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LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO A POZZUOLI – i preparativi dell’incontro con Giuseppe Mario GAUDINO

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Voglio ringraziare l’Associazione LUX in FABULA per gli splendidi video realizzati!
Avendo ricevuto anche delle indicazioni dall’Associazione Lux in Fabula allego il link di un sito sul bradisismo flegreo: http://www.bradisismoflegreo.it/

E’ stato naturale che, nell’organizzare “La prima cosa bella- Esordi d’autore” a Pozzuoli io abbia pensato a Giuseppe. Non è stato così semplice rintracciarlo. Ero invece convinto che lo fosse perché avevo dei punti di riferimento che consideravo “sicuri”(dei parenti che erano anche amici miei – vedi link http://www.maddaluno.eu/?p=406ed alcune altre persone che abitavano al Rione “Olivetti”); invece dopo una serie di verifiche a vuoto ero al punto di prima, cioè quasi “zero”. Tornando, però, a casa una sera (credo fosse il 29 dicembre dello scorso anno), incontro Enzo Aulitto, con il quale ho un’antica e solida amicizia: gli dissi che ero alla ricerca di Gaudino e lui mi fornì un numero di cellulare, pur non essendo certo che fosse ancora attivo ed appartenesse a Giuseppe. Non volevo essere invasivo ed inviai a quel numero un messaggio chiedendo di poterlo contattare. “Ciao sono Beppe Gaudino aspetto una tua chiamata” 30/12/2013 09.16.22 – una risposta sollecita e piena di evidente disponibilità. Nel giro di pochi minuti abbiamo poi affrontato i temi che ci interessavano (gli esordi, le passioni, le prospettive) e fermato la data dell’evento nel primo giorno di primavera, il 21 marzo, come sempre un venerdì, alle ore 17.30. e, poi, con gli auguri per il nuovo anno che stava arrivando ci siamo detti che non c’era furia per i “particolari” e che ci saremmo presto risentiti. Lo abbiamo fatto un paio di volte per telefono e con Skype per affinare le tematiche da trattare; mi ha inviato ampi materiali ed in particolare un curriculum molto articolato ed alcuni filmati. Poiché l’iniziativa tratta degli esordi nei dialoghi telfonici ci siamo voluti soffermare su questi, sapendo peraltro che il percorso produttivo e realizzativo del suo primo lungometraggio (“Giro di lune…”) è stato lungo e faticoso. Molta parte della produzione iniziale è stata intimamente legata alla terra flegrea da cui entrambi originiamo ed in essa si inseriscono le ragioni della scelta di temi classici e storici e quelli del “mito” mescolata alla profonda volontà che si eviti l’oblio sia di vicende arcaiche sia della storia più recente soprattutto quella relativa alla “diaspora” del Rione Terra dopo gli eventi del 1970 ( vedi articoli sullo stesso tema – corredati da video – e da me scritti il 9 giugno http://www.politicsblog.it/?p=350 ed il 10 giugno u.s. http://www.politicsblog.it/?p=361) . Oltre a “Giro di lune…” di cui abbiamo parlato (http://www.maddaluno.eu/?p=406) il 22 luglio, grande successo è arriso al film “Calcinacci” premiato in vari Festival e vincitore di un premio di prima grandezza a Cinema Giovani di Torino nel 1990; “Calcinacci” recupera altre storie del “dopo bradisisma” del “dopo diaspora” dell’”abbandono” cui il Rione Terra è stato fatto segno per oltre venti anni. A Pozzuoli questi due film (insieme ad altri suoi che trattano questi temi) sono stati spesso proiettati, anche se Beppe comunque – e giustamente – rileva che non sono molti, al di fuori delle cerchie “colte” , i puteolani ad averli realmente visti. I temi trattati partono da una visione locale ma vanno a “pescare” nelle fondamenta archetipiche della Storia di Dicearchia (il nome che i profughi da Samo diedero più di due millenni e mezzo fa alla terra che poi i Romani chiamarono Puteoli e che oggi si chiama Pozzuoli) e si collegano alle “diaspore” antiche e recenti cui la Storia non ci ha mai purtroppo negato di dover assistere. “Giro di lune…” è un film ricchissimo di rimandi mitologici e storici; c’è la Sibilla Cumana, Agrippina e Nerone, Artema e Gennaro, protomartiri, Maria puteolana, guerriera citata da Petrarca, detta anche “la Pazza”. E c’è la storia di una famiglia di pescatori, i Gioia, che ci ricorda lontanamente i Malavoglia (soprattutto il ruolo e la funzione delle donne), che si trovano a subire il dramma del bradisismo sia sulla terra che sul mare all’inizio degli anni Settanta, poco prima e durante la fase dello sgombero “forzato” di cui parla anche Enzo Neri nell’articolo sul Duomo di Pozzuoli pubblicato il 25 luglio u.s. (http://www.maddaluno.eu/?p=433).
Ad ogni modo mi dispiacerebbe dover ripresentare gli stessi film ad un pubblico che forse li ha già veduti. E con Beppe condividiamo questa perplessità, anche se lui mi chiede di organizzare una sua personale più in là dove far vedere tutto quanto possibile. Lui intanto mi ha inviato anche un film più recente del quale parlerò diffusamente in altro post, “Per questi stretti morire” del 2010, e decidiamo di puntare esclusivamente su questo per il 21 marzo. Nei colloqui telefonici intanto ci soffermiamo sui nostri “amori”, sulle passioni che ci hanno fatto crescere e Beppe accenna a Rossellini, a Pasolini e ad Amelio con cui ha più volte lavorato ed al quale ha dedicato nel 1992 anche un documentarioritratto dal titolo “Joannis Amelii animula vagula blandula” girato sul set del film “Il ladro di bambini” dove Gaudino ha agito da scenografo (“La scenografia – dice Beppe – è una forma di narrazione diretta” ed è uno dei suoi principali ed irrinunciabili punti fermi per il suo lavoro). A questi autori italiani egli si ispira in particolare per lo “sguardo etico” che rivolgono verso la realtà. Fra gli autori stranieri aggiunge Elia Kazan e John Cassavetes, oltre ad Andrei Tarkovskij ed il suo “Andrei Rublev” che a me ricorda peraltro le origini culturali di Gaudino, legate sommamente al mondo dell’Arte (il Diploma all’Accademia di Belle Arti e la predilezione per la Scenografia, di cui si diceva appena più sopra). Guardando il film di cui parlerò nel prossimo post ho aggiunto anche altri grandi autori contemporanei che sono, a mio parere, riferibili allo stile di Giuseppe Mario Gaudino.

IO SONO UN PAZZO CINEFILO

Anfiteatro di Nimes
Les Mistons  e BernadetteLes Mistons ed anfiteatroTruffaut

Io sono un pazzo cinefilo. Sono nato con il Cinema nel sangue e quindi capita sovente che molti argomenti evochino in me rimandi cinematografici, ancor più se si tratta di storie francesi come quella di Aigues-Mortes di cui ho trattato nel post precedente. Merito, anche se non solo (e poi forse in fondo svelerò anche questo piccolo segreto), degli Esami di Stato e dell’incontro con l’allievo Niccolò Lair è questo approfondimento su un luogo che è la città di Nimes, capoluogo del dipartimento del Gard nella regione della Linguadoca-Rossiglione. In questa città risiede la nonna paterna di Niccolò e la classe è andata in quest’ultimo anno a visitare quella regione della Provenza e la stessa cittadina. Sotto la guida della nonna hanno potuto visitare l’Anfiteatro romano ed i resti del Tempio di Diana, oltre ad apprezzare la vivacità culturale della città moderna. Ma andiamo pure ai “rimandi cinematografici” del folle cinefilo che è in me. Ho visto decine di volte l’Anfiteatro di Nimes senza mai esserci stato e non in uno dei possibili documentari sulla Provenza e la Linguadoca ma nel film d’esordio di uno dei più grandi autori cinematografici, cinefilo anch’egli ed organizzatore di cineclub, Francois Truffaut. Non posso nascondere la mia predilezione per il grande regista francese che è stato il mio virtuale educatore prendendomi per mano con le sue storie ed accompagnando la mia vita dal 1957 al 1984. Truffaut per il Cinema è stato “tutto”: da bambino è stato precoce spettatore quasi sempre “clandestino” (si intrufolava dall’uscita); ma non gli bastava vederli (ne ha visti a migliaia fra i 14 ed i 24 anni): doveva scriverne e parlarne. Quindi amava proporsi come “critico militante”ed insieme ad altri giovani, come Godard, Rohmer, Chabrol, Rivette, iniziò quella rivoluzione del Cinema francese che si chiamerà “Nouvelle Vague”. Tutto inizia con un articolo sui “Cahiers du cinema” dal titolo “Une certaine tendance du cinéma francais” del gennaio 1954. Dalla critica militante all’elaborazione di nuove idee contro l’artificiosità e l’innaturalezza dei vecchi bacucchi il passo fu logico e conseguenziale. Attratti dal Neorealismo italiano i giovani futuri grandi cineasti cominciarono a girare in strada con attrici ed attori di nuovissima leva, utilizzando l’illuminazione naturale e la presa diretta. Truffaut, e qui torniamo a Nimes, dopo un primo timido approccio al Cinema con un prodotto in 16 mm del quale, complice l’autore, non abbiamo traccia, nel 1957 girerà il suo primo vero film tratto da un racconto di Maurice Pons, “Les Mistons” (letteralmente “I monellacci”), nel quale inserisce sia il passato cinematografico (“L’arroseur arrosé” dei fratelli Lumière) che alcuni richiami al cinema americano con la finta sparatoria che, per l’appunto, si svolge fra questi cinque protagonisti, i monellacci del titolo, nell’anfiteatro di Nimes. Questo sito archeologico viene ripreso nella sua interezza per seguire le vicende di una giovane, Bernadette, che stimola con le sue forme perfette le fantasie dei ragazzi nei loro primi loro turbamenti sessuali. Si impegneranno a fondo per disturbare la storia d’amore di Bernadette e Gerard fino a quando non scopriranno poi una drammatica tragica verità: Gerard è morto in un incidente e questo evento sancirà anche, forse, la loro maturazione. “Les Mistons” è anche caratterizzato da una certa ansia cinefiliaca, come dicevo prima, per cui Truffaut inserisce nel mediometraggio (26’) oltre alle passioni citate alcuni richiami ad un altro mito (suo ma anche mio) della Storia del Cinema e della malattia “cinefiliaca” che è Jean Vigo, acquisendone i movimenti dei corpi dei ragazzini che richiamano una profonda anarchia libertaria come in “Zero de conduite”. Inoltre “Les Mistons” anticipa tutta la serie successiva dedicata all’educazione ed alla crescita di Antoine Doinel, figura alter ego di Truffaut, del quale ricalca molti aspetti autobiografici. Il film ancora oggi, benché Truffaut non lo amasse in modo particolare, esprime una straordinaria freschezza, non fosse altro per la bellezza del corpo di Bernadette e per la straordinaria vitalità dei ragazzini (il personaggio di Gerard è opaco e non rimane impresso nella mente degli spettatori). Truffaut in effetti, come ha poi continuato a fare in seguito, si pone dal punto di vista dei “monellacci” sentendosi molto a suo agio nella descrizione delle loro intime tempeste, delle loro esuberanze. Anche il regista era attratto da Bernadette Lafont, interprete del personaggio femminile suo omonimo. “E’ sempre con emozione che ritrovo Bernadette Lafont, il suo nome o il suo viso, il suo mprofilo stampato su una rivista o il suo corpo flessuoso in un film, perché, anche se sono più vecchio di lei, abbiamo debuttato lo stesso giorno dell’estate del 1957, lei davanti alla macchina da presa, io dietro….Quando penso a B.L. artista francese, vedo un simbolo in movimento, il simbolo della vitalità, dunque della vita” dirà Truffaut in occasione di una retrospettiva dei film dell’attrice, alla quale nel 1972 aveva consegnato il ruolo di protagonista in un altro film “Une belle fille comme moi”.
Ed ora il film, dove si possono vedere le strade di Nimes, i boschi ed i corsi d’acqua che circondano quella città ed i reperti archeologici come l’Anfiteatro, va guardato per intero (lo troverete allegato a questo articolo). Rendiamo omaggio a chi ci ha stimolato a parlarne: l’allievo Niccolò Lair.
In definitiva vi svelerò il segreto: sto lavorando ad una presentazione di questi miei “amori” che sono Jean Vigo e Francois Truffaut di cui ad ottobre ricorrono rispettivamente gli 80 ed i 30 anni dalla morte. Grazie.
Continuerò a commentare altri stimoli sopravvenuti “grazie” agli Esami di Stato di quest’anno nei prossimi giorni.

AMORI…E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)

AMORI… E ALTRO – LEZIONI DI CINEMA (1992)
Estate del 1992. Sono a Forlì in un caldo giugno impegnato in Esami di Maturità come Commissario esterno di Italiano e Storia. Campionato di calcio europeo senza l’Italia. La famiglia è a Riccione in una residenza che chiamiamo “casetta Ariosa”. Di mattina mi sveglio presto e prendo il treno; con me ho una borsa capiente per i documenti ed un piccolo registratore portatile con alcuni nastri musicali. Ho stretto un impegno, con il Comune di Prato, che ho chiamato “Laboratorio dell’Immagine” e da alcuni anni ho prodotto materiali audiovisivi coinvolgendo gli studenti di alcuni Istituti medi superiori nell’ideazione, scrittura e realizzazione di video; ne abbiamo prodotti già tre: “Capelli”, “L’ultimo sigaro” e “I giorni e le notti – parte prima”. Con gli studenti abbiamo discusso anche quest’anno, dopo una parte teorica, ma non sono venute idee particolarmente brillanti; tuttavia da parte dell’Assessorato alla Cultura, che si occupa anche dell’Educazione per gli Adulti, è venuta una sollecitazione a collegare l’impegno produttivo del Laboratorio a quel settore. A maggio mi è stato dunque chiesto di lavorare su dei prodotti che pubblicizzino i Corsi di Educazione degli Adulti che il Comune sta attivando per l’anno scolastico 9293 ed è logico che debbano essere preparati ed approntati per settembre. Ma non c’è nulla di pronto e, dunque, devo pensare a cosa proporre. Ho in mente qualcosa che si colleghi ai miei amori…cinematografici; penso in particolare a Francois Truffaut e ad uno dei suoi film, “L’uomo che amava le donne”.

 

Truffaut

 

 

E’ un film del 1977, nel quale un ingegnere di Montpellier è attratto dalle donne, in particolar modo dalle loro gambe. “Le gambe delle donne sono dei compassi che misurano il globo terrestre in tutte le direzioni, donandogli il suo equilibrio e la sua armonia.” dice e poi: “Per me non vi è nulla di più bello che guardare una donna mentre cammina purché sia vestita con un abito o con una gonna che si muova al ritmo del suo passo”. Ecco: il ritmo! Immaginavo infatti due giovani, seduti sugli scalini del Duomo di Prato mentre fumano e bevono qualcosa che loro aggrada, nell’atto di osservare seguendole, accompagnati da una musica che arrivi a loro attraverso un auricolare, gambe di donne che circolano davanti ai loro occhi. Una battuta potrebbe suonare così chiudendo lo spot: “Voi, non fate come loro, non indugiate: iscrivetevi ai Corsi di Educazione degli Adulti organizzati dal Comune di Prato”. L’idea c’è, un invito a non perdere tempo, a non bighellonare; manca la musica adatta. Sono sempre stato maniacalmente portato a scegliere musiche “speciali” per i video che ho prodotto. E non è affatto il caso di smentirmi: e dunque ascolto di continuo musiche, le ascolto e le riascolto, soprattutto nei tempi morti; soprattutto quando mi tocca attendere i treni, notoriamente non sempre puntuali. Ed allora, mentre osservo varie gambe femminili nel loro movimento inserisco “varie” colonne sonore che aspirano a diventare “la colonna sonora” di quello spot che ho immaginato. “It’s a jungle out there” cantata da Bonnie Tyler è la prescelta. Provate anche voi ad ascoltarla mentre osservate gambe di donne che si muovono davanti ai vostri occhi e fatemi sapere se siete d’accordo. Il video funziona; così come funzionano gli altri spot per i quali penso di utilizzare musiche meno ricercate. In uno coinvolgerò alcuni studenti del corso serale dell’Istituto “Dagomari” (a quel tempo era ancora in viale Borgovalsugana 63); in questo caso il messaggio partirà da una realtà positiva: i protagonisti hanno già scelto e bisogna fare “come loro”! In un altro spot protagonista è una casalinga annoiata che trascorre il suo tempo bevendo alcoolici mentre in poltrona con un telecomando nervosamente fà zapping fra programmi televisivi di scarso valore: in questo caso siamo tornati ad un punto di partenza “negativo” e ad un invito in “positivo” a non ingaglioffirsi davanti alla tv. Il quarto spot si svolge in una realtà bucolica un po’ paradossale; i protagonisti sono galline e pulcini cui sovrintende un gallo sotto l’occhio stanco di un cane da caccia affacciato alla sua cuccia. Il tutto avviene in un vecchio cascinale storico ed il messaggio parte dalla consapevolezza che “loro” (gli animali) non potranno iscriversi ai corsi ma, ed ecco il gallo che “canta”, è il momento di darsi una mossa per tutti gli altri. Gli spot sono dunque pronti nella loro ideazione; occorre realizzarli. Lo farò fra luglio, al ritorno dagli Esami, e agosto con i pochi allievi disponibili. Ma spero che siano un successo. Era l’estate del 1992.

LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – POZZUOLI – (ANTEFATTO) INCONTRO CON G.M.GAUDINO A PRATO

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LA PRIMA COSA BELLA 21 MARZO 2014 – L’ANTEFATTO dell’incontro con Giuseppe Mario Gaudino

“Professore, c’è qui un giovane che la cerca” la segretaria dell’Assessore aveva un tono ilare insolito e lo esplicitò subito dopo. “Ha chiesto di essere ricevuto dall’Assessore Maddaluno”. Ora, a parte la perplessità generica e lo sbandamento relativo al fatto che avrei potuto supporre che l’equivoco fosse stato generato da una mia bugia, mi venne da sorridere. In effetti non ero Assessore e non conoscevo in maniera diretta questo giovane anche se ne avevo sentito parlare negli ambienti culturali e cinematografici come “promessa” della produzione di ricerca: in quegli anni (la metà degli anni Ottanta) più di ora mi occupavo di Cinema seguendo in particolare le giovani generazioni ed ero in contatto con molti fra i rappresentanti dell’arte cinematografica sia nei settori della produzione che in quelli della realizzazione. Avevo già progettato “Film Video Makers toscani” e di questo giovane avevo visto “Aldis”, che mi aveva colpito particolarmente per la fotografia ed il montaggio, oltre che per la scelta di girare la maggior parte del video sul Lago Fusaro e nella Casina vanvitelliana che è collocata su quel Lago dei Campi Flegrei e vi si accede attraverso un pontile. Era chiaro che Giuseppe arrivasse da Roma con un’informazione ricevuta da amici comuni di Pozzuoli che gli avevano segnalato la mia presenza a Prato come “collaboratore” esterno dell’Assessorato alla Cultura e nel passaggio comunicativo si era prodotta una distorsione del tutto evidente. Conoscevo, dunque, alcuni elementi della sua storia e sapevo di avere amici tra i suoi parenti che non sentivo né vedevo da alcuni anni. Avevo lasciato Pozzuoli nel 1975 ed i fratelli Tegazzini (Silvio e Giancarlo), cugini di Giuseppe, erano stati fra i migliori amici che avessi frequentato in modo continuativo. Alla Segretaria (non ricordo se fosse Dori, Carla o Enrica) dissi di farlo attendere, scusandomi per l’equivoco che era stato creato e che – lo ribadii – non dipendeva di certo da me, anche se non saprò mai se fossi stato convincente. In una mezzora fui in via Cairoli (l’Assessorato alla Cultura del Comune era nel Palazzo Buonamici poco prima dell’Hotel Flora); Giuseppe mi aspettava nell’ingresso del Palazzo e, dopo una breve presentazione, mi disse che non poteva trattenersi e mi consegnò un pacchetto che, prima di salutarlo, aprii: c’era la sceneggiatura di un suo film che andava preparando. “Giro di lune tra terra e mare”; già dalle prime pagine che mi apparvero, accompagnate da fotocopie in bianco e nero di fotografie “di scena”, notai che, in continuità con “Aldis”, permaneva lo stile, visionario ed onirico, basato su ricerca ambientale collegata ad un mondo per me “comune” di esperienze vissute. Le immagini descritte per circa trenta pagine appartenevano agli ambienti naturali che ben conoscevo e rievocavano in me sensazioni riposte abbandonate da circa un decennio. Salutai Giuseppe Gaudino e mi ripromisi di ricontattarlo (c’era un indirizzo sul frontespizio, ed un numero di telefono). A dire il vero ho sempre avuto con me quella sceneggiatura ed ho sempre pensato con piacere a Giuseppe ma per molti anni, troppi, non ero riuscito ad incontrarlo; quando scendevo a Pozzuoli i miei impegni erano quelli “di famiglia”: anche gli amici “comuni” e quelli che per me avevano avuto un significato fortissimo nella mia formazione non venivano da me contattati. E non so di certo dire perché mai mi comportassi così; c’era un muro che non riuscivo a valicare, anche perché sapevo di non poter condividere percorsi comuni, dato che il mio lavoro non mi consentiva di spostarmi a piacimento. So bene di ricercare una giustificazione al mio atteggiamento a dir poco superificiali ma i miei impegni professionali, culturali e politici – che erano un tutt’uno con quelli familiari – mi impedivano davvero di poter pensare a costruire qualcosaltro, anche se nel mio luogo di crescita esistenziale. Dal 2013, pur essendo più vecchio, qualcosa è cambiato; con l’età della pensione ho scelto di ritornare a Pozzuoli – non stabilmente ma con maggiore assiduità. In effetti sono stanco della vita politica; è diventata insopportabile! La Cultura per me rimane l’unica ancora di salvezza; e gli antichi amori e le amicizie sono per me elemento di recupero di una dimensione umana necessaria per poter sopravvivere a questo disastro. Ed è venuto dunque il tempo per riprendere contatti. E così, dopo poco meno di trenta anni da quell’incontro, mi lancio alla ricerca del tempo perduto e dei passi smarriti. I recapiti sul frontespizio della sceneggiatura non sono più utili; il tempo anche per Giuseppe Gaudino è passato. Ma sono determinato ad incontrarlo di nuovo, stavolta possibilmente più a lungo. Ho bisogno di sapere quello che non so. Gaudino ha realizzato ovviamente in tutti questi anni non solo “Giro di lune…”, ha lavorato come scenografo, ha costituito una casa di produzione (la Gaundri) con Isabella Sandri, sua compagna di vita e di lavoro, ed il mio desiderio di recuperare parte, anche minima, di quanto avremmo potuto fare è fortissimo.

Gaudino

 

LEZIONI DI CINEMA 6

Famiglia Ruocco Retaggio Maddaluno
Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.

LEZIONI DI CINEMA 6

Nel buio della sera si attraversavano alcuni stretti sentieri fra i campi per raggiungere una casa che si trovava proprio al di sopra del cimitero, l’unico cimitero di Procida, che affaccia sulla spiaggia detta del Pozzo Vecchio, la spiaggia che è poi stata “location” de “Il Postino” ultimo film di Massimo Troisi. Se devo parlare di un vero e proprio primo amore o forse di un primo vero e proprio capriccio d’amore è lì infatti che è nato, si è evoluto ed è finito. Nelle “controre” accaldate da ragazzini nel tentativo di dormire a terra nella sala da pranzo, sopra delle lenzuola e dei cuscini appoggiati si parlava e si scherzava, ma difficilmente si riusciva a dormire. Ed in una di queste occasioni, oltre a raccontarci le solite inutili banalità, avevo provato un profondo duraturo eccitamento assolutamente irrisolto e per me in quel momento incomprensibile. “Tardivo” come molti maschi e forse del tutto sorpreso da quanto stava accadendo (ma l’ho capito soltanto qualche giorno dopo) non fui in grado di aggiungere nulla.
Quando la televisione non c’era, nei pomeriggi assolati delle caldi estati, si dormiva sul mezzanino al quale si accedeva attraverso una scala di legno con pioli molto larghi ed in questo luogo assolutamente magico ed unico nella storia della mia infanzia e della mia adolescenza a volte si svolgevano anche lavori particolari ai quali eravamo invitati a partecipare, come allargare la lana dei materassi e dei cuscini. Se nel mio ricordo sono indelebili i tuffi dall’alto dei letti nei morbidi ciuffetti di lana già lavorata vuol dire che il mio peso era minimo e che anche l’età era giovanissima. Ma quello che più ricordo è la narrazione della storia di “Pinocchio” fatta da mia zia, un racconto avvincente che serviva a tenere in quel piccolo spazio tutti i nipoti non di certo per farci lavorare, perché più che altro con i nostri giochi, i nostri scherzi, i nostri tuffi non facevamo altro che intralciare il lavoro dei grandi.
Quando non c’erano lavori quasi sempre si riposava e si sognava e si preparava il nostro futuro, quello immediato e quello lontano ma eravamo tutti ancora veri e propri bambini. Una delle cose che mi piaceva era aprire la porticina del mezzanino e verso sera guardare il mare solcato da qualche nave, con la scia che permaneva e la mia immaginazione che andava alle onde di risacca che sarebbero arrivate al Pozzo Vecchio oppure a Ciraccio. A volte riuscivo a scappare e correvo correvo fra i sentieri per andare verso il mare: la conoscevo a memoria, non avevo bisogno di guardare dove mettevo i piedi nudi, fra i sassi, la polvere ed i ciottoli del basolato, attraversando i campi e correndo sulla stradina “principale”, passando poi davanti all’ingresso del cimitero ed imboccando l’ultima discesa verso il mare, ed era un piacere arrivare sulla piccola e corta spiaggia del Pozzo Vecchio dove di sera prima che scendesse il buio non c’era più nessuno. Bagnarsi i piedi e tuffarsi per un breve bagno e sentirsi al centro della vita e del mondo ascoltando solo il mare e lo stridio dei gabbiani e delle rondini marine sempre particolarmente attive in quella fase dell’anno: era questo il mio piacere di allora. E non comprendevo i più grandi che si affacciavano dall’alto della rupe a picco sulla spiaggia, lontani dalle onde del mare ad osservare inosservati gli innamorati che a volte si appartavano forse convinti anche di godere di una privacy assoluta in qualche angolo della spiaggia in un inconsapevole quasi sempre esibizionismo: a volte c’era anche chi praticava il nudo integrale per una completa abbronzatura ed allora si radunava dall’alto una folla di morbosi curiosi.
Ed in alcuni pomeriggi c’erano anche le “partite” di calcetto: sulla sabbia, lo si sa, ci vogliono tecniche speciali – occorre giocare “di prima” – ed io le avevo acquisite, mentre avevo difficoltà a giocare sui prati normali dei campi da gioco. In una di queste occasioni per l’appunto pomeridiane (al mattino la spiaggia, un po’ corta nella sua profondità, era facilmente affollata dappertutto) nel ripulirmi dalla sabbia dopo una giocata mi feci un taglio, non ho mai capito con che cosa, al piede destro e fui costretto ad andare da solo sanguinante a piedi al “pronto soccorso” che era rappresentato negli anni Sessanta da un piccolo presidio subito dopo la chiesa di San Giacomo in via Vittorio Emanuele. A piedi perdendo sangue per circa cinquecento metri su una strada polverosa dalla quale in quel tardo pomeriggio non transitò anima viva e poi – fosse passato qualcuno – sarebbe andato in direzione opposta alla mia. Al Pronto Soccorso trovai solo alcune infermiere (c’erano due cugine di mia madre) che ripulirono il piede, mi fecero l’antitetanica e, senza anestesia, mi cucirono la ferita con quattrocinque punti. Fu, quella, una prova da “grande” stoico; il dolore era lancinante, ma alla fine, saltellando, tornai a casa di una delle mie zie, quella più vicina, zia Nunziatina, che abitava alla Madonna della Libera…

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LEZIONI DI CINEMA 5

CARCIOFI

limoni

LEZIONI DI CINEMA 5

La vita in campagna era anche contrassegnata da alcuni compiti, che tuttavia essendo io di città non ero in grado (o meglio non ero considerato in grado) di svolgere. Andare ad accudire alle capre, significava anche raccogliere il loro latte ed io non l’ho mai fatto: potevo invece raccogliere le uova ed era molto piacevole prenderle calde e rompendone un pezzo della parte più stretta succhiarne il contenuto; oppure andare a raccogliere l’erba, una certa erba, non tutta quella che cresceva nei campi, per i conigli, una tal altra per le capre, una tal altra ancora per le galline. Si potevano raccogliere i pomodori, si potevano raccogliere le more, si potevano raccogliere i peperoncini, non di certo le patate perché era possibile sia darsi una zappa sui piedi sia rovinarle completamente: ci vuole una certa maestria nel raccogliere le patate ed io non l’ho mai fatto bene. Era molto facile ed a volte anche divertente salire sulla pianta di fico e stare lì, semmai con un tozzo di pane a fare merenda in diretta. Uno di questi fichi sempre stracarico di frutti maturi era sopra una casupola ben recintata dove c’erano le capre e le galline ed alla base della quale c’era anche una vasca nella quale con un sistema di canalizzazione affluiva l’acqua piovana per poterla utilizzare alla bisogna nei periodi di siccità. Su quella vasca si affacciava una pianta di limone che lasciando cadere ivi le sue foglie ed i suoi frutti maturi creava macerandosi nell’acqua stagnante un odore particolare di un’intensità mai più provata fuori dell’isola. Sul tetto a spioventi lievemente bombati e convessi come tutti gli altri delle abitazioni procidane si accedeva appoggiando ad uno dei lati una scala di legno a gradini ed era uno dei luoghi magici che preferivo: il profumo degli alberi di limone (non è un caso che parli di alberi e non di limoni, in quanto è il complesso che rende l’ambiente unico: è un po’ come succede al vino che trasportato da una località all’altra perde quella fragranza che lo caratterizza nella sua sede naturale) a Procida ha una caratteristica totalmente diversa da quella delle altre località partenopee, diversa ad esempio da quello della costiera amalfitana, diversa anche dallo stesso limone dell’Isola di Ischia, che da quel posto dove vivevano i miei si riusciva quasi a toccare con mano. Ho, adesso che sono lontano non solo dal punto di vista geografico, mantenuto un rapporto strano con questa singolare caratteristica di tipo certamente antropologico: non riesco a vivere serenamente se in casa o anche nella sede in cui mi trovo manchino i limoni, per cui molto spesso chi mi viene a trovare scopre ceste e cassetti del frigo pieni di limoni, dei quali molte volte annuso la buccia. Non sono assolutamente gli stessi, ma mi accontento. La vita dalle zie tutte nubili fino al termine dei loro giorni era ancor più straordinaria fino a quando alla fine degli anni Cinquanta non è arrivata prima l’ elettricità e poi l’acqua corrente. Non è più possibile ricreare quell’atmosfera che si verificava verso l’imbrunire, allorquando sia gli uccelli sia le galline riprendono in modo diversamente rumoroso la via di casa: noi bambini eravamo attesi per le abluzioni serali (intere o quasi intere) dentro ampie tinozze di coccio o di stagno, e difficilmente riuscivamo, anche se dei tentativi li attuavamo, a sfuggirle. Il buio scendeva lento ed intanto nelle stanze venivano accesi i lumi a petrolio che fornivano luce sulla tavola imbandita parcamente e, quando era inverno, si accendeva anche la carbonella per i bracieri che avrebbero dovuto riscaldare più tardi le nostre membra intirizzite e piene di “geloni”. Non era ancora il tempo né dell’elettricità né della televisione, o almeno non lo era per la casa delle mie zie. Infatti qualche altra famiglia meno lontana dalla strada principale aveva già la corrente elettrica ed aveva già, come segno di grande ricchezza acquisita (a Procida la maggior parte viveva negli agi perché in una famiglia spesso più di un membro lavorava sul mare, sui grandi transatlantici o sulle petroliere, e guadagnavano molto bene per quell’epoca), l’apparecchio televisivo. A volte come del resto accadeva da ogni altra parte in quel tempo, trasmigravamo, di solito avveniva la sera del sabato o della domenica, allorché c’era il programma di maggiore generale gradimento (di solito “Canzonissima” o altro equipollente): si andava tutti a casa di questi amici più fortunati ed erano, queste visite, anche occasioni buone per rafforzare amicizie e far nascere, e morire semmai, nuovi amori.

il ritratto dell’artista da giovane (giovanissimo)002

A COSTANTINO SGAMATO: BUON COMPLEANNO – LA PRIMA COSA BELLA A POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

Facebook è prezioso. Oggi, 10 luglio, è il compleanno di Costantino Sgamato. E così insieme agli auguri di rito in questa occasione scriverò ancora una volta de “La prima cosa bella – Esordi d’autore” del 28 febbraio in Palazzo Toledo – Polo Culturale della città di Pozzuoli. Fin dal 22 giugno avevo anticipato, in una prima generale presentazione degli eventi realizzati quest’anno insieme a Mariateresa Moccia Di Fraia ed a Giuseppe Borrone, che avrei parlato in modo più specifico e diretto di Costantino Sgamato e della sua famiglia, interamente impegnata nella produzione di immagini e di eventi nella loro factory, la BrainHeart. Nelle tappe conoscitive di avvicinamento all’evento del 28 febbraio avevo concordato con Costantino di vederci nel pomeriggio del 26 a casa mia; per arrivarci mi è stato sempre difficile spiegarlo perché occorre conoscere la zona a ridosso della stazione del Metrò e, dunque, gli do appuntamento proprio sulla Piazza della Metropolitana. Arriva – con qualche minuto di ritardo – insieme ad una ragazza che poi saprò essere la sua sorella, Marina, giovanissima ma già molto esperta di Arte fotografica. Ho detto che la famiglia Sgamato è una delle espressioni culturali ed artistiche più straordinarie nel contesto flegreo partenopeo e l’ho già mostrato nei precedenti articoli, soprattutto quello dedicato ad Emma Cianchi (25 giugno) ed a Maria Di Razza (26 giugno), evidenziando come la realizzazione di “dOVesOnonata” della prima e di “Forbici” della seconda sia fortemente collegata alle intuizioni ed all’ingegno tecnologico-artistico di Costantino. A piedi ci rechiamo a casa mia dove fra un convenevole e l’altro di primo approccio preparo un tè alla meglio con dei cioccolattini e dei biscotti; ed è poi così che mentre sorseggiamo il tè Costantino mi parla della sua scuola e scopro che è stato anche allievo, al Liceo Classico, di uno fra i miei amici più cari di gioventù, un personaggio del quale forse dovrei più diffusamente trattare in uno dei prossimi miei post, Raffaele Adinolfi, docente di Latino e Greco, archeologo, poeta, scrittore ma soprattutto maestro di vita, purtroppo prematuramente scomparso circa sei anni fa. Mi parla della sua passione per la poesia, il suo primo vero amore (ed infatti se andate a curiosare in fondo all’articolo del 22 giugno ci troverete il suo primo video, “Mani”, ed ascolterete leggendoli, i versi di una delle sue poesie) e poi, insieme alla pittura, parla della scoperta della tecnologia digitale, della grafica e dell’animazione 2D e 3D. Da autodidatta, aiutato da alcuni corsi ai quali si iscrive ma di cui effettivamente non ha bisogno, si avvia a realizzare, all’interno di un autonomo percorso di sperimentazione visiva, produzioni varie che valorizzano la sua capacità di esprimersi attraverso le immagini e le colonne sonore. Gli amori e le passioni ideali e culturali che caratterizzano la sua produzione sono immediatamente percepibili già nella sua prima opera, “Mani”(siamo nel 2003 e Costantino ha da poco compiuto 20 anni, essendo nato nel 1982), di cui abbiamo prima accennato. Parliamo con lui della genesi della sua vocazione affrontando tematiche filosofiche e psicoanalitiche evidenziando, come ricerca di elementi universali, la necessità dell’Altro da Sé e l’impulso a riconoscere se stessi attraverso gli altri. Parliamo con lui dei suoi modelli e mi cita Kubrick (si chiede cosa abbia spinto Kubrick a cominciare il suo percorso creativo), Chaplin, Buster Keaton, ed anche Hitchcock, Bergman, Woody Allen e Fellini. Accenniamo ad alcune delle sue produzioni, soprattutto quelle che presenteremo il 28 febbraio. “Sanacolor”, un video curioso ritmato da una colonna sonora variopinta con immagini che richiamano a tratti le ambientazioni di una “Metropolis” partenopea (siamo a “Città della Scienza” nel 2011 prima dell’incendio che la devastò su un paesaggio lunare postindustriale con i relitti dell’ILVA di Bagnoli) con uno scienziato ( Caligari, Stranamore, Frankenstein, dottor K o Mabuse?) che ri-genera colori e corpi umano danzanti non minacciosi ma per l’appunto ri-generanti. Il gruppo che lo realizza è già il segno dell’ensemble che continuerà ad operare. Marco Sgamato interpreta lo scienziato, Marina è la fotografa di scena, Maria Di Razza fa la segretaria di edizione, le musiche di Stefano Tedesco, soggetto sceneggiatura montaggio ed effettistica sono di Costantino. Il video è uno spot per il concerto reunion di Almanegretta, Raiz, Lydrica e Foja il 4 giugno 2011. Un altro video è “Intervallo Malazè” che è riferito ad una delle iniziative più interessanti fra quelle che da alcuni anni (quest’anno dovrebbe svolgersi la VIII edizione) si tengono nell’area flegrea allo scopo di “utilizzare l’enogastronomia tipica locale come veicolo per richiamare visitatori nei Campi Flegrei e valorizzare il settore della gastronomia, della pesca e dei vini che affondano le loro radici nella storia del territorio”. Costantino Sgamato dal 2009 è regista e promotore ufficiale di questa manifestazione. Nel video egli riesce ad alternare sotto la colonna sonora degli intervalli della RAI una serie di immagini tipiche “flegree” modificandole graficamente all’insegna dell’enogastronomia per cui, solo per fare un esempio, il cratere della Solfatara diventa un uovo al tegamino. L’altro video che vedremo e di cui parliamo con lui è fra i più premiati, “Scala cromatica”, un sintetico simbolico invito a difendere l’armonia delle diverse apparenze in un’umanità sempre più complessa e sempre meno diversa; il tutto posto in evidenza dall’unione necessario dei tasti bianchi e di quelli neri in un pianoforte. “Scala cromatica” ha ottenuto numerosi premi. Discorrendo tranquillamente con Costantino emerge la sua centralità nel settore della produzione audiovisiva e della comunicazione in questa parte del mondo. Marina che ci segue, con un sorriso dal quale emerge la curiosità e l’intelligenza creativa che le permette di cogliere nella loro significazione molti attimi con la sua strumentazione, è lì ad ascoltare me e Costantino. Anche per lui avrei preferito che gli fosse dedicato un esclusivo evento de “La prima cosa bella”. Vedrò, gliel’ho promesso, di organizzarlo fuori Pozzuoli. Per ora, questo mio articolo serva a fargli gli AUGURI DI BUON COMPLEANNO ed IN BOCCA AL LUPO per tutto.

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Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.

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Non ho conosciuto in verità in modo consapevole mio nonno materno, ma ricordo nitidamente di essere (potrei sbagliarmi e potrebbe essere esclusivamente una sensazione) stato preso in collo in una stanzetta piccolissima appena al di sotto del “mezzanino” (una porzione di mansarda dove nel corso degli anni ho poi costruito il mio “covo”) nella casa colonica. Bellissimo il panorama dall’alto di questa: Ischia, Cuma, Monte di Procida, Capo Miseno, Pozzuoli, Napoli, il Vesuvio.
Mia madre mi raccontava della guerra vista da quel luogo appartato e abbastanza lontano dagli scenari bellici: Capo Miseno era la parte più vicina ma distava almeno dieci miglia; su di esso erano predisposte le batterie antiaeree ed erano stati ricavati, utilizzando le cavità naturali, molti bunker e molte gallerie erano sfruttate per rifugiarsi dai frequenti raid aerei. La guerra nell’isola era un elemento che condizionava indirettamente la sua popolazione: mia madre ad esempio forse anche per leggerezza, per una diffusa immaturità che l’ha caratterizzata per tutta la vita, l’ha vissuta come se fossero i fuochi artificiali di una festa patronale; per altri motivi mia madre è stata condizionata dalla guerra: spesso di notte arrivavano abitanti delle città vicine con barche a motore o a remi per rifornirsi a buon mercato di materie prime commestibili, soprattutto fagioli e patate; e fu in una di queste occasioni che mia madre conobbe mio padre, che come tanti di quelli che abitavano a Pozzuoli o a Napoli ha sofferto la “fame” in quel periodo. Un altro racconto di mia madre che mi è rimasto impresso e che conferma la sua fragile sensibilità è quello legato alla eruzione del Vesuvio del 1943-44: da Procida si vedeva benissimo ed era indubbiamente un grande spettacolo. Ben diversa era la sensazione della popolazione napoletana in quei giorni in preda ad una comprensibile confusione, fra truppe alleate e gli “ultimi fuochi” dei nazifascisti e la distruzione ulteriore di una parte del territorio non addebitabile solo ai bombardamenti. Su questo tema, oltre a documentazioni dirette a livello visuale, sono stati realizzati anche dei film: uno per tutti, “La pelle” di Liliana Cavani, tratto dall’omonimo romanzo di Curzio Malaparte.
Per andare a Procida, da Pozzuoli, si passava, uscendo dal Porto, davanti al Faro, ultimo avamposto del cosiddetto Molo Caligoliano ovvero di quel che delle vestigia antiche ancora rimaneva. Nel porto, come si vede in alcuni film dell’epoca, molti bambini si esibivano tuffandosi nell’acqua dal molo o da alcune barche, a volte dagli stessi vaporetti, chiedendo ai turisti di gettare nel mare qualche monetina che poi avrebbero cercato di raccogliere scendendo verso il fondo. Su quel Faro dal 15 dicembre del 1949 viveva una persona a me molto cara, della quale parlerò in seguito.

 

 

LEZIONI DI CINEMA 3

LEZIONI DI CINEMA 3 di Giuseppe Maddaluno

Sono vissuto anche sull’acqua, andando e tornando fin dai primissimi giorni della mia vita nell’isola nella quale era nata e vissuta fino a pochi anni prima (dal 1917 al 1946 per la precisione) mia madre. Procida è la più piccola (se si esclude Vivara che è un’ appendice di Procida) delle isole dell’Arcipelago Campano e si raggiungeva, allora, da Pozzuoli in circa quarantacinque minuti di navigazione, con delle imbarcazioni puzzolenti di nafta e rumorosissime: vi andavo abitualmente e frequentemente, una volta svezzato, anche con mia zia Agnese e l’Isola è diventata uno dei luoghi “magici” della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia prima gioventù. Un’isola è un mondo diverso appartato, delimitato dal mare: una piccola isola rappresenta per chi non soffre di claustrofobia quel piccolo mondo ricercato a volte nei luoghi angusti della casa, come il comodino dentro il quale da piccolo piaceva rannicchiarmi per occultarmi agli occhi preoccupati della mamma, ed un’isola è anche fondamentalmente un set ideale nel quale fare agire le proprie fantasie, i propri sogni. L’isola diventava il mio mondo, la campagna ed il mare mi fornivano gli elementi necessari a costruire storie di pirati, di tesori nascosti e ritrovati e, poi, vicende amorose: ma quest’ultima è davvero una storia a parte. Anche nell’isola vi era il cinema e furoreggiavano i “peplum”: ne ho visti di tutti i tipi, dai più classici e meravigliosi, immarcescibili “Barabba”, “Ben Hur”, “I Dieci comandamenti” ai più ovvi, banali ma ugualmente ormai classici film con “Ercole e…”, “Maciste e…”, e altri.
Ritornerò a parlare dell’isola per altri motivi, già accennati, ma mi piacerebbe ritrovare un altro percorso, quello che portava me, mia madre e mia zia da una loro vecchia zia (non ne ricordo il grado di parentela precisa) che abitava a Napoli, pressappoco dietro al Teatro “Augusteo” alle spalle di via Toledo sui cosiddetti Quartieri spagnoli. Abitava in un classico “basso”, quella stanza (in essa consisteva l’”appartamento”) che si apriva direttamente sulla strada, o addirittura al di sotto del piano stradale (in quel caso si chiamavano “scantinati” o seminterrati), che tutti possono ricordare nelle scenografie di alcune classiche commedie di Eduardo De Filippo (“Filumena Martorano” e “Napoli Milionaria”). Questa zia viveva, insieme ad un uomo della sua stessa età, presumibilmente allora più di sessanta anni, in una condizione frequentissima nei primissimi anni cinquanta, che dal punto di vista igienico era assai precaria ed indigente per la diffusa miseria che colpiva soprattutto gli anziani costretti a vivere praticamente da soli: non so il motivo preciso, ma credo non avessero figli che potessero accudirli e gli unici nipoti erano nella famiglia di mia madre. In quegli anni non era difficile entrando in queste “case” scoprire intanto che erano frequentate da animali domestici ma anche da altre bestie, grandi, piccole e piccolissime, che sono indice del degrado igienico sanitario nel quale vivevano le persone in quel periodo in gran parte del territorio napoletano. Uno dei miei ricordi in parte riferibile ad una visita a questa “zia” è legato ad un motivetto di quegli anni, una canzone tragica nel vero senso del termine che mi angosciava sentire ma che era molto in voga: si tratta di “Balocchi e profumi” e narra la vicenda di una bambina che ha una madre snaturata che pensa solo ad imbellettarsi mentre la povera bambina avrebbe bisogno di carezze, forse più che di balocchi, e soprattutto di cure. L’incerta “pedagogia” di quel tempo, peraltro non sostituita in mia madre da personali sensibilità, faceva sì che spesso la canzonetta mi venisse sottolineata per farmi pesare la mia diversa condizione di vita, come se quella bambina più che un caso isolato fosse invece la realtà comune di tantissimi bambini e bambine. Davvero non ricordo il motivo per cui in quell’occasione questa canzone mi avesse tanto colpito: sono quelle sensazioni straordinarie, ma anche fortemente ordinarie, che non riesci a spiegarti, come peraltro capita nei primissimi ricordi dell’esistenza di noi tutti.

LEZIONI DI CINEMA 2

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LEZIONI DI CINEMA 2

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi? Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo. parte 2 – ….Ricordo che da casa mia, all’incirca nei pressi della Parrocchia Maria Santissima Annunziata e precisamente in via Campana 28, si scendeva a Pozzuoli (Pozzuoli bassa, ma si diceva e credo si dica ancora adesso “andare a Pozzuoli” per indicare la parte bassa della città dove erano presenti le diverse Istituzioni pubbliche e “culturali”, il “Mercato”, il “Porto”, i cinema ed i teatri), passando davanti al Carcere (allora c’era il Manicomio Criminale) sotto la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove era morto nel 1736, a soli ventisei anni, il genio musicale italiano di Giovan Battista Pergolesi (“La Serva Padrona” e lo “Stabat Mater” solo per accennarne l’importanza). Si andava al cinema ed immagino che ai primi tempi questo fosse un desiderio soltanto dei miei genitori, ma poi pian piano che io crescevo divenne anche una mia richiesta precisa ed impellente. Infatti ricordo, ed è uno dei miei primi ricordi, che a volte mio padre, operaio edile ma anche responsabile dei cantieri che non si tirava mai indietro dal dare una mano agli altri operai meno esperti di lui, tornava da lavoro piuttosto stanco ed io, forse intorno ai due anni, partivo con uno dei miei soliti capricci (i miei hanno sempre detto che sono stato un bambino molto buono, ma i capricci per andare al cinema credo siano stati l’eccezione che conferma la regola, e per me un segno della passione che mi ha caratterizzato per gli anni a venire) e piangevo fino a quando i miei non mi accontentavano. All’andata tutto filava liscio, si scendeva a Pozzuoli e, da quando ho cominciato a camminare dopo il primo anno di vita come un po’ tutti i bambini, con grande entusiasmo camminavo, correvo verso il cinema. I guai cominciavano al ritorno quando i miei si dovevano sobbarcare la salita portandomi in collo, fossi o non fossi addormentato ero comunque stanco e non c’era la stessa eccitazione del viaggio d’andata. Ricordo che una volta che i miei erano un po’ stufi, forse anche un tantino stanchi, si passò come al solito davanti al Manicomio, dove stazionava sempre una Guardia nella sua divisa militare. Lì fu mio padre che ebbe l’idea di chiedere aiuto per farmi spaventare: fu un’azione orribile! In pratica la Guardia impietosa mi ordinò di scendere dal collo di mio padre minacciando di arrestarmi. E’ chiaro che non era vero, ma vallo a spiegare ad un bambino di circa due anni: l’episodio mi è rimasto nella memoria più di tantissime belle avventure cinematografiche di quello stesso periodo. Di cinema parlavo con mio padre e mi facevo raccontare i film che gli erano rimasti impressi della sua giovinezza. Mi parlava soprattutto di Maciste, di “Assunta Spina” di cui aveva sentito dire fosse stato realizzato anche a Pozzuoli (in allegato il film e nei primi dodici-tredici minuti si vedranno le caratteristiche condizioni del “cannalone” – attuale via Cosenza e le sagome del Monte Gauro e del monte Nuovo con la linea controluce della Sella di Baia e del Castello Aragonese), di “Cenere”, dei film di Ridolini ed aveva ovviamente i suoi miti: Eleonora Duse, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Andrea Checchi, Fosco Giachetti, Angelo Musco, Assia Noris, Alida Valli, Vittorio De Sica, Totò; ovviamente tutti italiani visto che il regime di allora (del tempo della giovinezza dei miei genitori) non consentiva la circolazione di opere straniere, che non fossero germaniche o al più ungheresi. Quando ero a casa, desideroso di “leggere” le immagini già in tenera età, sfogliavo qualche giornalino di fumetti (ricordo in particolare delle storie i cui protagonisti erano dei corvi ed un giornalino nel quale il protagonista, presumibilmente un coniglietto o forse un topo, ammalato perché imprudentemente non aveva ascoltato i buoni consigli dei genitori, veniva visitato da un dottore che gli prescriveva delle iniezioni spaventose per la loro forma) e poi, utilizzando una scatola con dei buchi ed una candela, tentavo “inutilmente” di proiettare immagini su uno schermo immaginario. La mia personale colonna sonora di quei primi anni era la voce di mia madre che nel corso delle faccende domestiche intonava qualche canzone di quegli anni; il fragore delle ruote ferree dei carri dei contadini che portavano le loro merci al mercato nelle primissime ore del mattino e che erano accompagnate dal ferreo battito degli zoccoli dei cavalli sollecitati sonoramente dai loro condottieri, la radio che ci manteneva in collegamento con il piccolo mondo di allora soprattutto con le canzonette di Gino Latilla, Roberto Consolini, Oscar Carboni, Flo Sandons, Alberto Rabagliati, Nilla Pizzi, Claudio Villa e tanti altri splendidi artisti con l’orchestra diretta dallo straordinario Maestro Angelini e dall’inconfondibile ed inimitabile stile del presentatore Nunzio Filogamo che amava esordire con “cari amici, vicini e lontani…” rendendoci partecipi delle sue emozioni in diretta, così come avveniva con le cronache sportive (il calcio soprattutto) del sempiterno Niccolò Carosio. Nel silenzio del mattino e della sera poi si sentivano le sirene dei cantieri importanti del litorale flegreo ed il fischio dei vaporetti che partivano, manovravano o attraccavano nel porto. I profumi che si sentivano erano quelli dell’infanzia e della giovinezza, l’odore della natura bagnata dalla rugiada mattutina o dalla pioggia, l’odore del mare pulito, il profumo del vento di aprile e l’acre sempre presente esalazione di zolfo dalla vicina Solfatara. (segue)