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CINEMA – 1946 – parte 29

Sempre nel 1946 due di questi registi, Frank Capra e Howard Hawks, saranno gli autori di due capolavori di genere diverso tra loro, “La vita è meravigliosa” e “Il grande sonno”. Il primo fa parte di quella particolare predilezione del cinema americano dei buoni sentimenti che si innesta nella condizione umana in un ambiente piccolo borghese nel quale il protagonista agisce quale esemplare del self made man che, operando in contesti provinciali e dotato di un grandissimo senso etico nei confronti della famiglia e dei suoi compaesani, si ritrova in un momento di profonda crisi, fino a meditare di togliersi la vita. Il film fa percorrere la “storia” di George Bailey, interpretato da un grande James Stewart in piena ascesa, grazie ad un escamotage narrativo, attraverso il quale un angelo, inviato da Dio per sostenere moralmente il protagonista affinché rinunci al proposito di suicidarsi, viene informato da San Giuseppe su tutte le buone azioni di cui George si è distinto. Il film non ebbe un grande successo di critica nell’immediato ma ancora oggi è uno dei film più presenti nelle programmazioni festive dei nostri canali televisivi, pubblici e privati.

L’altro film si collega al genere del giallo poliziesco noir che tanto lustro renderà alla produzione statunitense. Basato su uno dei romanzi del prolifico Raymond Chandler con protagonista il detective Philip Marlowe, “Il grande sonno” è interpretato da una coppia di attori che sarà a lungo molto presente sulla ribalta cinematografica, Humphrey Bogart e Lauren Bacall, che si erano conosciuti da poco sul set di “Acque del Sud”, diretti dallo stesso Hawks. L’interpretazione del detective Marlowe da parte di Bogart sarà memorabile e segnerà per sempre nel ricordo dei cinefili e degli appassionati dei libri polizieschi (solo in Italia vi è la dizione “gialli” collegata al colore delle copertine della produzione mondadoriana.

Un altro film americano che segnerà il destino anche dell’inteprete è “Gilda” di Charles Vidor. Si tratta di un’altra grande diva, Rita Hayworth, che in questo film, sempre accreditabile al genere “noir”, fa coppia con un altro importante protagonista del Cinema quale è stato Glenn Ford. La grande attrice, reduce da una serie di riconoscimenti soprattutto da parte dell’esercito americano impegnato in Europa, incarna in “Gilda” una delle icone indelebili della produzione filmica, dando un’interpretazione superba aiutata non solo dalle forme sinuose ma dalla capacità di fare spettacolo grazie alle sue performance canore, quali “Put the Blame on Mame” e “Amado mio”, nelle quali mostra anche abilità straordinarie sia nelle danze che nella sua vocalità.

Nel prossimo blocco ci dedicheremo a trattare del cinema italiano che nel 1946 raggiunge le massime vette anche sul palcoscenico internazionale.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 26 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 26

Quindi, diciamo, è proprio mettendoci in una condizione di accettazione-rifiuto al tempo stesso che noi possiamo venire a capo del problema Pasolini non prendendolo come un classico o peggio ancora come un santino. Questo diciamo è quello che volevo dire per così dire in appoggio alle tesi di Tricomi.

E poi volevo fare una domanda a Costa, di cui ho apprezzato il documentario, tra l’altro la citazione finale su cui si interrompe non è per esempio di Pasolini, ma è una cosa che lui ha preso da Bashlah, esattamente così nella Poetique della Reverì e lo dico semplicemente per fare vedere come Pasolini era uno che si muoveva tra varie cose e le utilizzava. Ma la domanda che io volevo fargli è questa: lui ad un certo punto ha parlato e sicuramente c’è questa dimensione diciamo di centralità della questione del montaggio su cui ha detto delle cose assolutamente (parola non comprensibile), una sintesi della posizione di Pasolini sul montaggio assolutamente condivisibile. Una domanda che vorrei fargli invece sul piano sequenza: cioè lui ha parlato, Costa ha parlato di un piano sequenza ininterrotto il che potrebbe diciamo essere messo in relazione con l’idea di un’opera aperta che non si conclude mai, che è sempre un’opera mancata Perché programmaticamente mancata. Quindi una sorta di piano sequenza ininterrotto. Però poi io ricordo che Pasolini, proprio a proposito mi pare de “Il Fiore delle mille e una notte” intervenendo così in risposta alle critiche che gli erano piovute addosso aveva detto: ma vi rendete conto che questo film è girato con un rifiuto continuo del piano sequenza? E’ girato invece appunto con tutte inquadrature fisse che dovrebbero dare una dimensione di estraneamento che non è assolutamente tipica del piano sequenza? Beh, allora una osservazione come questa di Pasolini su sé stesso, quindi come di uno che faceva film anche attraverso il rifiuto proprio del piano sequenza, come si concilia appunto con l’idea di una centralità del piano sequenza nell’opera finita generale. Grazie. >>

Parla il Professor Sandro Bernardi:

<< Forse si può rispondere volta per volta in modo che sia più diretta la cosa, altrimenti poi il discorso si finisce per generalizzare. >>

Parla voce non identificata:

<< Direi che questa figura dell’ossimoro che è stata rievocata riguarda un po’ anche questa sezione in Pasolini che, a proposito di queste due cose, prende delle posizioni che possono sembrare contraddittorie una rispetto all’altra. Io ho evocato quella che mi ha colpito di più, questa idea che la morte realizza un improvviso montaggio rispetto a quel piano della sequenza che è (parola non comprensibile), ed allora questa idea quella chiusura del senso che Pasolini non avrebbe mai voluto chiusa. Questa è una posizione generale in cui il montaggio, il piano sequenza sono da prendere in termini metaforici.

Poi invece per quello che riguarda la tecnica di realizzazione di Pasolini, Pasolini forse è il registra cinematografico che più integralmente ha applicato il principio del montaggio verticale, ed il montaggio non è solo il collegamento tra….>>

* L’INTERVENTO SI INTERROMPE IMPROVVISAMENTE. DALLA REGISTRAZIONE RISULTA LA PROIEZIONE DI UN FILMATO.

…26……

IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI – i versi di un altro grande POETA, “Eduardo De Filippo” – una collaborazione “mancata”

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la “spalliera” di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la “spalliera”,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la “spalliera”
a darci ancora
la fede e la speranza
in Cristo povero.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 25 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

Il prossimo 5 marzo sarà il centenario dalla nascita del grande intellettuale italiano. Qui continua la trascrizione “difficoltosa” (lo sbobinamento non è mai stato verificato) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 25

PARTE 25

Ma nello stesso tempo però c’era anche qualche cosa che coinvolgeva molto fortemente. Con il tempo e soprattutto quando è uscito “Petrolio, che io considero un romanzo molto importante, anche se come sapete è nient’altro che un progetto di romanzo, beh lì allora lo spostamento di me come lettore, come fruitore è stato piuttosto dall’altro lato della contraddizione, cioè dal lato della accettazione. Ora con il tempo io credo che bisogna tenere presente ambedue questi poli accettazione e rifiuto. Questo significa non consegnare Pasolini ad una classicità alquanto, come dire, sciocca, alquanto conciliatoria in senso troppo placido, proprio mantenendo questa dimensione che è di distacco e di avvicinamento.

Noi non possiamo accettare alcune delle tesi di Pasolini e lo dico francamente. Non sono accettabili Perché non è immaginabile la difesa ad esempio della famiglia tradizionale, della maternità di tipo tradizionale nei confronti della questione dell’aborto. Voi sapete che aveva preso una posizione così chiaramente contro l’aborto che è qualcosa di non accettabile. Era sicuramente anche una provocazione che lui faceva, però questo non vuol dire che una tesi come quella si accettabile. L’idea di una omosessualità che è tutta all’interno di una dimensione maschile, diciamo un recupero ma attraverso alcune mediazioni della dimensione di una omosessualità greca in cui c’è un rapporto come dire da discepolo, da docente a discepolo nei confronti dell’amasio o appunto del giovane. Una diciamo lettura dell’omosessualità estremamente riduttiva e poi a lui veniva anche diciamo da una tradizione letteraria. Anche qui c’è una tradizione letteraria pensiamo a Jeed che ha una posizione sull’omosessualità molto simile. Beh, anche questo non è accettabile, soprattutto oggi noi vediamo che è una visione estremamente estetizzante della omosessualità, tra l’altro anche con una dimensione sadomasochistica esplicita. Quindi ci sono delle cose che non sono accettabili e che ci devono mettere in una situazione di rifiuto.

Al tempo stesso però poi, proprio elementi di questo tipo, condotti così o ricondotti con forza all’interno di un’opera aperta nel senso in cui Tricomi ha parlato di opera aperta, cioè non nel senso della neo avanguardia, ma nel senso di una letteratura che cerca una sua strada quale che sia la verità. Beh, allora questo diventa un elemento di contraddizione che può essere produttivo di qualche cosa proprio Perché ci mette in uno stato di contraddizione. Quindi, ad esempio, le tesi sul consumismo che vengono ormai citate in maniera diciamo quasi quotidiana come qualche cosa che Pasolini aveva già visto e che ci ha come dire consegnato con una profezia che si è realizzata, anche lì una tesi

come quella estremamente interessante nel momento in cui veniva svolta, veniva tirata fuori, cioè negli anni settanta in Italia soprattutto, anche quella va presa con un atteggiamento che è io direi di un sì e anche di un mah Perché non si è verificata nel mondo una omologazione generale delle culture, quelle culture che Pasolini andava riscoprendo e che cercava come qualche cosa che ancora manifestavano una resistenza alla omologazione delle culture, ma che in breve sarebbero sparite proprio quelle culture, quelle culture del terzo mondo ecc, hanno manifestato poi come abbiamo visto un qualcosa di più di una capacità di resistenza. Si sono reinventati una tradizione al punto che oggi noi non possiamo parlare di una omologazione delle culture sul pianeta, un discorso diverso andrebbe fatto per l’Italia, però anche lì ci sarebbe da diversificare l’analisi che faceva.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 24 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

continua la trascrizione “difficoltosa” (lo si comprende dal testo riportato proprio in questo blocco) del Convegno del 2006 Questa è la PARTE 24

* PROIEZIONE DI UN DOCUMENTARIO

FINE LATO B PRIMA CASSETTA

SECONDA CASSETTA INIZIO LATO A

Parla voce non identificata:

<< Io vorrei, in questo intervento molto breve, dire qualcosa sul discorso che ha fatto Tricomi e poi rivolgere una domanda, una semplice domanda a Costa che non nasconde inibizione, ma è proprio una domanda. Per quanto riguarda la relazione di Tricomi che si rifà a due libri che ha pubblicato in questi ultimi tempi su Pasolini, io devo dirvi innanzitutto che trovo la tesi, che lui ha presentato qui, che appunto ha discusso ancor meglio in questi volumi, assolutamente convincente. A me sembra che si possa dire che tutto quello che Tricomi fa, ma lo fa con una grande dovizia di documentazione sia in sostanza svolgere dispiegare quello che era un giudizio critico di Franco Cortini su Pasolini, che Pasolini accettava peraltro, e cioè la possibilità di leggere Pasolini, l’opera di Pasolini secondo la figura retorica della sineciosi o dell’ossimoro. L’ossimoro sapete è una figura retorica in cui due contrari sono unificati all’interno di una stessa formula, come per esempio quando si dice un morto vivente. Questo è un ossimoro e un po’ tutto Pasolini è un ossimoro. Io credo che questo lo si veda bene proprio attraverso la tesi di Tricomi del sadomasochismo, no? Questo rapporto che Pasolini ha con la tradizione letteraria, con il potere, con la sessualità anche che è un rapporto di contraddizione perenne in cui non si arriva mai ad una sintesi, quindi ad una conciliazione degli opposti, ma al contrario si ha una configurazione in cui gli opposti sono presenti e si scontrano continuamente. Quindi non una soluzione del conflitto, ma un conflitto esibito in maniera costante. Allora questa cosa, questa dimensione per esempio della accettazione rifiuto di una tradizione letteraria, questo è secondo me visibilissimo se vediamo ad esempio la svolta che appunto conduce Pasolini dalle prime prove che si possono in qualche modo, sia pure con una certa approssimazione, considerare neorealistiche o almeno realistiche fino poi alla diciamo sperimentazione piuttosto forsennata degli anni ’70, questo si vede per esempio in un libro come “Petrolio”, beh questa dimensione di accettazione e rifiuto di una tradizione letterariami sembra una cosa che viene esibita continuamente.

Ma l’idea che io ho e che è in qualche modo una sorta corollario della tesi di Tricomi è che il lettore stesso debba mettersi in una condizione di ossimoro quando si avvicina ad un’opera come quella di Pasolini. Cioè la dimensione dell’accettazione e del rifiuto devono convincere, altrimenti non si coglie veramente il punto. Devo dire anche che questa cosa può procurare, come dire, degli sbalzi di umore nella lettura di Pasolini. Io li ho sentiti molto, molto fortemente anche Perché così per età anagrafica faccio parte proprio di quella generazione di giovani nevrotici, pallidi, forse anche brutti che lui aveva così fortemente criticato. Quindi la dimensione del rifiuto era sicuramente prevalente quando ero un ragazzo e anche veniva fuori in maniera molto forte quando vedevo un suo film ecc.

….24….

CINEMA parte 28

Un altro film importante del 1945 fu “Io ti salverò” di Alfred Hitchcock, interpretato da Ingrid Bergman, che venne scelta per il ruolo di una dottoressa che lavora in una clinica psichiatrica. I temi trattati sono stati caratteristici della filmografia del regista, che si volle avvalere anche dell’arte visionaria di uno dei più straordinari interpreti del Surrealismo, Salvador Dalì, che disegnò alcune delle sequenze oniriche che dovevano rappresentare gli incubi dell’altro protagonista, interpretato da Gregory Peck. La presenza dell’artista spagnolo, che si ispirò ad opere precedenti da lui stesso realizzate non fu ben accolta dal produttore David O. Selznick che tra l’altro riteneva di essere in possesso di ottime conoscenze nell’ambito della psicanalisi e pretese di inserire la sua personale psichiatra come consulente del film. Il film ottenne un grande successo, anche se alcune delle sequenze ideate da Dalì, una delle quali abbastanza importante e significativa, non vi entrarono a far parte.

Rimanendo negli Stati Uniti e nello stesso anno, il 1945, ma con uno sguardo tipicamente europeo troviamo il miglior film dell’ avventura americana di uno dei più grandi autori del Cinema, di cui abbiamo già trattato in altri blocchi, Jean Renoir, che, come altri registi, era espatriato alle prime avvisaglie belliche naziste. Diversamente da Renè Clair (di cui tratteremo più avanti in questo stesso blocco), forse per un carattere meno incline a soddisfare i gusti del pubblico statunitense, faticò non poco a farsi strada, anche se “L’uomo del Sud” è stato riconosciuto dalla critica come una delle più importanti sue opere. Sempre attento alle problematiche dell’esistenza umana, egli nel film riesce ad interpretare, attraverso le vicende di una famiglia tipicamente americana che per riuscire a recuperare la propria dignità, non esita a confrontarsi anche se a mani nude con gli elementi avversi della natura. Come si addice allo stile americano, anche in questo caso, l’orizzonte è promettente anche se la quotidianità è precaria.

Sempre nello stesso anno, l’altro grande cineasta francese, René Clair, realizza un film che ancora oggi è presente nei palinsesti delle televisioni nostrane. Egli aveva già ottenuto alcuni successi, inserendosi nel filone della “commedia fantastica”, e si accostò con questa sua predilezione anche al testo di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani”, riuscendo ad inserirvi con buon esito il suo particolare umorismo nero, anche se non riuscì completamente a convincere il pubblico francese, che lo accolse tiepidamente.

Saltando all’anno successivo, il 1946, ritorniamo a parlare della produzione del grande maestro Alfred Hitchcock, che in quest’anno realizza uno dei suoi più acclamati capolavori, “Notorious”. Il film è sia un Thriller psicologico che un classico film sentimentale. Interpretato da due ormai consacrati mostri sacri, come Cary Grant e Ingrid Bergman che contribuiscono a creare il mix giusto per la buona riuscita del prodotto. L’attrice svedese naturalizzata ormai statunitense da alcuni anni aveva già ottenuto grande successo con film come “Casablanca” e “Per chi suona la campana” ed era stata confermata, dopo il successo di “Io ti salverò” come attrice preferita da Hitch. Grant era già ai vertici della notorietà avendo partecipato come protagonista a film diretti da grandi registi come Hawks, Cukor e Frank Capra, oltre che con lo stesso Hitchcock, con cui aveva girato nel 1941 “Il sospetto”.

IN RICORDO DEL “POETA” PIER PAOLO PASOLINI – parte 23 – atti di un Convegno del 2006 IN RICORDO DI PIER PAOLO PASOLINI

PARTE 23

Prosegue (e si conclude) l’intervento del Professor Antonio Costa – Docente all’Università di Venezia in storia e critica del cinema

Quindi in questo documentario non c’è nessuna parola mia, ma tutto quello che sentirete, tutte le parole che sentirete sono parole di Pasolini e riguardano cosa? Riguardano questa passione figurativa che riguarda tutta l’opera di Pasolini, quella che Pasolini appunto chiama e lo dedica a Roberto Longhi che c’è all’inizio di “Mamma Roma”, Roberto Longhi al quale io devo la mia (parola non comprensibile) figurativa. Quindi, come dire, una passione per l’immagine è il tema che riguarda appunto questo documentario che parte da una recensione che Pasolini scrive nel 1973 all’edizione ne “I Meridiani” degli scritti di Roberto Longhi. In questa recensione ha questo volume, quindi un critico d’arte, un grande critico d’arte che entra nella collana dei classici, più classica che c’è nella nostra editoria, curata questa raccolta di scritti da Gianfranco Contini. E Pasolini, scrivendo questa recensione, rende omaggio a quelli che considera i suoi due maestri: Contini, che è stato uno dei primi critici che si è occupato delle sue poesie in friulano, e Longhi Perché in una auletta appartata di Via Zamboni, mostrando diapositive ovviamente rigorosamente in bianco e nero, della pittura di Masaccio e di Masolino, gli ha dato una prima idea, una prima come dire intuizione di cosa poteva essere il cinema, che cosa poteva essere il montaggio e dice: la mia passione figurativa, anche la mia passione cinematografica non deriva dal cinema, ma deriva da questa esperienza.

Quindi è una pagina che è anche autobiografica degli anni appunto della formazione, della formazione universitaria di Pasolini. E partendo da lì con delle citazioni poetiche o con brani per esempio da un romanzo come “Amato mio” nel quale c’è una delle più belle descrizioni, che la letteratura ci abbia mai dato, di una sala cinematografica. Una sala cinematografica ovviamente neorealista a Caorle dove Pier Paolo facendo queste gite da Casaccia a Caorle di domenica, si fermavano poi fino a sera tarda a vedere questi film all’aperto ed uno di questi film appunto è un film con Rita Heiworth dove lei canta Amato mio. Ecco quindi c’è la descrizione di questa visione cinematografica. Oltre a questo, ad esempio, c’è un passo poetico di un film che Pasolini ha fatto insieme a Guareschi e che poi ha studiato, un film che si chiama “La rabbia” in cui c’era una descrizione della storia d’Italia, della storia d’Italia del dopoguerra fatta da un intellettuale di Destra e da un intellettuale di Sinistra. Ad esempio da questo film abbiamo preso il passo che è letto da Giorgio Bassani dedicato a Marilyn Monroe.

Quindi abbiamo, come dire, un percorso che riguarda tutti gli aspetti della passione per l’immagine di Pasolini. Una passione di natura essenzialmente manieristica che nel momento in cui Pasolini, l’essenza forse del manierismo è proprio questa di accompagnare come dire la relazione con un determinato oggetto, una possibile configurazione storica, con il suo commento cioè fare assieme un’opera che è riflessione e nello stesso tempo (parola non comprensibile). Ecco questo, appunto, si è cercato di mostrare in questo documentario. Documentario che finisce un po’ bruscamente senza trattare un ultimo capitolo, che sarebbe stato importante, sarebbe stato quello “Salò Shaad” e quello dello sfregio all’opera poetica precedente. In omaggio al principio perfettamente enunciato da Fellini: “quand’è che un film finisce?” E il grande maestro disse: “un film finisce quando sono finiti i soldi.”

E anche noi avevamo finito i soldi e quindi manca l’ultimo capitolo, però non è male Perché così il documentario finisce con questa stupenda frase che pronuncia il pittore giottesco, interpretato da Pasolini stesso, nel finale di “Decameron” dove dice: “Perché realizzare l’opera quando è così bello sognarla suonando”.

Naturalmente poi sono a disposizione di critiche, lanci di pomodori ed eventuali domande. >>

GLI INTELLETTUALI E SANREMO 2022(SAN REMO TUTTO ATTACCATO PER INDICARE IL FESTIVAL) dopo il recupero di due post del 2020

GLI INTELLETTUALI E SANREMO 2022(SAN REMO TUTTO ATTACCATO PER INDICARE IL FESTIVAL) dopo il recupero di due post del 2020 – parte 1

Sono sempre più convinto che trascorrere circa 5 ore per cinque giorni (farebbero 25 ore) davanti allo schermo televisivo per seguire le evoluzioni del Festival di Sanremo sia una straordinaria perdita di tempo per chiunque abbia un minimo di buon senso; ma non ho alcuna intenzione di offendere. Forse in qualche minima parte le invidio, quelle persone, in quanto a tutta evidenza non hanno altro di meglio o più utile e necessario da fare. Ho ripreso l’altro ieri un post di due anni fa, proprio per aiutare la mia memoria: nel 2020 il Festival si è svolto proprio mentre in Italia apparivano i primi casi di Covid. Il popolo italiano era ancora inconsapevole dell’immane tragedia che di lì a poco avrebbe travolto il mondo intero.

Lo scorso anno eravamo ancora in piena pandemia ed era appena stata avviata la campagna di vaccinazione. Era in vigore ancora il divieto di partecipare ad eventi culturali e il Festival si è svolto in modo spartano senza pubblico in sala ma con le stesse identiche modalità del varietà, le stesse lungaggini, la stessa vacuità, intervallata con rari interventi memorabili. Ragion per cui ho ancora una volta scelto di utilizzare la modalità Replay cui Rayplay ci consente di accedere. E anche quest’anno sto utilizzando lo stesso meccanismo. Devo tuttavia aggiungere che, quest’anno, un po’ come nel 2020,  ci sono ricascato con la stessa identica reazione comune                                                                                                                                         (riporto nel virgolettato quello che ho scritto nel primo dei due post scritti da me e riproposti insieme l’altro giorno)                                                                                                                                                                                                    “E così accade che, in un momento di sconforto dico a me stesso, l’ultima sera, ed a mia moglie: “Dai, guardiamo com’è!”. Dopo tre esibizioni le palpebre tendono a chiudersi pesantemente.”

Con grande probabilità una delle responsabilità è da addebitare ad un imperfetto funzionamento dei microfoni di sala, inadatti soprattutto per le canzoni più moderne, che rappresentano infatti la maggioranza, oppure c’è  l’età che avanza ed il malfunzionamento dell’udito di un settantenne che rifiuta di recarsi ad un controllo, pur gratuito, dell’udito; o ancora l’incapacità di comprendere le novità musicali che non tengono più conto del gradimento di una popolazione che invecchia. A tale proposito, anche se potrà apparire una digressione, mi ritornano in mente i commenti delle mie nonne e delle vecchie zie di campagna di fronte ai prmi “urlatori” e capelloni nostrani che partecipavano ai Festival tra la fine degli Anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta. In quel periodo però eravamo tutti attratti dai nuovi mezzi di comunicazione; lo schermo televisivo era esclusiva di qualche bar e di qualche famiglia fortunata, che ospitava nugoli di giovani e meno giovani negli appuntamenti canonici come il Festival (mitici furono in modo particolare “Lascia o raddoppia” e “Il Musichiere”).

Se considero una perdita di tempo seguire le 25 ore del Festival, non per questo – come ho in qualche modo accennato prima – non sono attratto dalle performance di comici intellettuali e artisti che vi approdano. Negli intervalli di alcuni momenti impegnativi e seri della mia giornata smanetto su Raiplay e vado a cogliere gli estratti. Recupero anche qualche performance canora…..

I REGALI DI NATALE – p.4

I REGALI DI NATALE – p.4

Nella capitale dell’area flegrea ci sono vari altri luoghi dove si svolgono le attività mercantili. Pozzuoli deve essere stata sin dall’antichità un luogo in cui si svolgevano scambi di merci. Lo testimoniano i resti archeologici del “Macellum”, una sorta di ipermercato ante litteram, che si trova proprio davanti alla linea destra del porto e che ha subìto l’affronto antistorico di essere confuso con un “Tempio” solo per il fatto che negli scavi era stata ritrovata una statuina del dio greco egiziano Serapis. Da parte loro i geologi hanno utilizzato le residue colonne che caratterizzano l’ampiezza e l’altezza di questo sito per misurare i livelli del fenomeno bradisismico, cui è sottoposta la terra flegrea. Tra il Serapeo e il mare al di là di una strada sempre molto trafficata c’è uno spazio sul quale si svolge il mercato dell’usato e delle mercerie varie. Oggi ci sono pochi banchi; quasi certamente la crisi pandemica ha ridotto il livello di scambio e in un giorno prefestivo come questo, unico nel corso dell’anno, c’è più attenzione verso i prodotti tipici alimentari. Dopo un rapido sguardo decidiamo di andare verso quello che ricordiamo essere il mercato ittico – sia quello all’ingrosso che si svolge di prima mattina prima dell’alba che a dettaglio – e quello poi della frutta e verdura al dettaglio (gestito da commercianti) e ci sorprendiamo nel notare uno scarso afflusso. Ci accorgiamo che non c’è più alcun banco e alcuni addetti ai parcheggi, che per sostenere il commercio sono stati resi liberi dall’Amministrazione comunale nel limite di due ore, ci avvertono che i banchi si sono spostati tutti poco più sopra, dove c’è il mercato coperto. In realtà qualche anno prima si erano insediati lì ma poi, se ben ricordo, erano ritornati verso la linea del mare. Ci avvertono però che il mercato è chiuso; c’è stato per tutto ieri fino a notte fonda. Ora tutti stanno nelle loro case a preparare il cenone. Ecco perché – ci diciamo Mary ed io – non c’era tanto movimento.

E così superata la villa Comunale, che è da sempre molto ridotta e non ha molto a che vedere con quelle che si chiamano allo stesso modo ma hanno la fortuna di esistere in altri luoghi, ci inoltriamo attraverso le stradine che portano verso la piazza della Repubblica. Attraversiamo quello che i puteolani hanno chiamato con una certa esagerazione – alla pari con il concetto di “Villa” – “Canal Grande”, ‘o Cannalone” memori del fatto che a causa dei fenomeni bradisismici il mare fino ai primi anni del secolo scorso lo percorreva, costringendo gli abitanti ad utilizzare passerelle simili a quelle che a Venezia adoperano quando c’è l’acqua alta. Ve ne è una testimonianza nel film “Assunta Spina” (tratto dal dramma scritto da Salvatore Di Giacono) di Gustavo Serena e di Francesca Bertini, che ricopre anche il ruolo della protagonista (la potete vedere dal minuto 6 e 40″ del film che vi inserisco in coda a questo blocco).

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PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA – L’IRRESPONSABILITÀ DELLA CLASSE POLITICA, A PARTIRE DA QUELLI A ME PIÙ VICINI (O CHE DOVREBBERO ESSERLO) – P. 3

Ho atteso per portare in qualche modo a compimento alcune mie riflessioni. La soluzione, che è indubbiamente – in tutto questo bailamme – la migliore – conferma le mie ragioni; in realtà è il Paese nella sua grande maggioranza a sostenerle: questa classe politica deve essere profondamente riformata.

Non lo riconosceranno, i nostri cari politici; anzi, faranno finta di avere assunto la scelta con grande responsabilità e senso dello Stato e faranno “passare il tutto in cavalleria” che è uno dei modi di dire della nostra lingua per significare la sottovalutazione dei gravi rischi che la nostra Democrazia sta correndo. E non è da sottovalutare anche il grave rischio che si è fatto correre alla Repubblica di avere un (o una) Presidente scarsamente rappresentativo del nostro popolo.

Questa è una classe politica ormai squalificata dappertutto: la qualità dei suoi rappresentanti è la cartina di tornasole di ciò che si muove nelle periferie. In ogni parte del nostro Paese ci troviamo di fronte ad una classe politica incapace di ascoltare con attenzione le critiche benevoli che da tanta parte le si sono rivolte, una classe politica che ha privilegiato le proprie sinecure incuranti, se non che a chiacchiere (che come dice il famoso detto partenopeo “Chiacchiere e tabacchere e’ lignamm o’ Banco ‘e Napule nun ne ‘mpegna!“), delle richieste di ascolto. Anche per questa sottovalutazione che si è protratta nel tempo e l’aumento dei bisogni insoddisfatti in questi ultimi anni, aggravato dalle emergenze di tipo sanitario, la gente non ha proprio più intenzione di sopportare questo stato delle cose. Segnali di disaffezione partecipativa democratica sono stati lanciati già nei decenni appena trascorsi fino alle recenti elezioni politiche suppletive a Roma del 16 gennaio 2022 dove ha partecipato al voto meno del 12% degli aventi diritto e la vincitrice ha raccolto poco più di 12.000 voti.

https://elezioni.interno.gov.it/suppletive/scrutini/20220116/scrutiniCI15110

In tutta questa vicenda è emerso l’abbassamento del livello qualitativo dell’intero quadro politico. Non è in discussione l’esito; è apparsa la soluzione migliore per uscire dall’impasse. Ma sono stati i passi precedenti ad essere indicativi dello stato confusionale in cui il mondo politico italiano si va muovendo, a partire dalla candidatura di Berlusconi e proseguire per il farsesco sostegno alla scesa in campo della Presidente del Senato, notoriamente invisa per questioni caratteriali ad una moltitudine di parlamentari, e non solo per questa ragione inadeguata a svolgere un ruolo di “super partes” (nemmeno nei lavori parlamentari in Senato le si può riconoscere tale valore). Si è poi consumata l’altra “commedia” della candidatura della Elisabetta Belloni, sostenuta soprattutto in quanto rappresentante del genere femminile ma non adeguatamente preparata anche per il suo ruolo attuale a svolgere la funzione istituzionale più alta prevista dal nostro ordinamento. Sulla impossibilità di poter avere una candidatura “al femminile” ho già scritto, precisando che le “donne” più presentabili per tale ruolo sono invise a gran parte della attuale leadership politica per le stesse ragioni che attengono alla loro capacità di utilizzare in modo autonomo e libero il pensiero critico, che è forma largamente non gradita dal Potere.

Ad ogni modo, lo ripeto, la soluzione trovata è un parziale momentaneo riconoscimento del fallimento; spero di poter avere una smentita concreta delle mie pessimistiche previsioni. Caro Presidente Mattarella, buon lavoro! Il Paese ha bisogno di te.