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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 11 e ultima (per la parte 10 vedi 3 ottobre) a breve il testo intero

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 11 e ultima (per la parte 10 vedi 3 ottobre) a breve il testo intero

Il programmista

Un’ulteriore figura ch va tenuta presente, molto importante, è quella del programmista, il cui compito è programmare tutti i film, tenendo presente bene le scadenze particolari sul calendario, mantenere i rapporti con le case distributrici e far preparare (e preparare egli stesso, semmai) il materiale di supporto critico. Inoltre spetta al programmista mantenere i rapporti con la stampa, con la pubblicità e con la tipografia. Non spetta a lui fare in modo che il materiale filmico (pellicole, affiches, materaile di propaganda) arrivi e parta dalla sede del Circolo, nè è responsabile per le inadempienze esterne ( case distributrici, tipografie, ecc…), nè per lo stato del materiale in arrivo nè per quello in partenza.
Rapporto con Enti e Istituzioni

Altro ruolo da considerare è quello di colui che dovrà mantenere i rapporti con gli Enti locali e le Istituzioni Regionali, con gli altri cineclub toscani e non, con il Consorzio Toscano Cinematografico e il Ce.d.Ri.C., con le Associazioni di Cultura sul territorio nazionale. Questi rapporti potrebbero però essere mantenuti da più persone, cioè il ruolo potrebbe essere scorporato e suddiviso, così come si potrebbe fare per tutti gli altri, mantenendo un minimo di omogeneità e di coerenza. Un ruolo così importante, ovviamente, deve essere assunto da persone che abbiano una certa conoscenza tecnica, giuridica e politica.

Rapporti con le scuole

Interessante è anche un compito che mi è stato sempre a cuore, ma che non rivendico come mio: curare i rapporti con le Istituzioni educative, con l’Assessorato alla Pubblica Istruzione per creare i presupposti di un contatto costante sulle problematiche riguardanti il mondo degli audiovisivi e del Cinema in particolare. E’ questo un settore di primaria importanza che necessita di una persona che da sola se ne occupi, soprattutto perché sarebbe riservata a lei (o lui) l’incombenza di programmare l’attività culturale per la scuola e per gli studiosi e i cinefili con alcune proiezioni particolarmente riservate sia anti che pome-ridiane.

Qualche cenno sul coordinatore del complesso

Non aggiungo altri ruoli: anche se non ho ancora parlato di colui che dovrà coordinare l’organizzazione nel suo “complesso” e che comunque si interesserà anche della sala cinematografica. Qualche cenno su questa figura: dovrà intrattenere rapporti economici e di lavoro con tutti quelli che saranno i nostri interlocutori e collaboratori ( operatore, case distributrici, tipografia, spot pubblictari, ecc…), dovrà fare in modo che il materiale arrivi e parta, che sia in buono stato ( o perlomeno nello stato in cui ci è stato consegnato ), è responsabile di tutte le scelte organizzative pratiche (botteghino, maschera, controllo sala, pulizia uffici e sala, ecc….)

Il tesseramento

Quanto al tesseramento, anche se ora le scelte potrebbero già essere state compiute, la mia idea era quella di emettere un tesserino del Circolo “MOVIES” dal costo simbolico di lire 1000 obbligatorio per tutti gli spettatori ( paganti e non ) e di riservare l’ingresso a biglietto intero ai soci del Terminale e del Movies e quello con lo sconto ai soci ARCI: altrimenti a cosa dovrebbe servire la tessera ARCI in una struttura che complessivamente vi aderisce, per un Circolo che viè chiaramente affiliato?

Una postilla molto personale

Detto tutto questo che, partendo da un punto di vista teorico, è arrivato a toccare anche aspetti molto pratici, quali – ad esempio – la divisione degli incarichi e delle competenze, le difficoltà, le necessità che troviamo di fronte a noi, occorre adesso provvedere a risolvere quei nodi che qui sono posti in evidenza e dare anche quelle risposte che qui vengono sollecitate. Non sono affatto convinto che si debbano attendere gli esiti delle tornate congressuali per rispondere ad una particolare esigenza da me posta sulla collocazione precisa che io dovrei avere nella futura struttura dell’ARCI di Prato e del “MOVIES: altrove il mio impegno è già richiesto in maniera precisa ed io devo quindi decidere nei prossimi mesi che e che cosa privilegiare. Fra le altre questioni, vado chiedendomi da un po’ di tempo se valga la pena, alla mia età, con un figlio in arrivo, mettermi a correre dietro ai miraggi per concretizzarli.
Se i prossimi incontri saranno più convincenti dei precedenti, se garantirete rispetto per il mio lavoro e la mia professionalità, se si capirà finalmente cosa si vuole fare, appronterò una seconda parte, ancora più pratica, di questo progetto, nella quale tenderò a chiarire come si possano costruire i rapporti esterni, che sono indispensabili a far crescere il prestigio e la conoscenza del nuovo Circolo e della sua struttura e quali siano le iniziative, come e con chi attuarle.
Prato. Li 02.01.1984

IL MOTIVO DI MANUTENERE UN BLOG – il mio blog -parte 1

IL MOTIVO DI MANUTENERE UN BLOG – il mio blog – parte 1

Il mio Blog è soprattutto un Archivio. Il motivo fondamentale per cui è nato è stato quello di mantenere in piedi una mia “testimonianza attiva” per quel che ho fatto nel corso degli anni e per quello che penso di alcuni aspetti della realtà, soprattutto quella politico culturale, antropologica, sociale. Quasi assente – per deficit culturale personale – l’aspetto economico.

Anche se “mi” propongo, utilizzando canali social (ho anche una mia pagina Facebook dove travaso i miei post quotidianamente), ad un gruppo di amici, non presumo di possedere neanche “minuscole e parziali parti di verità”. Nondimeno però quel che scrivo lo penso e non mi lascio sedurre da “guru” soprattutto ideologici, nemmeno quando si dichiarano “di Sinistra”.

Dal 19 giugno 2014 ho cominciato a scrivere, in modo particolare di esperienze culturali: il mio primo “post” è particolarmente indicativo. E’ dedicato ad un libro “al femminile”: “Le donne della Cattedrale” che parla di un’esperienza socio culturale antropologica palermitana originata in coda al G8 di Genova del luglio 2001 della quale sono protagoniste le donne. Scrivevo tra l’altro: “Negli ultimi anni mi appassiona sempre più il taglio antropologico dell’analisi della società e mi piace questa tecnica della narrazione attraverso la quale far emergere le dinamiche sociali anche le più aggrovigliate e controverse”.

In quello stesso giorno, il 19 giugno 2014, pubblicavo un altro post, riservato ad un episodio apparentemente marginale nel quale era stata coinvolta una mia ex allieva, diventata consigliera comunale per il nascente M5S. La redarguivo, la ammonivo, segnalandole che in un luogo come la Sala del Consiglio comunale (e che Sala è quella di Prato!) occorre un grande rispetto per l’Istituzione e non ci si possa andare come se si fosse su una spiaggia.

Il giorno successivo – 20 giugno – uscivo con una riflessione amara su “La mutazione antropologica” in atto dopo il ventennio berlusconiano e con questo primo mio intervento esplicativo sugli intenti da me prefissati per la conduzione del mio Blog.

QUESTO BLOG APPARTIENE A GIUSEPPE MADDALUNO ED OGNI SCRITTO E’ DI SUO PUGNO (E LA RESPONSABILITA’ DI QUANTO SCRIVE E PUBBLICA E’ SUA) A MENO CHE NON VI SIA CHIARAMENTE SCRITTO IL COGNOME ED IL NOME DEL PROVVISORIO COLLABORATORE O LA FONTE DA CUI LO SCRITTO DERIVI

Cara amica e caro amico questo BLOG può essere anche “tuo”! Si occuperà di CULTURA in tutte le sue declinazioni: CULTURA scientifica, CULTURA ambientale, CULTURA economica, CULTURA sociale, CULTURA letteraria, CULTURA storica, teatrale, cinematografica… CULTURA in ogni senso. L’Italia, il nostro Paese ha vissuto e sta vivendo una profonda crisi per mancanza di CULTURA, per l’incapacità e la rapacità di una classe dirigente politica ed imprenditoriale che ha generato i populismi di Berlusconi, Grillo e Renzi che sono stati e sono i profondi persuasori di un popolo che non riesce più a decifrare i processi storici e politici per una profonda mancanza di riferimenti culturali.E’ chiaro che non posso nascondere la profonda delusione che provo nel conoscere la caratteristica di una parte dei “riciclati” e degli “imbucati” nelle diverse “squadre” che sostengono a livelli diversissimi il nuovo leader del Partito Democratico. Ed è anche per questo che non mi ci riconosco più! Punto

Questo Blog è dunque uno dei tentativi di fare “resistenza” a questo appiattimento generalizzato che si va diffondendo all’interno di una mutazione antropologica peggiore di quella di cui parlava Pasolini. Passi indietro in un baratro di ignoranza.

8 ottobre CINEMA – Storia minima – 9 per la 8 vedi 25 settembre

CINEMA – Storia minima – 9

Una nota: non sempre si trovano i file dei film cui ci si riferisce: in questa occasione ho inserito solo brani riferiti alla maggior parte di essi.

In quello stesso anno Greta Garbo reinterpreta il ruolo di Anna Karenina, consacrandosi “Somma Diva”. La Metro Goldwyn Mayer aveva prodotto già un film muto sul personaggio tolstoiano nel 1927 con la stessa già grande ed affermata Greta Garbo. Il successo era assicurato dalla sua presenza magnetica sin dalla prima inquadratura, allorchè appare da una nuvola di fumo di una locomotiva ed attrae il conte Vronsky, interpretato da Fredric March. La regia è di Clarence Brown.
https://www.youtube.com/watch?v=eOBpLctLDtw

Anche questo film fu presentato in prima alla 3ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 30 agosto 1935 e vinse la Coppa Mussolini riservata al miglior film straniero.

Continuando a dare uno sguardo sul cinema americano che continuava ad essere punto fondamentale di riferimento da parte di molti europei, preoccupati dall’andamento delle vicende politiche del vecchio Continente, abbiamo da sottolineare come fosse sorprendente per gli effetti speciali e la cura degli ambienti scenografici l’edizione del testo shakespeariano “Sogno di una notte di mezza estate”, che fu realizzata nel 1935 da un regista teatrale austriaco, Max Reinhardt, coadiuvato da un regista tedesco, William Dieterle, entrambi poi naturalizzati statunitensi, in concomitanza della avanzata nazista in Europa.
https://www.youtube.com/watch?v=mlZ5oGibiDc&t=17s

Un contributo importante alla riuscita del film fu fornito da Bronislawa Nijinska, una ballerina russa con cittadinanza statunitense naturalizzata francese, che curò le coreografie.

Sempre negli Stati Uniti il 1935 fu l’anno nel quale vinse l’Oscar “La tragedia del Bounty” meglio noto come “Gli ammutinati del Bounty” con Clark Gable e Charles Laughton che interpretarono i ruoli rispettivamente del tenente Fletcher Christian e del capitano William Bligh, personaggi realmente vissuti e protagonisti della vicenda narrata. Il film, le cui riprese si protrassero per ben due anni, fu diretto da Frank Lloyd.
https://www.youtube.com/watch?v=S8gBappmAsU

Sempe in quell’anno George Cukor gira una delle edizioni del capolavoro dickensiano “David Copperfield”, mantendendosi molto fedele al testo si avvalse dell’interpretazione di molti bravi interpreti tra cui Lionel Barrymore ed in particolare dell’attore comico William Claude Fields. Il film ebbe un grande successo anche se non riuscì ad ottenere il riconoscimento dell’Oscar, che quell’anno come abbiamo già detto toccò a “La tragedia del Bounty”. E’ menzionato tra i migliori 1000 film mai girati.

Rimanendo negli Stati Uniti troviamo Josef von Sternberg uno dei realizzatori di origini europee ma non assimilabile a tutti gli altri di cui abbiamo trattato prima: egli infatti emigrò dall’Austria molto prima che si verificassero le condizioni per cui Lang, Murnau, Lubitsch e tanti altri erano transitati al di là dell’Atlantico, anche se una parte del suo successo si dovette all’unico film della sua carriera girato in Germania, e cioè “L’angelo azzurro”. La stessa Marlene Dietrich, protagonista di quel film del 1930 giudica quest’ultima opera, “Capriccio spagnolo” la più importante tra tutte le altre “collaborazioni artistiche” con il regista. Anche in questo caso la storia è imperniata sul personaggio di “femme fatale”, una attraente cortigiana che incanta seducente lusingatrice molti uomini, rendendoli schiavi del suo fascino.

Concludiamo questo blocco di “cinema americano” acennando solamente al nuovo film capolavoro della famiglia Marx, il primo sotto l’ègida della Metro Goldwyn Mayer. Vi presero parte solo tre dei cinque: Harpo, Groucho e Chico. Si tratta di “Una notte all’Opera”.

Fine parte 9

LA “SCUOLA” E’ UNA COSA SERIA – non si può perdere altro tempo

Negli ultimi giorni c’è un silenzio da parte del Ministro della Pubblica Istruzione; spero si stia rendendo conto che il suo Dicastero non è dei più semplici e che, anche per questo motivo, non può essere condotto attraverso annunci nei vari programmi televisivi, La7 in prima fila, all’interno dei quali giggionare con una sicumera intollerabile. So di essere molto severo, forse sfrontato, so di poter essere confuso con quei tanti misogini detrattori delle figure femminili o un sessista:  ma non posso farmi da parte nel proseguire in una critica che vorrei fosse avvertita come “costruttiva”, come la segnalazione di un pericoloso errore soprattutto per un Governo che in questo tempo di “crisi” non può essere messo “in toto” in discussione. Tra le altre cose non avrei mai pensato di dover ricordare ad un Ministro che fa riferimento al M5S la necessità di un ritorno alle “origini”, quando dall’Opposizione e soprattutto dai palchi del Movimento si levava forte la critica ai decenni di Governi passati che hanno progressivamente smantellato la Scuola pubblica. E invece mi tocca di doverlo fare: insieme ad un rilievo collegato ad uno sgradevole comportamento verso il collega di Governo che lo ha preceduto, la cui colpa massima è stata proprio quella di aver denunciato le profonde critiche condizioni della Scuola pubblica. Fioramonti cui va ancora “ad honorem” la mia stima (non avendo certamente alcuna riprova a lui favorevole al fatto che avrebbe avuto migliori esiti la conduzione del suo Dicastero in questi tempi) non meritava di essere trattato così come ha fatto in più occasioni la Ministra.

Di sicuro, poichè mi sto ripetendo, rischio di diventare ossessivo.

Pur tuttavia molti degli “allarmi” che in tanti già dai mesi estivi avevamo sollevato si stanno rivelando in tutto e per tutto come serie preoccupazioni. La Scuola che già non stava tanto bene, rischia di tracollare a causa di una pandemìa “rivelatrice”, oltre ogni possibile previsione, delle criticità, ben al di là di quanto fino ad ora delineato.  Quest’ultimo rilievo potrebbe apparire elemento di giustificazione per le inadempienze; però, non era imprevedibile un netto peggioramento delle condizioni precarie davanti ad un quadro che era pienamente (ben oltre di quanto la maggior parte degli italiani potessero “sapere”) a conoscenza di chi governa; e le denunce, e i gridi di allarme sollevati, avrebbero dovuto far attivare percorsi maggiormente virtuosi. Invece c’è stata la passerella della Ministra, quella del Comitato Tecnico Scientifico che vantavano strategie vincenti con i “nuovi banchi” vuoi quelli “singoli a rotelle” vuoi quegli altri “singoli senza rotelle” con i quali risolvere il problema del “distanziamento”. Fino ad oggi la stragrande maggioranza delle scuole o ha fatto da sè oppure sta facendo a meno delle preziose suppellettili.

Rimangono “in piedi” (si fa per ironizzare, ovvio!) i problemi strutturali delle scuole, le “classi pollaio” e, dulcis in fundo (altra ironica sottolineatura), la mancanza  di “personale scolastico” quasi ad un mese dall’inizio ufficiale delle lezioni. Qualcuno potrà dire che è sempre stato così e lo fa semplicemente per una difesa acritica degli attuali responsabili governativi, che – in questa occasione – hanno avuto molto tempo a disposizione e sono stati molto meno “oberati” dal dover mantenere rapporti con il pubblico. Tutti gli aspetti critici avrebbero potuto essere avviati – pur lentamente – a soluzione. E questo non è accaduto. Anzi, come già scritto, si rischia il “tracollo”.

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 10 (per la 9 vedi 19 settembre)

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 10 (per la 9 vedi…..)

Quanto a me, se la questione viene messa in questi termini, il mio impegno finirebbe per essere minimo e limitato – come quello, d’altronde, della maggior parte dei soci fondatori -; se invece si vuole prendere in considerazione il mio contributo come necessario e valido sotto il profilo prevalentemente collegato alle conoscenze culturali, lo si faccia pienamente, senza tentennamenti e senza ambiguità: certamente il mio lavoro dovrà essere posto a verifica e valutato, così come chiedo, però, che venga fatto per tutti gli altri dirigenti e collaboratori del “Movies”, procedendo anche con severità; ma quale pretesa di serietà e di severità può essere accampata se ci si basa esclusivamente sul lavoro volontario? Un progetto che si affidi al volontariato, o ha una base di partenza già molto sicura o non potrà mai volare molto in alto; deve accontentarsi di essere “minimo” rispetto alle attese e finirebbe per non apportare alcuna novità in questo panorama arido e bisognoso di interventi originali e culturalmente validi. In una realtà come la nostra, della quale si è già diffusamente altrove accennato, ci troviamo di fronte a varie esigenze che, affrontate con queste forze, ci potrebbero vedere perdenti. Andiamo per blocchi sintetici e schematici:
Il gruppo dirigente: ciò che ci vuole
Un gruppo dirigente che si rispetti dovrebbe enucleare tutta una serie di incarichi e di responsabilità da distribuire al suo interno con oculatezza e tenendo presenti le disponibilità e le conoscenze specifiche e considerando a fondo le caratteristiche progettuali di partenza e quelle peculiari di ogni singolo dirigente.
Il coordinatore
A capo di questa struttura dovrebbe essere posto un coordinatore, responsabile esclusivamente dell’attività del circolo cinematografico, l’unico a cui verrebbe corrisposto il pagamento di una somma fissa mensile. Il suo compito sarebbe quello di sovrintendere a tutte le operazioni, garantendo la sua presenza attiva in periodi prefissati, assumendosi la piena responsabilità della riuscita organizzativa e culturale e rispondendo direttamente di eventuali sfasature e deficienze della struttura, dovute a leggerezze, a sottovalutazioni, a inadempienze.
Il coordinatore in seconda
Accanto a lui io vedrei un secondo coordinatore che svolgesse, però, un compito di semplice supporto organizzativo, la cui entità sarebbe da concordarsi di volta in volta ed il cui ruolo dovrebbe essere quello di coadiuvare il primo coordinatore nell’esercizio delle sue funzioni. Ma questa figura non è del tutto necessaria; tra l’altro gli verrebbero corrisposti dei semplici rimborsi spesa, secondo le tabelle dell’ARCI oltre a degli incentivi sulla base dell’importanza del lavoro svolto e dai risultati, da concordarsi di volta in volta.
Il segretario archivista
Dovrebbe essere previsto un segretario archivista; il suo compito sarebbe quello di redattore di tutte le riunioni del Consiglio Direttivo e del Gruppo Operativo (cui sono demandate rispettivamente la realizzazione pratica delle linee d’intervento culturale e politico e quelle più propriamente pratiche ed operative), di conservatore e di catalogatore di tutto il materiale costituente la storia del Circolo (corrispondenza, tessere, indirizzi, manifesti, locandine, depliant, registrazioni in audio e in video, ecc….), di tutto il materiale bibliografico e filmografico di provenienza esterna (libri, cataloghi, articoli, recensioni, ecc….); sarebbe inoltre responsabile della cura dell’Archivio e della Biblioteca, il cui accesso dovrà per ora essere esclusivamente riservato ai soci “studiosi” iscritti al Circolo tematico.

Fine parte 10

CINEMA – Storia “minima” 8 – gli anni Trenta (per la parte 7 vedi 10 settembre)

CINEMA – Storia “minima” 8 – gli anni Trenta (per la parte 7 vedi……)

8.
Il cinema Americano, come abbiamo potuto intravedere dalle vicende che coinvolsero tanti talenti, giovani o meno giovani, europei (tra tutti ricordiamo appunto Fritz Lang e Alfred Hitchcock, oltre che, per un breve intervallo, una sorta di gita fuori porta, Sergei Eisenstein), in quegli anni cominciava a dettar legge soprattutto per la parte che riguardava il cinema di evasione, la commedia soprattutto, diventando punto di riferimento dello show-business. Una di queste da segnalare per l’anno 1934, fu “Accadde una notte” di Frank Capra, che segna – oltre alla consacrazione divistica della mascolinità di Clark Gable – l’avvio di quel cinema buonista, paternalista ottimista che interpreta una parte importante del mito americano.

Tra il 1933 ed il 1935 Jean Renoir dopo i primi successi apre un percorso di capolavori, come “Madame Bovary” una rilettura meno rigorosa del capolavoro di Flaubert e più condizionata dalla sua visione sociale contemporanea. Il film che lo consacra definitivamente al Paradiso cinefilo sarà “Toni”, una storia drammatica incentrata nel mondo del sottoproletariato degli immigrati italiani nel sud della Francia. Renoir fu ispirato da fatti realmente accaduti (alla fine dell’Ottocento, da quelle parti, in Provenza, ad Aigues Mortes c’era stata una strage “razzista” che aveva visto coinvolti alcuni immigrati italiani) anche se ne volle raccontare solo alcuni aspetti legati a storie intime e personali di amore e morte. E’ molto importante sapere che su quel set operò come aiuto regista il giovanissimo Luchino Visconti (nel suo primo vero grandissimo film, “Ossessione”, prototipo della stagione del Neorealismo italiano,riconosceremo gli stilemi del suo maestro, Jean Renoir).

Non possiamo dimenticare di segnalare che in quegli stessi anni prosegue la splendida carriera documentaristica di Robert Flaherty, che coglie il segno ancora una volta dopo “Nanook”, “L’ultimo Eden” e “Tabu” con un nuovo capolavoro di documentazione drammatica, “L’uomo di Aran” che narra il rapporto dell’uomo con le forze della Natura, utilizzando una tecnica fotografica di grande livello artistico. Il film che venne premiato al Festival di Venezia come miglior film straniero nel 1934, si incentra appunto su una famiglia di pescatori alle prese con la durezza del lavoro in una realtà nordirlandese impervia e ventosa.

Certamente meno problematica dal punto di vista antropologico e sociale narrata da Lubitsch nella ripresa della famosa operetta di Franz Lehar, dopo la prima edizione che nel 1925 era stata proposta da Erich von Stroheim, in una sorta di “allegra” vacanza dopo Femmine folli e Greed. Ma il successo per Lubitsch – visto che per la prima volta si poteva utilizzare il “sonoro” (che per un’operetta è essenziale) – fu assicurato. Si tratta ovviamente de “La vedova allegra” di cui riporto la colonna sonora originale.

Affacciandoci poi sul nostro palcoscenico nazionale, quello italiano, il 1934 è anche l’anno dell’epopea garibaldina, unitaria, antiborbonica e inevitabilmente sabauda del film “1860” di Alessandro Blasetti. Il film racconta la preparazione dell’impresa dei Mille e il suo regista fu certamente condizionato dal periodo storico nel quale egli viveva, il Ventennio fascista.


Del 1935 segnaliamo l’uscita del primo film con persone in Technicolor, “Becky Sharp” di Rouben Mamoulian, ispirato al romanzo “La fiera delle vanità” di William Makepeace Thackeray. Questa tecnica era stata utilizzata prima di allora per alcuni film di animazione della serie “Silly Symphonies” di Walt Disney, come quello dal titolo “Fiori e alberi” del 1932.

Fine parte 8

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza

UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO 20 OTTOBRE 1995 – dal 21 aprile al 24 agosto di questo anno ho pubblicato 13 post per diluire questo mio ampio intervento: oggi lo pubblico nella sua interezza


UN MIO AMPIO INTERVENTO ALLA COMMISSIONE CULTURA DEL PDS DI PRATO
20 OTTOBRE 1995
(nell’aprile del 1995 ero entrato a far parte del Consiglio Comunale di Prato ed ero membro della Commissione Cultura e coordinatore della Commissione Scuola e Cultura del PDS provinciale; la legislatura in corso era la prima con la quale applicavamo la legge 142. 8 giugno 1990, quella intitolata Ordinamento delle autonomie locali che rivedeva nel profondo le prerogative del Consiglio e del Sindaco).

Care compagne, cari compagni questa piccola Assemblea dovrà servire in maniera esclusiva a far emergere dal dibattito una posizione chiara anche se non necessariamente univoca del nostro Partito sulle problematiche culturali.
Era da tempo necessario incontrarci per riflettere e discutere insieme sulle problematiche inerenti la politica culturale della nostra città e della nostra Provincia.
Non intendo minimamente sottrarmi ad un’assunzione di responsabilità relative al ritardo con cui ci si incontra anche se appare utile fare alcune precisazioni che poi singolarmente e tutti insieme potremo valutare: 1) nel corso di questi ultimi mesi ho comunque prodotto una serie di interventi scritti sulle tematiche culturali, uno dei quali è stato consegnato al candidato Mattei, su esplicita sua richiesta; 2) dalle elezioni amministrative ad oggi per motivi più diversi (gli impegni di tutto, o quasi, il gruppo dirigente, le scadenze elettorali e referendarie) non solo il Dipartimento Scuola e Cultura, ma molti altri settori del Partito non hanno lavorato e solo negli ultimi giorni c’è stato qualche segnale diverso, e questo ne è un esempio.
Gli interventi scritti di cui parlavo, anche quando prodotti direttamente dal sottoscritto, si sono sempre rifatti sinteticamente al confronto con quanti, nel mio lavoro quotidiano, mi sono stati vicini ed hanno con me attivamente collaborato.
Ed è quindi da questi documenti che traggo ancora oggi la massima ispirazione, ritenendo opportuno, in particolare, che il partito di maggioranza assoluta in questa città (21 consiglieri su 40 in Comune) debba far sentire la propria voce e far pesare il proprio orientamento anche in fatto di politica culturale.
Lo deve perché rappresenta poco meno della metà degli elettori e soprattutto deve far sentire la sua voce, affinché non siano altri poteri a dire come questa città debba essere governata.
Contare non significa decidere, voler contare non significa voler decidere, è evidente che l’autonomia di chi amministra con le nuove regole deve essere mantenuta, ma è anche evidente che non si possa amministrare come se si fosse del tutto svincolati dal resto della realtà politica e culturale, non si può amministrare contro o a prescindere dal confronto con il maggior Partito di Governo di questa città.
La 142 stabilisce gli ambiti di competenza del Sindaco (art. 36) e quelli del Consiglio Comunale (art. 32) ma è evidente che la conduzione dell’Amministrazione debba tener conto di un consenso che non si basi su criteri di puro fideismo e neanche di cieca fiducia ma che si alimenti con un confronto continuo aperto e leale.
Bisogna che io faccia delle precisazioni “a monte” per poter meglio comprendere il senso di quel che poi dirò. C’è la sensazione che questa legislatura sia partita con una forte sottovalutazione delle problematiche culturali e con una sottovalutazione altrettanto seria delle idee che venivano esprimendo donne ed uomini che si occupano da anni di problematiche culturali in questo Partito: questo è apparso e appare frutto di presunzione che non ha ragion d’essere; o se ne ha, allora occorre capirne le motivazioni. Intanto, l’evento straordinario in questi primi di governo nel campo culturale in questa città è stato il riconoscimento e la valorizzazione istituzionale dell’opposizione: una cosa assurda, inutile e profondamente dannosa; che non porterà vantaggi né politici né istituzionali a nessuno né al nostro Partito né alla coalizione della quale facciamo parte: un dono “istituzionale” incomprensibile e scellerato che, se fosse il risultato di un accordo, sarebbe un vero e proprio scandalo, una vera e propria offesa al ruolo della cultura in questa città ed ai suoi cittadini che hanno scelto chi doveva governare e chi stare all’opposizione.
Appare allo stesso modo incomprensibile, almeno a prima vista, il motivo che ha spinto una parte del nostro Gruppo a scegliere questo percorso della quale cosa io spero ci si penta al più presto.
L’altra questione che occorre precisare è legata al taglio complessivo dell’intervento: non mi interessa in alcun modo costruire un progetto culturale che abbia come punti di riferimento soltanto le due megastrutture e poco altro.
Queste devono essere, come tante altre, gli strumenti, i mezzi attraverso i quali mettere in pratica un progetto complessivo di politica culturale, esse devono porsi quale obiettivo l’assunzione di un preciso ruolo di guida culturale in questa città.
Allo stesso tempo non mi galvanizza affatto l’uso di un metodo che molto spesso è stato adottato nel procedere alle nomine nel settore culturale e non solo, che è consistito nello scegliere prima i menbri nominati e poi gli orientamenti di fondo.
Mi sembra opportuno e corretto procedere all’inverso: prima si discute ampiamente sulle prioritarie scelte di politica culturale e poi si reperiscono le figure giuste da collocare all’interno delle diverse strutture perché possano adeguatamente funzionare.
Proprio per questo è necessario guardare la nostra città con occhi impietosi ed obiettivi.

Prato

La nostra città ha vissuto negli ultimi quindici anni una serie di mutamenti, messi in evidenza peraltro da alcune indagini scientifiche, quali quella dell’IRIS per il nuovo PRG. Scorrendo quelle pagine, tuttavia, la sensazione è che il punto di riferimento degli studiosi che le hanno redatte sia stato, in primo luogo ed in maniera preponderante, l’imprenditoria pratese nel suo complesso, con qualche accenno numerico alle altre componenti sociali. Io non dispongo di altri dati scientifici ma, per motivi professionali e politici, es essendo un immigrato interno, arrivato a Prato solo alla fine del 1982, ho cercato di essere particolarmente attento a quelle trasformazioni sociali ed ambientali che si possono toccare e vedere direttamente, che si avvertono, che si annusano, si sentono. In questi anni, di fronte ad un processo produttivo dell’industria pratese che ha avuto un notevole sviluppo qualitativo, c’è stato un fortissimo calo del livello culturale generale, misurabile sulla base dei dati che si riferiscono alla bassissima percentuale di laureati ed allo stesso tempo di una elevatissima percentuale di abbandoni scolastici nel post-obbligo, dati che assumono rilevanza notevole nella periferia.
Grande attenzione andrebbe dunque rivolta alle zone periferiche, che appaiono sempre più come quartieri-dormitorio, mentre il centro non riesce nel contempo ad assolvere pienamente, ed anche giustamente perché lì risiedono molte delle principali strutture culturali della città, ad una sua funzione propulsiva e propositiva di carattere positivo sul piano della Cultura.
Molto spesso sono stato invitato negli ultimi anni a guardare in particolare a ciò che in questa città funzionava, a quello che di buono c’era, senza soffermarmi troppo sugli aspetti “negativi”.
Non sono uno stupido, posso anche capire da solo che Prato è, rispetto a tante altre città, molto più avanti; ma il nostro obiettivo, compagne e compagni, almeno fra di noi diciamocelo, è quello di portarla ancora più avanti e, per poterlo fare non possiamo migliorare soltanto ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che funziona, ma dobbiamo guardare a ciò che “non” funziona, anche per un motivo, che è poi molto vicino a quello che enunciavo pocanzi che a Prato da alcuni anni in qua se un miglioramento c’è stato esso è collegato alle alte tecnologie, alla media e grande produzione, all’imprenditoria privata da quella artigiana a quella industriale, ma per gran parte dei ceti medi le difficoltà sono aumentate e nel settore culturale in generale si è speso da parte di tutti sempre meno e sempre peggio. Occorre affermare proprio in riferimento a ciò che appare fuori luogo un certo tipo di lavoro sull’immagine di Prato fatto esclusivamente di luccichii, perché tenderebbe a fornire di essa solo l’aspetto positivo, portando anche molti di noi al convincimento dell’assenza di questioni problematiche che invece continuerebbero a nostro dispetto ad esistere e non troverebbero facile riconoscimento.
Non vorrei, dunque, che ci si comportasse come i cicisbei che tendevano ad annullare la loro “puzza” (aborrivano notoriamente l’uso dell’acqua e sapone) con litri di profumi. Allo stesso tempo credo sia opportuni rilanciare l’immagine di Prato fra la gente di questa nostra città che, abituata a ritmi di lavoro quasi “cinesi”, non ne conosce la complessa ricca realtà culturale.
Prato ha vissuto anche nel suo apparato politico diffuso una crisi progressiva dalla fine degli anni Settanta ad oggi contrassegnata dall’assenza prolungata di passione civile, di impegno sociale che occorrerebbe recuperare.
I fenomeni negativi dello yuppismo e del rampantismo non ci sono stati del tutto estranei, lasciando spazio anche in noi ad una superficialità antropologica, un decadimento culturale ed un appannamento dei valori ideali. Si è celebrata anche da parte nostra troppo in fretta la morte delle ideologie ed a queste è stato sostituito un pragmatismo arido che ha teorizzato un modo di vivere giorno dopo giorno senza progetti senza futuro.
E’ evidente che di tanto in tanto ci si è risvegliati ma lo è stato sempre per brevi periodi, quasi tutti collegati a contese elettorali o a questioni contingenti del tutto passeggere. Le tematiche della solidarietà e dell’accoglienza non più intese come negli anni Sessanta e Settanta come esclusivo sostegno alle famiglie bisognose ma collegate in particolare all’inarrestabile fenomeno cosmico delle migrazioni extra-comunitarie non possono essere lasciate solo all’iniziativa dei cattolici, non possono essere affrontate nè con la chiusura tipica della Destra nè con il cinismo “piccolo borghese” di una società che, ancorchè opulenta e soddisfatta, è in profondissima crisi di valori ed in declino morale ed è incapace di risolvere i propri problemi e di affronatre le questioni, partendo in particolare dal rispetto umano e dalla tolleranza.
E’ altresì evidente che sussistono negli ambienti degli immigrati fenomeni di delinquenza e di illegalità diffuse che vanno accuratamente controllati e, dove possibile, prevenuti; ma questo, come per tutti, non deve pregiudicare in nessun modo il nostro rapporto con la maggior parte di questa gente. Allo stesso modo vanno perseguiti anche gli sfruttamenti cui queste persone vengono sottoposte da proprietari di fondi e da datori di lavoro senza tanti scrupoli.
Diverso, anche se di poco, è il problema dei nomadi che a Prato sono peraltro in generale in possesso di residenza con i quali occorre attivare un rapporto reciproco che consenta di pervenire ad una soluzione idonea a tranquillizzare la popolazione “stabile” e permettere ai nomadi una vita comunque degna di questo nome, pur nel rispetto degli usi e costumi di questi popoli. Quello che va accadendo negli ultimi giorni è un segno inequivocabile della caduta di tensione anche nella Sinistra, una Sinistra che a Prato (vale la pena ricordarcelo) è numericamente fra le più forti di Italia.

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C’è in ogni caso qualche segnale positivo di risveglio negli ultimi giorni, e questo ci conforta.
Ma altri problemi che attengono al mondo culturale, nel senso più vasto del termine, ci preoccupano. Non ultima la questione ambientale con le scelte decisive relative allo smaltimento dei rifiuti. E’ necessario, dopo aver assunto impegni nella maggioranza (e questo è formalmente in parte già avvenuto) fornire le dovute garanzie alla popolazione, trattando, nel limite delle possibilità anche vantaggiose contropartite.
In ogni caso bisogna dire a qualche alleato di governo che non si può sottoscrivere un accordo e recedervi in meno di 24 ore per puri calcoli personali o per amene bizzarrie.
Si può essere ambientalisti in una realtà come la nostra costruendo uno o più impianti, garantendone tuttavia lo stretto controllo quanto ad impatto ambientale e verificando oculatamente già in anticipo costi e ricavi non solo di tipo economico.
Non è neanche trascurabile il problema generale dei giovani, le ragioni del cui disagio sono complessivamente assenti dalle nostre analisi politiche, mentre dedichiamo più tempo ed energie ad altri argomenti più tattici e solo in apparenza più urgenti; senza affrontare le questioni si creano così sorprendenti miscele esplosive che si evidenziano in atteggiamenti di frustrazione, di violenza, di nichilismo, in scelte complessivamente negative (alcool, droga, superstizione, ecc…) dalle quali è molto difficile tornare indietroe che determinano un generale disorientamento nella società che, incapace di affrontare i problemi, si avvia a sua volta verso forme di frustrazione o, quel che è peggio, di cinismo, creando un circolo vizioso. Occorre, anche nel nostro piccolo, affrontare le questioni della disoccupazione giovanile e dare risposta soprattutto alla richiesta di nuove opportunità, connesse in particolare al settore della cultura, dell’ambiente, del turismo e del tempo libero.
In questa direzione mi è apparsa personalmente molto interessante la scelta della General Video e di Cecchi Gori di impiantare a Prato un’attività avanzata di produzioni video, particolarmente nel settore didattico. Allo stesso modo e nella stessa direzione è stato indicativo qualche tempo l’intervento della Casa Editrice Giunti.
Tantissimi altri problemi attendono una soluzione e fanno di Prato un’isola non del tutto felice: dai problemi della casa a quelli sociali, che sono in attesa anche di una scelta di tipo istituzionale forte che garantisca il proseguimento del lavoro che era stato avviato in particolare nella passata legislatura.
Sarebbero veramente tante le questioni checoncernono le problematiche culturali, e non ci sarebbe il tempo per elencarle ed esporle tutte, figuriamoci per analizzarle! Un altro argomento che tuttavia ci coinvolgerà pienamente e ci costringerà a discutere sin dalle prossime settimane sarà il Piano Regolatore Generale. Noi tutti sappiamo quale importanza rivesta per la nostra città e quanta importanza vi ripongano in ogni senso numerose categorie professionali (più che gli stessi politici ed amministratori nel loro complesso).

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Molte delle tematiche culturali diffuse sono legate alla struttura del PRG: ed è dunque ad esso che occorrerà guardare con particolare attenzione, in special modo per conoscere le caratteristiche della vivibilità in particolare nelle nostre periferie, le identificazioni dei “luoghi per lo svago ed il tempo libero, per la cultura sia come fruizione che come produzione, i cosiddetti loghi centrali”.
Per i temi squisitamente culturali mi rifarò in gran parte per mia comodità al testo che avevo consegnato al candidato a Sindaco Fabrizio Mattei. Risulta evidente che il “Metastasio” è trattato in questo primo ambito a monte della “querelle” degli ultimi mesi, ma vi si può lo stesso notare una profonda coerenza con quanto vado affermando adesso: il resto (non so se è un bene o un male) mi sembra ancora attuale. Nell’ambito di un progetto culturale complessivo per il governo della nostra città terremo presenti alcune linee essenziali: a) concedere maggiore forza e dignità, con un conseguente incentivo di bilancio, all’Assessorato alla Cultura;
b) realizzare progetti culturali integrati che vedano come soggetti attivi, oltre alle due grandi strutture, anche quelle importanti strutture intermedie così radicate e diffuse sul territorio pratese;
c) portare a compimento il processo di trasformazione del “Metastasio” da Consorzio a Fondazione, particolarmente per quel che concerne la produzione e la formazione, senza tuttavia trascurare il “cartellone”, che deve avere un supporto didattico in senso ampio, ovverosia deve essere conosciuto più diffusamente, superando alcune difficoltà che si sono presentate nella scorsa stagione;
d) mettere in evidenza il ruolo peculiare del Museo “Pecci”: quello di essere una struttura sia pubblica che privata, in cui per il suo funzionamento c’è uno sbilanciamento forte, quasi a totale carico della parte pubblica; proprio per questo, occorre che l’Amministrazione faccia sentire maggiormente la sua presenza per far valere il suo ruolo, garantendo anche l’uso “pubblico”, nel senso più ampio del termine, di questa struttura;
e) invertire il senso di marcia della “politica culturale”, che non significa sguarnire il “centro” e valorizzare la “periferia” a scapito del “centro” ma costruire un progetto di “cultura” che sia strategicamente rivolto all’innalzamento del livello qualitativo della cultura in modo lento e progressivo, particolarmente nella periferia, ascoltando anche le esigenze che sono espresse dai nuovi Quartieri ai quali va realmente garantita la prevista autonomia ma anche va data la possibilità di incidere concretamente sulla programmazione e di essere propositivi attivamente nell’elaborare un progetto culturale complessivo che parta dal loro territorio almeno a partire dalla condivisione degli indirizzi generali;
f) valorizzare e dare consistenza alle richieste che provengono dal mondo giovanile, che lamenta l’assenza di luoghi di fruizione del tempo libero: si pensi al già progettato Palazzetto dello Sport, ad un possibile Teatro Tenda, alla costruzione di una nuova Piscina ed all’adeguamento di altre strutture di carattere sportivo; allo stesso tempo occorrerebbe sapere se nella definitiva stesura del PRG si riuscirà a tenere presenti queste richieste, affinché in ogni Quartiere siano reperiti spazi per la fruizione e la produzione di Cultura;
g) valorizzare al massimo (ed incentivare) tutte le potenzialità culturali di base espresse dalla gente di Prato: si pensi ai gruppi teatrali (in particolare il TPO, che ha gestito e curato con meriti particolari tutto il settore del Teatro Ragazzi, conseguendo risultati eccellenti in campo nazionale e non solo); si pensi alle corali, ai gruppi musicali, ai singoli musicisti così tanti e diffusi; agli innumerevoli artisti a volte organizzati in scuole o gruppi associativi, a volte individualmente presenti; si pensi ai film video makers, che a Prato sono tanti;
h) valorizzare il patrimonio artistico ed architettonico della città, sul solco di quanto già fatto dalla precedente Amministrazione, con un occhio più attento anche alla conservazione di qualche elemento di “archeologia industriale”.
Tutto questo noi lo scrivevamo già prima delle elezioni e riteniamo siano in gran parte ancora molto attuali ed attuabili. Noi pensiamo che nel corso di questi primi mesi del nuovo governo di questa città tutti, a partire soprattutto da noi, avremmo potuto fare qualcosa di più, avremmo dovuto soddisfare da tempo l’esigenza di farci ascoltare prima delle decisioni allo scopo, mi si creda, soprattutto di confrontarci e di evitare così spiacevoli equivoci e contrasti. Non è mai troppo tardi, certo! Io spero in ogni caso che stasera non si celebri un rito ma che ci sia un vero confronto, reciproca disponibilità all’ascolto e comprensione ma anche che si arrivi a fissare comuni obiettivi. Diciamo questo senza avere noi la presunzione di indicare quali strade debba obbligatoriamente compiere un Assessore o lo stesso Sindaco, ma allo stesso tempo non vogliamo esimerci da diritto dovere prima di tutto come cittadini di fornire qualche modesto semplice consiglio e dal diritto dovere di estrinsecare, più o meno pubblicamente, quello che sono le nostre principali preoccupazioni, a partire da un clima non sempre sereno in contrasto con quel Governo dolce, quel Governo amico che si vorrebbe fosse il nostro Governo. Ritornando su alcuni punti esposti in precedenza noi riteniamo che il concedere maggiore forza e dignità all’Assessorato alla Cultura sia da collegare oltre che ad un incentivo di bilancio soprattutto ad una progettualità che tenga conto delle priorità espresse. Nessuno di noi ritiene che ogni evento, ogni momento collegato allo spettacolo ed alla Cultura debba obbligatoriamente produrre e lasciare segni del suo passaggio ma non si può pensare ad una cultura di evasione di tipo effimero per la maggior parte: occorrerebbe che per una buona percentuale la fruizione sia pensata anche come occasione di stimolo e di crescita, creando essa stessa altre occasioni di produzione e di fruizione; un progetto complessivo deve assolutamente contenere quelle che sono le linee programmatiche, gli indirizzi entro cui si muove la politica culturale dell’Assessorato, non essere frutto di occasionalità nè dipendere troppo da influssi sporadici e disarticolati esterni nè dalle scelte unicamente personali di chi ha la resposnabilità di quel settore. C’è invece la sensazione che non si persegua una politica delle “progettazioni complesse”, che non sono tuttavia dei “patchwork” ai quali partecipino più soggetti ma occasioni per lasciare il segno, procurando piacere e “fabbricando” cultura, una cultura permanente, non gli eventi, l’evento fondamentalmente fine a se stesso.

Quanto al secondo punto relativo al coinvolgimento delle strutture intermedie, riteniamo sia indispensabile procedere ad una migliore ricognizione territoriale a partire dagli incontri realizzati fino ad ora e quelli in via di organizzazione, ascoltando le istanze del “terzo settore” ed affrontando nel complesso i problemi che saranno posti. Fra le prime questioni emerse nel corso di questo avvio di legislatura abbiamo trovato il problema dell’Educazione degli Adulti. Da più parti abbiamo ricevuto messaggi di preoccupazione: erano messaggi anche autorevoli che non ci consentivano di nutrire alcun dubbio. Per capire meglio il merito della questione, va detto che a Prato l’intervento sulle tematiche dell’Educazione permanente appare socialmente necessario ed indispensabile, oltre che urgente, in quanto nella nostra città il mito del lavoro è diventato realtà per tanti ( si pensi ai meridionali ieri, agli albanesi ed ai cinesi oggi ), ma ha anche abbassato notevolmente il livello di scolarizzazione ( soprattutto anche se non solo quello post obbligo ) ed innalzato il tasso di analfabetismo ( sia di partenza che di ritorno ); non ci si dimentichi che nel corso degli anni si è assistito anche ad una forte sopravvalutazione del “lavoro” rispetto all’acquisizione tradizionale di un titolo di studio, tanti che Prato ha visto e vede tuttora ( anche se la tendenza si è lievemente attenuata nei periodi di crisi ) elevatissimi tassi di abbandono scolastico e bassissimi livelli di diplomati e di laureati, come si diceva già prima. Non sarà stato dunque un caso che la nostra città, insieme a Milano e Torino, sia stata protagonista ( e lo è ancora ) di una delle più significative esperienze nel settore dell’Educazione degli Adulti. Noi pensiamo che in partenza vi siano state contemporaneamente la coscienza di una necessità ed una particolare sensibilità di alcuni operatori ed alcuni amministratori.
Questo noi lo sapevamo e lo abbiamo detto. io dirò di più: a mio parere si fa ancora troppo poco in questo settore. E se c’è il convincimento che occorra spendere meglio quei quattrini, c’è anche il convincimento che bisognerebbe spenderne di più. Quanto alla richiesta di invertire il percorso della Cultura, una delle sensazioni immediate sin dai primi passi di questa legislatura fu quella che sarebbero stati particolarmente curati gli aspetti culturali delle due mega strutture e del Centro storico. Secondo noi occorre guardare ai bisogni del Centro storico con equilibrio, senza dimenticare la periferia anche perchè un ”cuore” non ha vita senza “testa”, senza “gambe” e senza “braccia”. Questo indirizzo dovrebbe essere fortemente agganciato alle problematiche dell’Educazione degli Adulti, rese evidenti anche dai progetti che i Quartieri stanno approvando in questi giorni. Devo riconoscere che su questa strada si va procedendo in maniera, diciamo così, più corretta, anche se non si conoscono ancora, al di là delle belle enunciazioni di principio, le modalità per la realizzazione di un vero e proprio decentramento. Sul Museo “Pecci” bisogna dire che ci si trova in un periodo delicato nel quale occorrerà incalzare il nuovo Presidente ed il nuovo Direttore, ascoltando quanto hanno da proporre a questa città e facendoci a nostra volta ascoltare. Ho trovato per ora in questo senso grandissima disponibilità. Già negli anni passati abbiamo svolto un ruolo critico ma propositivo verso il Centro per l’Arte Contemporanea che non intendiamo adesso abbandonare.

Accanto ad un ruolo maggiormente pubblico di questa struttura occorrerà che vi sia il più ampio coinvolgimento culturale degli artisti locali (penso in modo particolare ai “giovani”), che non significa aprire necessariamente loro i locali del museo per l’esposizione delle loro opere ma consentire loro di esprimere le proprie idee sull’arte contemporanea confrontandosi con artisti di altre città, di altre nazioni. E’ importante anche per la crescita culturale della città ed in modo particolare per i giovani studiosi ed artisti l’incentivazione della Sezione Didattica che ha consentito a centinaia di ragazzi di avvicinarsi ai primi segreti, semplici e complessi, dell’arte attraverso la lezione di un maestro come Bruno Munari; che ha consentito allo stesso tempo a decine di insegnanti di appropriarsi delle metodologie didattiche e di conoscere meglio i meccanismi della produzione artistica contemporanea.
Sul “Metastasio” dirò alcune cose cominciando da una riflessione molto personale. Anche io come tante persone che sto incontrando e ascoltando in questi giorni guardo al passato con un pizzico di nostalgia, beninteso collegata al fatto che si era più giovani, si aveva più tempo a disposizione e soprattutto più energia. Anche io come tanti ho vissuto l’esperienza dei “collettivi teatrali”: a Napoli ed in periferia verso la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta c’era un pullulare di attività artistiche, non lo dico con orgoglio campanilistico ma perchè so che è così, certamente superiore a quella che si ricordi a Prato, la quale credo abbia saputo da parte sua cogliere occasioni legate agli uomini presenti (pochi, di ottima qualità, in maniera straordinaria non in contrasto fra di loro), ad amministratori sensibili e preparati, ad una consolidata capacità organizzativa imprenditoriale, alla disponibilità dei capitali necessari, a fattori contingenti favorevolissimi, non ultima la stessa drammatica alluvione del novembre 1966. Io credo tuttavia che non sia nè giusto nè serio rapportarsi al passato, un passato davvero troppo lontano, visto che tanta acqua, buona e cattiva, da allora in poi è passata sotto i ponti del Bisenzio. Tornando a noi, il passaggio realizzato di recente dal Consorzio alla Fondazione è apparso essere collegato soprattutto a particolari esigenze pratiche, alle quali il Consorzio, pur preferito dai più in un primo tempo come soluzione, non riusciva a garantire di poter fronteggiare. Queste esigenze erano particolarmente collegabili alla possibilità dell’applicazione del contratto dei lavoratori dello spettacolo ai dipendenti, che fino ad allora godevano del contratto del pubblico impiego con notevoli necessità di “ore straordinarie”. La Fondazione, inoltre, consentiva di poter partire senza aspettare che altri Enti decidessero di farne parte. E’ stato così possibile avere la sola adesione del Comune di Prato (la Provincia di Firenze non era più interessata) in attesa che altri, come l’allora costituenda Provincia di Prato, decidessero di aderire e di entrare nella Fondazione: a tale proposito sono stati riservati altri posti nel Consiglio di Amministrazione che potranno agevolmente essere ricoperti al momento opportuno. L’altra scelta ha riguardato la “produzione”: con un accordo con la Regione Toscana, Prato è stata scelta come polo produttivo Regionale fino a tutto il 1997 con un incarico già preventivamente concordato con Massimo Castri, uno dei registi più bravi e preparati del nostro Paese (insieme a Strehler e Ronconi), che è diventato così un elemento fondamentale del progetto complessivo.
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Tutti voi sapete poi quel che è accaduto in questi ultimi mesi. C’è stata una particolare attenzione sul Met con un fuoco concentrico al quale ho partecipato anche io perché ho avvertito questo attuale Consiglio di Amministrazione troppo lontano dal territorio e troppo chiuso in se stesso.
La mia opinione critica si è fermata a queste considerazioni, perchè comunque ritengo che questo CdA abbia ancor oggi le carte in regola per operare e che non abbia bisogno di essere posto sotto tutela. Le dimissioni di Veronesi da Presidente hanno solo minimamente modificato questo mio modo di vedere, perché credo che il CdA possa ancora sopperire da solo alle necessità in questa fase così delicata. Stiamo attenti a non inserire senza le opportune riflessioni in un meccanismo reso già debole dalla situazione pregressa elementi che possano portare ad una conflagrazione, che non mi auguro, ma che è ritenuta molto prevedibile e, ritengo a giusta causa, anche da qualcuno, ricercata. Sinceramente è questo che mi preoccupa di più in tutta questa faccenda. Mentre avverto negli interventi di qualcuno vecchi rancori, ansia di rivincita e quanto altro, io vi assicuro che tendo esclusivamente a salvare la situazione, senza sentirmi il “padrino” di chicchessia.
Va dato atto a questo CdA di essersi incamminato sulla strada giusta, allestendo un programma di notevole spessore culturale e molto stimolante; ed all’Assessore alla Cultura di aver offerto una certa disponibilità ad un lavoro comune che, più che sui programmi, si appunti sugli indirizzi e gli obiettivi, a partire dalla produzione. Ma, secondo me, ben altro è il ruolo di Assessore da quello di Presidente del Met. Sono due figure, soprattutto poi in questo passaggio, non intercambiabili, in quanto lo stesso Assessore non ha mai nascosto in particolare nella fase delicata della sua genesi di aver molto poco gradito la Fondazione e la scelta della produzione; inoltre ritengo che con difficoltà la sua presenza si combinerebbe efficacemente con quella di Massimo Castri. Devo aggiungere che non trovo convincenti neanche le motivazioni che l’Assessore adduce di tanto in tanto per porre in discussione la produzione (“l’Assessore Regionale non si è impegnato….non è poi così certo che Prato possa mantenere la produzione….”), che non è per me un “tabù” come conquista assoluta ma che difenderò strenuamente fin quando proseguirò a considerarla come scelta “vincente”.
Nello stesso documento presentato in Consiglio comunale sulla produzione l’atteggiamento dell’Assessore è tiepidamente difensiva, mentre ( se la convinzione fosse reale) occorrerebbe dire che il progetto produttivo non si tocca, se non che per migliorarlo e collegarlo maggiormente alla nostra realtà territoriale locale e regionale e non si aspetterebbero, praticamente da fermi, le scelte della Regione. L’Assessore Regionale può anche aver cominciato a cambiare idea sotto la pressione di altre realtà territoriali; di certo la cambierà definitivamente se non si interviene in modo convincente per difendere questa nostra scelta.
E se non vi dispiace, vi invito a considerare questa evenienza come una perdita secca di immagine oltre che di mezzo miliardo l’anno più un altro mezzo miliardo se ci venisse riconosciuto, come sembra sia, il “progetto speciale”.
C’è un dibattito in questi giorni e sembra quasi di capire che sia tra nostalgici del passato e difensori dello “status quo”. Non vedo alcun segnale di “progresso”. C’è qualcuno che oggi possa dire che era meglio prima? C’è qualcuno che possa dire che è peggio adesso? Sarei davvero un imbecille a dire che la Politica “tout court” non debba occuparsi del Teatro ma non mi esimo dal dire lo stesso che un certo tipo di Politica è bene che rimanga fuori dal Teatro. Non ho intenzione di assumere le difese di alcuno, ma credo fermamente che alcuni uomini di cultura come Veronesi e Borsoni che si occupano di teatro ed in ruoli diversi del Metastasio paventino più che altro l’occupazione del Met da parte di “politici” il cui unico scopo strumentale è apparso abbastanza chiaramente quello di rivalersi rispetto al passato, puntando non tanto sui contenuti quanto sulla collocazione di alcuni uomini (o donne, “uomini” è solo un modo di identificare le “persone” in senso generico) di loro fiducia, che opererebbero per stravolgere l’attuale idea di “Teatro”. Se questo si annuncia come il “nuovo”, allora mi fa piacere di appartenere al “vecchio”, anche perché continuo ad essere sempre più convinto che il nostro “vecchio” (che poi così vecchio non è) è comunque sempre stato migliore del migliore di quel che è considerato “nuovo”. Anche perché non si può considerare nuovo quell’arrogante assalto al potere fatto come si trattasse di una crociata purificatrice. So bene che sarà comunque necessario procedere a scelte di alcune persone che rappresentino gli Enti, ma per essere al posto giusto sarà importante delineare i contorni e i contenuti di questo “ruolo”. Intanto, scusate se mi ripeto, per me chi assumerà questo incarico di Presidente del Met, anche – e forse più – se temporaneamente, dovrà fornire la più ampia garanzia di voler difendere le scelte già fatte – soprattutto quelle strategiche – con la massima decisione, discutendone semmai per migliorarle non di certo per annullarle o mortificarne gli impatti. Allo stesso tempo, poi, occorre che vi sia una distinzione ben netta tra ruolo dell’Esecutivo (Comune, Provincia se quest’ultima deciderà di entrare nella Fondazione) e quello del Consiglio di Amministrazione. E’ molto convincente quel che ha esposto Massimo Luconi nel suo “gesto di pacificazione”: all’Assessore (direi forse alla Giunta, al Consiglio) spetta il compito di tracciare le linee, gli obiettivi, gli indirizzi generali, al Consiglio di Amministrazione toccano invece le scelte. Quel che non capisco ancora (lo dico – mi si creda – senza intendimenti personali) è come si potrebbe attuare, anche se temporaneamente, il suo inserimento come Assessore nel CdA. Di certo il legislatore aveva previsto casi simili allorquando ha stilato l’art.26 della Legge 81 del 25 marzo 1993*. Ho sentito che c’è già un caso (o forse due) in cui non è stata applicata, ma non riesco, pur cercando la massima obiettività, a trovarne in’interpretazione diversa dal fatto che “è vietato”: non c’è deroga alcuna, non una postilla, è per me tutto chiaro.

* La legge 25 marzo 1993 n. 81 è una legge dello Stato italiano che disciplina l’elezione del sindaco, del presidente della provincia, dei consigli comunali e provinciali. La legge viene comunemente identificata come la norma che introdusse l’elezione diretta del sindaco da parte dei cittadini. L’articolo 26 fu abrogato nel 2000
26. Divieto di incarichi e consulenze. [1. Al sindaco e al presidente della provincia, nonché agli assessori e ai consiglieri comunali e provinciali è vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo e alla vigilanza dei relativi comuni e province] (58). (58) Articolo abrogato dall’art. 274, D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267. Vedi, ora, l’art. 78, comma 5 dello stesso decreto **.
** 5. Al sindaco ed al presidente della provincia, nonche’ agli assessori ed ai consiglieri comunali e provinciali e’ vietato ricoprire incarichi e assumere consulenze presso enti ed istituzioni dipendenti o comunque sottoposti al controllo ed alla vigilanza dei relativi comuni e province.

La polemica si è poi incentrata sullo Statuto. Lo si vuole modificare per ridurre l’autonomia del CdA, forse lo si vuole modificare anche per adeguarlo maggiormente alle nuove leggi (vedi “designazione del Presidente”), forse lo si vuole modificare per garantire un peso maggiore del principale Socio fondatore, qualche altro vorrebbe intervenire sulle indennità, considerate troppo elevate. Trovo legittime tutte le necessità, a patto che non si finisca per stravolgere le ragioni fondamentali dell’Istituzione. Considero meno importanti – per me – la prima e l’ultima, in quanto ritengo che chi si occupa in maniera seria e professionale di un Ente così rilevante non possa farlo bene ed in modo sereno se non è incentivato anche con una dignitosa indennità. Allo stesso tempo credo che, senza stare a ripetermi troppo, non sia poi così straordinaria l’autonomia del Consiglio di Amministrazione se ci si capisce, se ci si confronta, se si riesce a ragionare tra uomini ragionevoli e assennati, tra persone competenti che abbiano quale scopo principale uno spirito di servizio costruttivo. Ho sentito, in questi giorni che anche tra i compagni ce ne è qualcuno che alimenta la polemica su questo Consiglio di Amministrazione. Anche io ho perso la pazienza, una volta, ma invito tutti a leggere bene quell’intervento nella stesura originale non quella riportata dalla stampa: avevo lanciato messaggi (forse non in maniera abbastanza chiara) affinchè questo CdA comprendesse che vi era la necessità che da parte dei membri si facesse un passo verso il nuovo Consiglio Comunale, che si aprissero in questo modo alla città. Lo dico ancora una volta, anche al Sindaco, anche all’Assessore: la nuova legge elettorale dà poteri straordinari al Sindaco e alla Giunta, ma sul fronte ci siamo anche noi piccoli consiglieri che dobbiamo alzare la manina per approvare o disapprovare per cui le strategie non si possono discutere soltanto tra un CdA e il Sindaco e l’Assessore, altrimenti non ci si può sorprendere se c’è qualche dissenso. Anche io ho ritenuto opportuno dire la mia su un Consiglio di Amministrazione troppo appiattito sulla punta di iceberg del Potere, ma ho anche capito che è necessario consentire in una fase come questa l’importanza della tranquillità operativa a chi sta lavorando, senza risparmiare nè critiche nè elogi quando avremo i risultati di questo impegno.
Grandi responsabilità tra le altre cose potrebbero essere addebitate a chi non riuscisse a far crescere il progetto produttivo, moltiplicando (è possibile farlo, non è un’utopia) i fondi e riducendo progressivamente l’intervento del Comune e degli altri Soci. Ai compagni che alimentano la polemica dico che hanno la memoria corta. Fondazione e Statuto, la produzione, il Consiglio di Amministrazione sono state approvate dalla passata legislatura poco più di un anno fa; occorrerebbe ricordarsi che alcuni dei nostri attuali compagni e qualche collega dell’opposizione erano presenti ad approvare il tutto, e, quindi, (a parte il fatto che in Politica può sempre accadere di tutto: mai dire mai) mi sembra abbastanza curioso che ci si stia ripensando.

Per andare verso la conclusione dico che sul Teatro e sul ruolo che esso deve avere nella nostra società mi appaiono illuminanti e precise le affermazioni generali rese da Luconi in Consiglio comunale nella prima parte del testo, soprattutto quando parla di un Teatro aperto; mentre per quel che riguarda la produzione ritengo indispensabile far riferimento ad alcune pagine sul Teatro (pagg.8,9) di un documento fornitomi dal precedente Assessore alla Cultura, prima della campagna elettorale del 23 aprile (1995). Un’altra questione di fondamentale importanza nell’ambito delle politiche culturali è a mio parere il Teatro Ragazzi. Si tratta di uno dei settori culturali più avanzati che la città di Prato abbia prodotto negli ultimi 15 anni. Il Teatro Ragazzi, per opera del “Teatro di Piazza e d’Occasione” ( TPO ) ha raggiunto risultati considerevoli di rilevanza nazionale ed internazionale, ottenendo svariati riconoscimenti nel settore produttivo e finanziamenti statali, svolgendo un ruolo prezioso soprattutto di tipo didattico. Ci sono dati incontestabili sul lavoro svolto e sui risultati ottenuti, che non lasciano alcun dubbio.

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In questi ultimi tempi, però, la storia del Teatro Ragazzi si è andata intrecciando con le problematiche connesse all’atavica mancanza di strutture culturali nella nostra città ed al destino del Teatro Santa Caterina, sede “storica” di questa attività.
Proprio negli ultimi giorni, poi, dovendo il Comune procedere al restauro del Santa Caterina, il dibattito, diciamo così, è entrato nel vivo, cosicché all’interno della Giunta si sono fronteggiate due tipi di scelta sul futuro di quella struttura: la prima che prevederebbe l’uso per uffici comunali, l’altra che riterrebbe più opportuno un uso culturale polivalente. Fatto sta che soprattutto l’una ma anche l’altra non consentirebbero, pur prevedendola a parole, la sopravvivenza dell’esperienza del Teatro Ragazzi e, di riflesso, del TPO, che ne è l’anima, il cuore. Infatti tra le proposte avanzate al TPO, da quel che ci risulta, ci sarebbe quella di rimanere nella struttura con un compito umiliante di “portierato”: posso pensare che una tale proposta la avanzi chi non si intende di “Teatro”, ma mi ha molto sorpreso sapere che una simile proposta fosse stata avanzata invece da chi si occupa prevalentemente di Teatro e da chi afferma di amare il Teatro. Io non voglio fermarmi alla denuncia: chiedo che con urgenza si affronti questo problema, con la necessaria massima serietà, sapendo che occorre difendere ciò che di buono è stato realizzato in questa città. Una delle forme possibili potrebbe essere quella di una convenzione temporanea con il TPO con l’uso di una sede per le attività e l’affidamento di una struttura “provvisoria” adeguata ai bisogni in attesa del reperimento di una “definitiva”.
Vado alle conclusioni per davvero. E dico anche con un certo imbarazzo alcune cose, che preferisco lasciare al ricordo scritto. Ho sentito più volte rivolgermi da parte di Luconi un invito “accorato e caloroso” a collaborare, senza mai chiaramente poter capire, forse per mia difficoltà, come ciò potesse essere possibile in pratica.
La mia indole e la mia esperienza vorrebbero sempre accettare, il mio attuale ruolo mi dissuade – mi si creda – con molta amarezza.
Sono cresciuto come operatore culturale e nell’organizzazione sia teatrale, sia cinematografica sia da poco quella musicale ho realizzato momenti anche entusiasmanti. Potrei indubbiamente dare una mano a qualcuno con cui condividere un progetto, ma per altri due motivi proprio non ci riesco, non posso: il primo, perché per ora non intravedo ancora un progetto; il secondo, perché per poterlo realizzare concordemente occorrerebbe un’investitura istituzionale che non caldeggio e che comunque non accetterei senza il superamento del primo dei due motivi.
Una questione finale: tra poco più di un mese il nostro Partito (ndt.: il PDS) dovrà tenere la Conferenza-Congresso allo scopo si rinnovare il gruppo dirigente ed il suo Segretario. Bene, io credo che non vi possa essere né Segretario né Gruppo Dirigente che non si ponga il problema di affrontare le tematiche qui da me trattate e non le avvii a soluzione. Voglio – proprio per questo – lanciare qui una sfida “culturale” ai compagni che sono o saranno candidati al ruolo di Segretario del Partito qui a Prato: comincino ad esprimersi fin da ora sulle questioni fondamentali della Cultura; io infatti credo che solo così facendo noi potremo trovare il giusto Gruppo Dirigente per affrontare il nostro immediato futuro.

Prato 20 ottobre 1995 Giuseppe Maddaluno

10 settembre CINEMA – Storia “minima” 7 – gli anni Trenta (per la parte 6 vedi 26 agosto)

CINEMA – Storia “minima” 7 – gli anni Trenta

7.
Agli inizi degli Anni Trenta in Italia il cinema rivolge la sua attenzione a temi leggeri di intrattenimento. Tra i registi più attivi in questo ambito fu Mario Camerini che era reduce da alcuni successi, tra i quali “Rotaie” del 1929 che si rifaceva in modo originale ad alcuni film del periodo espressionista (ricordiamo “La rotaia” di Lupu Pick). Nel 1932 egli girò “Gli uomini che mascalzoni” che apre in qualche modo anticipato la stagione dei telefoni bianchi. Quel film è importante anche perché segna l’esordio di un grande protagonista del cinema italiano del Novecento: Vittorio De Sica (celebre tra l’altro è la canzone da lui interpretata in quell’occasione: “Parlami d’amore Mariù” uno dei motivi più noti e popolari della tradizione canora italiana). A questo motivo accenneremo poco più avanti.

Abbiamo chiuso il precedente post con i fratelli Marx. Nel 1933 esce un nuovo importante capolavoro del gruppo Marx Brothers, “La guerra lampo”, che pur non riscontrando un immediato successo (l’ironia, la satira dei Marx Brothers risultava complessa per il gusto popolare), è considerato tra i grandi capolavori del Cinema mondiale.

In quello stesso anno, anche se poi datato 1934, Alfred Hitchcock, ancora regista britannico (solo dall’estate del 1939 Hitchcock approda negli Stati Uniti) gira la prima edizione de “L’uomo che sapeva troppo”.

Tra il 1932 ed il 1933 va segnalata anche la ripresa da parte di Fritz Lang del personaggio malefico protagonista del suo capolavoro “M il mostro di Dussseldorf” con “Il testamento del dottor Mabuse”. Siamo in un periodo difficile per Lang e per la Germania, un periodo nel quale molte delle paure presenti nella poetica espressionista si vanno concretizzando con l’avvento al potere di Hitler. Anche per questo Fritz Lang lascerà Berlino prima per Parigi e poi per Hollywood.

Il 1933 è anche l’anno in cui uno dei più grandi promettenti giovani registi gira uno dei suoi due capolavori. Jean Vigo che non avrà dalla vita molto tempo per rimpinguare il suo carnet cinematografico realizza “Zero de conduite” un vero e proprio inno alla libertà e all’anarchia, un film che ha appassionato generazioni di cinefili tra cui molti degli autori della Nouvelle Vague, con capofila Francois Truffaut, che si riconobbe in alcuni dei personaggi della storia narrata nel film di Vigo. Il giovane autore nel 1934, prima di morire, realizzò l’altra pietra miliare della cinematografia mondiale, che è “L’Atalante”, meno assertivo del precedente perchè pieno di malinconiche incertezze e forti timori.
Una curiosità: il film fu proiettato solo dopo la morte di Vigo e nella parte conclusiva fu inserito un motivo, molto noto al pubblico internazionale. Si tratta dell’edizione francese di “Parlami d’amore Mariù”, il cui titolo in francese richiamava alla “chiatta” su cui si svolge gran parte della storia narrata ne “L’Atalante”: si tratta per l’appunto de “Le chalande qui passe”.

Questa, invece, la musica originale. Amo questo film – e, per questo, amo il CINEMA



Nell’Unione Sovietica in quegli anni dopo l’assunzione di un forte potere da parte di Josif Stalin, il cinema si rivolse alla tessitura di un sostegno ideologico costante. Del 1933 abbiamo tuttavia da riscontrare la parentesi messicana di Eisenstein con “Lampi sul Messico”. Il grande regista aveva avuto proposte anche da Hollywood ma furono considerate inaccettabili da parte di un ortodosso comunista come era l’autore de “Sciopero”, “La corazzata Potemkin” e “Ottobre”.

Nel 1934 poi abbiamo da ricordare uno dei film più importanti della storia del cinema sovietico, “Tre canti su Lenin”, un vero e proprio documentario di propaganda che tuttavia non piacque al regime che ormai aveva come punto di riferimento Stalin e non di certo Lenin. In quello stesso anno però un altro regista sovietico mette in scena l’apoteosi dell’umile rappresentante della società contadina, Ciapaiev, che riesce a diventare comandante di una formazione delle guardie rosse che si contrappone a quelle “bianche” controrivoluzionarie e la porta alla vittoria. Il film, “Capaiev” è di Sergei Vasilyev, giovane regista non particolramente prolifico.

Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 8 (per la parte 7 vedi 23 agosto)

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Un progetto per il cinema – Prato 2 gennaio 1984 parte 8

Ovviamente, mi riferisco ad interventi che non riguardano solamente il cinema. Se ben vi ricordate, scrissi una volta – all’indomani del convegno di Artimino del 25 e 26 marzo del 1983 – che non mi convincevano molto i metodi in uso ed i rapporti che intercorrevano tra l’Assessorato alla Cultura di questa città e le varie manifestazioni culturali; qui ribadisco il mio primitivo dissenso, dopo aver osservato per un anno con attenzione locandine e manifesti che pubblicizzano gli interventi e le partecipazioni di questa Amministrazione in campo culturale: mi piacerebbe conoscerne le linee di intervento. Questa è la terza “assenza” che preannuncia la quarta.
4) Quarta “assenza” – Appare chiaro che non esiste un orientamento preciso, un progetto, una tendenza di massima semmai, anche da parte di coloro i quali (istituzioni, organismi, persone singole) avrebbero questo compito di curare in maniera più precisa i rapporti tra l’immagine e la realtà, la comprensione e la lettura della realtà attraverso l’immagine, tranne che in tempi recenti per quel che attiene in modo particolare al settore della Fotografia, l’uso della tecnologia audiovisiva per una migliore conoscenza culturale. Intendo riferirmi agli Assessoratia alla Cultura ed alla Pubblica Istruzione, alle organizzazioni politiche e sindacali, alle Associazioni culturali e ricreative, a quegli appassionati di cinema ed audiovisivi in generale, che agiscono in una realtà tutta personale, ammantata di eleganti sogni e mai concretizzata in un’esperienza pratica e comunicata agli altri; spesso questi ultimi, pur ricchi di esperienza, difettano di capacità comunicativa e di capacità direttiva ed organizzativa o, peggio, non si pongono neanche il problema: eppure esistono e sono preziosi come diamanti e tartufi.
Si pensi, ad esempio, ad un’Assessorato che tracci linee teoriche e politiche non solo, ma anche le linee di intervento pratico in materia di educazione all’immagine, che si ponga il problema delle nuove tecnologie in maniera seria e senza allarmismi semplicemente disorientanti, che apra un rapporto continuo e costruttivo con altri Enti e Istituzioni; sarebbe estremamente importante, ad esempio, partire con un censimento delle attrezzature e dei materiali filmici di cui sono in possesso le scuole pratesi per creare uno schedario delle disponibilità e verificare anche le attività che in ogni singola realtà sono state svolte negli ultimi anni e si svolgono tuttora, oltre che rilevare la capacità e la ricezione che ogni singola struttura presenta; compito di questa Istituzione, che potrebbe anche non essere un Assessorato, dovrebbe comunque essere quello di creare i presupposti per un corretto rapporto tra Cinema e Scuola, raccogliere la fiducia dell’istituzione scolastica ed avviare una proficua e duratura collaborazione con tutte le Istituzioni, scolastiche e non.
5) Quinta, e forse non ultima, “assenza” dovrebbe essere, a parer mio, quella che evidenzia la mancanza a Prato di un gruppo compatto ed il più possibile omogeneo che affronti questa attività cinematografica – che noi vogliamo intraprendere – con professionalità, con serietà e con un serio ed adeguato progetto di intervento, che sia di garanzia per la produttività e la riuscita dell’impresa. Questo, mi sembra, è presente nei desideri e nelle parole dei compagni che lavorano in diversa misura intorno all’ “idea”; ma occorre che le parole si trasformino in fatti reali, e ciò è una questione abbastanza diversa……..

Fine parte 8

A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – Presentazione

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A POZZUOLI metà anni Settanta del secolo scorso: COLLETTIVO TEATRALE ’75 “Ccà puntey ll’arbe!” “Per il decentramento culturale” – Presentazione

Negli anni Settanta ferveva l’attività culturale giovanile e sempre più la Cultura si avvicinava alla Politica militante. In quegli anni, prima che decidessi di cercare lavoro lontano (il mio primo incarico fu in un Istituto Tecnico Industriale di Bergamo con un “corso serale per operai”; il mio primo lungo incarico fu al confine con l’Austria, ad Auronzo di Cadore), avevo anche organizzato un riuscitissimo e frequentatissimo Cineforum nella Sala Parrocchiale di Arco Felice, la Parrocchia San Luca e Santi Eutichete ed Acuzio. Fu, questa, un’iniziativa di discrimine per la mia formazione. Il programma era di Sinistra, in quel tempo Sinistra vera, essendo collegati molti dei film ad autori che si riferivano direttamente al PCI. La mia fu una scelta “naturale” ed autonoma, non concordata con il Parroco, ch evidentemente aveva riposto in me la massima fiducia. Ed io, scegliendo quelle opere “militanti” tra cui un paio di documentari come “Napoli” di Wladimir Tchertkoff e “Il sasso in bocca” di Giuseppe Ferrara o film come “Seduto alla sua destra” di Valerio Zurlini sui movimenti per la liberazione ed indipendenza dei paesi africani, feci evidentemente una scelta non condivisa, tanto che, anche se fossi rimasto a Pozzuoli non avrei potuto ripeterla in quegli ambienti.
Per fortuna c’erano spazi, come il Centro Sociale Flegreo in Via Virgilio 8, disponibili ad ospitare eventi più o meno simili. Fu in questo luogo che ebbi modo di contribuire ad allestire un’operazione originale come la rielaborazione in dialetto puteolano di un classico popolare molto frequentato soprattutto (ma non solo) allora dalle compagnie teatrali amatoriali (“filodrammatiche”) del Sud, quella “Cantata dei pastori” che celebra in modo molto laico la nascita di Cristo, puntando l’attenzione allo scontro tra il Male ed il Bene ( i Diavoli e gli Angeli ) con personaggi appartenenti alla tradizione popolare, come Razzullo,uno scrivano, e Sarchiapone, un barbiere oltre al timido umile pastorello Benino, all’interno del viaggio di Giuseppe e Maria verso Betlemme.
Tra il 1974 ed il 1975 alcuni di noi, dotati di magnetofono portatile (io ne possedevo uno pesantissimo che mi trascinavo a tracolla), camminavamo tra i vicoli del porto di Pozzuoli alla ricerca di fonemi dialettali da utilizzare nella traduzione dall’italiano e dal napoletano. Tutto quel materiale fu poi ascoltato attentamente e si procedette al lavoro di adattamento, a partire da un titolo che aveva anche un intento beneagurale per le prospettive sociali culturali e politiche delle generazioni cui appartenevamo.

Nel prossimo post riporterò il testo di presentazione del nostro lavoro. In quell’impresa furono protagonisti gli artisti Giuseppe La Mura e Giancarlo Tegazzini, che avevano seguito lo stesso mio percorso creativo, di cui ho trattato di recente con i due post dedicati a “Il piccolo caffè”.

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