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LA TERRAZZA – luogo esclusivo dell’esclusione

 

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LA TERRAZZA – luogo esclusivo dell’esclusione

Concludevo il post di ieri 11 giugno, quello dal titolo “UN VORTICE PERICOLOSO”  con quell’invito ad “essere in un mercato, in un ufficio pubblico, in treno o in una piazza” per poter  ascoltare la gente e rendersi  conto di quel che è accaduto nella nostra società in questi ultimi anni. In quel modo da me suggerito si sarebbe altresì creato un rapporto diretto, non mediatico e basta, con la gente. Anche se sarebbe bastato tastare il polso attraverso i social, comodamente seduti nelle nostre case. Ma l’ideologia, la presunzione, l’arroganza, la cocciutaggine e, spero, non gli interessi personali,  hanno fatto sì che non solo non si ascoltassero  le voci della gente che soffre ma molto spesso la si sbeffegiasse ed umiliasse nella considerazione commiserevole del loro grado di istruzione o dell’appartenenza a classi sociali considerate “infime”.

Badate bene che sto parlando del Partito Democratico che avrebbe dovuto e potuto avere un rapporto privilegiato proprio con quella parte della società meno tutelata ed invece negli ultimi tempi ha scelto, con il sostegno di una leadership forte ma sciagurata, la strada dello snobismo, smantellando gli avamposti popolari (i Circoli, le Feste) su tutti i territori, abbandonando al loro destino migliaia di persone spaventate dalla crisi oltre che impoverite a dismisura anche nel livello culturale, che hanno trovato un sostegno psicologico nelle parole d’ordine della Lega e delle Destre: solo una parvenza di futuro migliore ha spazzato via decenni di lavoro democratico sui territori periferici.

E ad errori si risponde nella foga con altri errori ancora più gravi perché non si avverte un benché minimo segno di resipiscenza. Non chiedo di tornare indietro dal punto di vista dei valori riconoscendo agli avversari  – le Destre – di avere ragione, ma insisto nel chiedere che si valuti con onestà quale sia stata l’opera educativa di una forza politica che vanta di provenire dalla tradizione socialista, comunista, cristiana, nel diffondere nel cuore della società il germe della solidarietà, della generosità, dell’apertura ai bisogni del mondo degli ultimi che interpellano le nostre coscienze. Noi siamo nati e viviamo qui in una realtà libera e democratica, in grandissima parte prospera; milioni di esseri umani vivono in luoghi dove non c’è libertà e democrazia, ci sono violenze e guerre, non c’è il minimo per poter sopravvivere. E questo avviene anche e soprattutto per l’egoismo delle classi egemoni occidentali, di cui “noi” involontariamente ma concretamente” facciamo parte.  Sono i nipoti e pronipoti, forse anche i bisbisnipoti, di coloro che sono stati oppressi e defraudati dai nostri predecessori (le Destre che inneggiano al passato non dimentichino le colpe dei loro rappresentanti così esaltati).

Leggo – e ascolto – sospiri di sollievo da parte del PD per i risultati delle elezioni comunali del 10 giugno e credo che davvero non c’è alcun limite alla dabbenaggine. Non c’è stato alcun passo in avanti; solo un rafforzamento della Destra salviniana (Lega più estrema Destra), un arretramento del M5S che perde qualche pezzo di Destra a favore della Lega, la sconfitta sicura in alcune realtà ed altrettante annunciate per il prossimo 24 giugno.

Ed in mezzo a questi disastri cosa fa il PD ancora tributario dell’incoscienza renziana? Lancia il progetto della “terrazza”! Un progetto “Verità”, a mio parere! In quella idea di utilizzare per comunicare con il “mondo”  la “terrazza” della sede romana di via Santi Apostoli c’è il nucleo della sconfitta così come la descrivevo sopra: c’è qualcosa di “esclusivo”, trasmette la volontà di non mescolarsi, di essere al di sopra di tutti, i migliori! Una sorta di “caminetto” da cui far partire delle “omelie”!

 

Joshua Madalon

 

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 7

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 7

 

Gli anni di Feltre erano ancora intensamente riferiti alle conquiste sociali; erano molto diversi da quelli che stiamo attraversando: noi crescevamo anche se le nostre strade erano lastricate di ostacoli, reali ma anche sormontabili, a parte quegli ambienti come Padova, che non era poi così distante dove il conflitto tra le forze politiche della Sinistra, non solo quelle socialiste e comuniste ma anche quelle cattoliche, e l’area dell’Autonomia ed il terrorismo nero e rosso, era palpabile. Anche se vivevamo in un territorio riparato a Sud dalle gole di Vas (nel Medioevo potevano essere una grande sicurezza), le discussioni politiche coinvolgevano tutti, compreso quelle frange extraparlamentari di Sinistra che contestavano già allora l’apertura della Sinistra verso il neoliberismo, che andava accettando l’americanizzazione del lavoro, attraverso la flessibilità, che veniva contrabbandata come conquista estrema di modernità e libertà. Ma le conquiste del movimento operaio e della società italiana erano ancora molto recenti e noi giovani cinefili volevamo segnalarle, andando anche a recuperarne ed approfondirne alcuni aspetti critici. Fu così che proponemmo di discuterne intorno alla visione di film come “I compagni” di Monicelli, “La classe operaia va in Paradiso” di Petri, “Il posto” di Ermano Olmi.

 

 

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Praticare festival ed incontrare giovani che amavano il cinema mentre continuavo ad occuparmi di insegnamento, utilizzando strumenti che in quel tempo – fine anni Settanta del XX secolo – apparivano tecnologicamente avanzati, mi spingeva anche a progettare, elaborare soggetti e sceneggiature,  sviluppando una grande curiosità verso i vari “mestieri del cinema”. Mi appassionava il mondo politico senza peraltro avere ambizioni (in quel tempo “mai” ho sottoposto la pratica politica ad un percorso di conseguimento di uno specifico ruolo amministrativo; non ero interessato ad ottenere riconoscimenti: mi piaceva e basta!) e sviluppavo allo stesso modo la mia pratica sindacale nel mondo della scuola. L’impegno civile “integrale” arricchito dall’attrazione verso il mondo dell’immagine e l’adesione all’UCCA mi pose in contatto con il Comune di Modena che in quel tempo, così come tantissime altre realtà emiliano-romagnole, aveva un Ufficio Cinema.

Era il 1980. Fui invitato a visionare la Mostra “Come nasce un film”, un percorso didattico basato su un lungometraggio di Gian Vittorio Baldi “L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale”, ispirato da una storia vera, una delle tante inutili stragi perpetrate verso civili inermi da parte dei nazifascisti e dei repubblichini. Non ebbi modo di incontrare Gian Vittorio Baldi ma, una volta concordato di poter ospitare i pannelli della Mostra, lo contattai a telefono per invitarlo a Feltre all’inaugurazione. All’ultimo momento, però, ci fu un contrattempo e il regista non riuscì a venire. Mi aveva detto che somigliava ad Alfred Hitchcock, ma io non l’ho mai incontrato. Il tema ci consentiva di rafforzare il rapporto con l’ANPI a Feltre e con quanti avevano vissuto gli anni della Resistenza, partecipandovi attivamente. Fu un successo al quale contribuirono l’ex Sindaco di Feltre Giorgio Granzotto, il grande artista Bruno Milano ed il filologo Silvio Guarnieri.

 

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Questa iniziativa, fu l’ultima, per me in terra feltrina. Stavamo progettando il trasferimento. Deluso il nostro “padrone di casa”: “Andate da quei ‘bestemmiatori’!” riferendosi ai toscani, ci disse, quando seppe che saremmo andati a Prato.

 

 

Joshua Madalon

da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 6

 

 

 

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 6

 

Quel che accadde giovedì 6 maggio 1976 non l’ho vissuto direttamente, perché non ero a Feltre: ero sceso a Napoli per concludere quella fase di corso abilitante cui avevo partecipato,  con il colloquio finale.

Me lo ha raccontato Pinuccio Loiacono, compagno di Partito e convivente provvisorio per necessità reciproca in tempi di “vacche magre”.

In quel periodo lui però era ancora al Park Hotel, un Albergo gestito da meridionali molto vicino alla Stazione ferroviaria. Non ci si conosceva ancora. Dopo cena, era andato intorno alle 21.00 in bagno, proprio quando arrivò lo scossone più forte, 6.5 della Scala Richter. Tutto tremò ed andò all’aria ma la cosa tremenda fu il black-out ed il conseguente disorientamento per psicosi, per cui Pino rimase chiuso nel bagno in preda al panico.

Il sisma aveva colpito il Friuli a nord di Udine creando danni enormi in aree prevalentemente montane provocando 990 morti e oltre 45.000 senza tetto. A Feltre non ci furono danni evidenti ma molta paura. Quell’evento mi ha insegnato a capire la profonda dignità di quel popolo, che non si perse d’animo in piagnistei ed in pochi anni ricostruì in modo diretto il proprio habitat. Di quell’evento avemmo testimonianza anche da parte di un altro collega originario del Friuli, che aveva perso tutto, tranne una fornitissima biblioteca familiare che portò a Feltre e con la quale rivestì totalmente l’appartamento che aveva preso in affitto senza mobili, arrivando a dormire sugli stessi libri in un atto d’amore folle. Un collega carissimo di cui ho perso le tracce, un uomo geniale, originale, dalla tipica fisicità montanara, votato alla solitudine randagia.

In quegli anni la passione per il Cinema si era abbinata a quella della Politica, del Sindacato. Avemmo modo di collaborare anche con l’ARCI e con l’ANPI in una occasione particolare. Con la prima Associazione che non aveva una sede a Feltre si entrò in contatto per stabilire una collaborazione, dopo che con il giovane Francesco Padovani avevo fondato il Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe”. C’era un gruppo attivo a Ponte nelle Alpi a nord di Belluno. E si aderì all’UCCA, l’Unione dei Circoli Cinematografici dell’ARCI. Così si avviarono una serie di rapporti anche con Padova e Venezia e da lì al livello superiore fino a Bologna ed a Roma. Fu così che ebbi modo anche di frequentare Festival come quello di Venezia, di Pesaro e di Cattolica e di incontrare amici che avrei poi continuato a frequentare con il mio trasferimento in Toscana, in modo particolare Andrea Coveri di Prato e Jaurés Baldeschi di Castelfiorentino.

Tra le tante iniziative culturali e cinematografiche, senza mai dimenticare la mia passione civile e politica, sarebbe molto importante ricordare quella dedicata al Lavoro ed al Movimento operaio che mi pose in contatto con alcune strutture romane molto importanti, come la Cineteca Italia-URSS curata dai fratelli Predieri e la Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico con cui ho costruito anche in seguito una serie di collaborazioni.

 

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Ho accennato all’ “occasione particolare” di collaborazione tra ARCI ed ANPI e ne parlerò nel prossimo post, dopo aver anche ricordato in modo più preciso le caratteristiche della Rassegna sul “Movimento operaio”.

…continua….

 

Joshua Madalon

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 7

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 7

Tutto intorno ai nostri percorsi c’è un mondo nascosto sotterraneo che sarebbe molto interessante poter visitare. Napoli ha tesori incommensurabili nel sottosuolo e soprattutto in questa parte della città. La Sanità (Sanitas, ovvero “salute”) ha avuto un ruolo storico per il “popolo”. La nobiltà partenopea risiedeva sostanzialmente all’interno delle mura contrassegnate oggi dalle “porte” di ingresso. Quella da cui eravamo partiti con la guida, dal punto in cui c’era l’appuntamento, è Porta San Gennaro, la più antica delle nove porte di Napoli, anche se purtroppo è forse tra quelle meno conosciute; di certo era molto importante ed il suo nome derivava dal fatto che da qui partiva l’unica strada che conduceva alle Catacombe di San Gennaro; era conosciuta anche come porta del tufo”, perché da lì entravano i grandi blocchi di tufo provenienti dalle cave del vallone della Sanità, delle quali parleremo dopo. Tra le altre porte la più famosa è quella “Capuana” il cui toponimo è indicativo della direzione di uscita verso la città di Capua; per noi studenti liceali ed universitari rimane impressa Port’ Alba, sede di bibliofili e librai, a pochi passi dal Convitto “Vittorio Emanuele II”, dal Conservatorio “San Pietro a Maiella” e dall’Università “Federico II” in via Mezzocannone. Altre porte sono Porta di Costantinopoli, Porta Carbonara, Porta del Carmine, Porta Medina, Porta Nolana e Porta del Santo Spirito. La guida aveva trottato lasciando indietro un po’ di persone; poi per fortuna il caldo e l’ipotesi di dover parlare ancora un po’ la sollecitarono ad un breve break per acquistare una bottiglietta d’acqua. Così il gruppo si ricompose. Proprio di fronte a quel barettino c’era l’ingresso dell’Acquedotto augusteo del Serino. Un’opera fondamentale di origini per l’appunto “augustee” datato 10 d.C. che partiva (in verità continua a farlo) dall’entroterra campano irpino per raggiungere la sede della flotta imperiale romana a Miseno. Era chiuso ma non avevamo in programma la sua visita: sarà per una delle prossime volte!

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Dopo la sosta benefica – non solo per la guida – si riprese la sgroppata fino alla Chiesa di Santa Maria della Sanità, quella che potete ammirare anche nel recente film dei Manetti Brothers, “Ammore e malavita”. La piazza è ampia, quasi ad affermare la volontà del popolo a partecipare alle grandi adunanze di festa e di dolore. Nella torre abita un nobile moderno uomo di fede, Alex Zanotelli, che lì ha deciso di risiedere, in quel territorio così denso di contraddizioni dicotomiche. La costruzione è della fine del XVI secolo ma risiede sopra le Catacombe di San Gaudioso, alle quali si accede dall’interno della Basilica attraverso una cancellata posta sotto il presbiterio della chiesa seicentesca . Il territorio è ricchissimo di ipogei cristiani, grazie anche all’abbondanza di materiale tufaceo che veniva asportato per costruzioni edilizie che mantenessero gli interni delle abitazioni fresche di estate e calde d’inverno. Molto più importanti e non poco distanti vi sono le catacombe dette di San Gennaro.
Straordinari per la loro bellezza sono il pregevole monumentale pulpito ed una rampa barocca che si innalza da due parti verso il presbiterio. Molto suggestiva è la cripta sottostante.

Joshua Madalon

…fine parte 7…continua

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 6

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 e dintorni – parte 6

La domanda non ottenne risposta: “Dunque, a Napoli, ogni settimana ha la sua festa “patronale”?” Non insistetti, anche perché la nostra guida sembrò non accogliere il mio quesito. E si partì per via Crocelle a Porta San Gennaro in fila indiana costeggiando le file dei negozi che si affacciano direttamente con i loro prodotti sulla strada. Voci indistinte per qualità e quantità. Noi, turisti, di gran carriera a procedere dietro il piccolo gruppo che procedeva mostrando curiosità mescolata a sapienza e qualcun altro per motivi fisici o per distrazione si attardava. Noi eravamo più o meno a metà fila, facendo attenzione alla direzione del gruppo. Primo luogo da visitare, il Palazzo dello Spagnuolo. In via Vergini 19.
Tutto intorno si respira in modo ampio e diffuso la presenza di uno dei personaggi più importanti della storia napoletana ed italiana, quella del principe Antonio De Curtis, ovvero Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio Gagliardi Focas di Tertiveri, in arte Totò.

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Totò era nato alla fine del XIX secolo proprio in quel quartiere, in via Santa Maria Antesaecula e, dalla sua morte nel 1967 non avendo compiuto ancora i 70 anni, gli abitanti del rione Sanità non hanno mai smesso di chiedere, ricevendo promesse mai mantenute, l’apertura di un Museo che ne ricordasse la figura così come egli meriterebbe. E proprio il Palazzo dello Spagnuolo dovrebbe essere il luogo adatto per tale compito. All’ingresso vedemmo che per ora solo una raffigurazione scultorea aveva marcato il territorio.
La struttura del palazzo costruito nella prima metà del XVIII secolo è stata resa celebre dalle location cinematografiche. Una delle ultime ne ha modificato, si spera provvisoriamente, il colore. Ci si riferisce a quella celebrazione della canzone napoletana che ha voluto fare John Turturro con il suo “Passione”. Il Palazzo viene utilizzato come luogo di ambientazione della coreografia collegata alla celebre canzone “Comme facette mammeta”, esaltazione della bellezza femminile, cantata da Pietra Montecorvino. L’atrio risuonava anche nel momento della nostra visita di quel motivo e ne rivedevamo mentalmente le forme femminili danzanti sui ballatoi. L’architettura vivace e mossa si impresse visivamente nei nostri occhi.
Scattammo come tanti altri le nostre foto. E poi di corsa verso un’altra dimora nobiliare, assai simile a quella che lasciavamo alle nostre spalle. La strada impercettibilmente si solleva (proseguendo si arriverebbe a Capodimonte); lasciammo via Vergini ed alla confluenza di Via dei Cristallini andammo, seguendo il passo della guida e del gruppetto che la interrogava, a sinistra in via Arena della Sanità e poi via Sanità. L’obiettivo era il Palazzo Sanfelice, una copia leggermente diversa da quella del precedente “Palazzo dello Spagnuolo”, utilizzato anche questo per location cinematografiche, la più celebre delle quali fu “Questi fantasmi” commedia amara di Eduardo, diretta da Renato Castellani nel 1967.

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Su Eduardo De Filippo ce ne sarebbe da raccontare, a partire dalla sua scelta di trattare un argomento come quello esposto ne “Il Sindaco del rione Sanità”, ma è tutta un’altra storia, quella di don Antonio Barracano, personaggio positivo, un mediatore di conflitti, in un ambiente che richiama alla pratica della malavita.

….fine parte 6….continua

Joshua Madalon

PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 4

Mentre si chiacchierava piacevolmente, arrivarono altre persone incuriosite dal fatto che non si poteva andare oltre, essendo zona militare limitata da un alto cancello l’accesso al “faro”. Mi tornò in mente l’opening di “Citizen Kane”, opera prima ed assoluto immenso capolavoro di Orson Welles.

NO TRESPASSING – Vietato entrare.

Indicai loro, però, una via per godere dell’immenso panorama nascosto da quella posizione angusta: da un terrapieno sul lato est ci sono delle scalette che aprono ad un sentiero agevole se percorso nella mattinata ancora fresca di notturna rugiada. Noi ne avevamo escluso di poterlo percorrere visto l’ora tarda tendente al picco di sole sulle nostre teste, ma ciononostante lo consigliavo in particolare a coloro che non sarebbero potuti tornare a piacimento essendo turisti provenienti da terre lontane. Quel sentiero conduce sul picco del capo Miseno dal quale si gode la vista dell’intera area flegrea.

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Sorvolai sul senso dell’altro cartello, che di certo sottolineava una delle abitudini purtroppo connaturate all’ignoranza ed alla maleducazione di una parte, ne basta purtroppo una “minima”, della popolazione. “DIVIETO DI DISCARICA” si legge. A tutta evidenza segnala questo comportamento abietto che porta a considerare il territorio, nella sua totalità, con uno scarso rispetto.

Siamo nel 2018, ma anche nel 1971 a mia memoria scrivevo alcune note in un libercolo del quale ho annunciato la riproposizione in un altro blocco di post.

Ritornammo poi dall’altra parte del tunnel accompagnando i nostri amici occasionali e li salutammo con cordialità, augurando loro “buona fortuna”. Avevamo fretta di tornare a casa, perché nel pomeriggio inoltrato sarebbe arrivata nostra figlia Lavinia, segno del nostro affetto per i miti, da Roma.
“Venite a prendermi alla stazione di Pozzuoli! C’è stato appena adesso uno scippo sul treno: hanno portato via un cellulare ad una ragazza!”
Un ottimo sistema di salutare gli “ospiti” di questa terra e non penso proprio che sia stata felice, quella ragazza, a vivere l’esperienza dello scippo come quei turisti del film “Ammore e malavita” a Scampia.

La telefonata rivelava una preoccupazione del “benvenuta in questa terra desolata” che non ammetteva dubbi: dovevamo andare insieme, Marietta ed io, e non io da solo come pensavamo ad attenderla direttamente al binario.
Uno scippo in tutta regola: strappato dalle mani di una giovane ragazza che, a Piazza Garibaldi, era appena salita e sostava sul vano di ingresso della vettura, smanettando sul suo dispositivo. Rapido il giovane a sfilarlo di mano e saltare giù dal treno proprio nell’attimo in cui le porte si chiudevano.
Rinfrancata dalla nostra presenza e dalla confortevolezza del ritorno in famiglia nel rivedere luoghi ed oggetti della propria infanzia, Lavinia si rasserenò, aiutata anche dall’incontro con la zia Teresa, vulcanica ed esplosiva espressione umana della terra flegrea.
Il giorno dopo ci attendeva una escursione programmata al Quartiere Sanità, luogo ingiustamente famoso per scontri tra bande opposte di malviventi autoctoni in conflitto per la leadership territoriale, ma estremamente ricco di storia. Avevamo prenotato on line con un gruppo, “Insolita Guida”, già prima di partire. Io, la Sanità, l’avevo visitata in “solitaria” poco meno di un anno prima, e ne ero rimasto incantato.

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Joshua Madalon

…fine parte 4….continua….

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

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PASSEGGIATE FLEGREE 2018 – parte 3

L’auto l’avevamo lasciata all’imbocco del tunnel che porta verso la struttura militarizzata di capo Miseno. Ritornammo da quella parte e dietro suggerimento di un amico scendemmo oltre a piedi: ci aveva indicato la presenza di un Ristorante tipico di quella zona, il “Primitivo”, suggerendolo per la qualità tipica del menu proposto basato su prodotti locali, soprattutto di mare. Lo trovammo chiuso con un’indicazione scritta a mano su un cartello apposto davanti ad un cancello, dal quale si intravedeva un interno agreste: una trattoria di campagna che ci riportava al ricordo delle classiche “pagliarelle” del secolo scorso, dove fermarsi a bere del buon vino e gustare il pesce azzurro. Non avrebbe aperto se non che dopo la nostra partenza e rimandammo la visita ad un nostro ritorno più in là nel tempo.
Ritornammo verso l’alto a riprendere l’auto ed incrociammo una coppia che proveniva dall’alto, da “Cala Moresca”,
ed era interessata a fare il nostro stesso percorso. Ci chiesero un passaggio nel tunnel, preoccupati “forse” della scarsa agibilità; ma da quel che ricordavo, vagamente per i trascorsi giovanili (era un luogo dove appartarsi con sicurezza), ci si passava con difficoltà ma “ci si passava”, nel caso avessimo dovuto incrociare un’altra vettura.
Era una coppia “mista” quanto a provenienza regionale: lui, molto chiaramente “siculo” di Catania; lei, invece, autoctona ma ormai “emigrata” al Centronord per lavoro. Entrambi avevano scelto di andare a vivere lontano dalle loro terre d’origine: e tutti e due erano nel settore dell’istruzione, lei in una Scuola d’infanzia lui in una Media Superiore. Parlammo di comuni esperienze e lei (non chiedemmo i nomi visto l’occasionalità dell’incontro) ci disse che tornava volentieri a Bacoli ma, non avendo più “casa” propria, si appoggiava ad una sorella. Ci soffermammo ad argomentare sui danni della “Buona Scuola” ed in particolare sui criteri prescelti che assomigliavano a quel famoso “Facite ammuina”

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

Il riferimento è ovviamente alla modalità con cui docenti del Sud sono stati sballottati al Nord o, quando è andata bene, al Centro o nello stesso Sud la qual cosa, essendo quel territorio privo di infrastrutture viarie (strade e ferrovie) sufficientemente utili a rapidi spostamenti, equivaleva ad andare molto lontano dalla propria città con enormi disagi
(per capirci, ed orientativamente, basta sapere che si arriva molto più velocemente a Roma da Napoli che da Pozzuoli a Napoli); senza aggiungere che i costi della vita sono molto diversi e chi dal Sud va verso il Nord deve mettere in conto spese ben superiori rispetto a chi dal Nord venisse verso il Sud. Ciò che è ancora più assurdo è il fatto che l’algoritmo “naturalmente” non considerava il “fattore umano” e posti liberi al Sud erano stati occupati da colleghi del Nord mentre lassù accadeva l’inverso.

Joshua Madalon

…fine parte 3…. continua

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale… quella politica e cinematografica – ottava parte – 3

Ci si arrampicava con una vecchia FIAT 750 donata al Partito Comunista da qualche sostenitore su per i tornanti insieme al compagno Damiano Rech; questo accadeva soprattutto quando portavamo la tessera a queste famiglie montanare, all’interno delle quali c’erano anziane ed anziani che avevano partecipato alla Resistenza e qualcuno di quelli che avevano vissuto il tempo della Prima Guerra Mondiale in quei territori a cavallo tra i confini italiani ed austro-ungarici: non era – e forse non lo è ancora oggi – insolito sentirsi rispondere: “Comandi!” al solo accenno di un quesito. Nelle campagne elettorali ritornavamo in quei luoghi a fornire le indicazioni di voto ed altre volte, ma raramente, ci capitava di passare di là per la consueta distribuzione del nostro quotidiano, “l’Unità”. Ogni domenica o festività laica, il 25 aprile o il 1° maggio, organizzavamo i gruppi, di solito formati da due compagni, per la distribuzione delle copie del giornale in città e nelle frazioni e non di rado ci si fermava a parlare, invitati a bere un bicchiere di grappa o di vino, che personalmente ho spesso rifiutato guadagnandomi inimicizie non solo formali: il diniego era considerato una vera e propria offesa. Nei primi tempi non riuscivo a districarmi da questo “impegno” e tornavo “ciùco” a casa, per fortuna accompagnato da qualche compagno gentile.
Una delle prime volte che con il Sindacato ci si era recati a Belluno fui vittima della generosità di un compagno molto robusto ed alto che, sulla via del ritorno, mi obbligò a bere del vino aspro perché fatto con uve non del tutto mature alternato a grappe. Il guaio era che l’amico occasionale si fermava a tutti i punti di ristoro che si incrociavano sulla Strada Statale 50 che da Belluno riportava a Feltre e mi costringeva a bere mostrandomi un ghigno ad ogni timido rifiuto. Ovviamente dopo quella volta non capitò più, perché stetti così male, ma così male!
Intanto in quegli anni insieme alla maturazione politica e sindacale si sviluppò anche quella cinematografica e trovai per questa “passione” la collaborazione dello IULM sede staccata di Feltre, dipendente da quella centrale di Milano. Fu molto importante allo stesso tempo l’amicizia con un giovanissimo, Francesco Padovani, che ora è il Direttore della Biblioteca di Pedavena e con alcuni docenti come Cristina Bragaglia o critici cinematografici come Leonardo Quaresima e Giovanna Grignaffini o grandi cinefili come l’architetto Carlo Montanaro. Insieme a Francesco fondammo il Circolo di Cultura Cinematografica “La Grande Bouffe” ispirato in modo indiretto al film di Marco Ferreri, ma per noi doveva significare “una grande scorpacciata” di film. E mettemmo in piedi molte rassegne, aiutati da strutture pubbliche come la Scuola Media, dove c’era un Preside molto disponibile con noi giovani, Gianni Campolo; oppure il Cinema della Curia, che ospitò alcune Rassegne, una delle quali indirizzata espressamente ai giovani con pellicole che si riferivano ai grandi concerti pop del tempo (anni Settanta). E non mancarono rassegne dedicate al cinema d’animazione – per grandi e piccini – così come quella relativa ai capolavori del giallo. Con l’Università allestimmo anche dei percorsi sull’Espressionismo e sul Cinema francese degli anni Trenta; a seguire ma fuori dall’Università, nei locali Liberty della Birreria Pedavena, lanciammo uno sguardo d’insieme al nuovo Cinema tedesco che in quegli anni stava producendo autentici capolavori grazie ad autori come Herzog, Wenders, Fassbinder e altri.

Joshua Madalon
….continua….

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale…e quella politica – ottava parte – 1

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da giovane: la sensibilità ambientalista, storica e culturale….e quella politica – ottava parte – 1

Il “papa” buono aveva lasciato un grande ricordo in particolare nella sua terra e l’ideatore del Concilio che aveva aperto le porte verso i non credenti era anche un punto di riferimento per l’arte cinematografica in quegli anni di speranze. Bergamo era anche la città di Ermanno Olmi, attento indagatore della realtà sociale urbana degli anni del boom economico con tutte le sue contraddizioni ed allo stesso tempo autore capace di recuperare i meccanismi sociali della vita contadina nelle sue valli.

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Straordinaria ed unica nel suo genere fu proprio negli anni della mia esperienza settentrionale la descrizione della difficile esistenza di una comunità bergamasca alla fine del XIX secolo, riportata in quel capolavoro che è “L’albero degli zoccoli” insignito – tra gli altri premi – della Palma d’oro a Cannes nel 1978. Ma le prime prove, quelle d’esordio che diedero il segno del modo in cui il Cinema poteva – oltre il Neorealismo – abbinare la documentazione sociale alla fiction furono per me, frequentatore assiduo di sale cinematografiche d’essai, una vera “epifania”. I giovani che con tanta cura Olmi descrive nei tre primi film sono i rappresentanti di un mondo reale già allora alla ricerca di una propria collocazione nel mondo del lavoro. Olmi, chiaramente cattolico e cristiano, parlava a tutti in modo aperto, allargando il suo orizzonte sulle questioni più rilevanti del mondo operaio. Di fronte a lui, con uno sguardo in partenza alternativo, Pier Paolo Pasolini aveva da più tempo volto lo sguardo agli “ultimi”, ai diseredati con film quale “Accattone”, suo esordio seguito dall’altro capolavoro, “Mamma Roma”. E, poi, aveva guardato con grande attenzione dentro di sé e si era interrogato intorno ai misteri dell’esistenza, indagando percorsi della fede e del mito attraverso opere ricche di una forma di cristianesimo naturale.
Questo era il mondo che mi circondava in quegli anni nei quali la mia maturazione culturale, sociale e politica prendeva forma. Erano gli anni, quelli precedenti alla mia partenza da Pozzuoli, nei quali già frequentavo la “Pro Civitate Christiana” di don Giovanni Rossi con i Convegni di fine anno, dove incrociai Pasolini e il giovanissimo Guccini. Ed erano anche gli anni in cui organizzavo Cineforum di frontiera, sfidando senza però alcuna volontà di provocazione la mentalità retrogada di una parte della Chiesa, che – malgrado tante aperture “conciliari” – non aveva aperto le braccia a coloro che chiedevano di essere ascoltati.
A Bergamo rimasi poco più di un mese; poi mi si aprì un mondo che non conoscevo in modo diretto ma che portò a compimento la mia scelta ideologica. Erano gli anni Settanta e furono quelli che al culmine di una lunga battaglia sindacale permisero agli operai di accedere a percorsi di studio mirati al conseguimento di un titolo. Non ero impegnato direttamente nelle “150 ore” ma il mio coinquilino, un ragazzo di Rieti, il cui cognome oggi mi appare davvero “strano” (si chiamava Renzi, ma non aveva nulla che lo potesse far somigliare a quel personaggio dei nostri giorni), aveva avuto l’incarico di seguire uno dei corsi attivati alla Scuola Media “Rocca” di Feltre. Io, intanto, mi ero iscritto – per la prima volta volontariamente – al Partito Comunista Italiano ed alla CGIL.

fine settima parte – 3….continua

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da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

Bergamo

da giovane: Bergamo, Pasolini e Giovanni XXIII, le lotte operaie, l’antifascismo – parte sesta

Ben prima che si concludesse la mia esperienza militare involontaria (lo chiamavano “obbligo”), in attesa che si svolgesse il concorso per gli aspiranti docenti, avevo già inoltrato una serie di domande per supplenza in varie scuole del Paese. il desiderio di mettermi alla prova era tanto ed anche la volontà di affrancarmi dalla famiglia, che non mi aveva mai fatto mancare il sostegno ma non possedevo altra autonomia che la mia naturale esistenziale e generazionale “rabbia”, che mi spingeva alla fuga. Avevo scelto scuole in realtà lontane dai miei luoghi: Lombardia, Veneto; oppure province periferiche come Rieti. Utilizzai il tam-tam degli amici più anziani, che erano già partiti e dispensavano saggi consigli a coloro che desideravano avviare la loro storia lavorativa prima possibile. Erano ancora tempi pre-elettronici e le convocazioni pervenivano attraverso telegrammi. Il primo che arrivò a casa fu quello di un Istituto Tecnico Industriale di Bergamo: una supplenza di dieci giorni per sostituire un docente che doveva sottoporsi ad un intervento chirurgico. Era il 1975. Fine ottobre. A Bergamo avevo dei punti di riferimento: un mio carissimo amico di naia, attivissimo nel sociale e nella politica praticata extra parlamentare di Lotta Continua ed un ferroviere che negli anni precedenti avevo avuto modo di valutare sui campi di calcio e sul selciato dei nostri spazi ludici. Li contattai prima di partire giusto per orientarmi. In partenza non sapevo di dover avviare la mia storia di docente confrontandomi con la realtà del mondo del lavoro; sostituivo il “collega” in due classi di serale e cominciai immediatamente anche se il tempo sarebbe stato breve a conoscere meglio il variegato cosmo delle attività lavorative. Più che trattare della guerra dei Trent’anni, che in ogni caso affrontai, ascoltammo la voce del mondo operaio ed impiegatizio. Avevo mattine e pomeriggi liberi, anche se in quel breve spazio di tempo, e frequentavo insieme a Fausto e Peppino (i due amici di cui accennavo) gli ambienti politici e sindacali.
Erano anni di grande fermento e di grandi paure. Il 1975 aveva visto l’affermazione del PCI nelle elezioni amministrative del 15 giugno ma nell’anno precedente c’erano stati picchi sanguinosi della strategia della tensione proprio allo scopo di impedire l’avanzata del movimento operaio: il 28 maggio in Piazza della Loggia, a Brescia a pochi passi da dove mi trovavo ed il 4 agosto sulla linea ferroviaria Bologna – Firenze con il treno Italicus due gravissimi attentati terroristici di matrice fascista insanguinarono il Paese.

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Ebbi modo di conoscere altri giovani docenti e, dopo il proseguimento della mia iniziale supplenza, ebbi altre occasioni di lavoro, intervallate da pochi giorni impegnati essenzialmente alla loro ricerca. Funzionava così: non so se fosse del tutto regolare ma era difficile per tantissimi “aspiranti” accettare pochi giorni di supplenza ed allo stesso tempo era difficile per i Dirigenti di allora coprire quelle “assenze” di cinque-sette giorni. Conclusa l’esperienza del “serale” non tralasciai di seguire le vicende politiche e sindacali sia quelle nazionali che quelle locali: uno degli ambienti più fervidi sotto questi aspetti era la mensa del Dopolavoro ferroviario, dove consumavo i miei pranzi, che a quel tempo era aperto anche ai non ferrovieri, che – come me – lo utilizzavano per la convenienza soprattutto ma non solo di tipo economico.
E l’altro luogo che frequentavo di pomeriggio era una Sala cinematografica d’essai intitolata a papa Giovanni XXIII.

Joshua Madalon

…fine parte sesta….