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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

Mentre si chiacchierava piacevolmente, arrivarono altre persone incuriosite dal fatto che non si poteva andare oltre, essendo zona militare limitata da un alto cancello l’accesso al “faro”. Mi tornò in mente l’opening di “Citizen Kane”, opera prima ed assoluto immenso capolavoro di Orson Welles.

NO TRESPASSING – Vietato entrare.

Indicai loro, però, una via per godere dell’immenso panorama nascosto da quella posizione angusta: da un terrapieno sul lato est ci sono delle scalette che aprono ad un sentiero agevole se percorso nella mattinata ancora fresca di notturna rugiada. Noi ne avevamo escluso di poterlo percorrere visto l’ora tarda tendente al picco di sole sulle nostre teste, ma ciononostante lo consigliavo in particolare a coloro che non sarebbero potuti tornare a piacimento essendo turisti provenienti da terre lontane. Quel sentiero conduce sul picco del capo Miseno dal quale si gode la vista dell’intera area flegrea.

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Sorvolai sul senso dell’altro cartello, che di certo sottolineava una delle abitudini purtroppo connaturate all’ignoranza ed alla maleducazione di una parte, ne basta purtroppo una “minima”, della popolazione. “DIVIETO DI DISCARICA” si legge. A tutta evidenza segnala questo comportamento abietto che porta a considerare il territorio, nella sua totalità, con uno scarso rispetto.

Siamo nel 2018, ma anche nel 1971 a mia memoria scrivevo alcune note in un libercolo del quale ho annunciato la riproposizione in un altro blocco di post.

Ritornammo poi dall’altra parte del tunnel accompagnando i nostri amici occasionali e li salutammo con cordialità, augurando loro “buona fortuna”. Avevamo fretta di tornare a casa, perché nel pomeriggio inoltrato sarebbe arrivata nostra figlia Lavinia, segno del nostro affetto per i miti, da Roma.
“Venite a prendermi alla stazione di Pozzuoli! C’è stato appena adesso uno scippo sul treno: hanno portato via un cellulare ad una ragazza!”
Un ottimo sistema di salutare gli “ospiti” di questa terra e non penso proprio che sia stata felice, quella ragazza, a vivere l’esperienza dello scippo come quei turisti del film “Ammore e malavita” a Scampia.

La telefonata rivelava una preoccupazione del “benvenuta in questa terra desolata” che non ammetteva dubbi: dovevamo andare insieme, Marietta ed io, e non io da solo come pensavamo ad attenderla direttamente al binario.
Uno scippo in tutta regola: strappato dalle mani di una giovane ragazza che, a Piazza Garibaldi, era appena salita e sostava sul vano di ingresso della vettura, smanettando sul suo dispositivo. Rapido il giovane a sfilarlo di mano e saltare giù dal treno proprio nell’attimo in cui le porte si chiudevano.
Rinfrancata dalla nostra presenza e dalla confortevolezza del ritorno in famiglia nel rivedere luoghi ed oggetti della propria infanzia, Lavinia si rasserenò, aiutata anche dall’incontro con la zia Teresa, vulcanica ed esplosiva espressione umana della terra flegrea.
Il giorno dopo ci attendeva una escursione programmata al Quartiere Sanità, luogo ingiustamente famoso per scontri tra bande opposte di malviventi autoctoni in conflitto per la leadership territoriale, ma estremamente ricco di storia. Avevamo prenotato on line con un gruppo, “Insolita Guida”, già prima di partire. Io, la Sanità, l’avevo visitata in “solitaria” poco meno di un anno prima, e ne ero rimasto incantato.

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Joshua Madalon

…fine parte 4….continua….

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

L’auto l’avevamo lasciata all’imbocco del tunnel che porta verso la struttura militarizzata di capo Miseno. Ritornammo da quella parte e dietro suggerimento di un amico scendemmo oltre a piedi: ci aveva indicato la presenza di un Ristorante tipico di quella zona, il “Primitivo”, suggerendolo per la qualità tipica del menu proposto basato su prodotti locali, soprattutto di mare. Lo trovammo chiuso con un’indicazione scritta a mano su un cartello apposto davanti ad un cancello, dal quale si intravedeva un interno agreste: una trattoria di campagna che ci riportava al ricordo delle classiche “pagliarelle” del secolo scorso, dove fermarsi a bere del buon vino e gustare il pesce azzurro. Non avrebbe aperto se non che dopo la nostra partenza e rimandammo la visita ad un nostro ritorno più in là nel tempo.
Ritornammo verso l’alto a riprendere l’auto ed incrociammo una coppia che proveniva dall’alto, da “Cala Moresca”,
ed era interessata a fare il nostro stesso percorso. Ci chiesero un passaggio nel tunnel, preoccupati “forse” della scarsa agibilità; ma da quel che ricordavo, vagamente per i trascorsi giovanili (era un luogo dove appartarsi con sicurezza), ci si passava con difficoltà ma “ci si passava”, nel caso avessimo dovuto incrociare un’altra vettura.
Era una coppia “mista” quanto a provenienza regionale: lui, molto chiaramente “siculo” di Catania; lei, invece, autoctona ma ormai “emigrata” al Centronord per lavoro. Entrambi avevano scelto di andare a vivere lontano dalle loro terre d’origine: e tutti e due erano nel settore dell’istruzione, lei in una Scuola d’infanzia lui in una Media Superiore. Parlammo di comuni esperienze e lei (non chiedemmo i nomi visto l’occasionalità dell’incontro) ci disse che tornava volentieri a Bacoli ma, non avendo più “casa” propria, si appoggiava ad una sorella. Ci soffermammo ad argomentare sui danni della “Buona Scuola” ed in particolare sui criteri prescelti che assomigliavano a quel famoso “Facite ammuina”

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

Il riferimento è ovviamente alla modalità con cui docenti del Sud sono stati sballottati al Nord o, quando è andata bene, al Centro o nello stesso Sud la qual cosa, essendo quel territorio privo di infrastrutture viarie (strade e ferrovie) sufficientemente utili a rapidi spostamenti, equivaleva ad andare molto lontano dalla propria città con enormi disagi
(per capirci, ed orientativamente, basta sapere che si arriva molto più velocemente a Roma da Napoli che da Pozzuoli a Napoli); senza aggiungere che i costi della vita sono molto diversi e chi dal Sud va verso il Nord deve mettere in conto spese ben superiori rispetto a chi dal Nord venisse verso il Sud. Ciò che è ancora più assurdo è il fatto che l’algoritmo “naturalmente” non considerava il “fattore umano” e posti liberi al Sud erano stati occupati da colleghi del Nord mentre lassù accadeva l’inverso.

Joshua Madalon

…fine parte 3…. continua

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 4

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 4

Tra la scuola, il Partito ed il Sindacato con la passione del Cinema, tralasciato l’ambito del Teatro in modo ufficiale ma portandomi comunque dietro l’esperienza di tipo metodologico ed organizzativo da utilizzare nei rapporti sociali, ho vissuto per sette anni in quella tranquilla realtà altoveneta mentre si intravedevano gli albori della Lega Nord e in larga parte del Paese il terrorismo mieteva vittime innocenti. Il timore che anche la nostra realtà venisse colpita l’avevamo costantemente, mentre ci confrontavamo con quella parte di giovani che contestavano i percorsi della Sinistra governativa che stava definitivamente abbandonando la classe operaia e la sua stessa storia. Erano anche gli anni della piena affermazione di Comunione e Liberazione e lo scontro tra le culture laiche e quelle integraliste religiose si acutizzava soprattutto nella Scuola. Nondimeno tuttavia, pur essendo inserito in un percorso politico ideologicamente diversificato, in quegli anni avevamo accolto la testimonianza dell’impegno sociale di don Lorenzo Milani; con gli studenti delle 150 ore, in massima parte attratti dalla Sinistra sia governativa che extraparlamentare, approfondivamo il messaggio del priore di Barbiana collegato ai temi dell’eguaglianza, della dignità e della libertà. “Lettera a una professoressa” fu oggetto di attenta analisi che portarono ad una critica dei metodi scolastici fino ad allora in uso – malgrado gli esiti del Sessantotto – di cui si avvertivano i limiti. Ed allo stesso tempo i giovani adutli che frequentavano quei corsi scoprirono la realtà della disobbedienza civile leggendo “L’obbedienza non è più una virtù”. Don Lorenzo era una figura molto lontana dalla Chiesa di allora, soprattutto in quella realtà, dove “l’obbedienza” era stata da sempre considerata un valore primario (ricorderete il “Comandi!”) e la partecipazione alle guerre elemento sociale ed antropologico costitutivo del territorio stesso.
In mezzo a tutto questo “impegno” si trovava il tempo anche per rilassarsi, ma era quasi sempre nell’ambiente politico che ci si incontrava per qualche festa, quelle ufficiali e quelle “private” dove si finiva troppe volte con delle ubriacature: credo che da allora ho imparato ad essere “astemio”. Non del tutto però, anche se pubblicamente lo dichiaro per evitare malanni.
Intanto era arrivata anche Marietta: ci eravamo sposati il 14 luglio del 1977 ed abitavamo in via Mezzaterra, una strada centrale nel borgo antico di Feltre. Marietta non sapeva andare in bicicletta ed a me venne l’idea di insegnarle a guidarla: un’idea balzana che fu interpretata come un tentativo di femminicidio. Acquistai per lei una “Graziella” di quelle che si smontavano e piegate su se stesse entravano facilmente nel vano bagagli della nostra 127. La mia idea era che la inforcasse e si lasciasse andare in discesa verso Porta Castaldi, uscendo su via Roma; ma lei non accolse la proposta, considerando la sua pericolosità. E quella bicicletta è rimasta inutilizzata fino a quando non l’ha adoperata nostra figlia Lavinia che è nata nel 1984 a Firenze. Con Marietta però si facevano delle lunghe camminate su per le montagne bellunesi, mai d’inverno però! Mia moglie ha da sempre odiato la neve ed il freddo, lei che era nata proprio “sul” mare!

Joshua Madalon

….continua….

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale… quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

Ci si arrampicava con una vecchia FIAT 750 donata al Partito Comunista da qualche sostenitore su per i tornanti insieme al compagno Damiano Rech; questo accadeva soprattutto quando portavamo la tessera a queste famiglie montanare, all’interno delle quali c’erano anziane ed anziani che avevano partecipato alla Resistenza e qualcuno di quelli che avevano vissuto il tempo della Prima Guerra Mondiale in quei territori a cavallo tra i confini italiani ed austro-ungarici: non era – e forse non lo è ancora oggi – insolito sentirsi rispondere: “Comandi!” al solo accenno di un quesito. Nelle campagne elettorali ritornavamo in quei luoghi a fornire le indicazioni di voto ed altre volte, ma raramente, ci capitava di passare di là per la consueta distribuzione del nostro quotidiano, “l’Unità”. Ogni domenica o festività laica, il 25 aprile o il 1° maggio, organizzavamo i gruppi, di solito formati da due compagni, per la distribuzione delle copie del giornale in città e nelle frazioni e non di rado ci si fermava a parlare, invitati a bere un bicchiere di grappa o di vino, che personalmente ho spesso rifiutato guadagnandomi inimicizie non solo formali: il diniego era considerato una vera e propria offesa. Nei primi tempi non riuscivo a districarmi da questo “impegno” e tornavo “ciùco” a casa, per fortuna accompagnato da qualche compagno gentile.
Una delle prime volte che con il Sindacato ci si era recati a Belluno fui vittima della generosità di un compagno molto robusto ed alto che, sulla via del ritorno, mi obbligò a bere del vino aspro perché fatto con uve non del tutto mature alternato a grappe. Il guaio era che l’amico occasionale si fermava a tutti i punti di ristoro che si incrociavano sulla Strada Statale 50 che da Belluno riportava a Feltre e mi costringeva a bere mostrandomi un ghigno ad ogni timido rifiuto. Ovviamente dopo quella volta non capitò più, perché stetti così male, ma così male!
Intanto in quegli anni insieme alla maturazione politica e sindacale si sviluppò anche quella cinematografica e trovai per questa “passione” la collaborazione dello IULM sede staccata di Feltre, dipendente da quella centrale di Milano. Fu molto importante allo stesso tempo l’amicizia con un giovanissimo, Francesco Padovani, che ora è il Direttore della Biblioteca di Pedavena e con alcuni docenti come Cristina Bragaglia o critici cinematografici come Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini o grandi cinefili come l’architetto Carlo Montanaro. Insieme a Francesco fondammo il Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” ispirato in modo indiretto al film di Marco Ferreri, ma per noi doveva significare “una grande scorpacciata” di film. E mettemmo in piedi molte rassegne, aiutati da strutture pubbliche come la Scuola Media, dove c’era un Preside molto disponibile con noi giovani, Gianni Campolo; oppure il Cinema della Curia, che ospitò alcune Rassegne, una delle quali indirizzata espressamente ai giovani con pellicole che si riferivano ai grandi concerti pop del tempo (anni Settanta). E non mancarono rassegne dedicate al cinema d’animazione – per grandi e piccini – così come quella relativa ai capolavori del giallo. Con l’Università allestimmo anche dei percorsi sull’Espressionismo e sul Cinema francese degli anni Trenta; a seguire ma fuori dall’Università, nei locali Liberty della Birreria Pedavena, lanciammo uno sguardo d’insieme al nuovo Cinema tedesco che in quegli anni stava producendo autentici capolavori grazie ad autori come Herzog, Wenders, Fassbinder e altri.

Joshua Madalon
….continua….

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale – settima parte – 1

Alla fine degli anni Sessanta la mia formazione culturale era stata legata ad una profonda libertà; mi scrollavo di dosso ciò che mi veniva imposto dagli altri e cominciavo a rendermi conto di quale sarebbe stato il mio “tempo”. Amavo il mio territorio senza retoriche scioviniste. Lo scrutavo, analizzando i comportamenti umani che lo deturpavano, incoraggiati da un Potere corrotto come da eterno copione.
Nei post precedenti ho ripercorso alcuni aspetti della mia formazione, solo pochi e solo epidermicamente. Ho cercato di utilizzare l’ironia, quando mi sembrava utile, ma non sempre riuscendoci a pieno. Nella vita capita a ciascuno di noi di avere occasioni varie che ci sospingono. A volte è necessario il coraggio, altre volte invece è una vera e propria Fortuna che ti accoglie tra le braccia. Mi è stato consentito di nascere e di vivere in un posto ed in un tempo nel quale la Storia ci consentiva di ricordare un Anniversario straordinario tondo tondo: 2500 anni, un doppio millennio e mezzo; questo è quel che avveniva nel 1972 a Pozzuoli, l’antica Dicearchia greca, poi Puteoli al tempo dei Romani. E sono stato davvero fortunato perché quella città dal 1953 fu scelta da Adriano Olivetti per insediarvici una delle sue fabbriche (per capirci quella di “Donnarumma all’assalto” di Ottiero Ottieri, romanzo del 1959). Il luogo dove essa fu costruita è una delle straordinarie terrazze panoramiche sul golfo di Pozzuoli. La fabbrica costituiva per l’organizzazione una grande scommessa per il mondo del lavoro del nostro Paese: purtroppo diventerà un caso da manuale e poco più.
Grazie alle mie “amicizie” di cui ho accennato in altri post “da giovane” fui inserito in un contesto celebrativo dei 2500 anni di Dicearchia. Il Comune ed altri enti di cui oggi poco ricordo sponsorizzati da Olivetti avviarono sin dall’autunno del 1970 la progettazione e mi chiesero di produrre un libretto da diffondere nelle scuole, quelle medie inferiori e le ultime due della primaria. Partecipai ad una serie di incontri del Comitato organizzatore come giovane studente che aveva mostrato attenzione verso i problemi ecologici, che dalle nostre parti erano già acuti, abbinati ad una conoscenza dei territori storici e geologici. Nei prossimi post mi dedicherò alla riproposizione di quei temi così come riportati nel testo del libretto.

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IL VORTICE DELLA VITA – ricordando François Truffaut – Jeanne Moreau

Un omaggio a François Truffaut – Il film è “Jules et Jim” tratto dall’omonimo romanzo di Henri-Pierre Roché ed a Jeanne Moreau.
Il primo video è tratto direttamente dal film, il secondo è riferito alla interpretazione di Vanessa Paradis e Jeanne Moreau a Cannes nel 1995.

Le parole sono di Cyrus Bassiak (pseudonimo di Serge Rezvani, scrittore, pittore francese, nato a Teheran nel 1928), la musica di Georges Delerue.

Le tourbillon de la vie

Elle avait des bagues à chaque doigt,
Des tas de bracelets autour des poignets,
Et puis elle chantait avec une voix
Qui, sitôt, m’enjôla.
Elle avait des yeux, des yeux d’opale,
Qui me fascinaient, qui me fascinaient.
Y avait l’ovale de son visage pâle
De femme fatale qui m’fut fatale {2x}
On s’est connus, on s’est reconnus,
On s’est perdus de vue, on s’est r’perdus d’vue
On s’est retrouvés, on s’est réchauffés,
Puis on s’est séparés.
Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie
Je l’ai revue un soir, hàie, hàie, hàie
Ça fait déjà un fameux bail {2x}.
Au son des banjos je l’ai reconnue.
Ce curieux sourire qui m’avait tant plu.
Sa voix si fatale, son beau visage pâle
M’émurent plus que jamais.
Je me suis soûlé en l’écoutant.
L’alcool fait oublier le temps.
Je me suis réveillé en sentant
Des baisers sur mon front brûlant {2x}.
On s’est connus, on s’est reconnus.
On s’est perdus de vue, on s’est r’perdus de vue
On s’est retrouvés, on s’est séparés.
Dans le tourbillon de la vie.
On a continué à toumer
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.
Puis on s’est réchauffés.
Chacun pour soi est reparti.
Dans l’tourbillon de la vie.
Je l’ai revue un soir ah là là
trallallla
Elle est retombée dans mes bras
Quand on s’est connus,
Quand on s’est reconnus,
Pourquoi se perdre de vue,
Se reperdre de vue?
Quand on s’est retrouvés,
Quand on s’est réchauffés,
Pourquoi se séparer ?
Alors tous deux on est repartis
Dans le tourbillon de la vie
On à continué à tourner
Tous les deux enlacés
Tous les deux enlacés.

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Traduzione in italiano

Il turbinio dell’esistenza

Portava un anello per ciascun dito
una montagna di braccialetti ai polsi
e poi cantava con una certa voce
che pure mi acchiappava

Aveva certi occhi certi occhi d’opale
che mi affascinavano, o se mi affascinavano
e poi c’era l’ovale di quel pallido viso
di donna fatale che fatale mi fu.

Ci siamo conosciuti e riconosciuti
ci siamo persi di vista, ci siamo ripersi di vista
e ci siamo ritrovati e poi riattizzati
e poi ci siamo separati

Ciascuno è ripartito per fatti suoi
nel vortice della vita
e poi l’ho rivista una volta di sera trallallalla
e’ un ballo famoso

Al suono del banjo l’ho riconosciuta
quel curioso sorriso m’aveva invaghito
la voce fatale sul viso bello e pallido
mi emozionarono più che ma

Mi sono stordito mentre l’ascoltavo
l’alcool fa dimenticare
mi sono svegliato e sentivo
dei baci sulla mia fronte ardente

Ci siamo conosciuti e riconosciuti
ci siamo persi di vista, ci siamo ripersi di vista
e ci siamo ritrovati e poi riattizzati
e poi ci siamo separati

E abbiamo continuato a girare
allacciati insieme
allacciati insieme
ci siamo riattizzati

Ciascuno è ripartito per fatti suoi
nel vortice della vita
E poi l’ho rivista una sera
trallallla
e mi è ricaduta tra le braccia

Quando ci siamo conosciuti
quando ci siamo riconosciuti
perché perdersi di vista,
perdersi ancora di vista?

Quando ci siamo ritrovati
quando ci siamo riacchiappati
perché separarsi?

Allora tutti e due siamo ripartiti
nel vortice della vita
E abbiamo continuato a girare
allacciati insieme
allacciati insieme

The whirl of life
traduzione di Vanessa Paradis

She had rings on every finger
Tons of bracelets around her wrists
And then she used to sing with a voice
That, immediately, seduced me.

She had eyes, eyes like opal
That fascinated me, that facinated me
The oval of her pale face
Of a femme fatale who was fatal to me

We met, we recognized each other,
We lost sight of each other, we lost sight again
We met again, we heated up each other,
Then we separated

Each one is gone
In the whirl of life
I’ve seen her one day at night, ouch, ouch, ouch,
It’s been a long time now ( x 2)

To the sound of banjos I recognized her.
This strange smile that was so appealing to me.
Her voice so irresistible, her beautifull pale face
Moved me more than ever.

a cura di J.M.

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IL DOMINO LETTERARIO riparte da dove era cominciato

IL DOMINO LETTERARIO riparte da dove era cominciato

Nei prossimi giorni lo annunceremo ufficialmente – Il Domino letterario era partito il 27 marzo di tre anni fa con questo libro di Manuele Marigolli – riprenderà nella seconda metà del mese di aprile 2018 con Manuele Marigolli, autore del libro di racconti dedicati alla caccia, di cui Manuele è profondo cultore. Questo post è solo un annuncio. A breve uscirà un mio commento al libro.

Marigolli

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Libero “era cresciuto fra l’Arno e la strada, lì aveva imparato a valutare avversari e pericoli, ad adottare comportamenti e strategie conseguenti, pesare le forze in campo. Capire anche quando era il caso di voltarsi e andare, prima che l’andare fosse una fuga. Mantenere intatto il proprio prestigio, perché sarebbe stato utile una prossima volta….Non era e non diventò mai un competitivo, ma se era costretto a competere allora voleva essere quello che rimaneva in piedi. Vincere e giocar bene è privilegio di pochi, il destino dei campioni. Libero campione non lo era.”

“Fra l’Arno e la strada” di Manuele Marigolli è un romanzo nel vero senso del termine con una struttura moderna, dove la “memoria” viene di continuo interrotta da una sorta di “flusso di coscienza” che implica frequenti “flash-back”; è un “romanzo di formazione” che segue la crescita e la maturazione del protagonista, Libero, per l’appunto come descritto sopra dall’autore “uomo libero”; è un romanzo dall’andamento classicheggiante in molte delle sue parti dove si respira una poetica elegiaca nel recupero di raffinati spazi nascosti dalla quotidianità che tutto tende ad obnubilare e che attraverso sprazzi preziosi emergono grazie alla sorprendente capacità stilistica dell’autore, che sin dalle prime pagine si rivela accanto a riflessioni esistenziali eterne: “Vola. Vola con le ali del sogno oltre i monti e le colline. Vola sui boschi di querce e di castagni. Sale fino ai faggi e agli alberi dei crinali. Scende per valli e fiumi, e vola. Vola fino al primo ricordo che la sua mente sappia rievocare”. Ce n’est qu’un début….” direbbero i sessantottini. Ed è così, non è che l’inizio: siamo soltanto a pag.25 (la 15° del romanzo).

Nella prima parte del commento che ieri ho pubblicato parlavo di “una sorta di flusso di coscienza”; “una sorta”, perché non si tratta di sequenze di termini “apparentemente” alla rinfusa ma di blocchi interi di memoria in un insieme di ricordi appiattiti dal tempo, il quale viene segnato esclusivamente dagli eventi “storici” sia quelli che Libero non ha vissuto direttamente ma li ha conosciuti come se fossero suoi dalle narrazioni dei suoi nonni e degli zii, sia quelli che riguardano la Vita di Libero e che rappresentano la sua crescita civile. Nello scrivere “Fra l’Arno e la strada” Manuele Marigolli ha voluto- e questo identifica questo romanzo come “opera prima” di ottimo livello – fare i conti con la storia della sua gente, recuperandone sprazzi di esistenza quotidiana partendo dagli anni più crudi della barbarie fascista e dell’insensatezza della guerra portandosi fino ai giorni nostri. La scrittura di “Fra l’Arno e la strada” funziona per Manuele anche come antidoto nei confronti di un tema terribile che condiziona l’esistenza degli umani: la tanatofobia, la paura della morte; nel libro troviamo questa ricerca frequente di esorcizzare tale timore, sin dalle primissime pagine

“L’angoscia era originata dalla convinzione che solo la morte avrebbe cancellato lo stato di felicità. La coscienza dello stato di grazia ritrovato (n.d.r. l’amore per Teresa, la compagna di tutta una vita) sarebbe finito in “una fossa di nebbia appena fonda” gli risvegliò l’antico terrore. L’esaltazione dell’amore gli faceva credere che solo la morte avrebbe potuto impedire a quel sentimento di essere eterno. La certezza che di quell’emozione non sarebbe rimasto assolutamente nulla, persa in un lago di niente, risvegliò la paura che lo aveva accompagnato per tutta l’infanzia e l’adolescenza.”

E via via così fino alla fine del romanzo, attraverso la morte dei suoi cari anziani, i nonni prima e poi i genitori, “vissute come un fatto che andava nell’ordine naturale delle cose…elaborate triturando il dolore nel fondo del suo animo, non rispondendo con la rimozione ma con il ricordo”, sino alla morte considerata ingiusta “un non senso, un fatto contro natura, un fiume che torna indietro dal mare”, quella della cara Teresa, colpita da un male non curabile che la spense in meno di un mese.

Abbiamo scritto che nel romanzo “Fra l’Arno e la strada” Manuele Marigolli ha inteso fare i conti con tutta una serie di angosce esistenziali, a partire da quelle collegate ai misteri della “morte”. Il suo personaggio, alter ego “Libero”, riesce a superarle solo nelle pagine finali “Non ha più bisogno di inventarsi dei sotterfugi per ingannarla come faceva da bambino prima di addormentarsi, ora è la malattia che lo terrorizza”: ed è con quest’ultima che Libero ingaggia la sua ultima sfida. “La paura della morte che lo aveva terrorizzato adesso non gli appartiene più, anche se non l’ha superata di colpo ma lentamente, giorno per giorno.” Ed è la perdita della persona a lui più cara, un momento estremamente triste e doloroso, che gli permetterà di riconciliarsi, arrendevolmente, con il naturale flusso della Vita. In fondo “il terrore della morte si era sempre manifestato nei momenti più belli.” E le donne, le donne che lo accompagnano nella sua vita, sono figure straordinariamente positive, a partire dalla nonna Dina, della quale parleremo poi, fino alla sua compagna Teresa, alla giovane Irene ed alla figlia Eugenia. Irene appare sin dalle prime pagine come bellissima, sensuale e snella, elastica e morbida nell’incedere, sorridente: è la personificazione della giovinezza e della bellezza che un tempo hanno coinvolto Libero da giovane e che ora nei giorni della maturità inoltrata ritornano prepotentemente ed inaspettatamente a galla. Libero incontra Irene casualmente con la complicità dell’altra sua passione, la caccia ed i cani (ai quali Manuele dedica parte considerevole del suo romanzo) che lo hanno accompagnato nel corso della vita. E poi c’è stata Teresa, che alla fine non c’è più (“La malattia si manifestò cruenta, senza dare neppure il tempo di elaborarla, un male non curabile la aggredì e la spense in meno di un mese.”): l’amore di una vita, l’AMORE, scoperto nelle fumose “riunioni semi clandestine in cui sembrava che si stesse progettando la rivoluzione.” Era l’inverno del 1975. Teresa “aveva i capelli raccolti dentro un foulard rosso con fiorellini neri, legato dietro la nuca…Due ciocche di capelli neri e lucenti…occhi neri come la notte, sopracciglia lunghe, fronte alta, bocca ben disegnata e un sorriso che la illuminava…” E’ AMORE a prima vista, l’Amore di una vita. E poi c’è Eugenia, la loro figlia, con cui Libero ha un difficile rapporto collegato ad un episodio del quale egli porta dentro di sè il dolore di una profonda reciproca incomprensione (“Con lui non riesco a lasciarmi andare, c’è qualcosa che mi frena, che mi ha sempre impedito slanci emotivi.”); ma è lei che ha in mano il destino di Libero e dovrà impegnarsi a riportarlo di nuovo alla Vita.
Le donne di Libero, dunque! I personaggi femminili prevalgono (come, d’altronde, accade nella vita di noi tutti) per la loro profonda concretezza; avevamo accennato alla nonna Dina, una vera e propria femminista “ante litteram”: “Libero vedeva nella nonna il prototipo della donna emancipata. Lei non aveva avuto bisogno di costituire gruppi di coscienza al femminile, di partecipare a movimenti di nessun genere per affermare un bisogno e un diritto….aveva potuto contare su una volontà granitica….Senza mai prendersi troppo sul serio, con un gran senso dell’ironia…Non credeva in un aldilà…Ma credeva nella persona, nella compassione e nella solidarietà del vicino…nell’indivduo, nell’azione del singolo…Era una anarchica individualista…”.

E poi c’era anche l’altra nonna, Annita, da cui Libero apprende le tecniche della “narrazione”: “Quando Libero da bambino restava a dormire da Annita nella casa sul fosso, la nonna, che era una grande narratrice, gli raccontava del tempo passato”.

Ma “Fra l’Arno e la strada” è anche un libro che affida i suoi personaggi alla Storia del Novecento: dal tempo e dai contrasti fra laici e credenti, fra comunisti e democristiani negli anni della Guerra Fredda (“Dal primo luglio del 1949 la Chiesa aveva scomunicato chi era iscritto, chi votava, chi diffondeva la stampa e le idee comuniste…Il Partito allora indicò loro un sacerdote fiorentino. Si sposarono a Firenze…il matrimonio venne celebrato da un prete giovane, che credeva più nel Vangelo che nelle gerarchie….”) fino alle vicende legate alle varie piene dell’Arno ed all’alluvione del novembre 1966, cui Manuele Marigolli dedica un intero capitolo pieno di vicende ed aneddoti; per arrivare poi al Sessantotto ed alle grandi manifestazioni che vedono operai e studenti insieme nella lotta (“La nostra lotta è anche la vostra, vogliamo un mondo in cui i figli degli operai possano studiare, farsi una cultura per non essere più solo numeri buoni per la produzione e lo sfruttamento”).

Si accenna anche allo “strappo” dei compagni del “Manifesto” primo momento di sbandamento per Libero che non comprende i motivi per quella “estromissione” a loro comminata dal PCI e considerata di stampo stalinista. La Storia continua ad accompagnare Libero nella scoperta della passione politica che va di pari passo con la sua crescita civile, culturale ed umana (si snodano davanti ai nostri occhi momenti drammatici come il sequestro Moro, l’uccisione di Guido Rossa e di tante altre persone innocenti colpevoli solo di opporsi al terrorismo di quegli anni). E, al di sopra di tutto, rimane un’unica straordinaria passione che accompagnerà Libero nel romanzo di Marigolli dalla prima all’ultima pagina: la caccia con i suoi riti, le attese, le angosce collegate al profondo rispetto nei confronti della natura che gli viene inculcato dallo zio Mareno, che per la prima volta lo accompagnò a caccia di beccacce. La lettura di quelle pagine è di una profonda emotiva piacevolezza, soprattutto allorché Libero ritrovandosi fra le mani il corpo senza vita della prima beccaccia avvertì un profondo senso di colpa che stemperò l’entusiasmo dell’attesa (“Libero conobbe allora la contraddizione di amore e morte che alberga nel cuore di ogni beccacciaio, ne divenne prigioniero e quella malattia non lo avrebbe più lasciato per tutta la vita.”).

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Manuele Marigolli ha costruito, forse spinto da un suo personale impellente bisogno di ricostruire parti della sua Storia facendola accompagnare per mano lungo i sentieri del Novecento, un romanzo piacevolissimo colmo di riferimenti alla sana e ricca cultura popolare della sua gente, che gli consente di costruire personaggi che, di certo riferiti alla realtà, rimarranno indelebili nella memoria dei lettori.

ricordando “Giovanna” di Gillo Pontecorvo – 8 marzo 2018 Biblioteca “Lazzerini” Prato ore 21.00

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ricordando “Giovanna” di Gillo Pontecorvo – 8 marzo 2018 Biblioteca “Lazzerini” Prato ore 21.00

Voglio oggi riproporre quel che mi disse Armida Gianassi, protagonista del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo, quando nel 1990 la intervistai per il documentario “Alla ricerca di Giovanna”

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inizia l’intervista ad
Armida Gianassi, interprete del personaggio di Giovanna

“Mi ricordo un pomeriggio in cui eravamo, come succedeva spesso, a ballare al circolo Rossi. Ad un tavolino c’erano dei signori nuovi. Li notammo perché siamo un po’ abituati a vedere sempre le stesse facce nei locali dove abitualmente andiamo. Quei signori guardavano, guardavano, osservando le coppie che ballavano. Dopo un po’ si alzarono e mi vennero a domandare cose un po’ strane – chi ero, cosa facevo – poi mi chiesero se mi andava di fare un provino per un film. Lì per lì mi venne da ridere – mah…, mi dissi, un film, io…- Li guardai un po’ e poi ricominciai a ballare. Loro sedettero di nuovo e continuarono a osservare, e di nuovo dopo poco si avvicinarono. Mi dissero: “guardi che noi facciamo sul serio, non è che scherziamo”. Intanto li avevo visti seduti con il sindaco Giovannini, con Bruno Fattori, con persone che conoscevo da tanto tempo e quindi cominciai a pensare che forse forse non scherzavano. E così, sia il sindaco che Fattori mi dissero: “ma guarda che fanno sul serio, vuoi fare un provino?” Io accettai. Ho fatto il provino e dopo qualche giorno mi dissero che tutto andava bene, che se volevo…e così abbiamo fatto il film.
I ricordi di allora sono tanti, vengono in mente così…un ricordo tira l’altro. Come quando si prende una pallina in mano e via via vengono in mente le filastrocche di quando eravamo bambini. Al tempo di Giovanna facevo la vita delle ragazze di allora: il lavoro, il sabato a ballare, le passeggiate a Firenze e così via; non c’era molto altro da fare a quei tempi. Alla sera andavo spesso al circolo a Grignano, mi ero iscritta alla Federazione Giovanile Comunista, ma non facevo molta attività, perché contemporaneamente avevo ricominciato ad andare a scuola, frequentavo i corsi serali alle scuole Calamai di via Pugliesi: cultura generale, storia, italiano, matematica, stenodattilografia. I corsi erano fatti abbastanza bene e molto interessanti , con vecchi professori che avevano insegnato al Cicognini, Mi ricordo del prof. Bresci, del prof.Balugani. Non era che un diploma di scuola serale, però a me serviva, perché volevo migliorare.la mia condizione. Lavoravo dalle otto del mattino fino alle cinque e mezza di pomeriggio, alle sei cominciavano i corsi, fino alle otto mezzo o anche alle nove. Insomma il tempo era quello che era e anche l’attività al circolo diminuì.
Sono nata nel Mugello. Mi ricordo quando venivo a lavorare a Prato, avevo soltanto 13 anni la prima volta. La mia mamma era terrorizzata all’idea di mandarmi in questa città di lavoro, e mi accompagnava la mattina all’autobus. L’autobus passava sulla strada provinciale tra S.Piero a Sieve e Barberino di Mugello e sul ponte a Bilancino faceva la fermata. La mamma si raccomandava all’autista e diceva “Piero – così si chiamava l’autista, era un uomo piuttosto grosso – mi raccomando questa bambina, dà un occhio!”, diceva proprio così: “dà un occhio!”. Così venivo a lavorare a Prato. Allora lavoravo alla tipografia Rindi, proprio dietro Piazza Duomo.
La mattina mi alzavo alle cinque, alle sei avevo l’autobus, dopo aver fatto un chilometro a piedi, sempre in corsa, sempre all’ultimo momento. E molte volte di lontano vedevo l’autobus fermo e sentivo che mi chiamavano (nella notte i suoni si sentono bene). Bastava che urlassi “eccomi!” e mi aspettavano. L’ho fatta per cinque anni quella vita. D’inverno non vedevo il sole durante la settimana, partivo alle sei la mattina e ritornavo a casa alle otto di sera. Solo la domenica vedevo il giorno.
Mi ricordo che quando arrivavo in piazza Duomo, la mattina, guardavo i ragazzini che andavano a scuola. Era il sogno della mia vita andare a scuola, però non potevo permettermelo: nella mia famiglia eravamo quattro sorelle e un ragazzino piccolino, c’era solo mio padre che lavorava, e non sempre. Sicché studiare era un sogno e basta. Io nella vita non ho mai invidiato null’altro, solamente i libri sotto il braccio di quei ragazzi. Era una cosa che mi faceva male dentro. Non so se era invidia… era dolore, proprio dolore. Ho sempre sognato di andare a scuola, anni dopo ho frequentato le scuole serali, ma era un’altra cosa.

“Poi abbiamo lasciato la campagna. Con tanto rimpianto. Per chi nasce in campagna è difficile vivere nella città. Firenze la conoscevo fin da bambina, perché mio padre qualche volta mi ci portava. Prato invece era una città anomala, si lavorava, si lavorava e basta. L’unico respiro era salire su un autobus e andare a Firenze, lì c’era un’altra atmosfera. Poi sono passati gli anni, mi sono abituata a Prato. Era la città che mi aveva accolto, che mi aveva dato da vivere, che mi aveva fatto crescere, in cui avevo mosso i primi passi nella vita, e sono sempre pieni di entusiasmo e di sogni. Quindi sono riconoscente a questa città, e qui sono ritornata a vivere dopo averla lasciata. Però è una città che mi ha fatto anche soffrire.
Io non ho vissuto l’esperienza della grande fabbrica. Quando mi proposero di fare Giovanna lavoravo alla ditta Suckert, in via S.Silvestro all’angolo di Piazza Mercatale. Ho lavorato lì perché conoscevo i proprietari, la famiglia Suckert. Li avevo conosciuti nel Mugello quando ancora stavo lassù. Era una piccola ditta che fabbricava corde per filature, con poche persone a lavorarci. In tutto, al completo, eravamo sette o otto. Era una ditta a dimensione familiare in cui si stava bene, se c’era qualche problema ci aiutavamo, se c’era qualche rivendicazione da fare al titolare parlavamo una per tutte e la cosa veniva definita.
Mi ricordo che quando ho avuto l’occasione di Giovanna non sapevo come fare, perché in ditta c’era molto lavoro. Chiesi il permesso al titolare, vennero sia Montaldo che Pontecorvo a chiedere se poteva concedermi i permessi per girare il film. Durante la lavorazione non ho mai smesso completamente di lavorare in fabbrica. C’erano giorni in cui dovevo essere tutto il giorno sul set, altri in cui ci stavo mezza giornata, e mezza giornata andavo a sbrigare il mio lavoro in fabbrica. I proprietari non mi crearono problemi, anzi furono quasi contenti di darmi i permessi.
Dopo il film Giovanna ho continuato a lavorare, ho fatto le stesse cose che facevo prima, anche se c’era qualcuno in più che mi salutava per strada o mi riconosceva. Poi mi hanno invitata a Roma, ho visto il film. Ho anche avuto qualche proposta, però l’ho rifiutata perché già a quel tempo avevo conosciuto mio marito, e quindi…. Insomma, avevo preso un’altra strada.
Ho continuato a lavorare nella stessa ditta, nell’attesa di farmi poi una famiglia. Poi mi sono sposata e ho lasciato Prato per andare a vivere a Firenze, e così ho fatto la vita di tante donne che si sposano, che lasciano la propria città, le amicizie, e ho ricominciato daccapo. Ho avuto i miei figli, la prima una bambina, e per guardare mia figlia ho rinunciato a lavorare. Così la mia vita è continuata come quella di tante e tante altre donne. Poi ho avuto un’altra figlia, ho cambiato ancora città, ho lasciato Firenze. Insomma un susseguirsi di cose, cose normali di una vita normale. Ho cercato di trasmettere alle mie figliole i sogni che io forse non avrei realizzato, ma il cammino continuava e sarebbe continuato con loro, e forse in parte i miei sogni gli avrei realizzato attraverso di loro. Ho sempre insegnato alle mie figlie che, pur essendo nate donne, non per questo non dovevano avere la loro vita. Dovevano cercare soprattutto di studiare. Io ho sempre avuto il pallino dello studio, forse perché, quando ero giovane, non ho potuto realizzare questo desiderio.
Confesso che soltanto quando vidi il film tutto montato ho capito l’importanza della cosa, più grande di quella che mi era sembrata durante la lavorazione; ho capito che valeva la pena averlo fatto, perché Giovanna rappresentava nel film il problema di tante donne, specialmente a Prato dove le fabbriche erano così tante: rappresentava la sofferenza della donna nella fabbrica, la fatica della donna che lavorava e che aveva il doppio lavoro, in fabbrica e alla sera in casa, in famiglia. Quando vidi il film mi sono detta che era proprio quello che pensavo, che intuivo ma non riuscivo ad esprimere con tanta chiarezza.”

– a cura di Giuseppe Maddaluno (Joshua Madalon)

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RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

RICORDANDO “GIOVANNA” di GILLO PONTECORVO

Parlerò di “Giovanna” ancora una volta, su richiesta di Rossella Foggi leader di “FareArte” questo prossimo 8 marzo. L’ho fatto molte volte negli ultimi anni dal 1982 ad oggi. Leggendo altri post del mio Blog inserendo il titolo “Giovanna” potrete ritrovare molte delle indicazioni utili a comprendere le motivazioni che portarono prima di tutto il team del film del 1956 a realizzarlo a Prato e poi il gruppo che era stato costruito negli anni Ottanta intorno al Cinema TERMINALE a recuperarne la memoria andando a scrivere una sceneggiatura intorno a quel film. Ne fui protagonista ed è uno dei motivi fondamentali che mi legarono e mi legano a questa città.
Qui di seguito, ad utile corollario di questo breve post allego il filmato di una mia intervista nell’occasione di un’iniziativa curata da Chiara Bettazzi per Tuscan Art Industry del 2015, preceduto dalla descrizione di quella parte degli eventi che si svolsero all’interno della Fabbrica ex Lucchesi (quella antistante la Piazza dei Macelli).
Subito dopo trovate copia della locandina che pubblicizza l’evento di questo 8 marzo 2018 preceduto dal testo che ne accompagna l’evento su Facebook (sarò in ottima compagnia).

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MERCOLEDI 15 LUGLIO 2015

ORE 19.00
TAI / anteprima alla mostra

ORE 21.00
DIARI URBANI / approfondimenti

Conversazione sul Documentario realizzato intorno al ritrovamento della pellicola del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo e alla realizzazione del restauro del film, con Stefania Rinaldi e Giuseppe Maddaluno.

ORE 22.00
PROIEZIONE FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO
Sede EX Fabbrica Lucchesi Piazza dei Macelli.

“Giovanna” film degli anni 50, quasi dimenticato, fu l’esordio del regista neorealista Gillo Pontecorvo. Girato a Prato con attori non professionisti narra, gli aspri conflitti sindacali delle lavoratrici tessili.
Il film, finanziato da un’organizzazione femminile comunista della Germania est , fu presentato a Venezia nel 1956 ma non fu mai distribuito e subito dimenticato. Racconta la lotta delle operaie per difendere il loro posto di lavoro, contro i padroni e anche contro i loro stessi mariti che disapprovano l’occupazione della fabbrica e il loro protagonismo.
La protagonista (Giovanna) fu Armida Gianassi, reclutata nella sala da ballo di una Casa del Popolo.
I temi trattati sembrano molto attuali: licenziamenti e lavoro precario.
Gli anni ’50, ’60 e ’70 non furono rose e fiori. I pratesi non furono tutti imprenditori.
I diritti non vennero regalati. Il film fu girato nel Lanificio Giulio Berti. La fabbrica era detta anche “La Romita” perché formatasi intorno all’antico “Molino della Romita” sulla gora omonima che infatti si vede nel film, ancora ricolma d’acqua. Oggi abbattuta e quindi scomparsa per far posto ad anonimi palazzi.

8 marzo 2018 ore 21,15 serata-evento Biblioteca Lazzerini, sala conferenze
“DONNE E LAVORO NELLA PRATO DEL 900″
Operaie, imprenditrici e manager, storie di emancipazione femminile nella città che cambia.
Proiezione di alcuni brani del corto “Giovanna” di Gillo Pontecorvo (1955), la storia di una
ribellione al femminile per la difesa del proprio posto di lavoro.
Protagoniste le operaie del lanificio Giulio Berti che, capeggiate dall’intrepida Giovanna, occupano la fabbrica e protestano contro i padroni che le vogliono licenziare e contro gli stessi mariti che
non abbracciano la loro causa.
Testimonianze e proiezioni di immagini su alcune personalità femminili Pratesi particolarmente distintesi nel campo sociale e lavorativo.
Interventi:
Paola Giugni: Emma Luconi Caciotti, perfetta ospite dell’Hotel Stella d’Italia.
Rita Frosini Faggi: Virginia Frosini, fondatrice e anima dell’Istituto Santa Rita, che accoglie minori abbandonati o in difficoltà.
Pierfrancesco Benucci: Rosalinda Lombardi, imprenditrice dell’industria tessile pratese.
Patrizia Bogani, prima allieva donna dell’Istituto tessile “Buzzi” insegnante ed artista.
Giuseppe Maddaluno: note sul corto “Giovanna”
Modera: Rossella Foggi.
INGRESSO LIBERO.
www.farearteprato.it
Info: segreteriafarearte@gmail.com

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ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 6

ANNIVERSARI 2018 – VERSO IL GIORNO DELLA MEMORIA (27 GENNAIO 1945 – 27 GENNAIO 2018) parte 6

Il videofilm ha inizio con il buio. Scegliemmo congiuntamente quella forma, seguita subito dopo dall’ouverture corale della Passione secondo Matteo BWV 244 di Johann Sebastian Bach

Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen
Kommt, ihr Töchter, helft mir klagen,
sehet! – Wen? – Den Bräutigam.
Sehet ihn! – Wie? – Als wie ein Lamm.
Sehet! Was? – Sehet die Geduld!
Sehet! – Wohin? – Auf unsre Schuld!
Sehet ihn aus Lieb und Huld
Holz zum Kreuze selber tragen!

Venite, figlie, aiutatemi a piangere…
Guardate! – Chi? – Lo sposo.
Guardatelo! – Come? – Come un agnello.
Guardate! – Che cosa? – Guardate la pazienza!
Guarda! – Dove? – Per nostra colpa!
Guardatelo come per l’amore e per la grazia
porta egli stesso il legno della croce!

Quando arriva la luce ci troviamo nella platea del Magnolfi con una breve carrellata sulle macerie e sulla svastica disegnata in modo grossolano sopra una delle pareti. Ci si sposta poi ai piani superiori dove il Coro, Taltibio ed Ecuba con altre ancelle-donne si muovono nell’esprimere il senso fatale del loro destino di oppressori ed oppressi.
Al termine del testo euripideo Ecuba si allontana nell’ombra divenendo anch’essa ombra errante. Il buio ritorna ad essere forma e in lenta dissolvenza lascia il posto al segno del tempo che scorre fino ad una deflagrazione espressa attraverso le immagini di Zabriskie point del maestro Michelangelo Antonioni sotto le quali voci confuse di idioma germanico sovrapposte indicano l’avvento del nazismo con le sue minacce nei confronti della libertà e della democrazia.

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Ecuba ritornerà nella scena finale come ombra solitaria che ripercorre le stanze della patria abbandonata, memore della tragedia consumata con la morte atroce del piccolo Astianatte. Ci aiutarono moltissimo le parole del testo (“NON POSSO TACERE GLO ORRORI – per Suada e gli altri) elaborato insieme al professor Antonello Nave in una scrittura drammaturgica in un atto fra la guerra di Troia e quella di Bosnia, che qui di seguito riporto:
(il brano è il numero 7)

Giulia-Ecuba: lamento su un bambino ammazzato.
“Tu piangi, bambino? Hai dei tristi presentimenti? Perché ti avvinghi a me, ti stringi alle mie vesti, perché ti getti sotto le mie ali come un uccellino? Ettore non uscirà da sottoterra, impugnando la lancia, per salvarti; la famiglia di tuo padre e la forza di questa città non esistono più. Non ci sarà pietà: precipiterai con un salto orribile dalle mura, sfracellato esalerai l’ultimo respiro.
Cosa aspettate?! Su, forza, scaraventatelo dalle mura, se avete deciso così: spartitevi le sue carni. Perché gli dei ci annientano e noi non possiamo impedire la morte di questo bambino.
Perché vi siete macchiati di un delitto tanto mostruoso? Per paura di un bambino? Temevate che avrebbe resuscitato Troia dalle sue ceneri?….”

A questo testo in uno dei miei commenti avevo fatto precedere un’elaborazione ispirata dal titolo “NON POSSO TACERE GLI ORRORI” dei testi sopra riferiti.

“Io, io non posso tacere gli orrori
non posso tacere l’umana perversa follia
non posso tacere le infinite tragedie delle guerre che chiamano “civili”
non posso tacere l’arrogante presunzione dell’animo umano.
Non posso tacere l’ottusa intolleranza
non posso tacere le umiliazioni, le torture,
la volontà di annientamento totale dell’avversario
le “pulizie etniche”,
il fanatismo ideologico e religioso
non posso tacere la stupidità di chi, senza mai dubitare, acconsente.

Non posso tacere gli orrori di questo secolo che si compie.”

Queste parole vengono pronunciate da Giulia Risaliti mentre percorre le stanze e vi fanno eco gli altri componenti (Irene Biancalani, Stefano Mascagni e Linda Pirruccio)

fine parte 6….continua….

Joshua Madalon

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