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13 giugno – L’OCCHIO DELLO STRANIERO – 1

L’occhio dello straniero – dopo una prima introduzione ecco la seconda

Da “straniero” lo sguardo è certamente reso più libero da quei condizionamenti cui invece chi è nato e vissuto in alcuni ambienti è sottoposto, molto spesso con naturalezza, inconsapevolmente. Amicizie, inimicizie, complicità, interrelazioni, compromessi, sopportazioni appartengono in modo più ampio a chi  ha deciso di non allontanarsi dal proprio ambiente ed ha voluto, e potuto, costruire la sua storia e quella del suo ambito familiare e di lavoro nei luoghi dove i nonni – e a volte altre generazioni – e i genitori hanno potuto e voluto trascorrere la loro vita, installare le proprie attività private. Quindi lo “straniero” si va ad inserire in una realtà consolidata, nella quale tutto scorre in modo naturale ma con una distinzione quasi sempre abbastanza evidente per chi dall’esterno ne osserva il corso, possedendo cultura e capacità interpretativa dei percorsi umani attraverso la conoscenza della Storia, della Letteratura e della Cultura.

Proprio perchè ciò che è stato permane ma la vita continua a fluire con quelle modalità acquisite e si va consolidando nella trasformazione impercettibile, allo “straniero” non è data altra possibilità che l’iniziale acquisizione dell’ hic et nunc, come un fotogramma o una serie di questi ma cristallizzati nell’immanenza provvisoria. Per la descrizione e l’elaborazione di tali scenari, lo straniero viene apprezzato per la sua capacità di saper cogliere alcuni aspetti che, all’interno di percorsi ormai abitudinari, gli “autoctoni” hanno troppe volte perso di vista. Ma assai spesso tali approfondimenti finiscono per far emergere aspetti, a volte lievi ed in apparenza insignificanti che si vorrebbero allontanare, esorcizzare, trascurare perchè tante volte fa male riconoscerli. E’ a questo punto che avviene una divaricazione tra ciò che fa piacere e ciò che dispiace e lo straniero finisce per essere apprezzato ma anche odiato: il primo sentimento è palese, il secondo rimane invece sotto traccia e provoca alla lunga veri e propri disastri. Qualcuno conferma e rafforza in modo sincero la stima riconoscente, qualche altro nasconde sin dai primi confronti un sentimento di odio, preferendo celare a se stesso una parte della verità che gli appartiene nel mentre apprezza con ipocrisia; qualche altro ma pochi con franchezza e disprezzo si allontanano.

Ebbene, è una parte della mia storia, questa dello “straniero”. Per un periodo sono stato meno “estraneo” ai percorsi di questa città, parlo di Prato; oggi, ma ormai da un po’ di anni, sono ritornato ad essere essenzialmente un apolide, uno “straniero” in Patria, perché “italiano” lo sono, ma….

Osservare dall’esterno ha certamente dei vantaggi ma si corre il rischio di essere portatore “inconsapevole” di quella forma di ipocrisia che si vorrebbe combattere. Ma la “funzionalità del pensiero libero” non può farsi limitare da sovrastrutture ideologiche o di appartenenza ed è per questo che avverto sempre più la lontananza da chi si dichiara di appartenere ad una “parte” del pensiero ideologico ma limita la sua libertà condizionandola a quegli schematismi. Ecco il motivo per cui su alcuni aspetti dissento dalle valutazioni generiche della Sinistra dogmatica. Nel prossimo post andrò dritto all’argomento, partendo da quel che si è verificato negli ultimi due mesi qui a Prato.

12 giugno – L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – INTRO

L’OCCHIO DELLO “STRANIERO” – intro

Questi “post” sono a corollario di una ipotesi: è molto importante sentire quel che pensa un “osservatore esterno” e prendere in considerazione il suo giudizio – l’idea che ho è che io sia stato uno “straniero”; poi sono diventato funzionale ad un “sistema”; oggi mi sento ancora una volta uno “straniero” – quel che è scritto in questa “intro” è solo davvero un preambolo

intro

Quando arrivi in un posto da lontano, sia questo Bergamo, Feltre o Prato, per starci in quel momento tu credi per sempre, ti nutri di tutti gli aspetti nuovi o diversi, reali o apparenti non importa; ma il tuo sguardo ancor più se sei giovane ed in attesa del “tuo” futuro è scevro da qualsiasi sovrastruttura che si sia già stabilizzata ed hai una grande libertà di giudizio, essendo libero da condizionamenti resi già stretti da più o meno lunghi rapporti e possedendo alla fine dei conti una certa fiducia nelle tue qualità. Alcuni appunti sulla mia presenza all’inizio e poi sulla mia permanenza, breve, meno breve e poi lunga, nell’ordine sopra segnato (Bergamo, Feltre e Prato), li ho conservati. Sono trascritti a mano e si perdono  tra le migliaia di fogli che conservo in luoghi reconditi ed inaccessibili, non solo della memoria che difetta man mano nel corso del procedere degli anni, ma realmente in casse, faldoni, cassetti, ripostigli, soffitte, garage (a tale proposito non riesco ad accedere per mancanza di spazio nel garage di Pozzuoli ed in una parte del garage di Prato).

In questi anni una parte di questi “fogliacci” li ho salvati e pubblicati su questo Blog. In tutti questi anni di permanenza a Prato era abbastanza normale pensare che tra il 1982 ed il 1985 possa essere stato “straniero” con gli occhi aperti sulla “nuova” realtà. Venivo da Feltre, una piccola città, molto importante per me e per la mia famiglia; ma lì sapevo che la mia “estraneità” sarebbe durata per tutto il tempo, anche se ho lasciato molti segnali tra la pratica sindacale e quella politica, sempre contornata da esperienze culturali. Arrivando a Prato portavo con me nella bisaccia una serie di progetti realizzati e tanti da poter realizzare. Era la cultura cinematografica, quella che mi sospingeva, vissuta insieme ad un piccolo gruppo di amici e compagni; e a Prato c’era già in essere il progetto di riconversione degli spazi politici ed associativi di via Frascati; in via Pomeria c’era la sede dell’ARCI (là dove fino a poco tempo fa c’era l’ex caserma dei carabinieri ed ora c’è un complesso residenziale) ed io cominciai a frequentare quegli spazi. Politicamente ero nel PCI, a Feltre avevo cominciato anche ad imparare a fare le campagne elettorali su per le montagne e la diffusione dell’ Unità nelle frazioni più piccole e remote fatta da “stranieri” funzionava alla grande: c’era passione e con essa emergeva la nostra genuinità. A Prato dove la “forza lavoro” di questo settore – intendo la propaganda politica – era sicuramente più numerosa, pur mantenendo l’adesione al Partito Comunista, per un po’ di tempo, tra il 1982 ed il 1992, ho lavorato esclusivamente nel settore della cultura cinematografica ARCI – UCCA a livello regionale, oltretutto. E per l’appunto, in quella prima fase, avendo assunto ruoli dirigenziali, ho messo a frutto alcune impressioni sulla realtà con la quale ero chiamato a confrontarmi, “straniero” tra – per me – “stranieri”.

10 GIUGNO – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) per la 5 vedi 11 maggio

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 6 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Resta comunque da aggiungere che in una futura realizzazione occorrerà tener bene presente questo aspetto per evitare che si perda tutto il lavoro di preparazione e di allestimento per una difficoltà che può essere affrontata e superata. Clair ci ha fatto sorridere, e sentir dire che non piace ai cinefili ed ai critici ( la storia è vecchia e si rifà agli Anni Cinquanta) non ha convinto i nostri spettatori, che forse non sono né cinefili né critici (a loro merito, si intenda!). Vedere “A me la libertà”, avendo negli occhi il ricordo più noto, anche se posteriore, di “Tempi moderni”, ha iniettato nelle vene una carica di ottimismo, pur se, considerando la nostra realtà, con le acute difficoltà che attraversa il mondo e il lavoro, a molti di noi ha fatto masticare un po’ d’amaro; ma la libertà è sempre bella!

E così gli spettatori, richiedendo “Le Million”, si sono voluti confondere tra coloro che rincorrono con la fantasia i loro sogni, le loro chimere, che hanno ansia di risollevarsi dalla quotidianità misera. Questo tipico esempio di film clairiano basato sulla struttura circolare di corsa-inseguimento ha anche una ulteriore valenza per conoscere quelli che furono i problemi creati dall’avvento della “nuova” tecnica del sonoro, cui Clair, dopo un iniziale rifiuto, non intende rinunciare del tutto a questa novità. Egli vi aderisce (anche se quando gira “Le Million” ha già girato un altro film “sonoro: “Sous les toits de Paris”), sfruttandone a pieno le potenzialità, pur limitando il dialogo all’essenziale.

Su Renoir si parlerà altrove più a lungo. I film visti (a parte ” La Bête humaine” – L’angelo del male che ha avuto qualche problema per essere compreso) sono bastati al pubblico per rendersi conto dell’impegno realistico e sociale di questo grande maestro e della sua incomparabile arte. Di lui si parla come del padre del “realismo poetico”: di certo non può bastare la sola parola “realismo” per contrassegnare il cinema di Jean Renoir. Il suo modo di rappresentare la vita non si ferma ad un arido mero documentarismo ma approfondisce i sentimenti e gli ideali degli uomini, cogliendo, anche lui come Clair, quell’ansia di elevazione dalla realtà umana colma di angustie e di insoddisfazioni, affidandosi all’immaginazione ed al sogno.

7 giugno – CINEMA Storia minima – parte 19 (per la parte 18 vedi 12 maggio)

“Il grande dittatore” rappresenta una delle pietre miliari  della Storia del Cinema. Chaplin mostra al mondo intero la follia del Nazifascismo: nel film non c’è solo una parodia di Hitler -Adenoid Hynkel dittatore della Tomania – ma anche quella di un Mussolini – Bonito Napoloni dittatore di Batalia –  molto verosimile all’originale nella sua goffaggine e nella sua servile sottomissione al Fuhrer. Vista la data di realizzazione, balza immediatamente agli occhi la capacità critica dell’autore, consapevole dei gravi rischi che l’umanità stava correndo. Solo dopo gli eventi drammatici di Pearl Harbour nel dicembre del 1941 gli Stati Uniti entreranno in guerra per combattere Nazifascisti e loro alleati. E il messaggio finale di Chaplin era un inno alla pace che è da allora in poi utilizzato per contrastare la violenza nel mondo. Il film, pur essendo meritevole più di altri, ed avendo avuto cinque candidature agli Oscar del 1941, non ne conseguì alcuna, anche se in seguito è stato ampiamente rivalutato.

Ben diversamente accadde per il primo film americano di Alfred Hitchcock, tratto da un celebre romanzo di Daphne du Maurier, “Rebecca, la prima moglie”, che vinse due premi Oscar (era stato candidato a ben dodici statuette), uno per il Miglior film e l’altro per la Fotografia in Bianco e Nero. Senza dubbio lo stile e la raffinata tecnica di narrazione cinematografica  del grande cineasta inglese contribuisce a rendere ancora più intricata e misteriosa la vicenda della prima moglie del ricco ed aristocratico Massimo de Winter, interpretato da Laurence Olivier. Di Rebecca sentiremo raccontare come di un fantasma incombente, senza mai vederla, mentre Joan Fontaine che interpreta la “seconda moglie” praticamente anonima (il suo nome non verrà mai menzionato) avrà tutto lo spazio ed il ruolo narrativo che le compete nel film e verrà anche candidata all’Oscar senza ottenere il premio.

Sempre nel 1940 viene realizzato un altro grande film tratto da un’opera letteraria. Si tratta di “Furore” di John Steinbeck, The Grapes of Wrath “I grappoli dell’ira”, pubblicato appena un anno prima, romanzo simbolo dell’America della Grande Depressione vista con gli occhi di coloro che in quegli anni persero tutto quel che avevano e furono costretti a rimettersi in gioco. Anche questo film è collegato alle vicende storiche degli Oscar: “Furore” ottenne sette candidature e due Premi: uno per la migliore regia, quella del grandissimo John Ford, che l’anno precedente non era riuscito ad agguantarla con l’altra sua grande realizzazione di cui abbiamo già trattato, “Ombre rosse”; l’altro premio toccò a Jane Darwell come attrice non protagonista. Il nome potrebbe dire poco ma non appena la vedrete in questa breve clip vi renderete conto che si tratta di una delle più note “caratteriste” del Cinema.                   

Da ricordare l’interpretazione del personaggio principale, Tom Joad, da parte di un ancora giovane Henry Fonda e quella di un allampanato John Carradine (già segnalato per l’interpretazione del giocatore d’azzardo e gentiluomo del Sud Hatfield in “ombre rosse”) nella parte di Casy, un ex predicatore che di fronte alle tragedie della vita  ha perduto la sua fede.

Ma la Storia del Cinema che narriamo corre di pari passo con quella degli Oscar.

28 maggio – IN RICORDO Del “poeta” PIER PAOLO PASOLINI – parte 5 (per la parte 4 vedi 25 aprile)

Parla il Professor Maddaluno – Presidente della Commissione Cultura della Circoscrizione Est:

<< Devo dire ringrazio immediatamente subito l’Assessore Giugni della Provincia, precisando invece una cosa che evidentemente Paola si è dimenticata, ma anche l’iniziativa di novembre era una iniziativa collegiale. Io ringrazio. La visibilità è chiaro che ce l’ho in massima parte io rispetto agli altri Perché poi lo porto avanti, però rispetto a quello che tu dicevi in relazione ai tagli, noi, come Presidenti delle Commissioni Cultura delle Circoscrizioni, abbiamo evidenziato e dimostrato che si possono fare incontri, giornate di studio o addirittura iniziative come quelle di novembre utilizzando le risorse in maniera, non lo dico Perché l’ho fatto io, intelligente nel senso che cercare di fare le cose più belle possibili con le risorse disponibili e quindi con quello che riusciamo a mettere insieme. Voi vedete che in effetti c’è una collegialità di enti, associazioni ecc, che partecipano a questa iniziativa ciascuno con il proprio contributo. Ecco, quindi io ringrazio l’Assessore Paola Giugni delle sue parole, sono convinto che bisognerà continuare a fare, a mettere in piedi iniziative di questo genere. La prendo come una disponibilità per le prossime occasioni. Passo la parola all’Assessore alla Cultura del Comune di Prato, Professor Andrea Mazzoni. Grazie. >>

Parla il Professor Andrea Mazzoni – Assessore alla Cultura del Comune di Prato:

<< Grazie Giuseppe. Buongiorno a tutti. Anch’io mi unisco subito ai ringraziamenti al collega Maddaluno, collega per lo siamo di scuola, per l’impegno che ha profuso nell’organizzazione di questa intensa

serie di iniziative su Pier Paolo Pasolini a trent’anni dalla sua scomparsa. Spesso ci viene da domandarci se sia giusto utilizzare gli anniversari, i decennali, i ventennali e così via per ricordare, per riportare alla memoria, ogni tanto c’è qualcuno che su questo diciamo ci riflette in maniera critica, ma insomma io credo che, anche per dirla proprio con l’etimologia latina, il ricordo è comunque un ritornare al cuore. Le cose che ritornano al cuore e credo che ci siano sicuramente delle questioni, dei momenti, delle vicende, dei personaggi che è bene che ritornino al cuore. Quindi ben vengano anche diciamo le occasioni “rituali” degli anniversari per riportare al cuore e riandare in qualche modo al cuore delle cose.

Quindi un ringraziamento per tutto questo lavoro, questo impegno. Anch’io sono andato ieri sera a vedere un po’ per curiosità su questo sito di pagine, fra l’altro ho visto appunto quel lungo elenco di iniziative che hanno caratterizzato questi mesi pratesi, pensando un po’, parafrasando un po’ anche il titolo del lavoro di Bertolucci e Gifuni, il nostro è stato una specie di serpentone lunghissimo possiamo dire di iniziative, ma credo che sia stato utile importante averle fatte e anche continuare vedremo in che modo questo tipo di riflessione.

Una riflessione, che concordo anch’io con Maddaluno, che è bene che superi un po’ questo vezzo ozioso, diceva Giuseppe, di chiedersi che cosa avrebbe detto Pasolini. Però intanto è significativa che questa domanda venga fatta al di là della sua oziosità su cui concordo. Perché indubbiamente Pasolini era uno che le cose le diceva e questo tema della parola, del dover prendere posizione, credo che sia indubbiamente il lascito più importante, almeno uno dei lasciti più importanti di Pasolini. Quindi è vero che è ozioso, ma in qualche modo forse su Pasolini si giustifica di più Perché eravamo abituati, insomma io ero molto giovane avevo 18 anni quando Pasolini è morto, già noi che cominciava da tre quattro anni a seguire le vicende della politica del nostro paese ecc, a sentire nella voce di Pasolini un punto di riferimento, a chiedersi che cosa ha detto, che cosa ha scritto.

22 maggio – è trascorso già un mese

Un mese. E’ trascorso già un mese. Quella mattina svolgendo le mie attività abbastanza consuete (il caffè, l’accensione del pc, la cernita delle mie quisquilie sul Blog, l’apertura del social che frequento, Facebook) E sì, Facebook! Dove appaiono poi i post delle amiche e degli amici più assidui, quelli maggiormente presenti. Sono abbastanza attento e anche quella mattina ho immediatamente riscontrato un post, che dire “incredibile” per me è davvero solo un eufemismo. Una compagna ed amica di Pozzuoli annunciava un evento davvero pesante, ricordando che nei giorni precedenti ne aveva postati altri. Pina Lama quella mattina alle 7.20 aveva intitolato il suo post “Triste risveglio” e, poi, aveva scritto

Cari amici, l’altro giorno mi ero ripromessa di non dare più notizie di morte, di amici. Da un po’ di tempo sono troppe… Ma stamattina non posso farne a meno.. È morto Vincenzo Aulitto. Mi fermo qua, non posso andare avanti!

Mi sono letteralmente bloccato, sperando ci fosse un’omonimia. Non so se prima di quella mattina avessi mai chiamato Pina; non so neanche come mai, andando a spippolare la rubrica sul cellulare ho trovato il suo numero. E’ stato un attimo. Saranno state le otto, ma forse anche più presto e l’ho chiamata. Sì. Speravo fosse un’omonimia: invece no. Era proprio Enzo, un amico con il quale già negli anni Settanta, lui più giovane di me, avevamo fatto quelle “follie” creative, un po’ azzardate, come quella volta che siamo andati a suonare “gratis” ad un MakP del Magistrale, prendendoci fischi e pernacchie, ma eravamo convinti delle nostre proposte, molto atipiche, anche originali, probabilmente più adatte per una cantina underground che per quelle ragazze e ragazzi che si agitavano ai primi albori della disco music. Poi ero partito, ero via ormai da Pozzuoli, prima per fare il militare poi per il lavoro e avevo abbandonato la pratica dell’arte teatrale (quella musicale non era fatta per me, era semplicemente uno scherzo “per me”, che non sapevo assolutamente nulla di musica). Enzo, no, insieme ad altri amici, come Salvatore De Fraja, aveva continuato ad allenarsi, lui che di musica invece ne capiva.

Non ci siamo mai persi di vista, però, anche perchè per una serie di coincidenze Enzo con Pina vennero ad abitare nello stesso complesso condominiale di Mariella, mia moglie. E, così, ogni volta che tornavo ci si ritrovava, ci scambiavamo i problemi e i percorsi che ciascuno svolgeva, l’Arte, la Musica per lui, per me il Cinema e la Politica. Vincenzo Aulitto, è difficile spiegarlo per i tanti che non lo hanno conosciuto, è stata una persona speciale, straordinaria, ricca di esperienze. Basta scorrere il suo profilo per comprenderlo; amava la Natura e ne faceva un elemento della Sua Arte. Ogni oggetto anche residuale poteva aspirare a diventare espressione artistica; anche per questo camminava molto per sentieri e spiagge, luoghi pubblici ma anche molto segreti. Ed era impegnato civilmente; non aveva bisogno di esprimersi politicamente: quel che faceva era l’espressione del suo Essere. Ne parlo con forme verbali al passato; ma non penso sia possibile dimenticarlo. Per me Enzo è come un fratello (sono stato figlio unico) e lo ricorderò come ricordo i miei genitori e le persone che sono state per me più care e che non mi appaiono più ma esistono ancora.

19 maggio – INFER(N)I – altri Inferni – non solo Dante – canto XI dell’Odissea (nella traduzione di Ettore Romagnoli) – parte 2 (per parte 1 Odissea vedi 19 aprile)

Prosegue e si conclude l’incontro con Tiresia, il quale ha profetizzato per Ulisse “una morte placida….” quando egli ritornato a Itaca sarà “fiaccato già da mite vecchiezza”. Prima di Tiresia Ulisse ha incontrato tra le innumerevoli anime dei morti insepolti, che vagano al di fuori dell’Ade il suo compagno Elpènore, morto ad Eea (l’isola di Circe), e che attende il ritorno di Ulisse per poter trovare la sua degna sepoltura. In questi versi che seguono, dopo aver salutato Tiresia, Ulisse incontra sua madre e poi una lunga serie di personaggi femminili, così lunga da far dire ad Ulisse, che . non dimentichiamolo – sta raccontando le sue vicende ad Alcinoo, re dei Feaci ” Ma tutte non ti posso narrare, né dirtene il nome,
quante consorti, e quante lì vidi figliuole d’eroi:
pria sfumerebbe la notte divina; e tempo è che si dorma,
sia che recare alla nave mi debba, oppur qui rimanere,
e del ritorno a voi lasciare la cura ed ai Numi”.

Cosí mi disse. Ed io risposi con queste parole:
«Tiresia, i Numi stessi tramaron cosí questi eventi.
Ma dimmi questo, adesso, rispondimi senza menzogna:
io della madre mia già spenta qui l’anima veggo,
ed essa presso al sangue sta senza parola, e sul figlio
non leva pur lo sguardo, a lui non rivolge parola:
dimmi, signore, come potrà riconoscer suo figlio».

Ora, poi ch’ebbe cosí pronunciati i fatidici detti,
tornò l’ alma del prence Tiresia alla casa d’Averno,
ed io fermo colà rimasi, finché sopraggiunse
mia madre
, e il negro sangue fumante bevette; ed allora
mi riconobbe; e, piangendo, mi volse l’alata parola:
«Come sei giunto, o figlio, tra questa caligine buia,
vivo tuttora? E ben arduo, pei vivi, veder questi luoghi:
ché per lo mezzo vi sono gran fiumi ed immani canali:
l’Ocèano, innanzi tutto, che facil non è traversarlo,
chi debba muovere a piedi, chi solido legno non abbia.
Forse da Troia qui dopo lunghi giorni d’errore,
con la tua nave, coi tuoi compagni sei giunto? Toccata
Itaca ancor non hai, non hai vista la casa e la sposa?».
     Cosí mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Necessità, madre mia. m’addusse alle case d’Averno,
ch’io consultar dovevo Tiresia, il profeta di Tebe;
ché giunto ancor non sono vicino all’Acaia, né piede
sulla mia terra ho messo; ma vado soffrendo ed errando

da che prima seguii Agamènnone sangue divino
verso Ilio, di cavalli nutrice, a pugnar coi Troiani.
Ma dimmi adesso ciò, rispondimi senza menzogna:
quale di morie doglioso desiino t’ha dunque fiaccata?
Un lungo morbo. Forse? o Artèmide vaga di strali
te con le miti saette percosse, e ti diede la morte?
E di mio padre dimmi, del figlio che in casa ho lasciato,
se ancora il mio potere ad essi rimase, o se altri
l’ occupa già, per certezza ch’io piú ritornare non debba.
E dimmi della sposa contesa, che pensa e disegna:
se presso il figlio rimane, di tutto fedele custode,
o se l’ha già sposata chi piú fra gli Achivi primeggia ’.
     Cosí dissi. E a me pronta rispose la nobile madre:
«Certo, rimane certo la sposa, con cuore tenace,
nella tua casa; e vede distruggersi l’un dopo l’altro
le notti e i giorni, in pena; né mai si rasciuga il suo pianto
II tuo potere, no, nessuno lo usurpa; ma in pace
vigila sui tuoi beni Telemaco, e parte alle mense
pubbliche prende, come s’addice ad un re: ché ciascuno
lo invita. Ma tuo padre la vita nei campi trascorre,
e mai nella città non scende, né letto possiede,
né manti, né coperte, né vaghi tappeti. L’inverno,
vicino al focolare, tra i servi riman dentro casa,
sopra la cenere, e dorme coperto di misere vesti;
quando l’estate poi sopra giunge, ed il florido autunno,
qua e là sopra le balze, fra i tralci di qualche vigneto,
si sdraia lungo in terra, su letti di foglie cadute;
e qui crucciato giace, gran doglia nutrendo nel cuore,
te desiando; e su lui s’aggrava la triste vecchiaia.

Altri poi figli a Cretèo generò questa donna regale:
Amitaòn. di cavalli maestro, ed Esóne, e Ferète.
     Antíope dopo questa m’apparve, figliuola d’Asòpo,
che tra le braccia di Giove giaciuta era, disse; e dal Nume
due pargoletti aveva concetti, Anfione e Zeto,
che Tebe pria fondaron, città di settemplici porte,
che la munir di torri; perché rimaner senza torri,
per quanto in Tebe fosser gagliardi, possibil non era.
     E dopo lei, la sposa vid’io d’Anfitrione, Alcmena,
che concepí, confusa d’amore con Giove possente.
Ercole, cuor di leone, dall’animo pieno d’ardire.
     E di Creonte l’ardito poi vidi la figlia. Megara.
che sposa fu del figlio d’AIcmena dall’animo invitto.
     E vidi poi la madre d’Edipo, la bella Epicasta,
che si bruttò, ma contezza non n’ebbe, di macchia nefasta:
sposò suo figlio. Ucciso avea questi il padre, e la madre
sposò: sono i disegni dei Superi oscuri ai mortali.
Or ne la bella Tebe costui, molte pene soffrendo,
regnò sopra i Cadmei, pel funesto volere dei Numi;
ed essa, un laccio appeso dall’alto soffitto, discese
nella munita casa d Averno, onde piú non si riede,
vinta dal suo cordoglio, lasciando ad Edipo gli affanni,
tanti quanti ai mortali ne infliggon l’Erinni materne.
     E la bellissima Clori vid’io, che una volta Nelèo
sposò per la bellezza, le offerse moltissimi doni.
la piú giovane figlia d’Anfione figlio di Iasi,
che un dí tendea lo scettro su Orcòmeno, rocca dei Mini.
In Pito essa regnò, partorí bellissimi figli,
Periclimèno, vago di pugne, e Nestore, e Cromio;
e a luce diede Péro, la prode, stupore ai mortali,

cui tutti i confinanti volevano sposa. E Nelèo
a quegli la promise che i bovi ampie fronti lunate
d’Ificle valoroso recassero a lui da Fliàca.
Ben dura impresa; e solo promise di compierla il saggio
vate; ma l’irreti l’avverso destino del Nume: ’
ch’entro dogliosi ceppi lo avvinser selvaggi bifolchi.
Ma quando a compimento poi giunsero i mesi ed i giorni,
quando col volger dell’anno tornaron le nuove stagioni.
Ificle sciolse il vate dai ceppi, poiché gli ebbe detti
tutti i responsi; e cosí fu compiuto il volere di Giove.
     E poi la vaga Leda, la figlia di Tindaro vidi.
Essa allo sposo diede due figli di cuore gagliardo:
Castore di cavalli domatore, e il pugile prode
Polluce: vivi entrambi li chiude la terra ferace.
E, pur sotterra, essi hanno tal pregio da Giove ottenuto,
che, con alterna vece, ciascun vive un giorno, ed un altro
giace defunto: ed onore riscuotono al pari dei Numi.
     Ifimedèa, la sposa d’AIòe dopo quella m’apparve,
che con Posidone re s’era stretta, diceva, d’amore,
e due figli die’a luce, che vissero sol poco tempo:
Oto divino, e, famoso fra tutte le genti, Efialte,
i piú grandi fra quanti la terra datrice di spelta
ne generasse, i piú belli, se il grande Orione tu togli.
Nove anni aveano, e in largo cresciuti eran cubiti nove,
nove orge eran cresciuti d’altezza. Ed allora, minaccia
volsero ai Numi, signori d’Olimpo immortali, che indetta
avrian la guerra ad essi, la tumultuosa battaglia.
E su l’Olimpo l’Ossa pensarono imporre, e su l’Ossa
il frondeggiante Pelio, che al cielo salisse una strada.
E conseguian l’intento, se a lor maturavano gli anni;

ma morte ad essi die’ di Latona e di Giove il figliuolo,
prima che sotto le tempie spuntasse la prima pelurie,
che di caluginè in fiore velasse e fiorisse le gote.
     E Fedrà quindi e Procri poi vidi, e la bella Arianna,
la figlia dell’infesto Minosse, che un giorno Tesèo
volle condurre da Creta al clivo d’Atene la sacra;
ma non potè goderne; ché Artèmide prima l’uccise
in Dia marina: Bacco segnata l’aveva ai suoi colpi.
     Maira e Climène poi, poi vidi Enfila odiosa,
che del marito vendè la vita, n’ebbe oro in compenso.
     Ma tutte non ti posso narrare, né dirtene il nome,
quante consorti, e quante lì vidi figliuole d’eroi:
pria sfumerebbe la notte divina; e tempo è che si dorma,
sia che recare alla nave mi debba, oppur qui rimanere,
e del ritorno a voi lasciare la cura ed ai Numi».

     

15 maggio – FANTASMI e pratiche magiche – parte 2 (per la parte 1 vedi 17 aprile)

Fantasmi e pratiche magiche – parte 2

Come in qualche modo anticipato nel titolo, ed annunciato in coda al primo blocco, l’elemento comune è la presenza di ectoplasmi. In entrambe hanno importanza i fantasmi. Ne “Il Commissario Ricciardi” il protagonista, che svolge la sua attività a Napoli nella Squadra Mobile della Regia Questura (siamo all’inizio degli anni Trenta in pieno regime fascista),  riceve un sostanziale aiuto dagli spettri delle vittime, presenti sul luogo in cui è avvenuto il delitto, che con una frase rivelano un elemento che abbia la funzione di indirizzare le indagini. Il loro aiuto permane fino a quando non verrà risolto il caso. La capacità del Commissario viene infatti messa a dura prova in uno dei casi, il quarto, dal titolo “Il giorno dei morti”, in quanto il protagonista davanti al corpo esanime di un povero bambino non avverte alcuna presenza extrasensoriale. Bisognerà attendere il finale per capire il motivo di quella “assenza”. Indubbiamente il Commissario è dotato di questo potere sin dalla sua infanzia e la penna del suo creatore, Maurizio De Giovanni, ce lo rivela ne “Il senso del dolore. L’inverno del Commissario Ricciardi”.

Ecco, senza essere un Commissario, credo che anche mio zio avesse questo potere, di “sentire” extrasensoriali. Quanto all’altra serie che vede protagonista Lino Guanciale, il “fantasma” è il vero e proprio protagonista. “La Porta Rossa” è una sorta di “porta da cui passano le anime dei defunti” una volta lasciata la loro vita terrena.  Se andate sul web trovate molti link che trattano questi argomenti con riferimenti “storici” (il termine non è indicativo dal punto di vista scientifico ma è rapportato alle credenze religiose dei vari popoli sin dagli albori delle civiltà) anche se non mancano alcune indicazioni di tipo “scientifico” da parte di alcuni “esperti”, uno dei quali fu Friedrich Jurgenson che sperimentò la “Transcomunicazione strumentale” una tecnica che consentirebbe di captare parole e frasi non provenienti da fonti certe, probabilmente da dimensioni ultraterrene. Ad ogni buon conto ne “La porta rossa” che è opera di un altro prolifico ed efficace autore di romanzi gialli, Carlo Lucarelli, Lino Guanciale interpreta un altro Commissario, Leonardo Cagliostro, della Questura di Trieste. In questo caso il personaggio ha un carattere estroverso molto lontano da quello di Ricciardi, è un giovane irruento il cui passato è contornato da grandi misteri (è un trovatello che viene sostenuto su dal vicequestore Rambelli, che lo tratta come un figlio). In una operazione spontaneamente da lui condotta dopo una segnalazione viene ucciso da un misterioso personaggio.

Da lì in poi per 12 puntate della prima serie ed altrettante della seconda (si annuncia nel finale della ventiquattresima una terza serie) il “fantasma” di Cagliostro (non quello del personaggio “storico” del XVIII° secolo, che pure ha un suo riferimento nella strutturazione narrativa che si dipana per ventiquattro puntate) è protagonista. Ovviamente, ci sono poche persone “vive” che lo vedono, lo incontrano, lo aiutano.

Non mi sarebbe dispiaciuto che tra queste vi fosse stato anche mio zio.

Da cultore delle narrazioni cinematografiche ho trovato di ottima fattura sia le sei puntate del “Commissario Ricciardi” (se ne annunciano a breve altre che dovrebbero risolvere i problemi “sentimentali” del Commissario) sia le ventiquattro de “La porta rossa”.

12 maggio – CINEMA – storia minima 1939-1940 parte 18 (per la 17 vedi 13 aprile)

CINEMA – storia minima 1939-1940 parte 18

Rimanendo dalle nostre parti ma con uno sguardo meno “provincial-nazional” non è fuori luogo menzionare il film di esordio di Mario Soldati, “Dora Nelson”. Il giovane intellettuale piemontese, artista poliedrico ed estremamente curioso di nuove e diverse esperienze aveva mosso già alcuni passi nel mondo cinematografico, seguendo soprattutto la sua particolare attenzione  verso la Cultura Artistica. Si era distinto particolarmente per la cura delle sceneggiature e per un paio di regie in italiano. Per tutti questi motivi Soldati entra in anticipo a far parte di quella tendenza che venne conosciuta come “calligrafismo”.                                                                                                                    In quel film si utilizza lo schema di una sostituzione di tipo teatrale plautina della protagonista che attraverso un inganno viene allontanata da un set sul quale sta recitando; è una tipica commedia che richiama lo stile di Lubitsch che tanto successo in quel periodo sta riscuotendo nel mondo e sul quale ci affacceremo in una delle prossime tranche. “Dora Nelson” aveva già avuto una sua edizione francese cui Mario Soldati si ispirerà.

Con lo stesso escamotage scenico del “sosia” ci inoltriamo nel cinema di Carlo Ludovico Bragaglia, ed in questo caso con la nuova stella del Cinema comico, Totò, alla sua seconda prova assoluta, “Animali pazzi” che, come il primo, non fu un grande successo di pubblico, tanto che finì per essere dimenticato e per lungo tempo dichiaro “perduto”, in quanto non se ne trovava traccia alcuna. In questo film, come accennato il grande attore comico napoletano impersona due personaggi come era stato nel caso della interprete del film “Dora Nelson”, la grandissima Assia Noris.

Saltando nel 1940 non si può non trattare di un’opera profetica distopica ed antidistopica (ma non utopica) allo stesso tempo ed in qualche modo – anche con distanza supersiderale – assimilabile a questi due primi film del 1939 trattati in questa tranche. Si tratta de “Il grande dittatore” nel quale Charlie Chaplin, nel pieno della sua ascesa artistica, interpreta il ruolo di un umile barbiere che per una serie di (s)fortunati equivoci si ritrova ad assumere un ruolo guida di un Paese inventato ma molto vicino alla Germania hitleriana. Ovviamente, la vera Storia è in sottofondo ed ogni tanto fa capolino, ponendo in evidenza i valori positivi della pace della fratellanza della solidarietà che appaiono in modo intenso nel Discorso al Mondo che chiude il film e che ne rappresenta una eccezionale forma epigrafica di grande impatto emotivo.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore, non è il mio mestiere. Non voglio governare, né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti se possibile: ebrei, ariani, neri o bianchi. Noi tutti vogliamo aiutarci vicendevolmente. Gli esseri umani sono fatti così. Vogliamo vivere della reciproca felicità, ma non della reciproca infelicità. Non vogliamo odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca ed è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi l’abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha chiuso il mondo dietro una barricata di odio, ci ha fatto marciare, col passo dell’oca, verso l’infelicità e lo spargimento di sangue.

Abbiamo aumentato la velocità, ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’abilità ci ha resi duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di umanità. Più che d’intelligenza abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

L’aviazione e la radio hanno ravvicinato le genti: la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà dell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità. La mia voce raggiunge milioni di persone in ogni parte del mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che costringe l’uomo a torturare e imprigionare gente innocente. A quanti possono udirmi io dico: non disperate. L’infelicità che ci ha colpito non è che un effetto dell’ingordigia umana: l’amarezza di coloro che temono le vie del progresso umano. L’odio degli uomini passerà, i dittatori moriranno e il potere che hanno strappato al mondo ritornerà al popolo. Qualunque mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.

Soldati! Non consegnatevi a questi bruti che vi disprezzano, che vi riducono in schiavitù, che irreggimentano la vostra vita, vi dicono quello che dovete fare, quello che dovete pensare e sentire! Non vi consegnate a questa gente senz’anima, uomini-macchina, con una macchina al posto del cervello e una macchina al posto del cuore! Voi non siete delle macchine! Siete degli uomini! Con in cuore l’amore per l’umanità! Non odiate! Sono quelli che non hanno l’amore per gli altri che lo fanno.

Soldati! Non combattete per la schiavitù! Battetevi per la libertà! Nel diciassettesimo capitolo di san Luca sta scritto che il regno di Dio è nel cuore degli uomini. Non di un solo uomo, non di un gruppo di uomini, ma di tutti voi. Voi, il popolo, avete il potere di creare le macchine, di creare la felicità, voi avete la forza di fare che la vita sia una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia, usiamo questa forza, uniamoci tutti e combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia agli uomini la possibilità di lavorare, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.

Promettendo queste cose i bruti sono saliti al potere. Mentivano: non hanno mantenuto quella promessa e mai lo faranno. I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavo il popolo, allora combattiamo per quelle promesse, combattiamo per liberare il mondo eliminando confini e barriere, l’avidità, l’odio e l’intolleranza, combattiamo per un mondo ragionevole, un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere. Soldati uniamoci in nome della democrazia.

11 maggio – DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 5 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”) -per la parte 4 vedi 4 aprile 2021

DA GIOVANE: LA SENSIBILITÀ AMBIENTALISTA, STORICA E CULTURALE – decima parte – 5 (Trenta più cinquanta fa “Nouvelle Vague”)

Stupende e ricche di ritmo erano state le immagini di una Nizza scrutata nei vari momenti della giornata, nei vari quartieri, quelli ricchi (la Promenade), quelli miseri (la città bassa), nei preparativi del Carnevale e nella sua frenetica attuazione, l’onda che ritmicamente viene e va, e sui carri allegorici le ballerine che dondolano le loro gambe e poi le industrie e lo smog.

Eccezionali le riprese sottomarine (o, per meglio dire, “sottovasca”) di un Jean Taris campione di nuoto, che si esibisce in capriole come una foca giocherellona e felice e che nello stesso tempo pretende di insegnare al pubblico in meno di dieci minuti come si fa a nuotare!

La copia è piuttosto “malmessa” ma perlomeno rende l’idea!

Ma, quando dal primo periodo più nettamente legato all’Avanguardia, si passa ad un ambito realistico (Vigo però non dimenticherà mai le tecniche che aveva imparato in quell’epoca di apprendistato – vedi la scena iniziale di “Zéro de conduite” e quella famosissima tutta al “ralenti” come una danza, una processione “anarchica” nella parte finale dello stesso film , nell’ “Atalante” le riprese subacquee che rimandano direttamente a quelle già menzionate di “Taris”), ci troviamo di fronte ad un “poeta” ancor giovane ma già maturo, come se il destino malvagio avesse deciso per lui che era arrivato a compimento il suo ciclo di vita e di impegno culturale, come se Vigo avesse esaurito, completandolo, tutto il suo bagaglio di conoscenze.

Scegliere a questo punto gli altri autori da trattare era abbastanza semplice, meno lo era semmai la scelta dei film. Un po’ limitati, ma non troppo, dal mercato e dalla temporanea indisponibilità, ad Empoli è stato presentato quasi il meglio della produzione di René Clair (“Le Million” e “A nous la libertè”) di Jean Renoir (“Toni”, “Le crime de Monsieur Lange”, “La bete humaine” e “Une partie de campagne”) e Marcel Carnè (“Jenny”, “Drôle de drame ou L’étrange aventure du Docteur Molyneux”, “Hotel du Nord”).

Un serio problema veniva ad evidenziarsi nel corso delle varie proiezioni, corredate sempre tutte da introduzioni colte ed esaurienti, ma prive di traduzione simultanea, soprattutto laddove essa era resa necessaria dalle versioni originali dei film in programmazione. Anche quando si è tentato di sopperire a questo problema, lo si è dovuto fare con mezzi inadeguati ed a volte ci si è dovuti confrontare con un pubblico per niente propenso. Le maggiori difficoltà si sono avute in particolare per “La bete humaine” e per “Jenny”, mentre la versione originale de “Le Million” è stata accolta senza difficoltà, non solo perché riservata ad un gruppo scolastico che lo aveva richiesto e che era stato adeguatamente preparato dai docenti, ma anche perché quel film è naturalmente costruito per essere compreso anche senza il sonoro. Bisogna sempre tener conto che l’avvento del “sonoro” era molto recente e “Le Million” del 1931 era il suo secondo film “sonoro”.