Archivi categoria: Cinema

LEZIONI DI CINEMA 6

Famiglia Ruocco Retaggio Maddaluno
Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.

LEZIONI DI CINEMA 6

Nel buio della sera si attraversavano alcuni stretti sentieri fra i campi per raggiungere una casa che si trovava proprio al di sopra del cimitero, l’unico cimitero di Procida, che affaccia sulla spiaggia detta del Pozzo Vecchio, la spiaggia che è poi stata “location” de “Il Postino” ultimo film di Massimo Troisi. Se devo parlare di un vero e proprio primo amore o forse di un primo vero e proprio capriccio d’amore è lì infatti che è nato, si è evoluto ed è finito. Nelle “controre” accaldate da ragazzini nel tentativo di dormire a terra nella sala da pranzo, sopra delle lenzuola e dei cuscini appoggiati si parlava e si scherzava, ma difficilmente si riusciva a dormire. Ed in una di queste occasioni, oltre a raccontarci le solite inutili banalità, avevo provato un profondo duraturo eccitamento assolutamente irrisolto e per me in quel momento incomprensibile. “Tardivo” come molti maschi e forse del tutto sorpreso da quanto stava accadendo (ma l’ho capito soltanto qualche giorno dopo) non fui in grado di aggiungere nulla.
Quando la televisione non c’era, nei pomeriggi assolati delle caldi estati, si dormiva sul mezzanino al quale si accedeva attraverso una scala di legno con pioli molto larghi ed in questo luogo assolutamente magico ed unico nella storia della mia infanzia e della mia adolescenza a volte si svolgevano anche lavori particolari ai quali eravamo invitati a partecipare, come allargare la lana dei materassi e dei cuscini. Se nel mio ricordo sono indelebili i tuffi dall’alto dei letti nei morbidi ciuffetti di lana già lavorata vuol dire che il mio peso era minimo e che anche l’età era giovanissima. Ma quello che più ricordo è la narrazione della storia di “Pinocchio” fatta da mia zia, un racconto avvincente che serviva a tenere in quel piccolo spazio tutti i nipoti non di certo per farci lavorare, perché più che altro con i nostri giochi, i nostri scherzi, i nostri tuffi non facevamo altro che intralciare il lavoro dei grandi.
Quando non c’erano lavori quasi sempre si riposava e si sognava e si preparava il nostro futuro, quello immediato e quello lontano ma eravamo tutti ancora veri e propri bambini. Una delle cose che mi piaceva era aprire la porticina del mezzanino e verso sera guardare il mare solcato da qualche nave, con la scia che permaneva e la mia immaginazione che andava alle onde di risacca che sarebbero arrivate al Pozzo Vecchio oppure a Ciraccio. A volte riuscivo a scappare e correvo correvo fra i sentieri per andare verso il mare: la conoscevo a memoria, non avevo bisogno di guardare dove mettevo i piedi nudi, fra i sassi, la polvere ed i ciottoli del basolato, attraversando i campi e correndo sulla stradina “principale”, passando poi davanti all’ingresso del cimitero ed imboccando l’ultima discesa verso il mare, ed era un piacere arrivare sulla piccola e corta spiaggia del Pozzo Vecchio dove di sera prima che scendesse il buio non c’era più nessuno. Bagnarsi i piedi e tuffarsi per un breve bagno e sentirsi al centro della vita e del mondo ascoltando solo il mare e lo stridio dei gabbiani e delle rondini marine sempre particolarmente attive in quella fase dell’anno: era questo il mio piacere di allora. E non comprendevo i più grandi che si affacciavano dall’alto della rupe a picco sulla spiaggia, lontani dalle onde del mare ad osservare inosservati gli innamorati che a volte si appartavano forse convinti anche di godere di una privacy assoluta in qualche angolo della spiaggia in un inconsapevole quasi sempre esibizionismo: a volte c’era anche chi praticava il nudo integrale per una completa abbronzatura ed allora si radunava dall’alto una folla di morbosi curiosi.
Ed in alcuni pomeriggi c’erano anche le “partite” di calcetto: sulla sabbia, lo si sa, ci vogliono tecniche speciali – occorre giocare “di prima” – ed io le avevo acquisite, mentre avevo difficoltà a giocare sui prati normali dei campi da gioco. In una di queste occasioni per l’appunto pomeridiane (al mattino la spiaggia, un po’ corta nella sua profondità, era facilmente affollata dappertutto) nel ripulirmi dalla sabbia dopo una giocata mi feci un taglio, non ho mai capito con che cosa, al piede destro e fui costretto ad andare da solo sanguinante a piedi al “pronto soccorso” che era rappresentato negli anni Sessanta da un piccolo presidio subito dopo la chiesa di San Giacomo in via Vittorio Emanuele. A piedi perdendo sangue per circa cinquecento metri su una strada polverosa dalla quale in quel tardo pomeriggio non transitò anima viva e poi – fosse passato qualcuno – sarebbe andato in direzione opposta alla mia. Al Pronto Soccorso trovai solo alcune infermiere (c’erano due cugine di mia madre) che ripulirono il piede, mi fecero l’antitetanica e, senza anestesia, mi cucirono la ferita con quattrocinque punti. Fu, quella, una prova da “grande” stoico; il dolore era lancinante, ma alla fine, saltellando, tornai a casa di una delle mie zie, quella più vicina, zia Nunziatina, che abitava alla Madonna della Libera…

PICT0118

LEZIONI DI CINEMA 5

CARCIOFI

limoni

LEZIONI DI CINEMA 5

La vita in campagna era anche contrassegnata da alcuni compiti, che tuttavia essendo io di città non ero in grado (o meglio non ero considerato in grado) di svolgere. Andare ad accudire alle capre, significava anche raccogliere il loro latte ed io non l’ho mai fatto: potevo invece raccogliere le uova ed era molto piacevole prenderle calde e rompendone un pezzo della parte più stretta succhiarne il contenuto; oppure andare a raccogliere l’erba, una certa erba, non tutta quella che cresceva nei campi, per i conigli, una tal altra per le capre, una tal altra ancora per le galline. Si potevano raccogliere i pomodori, si potevano raccogliere le more, si potevano raccogliere i peperoncini, non di certo le patate perché era possibile sia darsi una zappa sui piedi sia rovinarle completamente: ci vuole una certa maestria nel raccogliere le patate ed io non l’ho mai fatto bene. Era molto facile ed a volte anche divertente salire sulla pianta di fico e stare lì, semmai con un tozzo di pane a fare merenda in diretta. Uno di questi fichi sempre stracarico di frutti maturi era sopra una casupola ben recintata dove c’erano le capre e le galline ed alla base della quale c’era anche una vasca nella quale con un sistema di canalizzazione affluiva l’acqua piovana per poterla utilizzare alla bisogna nei periodi di siccità. Su quella vasca si affacciava una pianta di limone che lasciando cadere ivi le sue foglie ed i suoi frutti maturi creava macerandosi nell’acqua stagnante un odore particolare di un’intensità mai più provata fuori dell’isola. Sul tetto a spioventi lievemente bombati e convessi come tutti gli altri delle abitazioni procidane si accedeva appoggiando ad uno dei lati una scala di legno a gradini ed era uno dei luoghi magici che preferivo: il profumo degli alberi di limone (non è un caso che parli di alberi e non di limoni, in quanto è il complesso che rende l’ambiente unico: è un po’ come succede al vino che trasportato da una località all’altra perde quella fragranza che lo caratterizza nella sua sede naturale) a Procida ha una caratteristica totalmente diversa da quella delle altre località partenopee, diversa ad esempio da quello della costiera amalfitana, diversa anche dallo stesso limone dell’Isola di Ischia, che da quel posto dove vivevano i miei si riusciva quasi a toccare con mano. Ho, adesso che sono lontano non solo dal punto di vista geografico, mantenuto un rapporto strano con questa singolare caratteristica di tipo certamente antropologico: non riesco a vivere serenamente se in casa o anche nella sede in cui mi trovo manchino i limoni, per cui molto spesso chi mi viene a trovare scopre ceste e cassetti del frigo pieni di limoni, dei quali molte volte annuso la buccia. Non sono assolutamente gli stessi, ma mi accontento. La vita dalle zie tutte nubili fino al termine dei loro giorni era ancor più straordinaria fino a quando alla fine degli anni Cinquanta non è arrivata prima l’ elettricità e poi l’acqua corrente. Non è più possibile ricreare quell’atmosfera che si verificava verso l’imbrunire, allorquando sia gli uccelli sia le galline riprendono in modo diversamente rumoroso la via di casa: noi bambini eravamo attesi per le abluzioni serali (intere o quasi intere) dentro ampie tinozze di coccio o di stagno, e difficilmente riuscivamo, anche se dei tentativi li attuavamo, a sfuggirle. Il buio scendeva lento ed intanto nelle stanze venivano accesi i lumi a petrolio che fornivano luce sulla tavola imbandita parcamente e, quando era inverno, si accendeva anche la carbonella per i bracieri che avrebbero dovuto riscaldare più tardi le nostre membra intirizzite e piene di “geloni”. Non era ancora il tempo né dell’elettricità né della televisione, o almeno non lo era per la casa delle mie zie. Infatti qualche altra famiglia meno lontana dalla strada principale aveva già la corrente elettrica ed aveva già, come segno di grande ricchezza acquisita (a Procida la maggior parte viveva negli agi perché in una famiglia spesso più di un membro lavorava sul mare, sui grandi transatlantici o sulle petroliere, e guadagnavano molto bene per quell’epoca), l’apparecchio televisivo. A volte come del resto accadeva da ogni altra parte in quel tempo, trasmigravamo, di solito avveniva la sera del sabato o della domenica, allorché c’era il programma di maggiore generale gradimento (di solito “Canzonissima” o altro equipollente): si andava tutti a casa di questi amici più fortunati ed erano, queste visite, anche occasioni buone per rafforzare amicizie e far nascere, e morire semmai, nuovi amori.

il ritratto dell’artista da giovane (giovanissimo)002

A COSTANTINO SGAMATO: BUON COMPLEANNO – LA PRIMA COSA BELLA A POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

Facebook è prezioso. Oggi, 10 luglio, è il compleanno di Costantino Sgamato. E così insieme agli auguri di rito in questa occasione scriverò ancora una volta de “La prima cosa bella – Esordi d’autore” del 28 febbraio in Palazzo Toledo – Polo Culturale della città di Pozzuoli. Fin dal 22 giugno avevo anticipato, in una prima generale presentazione degli eventi realizzati quest’anno insieme a Mariateresa Moccia Di Fraia ed a Giuseppe Borrone, che avrei parlato in modo più specifico e diretto di Costantino Sgamato e della sua famiglia, interamente impegnata nella produzione di immagini e di eventi nella loro factory, la BrainHeart. Nelle tappe conoscitive di avvicinamento all’evento del 28 febbraio avevo concordato con Costantino di vederci nel pomeriggio del 26 a casa mia; per arrivarci mi è stato sempre difficile spiegarlo perché occorre conoscere la zona a ridosso della stazione del Metrò e, dunque, gli do appuntamento proprio sulla Piazza della Metropolitana. Arriva – con qualche minuto di ritardo – insieme ad una ragazza che poi saprò essere la sua sorella, Marina, giovanissima ma già molto esperta di Arte fotografica. Ho detto che la famiglia Sgamato è una delle espressioni culturali ed artistiche più straordinarie nel contesto flegreo partenopeo e l’ho già mostrato nei precedenti articoli, soprattutto quello dedicato ad Emma Cianchi (25 giugno) ed a Maria Di Razza (26 giugno), evidenziando come la realizzazione di “dOVesOnonata” della prima e di “Forbici” della seconda sia fortemente collegata alle intuizioni ed all’ingegno tecnologico-artistico di Costantino. A piedi ci rechiamo a casa mia dove fra un convenevole e l’altro di primo approccio preparo un tè alla meglio con dei cioccolattini e dei biscotti; ed è poi così che mentre sorseggiamo il tè Costantino mi parla della sua scuola e scopro che è stato anche allievo, al Liceo Classico, di uno fra i miei amici più cari di gioventù, un personaggio del quale forse dovrei più diffusamente trattare in uno dei prossimi miei post, Raffaele Adinolfi, docente di Latino e Greco, archeologo, poeta, scrittore ma soprattutto maestro di vita, purtroppo prematuramente scomparso circa sei anni fa. Mi parla della sua passione per la poesia, il suo primo vero amore (ed infatti se andate a curiosare in fondo all’articolo del 22 giugno ci troverete il suo primo video, “Mani”, ed ascolterete leggendoli, i versi di una delle sue poesie) e poi, insieme alla pittura, parla della scoperta della tecnologia digitale, della grafica e dell’animazione 2D e 3D. Da autodidatta, aiutato da alcuni corsi ai quali si iscrive ma di cui effettivamente non ha bisogno, si avvia a realizzare, all’interno di un autonomo percorso di sperimentazione visiva, produzioni varie che valorizzano la sua capacità di esprimersi attraverso le immagini e le colonne sonore. Gli amori e le passioni ideali e culturali che caratterizzano la sua produzione sono immediatamente percepibili già nella sua prima opera, “Mani”(siamo nel 2003 e Costantino ha da poco compiuto 20 anni, essendo nato nel 1982), di cui abbiamo prima accennato. Parliamo con lui della genesi della sua vocazione affrontando tematiche filosofiche e psicoanalitiche evidenziando, come ricerca di elementi universali, la necessità dell’Altro da Sé e l’impulso a riconoscere se stessi attraverso gli altri. Parliamo con lui dei suoi modelli e mi cita Kubrick (si chiede cosa abbia spinto Kubrick a cominciare il suo percorso creativo), Chaplin, Buster Keaton, ed anche Hitchcock, Bergman, Woody Allen e Fellini. Accenniamo ad alcune delle sue produzioni, soprattutto quelle che presenteremo il 28 febbraio. “Sanacolor”, un video curioso ritmato da una colonna sonora variopinta con immagini che richiamano a tratti le ambientazioni di una “Metropolis” partenopea (siamo a “Città della Scienza” nel 2011 prima dell’incendio che la devastò su un paesaggio lunare postindustriale con i relitti dell’ILVA di Bagnoli) con uno scienziato ( Caligari, Stranamore, Frankenstein, dottor K o Mabuse?) che ri-genera colori e corpi umano danzanti non minacciosi ma per l’appunto ri-generanti. Il gruppo che lo realizza è già il segno dell’ensemble che continuerà ad operare. Marco Sgamato interpreta lo scienziato, Marina è la fotografa di scena, Maria Di Razza fa la segretaria di edizione, le musiche di Stefano Tedesco, soggetto sceneggiatura montaggio ed effettistica sono di Costantino. Il video è uno spot per il concerto reunion di Almanegretta, Raiz, Lydrica e Foja il 4 giugno 2011. Un altro video è “Intervallo Malazè” che è riferito ad una delle iniziative più interessanti fra quelle che da alcuni anni (quest’anno dovrebbe svolgersi la VIII edizione) si tengono nell’area flegrea allo scopo di “utilizzare l’enogastronomia tipica locale come veicolo per richiamare visitatori nei Campi Flegrei e valorizzare il settore della gastronomia, della pesca e dei vini che affondano le loro radici nella storia del territorio”. Costantino Sgamato dal 2009 è regista e promotore ufficiale di questa manifestazione. Nel video egli riesce ad alternare sotto la colonna sonora degli intervalli della RAI una serie di immagini tipiche “flegree” modificandole graficamente all’insegna dell’enogastronomia per cui, solo per fare un esempio, il cratere della Solfatara diventa un uovo al tegamino. L’altro video che vedremo e di cui parliamo con lui è fra i più premiati, “Scala cromatica”, un sintetico simbolico invito a difendere l’armonia delle diverse apparenze in un’umanità sempre più complessa e sempre meno diversa; il tutto posto in evidenza dall’unione necessario dei tasti bianchi e di quelli neri in un pianoforte. “Scala cromatica” ha ottenuto numerosi premi. Discorrendo tranquillamente con Costantino emerge la sua centralità nel settore della produzione audiovisiva e della comunicazione in questa parte del mondo. Marina che ci segue, con un sorriso dal quale emerge la curiosità e l’intelligenza creativa che le permette di cogliere nella loro significazione molti attimi con la sua strumentazione, è lì ad ascoltare me e Costantino. Anche per lui avrei preferito che gli fosse dedicato un esclusivo evento de “La prima cosa bella”. Vedrò, gliel’ho promesso, di organizzarlo fuori Pozzuoli. Per ora, questo mio articolo serva a fargli gli AUGURI DI BUON COMPLEANNO ed IN BOCCA AL LUPO per tutto.

LEZIONI DI CINEMA 4

FOTO mia

 

 

 

 

 

LEZIONI DI CINEMA 4

 

 

 

Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.

merlato

Non ho conosciuto in verità in modo consapevole mio nonno materno, ma ricordo nitidamente di essere (potrei sbagliarmi e potrebbe essere esclusivamente una sensazione) stato preso in collo in una stanzetta piccolissima appena al di sotto del “mezzanino” (una porzione di mansarda dove nel corso degli anni ho poi costruito il mio “covo”) nella casa colonica. Bellissimo il panorama dall’alto di questa: Ischia, Cuma, Monte di Procida, Capo Miseno, Pozzuoli, Napoli, il Vesuvio.
Mia madre mi raccontava della guerra vista da quel luogo appartato e abbastanza lontano dagli scenari bellici: Capo Miseno era la parte più vicina ma distava almeno dieci miglia; su di esso erano predisposte le batterie antiaeree ed erano stati ricavati, utilizzando le cavità naturali, molti bunker e molte gallerie erano sfruttate per rifugiarsi dai frequenti raid aerei. La guerra nell’isola era un elemento che condizionava indirettamente la sua popolazione: mia madre ad esempio forse anche per leggerezza, per una diffusa immaturità che l’ha caratterizzata per tutta la vita, l’ha vissuta come se fossero i fuochi artificiali di una festa patronale; per altri motivi mia madre è stata condizionata dalla guerra: spesso di notte arrivavano abitanti delle città vicine con barche a motore o a remi per rifornirsi a buon mercato di materie prime commestibili, soprattutto fagioli e patate; e fu in una di queste occasioni che mia madre conobbe mio padre, che come tanti di quelli che abitavano a Pozzuoli o a Napoli ha sofferto la “fame” in quel periodo. Un altro racconto di mia madre che mi è rimasto impresso e che conferma la sua fragile sensibilità è quello legato alla eruzione del Vesuvio del 1943-44: da Procida si vedeva benissimo ed era indubbiamente un grande spettacolo. Ben diversa era la sensazione della popolazione napoletana in quei giorni in preda ad una comprensibile confusione, fra truppe alleate e gli “ultimi fuochi” dei nazifascisti e la distruzione ulteriore di una parte del territorio non addebitabile solo ai bombardamenti. Su questo tema, oltre a documentazioni dirette a livello visuale, sono stati realizzati anche dei film: uno per tutti, “La pelle” di Liliana Cavani, tratto dall’omonimo romanzo di Curzio Malaparte.
Per andare a Procida, da Pozzuoli, si passava, uscendo dal Porto, davanti al Faro, ultimo avamposto del cosiddetto Molo Caligoliano ovvero di quel che delle vestigia antiche ancora rimaneva. Nel porto, come si vede in alcuni film dell’epoca, molti bambini si esibivano tuffandosi nell’acqua dal molo o da alcune barche, a volte dagli stessi vaporetti, chiedendo ai turisti di gettare nel mare qualche monetina che poi avrebbero cercato di raccogliere scendendo verso il fondo. Su quel Faro dal 15 dicembre del 1949 viveva una persona a me molto cara, della quale parlerò in seguito.

 

 

LEZIONI DI CINEMA 3

LEZIONI DI CINEMA 3 di Giuseppe Maddaluno

Sono vissuto anche sull’acqua, andando e tornando fin dai primissimi giorni della mia vita nell’isola nella quale era nata e vissuta fino a pochi anni prima (dal 1917 al 1946 per la precisione) mia madre. Procida è la più piccola (se si esclude Vivara che è un’ appendice di Procida) delle isole dell’Arcipelago Campano e si raggiungeva, allora, da Pozzuoli in circa quarantacinque minuti di navigazione, con delle imbarcazioni puzzolenti di nafta e rumorosissime: vi andavo abitualmente e frequentemente, una volta svezzato, anche con mia zia Agnese e l’Isola è diventata uno dei luoghi “magici” della mia infanzia, della mia adolescenza e della mia prima gioventù. Un’isola è un mondo diverso appartato, delimitato dal mare: una piccola isola rappresenta per chi non soffre di claustrofobia quel piccolo mondo ricercato a volte nei luoghi angusti della casa, come il comodino dentro il quale da piccolo piaceva rannicchiarmi per occultarmi agli occhi preoccupati della mamma, ed un’isola è anche fondamentalmente un set ideale nel quale fare agire le proprie fantasie, i propri sogni. L’isola diventava il mio mondo, la campagna ed il mare mi fornivano gli elementi necessari a costruire storie di pirati, di tesori nascosti e ritrovati e, poi, vicende amorose: ma quest’ultima è davvero una storia a parte. Anche nell’isola vi era il cinema e furoreggiavano i “peplum”: ne ho visti di tutti i tipi, dai più classici e meravigliosi, immarcescibili “Barabba”, “Ben Hur”, “I Dieci comandamenti” ai più ovvi, banali ma ugualmente ormai classici film con “Ercole e…”, “Maciste e…”, e altri.
Ritornerò a parlare dell’isola per altri motivi, già accennati, ma mi piacerebbe ritrovare un altro percorso, quello che portava me, mia madre e mia zia da una loro vecchia zia (non ne ricordo il grado di parentela precisa) che abitava a Napoli, pressappoco dietro al Teatro “Augusteo” alle spalle di via Toledo sui cosiddetti Quartieri spagnoli. Abitava in un classico “basso”, quella stanza (in essa consisteva l’”appartamento”) che si apriva direttamente sulla strada, o addirittura al di sotto del piano stradale (in quel caso si chiamavano “scantinati” o seminterrati), che tutti possono ricordare nelle scenografie di alcune classiche commedie di Eduardo De Filippo (“Filumena Martorano” e “Napoli Milionaria”). Questa zia viveva, insieme ad un uomo della sua stessa età, presumibilmente allora più di sessanta anni, in una condizione frequentissima nei primissimi anni cinquanta, che dal punto di vista igienico era assai precaria ed indigente per la diffusa miseria che colpiva soprattutto gli anziani costretti a vivere praticamente da soli: non so il motivo preciso, ma credo non avessero figli che potessero accudirli e gli unici nipoti erano nella famiglia di mia madre. In quegli anni non era difficile entrando in queste “case” scoprire intanto che erano frequentate da animali domestici ma anche da altre bestie, grandi, piccole e piccolissime, che sono indice del degrado igienico sanitario nel quale vivevano le persone in quel periodo in gran parte del territorio napoletano. Uno dei miei ricordi in parte riferibile ad una visita a questa “zia” è legato ad un motivetto di quegli anni, una canzone tragica nel vero senso del termine che mi angosciava sentire ma che era molto in voga: si tratta di “Balocchi e profumi” e narra la vicenda di una bambina che ha una madre snaturata che pensa solo ad imbellettarsi mentre la povera bambina avrebbe bisogno di carezze, forse più che di balocchi, e soprattutto di cure. L’incerta “pedagogia” di quel tempo, peraltro non sostituita in mia madre da personali sensibilità, faceva sì che spesso la canzonetta mi venisse sottolineata per farmi pesare la mia diversa condizione di vita, come se quella bambina più che un caso isolato fosse invece la realtà comune di tantissimi bambini e bambine. Davvero non ricordo il motivo per cui in quell’occasione questa canzone mi avesse tanto colpito: sono quelle sensazioni straordinarie, ma anche fortemente ordinarie, che non riesci a spiegarti, come peraltro capita nei primissimi ricordi dell’esistenza di noi tutti.

LEZIONI DI CINEMA 2

DSCF0153

LEZIONI DI CINEMA 2

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi? Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo. parte 2 – ….Ricordo che da casa mia, all’incirca nei pressi della Parrocchia Maria Santissima Annunziata e precisamente in via Campana 28, si scendeva a Pozzuoli (Pozzuoli bassa, ma si diceva e credo si dica ancora adesso “andare a Pozzuoli” per indicare la parte bassa della città dove erano presenti le diverse Istituzioni pubbliche e “culturali”, il “Mercato”, il “Porto”, i cinema ed i teatri), passando davanti al Carcere (allora c’era il Manicomio Criminale) sotto la Chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove era morto nel 1736, a soli ventisei anni, il genio musicale italiano di Giovan Battista Pergolesi (“La Serva Padrona” e lo “Stabat Mater” solo per accennarne l’importanza). Si andava al cinema ed immagino che ai primi tempi questo fosse un desiderio soltanto dei miei genitori, ma poi pian piano che io crescevo divenne anche una mia richiesta precisa ed impellente. Infatti ricordo, ed è uno dei miei primi ricordi, che a volte mio padre, operaio edile ma anche responsabile dei cantieri che non si tirava mai indietro dal dare una mano agli altri operai meno esperti di lui, tornava da lavoro piuttosto stanco ed io, forse intorno ai due anni, partivo con uno dei miei soliti capricci (i miei hanno sempre detto che sono stato un bambino molto buono, ma i capricci per andare al cinema credo siano stati l’eccezione che conferma la regola, e per me un segno della passione che mi ha caratterizzato per gli anni a venire) e piangevo fino a quando i miei non mi accontentavano. All’andata tutto filava liscio, si scendeva a Pozzuoli e, da quando ho cominciato a camminare dopo il primo anno di vita come un po’ tutti i bambini, con grande entusiasmo camminavo, correvo verso il cinema. I guai cominciavano al ritorno quando i miei si dovevano sobbarcare la salita portandomi in collo, fossi o non fossi addormentato ero comunque stanco e non c’era la stessa eccitazione del viaggio d’andata. Ricordo che una volta che i miei erano un po’ stufi, forse anche un tantino stanchi, si passò come al solito davanti al Manicomio, dove stazionava sempre una Guardia nella sua divisa militare. Lì fu mio padre che ebbe l’idea di chiedere aiuto per farmi spaventare: fu un’azione orribile! In pratica la Guardia impietosa mi ordinò di scendere dal collo di mio padre minacciando di arrestarmi. E’ chiaro che non era vero, ma vallo a spiegare ad un bambino di circa due anni: l’episodio mi è rimasto nella memoria più di tantissime belle avventure cinematografiche di quello stesso periodo. Di cinema parlavo con mio padre e mi facevo raccontare i film che gli erano rimasti impressi della sua giovinezza. Mi parlava soprattutto di Maciste, di “Assunta Spina” di cui aveva sentito dire fosse stato realizzato anche a Pozzuoli (in allegato il film e nei primi dodici-tredici minuti si vedranno le caratteristiche condizioni del “cannalone” – attuale via Cosenza e le sagome del Monte Gauro e del monte Nuovo con la linea controluce della Sella di Baia e del Castello Aragonese), di “Cenere”, dei film di Ridolini ed aveva ovviamente i suoi miti: Eleonora Duse, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Andrea Checchi, Fosco Giachetti, Angelo Musco, Assia Noris, Alida Valli, Vittorio De Sica, Totò; ovviamente tutti italiani visto che il regime di allora (del tempo della giovinezza dei miei genitori) non consentiva la circolazione di opere straniere, che non fossero germaniche o al più ungheresi. Quando ero a casa, desideroso di “leggere” le immagini già in tenera età, sfogliavo qualche giornalino di fumetti (ricordo in particolare delle storie i cui protagonisti erano dei corvi ed un giornalino nel quale il protagonista, presumibilmente un coniglietto o forse un topo, ammalato perché imprudentemente non aveva ascoltato i buoni consigli dei genitori, veniva visitato da un dottore che gli prescriveva delle iniezioni spaventose per la loro forma) e poi, utilizzando una scatola con dei buchi ed una candela, tentavo “inutilmente” di proiettare immagini su uno schermo immaginario. La mia personale colonna sonora di quei primi anni era la voce di mia madre che nel corso delle faccende domestiche intonava qualche canzone di quegli anni; il fragore delle ruote ferree dei carri dei contadini che portavano le loro merci al mercato nelle primissime ore del mattino e che erano accompagnate dal ferreo battito degli zoccoli dei cavalli sollecitati sonoramente dai loro condottieri, la radio che ci manteneva in collegamento con il piccolo mondo di allora soprattutto con le canzonette di Gino Latilla, Roberto Consolini, Oscar Carboni, Flo Sandons, Alberto Rabagliati, Nilla Pizzi, Claudio Villa e tanti altri splendidi artisti con l’orchestra diretta dallo straordinario Maestro Angelini e dall’inconfondibile ed inimitabile stile del presentatore Nunzio Filogamo che amava esordire con “cari amici, vicini e lontani…” rendendoci partecipi delle sue emozioni in diretta, così come avveniva con le cronache sportive (il calcio soprattutto) del sempiterno Niccolò Carosio. Nel silenzio del mattino e della sera poi si sentivano le sirene dei cantieri importanti del litorale flegreo ed il fischio dei vaporetti che partivano, manovravano o attraccavano nel porto. I profumi che si sentivano erano quelli dell’infanzia e della giovinezza, l’odore della natura bagnata dalla rugiada mattutina o dalla pioggia, l’odore del mare pulito, il profumo del vento di aprile e l’acre sempre presente esalazione di zolfo dalla vicina Solfatara. (segue)

CARLO GUITTO A “LA PRIMA COSA BELLA – ESORDI D’AUTORE” POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

 

Carlo-Guitto-1

Con Carlo Guitto avevo fissato a Palazzo Toledo intorno alle cinque del pomeriggio. Avevo già consultato il suo curriculum e visionato alcune parti di importanti produzioni cinematografiche come “Il resto di niente” di Antonietta De Lillo dove interpreta Michele ‘o pazzo e si impegna in un monologo molto convincente delle sue capacità di recitazione. Carlo è attore di teatro di ricerca di ottimo livello, collaborando in modo molto diretto con Enzo Moscato, figura centrale nella storia recente della produzione di avanguardia e ricerca teatrale. Ero andato anche a rivedere la sua partecipazione a “Noi credevamo” di Mario Martone ed ero molto curioso di conoscerlo. Quando è apparso nei corridoi del Polo Culturale l’ho subito riconosciuto e mi sono fatto avanti per presentarmi; ci siamo seduti uno di fronte all’altro e ci siamo scrutati: Carlo ha un volto che non si dimentica facilmente anche se non ha atteggiamenti divistici. E’ persona che raffigura naturalmente il popolo ma che ha un fascino attrattivo insolito; ho letto che recita anche in Latino, in Greco, conosce bene l’Inglese. In generale, a dire il vero, non lo diresti a vederlo nella sua semplicità. Ma è così visto anche che nel realizzare la sua “opera prima” (ma già va pensando alla “seconda”) è riuscito a coinvolgere il “gotha” della scena teatrale e cinematografica napoletana. Parliamo dunque di questo suo lavoro, presentato in anteprima al Cinema “La Perla” (dove opera il nostro amico Giuseppe Borrone con il suo Cineforum) a Bagnoli lo scorso 24 gennaio; il tema è caldo e fa discutere ma il taglio è ironico-amaro. Si tratta di “Voti”, un cortometraggio di circa 30 minuti nel quale, da quello che ho visto su Youtube, Carlo  interpreta uno dei protagonisti, Marco, che viene coinvolto, in una società in profonda crisi, da un amico nelle vicende “parallele” ad una campagna elettorale per procacciare “voti” in cambio di “promesse”. Ho difficoltà, e l’ho detto a telefono a Carlo, ad approfondire l’analisi del suo film perché solo poco prima Giuseppe Borrone mi ha procurato la copia in dvd che guarderò la sera quando farò ritorno a casa. Carlo, però, ci tiene a sottolineare la grande disponibilità ricevuta anche dalla classe politica puteolana ed in modo molto diretto si riferisce all’attuale Amministrazione. Il filmato ovviamente denuncia una particolare propensione di alcune parti della Politica all’acquisizione di consensi attraverso metodi clientelari, un sistema che – da quel che sappiamo – non è limitato ad un’area geografica. Ma i napoletani hanno una particolare capacità ad ironizzare su aspetti drammatici facendoli apparire comici; credo che sia il caso di “Voti”. Dico a Carlo che volentieri organizzerei una proiezione a Prato ma non nei prossimi mesi a ridosso di una Campagna elettorale per evitare interpretazioni avventate. Carlo mi promette una copia con qualche minuto in più rispetto a quella che presenterà venerdì 28 febbraio a “La prima cosa bella – Esordi d’autore”. Ci salutiamo dandoci appuntamento a venerdì. Ritorno a casa e guardo il dvd. E’ evidente la capacità insolita in chi si appresta all’opera prima di fare sintesi, ma questa dote ritengo sia dovuta all’esperienza ormai decennale che Carlo Guitto possiede in campo teatrale dove è necessario alludere più che dire e spingere alla riflessione più che affermare. La sceneggiatura curata dallo stesso neo-regista è infatti asciutta ed essenziale, rivelando una professionalità già matura che lascia ben sperare per il prossimo futuro (in controtendenza, vedendo poi il dvd che Carlo mi ha consegnato dopo l’incontro del 28 febbraio, ho notato che quei minuti in più sono assolutamente non indispensabili per la comprensione del film), a patto – dunque – che continui ad ascoltare i consigli di chi lo ha finora sostenuto come Enzo Moscato, che in “Voti” interpreta un ruolo che gli sembra congeniale, quello di rappresentante di un Potere parallelo alla Politica, un prete che fornisce consigli come un Grillo (quello di “Pinocchio” per intendersi) parlante, assumendo per l’appunto la funzione di “coscienza critica”. Moscato ha un ruolo dunque centrale e di primissimo piano nel corto; ed insieme a lui appaiono in ruoli solo apparentemente secondari (il video procede per scene susseguenti e
concatenate da un ritmo sostenuto) ma estremamente interessanti Enzo Gragnaniello e Benedetto Casillo insieme a Maria Luisa Santella. Altri protagonisti sono Salvatore Cantalupo, Valentina Stella, Ida Rendano, Davide Marotta (il celebre ciribiribì di una pubblicità degli anni ’90), Enzo Casertano, Anna Troise, tutti impegnatissimi sui palcoscenici teatrali e sui set cinematografici  in questi ultimi anni. La musica di Claudio Romano accompagna in modo efficace le immagini senza mai sovrapporsi ad esse; il montaggio di Alessandra Carchedi è in grado di permettere allo spettatore di appassionarsi agli episodi e di collegarli fra di loro. Tina Volpe si è occupata dei Costumi e Arturo Vastarelli ha collaborato con Carlo Guitto per la Scenografia. La Fotografia è di Enrico Francese, esperto e noto documentarista. La proiezione del film nell’iniziativa “La prima cosa bella – Esordi d’autore” sia a chi lo aveva già visto sia a chi lo vedeva per la prima volta è risultata piacevole e Carlo è stato a lungo applaudito al termine di essa. Un po’ di ironico imbarazzo (ma utilizzo anch’io il registro ironico) ha suscitato, durante e dopo la proiezione, la presenza del Sindaco Enzo Figliolia e dell’Assessore alla Cultura Franco Fumo che non si sono però sottratti alle provocazioni che con stile raffinato emergevano dal video presentato. “Voti” di cui allego alla fine alcune clip è di certo un prodotto ben confezionato e di sicuro successo.  (Giuseppe Maddaluno)

MARIA DI RAZZA a “LA PRIMA COSA BELLA” A POZZUOLI 28 FEBBRAIO 2014

La prima cosa bella from Maria Di Razza on Vimeo.

 

<
E’ una donna poliedrica con una grande passione ed una preparazione tecnica acquisita passo dopo passo, corso dopo corso, esperienza dopo esperienza, cimentandosi con aspetti diversi dell’organizzazione e della realizzazione cinematografica, imparando a costruire se stessa stando sul pezzo senza risparmiarsi. La sperimentazione tecnologica sempre più sofisticata è uno degli aspetti che la stimola a mettersi continuamente in discussione: Maria Di Razza abita a pochi passi dal vulcano Solfatara e ne ha acquisito la vivacità e la potenza. Da casa sua, dove mi riceve, si gode una splendida vista sul Golfo di Pozzuoli, si domina un panorama mozzafiato che va da Capri (una delle inquadrature del suo film su Ipazia è ripresa proprio da quel balcone) a Miseno, Bacoli, Procida ed Ischia. La incontro per ultima e di sera perché impegnata nel suo lavoro principale, per il quale è preoccupata perché si prevedono a giorni tagli nel personale e già è in cassa integrazione, e forse anche perché vuole farmi vedere alcune sue ultime produzioni che sta realizzando insieme a Costantino Sgamato, che fra tutti mi sembra il minimo comune denominatore e non di certo quello che a Napoli chiamano in senso spregiativo “petrusinu ogni minestra”. Costantino di cui parlerò più ampiamente in altro articolo è sempre pronto a cimentarsi tecnologicamente e con il suo “genio” nella realizzazione di prodotti da parte dei più valenti film makers flegrei. Da sola Maria Di Razza riesce in ogni caso a realizzare piccoli prodotti pubblicitari (ne ha preparato uno per il 28 febbraio da mandare “in loop” su dei monitors nel corridoio a pianterreno di Palazzo Toledo prima dell’incontro che è riservato a questo gruppo di magnifici realizzatori). Si diverte con la centralina di montaggio per mettere insieme degli spezzoni cinematografici di film girati a Pozzuoli e lavora molto anche con l’animazione sempre in collaborazione con la Brainheart di Costantino Sgamato. C’è agitazione in casa di Maria: i figli si vanno preparando a seguire la partita del Napoli con lo Swansea. Cerco di accelerare intorno a quello che mi interessa sapere; Maria l’ho seguita già mentre ero a Prato, ho visto il suo “Ipazia” del 2007, un prodotto video che pur essendo un’opera prima rivela già una concreta capacità di padroneggiare il mezzo cinematografico; forse anche perché già quel lavoro è frutto di un’equipe di competenze le più variegate e diversificate e punta molto sul valore dei “volti” e delle espressioni utilizzando una sceneggiatura mai sovrabbondante ma essenziale e funzionale al raggiungimento della “sintesi”. E’ di certo un video didattico ma io che in questi anni di lavoro nell’ambito scolastico e culturale cinematografico ne ho visti a migliaia, ed anche di amici competenti, posso dire a ragion veduta che è fra i migliori prodotti in circolazione e sarebbe opportuno proporlo come base di discussione su temi come l’integralismo culturale politico e religioso, veri e propri nemici della Cultura e della Conoscenza. Parole come STUDIO – VERITA’ – SAGGEZZA aprono il video e poi FATICA – AMORE della BELLEZZA – UMILTA’ – FASCINO della CULTURA – la CULTURA che fa superare tutte le barriere e poi la sottolineatura del “genere” che va a sconvolgere un ordine gerarchicamente maschilista. Altro tema simbolico è il “radicamento culturale” difeso da Ipazia che rifiuta di andare in esilio e sfida orgogliosamente il potere, avviandosi in chiusura alla morte. Ed è così che, infine, mentre seduta davanti alla centralina va definendo il prodotto pubblicitario per “La prima cosa bella” del 28 febbraio, le pongo alcune domande. Intanto sulle sue passioni cinematografiche e si parla di Alfred Hitchcock, e sulle sue passioni in assoluto e si accenna alla Matematica ed al Cinema. Mi parla poi del suo nuovo lavoro, un corto di 8 minuti sull’uso eccessivo ed a volte dannoso non solo psicologicamente ma anche fisicamente della “chirurgia plastica”; e di un altro ancora che è in progettazione su “La terra dei fuochi”, che presenterà inevitabilmente uno scenario apocalittico e degradato della Campania: in effetti più che un documentario pensa ad un ritorno al narrativo. Eh già, un “ritorno” dopo “Ipazia”. Perché Maria Di Razza negli ultimi mesi ha fatto incetta (io perlomeno ne ho perso il conto) di premi con “Forbici” un corto di tre minuti e 22 secondi su un tema che è quello della violenza sulla donna. Il video che è costruito con la tecnica dell’animazione e vede fra i suoi realizzatori, pensate un po’, Costantino Sgamato, che ha partecipato anche alla sceneggiatura, è stato prodotto da Antonietta De Lillo nell’ambito del suo Film partecipato “Oggi insieme domani anche” un’idea di film collettivo coprodotto con gli stessi autori.
In questo articolo inserisco il breve filmato di presentazione della prima giornata de “La prima cosa bella” che Maria ha preparato e poi il trailer di “Forbici”. “Ipazia” lo trovate su Vimeo.

POZZUOLI E LA PRIMA COSA BELLA – ITINERARI 2014

La prima cosa bella DSCF0019 DSCF0153 LEZIONI DI CINEMA extra (Ciò che il Cinema ha insegnato a me) Negli ultimi tempi dopo aver imboccato la strada della “pensione” mi ritrovo sempre di più il desiderio di recuperare antiche amicizie e di costruire nuovi rapporti con persone più giovani di me. Cioè quelle persone che, tornando io dopo circa quaranta anni in terra flegrea, non potrei riconoscere perché quando sono andato via o non erano ancora nate oppure erano così giovanissime da non averci potuto trattare. Mi sembrava, tornando sporadicamente in scampoli di vacanza a Natale o d’estate ancor più dopo che i “miei” non c’erano più ed i punti di riferimento anche quelli parentali si erano allentati, di vivere in un mondo di alieni con centinaia e centinaia di volti quasi del tutto sconosciuti con qualche eccezione lieve. Nelle discussioni familiari a tavola quando sono a Prato trovo lo stesso senso di spaesamento nelle parole di mia moglie che si irrita quando nomino qualcuno dei vecchi e nuovi amici, affermando che lei nella sua “vita” ha avuto  poche amicizie e che quindi io sto parlando di persone a lei ignote del tutto. A Prato sono ormai a lavorare intorno a progetti che contemperano la mia presenza a Pozzuoli; ne preparo alcuni che siano gestibili anche nel Feltrino in terra bellunese, dove ho lasciato mie tracce ed intendo recuperarle. Intanto a Pozzuoli insieme a Mariateresa Moccia Di Fraia, docente di Lettere e responsabile scientifica del Polo Culturale di Palazzo Toledo ed a Giuseppe Borrone, storico del Cinema ed organizzatore di eventi importanti come il “Cineforum” del Cinema “La Perla”, di cui si parla anche fuori regione, e del Concorso “A corto di donne” di cui parlerò in altro articolo, abbiamo confezionato una serie di incontri dal titolo “La prima cosa bella – Esordi d’autore”. L’idea che avevo lanciato, complice Luigi Zeno, responsabile per l’Amministrazione Comunale di Pozzuoli del Polo Culturale di Palazzo Toledo, cui per antica amicizia mi ero rivolto in una prima fase, alla prof.ssa Di Fraia poco prima delle feste natalizie del 2013 era quella di analizzare i percorsi formativi che hanno portato alcuni autori di Cinema a raggiungere il successo. In quel momento, come sono solito fare, già pensavo soprattutto a grandi autori ed in particolare miravo ambiziosamente a costruire una serie di occasioni per poter poi produrre anche un libro. L’idea non è tramontata nella mia testa e penso di avviare a breve un lavoro su questo specifico argomento. In effetti non avremmo potuto facilmente interloquire con gli autori a cui pensavo sia per motivi economici sia per motivi molto più concreti, dato che pensavo a Welles, Fassbinder, Truffaut, Clair, Renoir e qualche altro che non sono – anche da tempo – più fra noi. Diciamo che non scherzo, anche se a qualcuno potrebbe essere venuto il dubbio. Ma sono stati soprattutto i motivi economici e la diversità di idee (rispettabilissime concrete e convincenti) fra me e gli altri due organizzatori a portarci verso autori più raggiungibili perché più vicini al nostro territorio. Ho avanzato delle proposte, tutte accolte, ma due su tre di esse si sono vanificate in un “niet” in vario modo ed in un possibile loro recupero più in avanti. Dovevamo cominciare in gennaio ma per la non disponibilità dei primi due autori interpellati siamo arrivati alla fine di febbraio con un incontro riservato ai giovani cineasti locali. La proposta mi è piaciuta in modo particolare: avevo già studiato per presentare i due che avevano declinato l’invito ed ora mi ritrovavo di fronte a quattro (o cinque) perfetti – per me e per la mia evidente ignoranza – sconosciuti. Ed era necessario recuperare questa conoscenza rapidamente. Con i potenti mezzi a disposizione di chi, essendo lontano, bazzica su Internet, su Facebook in particolare, mi lanciai alla ricerca dei quattro, chiedendo loro un contatto e nel giro di tre-quattro giorni interloquivo già con loro o a telefono o su chat chiedendo lumi sulle loro produzioni; anche Giuseppe Borrone intanto mi passava alcuni dei filmati via mail. Non avevo alcun dubbio sulla qualità delle proposte già nella fase della scelta; ma vedere le produzioni, sentire e leggere le argomentazioni dei quattro giovani cineasti mentre mi trovavo ancora a Prato mi apriva un mondo per me del tutto sconosciuto e di ciò ringrazio i miei amici cooperatori, Mariateresa e Giuseppe. E così, prima di scendere a Pozzuoli, avevo già fissato con ciascuno di loro un incontro “diretto” per approfondire le loro scelte, le ambizioni, i loro percorsi di vita, i loro riferimenti culturali. Uno dopo l’altro li ho dunque incontrati e con loro ho discusso. La sede degli incontri “personali” è stata per Emma Cianchi e Carlo Guitto quella del Polo Culturale di Palazzo Toledo; per Costantino Sgamato l’incontro, al quale ha partecipato anche sua sorella Marina Sgamato, giovane e straordinaria esperta di fotografia ed eccellente fotografa, è avvenuto a casa mia mentre con Maria Di Razza la “location” è stata quella di casa sua. Parlerò di questi incontri e del primo appuntamento in un nuovo intervento. Tenete conto che nel mentre stringevo accordi con l’unico fra quelli contattati che mi aveva risposto positivamente, e cioè Giuseppe Mario Gaudino, regista e scenografo puteolano da alcuni anni in carriera produttiva, allo stesso tempo su suggerimento di Mariateresa avevo sentito lo studio MAD Entertainment di Napoli per Alessandro Rak e le possibilità di averlo ospite a Pozzuoli sono apparse immediatamente buone.     Giuseppe Maddaluno       in allegato il primo film di Costantino Sgamato, di cui parleremo più diffusamente in un nuovo articolo sulla sua società la BrainHeart e la sua produzione di alta qualità. “Mani” rivela anche la sua predilezione per la Poesia e la scrittura. Costantino è presente fra l’altro nelle opere della maggior parte dei film-makers flegrei di cui tratteremo.

LEZIONI DI CINEMA

PELLICOLA

“LEZIONI”
di
CINEMA

1

del prof. Giuseppe Maddaluno*

Napoli – Pozzuoli – Feltre – Empoli – Prato
(ho avviato a scrivere nel 2005)

Cosa significa “lezioni” nel titolo di questa raccolta di momenti diversi che in questi anni si sono susseguiti davanti a me e che hanno contribuito a farmi essere quello che sono, con tutti i limiti che posseggo e che spesso caratterizzano il mio lavoro più di quanto non lo riescano a fare i pregi?
Con il termine “lezioni” ho voluto asserire il mio ruolo di acquisitore più che quello di venditore di cultura; le “lezioni” di cui parlerò sono infatti quelle che mi hanno formato nel corso degli anni anche quando ero io a proporre, ad organizzare momenti diversi nella società, nella cultura, nella politica, nel sindacato. Le “lezioni” dunque non sono quelle che ho impartito nel corso di questi anni ai miei allievi oppure ai cittadini, quando ho dovuto svolgere il ruolo, con grande fatica, di relatore o di professore, ma sono quelle che mi hanno regalato i grandi autori del cinema attraverso i loro capolavori oppure i grandi esperti e critici dell’arte cinematografica oppure gli artisti, i grandi interpreti del cinema, oppure ancora alcuni giovani che appassionandosi al cinema mi stimolavano ad operare insieme a loro su alcuni argomenti, oppure ancora altri giovani che mi hanno insegnato a realizzare cinema pensando di poterlo imparare da me.
Non sto facendo affatto professione di modestia, sto soltanto dicendo la verità: ho imparato a fare, ho imparato a sapere fingendo di saper fare, fingendo di saper sapere; ed intanto ho imparato qualcosa. Ma non sarà mai tutto! E dunque imparerò ancora, anche in questa occasione: perché non ho mai pensato fino ad ora di raccogliere tutte le mie esperienze “strane” per portarle ad esempio agli altri. La mia curiosità è inesauribile e pretendo di dimostrarlo con le tracce di questo percorso che dagli anni dell’infanzia mi ha condotto fino a qui, nel 2005, ma poi forse aggiungerò qualche altro annetto cammin facendo.

PRIMI PASSI

1947 – 12 febbraio: che giorno era?
Poco importa. Era il giorno in cui sono nato. A Napoli in un ospedale verso Capodichino, dove ora c’è l’Aereoporto partenopeo. In quell’anno una serie di film più o meno importanti uscirono sul mercato, ma non credo di averli visti se non un paio di anni dopo. Per la cronaca, del 1947 erano “Germania anno zero” di Roberto Rossellini, “Monsieur Verdoux” di Charlie Chaplin, “Il diavolo in corpo” di Claude Autant Lara, “Il caso Paradine” di Alfred Hitchcock, “Les dernières vacances” di Roger Leenhardt, “La Certosa di Parma” di Christian Jaque, “The Dreams That Money Can Bey” di Hans Richter, “Quai des Orfèvres” di Henry-George Clouzot, “Le catene della colpa” di Jacques Tourneur, “Caccia tragica” di Giuseppe De Santis e, soprattutto, “Tarzan e i cacciatori bianchi” con Johnny Weissmuller, uno dei suoi ultimi film nelle vesti, ormai un po’ strette per lui, di Tarzan.
Perché “soprattutto”? In effetti nei primissimi anni della mia vita il cinema ebbe un ruolo fondamentale, ma se dovessi sforzare le mie meningi per ricordare quali fossero i primi film che ho visto non potrei dimenticare – forse non potrei andare al di là di essi – i film di Tarzan o di Jim della Giungla (altro eroe della serie – forse un clone “ante litteram” – di Tarzan e di tutti i suoi successivi epigoni più colti). In effetti, credo che, come tutte le famiglie dell’immediato secondo dopoguerra del Novecento, anche la mia (erano anni in cui non esisteva ancora la magica scatola della televisione) amava trascorrere parte delle serate – un po’ di più nei fine settimana – al cinema. Nella mia città – a proposito, sono di Pozzuoli, patria, a dispetto di quanto per molto tempo dichiarato da lei stessa, di Sofia Scicolone alias Sofia Lazzaro e poi definitivamente di Sofia Loren – vi erano molti locali: li ricordo benissimo perché sono stati aperti tutti fino all’inizio degli anni settanta.
C’era il “Toledo” (vedi foto 2), proprio accanto al Palazzo omonimo che ricordava la presenza spagnola a Pozzuoli e naturalmente nel Regno di Napoli; e c’era il “Lopez”, altro nome inequivocabile per la sua provenienza nazionale, collegato in pratica ad un complesso termale, ora del tutto distrutto, di cui poteva e potrebbe essere ricca la mia città; e poi il “Sacchini”(vedi foto 1) , un piccolo teatro prospiciente la Villa Comunale, sede prima che io nascessi della Residenza del Podestà fascista, poi negli anni fino ad oggi del Posto di Polizia; un altro locale si chiamava “Serapide” ed era proprio accanto all’antico complesso archeologico, detto erroneamente “Tempio di Serapide”, a due, ma proprio due, passi dal Porto, dal mare e dal mercato del pesce; un po’ più distante, ma chi conosce bene la realtà delle cose sa che si fa per dire, c’era il “Mediterraneo”, un locale cinematografico più ampio e più nuovo, alla base del Rione Terra, in pratica sopra un tunnel, che era servito anche da rifugio per la popolazione negli anni di guerra durante gli allarmi e che collegava, per un certo periodo con una linea di tranvai, la Piazza principale (Piazza della Repubblica) con via Matteotti (Lungomare detto anche di Via Napoli, perché di là si raggiunge Bagnoli che di Napoli è la propaggine che si spinge fino a Pozzuoli). C’erano così ben cinque cinema in un percorso di poco più di tre-quattrocento metri, non di più certamente. Ed in alcuni di questi c’erano già allora più sale, una delle quali veniva attrezzata soprattutto per l’estate in modo che fosse appetibile con il suo tetto parzialmente scoperto.

Pozzuoli – Cinema “Sacchini” (non esiste più) (foto 1)

SACCHINI

 

Pozzuoli – Mura esterne ex Cinema “Toledo” (foto 2)

 

cINEMA tOLEDO

.* Giuseppe Maddaluno docente di Materie Letterarie in pensione – organizzatore culturale di associazioni teatrali e cinematografiche, impegnato in Politica attiva e civica soprattutto sul piano della Cultura; è stato Presidente dell’Associazione Film Video makers toscani negli anni Ottanta del XX secolo ed è Presidente dell’Associazione “Dicearchia 2008”; ha fondato il Circolo Cinematografico “La Grande Bouffe” a Feltre verso la fine degli anni Settanta ed è co-fondatore del Cinema “Terminale” di Prato. Ha realizzato alcuni film (“Capelli” – “I giorni e le notti – parte prima”) e dei documentari (“Giovanna – storia di una donna” e “Appunti sull’Olocausto”). Si impegna ancora per la costruzione di una vera “Sinistra democratica” a partire dal PD, per il quale è stato coordinatore, insieme a Tina Santini, del Comitato promotore nella sua fase precostitutiva a Prato. Il resto della Storia è tutta da scrivere.