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PATRIMONIO CULTURALE E DEMOCRAZIA: QUALE FUTURO? reloaded di tre miei post del maggio 2015, in attesa di incontrare Tomaso Montanari qui a Prato insieme a MIrco ROCCHI candidato Sindaco per Prato in Comune

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…ripropongo tre miei post di fine maggio 2015 redatti in occasione di un incontro da me organizzato a Bacoli nei Campi Flegrei…..
Avremo occasione di incontrarci nuovamente con Tomaso Montanari tra pochi giorni (6 maggio ore 18.00 presso il Ridotto del “Metastasio”) per discutere, insieme a Mirco ROCCHI candidato Sindaco 2019 per Prato in Comune, i temi della Cultura dell’Arte e dell’Ambiente nei nostri territori. In quell’occasione il tema era “Patrimonio culturale e Democrazia: quale futuro?” Da allora penso che la realtà sia vieppiù peggiorata. Perché non riprendere proprio quei temi?

TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – MAGGIO DEI LIBRI – MERCOLEDI’ 27 MAGGIO 2015 ORE 17.00 – VILLA CERILLO – BACOLI

Patrimonio Culturale e Democrazia: quale futuro?

In chiusura del suo libro “Le pietre e il popolo – Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane” Edizioni Minimum Fax marzo 2013 Tomaso Montanari scriveva: “Se torneranno ad essere governate dai cittadini per i cittadini, le nostre cosiddette “città d’arte” possono ancora resuscitare la loro funzione plurisecolare: possono di nuovo dare forma e alimento a una vita civile la cui missione principale dev’essere, oggi, quella di fornire un modello culturale alternativo al mercato, di favorire l’integrazione tra italiani e immigrati, di permettere la frequentazione reciproca di classi diverse ormai chiuse in luoghi e vite nettamente separati.
Le nostre città, e la loro arte, non servono a trasformarci in turisti, ma a farci cittadini sovrani, e a farci tutti uguali.
E’ ancora possibile: dipende da noi.”

Immagine.Tomaso-Montanari

Come potete ben vedere, era il marzo 2013 e Renzi era ancora sindaco di Firenze. Quel che è accaduto dopo non è di certo migliore di quanto il futuro Presidente del Consiglio abbia compiuto nel capoluogo toscano e, nel libro “Le pietre e il popolo” le sue “imprese” vengono seguite dettagliatamente. Cosa possiamo augurarci per il futuro? Forse, purtroppo, il futuro grigio-nero è già qui insieme a noi. Cosa possiamo fare? E’ ancora possibile? Dipende da noi? Ma quando ci si risveglia?

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TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – VILLA CERILLO DI BACOLI – mercoledi’ 27 maggio ore 17.00

Tomaso Montanari ed il suo libro “ISTRUZIONI PER L’USO DEL FUTURO . Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà” edito da Minimum fax e pubblicato nel marzo del 2014 riporta sulla copertina una riflessione che a leggerla oggi può apparire nefastamente profetica: “Solo la Repubblica può permettere al patrimonio di svolgere la sua vera funzione, quella stabilita dalla Costituzione. Che non è assicurare il riletto privato di pochi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, strumento per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali. Una via per rimanere umani, un mezzo per rovesciare la dittatura del mercato.”
Il libro si snoda attraverso un “vocabolario differente, un alfabeto rivoluzionario: un altro modo per guardare alla funzione della cultura. Un modo che riprenda le parole e lo spirito della Costituente: e soprattutto che ne riprenda lo sguardo felicemente presbite, e cioè libero dall’angoscia del presente e capace di guardare lontano…” E la parte introduttiva da cui ho ripreso queste frasi si conclude: “..le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possono liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un’idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.”
Perché ho scritto “nefastamente profetica” parlando della riflessione iniziale? In effetti avendo letto il libro per intero mi riferivo ad altre parti di esso: in particolare alle conclusioni del capitolo “O” (non “zero”) “ORGANIZZAZIONE” nel quale si accenna alla Commissione per la riorganizzazione del Ministero per i Beni culturali voluta dal Ministro Massimo Bray della quale Montanari ha fatto parte, sulla quale il giudizio espresso è positivo. Quella “Sezione” si conclude tuttavia con un tragico dilemma “Mentre scrivo queste righe (sono gli ultimi giorni del 2013) – scrive Montanari – non è chiaro se Bray, o addirittura l’intero governo Letta, sopravviveranno all’avvento di Matteo Renzi, ben deciso a occuparsi in prima persona di cultura….”. Per coloro che soffrono di “amnesie” ed in questo Paese sono la maggioranza ricordo che Enrico Letta fu invitato dall’attuale Primo Ministro a “stare sereno” con una forma di “fratricidio” senza sangue che tuttavia sta producendo un appannamento della Democrazia a favore di una dittatura del mercato e dei poteri finanziari.

Tra l’altro le “imprese” dell’ex Sindaco di Firenze sono drammaticamente elencate nel precedente libro di Montanari “Le pietre e il popolo”. Ma, lo si sa, Montanari è un “talebano”: “Così, in Italia, è chiamato non chi distrugge l’arte del passato…ma chi tenta di salvarla. La posizione “ideologica” sarebbe quella di chi vuole applicare la Costituzione, non quella di chi la calpesta in nome dell’ideologia neoliberista. La stessa retorica vuole che la difesa del patrimonio culturale sia sintomo di passatismo, misoneismo, mancanza di coraggio: e che il suo sfruttamento economico sappia invece di nuovo, di moderno.” (pag.116 Z come ZENIT in “Istruzioni per l’uso”)

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“PRIVATI DEL PATRIMONIO” incontro con TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – BACOLI – VILLA CERILLO – 27 MAGGIO 2015 ORE 17.00

“La religione del mercato sta imponendo al patrimonio culturale il dogma della privatizzazione. Ma se l’arte e il paesaggio italiani perderanno la loro funzione pubblica, tutti avremo meno libertà, uguaglianza, democrazia. L’alternativa è rendere lo Stato efficiente. Ma non basta: dobbiamo costruire uno Stato giusto.” Questa “sintesi” la si legge sulla copertina del libro “Privati del patrimonio” pubblicato alla fine del 2014 per Einaudi da Tomaso Montanari.
Il docente di Storia dell’Arte Moderna sarà mercoledì 27 maggio alle ore 17.00 ospite de “Il Maggio dei libri” a Villa Cerillo di Bacoli in provincia di Napoli – con lui sarà presente ed interverrà anche la Soprintendente ai Beni Archeologici dei Campi Flegrei e Pompei dott.ssa Costanza Gialanella. I temi che saranno affrontati saranno ovviamente quelli che Montanari ha trattato e continua a trattare nelle sue pubblicazioni ( libri e Blog ). Abbiamo già parlato di “Le pietre e il popolo” e di “Istruzioni per l’uso” entrambi pubblicati nel 2013 ed inizio 2014 per Minimum fax. Oggi accenneremo a “Privati del patrimonio” dove la parola “Privati” è volutamente ambigua e sottintende sia la connotazione della scelta prevalente che il Governo italiano in questo ultimo trentennio ha favorito (la concessione dei beni culturali e paesaggistici comuni alle imprese private) sia la condizione nella quale i cittadini vengono portati con la effettiva “priva(tizza)zione” di essi.
Come sempre l’analisi del prof. Tomaso Montanari è lucida e sintetica pur nella complessità degli esempi numerosissimi che egli porta a sostegno della sua denuncia.
Purtroppo la battaglia è dura ed è sempre più difficile da condurre in un ambiente che si è vieppiù appiattito ed omologato fino a perdere delle connotazioni che non necessariamente devono essere ideologiche ma che a mio parere devono comunque mantenersi legate a valori ed ideali civili di primaria importanza, quei valori ed ideali che sono riportati all’interno del dettato costituzionale. Fin quando per accedere al Potere sarà inevitabile stringere accordi con il Capitale (società private, Lobby, Aziende, etc…) non sarà possibile non pagare “pegno” e lo stato finirà definitivamente per abdicare ai suoi “doveri” costituzionali.
Illuminante è quanto scrive Montanari nel capitolo settimo, il cui titolo è “Un altro privato”. In esso si sottolinea come vi sia nel nostro Paese la “consapevolezza di quella superproprietà collettiva …sfociata nell’art.9 della Costituzione… che definisce “della nazione” tutto il patrimonio, non solo quello pubblico. Il patrimonio privato è un bene privato di interesse pubblico, o, se si preferisce, è privato solo l’oggetto, mentre è sempre pubblico il valore immateriale del suo essere appunto “bene culturale”: e si potrebbe dire che nel caso del patrimonio culturale la “funzione sociale” cui l’articolo 42 della Costituzione condiziona il riconoscimento della proprietà privata è rappresentata proprio dall’esercitare comunque una funzione pubblica.”

Sarà importante chiedere al prof. Montanari quali siano le reali prospettive, le vie d’uscita da questa situazione aberrante che egli denuncia. Penso al ruolo del volontariato “organizzato” e senza fini di lucro. Mio riferimento è la “Magna Charta Volontario per i Beni culturali” approntata dal CESVOT Toscana di cui tuttavia non conosco gli esiti. Occorre riappropriarsi del ruolo “pubblico” di questi beni, portando avanti delle battaglie “comuni”. E’ urgente farlo mentre, mi dispiace notarlo, i segnali di “abbandono” sono dilaganti. Tra l’altro ci ritroviamo in una fase estremamente ambigua dal punto di vista politico ed è necessario che il “cittadino” democratico e progressista faccia sentire la sua voce, svegliandosi da questo torpore “mortale”.

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TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – MAGGIO DEI LIBRI – MERCOLEDI’ 27 MAGGIO 2015 ORE 17.00 – VILLA CERILLO – BACOLI

Patrimonio Culturale e Democrazia: quale futuro?

In chiusura del suo libro “Le pietre e il popolo – Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane” Edizioni Minimum Fax marzo 2013 Tomaso Montanari scriveva: “Se torneranno ad essere governate dai cittadini per i cittadini, le nostre cosiddette “città d’arte” possono ancora resuscitare la loro funzione plurisecolare: possono di nuovo dare forma e alimento a una vita civile la cui missione principale dev’essere, oggi, quella di fornire un modello culturale alternativo al mercato, di favorire l’integrazione tra italiani e immigrati, di permettere la frequentazione reciproca di classi diverse ormai chiuse in luoghi e vite nettamente separati.
Le nostre città, e la loro arte, non servono a trasformarci in turisti, ma a farci cittadini sovrani, e a farci tutti uguali.
E’ ancora possibile: dipende da noi.”

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Come potete ben vedere, era il marzo 2013 e Renzi era ancora sindaco di Firenze. Quel che è accaduto dopo non è di certo migliore di quanto il futuro Presidente del Consiglio abbia compiuto nel capoluogo toscano e, nel libro “Le pietre e il popolo” le sue “imprese” vengono seguite dettagliatamente. Cosa possiamo augurarci per il futuro? Forse, purtroppo, il futuro grigio-nero è già qui insieme a noi. Cosa possiamo fare? E’ ancora possibile? Dipende da noi? Ma quando ci si risveglia?

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TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – VILLA CERILLO DI BACOLI – mercoledi’ 27 maggio ore 17.00

Tomaso Montanari ed il suo libro “ISTRUZIONI PER L’USO DEL FUTURO . Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà” edito da Minimum fax e pubblicato nel marzo del 2014 riporta sulla copertina una riflessione che a leggerla oggi può apparire nefastamente profetica: “Solo la Repubblica può permettere al patrimonio di svolgere la sua vera funzione, quella stabilita dalla Costituzione. Che non è assicurare il riletto privato di pochi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, strumento per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali. Una via per rimanere umani, un mezzo per rovesciare la dittatura del mercato.”
Il libro si snoda attraverso un “vocabolario differente, un alfabeto rivoluzionario: un altro modo per guardare alla funzione della cultura. Un modo che riprenda le parole e lo spirito della Costituente: e soprattutto che ne riprenda lo sguardo felicemente presbite, e cioè libero dall’angoscia del presente e capace di guardare lontano…” E la parte introduttiva da cui ho ripreso queste frasi si conclude: “..le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possono liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un’idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.”
Perché ho scritto “nefastamente profetica” parlando della riflessione iniziale? In effetti avendo letto il libro per intero mi riferivo ad altre parti di esso: in particolare alle conclusioni del capitolo “O” (non “zero”) “ORGANIZZAZIONE” nel quale si accenna alla Commissione per la riorganizzazione del Ministero per i Beni culturali voluta dal Ministro Massimo Bray della quale Montanari ha fatto parte, sulla quale il giudizio espresso è positivo. Quella “Sezione” si conclude tuttavia con un tragico dilemma “Mentre scrivo queste righe (sono gli ultimi giorni del 2013) – scrive Montanari – non è chiaro se Bray, o addirittura l’intero governo Letta, sopravviveranno all’avvento di Matteo Renzi, ben deciso a occuparsi in prima persona di cultura….”. Per coloro che soffrono di “amnesie” ed in questo Paese sono la maggioranza ricordo che Enrico Letta fu invitato dall’attuale Primo Ministro a “stare sereno” con una forma di “fratricidio” senza sangue che tuttavia sta producendo un appannamento della Democrazia a favore di una dittatura del mercato e dei poteri finanziari.

Tra l’altro le “imprese” dell’ex Sindaco di Firenze sono drammaticamente elencate nel precedente libro di Montanari “Le pietre e il popolo”. Ma, lo si sa, Montanari è un “talebano”: “Così, in Italia, è chiamato non chi distrugge l’arte del passato…ma chi tenta di salvarla. La posizione “ideologica” sarebbe quella di chi vuole applicare la Costituzione, non quella di chi la calpesta in nome dell’ideologia neoliberista. La stessa retorica vuole che la difesa del patrimonio culturale sia sintomo di passatismo, misoneismo, mancanza di coraggio: e che il suo sfruttamento economico sappia invece di nuovo, di moderno.” (pag.116 Z come ZENIT in “Istruzioni per l’uso”)

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“PRIVATI DEL PATRIMONIO” incontro con TOMASO MONTANARI E COSTANZA GIALANELLA – BACOLI – VILLA CERILLO – 27 MAGGIO 2015 ORE 17.00

“La religione del mercato sta imponendo al patrimonio culturale il dogma della privatizzazione. Ma se l’arte e il paesaggio italiani perderanno la loro funzione pubblica, tutti avremo meno libertà, uguaglianza, democrazia. L’alternativa è rendere lo Stato efficiente. Ma non basta: dobbiamo costruire uno Stato giusto.” Questa “sintesi” la si legge sulla copertina del libro “Privati del patrimonio” pubblicato alla fine del 2014 per Einaudi da Tomaso Montanari.
Il docente di Storia dell’Arte Moderna sarà mercoledì 27 maggio alle ore 17.00 ospite de “Il Maggio dei libri” a Villa Cerillo di Bacoli in provincia di Napoli – con lui sarà presente ed interverrà anche la Soprintendente ai Beni Archeologici dei Campi Flegrei e Pompei dott.ssa Costanza Gialanella. I temi che saranno affrontati saranno ovviamente quelli che Montanari ha trattato e continua a trattare nelle sue pubblicazioni ( libri e Blog ). Abbiamo già parlato di “Le pietre e il popolo” e di “Istruzioni per l’uso” entrambi pubblicati nel 2013 ed inizio 2014 per Minimum fax. Oggi accenneremo a “Privati del patrimonio” dove la parola “Privati” è volutamente ambigua e sottintende sia la connotazione della scelta prevalente che il Governo italiano in questo ultimo trentennio ha favorito (la concessione dei beni culturali e paesaggistici comuni alle imprese private) sia la condizione nella quale i cittadini vengono portati con la effettiva “priva(tizza)zione” di essi.
Come sempre l’analisi del prof. Tomaso Montanari è lucida e sintetica pur nella complessità degli esempi numerosissimi che egli porta a sostegno della sua denuncia.
Purtroppo la battaglia è dura ed è sempre più difficile da condurre in un ambiente che si è vieppiù appiattito ed omologato fino a perdere delle connotazioni che non necessariamente devono essere ideologiche ma che a mio parere devono comunque mantenersi legate a valori ed ideali civili di primaria importanza, quei valori ed ideali che sono riportati all’interno del dettato costituzionale. Fin quando per accedere al Potere sarà inevitabile stringere accordi con il Capitale (società private, Lobby, Aziende, etc…) non sarà possibile non pagare “pegno” e lo stato finirà definitivamente per abdicare ai suoi “doveri” costituzionali.
Illuminante è quanto scrive Montanari nel capitolo settimo, il cui titolo è “Un altro privato”. In esso si sottolinea come vi sia nel nostro Paese la “consapevolezza di quella superproprietà collettiva …sfociata nell’art.9 della Costituzione… che definisce “della nazione” tutto il patrimonio, non solo quello pubblico. Il patrimonio privato è un bene privato di interesse pubblico, o, se si preferisce, è privato solo l’oggetto, mentre è sempre pubblico il valore immateriale del suo essere appunto “bene culturale”: e si potrebbe dire che nel caso del patrimonio culturale la “funzione sociale” cui l’articolo 42 della Costituzione condiziona il riconoscimento della proprietà privata è rappresentata proprio dall’esercitare comunque una funzione pubblica.”

Sarà importante chiedere al prof. Montanari quali siano le reali prospettive, le vie d’uscita da questa situazione aberrante che egli denuncia. Penso al ruolo del volontariato “organizzato” e senza fini di lucro. Mio riferimento è la “Magna Charta Volontario per i Beni culturali” approntata dal CESVOT Toscana di cui tuttavia non conosco gli esiti. Occorre riappropriarsi del ruolo “pubblico” di questi beni, portando avanti delle battaglie “comuni”. E’ urgente farlo mentre, mi dispiace notarlo, i segnali di “abbandono” sono dilaganti. Tra l’altro ci ritroviamo in una fase estremamente ambigua dal punto di vista politico ed è necessario che il “cittadino” democratico e progressista faccia sentire la sua voce, svegliandosi da questo torpore “mortale”.

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PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO COME CANDIDATO DI PRATO IN COMUNE – SECONDA PARTE – CAMPAGNA ELETTORALE QUI PRATO, TOSCANA, ITALIA, EUROPA E MONDO – 11 CON PRATO IN COMUN

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PERCHE’ ABBIAMO SCELTO MIRCO COME CANDIDATO DI PRATO IN COMUNE – SECONDA PARTE – CAMPAGNA ELETTORALE QUI PRATO, TOSCANA, ITALIA, EUROPA E MONDO – 11 CON PRATO IN COMUNE

Vi racconterò la campagna elettorale per le amministrative del 2019 qui a Prato con Prato in Comune – candidato Sindaco Mirco Rocchi

Mirco Rocchi nel frattempo continuava ad occuparsi della sua attività principale, lo spettacolo, il teatro, il cinema ma non ci si perdeva del tutto di vista. Di tanto in tanto ci si sentiva a telefono, a volte ci si incrociava in qualche occasione “culturale”. Intanto, alcune ed alcuni di noi ci si organizzava per riproporre quel percorso unitario alternativo ad un PD che aveva progressivamente perduto (è la mia idea, non condivisa da quanti ritengono che non l’abbia mai posseduta) la sua visione democratica di una Politica al servizio dei più deboli. Abbiamo lavorato insieme, in modo intenso nella seconda parte del 2018, rappresentanti ufficiali di un mondo politico strutturato di Sinistra, come Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista (Potere al Popolo forse osservava ma non partecipava), e singoli appartenenti ad ex forze politiche e persone sensibili elettrìci senza mai avere aderito ad alcuna compagine.
Il 6 ottobre abbiamo presentato il nostro Manifesto in un incontro al Cinema “Terminale”. In quell’occasione sia Andrea Martinelli che io chiamammo Mirco. Ricordavo che sui temi della Cultura aveva preparato un suo intervento articolato e connotato da una visione originale dei temi già ai tempi di Prato A Sinistra ed avendone un file lo ristampai, chiedendogli di proporlo all’Assemblea. Mirco venne ed intervenne con la sua straordinaria capacità comunicativa, aggiungendo nuove elaborazioni ai contenuti del documento di un anno prima.
Da quell’incontro poi presero il via alcuni Gruppi di Lavoro e sulla Cultura, pur avendo io delle esperienze pregresse e mai del tutto abbandonate, pensammo di affidarne la guida a Mirco, che tuttavia era spesso in giro per I suoi impegni lavorativi. Su quei temi infatti abbiamo tardato. Ci siamo occupati di Urbanistica, di Scuola, di Welfare, di Democrazia partecipata, di Lavoro e di tante altre questioni. Sulla Cultura pensavamo sempre che se ne dovesse occupare Mirco Rocchi e così a metà dicembre 2018 convocammo un primo incontro organizzativo sulle tematiche culturali al Circolo ARCI di Coiano. In quell’occasione – con Mirco e Marzio, unici presenti oltre me – emerse l’idea di organizzare un vero e proprio evento programmatico sul tema “Le Culture nella città che vogliamo”, proponendo a Mirco di condurlo. Avremmo noi strutturato, attraverso il coinvolgimento di altre figure rappresentative delle varie forme di Cultura (quella giovanile, quella di genere, del mondo del lavoro, antroposociologica, sportiva, artistica, teatrale, e altro) quella serata, che si svolse con grande partecipazione e successo il 16 gennaio del 2019 presso il Circolo “Curiel”. L’idea, che si è rivelata vincente era che la Cultura sia elemento fondamentale dell’attività amministrativa e che dovesse sostanziare di contenuti ogni altra tematica.

fine seconda parte

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – OTTAVA PARTE – 1

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – OTTAVA PARTE – 1

Da giovane. In tante altre pagine su questo Blog ho celebrato “Il mio Cinema”. Ho dedicato a quella passione una parte importante della mia vita. Anche in questi giorni continuo ininterrottamente a guardare film attraverso i mezzi domestici. Ma il titolo del post rimanda a quel che facevo quando avevo l’età dell’Alighieri all’inizio del suo viaggio nell’aldilà. Ero ancora a Feltre, dove insieme ad alcuni giovanissimi amici, cinephiles anche loro, avevamo fondato un Circolo di Cultura Cinematografica. Ne ho già parlato in altri post.
Per recuperare quella memoria trascrivo in questa ottava parte alcuni articoli scritti per una rivista del Nordest, “AREANORD”, curata da altri giovani.
In quegli anni alla fine della scuola frequentavo come “critico” alcuni Festival come quello di Pesaro, quello di Cattolica, quello di Venezia.
Gli articoli che vi presento riguardano Pesaro. La Mostra Internazionale del Cinema Nuovo era soprattutto un’occasione di studio sulle cinematografie. Per averne un’idea vi riporto il link dal quale potete recepire pur epidermicamente le caratteristiche.
Nel 1982 venne approfondita la cinematografia magiara e quella jugoslava. Era da poco morto il maresciallo Tito e di lì a breve si sarebbe dissolto il Paese in una guerra civile sanguinosa.

1.
La XVIII edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (12-20 giugno 1982) era quest’anno dedicata a due cinematografie poco presenti nelle nostre sale, quella magiara e quella jugoslava. La programmazione dei films presentati è stata suddivisa in quattro parti: nella stessa giornata, in perfetta concomitanza, venivano proiettati films e videonastri in quattro diversi punti. Questo ha comportato ovviamente nello spettatore una scelta da compiere di volta in volta e la conseguenza di tutto ciò è che si sono perse delle incredibili occasioni per seguire filmetti a dir poco mediocri. Poichè, da quel che si è visto, il cinema che è apparso più interessante è stato quello ungherese, ci sembra giusto, dopo le consuete e meritate lodi al Direttore della Mostra, Lino Miccichè, noto critico de L’Avanti!, formulare delle critiche nei confronti dell’organizzazione per quanto riguarda la scelta dei temi da trattare, delle cinematografie da presentare. Ci è apparsa infatti pretestuosa, e almeno non pienamente motivata la decisione di affrontare il duplice impegno del cinema ungherese e jugoslavo e non riescono a convincerci neanche le motivazioni riportate nell’introduzione fatta alla Mostra. Sarebbe bastato infatti dedicare questa edizione soltanto al cinema ungherese per offrire un’occasione “unica” ed irripetibile agli studiosi ed al grande pubblico: su 128 films presentati, ben 82 appartenevano all’Ungheria e 46 erano invece jugoslavi.
Quest’ultima cinematografia ha deluso, sia per la quasi totale bassa qualità del prodotto(escluso alcuni titoli che ricorderemo più avanti), sia per l’assenza forse di carattere opportunistico o per scelta, del cinema d’animazione, noto ed apprezzato in tutto il mondo, peraltro annunciato nel programma e non presentato: è probabile che, essendosi aperto negli stessi giorni il Festival di Zagabria (dedicato proprio a quel settore), gli organizzatori di quell’evento abbiano preferito tenere “in casa” le pellicole più importanti. Complessivamente, dunque, il cinema jugoslavo ha deluso ed anche il seminario che lo riguardava è stato meno seguito di quello ungherese.

…ottava parte – 1…continua

Joshua Madalon

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 10

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 10

…L’erba muore, gli alberi, gli arbusti selvatici della macchia mediterranea, tutto diventa grigio, nero, ti sporchi perché tutto è carbone. Salvaguardiamo il verde. In una conca craterica vicina notiamo il cupo specchio lacustre dell’Averno. Teatro di mitologiche leggendarie imprese, dall’aspetto tetro, è stato ritenuto uno degli ingressi agli Inferi e una delle sedi della Maga Sibilla. Numerose sorgenti di acqua scaturivano qui intorno ma, interrate dall’eruzione del Monte Nuovo nel 1538 la maggior parte, ora ne rimane solo qualcuna.I ruderi del cosiddetto Tempio di Apollo, non altro che sala termale confusa con un tempio, sono testimoni dell’antica uso e della civiltà romana. Del lago si gode un’ottima totale vista dal belvedere della Domitiana dal quale ognuno può assistere al sapiente gioco di luci e di ombre che rende misterioso questo luogo. Nelle ore pomeridiane sulle sue rive il silnezio è ispiratore di pace. E così, lontano dai rumori della città, in alcune ore del giorno fastidiosissimi, alla ricerca di luoghi silenziosi e pieni di storia e di fascino qualcuno può scoprire scorci nuovi, che prima non aveva considerato. Non è forse migliore il silenzio? Nopn è meglio ascoltare i dolci rumori naturali? Quelli del vento, del mare calmo o in tempesta, la voce degli uccelli, i pesci guizzare, le rane tuffarsi, la brezza leggera che muove le onde superficiali e le foglie, il fruscio delle erbe.

Nota post dell’autore: Da qualche anno nel perimetro intero del quasi perfetto bordo circolare del Lago è stato tracciato un percorso verde con spazi per la sosta e per il birdwatching. In un’occasione vi ho trovato anche una serie di istallazioni artistiche molto interessanti proprio per una collocazione appropriata dentro il contesto naturale. Aggiungo che le pendici sono ricche di prodotti della terra a partire dalle uve che producono un ottimo vino. Quel che segue è da collegare al fatto che la maggior parte dei fruitori del libretto erano allievi delle scuole cittadine…

Ma qui in città il silenzio non è di casa. Siamo un po’ tutti rumorosi: le nostre voci che tendono ai toni alti; i nostri apparecchi radiotelevisivi, grammofoni e registratori che non ne vogliono sapere di stare zitti o perlomeno di continuare abbassando i toni; i nostri motori roboanti e scoppiettanti; il nostro entusiasmo esorbitante e tanti altri fattori che ci fanno prigionieri. Anche contro i rumori occorre mettere riparo.

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Più vicino al mare c’è il Lago Lucrino (che sarebbe meglio chiamare “laguna” per le sue caratteristiche), era anticamente un ampio golfo in comunicazione diretta, per mezzo di un canale, con il più ampio lago d’Averno. Ritornando a quest’ultimo occorre aggiungere che fu la sede di una parte della flotta romana e in esso, per esercizi bellici e divertimento collettivo, si svolgevano le celebri naumachie (battaglie navali).
Esso è il risultato di un’accumulazione progressiva di detriti costieri e di sabbia, oltre che delle conseguenze della famosa eruzione del 1538, a causa della quale fu ulteriormente scollegato dall’altro specchio lacustre.
Famoso per la ittiocoltura, nell’epoca romana imperiale fu tenuto in gran pregio per la coltivazione delle ostriche, iniziata e condotta con un metodo industriale da un certo Gaio Sergio Orata.

Joshua Madalon

….fine parte settima – 10……

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PRATO IN COMUNE – il viaggio è iniziato e prosegue

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PRATO IN COMUNE – il viaggio è iniziato e prosegue

Fino ad ora, solo saltuariamente, il mio Blog è stato dedicato all’esperienza di Prato in Comune – Da oggi proseguendo gli interventi di questi ultimi due giorni accanto a post miei personali (testi, racconti, riflessioni) pubblicherò anche parti del programma di “PRATO IN COMUNE” spiegando anche le motivazioni che hanno condotto alla scelta del candidato Sindaco MIRCO ROCCHI

Quello che segue è il testo del Manifesto presentato al Cinema Terminale il 6 ottobre 2018

Riteniamo che la maggioranza delle cittadine e dei cittadini pratesi abbia voglia di un cambiamento reale.
La città ne ha bisogno, la città lo merita.

Il territorio di Prato è da anni in piena transizione.
La crisi del sistema “distretto”, la terziarizzazione dell’economia, la composizione sociale e culturale degli abitanti della città con circa 35mila stranieri residenti sono solo alcuni elementi che raccontano la trasformazione della città laniera negli ultimi 20/30 anni. Trasformazione non supportata da un progetto complessivo e da un’idea avanzata di città: non ne sono stati capace chi, con maggioranze di centrosinistra o centrodestra ha governato Prato negli ultimi 10/20 anni.

La terza città dell’Italia centrale non può continuare ad essere ostaggio di finte alternative che si copiano in buona parte fra loro su politiche sociali e sanitarie territoriali insufficienti, derive securitarie e autoritarie che aizzano e fomentano le paure, il solito sentir ripetere di grandi opere spesso non prioritarie e comunque rimaste (o destinate a rimanere) in buona parte lettera morta.
Dobbiamo provare tutte e tutti insieme ad invertire la tendenza che isola i singoli in una condizione che non è capace di dar loro un futuro – sociale, lavorativo, affettivo – e che ha desertificato quel senso di comunità che era la vera forza di Prato.

Riteniamo sia necessario rimettere al centro i temi della casa, del sostegno al lavoro e del reddito , dell’inclusione sociale e della valorizzazione delle diversità. È necessario dare priorità ad infrastrutture che si caratterizzino per un’utilità reale a favore di tutti e non di pochi, alla tutela del territorio e facciano della valorizzazione dell’ambiente il faro su cui impostare il progetto politico.

Proponiamo questo sapendo che anche Prato non è “fuori dal mondo”, ma che si inserisce – tanto più alle prossime amministrative quando si voterà anche per le elezioni europee –
in un quadro nazionale che ci pone di fronte ad una alternativa insopportabile e pericolosa per la democrazia: o la barbarie delle forze della Destra variamente declinata o PD & co., difensori dei poteri forti, delle politiche di austerità e dell’attacco ai diritti sociali degli ultimi anni.

Non possiamo rassegnarci a consegnare la città a tutto questo.
Ne uscirebbe in ogni caso la riproposizione di un film già visto. Una consapevolezza che – a partire da tante realtà in Europa, in Italia ed in Toscana che si sono dimostrate alternative vincenti o comunque non marginali – si sta in queste settimane diffondendo anche a livello nazionale.

L’obbiettivo è costruire uno spazio aperto, pubblico che unisca – nella chiarezza dell’alternativa a formule fallite come centro destra e centro sinistra – forze politiche della sinistra, il municipalismo di sinistra, l’associazionismo diffuso, i movimenti DEMOCRATICI – e che faccia della pluralità e della partecipazione reale e incisiva dei cittadini il suo metodo di far politica ed il suo punto di forza.
Un impegno che tutti noi abbiamo già perseguito in molte occasioni, a cominciare dal referendum contro lo stravolgimento della Costituzione del 2016, che ci ha visto difendere un patrimonio che era anche un’idea di società che combatte le disuguaglianze, le quali oggi sono invece accettate da tutti gli altri come un dogma intoccabile. Per noi quello è un ineludibile spartiacque.

Per ribadire tutto questo terremo una prima assemblea pubblica di lancio di questo percorso a Prato, il prossimo SABATO 6 ottobre, in stretta connessione con altri che si vanno definendo anche in Toscana su queste linee, e cominceremo a lavorare in maniera aperta e partecipata per la costruzione di una proposta di governo per la città in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera.

Il resto, il dibattito che interessa più i rappresentanti che i rappresentati, lo lasciamo al vecchio a cui confermiamo di essere chiaramente alternativi.

Per sottoscrivere il manifesto:
pratoincomune2019@gmail.com

Joshua Madalon

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 8

Ritorno a pubblicare il post del 12 dicembre 2018 allo scopo di riprendere il viaggio sui tempi della “memoria” personale. Il mio impegno storico, ambientalista e culturale è già tutto inscritto in questo piccolo contributo che diedi alla mia città.
A seguire il blocco numero 8 della settima parte del mio racconto
Il libro è “PASSEGGIATA nei Campi Flegrei – Pozzuoli” novembre 1971
Quelli che…sono nati ieri lo sappiano

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DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 7 Continua la lettura di DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – SETTIMA PARTE – 8

RIFLESSIONI ED ANATEMI

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RIFLESSIONI ED ANATEMI

Dove è detto che “progresso” debba coincidere con interventi come quello della nuova pista aeroportuale di Firenze? Dove è scritto che il “futuro” debba essere caratterizzato dalla presenza di termovalorizzatori o inceneritori? Chi continua a progettare nuove costruzioni di complessi residenziali che rimarranno invenduti? Chi si fa portatore di mantenere integro il verde pubblico nelle affermazioni e poi invece tradisce ipocritamente tale assunto svendendolo alle società immobiliari ed alle lobbies incapaci di riciclare il proprio intervento? Chi si impegna ad affermare che siano utili sempre più “centri commerciali” invece che uno sviluppo del commercio diffuso sui territori? Sarebbe bene avviare una critica puntuale sui danni che hanno provocato alcuni avanzamenti tecnologici, come quella che si continua a chiamare rivoluzione digitale, che ha reso molto più sola l’umanità, molto più rinchiusa nella sua individualità, inaridendo il dialogo a favore dei messaggini rapsodici e frenetici che spesso creano ambiguità ed incomprensioni: come era bello quando ci si parlava guardandosi negli occhi. Oggi l’uomo non è più capace di farlo, si è disabituato al confronto e prevale l’uso dei cinguettii e delle monodirette Whatsapp.
Detto tra noi, ci deve essere qualcuno che “non si vende”, che non opera scambi vantaggiosi che non appaiano “tangenti corruttive” pur praticamente essendole, che dica quel che pensa, che pensa quel che dice, che fa quel che pensa e dice; e non è disponbile a trattative.
Una Sinistra che voglia essere e rimanere tale, queste cose le deve pensare, le deve dire e le deve fare.
In primo luogo, ripetendo quel che ho scritto ieri e qualche settimana fa, i “grandi vantaggi” che l’Aeroporto di Firenze ampliato porterebbe non possono essere gli unici aspetti da valutare: l’inquinamento acustico (vorrei qui ricordare quel che “in un momento di sincerità” espresse l’attuale Sindaco di Firenze: “non posso non rispondere alle proteste degli abitanti di Scandicci che lamentano il persistente assordante rumore degli aerei che si apprestano ad atterrare”) insieme a quello atmosferico ed ambientale che – con l’aumento dei voli internazionali – più frequenti ma anche più pesanti – colpirà una vasta area, incidendo invece che su Scandicci su Prato e Sesto Fiorentino.
Allo stesso tempo quell’area che va da Prato a Firenze verrà “distrutta” ecologicamente e sarà più facilmente “preda” di famelici immobiliaristi, ivi comprese le “cooperative bianche e rosse, grigie e blu, verdi e rosa”, e loro accoliti, che “saranno costretti” ad innalzare nuovi templi per il turismo di elite e nuove “gabbie” per la solitudine dei consumatori, riempendo gli spazi di grigio cemento.
I nostri nipoti scopriranno che il “progresso” voluto da questi “potenziali criminali bugiardi o ignoranti” (ignoranti o bugiardi, scegliete voi: sapendo che ai “comuni mortali” non è data la possibilità di ignorare le leggi) ha acuito vecchi malanni e ne ha prodotti di nuovi. E sarà tardi per sanzionare i colpevoli, i quali oggi inorgogliti nel loro doppiopetto si saranno ben guardati dal continuare a vivere in questi luoghi, che peraltro saranno sempre più riservati alla parte più debole della popolazione, i “nuovi poveri” crescenti che dovranno accontentarsi di vivere semmai segregati in appartamenti il cui valore da un giorno all’altro si ridurrà in modo vertiginoso.
Quel che possiamo oggi permetterci è un sincero augurio di disgrazie sulle loro teste, essendo passato il tempo delle ghigliottine.

Joshua Madalon

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 4 ed ultima

Ma, dopo tutte queste belle sorprese, dov’era Salvatore? E chi era costui?
In una delle strade il cui nome si sviluppa intorno ad una fantasia creativa ma beneaugurale, Vico Giardinetto, e collegabile alle caratteristiche del personaggio che andremo a conoscere, c’è una bottega, all’apparenza disordinata e polverosa. L’insegna la identifica come MINIERA. E tale è!

Miniera

Simona si affaccia mostrandosi alla vetrata. “Sì, c’è. Salvato’ comme staie?” e ci invita ad entrare. Il gruppo è numeroso ma il giovane che appare vuole rendersi prima conto della consistenza e poi ci invita a scendere giù nella bottega vera e propria. In un primo momento pensiamo che il “luogo” sia solo quel piccolo spazio un po’ mal messo, ma quando si scende man mano ci si rende conto dell’ampiezza del locale e della sua profondità. Ci rendiamo conto che si tratti di una delle “cave” tipiche della Napoli tufacea anche se luminosa ed in un certo modo ordinata. Non appena siamo in ordine riappare Salvatore, una sorta di Alessandro Siani un po’ dimesso a causa di una febbre che lo ha colpito, dopo una sua breve incursione in quel di Venezia, città di cui non parlerà molto bene sottolineandone la tradizione mercantile che ancor oggi la caratterizza.

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La nostra guida ha tenuto nascosto per garantirci una sorpresa quelle che sono le peculiarità dell’impegno del ragazzo che stiamo conoscendo. Lui ci racconta parte della sua storia, di reietto o in ogni caso di aspirante tale, che lo ha portato a conoscere come tanti altri giovani come lui il carcere, la droga, la violenza. Lui in qualche modo ha saputo poi mettere in pratica ed in modo positivo la tipica filosofia napoletana dell’arrangiarsi. Certamente si ricorda, in senso negativo, quella invenzione della cintura dell’automobilista praticamente disegnata direttamente sulla maglietta o su altro indumento superiore. Ma quello è un caso che può far sorridere ma non è utile davvero. Invece, facendo tesoro degli scarti, che sono sempre più abbondanti e spesso ingombranti le stradine dei quartieri, ne ha ricreato l’uso sotto altra forma, inventandosi la “Riciclarte”. In questo “lavoro” ha cominciato a coinvolgere altri ragazzi come lui, destinati diversamente a vivere ai margini negativi degli ambienti degradati della città, facendo sviluppare in loro la creatività. E’ un uomo umile ma determinato “Se ce l’ho fatta io ce la possono fare tutti. Ogni giorno cerco di trovare dei giovani a cui insegnare il mestiere di falegname per dargli una prospettiva lavorativa che non sia la strada e la delinquenza”. Con loro raccoglie materiali di scarto e li trasforma in cestini per la spazzatura, resi artistici con disegni colorati, ha costruito panchine artistiche partendo da assi di legno e letti abbandonati sulla strada, ha prodotto insegne sia per indicare esercizi commerciali e luoghi di interesse storico ed artistico sia per indirizzare il turista un po’ sperso tra vicoli strade e vicoletti. Ha incoraggiato peraltro la produzione di “arte di strada” da parte di giovani writers. Interessanti sono i volti ritratti di Maradona e di Giancarlo Siani, il giovane giornalista ucciso dalla camorra.

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Salvatore parla di sé e della sua mission che ormai è diventata un vero e proprio lavoro, sociale, culturale, artistico. La sua però non è un’impresa facile, anche perché non sempre le istituzioni posseggono la giusta sensibilità e ci parla di grandi difficoltà, anche perché il ragazzo è orgoglioso, giustamente, e non vuole scendere a compromessi che lo vincolino poi a delle condizioni che snaturino poi i suoi obiettivi. Occorre seguirlo anche da lontano per coglierne le potenzialità e copiare le buone pratiche esportandole nei nostri territori.

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando Parte 3


Sulla base della piazzetta c’ è un rettangolo piastrellato leggermente rialzato, sotto il quale si apre celato oggi alla nostra vista uno dei tanti pozzi-cave di tufo utilizzati come rifugio nel corso della guerra ed in altro modo prima e dopo di essa. La “Napoli sotterranea” è diventata celebre dal punto di vista turistico e meriterebbe altra escursione per tutti noi. La guida, riferendosi alla caratteristica conformazione tufacea del terreno, ci spiega il motivo per cui i palazzi si siano sviluppati in altezza piuttosto che in orizzontale sul territorio.
Proseguendo nella passeggiata “parlata” ci si ferma per un caffè in uno dei piccoli bar locali proprio accanto a Vico Conte di Mola. E’ l’occasione per accennare alla storia dei “cafè chantant” francesizzanti ma esclusivamente “napoletani”. La moda del “can can” del “Moulin Rouge” aveva coinvolto anche Napoli e, a due passi dal luogo dove ci si è fermati c’era fino a pochi anni fa (ne ho memoria personale”) il Salone “Margherita” teatro dove per l’appunto ai miei tempi si svolgeva attività di avanspettacolo nel quale si impegnava il fior fiore della “sceneggiata” e si esibivano procaci ragazzone a mantenere alto il morale di marinai di stanza nel porto e ragazzotti che avevano preferito esser là piuttosto che a scuola. Non era un luogo adatto a me ma per ragioni di studio socioantropologico mi rammarico oggi di non averlo mai frequentato.
Il Conte di Mola come luogo è menzionato in una delle canzoni più celebri dell’avanspettacolo locale, nota però ormai a tutto il mondo: “Lily Kangy”.

Nel testo di quella che chiamiamo “sciantosa” (dal francese “chanteuse” cioè cantante) c’è il riferimento a questa pratica che si basava sul rifiuto di avere “personale” straniero – francese – sui palcoscenici che tuttavia avrebbe dovuto imitare il più celebre “can can” e Lily afferma di essere in grado, pur se nata al vico Conte di Mola, di imitare le più titolate sue rivali, facendosi scambiare o per francese o per spagnola.
E c’era anche la più locale “Ninì Tirabusciò”, nome inventato che si riferisce al “cavatappi” tradotto in francese maccheronico, che ha dalla sua l’invenzione della mossa”.

Girovagando poi si parla dell’attività di molte donne dei “bassi” ora non più praticata così come lo era quando me ne narravano le “gesta” alcuni miei amici un po’ vecchi e scafati di me. Nella “tradizione” socioantropologica sostavano discinte e scosciate davanti ai loro usci. Famosissimo è il personaggio creato da Raffaele Viviani, quella “Bammenella ‘e copp’e Quartiere”, che ha attratto l’attenzione di molti di noi appassionati di teatro.

Sempre riferendosi a questi luoghi Simona ci mostra due stradine, due vicoli, anzi un vicoletto ed un vicolo che riportano lo stesso nome, “Tofa”.
Un’avvertenza è d’obbligo: non utilizzate questo termine nei confronti di altri e soprattutto di “altre”. “Tofa” in realtà è una conchiglia di mare utilizzata per emettere un suono prolungato come le “trumpette” della festa di Piedigrotta; ma a causa dei “luoghi” di cui sopra la parola è traslata, trasmigrata a significare “poco di buono”, una poco di buono, per cui “Si’ ‘na tofa” è offensivo.

…fine parte 3….

Joshua Madalon

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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1 e 2

QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 1

“Speriamo che Salvatore ci sia!” la nostra guida mentre ci accompagna lungo le stradine dei Quartieri Spagnoli sembra quasi parlare tra sé e sé.

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Ci aveva dato appuntamento all’altezza di una pizzeria all’angolo di via Chiaia. Dopo un caffè al bar del San Carlo, visto che eravamo in anticipo siamo arrivati al luogo convenuto. Le responsabili di Insolitaguida erano già là insieme ad un piccolo gruppo di persone. Simona ci riconosce e partono i convenevoli. Sbrighiamo le pratiche e ci fermiamo lì a due passi dall’assembramento momentaneo. Mary ed io eravamo un po’ distratti dal controllare se la sede dell’Università Suor Orsola Benincasa venisse aperta; dovevamo chiedere informazioni su alcuni corsi, ma negli uffici sembrava tutto in ordine, illuminato ma non c’era ombra alcuna di impiegati.
In quel mentre un signore tra i settanta e gli ottanta, italiano sicuramente napoletano ben vestito a dimostrazione di un’appartenenza borghese ma con un evidente calo di fortuna, ci ha chiesto un aiuto. Ho frugato in tasca e gli ho porto un euro, rammaricandomi del fatto che si fosse umiliato così. Anche altre persone hanno contribuito subito dopo. Distratti non ci eravamo accorti che Simona aveva già preso il via su per la stradina accanto alla Pizzeria Brandi, quella della famosa “Margherita”. Siamo partiti all’inseguimento della coda del gruppo, per poter cogliere le prime indicazioni su cosa siano stati i Quartieri Spagnoli e sulla storia della pizza “ab ovo”.
Tra le stradine rese ancor più strette da auto parcheggiate e tavolini di alcune trattorie o arnesi vari di artigiani diversi, alcuni dei quali chiamati “zarellari”, il gruppo si snodava osservando i tipici “bassi” come quelli descritti da Eduardo in “Napoli milionaria” e “Filumena Marturano”, ma che erano assai lontani ormai da quel tempo. Eppure da queste parti avevo una vecchia zia di mia madre, vedova già negli anni Cinquanta e qualche volta da bambino c’ero anche venuto. Su alcuni muri accanto a questi “bassi” si possono leggere targhe storiche del Comune che dichiarano quegli ambienti non adatti all’abitabilità; anche se, oggi, a vederli somigliano a villette svizzere.

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Abbiamo visitato vecchi monasteri abbandonati e trasformati in decine di appartamenti decorosi che affacciano su corti arricchite da una presenza umana di straordinaria potenza. Passando accanto ai vari negozietti di vicinato Simona tenta di farci comprendere come mai non vi sia alcun segno di fallimento in questa pratica commerciale “Qui non ci sono i centri commerciali; la gente compra negli stessi esercizi nei quali compravano i loro nonni ed i loro genitori” ed io ci ragiono tra me e me: “Credo che la verità sia tutta nell’invecchiamento della popolazione fatta in maggioranza di gente che non possiede mezzi di trasporto, gente che non possiede grandi risorse e che trova un enorme vantaggio a rifornirsi da chi opera a stretto contatto e conosce i veri problemi di quel territorio”.
Abbiamo notato sugli angoli una serie di cartelli indicatori a forma di freccia, tutti realizzati con lo stesso stile. In tre di questi sovrapposti c’è scritto: CULTURA INTEGRAZIONE TOLLERANZA. Chiedo cosa indichino.

….fine parte 1….
Joshua Madalon
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QUARTIERI SPAGNOLI girovagando parte 2

Veniamo a scoprire come a realizzare quei cartelli sia stata la stessa persona di cui si parla all’inizio come forma di interlocuzione letteraria (“Chissà chi è ‘sto Salvatore?”). E Simona ce ne mostra altri che stanno ad indicare luoghi, strade, persone, esercizi commerciali.
I Quartieri appaiono puliti ed ordinati, ad eccezione del traffico di auto e motorini che tuttavia attendono pazienti il deflusso del gruppo. La realtà è ancora più sorprendente se si segnali la data della visita guidata, il 4 gennaio, a ridosso del rito liberatorio del passaggio di anno, che richiama alla mente altri passaggi significativi nel corso dei quali ci si libera dei panni vecchi per indossarne di nuovi. Mi riferisco all’abitudine di lanciare giù sulla strada qualche oggetto consunto o fuori uso per una sostituzione migliorativa. La nostra guida sottolinea questo cambiamento di mentalità, probabilmente collegato alle ristrettezze finanziarie degli ultimi anni e poi aggiunge “C’è tutto un impegno soprattutto in questo Quartiere ma non solo per un riciclo utile di vecchi materiali ed arnesi. Se c’è Salvatore, ve lo rivelerà!”.
Intanto proseguiamo il nostro viaggio a zigzag nei Quartieri. E’ quasi ora del pranzo, quasi perché non è ancora scoccato il mezzodì. Davanti ad una pizzeria c’è già una gran fila formata da un gruppo di stranieri, sembrano statunitensi dallo strascichio del loro linguaggio simile all’inglese. La pizzeria è collocata in mezzo alla strada con una serie copiosa di tavolini già pronti; all’interno c’è un gran daffare per il personale. Simona ci dice che si tratta di una pizzeria tipica che ha come sua caratteristica il modo di trattare “spiccio” i clienti. Sullo stile del volgare più spinto. Più avanti c’è – almeno così ci dice la guida – un vecchio monastero. Se ci passate non ve ne accorgete, perché in realtà “c’era”. Tuttavia ci fa entrare in un portone, mentre qualche abitante ci osserva ed un passante lancia un avvertimento scherzoso “Nun è overo!” rivolto alle dotte indicazioni della Simona, che non si scompone. Saliamo pochi gradini ed entriamo in un cunicolo che in modo contorto ci porta in una piazzetta interna sulla quale affacciano molti ballatoi con ingressi separati come le “case di ringhiera” del Nord industriale. C’è anche una torre che funge da divisorio per i diversi ingressi. Era un vecchio monastero che nel tempo aveva subito storie e trasformazioni: vantava anche di essere stato un set per quel bellissimo film di Nanni Loy che celebrava “Le quattro giornate di Napoli”.

…fine parte 2….

Joshua Madalon