrazione troppo appiattito sulla punta di iceberg del Potere, ma ho anche capito che è necessario consentire in una fase come questa l’importanza della tranquillità operativa a chi sta lavorando, senza risparmiare nè critiche nè elogi quando avremo i risultati di questo impegno.
Grandi responsabilità tra le altre cose potrebbero essere addebitate a chi non riuscisse a far crescere il progetto produttivo, moltiplicando (è possibile farlo, non è un’utopia) i fondi e riducendo progressivamente l’intervento del Comune e degli altri Soci. Ai compagni che alimentano la polemica dico che hanno la memoria corta. Fondazione e Statuto, la produzione, il Consiglio di Amministrazione sono state approvate dalla passata legislatura poco più di un anno fa; occorrerebbe ricordarsi che alcuni dei nostri attuali compagni e qualche collega dell’opposizione erano presenti ad approvare il tutto, e, quindi, (a parte il fatto che in Politica può sempre accadere di tutto: mai dire mai) mi sembra abbastanza curioso che ci si stia ripensando.

Per andare verso la conclusione dico che sul Teatro e sul ruolo che esso deve avere nella nostra società mi appaiono illuminanti e precise le affermazioni generali rese da Luconi in Consiglio comunale nella prima parte del testo, soprattutto quando parla di un Teatro aperto; mentre per quel che riguarda la produzione ritengo indispensabile far riferimento ad alcune pagine sul Teatro (pagg.8,9) di un documento fornitomi dal precedente Assessore alla Cultura, prima della campagna elettorale del 23 aprile (1995). Un’altra questione di fondamentale importanza nell’ambito delle politiche culturali è a mio parere il Teatro Ragazzi. Si tratta di uno dei settori culturali più avanzati che la città di Prato abbia prodotto negli ultimi 15 anni. Il Teatro Ragazzi, per opera del “Teatro di Piazza e d’Occasione” ( TPO ) ha raggiunto risultati considerevoli di rilevanza nazionale ed internazionale, ottenendo svariati riconoscimenti nel settore produttivo e finanziamenti statali, svolgendo un ruolo prezioso soprattutto di tipo didattico. Ci sono dati incontestabili sul lavoro svolto e sui risultati ottenuti, che non lasciano alcun dubbio.

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In questi ultimi tempi, però, la storia del Teatro Ragazzi si è andata intrecciando con le problematiche connesse all’atavica mancanza di strutture culturali nella nostra città ed al destino del Teatro Santa Caterina, sede “storica” di questa attività.
Proprio negli ultimi giorni, poi, dovendo il Comune procedere al restauro del Santa Caterina, il dibattito, diciamo così, è entrato nel vivo, cosicché all’interno della Giunta si sono fronteggiate due tipi di scelta sul futuro di quella struttura: la prima che prevederebbe l’uso per uffici comunali, l’altra che riterrebbe più opportuno un uso culturale polivalente. Fatto sta che soprattutto l’una ma anche l’altra non consentirebbero, pur prevedendola a parole, la sopravvivenza dell’esperienza del Teatro Ragazzi e, di riflesso, del TPO, che ne è l’anima, il cuore. Infatti tra le proposte avanzate al TPO, da quel che ci risulta, ci sarebbe quella di rimanere nella struttura con un compito umiliante di “portierato”: posso pensare che una tale proposta la avanzi chi non si intende di “Teatro”, ma mi ha molto sorpreso sapere che una simile proposta fosse stata avanzata invece da chi si occupa prevalentemente di Teatro e da chi afferma di amare il Teatro. Io non voglio fermarmi alla denuncia: chiedo che con urgenza si affronti questo problema, con la necessaria massima serietà, sapendo che occorre difendere ciò che di buono è stato realizzato in questa città. Una delle forme possibili potrebbe essere quella di una convenzione temporanea con il TPO con l’uso di una sede per le attività e l’affidamento di una struttura “provvisoria” adeguata ai bisogni in attesa del reperimento di una “definitiva”.
Vado alle conclusioni per davvero. E dico anche con un certo imbarazzo alcune cose, che preferisco lasciare al ricordo scritto. Ho sentito più volte rivolgermi da parte di Luconi un invito “accorato e caloroso” a collaborare, senza mai chiaramente poter capire, forse per mia difficoltà, come ciò potesse essere possibile in pratica.
La mia indole e la mia esperienza vorrebbero sempre accettare, il mio attuale ruolo mi dissuade – mi si creda – con molta amarezza.
Sono cresciuto come operatore culturale e nell’organizzazione sia teatrale, sia cinematografica sia da poco quella musicale ho realizzato momenti anche entusiasmanti. Potrei indubbiamente dare una mano a qualcuno con cui condividere un progetto, ma per altri due motivi proprio non ci riesco, non posso: il primo, perché per ora non intravedo ancora un progetto; il secondo, perché per poterlo realizzare concordemente occorrerebbe un’investitura istituzionale che non caldeggio e che comunque non accetterei senza il superamento del primo dei due motivi.
Una questione finale: tra poco più di un mese il nostro Partito (ndt.: il PDS) dovrà tenere la Conferenza-Congresso allo scopo si rinnovare il gruppo dirigente ed il suo Segretario. Bene, io credo che non vi possa essere né Segretario né Gruppo Dirigente che non si ponga il problema di affrontare le tematiche qui da me trattate e non le avvii a soluzione. Voglio – proprio per questo – lanciare qui una sfida “culturale” ai compagni che sono o saranno candidati al ruolo di Segretario del Partito qui a Prato: comincino ad esprimersi fin da ora sulle questioni fondamentali della Cultura; io infatti credo che solo così facendo noi potremo trovare il giusto Gruppo Dirigente per affrontare il nostro immediato futuro.

Prato 20 ottobre 1995 Giuseppe Maddaluno

A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – seconda parte (per la prima parte vedi 29 agosto)

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A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – seconda parte

2.

Prima di ritrascrivere il testo di accompagnamento alla rappresentazione pubblica va rilevato che agli inizi del 1970 la parte storica popolare di Pozzuoli (Rione Terra e zone attigue al porto) fu forzatamente evacuata; la popolazione fu costretta a dislocarsi prima in alloggi di fortuna (molte delle abitazioni “estive” della zona a nord dell’area flegrea oltre Cuma, cioè Licola, Varcaturo,Pinetamare, Castelvolturno e Mondragone furono sequestrate ed adibite a tali scopi) e poi in un nuovo insediamento, Monterusciello.
Fu con questa modalità militaresca decretata anche la fine della persistenza della lingua puteolana.
“Ccà puntey ll’arbe!” con l’ attività istruttoria del “Collettivo” fu un modesto tentativo di recuperare parte di essa.

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Il “Collettivo Teatrale ‘75” che agisce nell’ambito del “Centro Sociale Flegreo” è composto da un gruppo variamente impegnato nel campo del lavoro: pescatori, operai, artisti, insegnanti. I giovani che vi fanno parte, coloro che hanno voluto collaborare al tipo di lavoro che ha svolto e che svolge il “Collettivo”, sono pienamente consapevoli che non vi è oggi alternativa in materia culturale: qualsiasi tipo di indagine, di ricerca non può rifiutarsi di partire dalle esigenze primarie, dalle necessità pratiche, quotidiane, che le masse sempre più folte di contadini, operai, giovani o meno giovani o diversamente tali, avvertono, sì, ma sono anche portate a mistificarle con una sorta di rifiuto, di abulia, intervallata da frenetiche improvvise prese di coscienza, giustificando quasi, in questo modo, il reazionario appello alla limitazione della libertà, di cui fin troppo, secondo alcuni, ha gosuto il popolo italiano.
Certo, oggi, l’intellettuale è scomodo. Scomodo è il prete operaio o colui che, investito di cariche dal potere vigente, tradisce le aspettative non sempre del tutto oneste e genuinamente popolari del suo “datore” di riferimento. Il “Collettivo Teatrale ‘75” non si lega a precise precostituite linee di qualsivoglia parte, ma non smentisce di avere nella maniera più assoluta delle precise simpatie per chi, fino ad oggi, non ha mai tralasciato di costruire collegamenti con il movimento operaio, ed intende con questo impegno aderire ad un tipo di indagine sociale che non si stacchi dalla realtà quotidiana delle fabbriche, dei rioni ghetto, delle masse dei disoccupati, degli sfruttati (in particolare il lavoro minorile e la pratica del lavoro nero), dei lavoratori delle fabbriche, quelli del mare, i contadini, gli emarginati in toto e soprattutto i bambini che, ancora innocenti ed inconsapevoli, hanno bisogno di qualcuno che costruisca per loro un futuro sostanzialmente diverso. Oggi tutti, e specialmente la gente del Sud che tanto ha già sofferto fino ad ora, hanno bisogno estremo di razionalizzare le proprie esigenze, prenderne coscienza; questo, che risulta difficile, può essere ottenuto attraverso il tipo di lavoro che il “Collettivo” svolge, in questo periodo di tempo, insieme a tanti altri gruppi nel Sud e che va tecnicamente sotto il nome di “Decentramento culturale”.
“Ccà puntey ll’arbe!” è il secondo lavoro di indagine culturale spettacolare di tipo teatrale affrontato da questo Collettivo.
Con esso si vuole dare risalto al dialetto puteolano, vivo ancora oggi ai margini della società puteolana, per lo più sul porto, fra i pescatori del “Valione”. Partendo da una necessità oggettiva, di essere presenti sulle scene, pur continuando ad interessarsi di problemi sociali politici e culturali, il Collettivo ha creduto di poter superare la sua iniziale difficoltà creativa, affidandosi ad un canovaccio popolarissimo come “La Cantata dei Pastori”, tradizionale commedia natalizia.

5. CINEMA Storia minima – Primi anni Trenta – continua (per la precedente vedi 5 agosto)

5. CINEMA Storia minima
Primi anni Trenta – continua

E’, questo, un momento davvero entusiasmante per gli artisti e per tutti coloro che amano il Cinema. L’avvento del sonoro impresse una svolta poderosa al concetto di spettacolo totale. In Italia, dopo la famosa ma non esaltante prima prova sonora nello stesso anno, 1930, Alessandro Blasetti gira “Nerone”, riuscendo anche a mettere in evidenza il talento artistico di Ettore Petrolini. Altri artisti si sbizzarrirono e produssero veri e propri capolavori.

Uno di questi in Francia, sempre nel 1930, fu “Sous les toits de Paris” nel quale Renè Clair mette insieme una storia brillante piena di colpi di scena e con varie parti “cantate”. Il regista francese ci prova così gusto che l’anno successivo, il 1931, ripropone lo schema vincente per ben due volte prima con “Le million” un sorta di tourbillon alla ricerca di un biglietto della lotteria che ha vinto il “milione” del titolo; e poi con “A nous la liberté” un nuovo capolavoro “ibrido” (con le sue parti cantate), socialisteggiante e libertario, che fu anche oggetto attrattivo per Charlie Chaplin. Il film è infatti anticipatore del pieno di speranze e deludente Fronte popolare francese (1936-39) e fu probabile fonte di ispirazione del grande Charlot in “Tempi moderni” del 1936.

Anche Jean Renoir si addentra con il 1931 nell’uso del sonoro e, dopo il ricorso alla pochade di Feydeau, “On purge bebè”, realizza un film drammatico, cupo e tragico, come “La chienne”, ambientato nella Montmartre degli artisti che il regista, figlio del grande Auguste, ben conosceva.
Quanto a Chaplin, nel 1931 realizza “Luci della città” rifiutando l’uso del sonoro limitatamente al parlato.

Seguendo la strada delle grandi linee tematiche del 1931 abbiamo da segnalare due film, nei quali con personaggi diversi si seguono le “strade del Male diabolico”: ci si riferisce a “Dracula” di Tod Browning nell’interpretazione eccezionale di Bela Lugosi ed a “Frankenstein” di James Whale con l’altrettanto straordinario interprete, Boris Karloff. Il 1931 è anche l’anno del film di Roberto Mamoulian, che apre un nuovo percorso praticato nel prosieguo storico del Cinema, “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”, un altro classico del terrore e del brivido. E non va dimenticato il recupero di un percorso già avviato da un decennio: quello del vampiro, solo in parte rappresentabile nel Dracula di Browning. Avremo infatti nel 1932 il “Vampyr” di Carl Theodore Dreyer, che si ispirò alle atmosfere del cinema espressionista, creando tuttavia un capolavoro autonomo da quello.

Il 1931 è anche l’anno d’uscita di un nuovo capolavoro della cinematografia tedesca per opera di Fritz Lang, “M – Il Mostro di Dusseldorf”, che viene a diritto considerato il prototipo del “noir”, anticipatore di tutta una serie di film che il regista tedesco realizzerà negli Stati Uniti. Ad interpretare il protagonista del film, Hans Beckert il Mostro, fu Peter Lorre che – come Lang – emigrerà dapprima in altri paesi europei e poi negli Stati Uniti dove si caratterizzò proprio per l’interpretazioni di personaggi squallidi ed abietti, proprio in linea con il film con cui in modo particolare salì agli onori del palcoscenico.

CINEMA storia minima fine anni Venti prima parte (parte precedente vedi 5 luglio)

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CINEMA storia minima fine anni Venti prima parte (parte precedente vedi 5 luglio)

Il 1927 è l’anno di “Metropolis”. Ma nel cinema tedesco vi sono anche altre presenze, come quella di Henrik Galeen che in quello stesso anno realizza una delle opere minori più importanti del cinema tedesco espressionista, “Alraune” (La mandragora), una creatura nata dal seme di un criminale impiccato, che finirà per essere il simbolo assoluto del “male”. Galeen aveva esordito con il “botto” insieme a Paul Wegener ( “Il Golem” ) nel 1915. Ma ancor più importante è il documentario che Walter Ruttmann presenta in quello stesso anno, dopo una serie di pellicole sperimentali come “Opus I” (1921), “Opus II” (1922), “Opus III”(1924) e “Opus IV” (1925).

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Si tratta di Berlin – Die Sinfonie der Großstadt (Berlino – Sinfonia di una grande città) che sarà uno dei film più studiati ed imitati dai documentaristi. In esso Ruttmann mette insieme la narrazione con la tecnica, utilizzando in modo magistrale il montaggio. Si diceva di “Metropolis” all’inizio di questa parte: con questo film Fritz Lang inverte in qualche modo la direzione “temporale”: non il passato che incute timori e preoccupazioni ma rimane lontano, non il presente con l’analisi cruda di una società in decadimento sociale ed economico, oltre che morale, ma il “futuro” ricco di incognite, oppressivo ma anche promettente di soluzioni positive per una concordia tra le classi sociali, che in ogni caso apparirà solo consolatoria, utopistica.

L’altro grande autore tedesco, Murnau, in quell’anno, gira il suo primo film americano. Dopo i successi in patria, era stato notato dal produttore americano William Fox che lo invitò negli Stati Uniti, garantendogli una grande libertà artistica. “Aurora” (“Sunrise”), pur non ottenendo il successo che avrebbe meritato, e per lungo tempo sottovalutato, è oggi considerato alla pari, se non addirittura per alcuni aspetti migliore, dei suoi film precedenti. Rimanendo negli Stati Uniti dobbiamo ricordare che in quel paese continua la produzione di Kolossal, le cui storie narrate si richiamano ai valori religiosi comuni, come “Il re dei re” di un esperto Cecil B. De Mille (ricordiamo il primo “I dieci comandamenti” di cui abbiamo detto già brevemente).

una breve clip da “Il re dei re”

Sempre in quello stesso anno in Unione Sovietica, oltre alla seconda parte della trilogia di Pudovkin, “La fine di San Pietroburgo”, di cui abbiamo accennato nella sua complessità, troviamo la ricostruzione delle giornate della Rivoluzione d’Ottobre, messo in cantiere proprio per celebrarne il decennale. “Ottobre” consente a Sergej Eisenstein di affinare ulteriormente le sue tecniche teoriche cinematografiche attraverso un uso del montaggio sempre più attento a costruire una narrazione dei fatti reali fluida e ritmata, utilizzando connessioni e rimandi.

Altre eccellenti sperimentazioni si muovevano in Francia sulla scorta dei grandi autori sovietici e tedeschi. Tra gli autori francesi va segnalata la presenza di una donna, antesignana del femminismo , Germaine Dulac, che proprio in quell’anno realizza un film abbastanza originale, che attira anche molte attenzioni da parte della censura, “La coquille et le clergyman”.

Grandissima rilevanza per il grande sforzo profuso deve essere assegnata alla grande opera di ricostruzione storica che Abel Gance dedicò alla figura di Napoleone Bonaparte.
“NAPOLEON” Nel film, che dura sei ore, egli fece uso di tutta una serie di innovazioni tecniche tra le quali quella che è stata considerata come l’anticipazione del Cinemascope, e cioè l’uso di riprese contemporanee che proiettate poi su tre schermi normali dessero l’idea di una complessità di azioni.

UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

UN MIO AMPIO INTERVENTO – ottava parte (per la settima vedi 21 giugno)

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

…VIII….

LE MIE PASSIONI

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LE MIE PASSIONI

Tra le mie “passioni” oltre alla Politica c’è lo Spettacolo (dal Cinema al Teatro) che ho praticato in molti sensi e di cui mi nutro costantemente. “Nutrirsi”, care amiche e cari amici, non è solo una necessità fisiologica, come qualcuno ha voluto sottolineare.
In questi mesi di “lockdown” condizionato, riconoscendo che potevo ritenermi tra quelli più fortunati anche se la preoccupazione di un futuro complicato soprattutto per quelli che verranno non mi ha mai abbandonato (ho 73 anni ed in ogni modo non sono “nel mezzo del cammin” ma molto oltre), non ho mai tralasciato di dedicarmi alle mie “passioni”. Tanto è che non appena siamo “emersi”, non appena ne abbiamo avuta la possibilità, il primo pensiero è stato l’ascolto del “grido di dolore” che emergeva da una delle parti più messe in difficoltà dalla crisi: il mondo dello “spettacolo”. Con il quale, anche passati gli anni dei miei impegni “diretti” in Filodrammatiche universitarie e Collettivi (fine anni Sessanta-metà anni Settanta) ed in produzioni videocinematografiche (anni Ottanta, metà anni Novanta), non ho mai staccato del tutto (noto è il mio impegno in Altroteatro di Antonello Nave).
La passione per il Cinema che mi ha portato anche a cimentarmi come scrittore e regista, abbinata alla mia principale attività professionale come docente di Italiano e Storia in un Istituto Tecnico Commerciale, il “Dagomari” di Prato, mi ha spinto a privilegiare una ricerca costante sulle “motivazioni” che hanno spinto gli Autori cinematografici ad intraprendere quel tipo di impegno. Ecco quindi la ragione per cui, già negli anni scorsi, ho prodotto dei Powerpoint dedicati a pochi autori, quelli che ho più amato, forse proprio per una certa consonanza esistenziale che avevo riscoperto comune in loro.
Sul mio account di Facebook, sulla mia pagina e sul mio Blog, dal 25 marzo ad oggi ho presentato in modo secco “non professorale” le “prime opere” di 66 autori e ne sono pronti altrettanti. Indubbiamente credo di poter elaborare dei percorsi per costruire un discorso più ampio; sto provando a metterlo in cantiere.

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Allo stesso tempo, attratto dai grandi interpreti e memore di una ricerca molto attenta pubblicata nel 1981 dalla casa editrice “La Casa Usher” dal titolo “Divi & Divine” a cura di Davide Turconi e Antonio Sacchi, dal primo giorno di Maggio ho rivolto la mia attenzione al mondo del “divismo” cinematografico.

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E, poi, un ultimo blocco quotidiano in questo periodo di “insegnamento a distanza” l’ho voluto dedicare (anche se è la prima volta che lo scrivo) agli studenti costretti dalla pandemia a preparare “a distanza” esami di Stato o in ogni caso tesine da impostare. “Cinema e letteratura” mette a disposizione opere cinematografiche la cui sceneggiatura è ricavata – o a volte ispirata – da testi fondamentali della letteratura mondiale. Per ora, avendo iniziato il 15 maggio ne ho postati solo 14, ma ne ho in preparazione molte di più.
Contemporaneamente sul mio Blog (sull’account e sulla Pagina Facebook) sto scrivendo una “Storia minima cronologica” del Cinema (il 23 aprile la prima parte; la seconda il 26 dello stesso mese; il 2, l’8 e il 16 maggio la terza, quarta e quinta parte).
Non ho mai pensato di utilizzare i “social” per cimentarmi in diatribe molto spesso di basso livello: lo ribadisco, intendo esercitare la memoria partendo dalle esperienze dirette che ho fatto.
Joshua Madalon

L’UOMO E’ CIO’ CHE MANGIA – LA CULTURA E’ IL NUTRIMENTO DELL’ANIMA per cui SE SIAMO COSI’ ( MESSI MALE ) E’ PERCHE’ NON ABBIAMO NUTRITO LA NOSTRA ANIMA

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(l’illustrazione è di Roberta Oriano, Illustratrice di altissima sensibilità)

L’UOMO E’ CIO’ CHE MANGIA – LA CULTURA E’ IL NUTRIMENTO DELL’ANIMA per cui SE SIAMO COSI’ ( MESSI MALE ) E’ PERCHE’ NON ABBIAMO NUTRITO LA NOSTRA ANIMA

Parlavo di “complessità” l’altro giorno e d’altra parte è una sorta di “uovo di Colombo” un inno al Lapalisse doversi rendere conto che siamo di fronte ad un marasma, una confusione indescrivibile, un vero e proprio “caos” dopo mesi di profonde “turbative” reali, frutto di ricerche serie, o indotte attraverso le fin troppe fake fatte circolare su basi di credibilità. Abbiamo straparlato di diritti violati, ma forse dobbiamo ringraziare, noi che non siamo stati per ora colpiti dal virus, la responsabilità di tanti che hanno saputo rinunciare ad un pezzo di libertà per il bene collettivo. Abbiamo dovuto ascoltare elucubrazioni politiche insensate che non hanno avuto il merito di contribuire realmente a migliorare la nostra situazione economica: questo è accaduto a livello nazionale dove la scelta da parte delle opposizioni di Destra è stata quella di frapporre un vero e proprio muro. Questa è la dimostrazione del livello culturale del nostro quadro politico, in primis quello conservatore e reazionario, falsamente democratico. Aggiungevo nell’altro post che quel livello culturale è purtroppo la cartina di tornasole di una gran parte della nostra società, ripiegata su se stessa non solo per colpa della crisi pandemica ma soprattutto per una carenza di conoscenza ed istruzione, tout court di “Cultura”. E’ ovvio che non sia facile auto-riconoscersi come bisognosi non solo di aiuti e sostegni economici ma anche di una rialfabetizzazione democratica, capace di affrontare i disagi in modo solidale e cooperante.
Occorrerebbe però mettere a confronto con altri, semmai esperti di Antropologia, quel che io affermo sulla base di una conoscenza pluriennnale dei livelli scolastici sempre più attaccati da evasione ed abbandono scolastico, quella “mortalità” scolastica di cui il nostro Paese, dopo un periodo di ripresa negli anni Settanta con i corsi delle 150 ore e dell’Educazione degli Adulti diffusi su tutto il territorio, ha sempre più sofferto, perchè c’è un dato strano che riguarda uno dei Paesi europei che in tema di “Accesso e partecipazione alla Cultura” sta peggio di noi ma esprime – a livello governativo – dal punto di vista della solidarietà e dell’apertura mentale – un vero e proprio “faro nella notte buia e tempestosa”. Si tratta del Portogallo, dove, all’apertura della pandemia ci si è impegnati ad “Assicurare l’accesso ai cittadini migranti alla salute, alla sicurezza sociale e alla stabilità occupazionale e abitativa” riconoscendo che questo fosse “ un dovere di una società solidale in tempi di crisi”. Sono state queste le parole espresse lo scorso 28 marzo da Eduardo Cabrita, ministro dell’Interno del Portogallo.
Ma non è finita qui; pochi giorni or sono il leader dell’opposizione lusitano, Rui Rio, è intervenuto in un dibattito parlamentare che aveva come tema la ricerca di affrontare al meglio la crisi economica indotta dalla pandemia ed ha profferito le seguenti parole: “Abbiamo una minaccia da combattere e questo esige unità. In questa lotta il Governo non è un avversario, è il Governo del Portogallo e tutti dobbiamo aiutarci in questo momento.”

https://www.facebook.com/watch/?v=1037295706669588

In Italia però non è che manchi soltanto all’Opposizione (che in questo momento è la Destra) la capacità di comprendere la “complessità”. Lo stesso Governo, che avrebbe bisogno di essere sostenuto – in questo periodo – dagli altri, non è in grado di procedere in modo adeguato. E non solo il Governo del Paese ha questo “gap”; sono anche le Regioni e le città in preda all’ansia di primeggiare con scelte assurde e non meditate, frutto di “isteria” congenita. Ne ri-parleremo. Necessariamente.

Joshua Madalon

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo quattordicesima parte (per 13a vedi 12 maggio)

“PACE E DIRITTI UMANI” un intervento di Giuseppe Panella in suo ricordo quattordicesima parte (per 13a vedi 12 maggio)

PACE E DIRITTI UMANI

XIV
Riprende la parola il coordinatore, prof. Giuseppe Maddaluno:
Bene, ringraziamo Giuseppe Panella per la sua disamina lucida, significativa e stimolante; e mentre il Professor Panella interveniva avete visto che sono arrivate anche l’Assessore alla Pubblica Istruzione della Provincia, Gerardina Cardillo, la Professoressa Anna Agostini del Provveditorato agli Studi e la signora Liviana Livi di Amnesty International. Vedo, proprio mentre stavo cominciando a parlare, vedo anche il Vice Presidente del Pecci, che avevo annunciato in precedenza, il Professor Attilio Maltinti; prego vieni, sì, intanto poiché fra qualche minuto inizierà la seduta solenne dell’Amministrazione Provinciale, io credo che la prima cosa che dobbiamo fare, addirittura prima di salutarla perché sicuramente potrebbe essere anche in ritardo è quella di passare la parola a Gerardina Cardillo, Vice Presidente dell’Amministrazione Provinciale di Prato. Grazie.
Parla la Signora Gerardina Cardillo:
Grazie, a me sarebbe piaciuto rimanere da ora in poi anche perché molto probabilmente si ptrà stabilire un dialogo, un confronto tra i giovani che sono presenti qui in questo Auditorium e naturalmente soprattutto con chi è dall’altra parte di questo tavolo. C’è la seduta del Consiglio Provinciale sempre dedicata a questo tema e che rientra nel programma della Festa della Toscana e quindi dovrò purtroppo necessariamente lasciarvi. Ma prima di lasciarvi vorrei fare soltanto alcune brevi considerazion. Il professor Panella ci ha fatto una lezione puntuale, precisa e ricca di riferimenti storici e non solo. Io voglio dire solo questo, ricordare solo questo. Leopoldo abolì la pena di morte, suo fratello abolì nello stesso periodo la pena di morte in Austria: successivamente sappiamo che fu reintrodotta e voglio ricordare due episodi, in Toscana, successivamente all’abolizione. Non so se il professor Panella lo ha già ricordato, ci furono due esecuzioni, una a Firenze ed una a Livorno; ci fu la rivolta delle popolazioni e allora l’abolizione della pena di mortela colleghiamo a degli illuminati, Leopoldo e Giuseppe, ma dobbiamo sicuramente invece ricordare che il popolo della Toscana e soprattutto visto che quelle due esecuzioni avvennero a Firenze e Livorno, quei cittadini proprio di Firenze e di Livorno, quei “toscani” avevano maturato una coscienza civile, erano convinti del no alla pena di morte, e questo va sottolineato. Ecco, se accanto a tutti quei nomi ch giustamente Panella metteva in evidenza: Leopoldo, Giuseppe, Beccaria, e tutti gli altri grandi personaggi che costituiscono sicuramente un grande riferimento, noi in Toscana possiamo aggiungere con orgoglio la nostra gente e dobbiamo ricordarlo.
Ora, permettetemi, sempre andando per brevi flash significativi, di riflettere sul perché ricordiamo quegli eventi e sul perchè diamo tanta importanza ad un qualcosa che possiamo considerare acquisita nella nostra realtà, nella nostra Italia, e per fortuna anche in molte altre parti del mondo (anche se sicuramente ci riteniamo impegnati, come lo siamo stati, per l’abolizione della pena di morte anche in altri paesi).
E allora permettetemi di ricordare un altro episodio; non molto tempo fa ho partecipato con alcuni studenti delle scuole medie superiori ad un dibattito, ad un confronto che seguiva la visione di un film “L’albero di Antonia”…………..

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La scuola al tempo del Governo Berlusconi – terza parte (vedi 11 maggio per seconda parte)

LaPresse (1)

La scuola al tempo del Governo Berlusconi – terza parte

– Un mio intervento sui temi della scuola 1994 (ero responsabile della Commissione Scuola e Cultura del PDS a Prato) – terza parte

E’ un tempo questo, di cui tratto nell’intervento, in cui è in atto una vera e propria trasformazione del quadro politico nazionale –abbiamo governi “quadripartiti” (Giuliano Amato dal 28 giugno 92 al 29 aprile 93) e di unità nazionale (Carlo Azeglio Ciampi 29 aprile 93 – 11 maggio 1994) seguito dal primo Governo Berlusconi che durerà 9 mesi fino al 17 gennaio 1995

Punto c – Il progetto di “autonomia” è fondamentalmente necessario e legato ad esigenze reali: proviene già dalla Finanziaria 94 del Governo Ciampi che aveva poi rinviata l’attuazione con una delega. Si parla di autonomia finanziaria, amministrativa, didattica. La delega è scaduta ed ovviamente non poteva essere rinnovata da un Governo diverso, cosicché è stata riscritta ogni cosa ed è di nuovo in discussione in Commissione al Senato. Sulla questione dell’autonomia vanno dette alcune cose:

1) molti sono stati gli equivoci, molta la disinformazione, per lo più voluta e strumentale; è stato creato un collegamento forzato fra “autonomia” e “privatizzazione”, senza il necessario approfondimento e senza avvertire la necessità, in particolare da parte dei giovani, di avanzare “controproposte”, in cui fossero evidenti e chiare e precise le regole da rispettare, specialmente nella parte finanziaria, collegata ai contributi “esterni”;
2) nell’autonomia amministrativa politica appare troppo pesante il ruolo dei Capi di Istituto, i cosiddetti “presidi-manager” e non è chiaro il loro sistema di reclutamento e di aggiornamento: affidare una scuola nelle mani di alcuni Presidi (penso a figure concrete in carne ed ossa) con questi compiti, con questi poteri è veramente un fatto pericolosissimo; c’è da aggiungere che alcuni Presidi, avveduti e scrupolosi, sono molto critici ed hanno notevoli problemi a vedere amplificare il loro ruolo e le loro responsabilità; 3) appare, proprio per questo strapotere dei presidi, non a caso chiamati “Capi di Istituto”, sempre più evidente il ruolo progressivamente più ridotto degli Organi collegiali, con particolare rilevanza della scarsa presenza degli studenti, che invece farebbero bene a richiedere una maggiore attenzione su questo aspetto, senza ostinarsi a cobattere l’ “autonomia” per quello che non è, ovverosia per la privatizzazione. Non intendo dire che non vi sia questo rischio, ma certamente se il ruolo e la presenza degli studenti negli Organi collegiali (ed il potere, già ridotto, di questi ultimi) venisse ulteriormente a diminuire, la situazione sarebbe davvero molto grave ed irreparabile. Una questione a parte è collegata al mancato decentramento dei poteri.
d) Da qualche giorno c’è sul tavolo della Commissione Cultura e Pubblica Istruzione del Senato anche il progetto di “Riforma”. Noi non possiamo che vedere con piacere che si parla di “innalzamento dell’obbligo” fino ai 16 anni, ma dobbiamo puntare concretamente ad un ulteriore innalzamento fino ai 18 anni. Pur tuttavia dobbiamo rilevare con una certa preoccupazione e sconcerto che al comma 7 dell’art.1 sia consentito l’assolvimento dell’obbligo nell’ambito dei corsi biennali di formazione professionale regionale. Al di là di quelle che possono apparire delle assicurazioni (“rispetto di standard di qualità…”), si deve sottolineare la volontà di questo Governo di distinguere una scuola di serie “A” da una scuola di serie “B”, dove si entra in possesso di una cultura e di una formazione di serie “A” e “B”, relegando i meno abbienti e dotati in un eterno “Limbo”.

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 9

Segnocinema 10

da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 9

…Ma è ora di parlare anche dei film, e della giuria. Se in un qualsiasi altro festival quest’ultima avesse deciso, come ha fatto la giuria di Giffoni, di premiare un film come “Il principe dietro i sette oceani”, si sarebbe scatenato un putiferio di polemiche e di accuse. In effetti, tutti sono apparsi molto sorpresi dalla decisione di questa giuria, certamente però la più democratica e meno condizionabile di qualsiasi altra, formata come era da un centinaio di bambini e ragazzi provenienti da Mantova, Bari, Genova e dalla stessa Giffoni. C’erano da assegnare premi per il migliore film in senso assoluto; per il migliore film a soggetto (o di finzione); per il migliore film d’animazione; per il migliore film a medio o cortometraggio. Inoltre v’era da assegnare la medaglia del Presidente della Repubblica al film scelto dalla giuria popolare, il premio AGIS-BNL (che consiste solitamente in un premio in denaro, al distributore del film sul territorio nazionale), il premio ACEC-ANCCI (una targa e la segnalazione ai cineclub consociati per la programmazione), nonchè il Premio “Nocciola d’oro” che l’anno scorso andò a Truffaut e che, essendo riservato alla carriera, era quest’anno già destinato a Eduardo De Filippo e Ingmar Bergman.
Le giurie hanno assegnato il Grifone d’argento a “Il principe dietro i sette oceani” (RDT) di Walter Beck: una sorpresa per tutti – come già dicevo prima – perchè il film non aveva entusiasmato, essendo fondamentalmente una favola un po’ “rétro” con incantesimi e magie a far da protagonisti; forse proprio questo ha influito notevolmente sulla scelta ed i ragazzi hanno preferito a storie realistiche, molto più vicine al mondo degli adulti, un tuffo nella fantasia creativa. Infatti anche il Grifone di bronzo al miglior film d’animazione ha sconcertato il pubblico dei grandi: è stato scelto un film polacco “Le avventure del cavaliere blu” di Lecoslaw Marszalek, una specie di Ape Maia in cui si ritrovano un po’ tutti gli ingredienti di un film del genere. Leggermente più prevedibile e condivisibile la scelta degli altri due Grifoni di bronzo. L’australiano “Trascorrendo il Natale nella boscaglia” di Henry Safran , miglior film a soggetto, ha entusiasmato tutti gli spettatori con i suoi inseguimenti e la conseguente punizione, del destino e degli uomini, riservata ai cattivi, le cui avventure si concludono però in maniera non del tutto negativa e fortemente ironica; l’altro Grifone di bronzo è andato a “La nonna elettrica” (USA) di Noel Black, miglior mediometraggio nel quale viene presentata una moderna Mary Poppins, governante nonna sotto forma di robot per i bambini soli e trascurati. Il film, tratto da una storia di Ray Bradbury, è magistralmente interpretato da Maureen Stapleton che con questo lavoro ha guadagnato un Oscar. La medaglia del Presidente della Repubblica è stata assegnata a “I suoni della primavera” della Repubblica Popolare Cinese, diretto da Shi Xiaohva, che ha colpito per la freschezza della storia e dei protagonisti.

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