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10 gennaio 2021- IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte terza (per la seconda parte vedi 7 dicembre)

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 Parte terza

Giovedì 17 novembre alle ore 21.00 siamo ritornati negli ambienti sotterranei del Dopolavoro Ferroviario in Piazza della Stazione il cui Circolo era gestito da Lucio La Manna e Nicola Verde e con la Compagnia Teatrale “Altroteatro” diretta da Antonello Nave è stato presentato il loro lavoro “Amico di Pasolini: Omaggio al poeta Massimo Ferretti”. Il professor Nave aveva curato già qualche anno prima una riduzione teatrale, rappresentata a Chiaravalle, tratta dalle opere di Massimo Ferretti dal titolo “Sopra il cuore”.

Venerdì 18 novembre alle 14.30, orario che consente agli studenti realmente interessati di partecipare al di fuori dell’orario di lezione siamo ritornati all’Auditorium dell’Istituto “Gramsci-Keynes” nel Polo scolastico di via Reggiana per un incontro dal titolo “Che cosa sono le nuvole: analisi di un cortometraggio” curato dal dott. Riccardo Castellacci ricercatore dell’Università di Firenze.

Con le stesse modalità lunedì 21 novembre ore 14.30 ci siamo spostati nell’Aula della Biblioteca del Liceo “Copernico” in viale Borgovalsugana 63 per un incontro sul tema “La sceneggiatura nel cinema di Pier Paolo Pasolini: dalla teoria alla pratica” a cura della dottoressa Costanza Julia Bani ricercatrice dell’Università di Pisa.

Martedì 22 novembre il nutrito cartellone presenta un altro incontro curato dalla dottoressa Stefania Cappellini presso l’Auditorium dell’Istituto “Gramsci-Keynes” nel Polo scolastico di via Reggiana, sempre alle ore 14.30 sul tema “Uccellacci e Uccellini: analisi ed approfondimenti del film”.

Il giorno successivo mercoledì 23 novembre sempre nello stesso Auditorium alla identica ora si è tenuto un incontro sul tema “La rappresentazione dell’adolescenza: percorsi fra cinema e letteratura e viceversa”, curato dalla dottoressa Costanza Julia Bani.

Venerdì 25 novembre alle 14.30 abbiamo previsto di replicare nell’Auditorium del “Gramsci-Keynes” particolarmente adatto per eventi teatrali il lavoro di Antonello Nave già rappresentato nella sede del Circolo del DLF.

Nello stesso giorno alle ore 21.00 curato dalla Circoscrizione Ovest presso il Circolo ARCI “Renzo Grassi” di Narnali in via Pistoiese 500 viene presentato il documentario “Pasolini: una disperata vitalità” collage di testi poetici di Pier Paolo Pasolini, recitati da Laura Betti che nel 1996 ne ha curato la regia teatrale. L’incontro coordinato dalla Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Ovest, Monia Faltoni, è condotto da Riccardo Castellacci.

Martedì 29 novembre alle ore 21.00 siamo poi ospitati dal Teatro “Magnolfi” in via Gobetti dove, in collaborazione con l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD) viene presentato un video di Carlo Di Carlo “Primo Piano: Pier Paolo Pasolini” e un nuovo libro di Italo Moscati “Pasolini Passione”. Regista e autore sono presenti. Il coordinamento è di Giuseppe Maddaluno.

Venerdì 2 dicembre a cura della Circoscrizione Nord presso l’Auditorium della Scuola Media “E. Fermi” in via Gherardi 66 un altro nuovo evento teatrale “Dedicato a Pier Paolo Pasolini un poeta contro” con Giovanni Fochi che ne cura la regia e con la musica originale orchestrata da Alessandro Cecchini. Coordina l’evento Mario Barbacci presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Nord.

Il denso programma si conclude martedì 6 dicembre alle ore 21.00 presso la Sala “don Lorenzo Milani” della Circoscrizione Est in Viale De Gasperi 63 dove il gruppo teatrale del Lieco “Copernico”, “Poetar Teatrando” diretto dalla professoressa Angela Pagnanelli presenta “”Passione vs Ideologia” un collage di testi tratti dalle opere di Pier Paolo Pasolini.

Nell’occasione i Presidenti delle Commissioni Cultura coordinate da Giuseppe Maddaluno annunciano l’intendimento di organizzare nel corso della prima metà dell’anni successivo un Convegno dedicato al tema che è stato posto nel titolo della Rassegna di fine 2005, “L’universalità dell’opera di Pier Paolo Pasolini . non una commemorazione, non un banale rimpianto ma tanto desiderio di capire e di riappropriarsi del suo pensiero a trent’anni dalla sua morte”.

6 gennaio – COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale

COVID 19 – I conti con la Storia – parte 2 – I limiti dell’azione degli Enti locali sulle strutture artistiche culturali in generale   .

Trovo che sia semplice da parte di un singolo cittadino avanzare proposte che difettano molto spesso nella visione della complessità. Pur tuttavia fino a quando non venga negata a ciascuno la capacità di intendere e di volere occorre mettere in moto le sinapsi ed esercitarsi alla ricerca di soluzioni possibili, anche se realisticamente, in queste particolari condizioni, possano apparire rivoluzionarie.

Tra le altre cose, non possiamo non prendere in considerazione che la pandemìa si sia rivelata nelle nostre contrade già da poco meno di un anno. E l’emergenza, se è tale, non può durare tanto. La sensazione è che si sia dato troppo potere ad un organismo tecnico scientifico senza un vero e proprio coinvolgimento delle categorie professionali “in toto”. Non posso negare che il ruolo del Comitato T.S. non sia (e sia stato) utile; e non posso negare che molto spesso l’organismo governativo abbia agito in parziale autonomia (come è in ogni caso logico che sia), calibrando gli interventi intorno alle necessità di singole e differenti categorie. La qual cosa, però, invece che affrontare e risolvere i problemi,  ha provocato un trattamento differente creandone ancor di più nella società, aumentando i costi sociali in maniera inverosimile: la diatriba intorno alle discoteche in estate, la telenovela della Scuola, l’aprire e chiudere gli esercizi commerciali ha messo in difficoltà intere catene produttive.

Lo ripeterò ancora una volta: dopo il tempo dell’emergenza (febbraio, marzo, aprile 2020) sarebbe stato logico attivare una struttura parallela che non fosse limitata alla parte sanitaria scientifica. Ora, forse, non è tardi. “Forse!”. Anche perchè si addensano nubi fosche sulla compattezza del Governo ed in ogni caso, non essendoci un’alternativa alle viste, è ben difficile procedere con una unità di intenti dell’intero Paese, di cui abbiamo urgente bisogno.  Anche per questo, ritornando ai luoghi dell’Arte e della Cultura (Biblioteche, Musei, Teatri, Cinema, Circoli e altro), non si è avuto il coraggio di riorganizzarli mantenendoli in funzione, attraverso sistemi di prenotazione obbligatoria contingentata al minimo. Il mondo amministrativo è andato “in vacanza”; in modo particolare, quello legato alla Cultura, che si è rivelato incapace di gestire il post-emergenza. Avrebbe dovuto progettarlo da subito ma è andato “in vacanza”. Una Biblioteca, un Teatro più che un Cinema, dipendono chi più chi meno dalla struttura pubblica (ci sono Teatri “privati” che tuttavia accedono anche a fondi pubblici) ed un Ente locale avrebbe potuto stabilire le modalità operative per l’accesso. Non è stata proposta altra soluzione al di là della “chiusura” totale. Un Cinema ha la possibilità di limitare l’accesso attraverso l’utilizzo di prenotazioni online o in ogni caso anche al botteghino. Non è stata proposta altra soluzione che la “chiusura”. Questo poteva essere sopportato in periodo di alta emergenza; non più di tanto. Ovviamente se non è stato provveduto fino ad ora ciò non significa che non lo si possa fare adesso.

Nel prossimo blocco proverò a sottolineare in modo critico ma propositivo la necessità di far ripartire le strutture periferiche istituzionali laddove, come per esempio a Prato, siano state smantellate.

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28 dicembre – Baci e abbracci 2020 ( a 30 anni dall’annuncio dell’Oscar 1990 al Miglior Film straniero )

Baci e abbracci 2020

Jack Lemmon e Natalya Negoda annunciano l’Oscar 1990 per il Miglior Film Straniero a “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore

Le nostre sere sono scandite da una road map televisiva che prevede di seguire, tutte le volte che è possibile, il Telegiornale di Rai Tre nazionale delle 19.00 seguito da quello Regionale delle 19.30, dopodichè si passa subito a quello de La7 delle 20.00.

Tutte le volte che è possibile.

L’altra sera deve essere accaduto qualcosa di anomalo: un impegno esterno – una visita ad un amico che da tanto tempo non incontravamo – e così siamo tornati a casa intorno alle 20.00, forse poco dopo. Ho acceso l’apparecchio televisivo ed ho cominciato a vedere una sequenza di immagini che scorrevano, molto familiari per un cinefilo quale io mi reputo: baci ed abbracci tratti da film vecchi e recenti. Potete rivedere tutto andando su questo link.
Per la parte invece relativa a “Nuovo Cinema Paradiso” vi riporto la sequenza qui sotto.

https://www.raiplay.it/video/2020/12/Blob-40a4d132-f8c0-4824-a646-ceb47b347861.html

La sequenza della durata di una quindicina di minuti si conclude con l’intera carrellata di immagini di baci ed abbracci che chiudono il film vincitore dell’Oscar come Migliore film straniero nel 1990.

Quelle immagini finali intervallate dallo sguardo commosso e  pieno di malinconici ricordi da parte del protagonista, il piccolo Totò – Salvatore Cascio diventato adulto interpretato da Jacques Perrin –  mi hanno sempre profondamente coinvolto emotivamente; non va dimenticato – anche perché ci ha lasciati in questo anno disastroso –  il maestro Ennio Morricone che accompagna proprio quei passi finali con una delle più belle e coinvolgenti colonne sonore. E sono convinto che molta parte di tali emozioni appartenga ad una problematica esistenziale oltre che culturale. Ho qualche dubbio che ad un giovane trentenne o quarantenne facciano lo stesso effetto. In primo luogo, quei brevi brani hanno per me un chiaro significato perché so collocarli perfettamente, così come so collocare nel tempo e nello spazio questa nuova “collezione” che Blob ci ha proposto. Nel “tempo” individuale che è quello in cui ho visto quei film con gli occhi dei giovani e nello “spazio” sempre personale nel quale posso collocare la mia vita.

L’operazione recente fatta dal colto programma di Rai Tre ha il merito di poter ampliare lo sguardo sul Cinema più recente, posteriore alla narrazione che Peppuccio Tornatore ha utilizzato per il suo capolavoro, e questo accrescimento può aiutare le nuove generazioni ad impadronirsi del contesto storico collegato alla cultura cinematografica che è a tutti gli effetti Cultura fondamentale del secolo scorso, della quale nessuno può fare a meno, se vuole rinsaldare il rapporto con le proprie individuali – e collettive – radici.

BUON NATALE 2020 – al tempo del Covid

BUON NATALE 2020 – al tempo del Covid

Un grande abbraccio a tutte le amiche e gli amici che ho avuto la fortuna di incontrare in questi miei 73 Natali – Ho già scritto in un post che per me il Natale non è stata mai una “festa”: da questo punto di vista sono stato considerato un po’ “fuori razza”, ma mi sono accorto di essere in buona compagnia, incontrando tante amiche ed amici che non la pensavano così diversamente da me.

Ho sempre pensato che anche la corsa al “regalo” a volte anche per se stessi e tante volte per le persone più care sia una sorta di “compensazione” amorevole a contrassegnare lo scorrere del tempo inesorabile.

Quest’anno forse si percepisce ancor più questa “mancanza” a causa della pandemìa che ci costringe a restringere i rapporti, ma molto probabilmente ciò potrebbe consolidare gli affetti più stretti e farci maggiormente apprezzare il significato del “Natale”.

24 dicembre CINEMA Storia minima parte 12 – per la 11 vedi 18 novembre

CINEMA Storia minima parte 12

Da segnalare nello stesso anno (il 1937) un film diretto da Clarence Brown, “Maria Walewska” interpretato da Greta Garbo ormai in fase calante (questo è uno dei suoi ultimi film), anche se il mito permarrà a lungo non solo tra i cultori del Cinema. Accanto a lei nell’interpretazione di Napoleone Bonaparte, troviamo Charles Boyer, che era invece nella parte ascendente della sua carriera.

Tra il 1937 ed il 1939 troviamo gli ultimi tre film del periodo britannico del grande Alfred Hithcock. Si tratta di tre classici thriller. Il primo del 1937 è

Giovane e innocente (Young and Innocent). Dal titolo si può comprendere quello che sarà un tema ricorrente nella filmografia del grande regista che, anche in questo film, appare in un cameo sotto le spoglie di un signore che con una minuscola macchina fotografica, si barcamena nella folla.

il secondo del 1938 è tratto da un romanzo  Il mistero della signora scomparsa (The Wheel Spins) di Ethel Lina White. Va ricordato che nel 1979 venne poi girato un remake, anche se – pur interpretato da Angela Lansbury che in più occasioni ha partecipato a film tratti da grandi testi classici “gialli” (fino alla serie “La signora in giallo”) – non ebbe il successo dell’originale, che viene considerato ai vertici del cinema inglese. Il suo “intreccio” colpi uno dei più grandi giovani registi della Nouvelle Vague, Francois Truffaut, grande estimatore del buon cinema e di Alfred Hitchcock.

Il terzo film, l’ultimo girato in terra britannica dal grande autore, fu – nel 1939 – “La taverna della Giamaica”. Anche questo tratto da un romanzo della grande Daphne Du MaurierJamaica Inn”. Fu interpretato da  una splendida Maureen O’Hara al suo esordio. Non è stato ricordato come uno dei film più riusciti e probabilmente ciò è dovuto anche ad un senso ormai di estraniamento dagli ambienti britannici. Inoltre questa produzione era stata per lui, in un certo qual senso, necessitata da una promessa fatta ai produttori, tra i quali Charles Laughton che interpretava anche il ruolo di protagonista.
Va notato che non appena mise piede negli Stati Uniti, Hitchcock recuperò un altro testo della Daphne Du Maurier e ne ricavò un grande capolavoro. Ne riparleremo. 

Rimanendo per un attimo negli Stati Uniti, nel 1937, però, non si può non ricordarlo, Walt Disney gira il primo lungometraggio in rodovetro della storia del cinema, il primo film d’animazione prodotto negli Stati Uniti d’America, il primo a essere girato completamente a colori e il primo lungometraggio prodotto dalla Walt Disney Productions. Si tratta di “Biancaneve e i sette nani” che ha accompagnato decine di generazioni nel corso del Novecento, ivi compreso il sottoscritto ed i miei figli. Il bellissimo film, basato sulla omonima fiaba dei fratelli Grimm fu diretto da David Hand.

Quanto agli incassi, anche se non pervenne ai vertici assoluti fu il film col maggiore incasso nell’anno 1937.

Ritornando in Europa ed in particolare in Francia ci troviamo di fronte ad uno dei capolavori assoluti di quella cinematografia con “La grande illusione” di Jean Renoir. La storia narrata è ambientata in un campo di prigionia sul finire della prima guerra mondiale, Hallbach, fronte orientale tedesco, dove due ufficiali francesi, interpretati da Jean Gabin e da Pierre Fresnay, abbattuti da un ufficiale tedesco, interpretato da Erich von Stroheim, vengono portati come prigionieri. E’ un film che rappresenta anche una delle punte più alte del cinema impegnato “pacifista” ed internazionalista: vi si respirano i temi classici come la differenza di classe, il coraggio individuale e collettivo, la solidarietà nazionale, l’antimilitarismo.»

fine parte 12…..

22 dicembre – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 1 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la nona parte vedi 2 novembre

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 1 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) – per la nona parte vedi 2 novembre

Breve preambolo

Quando da Feltre mi trasferii in Toscana, a Prato, ho insegnato per tre anni a Empoli all’Istituto Tecnico Commerciale “E.Fermi”. Vi giungevo non solo arricchito da esperienze professionali (avevo insegnato Italiano e Storia al Professionale per l’Industria e l’Artigianato “Carlo Rizzarda” di Feltre) ma anche da quelle sindacali politiche e culturali dovute ad un impegno globale tra PCI, CGIL Scuola ed un Circolo di Cultura Cinematografica aderente all’UCCA (ARCI Cinema).

Sbarcato in terra toscana ho tralasciato per alcuni anni il mio impegno politico e sindacale, mantenendo invece quello più specificatamente culturale e cinefilo. A Prato c’era già un gruppo molto attivo intorno all’ARCI e mi posi a disposizione soprattutto per mettere in piedi l’esperienza del Cinema “Terminale” in via Frascati. Anche nella città di Empoli c’era un gruppo di giovani che agiva nell’ambito del Circolo Unicoop. Forse anche per questa mia presenza nelle due più importanti città della Provincia di Firenze e per la esperienza accumulata nella vitalizzazione del territorio del basso bellunese, mi fu chiesto di occuparmi dell’UCCA a livello regionale. Questo incarico mi consentì tra l’altro di meglio conoscere la realtà toscana, dovendo io “visitare” i diversi Circoli di Cultura Cinematografica per una diretta ricognizione delle principali problematiche strutturali, gestionali, culturali.

A Empoli univo i miei compiti professionali a quelli di carattere politico culturale ed insieme ad alcuni altri compagni tra cui ricordo Jaurès Baldeschi e Giulio Marlia misi in piedi una serie di incontri sul Cinema francese: ne ho parlato in una serie di post poi pubblicati in blocco il 20 luglio u.s..

Come responsabile Regionale dell’UCCA avevo avuto la possibilità di scrivere per una Rivista della Regione Toscana, “BollettinoCinema” del Centro Regionale Toscano Cinematografico. Quello che segue è un mio ampio intervento pubblicato sul n.10 di quella Rivista. Era il luglio del 1983.

Il titolo dell’articolo è “Trenta più Cinquanta fa “Nouvelle Vague”” Lo si trova da pagina 18 a pagina 20. Nel “sommario” si ritrova “Una Rassegna sul cinema francese anni ’30 ha riattivato l’interesse per la cinematografia d’oltralpe – Ora tocca al film noir e poi agli anni cinquanta – Ma il vero obiettivo è la Francia d’oggi, vediamo perché.

Trenta più Cinquanta uguale Ottanta (30 + 50 = 80) può apparire ai cultori di matematica una facile e semplice operazione. Invece no, ha un altro significato per quei cultori di cinema, chiamati “cinephiles” che in questi anni vanno puntando la loro attenzione specifica sul cinema d’Oltralpe. Anche la Rassegna che il Comune di Empoli ( ed altre Associazioni ed Istituzioni) ha organizzato di recente si va collocando all’interno di questo intento il cui risultato, per questioni del tutto legate all’impossibilità di poter anticipare quale sarà il cinema francese nei rimanenti anni Ottanta, sarà possibile verificare solo alla fine di questo decennio. Intanto, mentre si fanno i conti sulla Rassegna degli Anni Trenta ( realizzata ad Empoli tra il 7 marzo e il 21 aprile del 1983) e se ne tracciano i successi, senza indulgenze verso le difficoltà organizzative riscontrate, si sta già procedendo verso nuove iniziative.

DENTRO IL LOCK DOWN – I doni inattesi e quelli che tardano parte 2

DENTRO IL LOCK DOWN – I doni inattesi e quelli che tardano

Parte2

Noi che siamo stati rispettosi delle regole e ci siamo protetti (continuiamo a farlo) cercando di uscire il minimo possibile (nel primo periodo – quello primaverile – si usciva come i criceti nella ruota contando i passi e l’auto è rimasta ferma), ponevamo una grande attenzione a seguire i social, a scrivere le nostre elucubrazioni paraletterarie, a leggere quotidiani on line a prezzi stracciati e spulciare l’elenco delle programmazioni cinematografiche, musicali, teatrali, rifuggendo dopo una prima “abbuffata” mortifera dal seguire per punto e per segno le diatribe sanitarie e politiche che a tutte le ore del giorno (“nottata” che non finiva compresa) ci venivano proposte in abbondanza.

Abbiamo in più occasioni espresso il nostro rammarico per l’assenza di “coraggio” da parte degli organi governativi verso alcuni settori della Cultura e dell’Arte, come Teatri, Cinema, Musei, Biblioteche, Circoli culturali, strutture varie consimili, che sono stati “chiusi” in modo radicale. Faccio notare ancora una volta che quella è stata una scelta poco ragionata, comprensibile in una prima fase, quella della concitazione dovuta allo scoppio della pandemìa, ma che ha poco senso in quelle successive dove la ragionevolezza avrebbe potuto indurre a pretendere una regolamentazione draconiana delle presenze all’interno di sale teatrali, cinematografiche, circoli culturali, musei, biblioteche e via dicendo.

Come spesso accade, però, c’è chi può e chi non può, chi ha potere e chi non ne ha del tutto. Le grandi strutture teatrali hanno potuto godere di un vantaggio dovuto alla loro autorevolezza nazionale ed internazionale e sono riuscite a collocare le loro proposte o sul web o sui canali televisivi. La stessa cosa sta accadendo per alcune produzioni cinematografiche che trovano posto sui canali a pagamento o su piattaforme digitali come Raiplay. Inoltre gli esperti del web hanno potuto trovare occasioni ghiottissime per seguire alcuni grandi kermesse cinematografiche musicali, teatrali. Ovviamente non sono mancati i dibattiti di tipo politico, sociale, culturale in senso ampio. In parte, questi sono stati i doni inattesi per tanti tra noi che eravamo condizionati; ed in questo modo abbiamo trascorso il nostro tempo, evitando il contagio.

Tra le offerte più interessanti c’è stata l’apertura della Stagione concertistica del Teatro dell’Opera di Roma che ci ha fornito un esempio straordinario con “Il barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini e la regia di Mario Martone, splendida nella capacità di utilizzare tutti gli spazi resi disponibili dall’assenza di pubblico e soprattutto quella di saper contestualizzare temporalmente alcune scelte registiche con grande senso ironico (mascherine, sanificazioni, distanze di sicurezza): l’opera rossiniana si prestava bene anche a creare un effetto di ottimismo. Quello che invece è totalmente mancato nell’altra grande proposta: la prima del Teatro Alla Scala di Milano, con una serie di interventi di altissima qualità, è apparsa intrisa di pessimismo e di cupezza. Certamente una ricchezza di personalità (Roberto Bolle, Riccardo Chailly, Placido Domingo) e di riferimenti letterari (Pavese, Bergman, Sting, Racine, Hugo e Montale) ma è certamente mancato quel tratto di stimolo ad avere maggiore fiducia verso il futuro, che è tanto necessario oggi.

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IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte seconda per parte prima vedi 13 novembre

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – atti di un Convegno del 2006 – PREMESSA sulle iniziative del novembre-dicembre 2005 – parte seconda

Nell’occasione avemmo anche la collaborazione dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, con il quale avevo avviato un intenso rapporto di cooperazione sin dalla mia esperienza con il Cinema di Gillo Pontecorvo (vedasi tutta la serie di miei post dedicati a “Giovanna”, figura inventata ma realistica di operaia tessile in lotta per la conquista dei diritti – particolarmente quelli delle donne – negli anni Cinquanta qui a Prato).

Altra collaborazione preziosa fu quella del Dopolavoro Ferroviario di Prato in Piazza della Stazione che in quel periodo era condotto dal punto di vista gestionale ma con una propensione particolare allo Sport ed alla Cultura da Lucio La Manna e Nicola Verde.

Ad ogni modo ora scenderemo nel dettaglio, in questa Premessa agli Atti del Convegno del 27 aprile del 2006, relativamente alle iniziative che si svolsero nell’intera città di Prato tra il novembre ed il dicembre del 2005 a trenta anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini.

Il 4 novembre del 2005 alle ore 12.00 presentammo alla Stampa e ad un pubblico scelto rappresentativo del mondo scolastico cittadino il Programma delle inziative. Il luogo scelto fu l’Istituto “Tullio Buzzi” in Viale della Repubblica 9 non molto distante dalla sede della Circoscrizione Est di Viale De Gasperi 67, luogo operativo principale (vedasi foto di uno degli incontri svolti nella Sala “don Lorenzo Milani”).

La prima iniziativa era prevista lunedì 7 novembre e già dava il segno della rilevanza del complesso di proposte che travalicavano i confini provinciali e accoglievano gruppi nazionali. L’avevamo concordata con la Circoscrizione Sud ed il coinvolgimento operativo della Circoscrizione Centro (anche perchè dovendo coinvolgere gli Istituti di Scuola Media Superiore questi ultimi non erano presenti sul territorio Sud ma quasi tutti afferivano al Centro). Infatti l’evento del 7 novembre fu organizzato nell’Auditorium dell’Istituto “Gramsci-Keynes” nel Polo Scolastico di via Reggiana, dove confluiscono altri Istituti come il “Dagomari” ed il “Datini”. L’importanza dell’iniziativa non era solo la presenza di più Enti amministrativi ma in modo particolare la cooperazione tra il Teatro Stabile della Toscana “Metastasio” di Prato e la Compagnia Teatrale Mercadante Teatro Stabile di Napoli. Non solo questo, però! Lo spettacolo, perché di questo si trattava, era coprodotto dal Teatro “La Baracca” di Maila Ermini. “Idroscalo 93” (il riferimento del titolo è al luogo preciso di Ostia dove fu trovato il corpo senza vita di Pasolini) portava la firma di Mario Gelardi con la consulenza di Carla Benedetti ed era interpretato da Ivan Castiglione e Daniele Russo.

La seconda iniziativa era per venerdì 11 novembre ore 21.00 presso gli spazi naturalmente scenografici del Dopolavoro Ferroviario in Piazza della Srazione 22. In quella occasione fu la Compagnia teatrale “Per l’acquisto dell’Ottone” diretta da Viviano Vannucci e Andrea Bianconi a presentare la messa in scena di “Che cosa sono le nuvole: Pasolini riscrittore”, chiaro riferimento all’episodio cinematografico del film “Capriccio all’italiana”.

Con la terza iniziativa avviavamo una serie di incontri di approfondimento su alcuni aspetti della vita e delle opere letterarie di Pasolini. Il mercoledì 16 novembre alle ore 14.30 eravamo nell’Aula della Bibilioteca del Liceo Scientifico “Copernico” in viale Borgovalsugana 63. A relazionare sul tema “Pasolini viaggiatore e reporter” fu la dottoressa Stefania Cappellini, ricercatrice dell’Università di Pisa.

reloaded mio post del 14 marzo 2015 – in ricordo di Franco Giraldi un gentiluomo del cinema italiano

Lo scorso 2 dicembre il Coronavirus ci ha portato via un altro amico: Franco Giraldi. Ebbi la fortuna di incontrarlo e di intervistarlo qui a Prato nel 1990. Franco Giraldi era stato tra i protagonisti di una delle esperienze più importanti del Cinema militante della Sinistra: la realizzazione nel 1955 qui a Prato del film “Giovanna” di Gillo Pontecorvo. Su questo Blog nel 2015 ho postato tutta una serie di documenti su quell’opera. Giraldi, giovanissimo, era aiuto regista di Pontecorvo e nel film interpreta anche un piccolo ruolo, quello di un carabiniere al quale viene dato l’incarico di portare un neonato alla madre che è impegnata ad occupare una fabbrica tessile. Nel video qui sotto ne trovate un frame ma potete vedere il film intero su youtube digitando Giovanna storia di una donna oppure https://www.youtube.com/watch?v=T816yOHIvAQ&t=43s

Qui di seguito il reloaded dell’intervista

in ricordo di Franco Giraldi un gentiluomo del cinema italiano  

reloaded di un mio post del 14 marzo 2015

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO PARLA FRANCO GIRALDI – PENULTIMA PARTEI

PRATO – alcune strutture di archeologia industriale

PERCHE’ GIRAI UN DOCUMENTARIO SUL FILM “GIOVANNA” DI GILLO PONTECORVO
parla Franco Giraldi

Franco Giraldi

Franco Giraldi, regista

Sono stato aiuto regista di Gillo Pontecorvo quando nel 1955 venne realizzato a Prato il film Giovanna. Di quell’esperienza pratese mi è rimasta l’immagine, prima di tutto, di una cittadina molto diversa dalla città che è oggi, una cittadina più raccolta in cui erano presenti molti elementi architettonici ottocenteschi. Parlo soprattutto dell’ambiente in cui lavoravamo, che era la fabbrica di una famiglia che si chiamava Vannini, i cui membri erano gentilissimi con noi e ci favorirono in ogni modo. Era una vecchia fabbrica di quelle ‘mitiche’, che si vedono in certe illustrazioni del mondo del lavoro dell’800, con le finestre un po’ carcerarie, i muri grigi, cupi, il cortile che ricordo così desolato, le macchine da tessitura che facevano un frastuono terribile. La fabbrica era circondata da una roggia , da cui si entrava sotto una specie di portico dove c’era l’abitazione dei proprietari. Anche l’albergo Stella d’Italia, in cui io soggiornavo, in una stanzetta, mi ricordo che aveva un sapore ancora antico, molto diverso da oggi.
Pensando a Giovanna mi viene naturale pensare all’epoca in cui fu girato: eravamo nell’ottobre del 1955, non c’era stato ancora a Mosca il ventesimo congresso, Stalin era morto da meno di due anni, eravamo in un clima abbastanza chiuso, c’era la guerra fredda, questo film era fuori dei processi commerciali, in quanto era realizzato per l’organizzazione internazionale della donna. C’era insomma qualcosa di allegramente clandestino in quello che facevamo. Per quanto mi riguarda, avevo fatto il critico cinematografico, ero allora il vice di Tommaso Chiaretti all’Unità di Roma, e collaboravo assieme ad altri con l’intento di organizzare un’associazione di amici del cinema, un associazione di appassionati di cinema, che nei nostri intenti doveva creare il presupposto per avvicinare il pubblico al cinema migliore. Io vivevo in quegli anni a casa di Gillo Pontecorvo e c’era già in me l’idea di fare il cinema. Ma quasi me la nascondevo, per pudore, per modestia un po’ autoimposta.
Quando Gillo ha cominciato a preparare il film io ho assistito alla preparazione e gli ho dato una mano. Mi ricordo che andavamo in giro per le borgate a Roma a cercare le donne con le facce giuste per interpretare il film. Devo dire che già allora Gillo aveva una specie di culto dell’autenticità del volto umano. A lui più che un attore interessava una faccia che esprimesse una luce, un segreto. Questa è una cosa che ho subito imparato da lui nelle ricerche nei mercatini rionali e per strada. Il culto della magia che c’è nel volto umano, una magia che consiste nell’autenticità.
Quindi dopo una lunghissima preparazione, che è stata anche per me una grande scuola, siamo venuti a Prato. Io ero emozionatissimo perché era la prima volta che prendevo parte alla lavorazione di un film; avevo le titubanze di uno che comincia. Eravamo quasi tutti giovani. Pontecorvo era alla prima esperienza come regista, ed anche l’operatore Erico Menczer. Giuliano Montaldo faceva l’organizzatore, forse era il più pratico di noi, perché aveva fatto l’attore in Achtung banditi e Cronache di poveri amanti. Ricordo Mario Caiano ed Elena Mannini, giovanissima, alla sua prima esperienza come costumista. Vi era un grande calore ed entusiasmo e i miei ricordi sono vivissimi, anche se sono passati tanti anni. Ricordo il clima molto simpatico che si stabilì tra le donne che partecipavano al lavoro. Era la storia della fabbrica occupata, che coinvolgeva pertanto la loro esperienza personale. Ricordo la meticolosità con cui si giravano i primi piani delle donne, e l’attenzione di Pontecorvo nel rapire una sorpresa, un lampo in quei volti. E’ per me un ricordo straordinario, perché è stata l’esperienza forse più vicina ad un certo tipo di cinema che allora come oggi sogno di fare, cioè un cinema assolutamente autentico, senza compromessi, senza diaframmi.

DENTRO UN LOCKDOWN che sia l’ultimo(!)– I giovani

DENTRO UN LOCKDOWN che sia l’ultimo – I giovani

Le stagioni della vita sono una “convenzione” più o meno realistica, a seconda del punto di vista. La vita scorre dentro e fuori di noi ed è un flusso molto diverso a seconda delle esperienze che a ciascuno di noi è dato di percorrere. Quando gli altri mi vedevano “giovane” avevano di me un’idea molto variegata relativa non univoca. A qualcuno potevo apparire un giovane di età ma già vecchio per tutta una serie di motivi; per altri un eterno bambino ingenuo ancora inesperto. I primi a tutta evidenza osservavano quella sorta di saggezza dottrinale meramente scolastica e l’assenza di palesi pulsioni passionali; i secondi si facevano forti delle loro esperienze più “pratiche e materiali”. Anagraficamente ero “giovane”; per alcuni poi ho continuato ad esserlo anche dopo il matrimonio, che da molti è considerato un passaggio dall’età giovanile a quella adulta.

Ad ogni buon conto la conquista della mia autonomia ha prodotto in me, da giovane, una forte propensione all’organizzazione di eventi ed alla scrittura di testi, oltre che la volontà di sperimentare percorsi nuovi, molto spesso originali, il più delle volte collegati a tematiche non precedentemente praticate, con uno scopo ben preciso legato alla “conoscenza” che può partire da ciò che sai fare ma che, per me, deve offrire nuovi stimoli.

Perché, oggi, scrivo queste frasi? Ho desiderio di autocelebrarmi? Può darsi di sì, ma vi dico anche che non è così! anche se a voi potrà sembrarlo!  Tra le altre cose, leggendo il titolo del post avrete anche notato un riferimento all’attualità con un richiamo nel sottotitolo ai “giovani”. Ecco già una parte della risposta alla vostra possibile domanda. Ad ogni buon conto, se vi darò l’ impressione di voler essere al centro di questo mio ragionamento, fate pure: cominciate a segnare che “non ho mai smesso di sentirmi giovane”. Anche se ho una certa età (verso i 73), ritengo di poter confermare che si è “giovani” dentro e per me non è un modo di dire, tanto così per caso. Basterebbe leggere quel che ho riportato in corsivo.

Ma come mai quel richiamo al “lockdown”? in questi giorni, come tantissimi altri, sono confinato nella mia torre d’avorio casalinga. Esco poco, non vedo quasi nessuno, sento pochi amici, interloquisco sui social. Potrei dire che sopporto con grande sofferenza queste limitazioni e condivido il moto represso di ribellione di quelli che “anagraficamente” sono giovani. Pur tuttavia, ci è stato concesso di vivere questa esperienza ed è necessario armarsi di santa pazienza, preparandosi semmai a quei momenti migliori che verranno soprattutto per coloro che hanno un’aspettativa di vita ben superiore a quella che hanno i “giovani” come me. Confesso che anche io attendo quei “giorni”, fossero anche ben pochi, che ci permetteranno di mettere a frutto le idee e i progetti che avremo saputo sognare.

Non bisogna rammaricarsi di nulla. Viviamo in un tempo molto diverso e lontano da quello in cui abbiamo trascorso, noi settantenni, la nostra gioventù. Abbiamo potenzialità comunicative di cui “allora” leggevamo sui libri di fantascienza; ma se ci si limita oggi all’ “hic et nunc” senza una visione storica ampia sul passato sarà ancora più difficile per le nuove generazioni di “giovani” superare le difficoltà dei nostri giorni per potersi meglio preparare al loro futuro.

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